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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 DSA
Lo sai che… ci sono molto strategie per valorizzare le tue potenzialità e i tuoi punti di forza
1) Sei intelligente Se hai un certificato di DSA puoi essere certo di una cosa: sei intelligente. Infatti una diagnosi di DSA non può essere fatta a meno che non ci sia un quoziente intellettivo nella norma o superiore alla norma. Quindi, se mai ti è venuto in mente qualche pensiero brutto, come ad esempio di essere stupido, sappi che non è così. I DSA sono una tua caratteristica, per tanto non sono né giusti né sbagliati, fanno parte di ciò che tu sei e imparare a conoscerli può aiutarti a conoscerti meglio. Puoi avere delle difficoltà, devi trovare altre strade rispetto a quelle canoniche, ma queste strade esistono e faranno parte del tuo percorso. 2) Non hai nulla che non va Può capitare che tu ti senta diverso dai compagni e che tu abbia paura di dirgli che hai delle difficoltà a leggere o scrivere o che tu ti possa vergognare a utilizzare gli strumenti compensativi in classe. Queste sensazioni non sono positive e possono complicare il tuo appuntamento quotidiano con la scuola. I disturbi specifici dell’apprendimento sono una tua caratteristica, non c’è niente in te che non vada, devi solo imparare a conoscerli ed è importante che anche i tuoi compagni riescano a capirti. Chiedi aiuto ai tuoi genitori, ai maestri e ai professori. 3) Scopri le tue difficoltà Si chiama Disturbo Specifico dell’Apprendimento proprio perché riguarda delle specifiche abilità e non tutte. Scopri quali sono le tue difficoltà. Ad esempio, se fai fatica a leggere e a comprendere o ricordarti quello che hai letto, se fai fatica a memorizzare o ripetere ciò che hai studiato nonostante tu ti sia impegnato molto, se fai fatica a comprendere le consegne degli esercizi o delle verifiche… è infatti importantissimo conoscere e riconoscere le proprie difficoltà per capire meglio quali strategie utilizzare per compensarle. La diagnosi darà infatti una mano alle maestre e ai professori, ma poi solo tu potrai capire esattamente cosa ti può essere utile. 4) Scopri le tue qualità Non ti concentrare troppo o solo sulle difficoltà e scopri invece anche i tuoi punti di forza. Per esempio, hai una memoria più visiva, ti trovi bene utilizzando i colori, hai molta fantasia e sai inventare dei bei racconti, c’è qualcosa che ti piace molto e ti appassiona per cui riesci a compensare autonomamente le difficoltà che normalmente hai nel fare altre cose che sembrano piacerti di meno? Questi sono solo degli esempi, ma prova a concentrarti e pensare a tutte le cose che ti riescono bene o in cui ti senti sicuro. Una volta trovate possono essere i punti sui quali costruire un metodo tutto tuo che ti aiuti nelle cose in cui al momento fai più fatica. 5) Scopri gli strumenti compensativi Lo sai che esistono tantissimi programmi per lo studio? Ad esempio, c’è una voce che si chiama sintesi vocale con la quale puoi leggere con le orecchie i libri. Ci sono i libri di scuola in formato PDF aperto nella biblioteca digitale LibroAID in modo che tu possa leggere con le orecchie anche quelli. Ci sono dei programmi con i quali puoi costruire delle mappe concettuali che potranno aiutarti sia nella fase di studio che quando dovrai affrontare le interrogazioni o i compiti in classe. Ci sono delle app apposta per poter prendere appunti, fare foto alla lavagna e registrare le lezioni. Ci sono anche tantissimi audiolibri, anche gratuiti, per permetterti di leggere tanti libri di narrativa. Sono tutte risorse che possono aiutarti a fare meno fatica e a impiegare meno tempo nel tuo impegno quotidiano, in modo che ti resti dello spazio per fare ciò che più ti piace. Prova a visitare il sito dell’AID e di Erickson e a cercare l’elenco dei software compensativi, sperimentali e prova a capire quale farebbe a caso tuo. 6) Sperimenta diverse strategie  Non esiste una ricetta uguale per tutti, perché ciascuno ha il proprio stile di apprendimento. Non ti scoraggiare quindi se senti che la strategia trovata da qualche tuo amico non va bene per te, perché tu devi trovare quella adatta a te. All’inizio può sembrare faticoso ma se troverai quella giusta vedrai che poi tutto inizierà a diventare meno difficile e più divertente. Puoi anche pensare di farti aiutare da qualcuno, esistono infatti dei doposcuola fatti apposta per questo, dove ci sono dei tutor specializzati nell’uso degli strumenti compensativi e possono aiutarti a capire quali fanno a caso tuo e possono aiutarti a costruire il tuo metodo di studio. Prova a chiamare l’Associazione italiana Dislessia per scoprire quali risorse ci sono nella tua città. 7) Usa ciò che ti piace per apprendere meglio A volte studiare può sembrare un appuntamento noioso, ma non deve per forza essere così. Ci sono un sacco di risorse per studiare in modo più divertente, ad esempio dei canali video come bignomi o repetita didattica, o altre risorse come le canzoni matematiche su youtube o le canzoni rap, come il rap delle ossidoriduzioni. Per studiare l’inglese ad esempio sono ottime le canzoni che più ti piacciono, trovi dei video in cui compare anche il testo ed è un ottimo allenamento per prendere familiarità con la lingua, per non parlare delle serie televisive, magari quelle che hai già visto in italiano puoi rivederle in lingua originale con i sottotitoli. 8) Impara ad organizzare il tuo tempo Abbiamo già detto che utilizzare gli strumenti e trovare un buon metodo di studio può aiutarti ad avere più tempo libero per poter fare ciò che ti va. È importante però che impari a organizzarti bene, a capire quanto tempo richiede il tuo appuntamento quotidiano con i compiti e lo studio. Importante è anche capire per quanto tempo riesci a mantenere la concentrazione, in modo che puoi programmare lo studio anche in base a questo, prevendendo eventualmente delle piccole pause ristoratrici che ti aiutino a ricaricarti prima di ricominciare a studiare. Oltre all’organizzazione del tempo ricordati anche di trovare delle strategie per organizzare il materiale che devi portare a scuola. potresti creare ad esempio un calendario con un codice colori o dei disegni per ogni materia per poter controllare di avere sempre ciò che ti serve sia a scuola che nel momento dei compiti. 9) Aiuta gli insegnanti e i genitori a comprenderti A volte per gli adulti non è facile capire cosa stai provando, quali sono le tue difficoltà e di cosa avresti bisogno. Cerca di aiutarli a capire e a capirti, in modo che ti possano aiutare, soprattutto di fronte alle tue difficoltà. Se per esempio ti stai impegnando tanto ma non arrivano i risultati che tu speri non ti scoraggiare e cerca di parlarne con chi sta vicino per capire meglio cosa ti può essere utile. Ricorda che i percorsi a volte sono lenti, ci vuole tempo per riuscire a trovare un equilibrio, ma confrontandoti con gli altri tutto può diventare più semplice. 10) Se qualcosa non sta andando bene parlane Se ti senti un po’ triste o arrabbiato quando vai a scuola, se non vai d’accordo con i tuoi compagni, se non puoi usare gli strumenti che a te servono parlane con i tuoi genitori o con chi ti sta vicino in modo che possano aiutarti e che tutto si sistemi. È infatti importante che tu ti senta bene, sicuro e a tuo agio.  A volte si fa fatica a dire ciò che si pensa, ci si vergogna o si pensa che nessuno possa capirci: non è così, non ti preoccupare e dai la possibilità a chi ti sta vicino di aiutarti a stare bene se qualcosa non va.
