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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 DSA
Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, il punto sui disturbi specifici di apprendimento.
I disturbi specifici di apprendimento riguardano in Italia oltre 2 milioni di persone tra bambini, ragazzi e adulti. Secondo le recenti ricerche, dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia riguardano circa il 3-4% degli alunni italiani. Questo significa che in una classe di 25 studenti è altamente probabile trovare un bambino o un ragazzo che manifesti una considerevole difficoltà negli ambiti della lettura, del calcolo e della scrittura. Proviamo a rispondere alla domande più frequenti: Quali e cosa sono i DSA? Qual è la diffusione dei DSA in Italia? Quali sono i possibili segnali premonitori di un DSA? È importante l’individuazione precoce dei DSA? Qual è l’età minima per la diagnosi? Quali figure professionali sono specializzate per valutare un DSA? Chi segnala eventuali difficoltà del bambino? Cosa può fare un insegnante? Al bambino con DSA serve l’insegnante di sostegno? Che cosa sono gli strumenti compensativi e le misure dispensative? Che strumenti può utilizzare un insegnante per l’individuazione precoce degli alunni con possibile DSA? Cosa può fare un genitore per capire se suo figlio ha un DSA?     Quali e cosa sono i DSA? I Disturbi evolutivi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono un gruppo di disturbi di origine neurobiologica delle abilità di base che interferiscono con il normale apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo. I DSA si distinguono: Dislessia: disturbo della lettura che si esprime a livello base della decodifica del testo (apprendimento della “tecnica” di lettura: trasformazione dei segni grafici nei suoni che compongono le parole) Disortografia: disturbo della scrittura che si esprime a livello della compitazione del testo (codifica fono-grafica e ortografia) Discalculia: disturbo delle abilità relative al mondo dei numeri e del calcolo  Disgrafia: disturbo della scrittura che si esprime a livello della grafia (aspetti grafo-motori)   Qual è la diffusione dei DSA in Italia? Secondo i dati della ricerca epidemiologica più recente e aggiornata in Italia, la prevalenza stimata dei DSA, rilevata su una popolazione scolastica del quarto anno della scuola primaria, oscilla tra il 3,1% e il 3,2%.  Ciò significa che al termine del primo anno della scuola primaria è possibile aspettarsi che almeno un bambino in ogni classe manifesterà difficoltà significative nell'apprendimento della letto-scrittura. Purtroppo solo l’1% di questi alunni con DSA è riconosciuto con una certificazione diagnostica, mentre il restante 2%, pur manifestando delle difficoltà non è stato identificato come DSA   Quali sono i possibili segnali premonitori di un DSA? Durante la scuola dell’infanzia, alcuni comportamenti e difficoltà in determinate aree possono essere considerati predittori di DSA, per esempio alcune difficoltà nell’orientamento spazio-temporale o nella coordinazione motoria. Mentre nei primi anni della scuola primaria, bambini che hanno difficoltà nell’organizzazione del lavoro o esauriscono rapidamente la loro capacità di concentrazione, possono manifestare un eventuale DSA, soprattutto se nel primo anno di scuola non compiono i progressi attesi.   È importante l’individuazione precoce dei DSA? Sì, perché l’osservazione precoce dello sviluppo delle abilità di apprendimento è fondamentale per contenere le manifestazioni disfunzionali del disturbo. Molte scuole dell’infanzia si sono già attivate in questo senso: a partire dall’ultimo anno si stanno diffondendo metodiche di osservazione scolastica che possono aiutare gli insegnanti nella progettazione didattica a supporto delle difficoltà.  In particolare a partire dall'ingresso alla Scuola Primaria è possibile osservare eventuali ritardi nel percorso di alfabetizzazione che potrebbero essere un indice di disturbo.   Qual è l’età minima per la diagnosi? Non prima della fine della classe seconda della scuola primaria.   Quali figure professionali sono specializzate per valutare un DSA? La valutazione e l’eventuale diagnosi di DSA può essere svolta da Psicologi e Neuropsicologi dello sviluppo esperti in Psicopatologia dell’apprendimento e Neuropsichiatri Infantili. In alcune regioni è possibile presentare alla scuola anche le diagnosi elaborate da privati, mentre in altre sono accettate solo quelle del Servizio Sanitario Nazionale (o enti convenzionati). Per meglio comprendere la specifica situazione di ogni regione far riferimento alla sezione Normativa locale sui DSA   Chi segnala eventuali difficoltà del bambino? Generalmente è l’insegnante che segnala eventuali difficoltà del bambino alla famiglia. In particolare se l’insegnante rileva difficoltà nel rendimento scolastico del bambino, con ritardo nell'apprendimento della letto-scrittura o carenze negli apprendimenti di fatti matematici, può inviare la famiglia a fare una visita specialistica in modo che le figure professionali pertinenti sottopongano il bambino a una serie di test finalizzati.   