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Didattica a distanza e DSA: un binomio complesso

Alcune riflessioni e suggerimenti per attivare una didattica a distanza individualizzata

L’emergenza per il Coronavirus ha portato con sé una situazione della quale nessuno di noi aveva memoria e che ci ha colti fortemente impreparati: la chiusura delle scuole e la conseguente introduzione della didattica a distanza. Un sistema nuovo per tutti, insegnanti e alunni, i quali sono stati costretti a misurarsi in breve tempo con strumenti tecnologici prima quasi sconosciuti, ad apprendere il funzionamento di software e l’uso di risorse online, a far proprie procedure e, soprattutto, a relazionarsi attraverso lo schermo di un computer.

Come consulente per i disturbi dell’apprendimento e tutor DSA sto continuando a lavorare – anche io rigorosamente a distanza – con i miei clienti abituali, bambini e ragazzi con certificazione di disturbi dell’apprendimento: da loro ascolto ogni giorno le difficoltà e i problemi con i quali devono confrontarsi nella scuola di questo periodo. Vorrei quindi offrire qualche spunto di riflessione sull’applicazione della didattica a distanza agli studenti con disturbi dell’apprendimento, con particolare riferimento alle difficoltà che essa comporta.

L’uso delle piattaforme online

Spesso gli insegnanti pensano che gli alunni con DSA siano un po’ degli esperti informatici, dal momento che utilizzano quotidianamente il computer e i software compensativi per sopperire alle proprie difficoltà e per studiare in maniera efficace. Non è così, anzi molto sovente imparare a usare tanto il computer in sé quanto una serie di programmi per l’apprendimento rappresenta un primo scoglio non di poco conto, anche se poi sarà il loro aiuto più grande.

Il motivo è che la stragrande maggioranza dei ragazzi con disturbi dell’apprendimento fa molta fatica ad apprendere le procedure. Così come per loro è molto complesso ricordare procedure e funzioni nell’uso di un qualunque software, allo stesso modo è stato ed è ogni giorno molto faticoso apprendere, memorizzare e mettere in pratica le numerose sequenze da seguire nella didattica online.

La conseguenza è che molti di questi studenti spesso si confondono, si dimenticano, “si perdono”: consegnano i compiti via mail anziché su Classroom, non ritrovano le richieste degli insegnanti tra le tante comunicazioni pervenute nel tempo attraverso canali diversi, sbagliano a compilare i questionari di Google, non riescono a entrare nelle videolezioni su Meet.

Pensiamo ai ragazzi certificati e alle loro fragilità nell’orientarsi e nel memorizzare. Pensiamoli alle prese, contemporaneamente, con mail, registro elettronico, Classroom, Documenti Google, Meet; con insegnanti che si servono ora dell’uno ora dell’altro strumento per inviare compiti e materiale; con scadenze e appuntamenti online assai lontani da quelli molto concreti della loro quotidianità. Solo così possiamo capire quante frustrazioni e quanta fatica incontrino in questo periodo.

Le videolezioni e l’attenzione

È risaputo che i ragazzi con DSA, anche quando non vi sia una diagnosi di ADHD in comorbidità, presentano quasi sempre difficoltà a mantenere l’attenzione per un lungo periodo di tempo: la mente di questi alunni, infatti, si affatica molto più rapidamente di quella dei compagni, dal momento che l’impiego di risorse è notevolmente superiore. Il fatto che si distraggano facilmente, che talvolta vaghino altrove con la mente è quindi del tutto normale e, anzi, addirittura opportuno. A scuola è importante, con questi bambini e ragazzi, mantenere costante il contatto visivo, chiamarli per nome ogni volta che una mosca vola e loro la seguono con lo sguardo, porre loro qualche domanda ogni tanto, così da mantenerli attenti e presenti mentalmente oltre che fisicamente.

Ebbene, neppure gli insegnanti più bravi possono riuscirci in videolezione! Se uno studente si distrae durante la lezione su Meet, l’insegnante non se ne accorge; se la mosca vola e lui la segue, le parole del docente volano anch’esse, ma lontano, lontano… e sono perse! E non c’è contatto visivo, non c’è richiamo per nome, non c’è domanda che possa far tornare la loro mente presente, se non quando l’insegnante ne ponga una formale.

Il problema dell’attenzione diventa ancor più importante nel momento in cui gli alunni con DSA si trovano a casa propria. Questi ragazzi ottengono enormi vantaggi dall’ambiente scuola per il solo fatto di starci dentro: la presenza degli insegnanti, l’aiuto dei compagni, il continuo feedback offerto dal “circuito” spiegazione-domanda-chiarimento-rinforzo, la possibilità di uscire in gruppo ristretto con l’insegnante in compresenza lo aiutano a “stare sul pezzo” e sopperiscono, almeno in parte, alle sue difficoltà.

A casa tutto questo manca, inesorabilmente. Ai problemi di attenzione che il ragazzo ha di suo, quindi, si aggiungono l’impossibilità di ricevere l’aiuto offerto dal contesto scolastico e l’indubbia distraibilità causata dall’ambiente domestico. Porto esempi concreti tratti dalla mia esperienza lavorativa: so di studenti che seguono le videolezioni e contemporaneamente chattano su WhatsApp o giocano alla PlayStation, altri fanno merenda, altri sono in cucina mentre la mamma prepara il pranzo. E qui sorge un dilemma: è più opportuno che questi ragazzi stiano nella propria camera (o comunque in una parte della casa loro riservata), da soli ma a rischio distrazione, oppure in sala o in cucina, sotto l’occhio vigile dei genitori ma quasi certamente disturbati dalla presenza di questi? Dal mio punto di vista, la prima soluzione è la più opportuna, tuttavia i ragazzi vanno comunque vigilati, responsabilizzati, in modo che possano davvero concentrarsi sul lavoro scolastico, senza rumori e movimenti circostanti, ma anche senza giochi e cellulare!