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Search-ME - Erickson 2 DSA
Paola Ruffini, presidente della sezione dell’Associazione Italiana Dislessia di Teramo, racconta com’è la scuola a distanza dal suo punto di vista di mamma di un ragazzo con DSA
Agrodolce. È questo il sapore che caratterizza le nostre giornate di quarantena. Sono successe cose straordinarie, ma la realtà resta comunque molto faticosa e sempre più spesso avvertiamo il bisogno di tornare al passato e alla normalità. Sperimentiamo insomma un momento pieno di contraddizioni, dove non mancano gli alti e bassi. La vita è un miscuglio di ingredienti che impregnano i nostri rapporti domestici, quotidiani, scolastici e che immancabilmente convivono. Non è facile per nessuno! Alle prese con una esistenza cambiata troppo velocemente che si vorrebbe con un colpo d’ala rimuovere. Il lavoro si ferma, le relazioni strette si allontanano, la scuola si avvicina alle famiglie con nuove modalità, è infatti a distanza. Sì, la scuola! Da tanto sognavi di avere una scuola al passo con i tempi, che privilegiasse la tecnologica e la creatività! Una scuola che riuscisse ad ispirare una crescente passione per l’apprendimento. Lo studio diventa infatti una specie di importante mezzo salvifico per il momento tanto irreale che stiamo vivendo! Ma non è banale, né semplice con Giorgio, un figlio dislessico, disgrafico, disortografico e discalculico. Però assisti a un piccolo miracolo: dopo quattro giorni dall’interruzione ufficiale, la scuola di tuo figlio si attiva, si impegna, riparte, è vicina! Ci sentiamo fortunati, per certi aspetti anche privilegiati. Si realizza quello che hai sempre auspicato per lui: l’utilizzo della tecnologia, verso cui l’hai spinto da quando era piccolo per superare le sue difficoltà; la presenza attiva del genitore, la collaborazione scuola-famiglia. Non è forse questa la rete educativa che tanto sostenevi? La famosa corresponsabilità che pattuiscono i genitori e insegnanti a inizio anno? I primi tempi con la Didattica a Distanza: l’impegno e l’entusiasmo Giorgio , gli insegnanti si mettono in discussione e con loro, noi genitori. Ora si impara tutti, tutti insieme! Si studiano cose nuove, i docenti, gli alunni, le famiglie. Oltre ai contenuti si acquisiscono competenze, per alcuni è tempo di perfezionarle, per altri di utilizzarle. E ci si comprende, tutti! O quasi. Nella scuola, come si sa, ci sono sempre anche mediocri insegnanti e cattivi allievi. Comunque ciascuno fa quel che può, alcuni danno il massimo. Alle prese con una modalità scolastica nuova. I tempi si dilatano, i ragazzi appaiono euforici, gli insegnanti soddisfatti per il lavoro svolto, i genitori si sentono parte attiva nella scuola. E osservi lui, tuo figlio, felice di assistere ad una lezione live, di rivedere i compagni. Lo guardi, è attento a seguire le lezioni per imparare a caricare compiti, scansionare documenti e utilizzare il calendario digitale. E lo osservi ancora mentre ascolta l’audio della sua prof che legge un passo dell’Iliade e che da questo prende spunto per assegnare uno storytelling. Giorgio ha affrontato i suoi timori e li ha scritti, riuscendo a trovare soluzioni creative per superarli. Con sguardo premuroso e discreto lo osservi mentre segue lezioni, tutorial, video e ascolta audio preparati dai suoi insegnanti, realizza lavoretti geometrici per la festa del papà, prepara le slides per un ricerca di gruppo. Lo accompagni inevitabilmente nell’aiuto compiti e nell’utilizzo delle nuove tecnologie didattiche. All’inizio il tuo sostegno è assiduo, ora con gioia lo vedi camminare quasi da solo. Ti adoperi, trovi il programma compatibile con la piattaforma utilizzata dalla scuola per supportare la sua disgrafia e disortografia. Trovi il digitalizzatore vocale! La prof più tecnologica ti suggerisce il sintetizzatore vocale incorporato. Tutti impegnati e lui impara. Tutti allievi che assolvono al meglio il loro compito! E poi c’è il prof di sostegno che attiva un corso per confrontarsi con i ragazzi sulle difficoltà di questa didattica distante che vuole però, essere più vicina. Lo fa titolandolo “Spazio di incontro, condivisione ed altre frivolezze”. La Didattica a Distanza dopo il primo mese: la stanchezza e la privazione di tempo libero È trascorso un mese, siamo tutti stanchi però, Giorgio per primo. E ripensi alle frivolezze del prof, alla necessità estrema di una pausa che noi e Giorgio rivendichiamo ai professori che vorrebbero andare avanti con i compiti anche durante le vacanze. Mio marito, mio figlio ed io invece decidiamo che per Pasqua ci si ferma. Si respira. Riassaporiamo appieno la genitorialità che in questi giorni è stata messa da parte e che tanto ci è mancata. Ci si accorge che il tempo di dare a Giorgio altri stimoli oltre alla scuola si è interrotto. Anche a casa abbiamo dovuto reinventarci, riorganizzarci con la nuova quotidianità. E ricordiamo i tempi in cui la sua tutor lo accompagnava nei compiti con risate e confidenze e ci permetteva di fare la mamma ed il papà, di giocare con lui, di coccolarlo, di fargli scoprire le cose che gli piacciono. Nei giorni di quarantena abbiamo avuto poco tempo per questo! E dopo la pausa pasquale comprendi che è giunto il momento di entrare nella “Fase due” della scuola e della famiglia. Se fino ad ora questa situazione eccezionale e non prevista ci ha resi tutti troppo impegnati, disponibili alle esigenze di una scuola che cercava di andare avanti, ci ha coinvolto senza porre limiti….. Adesso vorremmo tornare a una sorta di normalità seppure da reclusi. Non vorremmo più le videolezioni di pomeriggio. Ci piacerebbe che la scuola tornasse ad essere confinata ai suoi tempi naturali. Ci rendiamo conto delle difficoltà che impongono di estendere l’orario: gli insegnanti impegnati in più classi e le famiglie che hanno più figli ed un solo Pc. Però siamo stanchi, non ne possiamo più. Noi e Giorgio, il pomeriggio vorremmo fare altro: vedere un museo virtuale, fare ginnastica e ridere insieme, ascoltare un audio libro, giocare con il cane, cucinare… Intanto ho deciso di non assistere più alle lezioni live delle materie in cui ha più difficoltà. Alcuni