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Le sfide invisibili del mondo dislessico - Erickson.it 1

Le sfide invisibili del mondo dislessico

La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento che comporta un’elaborazione dell’input linguistico scritto differente da quella rilevabile nella maggioranza delle persone. Tuttavia i problemi maggiori che le persone dislessiche si trovano ad affrontare non dipendono tanto dalla loro neurodiversità, quanto dallo stigma sociale che ruota attorno alle differenze di identità e comportamento individuali.

Nello specifico, la poca empatia che talvolta la società mostra nei confronti della dislessia (e che si riflette nella penuria di politiche di intervento adeguate) può essere attribuita alla mancata conoscenza di questa diversità e a una serie di valori culturali che il mondo contemporaneo attribuisce alle abilità di lettura e scrittura.

Tracciare i confini della dislessia

Uno dei problemi principali emersi durante la prima edizione della Virtual International Dyslexia Conference degli scorsi 29 e 30 luglio (Dyslexia Institute UK) riguarda il concetto stesso di ‘dislessia’. Ancora oggi molte persone associano questo disturbo dell’apprendimento unicamente alle difficoltà di lettura, quando in realtà esso condiziona innumerevoli altre capacità, quali la scrittura, l’organizzazione di un testo scritto od orale, la gestione del tempo, la memoria a breve termine e il recupero lessicale.

Un altro errore comune è la sovrapposizione dei concetti di ‘dislessia’ e di ‘visual stress’. Quest’ultimo consiste in una serie di distorsioni percettive, tra cui la sensazione che le parole si muovano sul foglio come onde o che alcune lettere non si trovino sullo stesso piano delle altre, ma riguarda in effetti solo una parte della popolazione dislessica (circa il 50% dei soggetti, secondo le stime più alte).

La ‘naturalità’ delle abilità di letto-scrittura

Ancora nel secolo scorso, in alcuni ambiti professionali, era abitudine verificare che la calligrafia di un candidato rispondesse a determinati canoni prima di decidersi a favore della sua assunzione. Questo fatto ci spinge a riflettere su quanto le abilità di letto-scrittura siano rivestite, quantomeno in Occidente, di significati simbolici che vanno ben al di là della loro funzione e che coinvolgono i concetti di ‘cittadinanza’, ‘identità’, ‘professionalità’, ‘educazione’ e ‘classe sociale’.

Nonostante l’essere umano abbia iniziato a rappresentare graficamente i suoni della lingua diverse migliaia di anni fa, è solo negli ultimi cento che la scrittura è divenuta un requisito fondamentale per tutti i cittadini. Inoltre la codifica e decodifica del testo scritto non sono facoltà processate da un’unica area cerebrale, e questo sarebbe uno dei motivi per cui la dislessia può manifestarsi con modalità tra loro molto diverse.

Queste considerazioni fanno sorgere numerosi dubbi circa il fatto che quelle di letto-scrittura siano abilità ‘naturali’ nell’essere umano, e in un certo senso pongono sotto una nuova luce anche una differenza cognitiva come la dislessia. A questo proposito è interessante l’opinione di alcuni studiosi secondo cui il fatto che la percentuale di persone dislessiche rimanga costante nel tempo dimostrerebbe che la neurodiversità è per gli esseri umani un benefit evolutivo di cui ancora non sappiamo valutare la portata.

La ricerca di un modello descrittivo

Una tematica che emerge sempre più spesso tra coloro che operano nell’ambito della dislessia è quello del confronto tra il modello medico e il modello sociale. Si tratta di due descrizioni del disturbo dislessico tra loro complementari e che forniscono elementi utili alla comprensione di questa differenza cognitiva. Tuttavia, secondo alcuni esperti, entrambe le prospettive presenterebbero dei punti deboli che andrebbero emendati.
Il modello medico ha ad esempio il pregio di fornire diagnosi precise, ma rischia spesso di restituire un’immagine immobile del soggetto, il quale fin dai primi anni di scuola viene dispensato da alcune attività e non viene motivato a trovare delle strategie compensative per il superamento degli ostacoli.
Il modello sociale ha invece il pregio di motivare il soggetto ad evolvere e a trovare soluzioni alternative per il proprio successo scolastico e lavorativo, ma secondo alcuni il concetto di ‘accessibilità’, inizialmente creato per favorire la mobilità delle persone con disabilità fisica, sarebbe poco adatto alla descrizione dei disturbi dell’apprendimento.

Dislessia ed esclusione sociale

Purtroppo la dislessia è ancora oggi correlata ad alcune problematiche sociali di grande rilevanza, quali la disoccupazione, la detenzione carceraria, la mancanza di fissa dimora. Nei Paesi anglosassoni si è infatti notato che la presenza di difficoltà nella letto-scrittura può condurre, nel caso in cui non sia sorretta da adeguate misure di sostegno fin dagli anni della scuola dell’obbligo, alla graduale esclusione dei soggetti dislessici dalla vita sociale e professionale.
Le ricerche dimostrano però che vi sono alcuni campi (ad esempio quello dell’arte, della ricerca scientifica e dell’imprenditoria) in cui le persone dislessiche eccellono e rappresentano una percentuale molto alta della popolazione attiva. Questo è riconducibile al fatto che esse sono portatrici di una neurodiversità fondamentale per lo sviluppo sociale, se non addirittura per il cammino evolutivo dell’essere umano (vedi sopra). Tale diversità si può riassumere nella capacità di adattamento alle mutazioni dell’ambiente circostante, di esplorazione e scoperta di nuove frontiere, di assunzione di responsabilità dei rischi e di visione sul lungo periodo.
La prospettiva olistico-globale, la capacità di adattamento e l’inventiva che i dislessici spesso dimostrano di possedere rischia però di essere frustrata da un sistema scolastico che privilegia l’efficienza e la capacità di introiettare e riprodurre informazioni e conoscenze già note.

Per prevenire questo tipo di frustrazione e lo stress che ne deriva è fondamentale agire sia a livello di sostegno (support) che a livello di riconoscimento del disturbo (assessment). In entrambi i casi le tecnologie assistive possono essere di grande aiuto.
Per quanto riguarda il sostegno, esistono ormai software e applicazioni di qualunque tipo; da questo punto di vista la sfida maggiore consiste nella creazione di supporti anche per le lingue minoritarie e per quelle non europee.
Per quanto riguarda invece l’assessment del disturbo, sono ora disponibili alcune applicazioni molto semplici all’uso (come l’australiana Dyslexia Screening - Dyscreen) che permettono di stabilire con notevole accuratezza se un bambino (dagli 8 anni in su) presenta un problema di dislessia oppure no.

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