Cosa può fare un insegnante quando in classe prima della scuola primaria alcuni bambini manifestano un possibile rischio di DSA? Cercare di cambiare l’ottica con cui osservare le difficoltà. Nell’età evolutiva le differenze individuali nello sviluppo dei bambini sono molto ampie, e spesso in classe prima sono moltissimi bambini che hanno difficoltà di letto-scrittura, generalmente molti più di quelli che avranno un DSA.  È quindi fondamentale, nella pratica quotidiana, aiutare tutti i bambini in un’ottica di prevenzione e non di “cura”, agevolando: i bambini che non avrebbero bisogno di un intervento specifico, ma che potrebbero comunque consolidare e meglio padroneggiare l’abilità i bambini che ne avrebbero invece bisogno perché hanno uno sviluppo tardivo delle abilità e che quindi arrivano sempre un po’ dopo gli altri e sono alla continua rincorsa dei compagni e soprattutto della didattica! i bambini che svilupperanno un DSA ma ancora non lo sappiamo con certezza tutti gli altri bambini che portano con sé un disturbo dell’apprendimento non specifico ma secondario ad altre patologie. Una didattica attenta ad alcuni aspetti fondamentali, in classe prima (e alla scuola dell’infanzia), permette a un bambino con DSA di sopravvivere al suo primo anno di scuola e di apprendere come gli altri. Dobbiamo quindi puntare molto su ciò che aiuta a ridurre le manifestazioni del disturbo, dato che non possiamo intervenire sulla causa perché costituzionale.   Al bambino con DSA serve l’insegnante di sostegno? No. Il bambino con DSA per definizione è un bambino intelligente, che però presenta specifiche cadute nelle abilità di lettura e/o scrittura e/o calcolo. Necessita quindi di particolari attenzioni didattiche, ma non dell’insegnante di sostegno. Il supporto di cui ha bisogno può essere attivato dall'insegnante di classe, dalla famiglia e indirettamente dai compagni attraverso metodiche che l’insegnante può adottare nella di gestione della classe, come l’apprendimento collaborativo.   Che cosa sono gli strumenti compensativi e le misure dispensative? Gli strumenti compensativi per i DSA sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell'abilità deficitaria, tipica del disturbo. Si distinguono in  “specifici”: strumenti che supportano in modo diretto l’abilità deficitaria (lettura/ortografia/grafia/numero/calcolo), come, per esempio, la sintesi vocale, la calcolatrice, la videoscrittura con correttore ortografico, ecc.  “non specifici” o “funzionali”: strumenti che supportano aspetti deficitari di abilità “trasversali” quali memoria, attenzione, ecc. Tali strumenti sono, per esempio, la tavola pitagorica, le tabelle dei verbi, delle formule matematiche, della sequenza dei giorni/mesi… Le misure dispensative sono particolari interventi didattici che permettono agli alunni con DSA di non svolgere alcuni compiti o di esserne parzialmente esentati (lettura ad alta voce in classe, studio mnemonico delle tabelline, valutazione degli errori ortografici, ecc.).   Che strumenti può utilizzare un insegnante per l’individuazione precoce degli alunni con possibile DSA? Nei primi due anni della scuola primaria nelle scuole sono in uso delle buone pratiche di individuazione precoce delle difficoltà di apprendimento che si basano sull’utilizzo di prove scolastiche per l’osservazione e il monitoraggio dello sviluppo delle competenze di base relative alla lettura, alla scrittura e al calcolo. Questi strumenti possono essere somministrati in forma collettiva, cioè a tutta la classe e/o in forma individuale. Un modello di intervento e valutazione uniforme, rapido e standardizzato è quello offerto dalla piattaforma multimediale Giada, che consente di individuare precocemente eventuali difficoltà di apprendimento legate agli ambiti della letto-scrittura e del numero-calcolo. Di norma con la supervisione di un esperto (consulente scolastico) l’insegnante può farsi un’idea più precisa se il ritardo negli apprendimenti di un alunno può essere un possibile indice di disturbo specifico. Nei primi due anni di scolarizzazione sono frequenti casi di “falsi positivi”, cioè bambini che presentano un semplice ritardo negli apprendimenti senza sviluppare poi