insegnanti dedicano intere lezioni a correggere i compiti, facendo leggere gli esercizi assegnati. Mi accorgo che Giorgio si sente escluso ed annoiato e come lui altri ragazzi. E allora ti vien voglia di chiamare l’insegnante per ricordare che la scuola è anche un momento di socialità e di didattica partecipata ed inclusiva. In questo tempo abbiamo dimenticato tante cose, abbiamo dimenticato che Giorgio, come i suoi compagni, ha 11 anni e che della scuola amava anche le chiacchiere con i prof, gli scherzi con i compagni e la ricreazione. Ora si è in qualche modo costretti ad essere tutti seri, troppo seri! Nella “Fase due”, dopo che la scuola ha a distanza ha superato la fase di rodaggio, dovremmo impegnarci di più a ritrovare un’armonia nelle relazioni. Un primo bilancio della Didattica a Distanza, tra luci e ombre Di quest’esperienza vedo luci ed ombre. Credo che in questi tempi convulsi di scuola digitale, i docenti abbiano potuto comprendere meglio la fatica che i ragazzi con DSA e le loro famiglie affrontano da sempre. In questi giorni, infatti, tutti si sono impegnati ad accompagnare gli studenti a utilizzare una didattica diversa, nuova. Molti ragazzi e famiglie, però, non ce l’hanno fatta. Alcuni per mancanza di tempo, altri perché poco avvezzi alla tecnologia, altri ancora perché stanno convivendo con dolori familiari. La didattica anche quella a distanza, continua a delegare molto ai genitori che sono diversi per estrazione sociale e culturale, e, così facendo, rischia di amplificare le differenze e di allontanare invece di avvicinare, di escludere invece di includere. La scuola è di tutti! Un diritto da rivendicare per i nostri ragazzi con DSA e per i tanti studenti a cui, oggi non vengono garantiti integrazione e sostegno. Mi rendo conto che adesso è un momento particolarmente critico, ma dobbiamo provarci lo stesso.
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Search-ME - Erickson 3 DSA
Un’analisi di quello che è successo a livello educativo e relazionale negli ultimi mesi con tanti suggerimenti su “cosa fare” per fronteggiare al meglio la situazione che stiamo vivendo
Questo breve contributo nasce da un recente webinar che ho realizzato per l’Associazione Italiana Dislessia dopo qualche settimana dall’inizio del lockdown, nel quale si è cercato di dare risposte alle molte domande delle famiglie, che si sono trovate in pochi giorni immerse in una situazione di profondi cambiamenti. Ad oggi la situazione sembra migliorata, ma molte delle riflessioni di quella giornata sono ancora attuali e probabilmente lo saranno anche nei prossimi mesi con l’inizio del nuovo anno scolastico. Il tema principale riguarda i rapidi e spesso inaspettati cambiamenti nelle relazioni didattiche ed in generale nelle relazioni educative, tra genitori e figli, che un evento come il COVID 19 ha determinato. Ovviamente non si può capire tutto questo senza prima aver analizzato quelli che sono i cambiamenti individuali che si determinano in situazioni di quarantena. In letteratura sono stati pubblicati vari studi che si possono trovare su siti istituzionali delle varie associazioni scientifiche e degli ordini professionali, oltre che del Governo. In generale quello che emerge è l’attivazione di un quadro tipico di risposta ad uno stress acuto, in particolare si notano un aumento degli stati di ansia e tensione (come attivazione di uno stato di allerta generalizzata verso un pericolo), alterazioni dei ritmi sonno/veglia, peggioramento della dieta e riduzione dell’attività motoria. A questo spesso si aggiunge un abbassamento del tono dell’umore, un aumento della conflittualità familiare, del nervosismo e dell’aggressività spesso determinati da un disadattamento alle nuove routine. Le abitudini delle famiglie prima e dopo il Covid Vorrei subito fare una riflessione proprio sul confronto tra i ritmi pregressi e le nuove abitudini dello stare chiusi in casa. Prima di questo periodo i genitori non avevano mai passato tanto tempo con i propri figli, se non in periodi di vacanza determinati e con molti meno stressor, nella “vita di prima” i bambini passavano almeno il 50% del tempo a scuola, poi nel pomeriggio spesso con nonni, baby sitter o vari servizi doposcuola (questo soprattutto per chi aveva necessità particolari), in alternativa c’erano le attività sportive o associazionistiche e ricreative. Da un giorno all’altro i bambini si ritrovano costantemente a casa, con ritmi e tempi totalmente variati, con genitori che lavorano da casa o devono continuare a lavorare fuori perché svolgono attività necessarie, ma non ci sono più i nonni, i baby sitter e tutto il resto, solo questo basterebbe a destabilizzare chiunque. Purtroppo, non è finita, a tutto ciò si somma la paura del virus, che diventa anch’essa un fantasma indefinito aumentando lo stato d’ansia e di stress. In tutto questo si inserisce anche la didattica a distanza che esplode nelle scuole con una prima fase che amo definire come una “rincorsa alla digitalizzazione”, dove vengono caricati contenuti su contenuti, su registri elettronici e piattaforme di tutti i tipi, determinando un ulteriore fattore di stress per genitori e figli. Mentre i ragazzini della scuola secondaria di secondo grado riescono a rispondere con una qualche autonomia, credo sia difficile pensare che un bambino della scuola primaria ma anche secondaria di primo grado possa connettersi, scaricare, stampare, linkare, caricare, salvare, ecc.., senza che vi sia un adulto con lui, inoltre va considerato che anche i genitori, non sempre sono sufficientemente alfabetizzati digitalmente, né tutte le famiglie hanno a disposizione tecnologie adeguate, soprattutto le famiglie numerose che devono anche condividere l’unico pc, tablet o smartphone. Spesso questi genitori devono passare anche 4/5 ore al giorno con i figli per la didattica, questo diventa un tempo condiviso ma molto frustrante che invece di migliorare il rapporto lo carica di ulteriori tensioni. Va detto che anche per i docenti i cambiamenti sono stati importanti e la scuola non sempre era già attrezzata digitalmente, quel che si sta osservando oggi è un progressivo miglioramento delle capacità