I tempi ristretti

Una delle misure dispensative quasi sempre contenute nei piani didattici personalizzati degli studenti con disturbi dell’apprendimento è la concessione di tempi più lunghi per lo svolgimento dei compiti a casa e delle verifiche in classe. Questi sono imposti, innanzitutto, dalla maggiore lentezza che le difficoltà in lettura e scrittura comportano; in secondo luogo, dalla necessità di preparare strumenti compensativi quali schemi, riassunti e mappe concettuali e poi usarli in sede di verifica per recuperare il materiale studiato.
La DAD impone invece tempi ristretti: durante la videolezione, nello svolgimento dei compiti e, soprattutto, nella consegna degli stessi – Classroom è inesorabile: se non consegni, lo segnala, e la conseguenza normalmente è un «N.C.» sul registro elettronico –, nella compilazione di una verifica sui Moduli Google; nonché, come dicevo prima, nell’apprendimento di nuove istruzioni e procedure.

Invito i genitori a parlare con i docenti, a chiedere via mail tempi lunghi. Un altro esempio a questo proposito: la scorsa settimana una ragazzina che seguo avrebbe dovuto consegnare un elevato numero di esercizi di grammatica italiana; non ce la faceva, ha avuto bisogno del mio aiuto; e anche con il mio aiuto è stato necessario suddividere il compito in due parti. Così, ho proposto ai genitori di scrivere alla docente di italiano, spiegando che la prima parte del compito sarebbe stata consegnata nei tempi richiesti, la seconda qualche giorno più avanti. Così è stato, l’insegnante ha accolto la richiesta e la ragazzina ha terminato il compito con maggiore tranquillità.

Gli strumenti compensativi

Tutti gli strumenti compensativi, così come le misure dispensative, previsti dal PDP devono essere assolutamente garantiti anche in questo periodo. Dunque, in occasione di verifiche e interrogazioni online i ragazzi devono avere a disposizione gli schemi e le mappe che hanno preparato durante lo studio – e che devono aver inviato agli insegnanti con congruo anticipo, questo è un memo per gli studenti! –, la calcolatrice e quant’altro.

In particolare, gli insegnanti dovrebbero prestare molta attenzione al materiale che inviano, ricordando che i ragazzi con DSA devono poterlo usare con gli strumenti abituali. Ieri, ad esempio, lavoravo con un ragazzino che doveva svolgere un compito di inglese: la docente aveva inviato su Classroom una scheda in PDF su cui erano contenuti esercizi di completamento, ma il documento era protetto da password e perciò non modificabile. Il ragazzo, quindi, ha dovuto scrivere ex novo tutte le frasi in inglese su un documento di testo che ha poi inviato. Se la scheda in PDF non fosse stata protetta, invece, grazie al software PDF-XChange Editor l’alunno avrebbe potuto completare gli esercizi direttamente su di essa, con evidente risparmio di tempo e di fatica, dal momento che è disortografico.

Sempre ieri, sul computer di un’altra ragazzina non abbiamo potuto installare AnyDesk, grazie al quale io posso vedere lo schermo a distanza, perché il computer in questione è un Chromebook fornito dalla scuola, sul quale a livello amministrativo non è stata concessa la possibilità di installare alcun software, di fatto impedendo a me di lavorare con questa alunna in maniera proficua.

Oppure ancora, se l’insegnante invia un testo per una comprensione orale dovrebbe inviarlo in formato PDF, così che un ragazzo dislessico possa leggerlo tramite un software di sintesi vocale come LeggiXme; se, al contrario, invia una foto del testo sul libro, questa opportunità viene negata.

Le verifiche e la valutazione

Nella maggior parte dei casi gli studenti con DSA hanno diritto ad una diversa valutazione rispetto al resto della classe, che tenga conto delle difficoltà conseguenti ai disturbi certificati e non penalizzi ragazzi che non riuscirebbero a raggiungere i medesimi obiettivi dei compagni. Ciò si concretizza con la predisposizione da parte dei docenti di verifiche differenziate: non necessariamente semplificate, ma strutturate in maniera adeguata ai disturbi di ciascuno.

Con la didattica a distanza la maggior parte delle verifiche viene svolta sui questionari di Google ed è generalmente uguale per tutta la classe. È un sistema chiuso: se rispondi correttamente ti viene assegnato un punto, se sbagli o non rispondi zero punti. È quindi auspicabile che gli insegnanti, come hanno sempre fatto in tempi normali, predispongano questionari differenziati per gli alunni certificati, cosa peraltro resa più semplice dalla possibilità offerta da Google di duplicare un questionario esistente e poi modificarlo.

In conclusione, ritengo importante sottolineare la necessità di una didattica a distanza individualizzata, proprio come deve essere quella tradizionale quando viene applicata a bambini e ragazzi con disturbi dell’apprendimento.

In caso contrario, una situazione che già comporta un faticoso adattamento per tutti gli studenti rischia di trasformarsi in uno scoglio insormontabile per chi ha molte più difficoltà, con conseguente sconforto e abbassamento dell’autostima. O, ancor peggio, con la perdita di voglia di studiare perché «tanto saremo tutti promossi», senza pensare che poi, il prossimo anno, sarà tutto in salita.

Andrea Mangone, PhD, è Dottore di ricerca in psicologia dello sviluppo e dell’educazione, consulente per le difficoltà nello studio e i disturbi dell’apprendimento, tutor DSA e collaboratore della Sezione di Aosta dell’AID (Associazione Italiana Dislessia)

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