un DSA. Prima della segnalazione ai genitori occorre quindi prendere in considerazione anche altri elementi, tra cui i principali sono la familiarità per il disturbo e un pregresso disturbo del linguaggio   Cosa può fare un genitore per capire se suo figlio ha un DSA? Innanzitutto confrontarsi con gli insegnanti per valutare se le problematiche che si evidenziano a casa sono riscontrate anche a scuola. Se è così, in collaborazione con gli insegnanti, raccogliere i principali elementi significativi del possibile disturbo che si evidenziano nello svolgimento delle attività scolastiche (es. lettura lenta e/o scorretta, errori di ortografia, scrittura poco comprensibile e/o molto lenta, difficoltà nell’apprendimento delle tabelline e dei calcoli semplici, ecc.). A questo punto è importante rivolgersi al Servizio Sanitario del territorio o a uno specialista di disturbi dell’apprendimento che lavora privatamente. .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Search-ME - Erickson 2 DSA
La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento che comporta un’elaborazione dell’input linguistico scritto differente da quella rilevabile nella maggioranza delle persone. Tuttavia i problemi maggiori che le persone dislessiche si trovano ad affrontare non dipendono tanto dalla loro neurodiversità, quanto dallo stigma sociale che ruota attorno alle differenze di identità e comportamento individuali. Nello specifico, la poca empatia che talvolta la società mostra nei confronti della dislessia (e che si riflette nella penuria di politiche di intervento adeguate) può essere attribuita alla mancata conoscenza di questa diversità e a una serie di valori culturali che il mondo contemporaneo attribuisce alle abilità di lettura e scrittura. Tracciare i confini della dislessia Uno dei problemi principali emersi durante la prima edizione della Virtual International Dyslexia Conference degli scorsi 29 e 30 luglio (Dyslexia Institute UK) riguarda il concetto stesso di ‘dislessia’. Ancora oggi molte persone associano questo disturbo dell’apprendimento unicamente alle difficoltà di lettura, quando in realtà esso condiziona innumerevoli altre capacità, quali la scrittura, l’organizzazione di un testo scritto od orale, la gestione del tempo, la memoria a breve termine e il recupero lessicale. Un altro errore comune è la sovrapposizione dei concetti di ‘dislessia’ e di ‘visual stress’. Quest’ultimo consiste in una serie di distorsioni percettive, tra cui la sensazione che le parole si muovano sul foglio come onde o che alcune lettere non si trovino sullo stesso piano delle altre, ma riguarda in effetti solo una parte della popolazione dislessica (circa il 50% dei soggetti, secondo le stime più alte). La ‘naturalità’ delle abilità di letto-scrittura Ancora nel secolo scorso, in alcuni ambiti professionali, era abitudine verificare che la calligrafia di un candidato rispondesse a determinati canoni prima di decidersi a favore della sua assunzione. Questo fatto ci spinge a riflettere su quanto le abilità di letto-scrittura siano rivestite, quantomeno in Occidente, di significati simbolici che vanno ben al di là della loro funzione e che coinvolgono i concetti di ‘cittadinanza’, ‘identità’, ‘professionalità’, ‘educazione’ e ‘classe sociale’. Nonostante l’essere umano abbia iniziato a rappresentare graficamente i suoni della lingua diverse migliaia di anni fa, è solo negli ultimi cento che la scrittura è divenuta un requisito fondamentale per tutti i cittadini. Inoltre la codifica e decodifica del testo scritto non sono facoltà processate da un’unica area cerebrale, e questo sarebbe uno dei motivi per cui la dislessia può manifestarsi con modalità tra loro molto diverse. Queste considerazioni fanno sorgere numerosi dubbi circa il fatto che quelle di letto-scrittura siano abilità ‘naturali’ nell’essere umano, e in un certo senso pongono sotto una nuova luce anche una differenza cognitiva come la dislessia. A questo proposito è interessante l’opinione di alcuni studiosi secondo cui il fatto che la percentuale di persone dislessiche rimanga costante nel tempo dimostrerebbe che la neurodiversità è per gli esseri umani un benefit evolutivo di cui ancora non sappiamo valutare la portata. La ricerca di un modello descrittivo Una tematica che emerge sempre più spesso tra coloro che operano nell’ambito della dislessia è quello del confronto tra il modello medico e il modello sociale. Si tratta di due descrizioni del disturbo dislessico tra loro complementari e che forniscono elementi utili alla comprensione di questa differenza cognitiva. Tuttavia, secondo alcuni esperti, entrambe le prospettive presenterebbero dei punti deboli