di coordinamento tra docenti e dell’utilizzo delle nuove tecnologie, oltre che un rallentamento della rincorsa e un maggior utilizzo delle lezioni in live. Oltre a tutto quanto già detto, non si poteva neppure uscire al parco per fare una passeggiata, non si poteva andare in bicicletta o tirar due calci a un pallone per scaricarsi un po’ e soprattutto non lo si potrà fare neppure ora con gli amici. La mancanza degli amici diventa un’emergenza educativa Proprio quest’ultima situazione, cioè la mancanza del gruppo dei pari, si sta rivelando una delle emergenze educative più importanti e spesso sottostimata dall’attualità della cronaca. La scuola non è solo un insieme di contenuti, ma un contenitore di relazioni umane, tra pari e con gli adulti di riferimento. Per tutti i bambini queste relazioni sono fonte di apprendimenti tanto importanti quanto e forse più delle materie curriculari. Questi apprendimenti sono chiamati in vari modi: life skills, social skills, competenze trasversali, ecc… Sono tutte quelle abilità che si apprendono in maniera non strutturata nei gruppi, come: la tolleranza alla frustrazione, la gestione delle emozioni, l’imitazione di modelli adeguati socialmente. Sono importanti per tutti i bambini, ma in particolare per quelli che presentano Bisogni Educativi Speciali e che per le loro caratteristiche hanno più difficoltà a generalizzare queste competenze. In casa manca anche il ruolo inibitorio del gruppo sociale e ciò, associato alla maggior familiarizzazione delle figure genitoriali e alla frustrazione che l’attività didattica può determinare, fa spesso aumentare i comportamenti oppositivi e provocatori, determinando un ciclo disadattivo che mina pesantemente la resilienza di queste famiglie. Come far fronte all’isolamento sociale e relazionale Ma di fronte ad una situazione di questo genere cosa possiamo fare? Direi che questa domanda riassume in sé tutti i dubbi e le preoccupazioni che ho raccolto in diretta dalle famiglie che si sono confrontate con me in quella giornata. La mia più che una risposta vuole essere un piccolo compendio che, lungi dall’essere esaustivo, può fornire tanti piccoli attrezzi da utilizzare nelle varie situazioni della nostra vita domestica, suggerimenti che possono valere per tutti i bambini, ma in particolare saranno utili per tutte quelle situazioni speciali a cui abbiamo accennato. Come intuibile da quanto si è detto una delle prime cose da fare è ricostruire delle routine regolari; ciò crea un ambiente prevedibile e controllabile per tutti con meno incognite e quindi meno ansie. Si devono regolarizzare in primis i ritmi sonno/veglia e gli orari dei pasti, così come sarebbero auspicabili gli orari delle lezioni live al mattino per spingere ad una maggiore motivazione al risveglio e inserire anche attività motorie. Si può costruire insieme un planning settimanale che tenga conto di tutte le necessità e incombenze di genitori e figli, che preveda anche tempi di gioco e divertimento e che possa diventare per tutti la mappa della giornata. Il tempo condiviso deve essere anche gradevole e non solo didattico, vanno previsti dei momenti di gioco magari motorio o di società, così come le stesse incombenze domestiche possono diventare un momento di apprendimento divertente e creativo (cucinare o fare le pulizie). Rallentare non deve essere un problema ma un’opportunità di aprire momenti di confronto e di elaborazione dei vissuti (sia con la scuola che con la famiglia) anche sul periodo che stiamo vivendo. Sforziamoci di creare un ambiente rassicurante, normalizziamo e non incrementiamo pensieri catastrofici, diamo informazioni corrette ma senza enfatizzare i pericoli, ricordiamoci che al di là delle parole i bambini osservano i nostri comportamenti. In questo senso consiglio di regolarizzare per tutti i tempi di esposizione all’informazione dei mass media e di ridurli a pochi momenti della giornata. Un tema molto sentito sembra essere anche il calo del livello di motivazione con la didattica a distanza e l’aumento dell’oppositività nella gestione dei bambini. Come dicevamo, al di là dei fattori specifici di questa situazione, si possono mettere in capo varie strategie per aumentare la collaborazione. Nei bambini più piccoli si possono utilizzare delle tecniche di token economy con giochi a punti e premi. Spesso la conflittualità è dovuta anche a metodi didattici diversi tra genitori e insegnanti, in questo caso, sebbene a volte sia stato necessario nella prima fase, il genitore non deve sostituirsi all’insegnante ma collaborare con esso ed utilizzare le stesse metodologie, meglio ancora se l’insegnante stesso riesce con lezioni live a verificare gli apprendimenti specifici. Per gli adolescenti, che con la perdita del gruppo sociale possono sentire ancora più pesantemente le conseguenze dell’isolamento, è importante evitare un muro contro muro, ma prevedere delle contrattazioni e delle mediazioni rispettose oltre che dei tempi di studio anche dei loro tempi privati e dell’uso dei social network. Infine, noi psicologi per anni ci siamo giustamente preoccupati delle dipendenze da uso di internet, che hanno generato nuove forme di fobia sociale e peggiorato tutti quei soggetti che per vari motivi presentano difficoltà di integrazione e socializzazione. I rischi, come sottolineato precedentemente, rimangono, ma le tecnologie non vanno demonizzate, ma gestite, perché com’è sempre accaduto nella nostra storia, divengono parte del nostro sviluppo e della nostra evoluzione, l’importante è conoscerle e non subirle passivamente. Ma come stiamo vedendo con la didattica a distanza, i device possono diventare strumenti potenti per tante esperienze positive, in particolare per molti ragazzi sono stati l’unico strumento per rimanere in contatto con i pari. Possiamo sfruttarli anche per momenti di socializzazione non troppo strutturata per i più piccoli, creando in accordo con la scuola dei gruppi di peer education, o semplicemente con altre famiglie, si possono organizzare dei momenti per fare giocare e ridere insieme i bambini. Mantenere il sorriso in un bambino è una delle forme più forti di resilienza che possiamo mai avere.
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Search-ME - Erickson 4 DSA
Che cosa è emerso dalla Virtual International Dyslexia Conference
Il 29 e 30 luglio 2020 ha avuto luogo la prima edizione della Virtual International Dyslexia Conference, un evento organizzato dal Dyslexia Institute UK. La conferenza, promossa dall’Università di Manchester, si è svolta totalmente in modalità online a causa delle restrizioni dovute alla pandemia Covid-19. Durante la due giorni di convegno sono intervenuti specialisti nel campo della dislessia provenienti da tutto il mondo. Per ragioni ovvie, molti dei contributi afferivano al mondo anglosassone o quantomeno a quello anglofono, ma ciò non ha impedito di rilevare punti in comune con il contesto italiano e di trarre da questo confronto interessanti spunti di riflessione. Gli scopi della conferenza Lo scopo del simposio era di affrontare il tema della dislessia (ma anche della discalculia, della disgrafia e della disprassia) da una prospettiva che fosse tecnica ma allo stesso tempo empatica e solidale. In particolare, si è voluto tenere conto delle difficoltà pratiche che la persona si trova a dovere affrontare quotidianamente a causa della propria differenza cognitiva e proporre delle soluzioni volte a una maggiore inclusione sociale degli individui. I contributi hanno riguardato nella fattispecie 4 aree tematiche principali: 1) il mondo della scuola e dell’università, 2) la sanità, 3) il lavoro e le risorse umane e 4) le tecnologie assistive. Il fatto che si trattasse di una conferenza internazionale e che gli interventi testimoniassero di circostanze tra loro molto differenti ha permesso di osservare come la percezione della dislessia, della neurodiversità e le misure intraprese dalle istituzioni per favorire l’accessibilità ai servizi pubblici e privati risentano fortemente del contesto culturale, linguistico e politico-sociale in cui sono inserite. Al contempo però la giustapposizione di situazioni così lontane ha fatto emergere quanto siano simili tra loro le sfide che, in un mondo globalizzato come il nostro, la persona dislessica si trova a dovere affrontare quotidianamente. Ottenere un titolo di studio, trovare un lavoro adatto alla propria formazione e alle proprie competenze, riuscire a districarsi nel dedalo del sistema sanitario e di quello assistenziale: si tratta di processi che per la persona dislessica possono risultare estremamente stressanti se non traumatici. La pandemia globale del 2020 ha contribuito a portare alla luce questa situazione. Nel Regno Unito, ad esempio, in seguito all’avvento del coronavirus le domande di disoccupazione sono aumentate del 50%, e tra i richiedenti sono diverse migliaia coloro che presentano una qualche forma di dislessia. I numeri della dislessia La prima riflessione riguarda le cifre globali della dislessia. Sebbene le stime siano variabili, si ritiene che tra la popolazione alfabetizzata la percentuale di coloro che presentano una qualche difficoltà nel processo di letto-scrittura o nel calcolo possa raggiungere il 20%. Questo significa che circa una persona ogni 5 incontra delle difficoltà nelle operazioni di codifica e decodifica del messaggio scritto (ma anche di calcolo, pianificazione del discorso o comunicazione generica) che stanno a fondamento delle nostre società e dei nostri sistemi economici. Nella pratica queste persone si ritrovano quotidianamente ad affrontare ostacoli enormi nell’accesso alle informazioni riguardanti gli annunci di lavoro, le richieste di disoccupazione, gli sgravi fiscali, l’assistenza sanitaria, i contratti d’affitto e la compilazione dei documenti necessari per l’ottenimento dei sussidi o risorse a cui avrebbero diritto. Per capire quanto la presenza di questa differenza cognitiva possa condizionare e peggiorare il percorso di vita di un individuo, si consideri che la percentuale di dislessici aumenta vertiginosamente tra le persone senza impiego fisso, i senzatetto e i detenuti. Secondo le stime fornite durante la conferenza, nel Regno Unito e negli Stati Uniti all’incirca la metà della popolazione carceraria presenta una qualche forma di dislessia. La percezione della neurodiversità Un’altra questione emersa nel corso della conferenza è quella della percezione della neurodiversità e alle sue manifestazioni da parte delle diverse società e culture. Il valore attribuito collettivamente alle differenze cognitive individuali sta infatti alla base delle politiche di intervento promosse da un determinato Paese in ambito scolastico, lavorativo e assistenziale. Un esempio a questo proposito riguarda le tecnologie assistive. Alasdair King (direttore di Claro Software, azienda inglese leader nel settore) rileva come nella stessa Europa la ricerca relativa allo sviluppo di strumenti di supporto alla dislessia prenda direzioni diverse a seconda dei Paesi. Il Regno Unito ad esempio investe soprattutto nella creazione di software per il riconoscimento vocale (trasposizione del testo parlato in testo scritto) per studenti universitari. Invece altri Paesi indirizzano la propria ricerca tecnologica verso obiettivi diversi: in Svezia si sviluppano soprattutto software per il controllo dell’ortografia e dello spelling per gli studenti della scuola primaria e secondaria; in Danimarca invece vengono prodotti principalmente programmi di scrittura assistita e anticipazione del lessico in determinati campi semantici; in Belgio viene data particolare importanza alle abilità di lettura e agli e-book readers che traspongono il testo scritto in testo orale; in Francia il focus è sugli aspetti grafici del testo scritto, e viene quindi promossa la produzione di applicazioni per la ristrutturazione del layout in senso accessibile (colori, caratteri, spaziatura, evidenziazione