che andrebbero emendati. Il modello medico ha ad esempio il pregio di fornire diagnosi precise, ma rischia spesso di restituire un’immagine immobile del soggetto, il quale fin dai primi anni di scuola viene dispensato da alcune attività e non viene motivato a trovare delle strategie compensative per il superamento degli ostacoli. Il modello sociale ha invece il pregio di motivare il soggetto ad evolvere e a trovare soluzioni alternative per il proprio successo scolastico e lavorativo, ma secondo alcuni il concetto di ‘accessibilità’, inizialmente creato per favorire la mobilità delle persone con disabilità fisica, sarebbe poco adatto alla descrizione dei disturbi dell’apprendimento. Dislessia ed esclusione sociale Purtroppo la dislessia è ancora oggi correlata ad alcune problematiche sociali di grande rilevanza, quali la disoccupazione, la detenzione carceraria, la mancanza di fissa dimora. Nei Paesi anglosassoni si è infatti notato che la presenza di difficoltà nella letto-scrittura può condurre, nel caso in cui non sia sorretta da adeguate misure di sostegno fin dagli anni della scuola dell’obbligo, alla graduale esclusione dei soggetti dislessici dalla vita sociale e professionale. Le ricerche dimostrano però che vi sono alcuni campi (ad esempio quello dell’arte, della ricerca scientifica e dell’imprenditoria) in cui le persone dislessiche eccellono e rappresentano una percentuale molto alta della popolazione attiva. Questo è riconducibile al fatto che esse sono portatrici di una neurodiversità fondamentale per lo sviluppo sociale, se non addirittura per il cammino evolutivo dell’essere umano (vedi sopra). Tale diversità si può riassumere nella capacità di adattamento alle mutazioni dell’ambiente circostante, di esplorazione e scoperta di nuove frontiere, di assunzione di responsabilità dei rischi e di visione sul lungo periodo. La prospettiva olistico-globale, la capacità di adattamento e l’inventiva che i dislessici spesso dimostrano di possedere rischia però di essere frustrata da un sistema scolastico che privilegia l’efficienza e la capacità di introiettare e riprodurre informazioni e conoscenze già note. Per prevenire questo tipo di frustrazione e lo stress che ne deriva è fondamentale agire sia a livello di sostegno (support) che a livello di riconoscimento del disturbo (assessment). In entrambi i casi le tecnologie assistive possono essere di grande aiuto. Per quanto riguarda il sostegno, esistono ormai software e applicazioni di qualunque tipo; da questo punto di vista la sfida maggiore consiste nella creazione di supporti anche per le lingue minoritarie e per quelle non europee. Per quanto riguarda invece l’assessment del disturbo, sono ora disponibili alcune applicazioni molto semplici all’uso (come l’australiana Dyslexia Screening - Dyscreen) che permettono di stabilire con notevole accuratezza se un bambino (dagli 8 anni in su) presenta un problema di dislessia oppure no.
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Search-ME - Erickson 3 DSA
Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, il punto sui disturbi specifici di apprendimento.
I disturbi specifici di apprendimento riguardano in Italia oltre 2 milioni di persone tra bambini, ragazzi e adulti. Secondo le recenti ricerche, dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia riguardano circa il 3-4% degli alunni italiani. Questo significa che in una classe di 25 studenti è altamente probabile trovare un bambino o un ragazzo che manifesti una considerevole difficoltà negli ambiti della lettura, del calcolo e della scrittura. Proviamo a rispondere alla domande più frequenti. Quali e cosa sono i DSA? I Disturbi evolutivi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono un gruppo di disturbi di origine neurobiologica delle abilità di base che interferiscono con il normale apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo. I DSA si distinguono: Dislessia: disturbo della lettura che si esprime a livello base della decodifica del testo (apprendimento della “tecnica” di lettura: trasformazione dei segni grafici nei suoni che compongono le parole) Disortografia: disturbo della scrittura che si esprime a livello della compitazione del testo (codifica fono-grafica e ortografia) Discalculia: disturbo delle abilità relative al mondo dei numeri e del calcolo  Disgrafia: disturbo della scrittura che si esprime a livello della grafia (aspetti grafo-motori)   Qual è la diffusione dei DSA in Italia? Secondo i dati della ricerca epidemiologica più recente e aggiornata in Italia, la prevalenza stimata dei DSA, rilevata su una popolazione scolastica del quarto anno della scuola primaria, oscilla tra il 3,1% e il 3,2%.  