ecc…). Infine vi è il caso della Germania, in cui si predilige la dispensazione degli studenti dislessici da diverse attività didattiche e l’avviamento di questi studenti a professioni che non implicano attività di letto-scrittura complesse. L’accessibilità glottodidattica Un’ultima importante riflessione riguarda lo sviluppo e la diffusione dei criteri per l’accessibilità glottodidattica. Dalla conferenza è emerso come molte delle indicazioni pratiche volte alla creazione di ambienti e materiali didattici più accessibili provengano o dalla ricerca universitaria o dall’esperienza sul campo di insegnanti e genitori illuminati. Questi ultimi hanno ricavato numerosi input dalle esperienze difficili e talvolta traumatiche dei propri studenti o dei propri figli e hanno scelto di condividere la propria esperienza e le proprie deduzioni. Ciò che però sembra mancare è un coinvolgimento maggiore da parte delle istituzioni intermedie, cioè le scuole e la classe insegnante. Uno degli obiettivi futuri di chi opera nell’ambito della dislessia e dei disturbi del linguaggio sarà sicuramente quello di sensibilizzare i docenti riguardo a queste tematiche e fornire strumenti pratici per la creazione di ambienti e materiali accessibili e inclusivi.
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Search-ME - Erickson 5 DSA
Otto suggerimenti per i genitori di ragazzi con DSA da parte di Giovanna Fola, docente di scuola primaria e formatrice AID, Associazione Italiana Dislessia
Con l’emergenza sanitaria ci siamo trovati improvvisamente ad affrontare un cambiamento epocale, che sicuramente lascerà profonde tracce nelle vite personali e nella memoria collettiva. Anche il mondo dell’istruzione non poteva rimanere indenne al nuovo corso degli eventi e ha dovuto trasformarsi radicalmente: la scuola è entrata nelle pareti domestiche come mai era successo; anzi, la casa è divenuta scuola. Attraverso la didattica a distanza si è potuto continuare a “fare scuola” nonostante il distanziamento sociale. Ma cosa significa per un ragazzo con DSA fare scuola a casa? Quali implicazioni ne derivano per la vita familiare? Cosa può o deve fare un genitore di un alunno dislessico alle prese con la didattica a distanza? Questo nuovo modo di far scuola ha in sé molte potenzialità, ma nello stesso tempo nasconde elementi di criticità che possono diventare ulteriori ostacoli nel percorso degli alunni con DSA. Di conseguenza si rende necessaria nella progettazione e nella realizzazione delle attività a distanza un’attenzione particolare alle peculiarità di questi studenti. È quanto ribadito anche dalla nota 388 del 17 marzo 2020 del Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione, che richiama al rispetto del PDP e all’utilizzo degli strumenti compensativi e dispensativi. Il PDP nella didattica a distanza Eppure, nonostante le indicazioni ministeriali, vi sono famiglie che si trovano di fronte al problema della mancata applicazione del PDP nella didattica a distanza. Cosa fare quindi? La non attuazione delle indicazioni previste dal PDP è una problematica sperimentata dai genitori dei ragazzi con DSA anche nella didattica tradizionale, ma credo che nel quadro delle attività a distanza meriti un’attenzione particolare, alla luce della quale si può individuare una possibile via di soluzione. I PDP sono stati predisposti dai consigli di classe nei primi mesi di scuola, quando la didattica a distanza era un’idea futuristica che nella prassi quotidiana era riservata a un numero esiguo di studenti. Improvvisamente è diventata l’unica via per fare scuola, sebbene l’istituzione scolastica e la società in genere non fossero pronti per farlo. Docenti e genitori si sono trovati a gestire l’emergenza, così come è accaduto in ogni settore delle nostre vite. La didattica a distanza è partita faticosamente, mossa principalmente dalla buona volontà dei singoli docenti. Questa lunga premessa è necessaria per comprendere il contesto in cui si pone il problema dell’adeguamento della nuova didattica ai bisogni e alle caratteristiche dei ragazzi, problema che coinvolge sia gli insegnanti sia le famiglie. Da un lato ci sono gli insegnanti, che sperimentano strumenti senza riuscire a vederne l’efficacia in modo diretto e immediato; dall’altro c’è lo studente, e i genitori al suo fianco, che deve riorganizzare il proprio percorso all’interno di un ambiente di apprendimento domestico, estremamente diverso da quello cui era abituato. Purtroppo, nessuno degli attori coinvolti è in grado di conoscere e capire a fondo la realtà che l’altro sta vivendo. È questo un pericolo sempre presente tra scuola e famiglia, in ogni situazione e per tutti, ma lo è maggiormente quando la relazione educativa verte attorno alla figura di un alunno con DSA. Ho sperimentato tale difficoltà in prima persona, come madre di una ragazza dislessica da un lato e docente di scuola primaria dall’altro. Tra le mura domestiche ho vissuto le sofferenze e le fatiche dei genitori: il disorientamento dinnanzi a un figlio così diverso dall’immagine ideale che mi ero costruita; i sensi di colpa; l’inadeguatezza nella relazione parentale; le ansie per i risultati scolastici e soprattutto per il suo benessere emotivo; il dolore per il rifiuto di una diversità che sembra così pesante da portarsi appresso; le preoccupazioni per il futuro; le ore passate a svolgere i compiti o meglio a provare mille strategie per convincere la figliola a farli! Eppure tutti gli sforzi miei, di mia figlia e della famiglia intera arrivavano solo parzialmente sui banchi di scuola, dove il tutto finiva condensato in un asettico numero. Tra le mura scolastiche, d’altra parte, ho sperimentato le difficoltà di un docente: l’impotenza dinnanzi a genitori che non vogliono vedere e capire le fatiche del figlio; l’insoddisfazione e il senso di inadeguatezza quando, nonostante tutti i possibili tentativi, non riesci a trovare la strada per favorire l’apprendimento di quel particolare alunno; il disagio per una relazione faticosa; i problemi nella gestione del gruppo classe che schernisce la diversità; le ore passate a completare documenti che sembrano inutili pratiche burocratiche. Eppure, anche come insegnante, mi è capitato di pensare che tutti i miei sforzi non fossero serviti e soprattutto non fossero stati capiti dai miei interlocutori, alunni e genitori. Nella didattica a distanza il divario scuola - famiglia aumenta, giacché il processo di insegnamento – apprendimento e la relazione educativa devono passare solo attraverso gli strumenti tecnologici, con i limiti che ne derivano. L’alleanza educativa scuola - famiglia Di fronte al pericolo di un contrasto c’è solo una via di soluzione: l’alleanza educativa scuola – famiglia. Se questa era essenziale prima, ora diventa vitale per permettere una reale conoscenza e comprensione reciproca. Nella didattica a distanza la relazione docente – alunno/ genitore deve essere implementata, pur con le caratteristiche che la contraddistinguono. È necessario creare e mantenere un dialogo continuo per favorire un confronto proficuo ed evitare fraintendimenti o errori spiacevoli. Qui non si tratta solo del rispetto del PDP, che resta comunque fondamentale; stiamo provando sul campo la più grande sperimentazione con la quale il sistema scolastico italiano si sia mai cimentato. In tale contesto può accadere che l’insegnante utilizzi metodologie inadeguate per l’alunno con DSA, che non rispondono ai suoi bisogni e magari in contrasto con quanto previsto dal documento ufficiale firmato all’inizio dell’anno scolastico. I genitori devono segnalare il problema contattando il docente. I colloqui in presenza non sono possibili, ma si può inviare una mail al diretto interessato e/o agli indirizzi istituzionali reperibili sui siti degli Istituti stessi, al referente DSA o al Dirigente Scolastico. Naturalmente è importante farlo con spirito di collaborazione e rispetto del ruolo del docente. Non servono accuse o suggerimenti didattici ma informazioni chiare sulla base delle quali trovare soluzioni innovative e funzionali, condivise dalle parti. Affinché il dialogo risulti efficace deve essere ispirato da un atteggiamento di reciproca comprensione e di rispetto delle fatiche e delle difficoltà dell’altro, alunno, genitore o insegnante che sia. In questi frangenti siamo tutti in battaglia e possiamo farcela solo se puntiamo all’unione ed alla collaborazione. Il “genitore - insegnante” I problemi dei genitori con la didattica a distanza non si esauriscono nella relazione con i docenti. Resta infatti un nodo ben più urgente e cruciale: la relazione genitore – figlio che, nel caso dei ragazzi con DSA, è spesso messa a dura prova proprio sul terreno del rendimento scolastico e lo è maggiormente nell’epoca del coronavirus. Ci siamo trovati improvvisamente rinchiusi nelle nostre case a vivere fianco a fianco senza sosta, costretti a riorganizzare ritmi e spazi (oltre che PC, contesi tra gli utenti della famiglia) alla ricerca di nuovi equilibri. In alcune situazioni abbiamo perso importanti risorse che ci supportavano nel lavoro genitoriale. Cosa fare? Probabilmente molte mamme come me si saranno sentite rivestite della mansione di insegnanti. Avranno iniziato a seguire pedissequamente il gruppo whatsapp della classe, a controllare il registro elettronico e ogni possibile piattaforma alla ricerca spasmodica dei compiti, a mettersi sedute a fianco del bimbo/ragazzo per lo svolgimento delle attività richieste. Tale atteggiamento però nasconde un grave rischio: metterci al posto del figliolo e limitarne l’indipendenza. Il compito fondamentale dei genitori, invece, è quello di aiutare i figli a crescere. Nel caso di un ragazzo con DSA significa dargli la possibilità e gli stimoli per fare da solo, per diventare autonomo, anche nelle questioni scolastiche. È vero che questi figli richiedono attenzioni e strategie particolari, ma dobbiamo capire quando l’aiuto sia veramente efficace e come darlo senza annullare l’altro. La presenza del genitore a fianco dei piccoli è quasi indispensabile; tuttavia, con il passare del tempo, deve gradualmente ridursi per evitare di diventare lo strumento compensativo per eccellenza. Ci sono poi momenti di grandi cambiamenti, come l’attuale, che richiedono particolare attenzione. Per questo è necessario continuare ad esercitare una sorta di vigilanza attiva anche nei confronti dei più grandi per capire se e come intervenire per supportare il ragazzo senza però limitarne l’indipendenza. È importante in ogni caso che il genitore non si identifichi con l’insegnante e non si dimentichi del suo ruolo primario, per non incorrere nel rischio di rovinare la relazione parentale in nome dei risultati scolastici. Purtroppo nell’emergenza sanitaria è la situazione stessa che ci pone nelle condizioni di una nostra maggior presenza nella vita scolastica dei figli, ormai ridotta all’ambito domestico. Tuttavia non dobbiamo mai perdere di vista il fine ultimo: la crescita, l’autonomia. Alla luce di ciò possiamo orientare e guidare i nostri figli. Come è possibile farlo concretamente senza sostituirci a loro? Ecco una serie di suggerimenti. Otto suggerimenti per i genitori per affiancare i figli con DSA nel lavoro a casa Organizzare gli spazi Cerca di individuare un luogo tranquillo e riservato dove il bambino/ ragazzo possa seguire le lezioni e svolgere i compiti, attrezzandolo con tutti i materiali necessari. È importante che lo studente abbia uno spazio in cui “sentirsi a scuola”. Pianificare le attività I ragazzi con DSA faticano spesso a organizzare e gestire il tempo. Nell’attuale situazione sono saltate alcune importanti routine e ce ne sono di nuove. Pertanto è molto utile aiutare il ragazzo a pianificare le lezioni e gli impegni relativi ai compiti, senza però dimenticare lo spazio per le attività extra scolastiche. Organizzare i compiti Suddividete i compiti, prevedendo tempi adeguati di esecuzione inframezzati da pause. “Affiancare discretamente” Con i bambini più piccoli o in casi particolari potrebbe essere utile un intervento facilitatore del genitore per fornire un supporto rispetto alle abilità rese deficitarie dal disturbo. In generale è importante controllare la comprensione delle consegne. Se necessario, fate voi la prima lettura o rileggete se il bambino sembra non aver capito. Inoltre, esistono molte risorse online utili per favorire l’apprendimento in tutte le aree disciplinari e per tutte le fasce di età. Questi strumenti ben si adattano alle caratteristiche dei ragazzi con DSA, fornendo input a livello sia uditivo sia visivo. È possibile trovare informazioni al riguardo sul sito dell’AID in un’apposita sezione dedicata alla didattica a distanza. Stimolare l’uso degli strumenti compensativi informatici L’uso del PC è importante per un alunno con DSA, ma è talvolta considerato dai ragazzi stessi come un simbolo della loro diversità e pertanto rifiutato. In questo momento storico, invece, il PC è condiviso da tutti. Che occasione per motivare i nostri figli ad usarlo! Usare gli indici testuali nelle attività di studio Lo studio è un’attività complessa che necessita l’acquisizione di uno specifico metodo, il cui insegnamento è competenza della scuola. Tuttavia il genitore può aiutare il ragazzo ad osservare gli indici testuali (titoli in grassetto, sottolineature, scritte colorate, figure con didascalie) per cogliere le parole chiave da utilizzare poi per la costruzione di una mappa. Quest’ultima attività può essere inizialmente svolta insieme al bambino, con carta e penna o con gli appositi software. Controllare il lavoro Stimolate vostro figlio a rivedere il proprio lavoro per correggere eventuali errori, anche mediante l’utilizzo della sintesi vocale e del correttore ortografico. Valorizzare i progressi Cercate sempre i progressi, i miglioramenti, che vostro figlio compie nel suo lavoro. Sentirsi riconosciuto ed apprezzato lo aiuterà ad accrescere l’autostima e la fiducia in sé stesso. Così facendo possiamo aiutare i ragazzi nei compiti, mantenendo però una sana relazione genitore – figlio. In essa è fondamentale un atteggiamento di ascolto e dialogo, a maggior ragione in questa situazione dove molte certezze sono venute meno. Parliamo con i nostri figli, cercando di capirne vissuti e sentimenti e trascorriamo con loro del tempo di qualità. Costretti fianco a fianco in casa, possiamo permetterci di giocare, leggere storie appassionanti o guardare programmi televisivi insieme, commentando e riflettendo sul significato di quanto vediamo e soprattutto di quanto stiamo vivendo. L’essere genitori è la certezza rimasta che ci permette di traghettare noi e le nostre famiglie al di là della crisi e delle difficoltà verso nuove speranze.
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Search-ME - Erickson 6 DSA
La DAD ha posto diverse sfide e difficoltà a docenti, famiglie e ragazzi con DSA.
L’emergenza Coronavirus ha messo la scuola, i ragazzi e le famiglie a dura prova. Ma, malgrado tutto, ha dato vita a sperimentazioni di massa che saranno senz’altro utili per il futuro quando, si spera presto, si tornerà alla normalità. I computer, le piattaforme, d’ora in poi faranno parte dell’insegnamento, come quello in presenza sui banchi di scuola. La Didattica a Distanza per moltissimi docenti, abbastanza digiuni di informatica, è stata una vera e propria sfida, ma molti l’hanno raccolta. Non è stato facile catturare l’attenzione dei ragazzi, riuscire a essere efficaci e attenti ai bisogni di ciascuno, non solo alle difficoltà degli studenti con Disturbi Specifici di Apprendimento, ma a quelle dei ragazzi che non sanno usare un computer, che magari non hanno una famiglia in grado di assisterli, o addirittura privi della connessione Internet. La Didattica a Distanza in molti casi ha acuito le differenze sociali e culturali. I ragazzi e i bambini soffrono tra l’altro una vita costretta in spazi ristretti, l’assenza di amici e compagni; i più piccoli la mancanza del rapporto empatico con le maestre e i maestri. Le famiglie fanno quello che possono, spesso perdono ore a fotografare o scannerizzare compiti, ad aiutare i figli a connettersi alle varie piattaforme, alle chat di Whatsapp con i docenti o interrogazioni su Skype. Tutto magari cercando di conciliare questo impegno extra con il lavoro da casa, anch’esso a distanza. O celando l’angoscia per il lavoro che non c’è, un parente malato o peggio. Il pomeriggio e la sera padri e madri si dedicano a creare attività insieme ai figli, diverse dallo studio, per distrarli, tenerli occupati e dare loro una parvenza di normalità. Ė questo che vi racconteranno, offrendovi molti spunti di riflessione, alcune testimonianze che abbiamo raccolto: quella di Giovanna Fola, una docente, formatrice AID e madre di una ragazza dislessica, una donna capace quindi di vedere il problema da due punti di vista diversi; e quelle di tre presidenti AID, rel="noopener noreferrer" madri di figli con DSA: Stefania Zini di Bologna, Paola Ruffini di Teramo e Silvia Manni di Taranto. L’Associazione Italiana Dislessia, inoltre, sul proprio sito www.aditalia.org ha pubblicato diversi articoli e video sulla DaD che offrono consigli e materiali utili sia agli insegnanti che ai genitori.
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