Ciò significa che al termine del primo anno della scuola primaria è possibile aspettarsi che almeno un bambino in ogni classe manifesterà difficoltà significative nell'apprendimento della letto-scrittura. Purtroppo solo l’1% di questi alunni con DSA è riconosciuto con una certificazione diagnostica, mentre il restante 2%, pur manifestando delle difficoltà non è stato identificato come DSA Quali sono i possibili segnali premonitori di un DSA? Durante la scuola dell’infanzia, alcuni comportamenti e difficoltà in determinate aree possono essere considerati predittori di DSA, per esempio alcune difficoltà nell’orientamento spazio-temporale o nella coordinazione motoria. Mentre nei primi anni della scuola primaria, bambini che hanno difficoltà nell’organizzazione del lavoro o esauriscono rapidamente la loro capacità di concentrazione, possono manifestare un eventuale DSA, soprattutto se nel primo anno di scuola non compiono i progressi attesi. È importante l’individuazione precoce dei DSA? Sì, perché l’osservazione precoce dello sviluppo delle abilità di apprendimento è fondamentale per contenere le manifestazioni disfunzionali del disturbo. Molte scuole dell’infanzia si sono già attivate in questo senso: a partire dall’ultimo anno si stanno diffondendo metodiche di osservazione scolastica che possono aiutare gli insegnanti nella progettazione didattica a supporto delle difficoltà.  In particolare a partire dall'ingresso alla Scuola Primaria è possibile osservare eventuali ritardi nel percorso di alfabetizzazione che potrebbero essere un indice di disturbo. Qual è l’età minima per la diagnosi? Non prima della fine della classe seconda della scuola primaria. Quali figure professionali sono specializzate per valutare un DSA? La valutazione e l’eventuale diagnosi di DSA può essere svolta da Psicologi e Neuropsicologi dello sviluppo esperti in Psicopatologia dell’apprendimento e Neuropsichiatri Infantili. In alcune regioni è possibile presentare alla scuola anche le diagnosi elaborate da privati, mentre in altre sono accettate solo quelle del Servizio Sanitario Nazionale (o enti convenzionati). Per meglio comprendere la specifica situazione di ogni regione far riferimento alla sezione Normativa locale sui DSA Chi segnala eventuali difficoltà del bambino? Generalmente è l’insegnante che segnala eventuali difficoltà del bambino alla famiglia. In particolare se l’insegnante rileva difficoltà nel rendimento scolastico del bambino, con ritardo nell'apprendimento della letto-scrittura o carenze negli apprendimenti di fatti matematici, può inviare la famiglia a fare una visita specialistica in modo che le figure professionali pertinenti sottopongano il bambino a una serie di test finalizzati. Cosa può fare un insegnante quando in classe prima della scuola primaria alcuni bambini manifestano un possibile rischio di DSA? Cercare di cambiare l’ottica con cui osservare le difficoltà. Nell’età evolutiva le differenze individuali nello sviluppo dei bambini sono molto ampie, e spesso in classe prima sono moltissimi bambini che hanno difficoltà di letto-scrittura, generalmente molti più di quelli che avranno un DSA.  È quindi fondamentale, nella pratica quotidiana, aiutare tutti i bambini in un’ottica di prevenzione e non di “cura”, agevolando: i bambini che non avrebbero bisogno di un intervento specifico, ma che potrebbero comunque consolidare e meglio padroneggiare l’abilità i bambini che ne avrebbero invece bisogno perché hanno uno sviluppo tardivo delle abilità e che quindi arrivano sempre un po’ dopo gli altri e sono alla continua rincorsa dei compagni e soprattutto della didattica! i bambini che svilupperanno un DSA ma ancora non lo sappiamo con certezza tutti gli altri bambini che portano con sé un disturbo dell’apprendimento non specifico ma secondario ad altre patologie. Una didattica attenta ad alcuni aspetti fondamentali, in classe prima (e alla scuola dell’infanzia), permette a un bambino con DSA di sopravvivere al suo primo anno di scuola e di apprendere come gli altri. Dobbiamo quindi puntare molto su ciò che aiuta a ridurre le manifestazioni del disturbo, dato che non possiamo intervenire sulla causa perché costituzionale. Al bambino con DSA serve l’insegnante di sostegno? No. Il bambino con DSA per definizione è un bambino intelligente, che però presenta specifiche cadute nelle abilità di lettura e/o scrittura e/o calcolo. Necessita quindi di particolari attenzioni didattiche, ma non dell’insegnante di sostegno. Il supporto di cui ha bisogno può essere attivato dall'insegnante di classe, dalla famiglia e indirettamente dai compagni attraverso metodiche che l’insegnante può adottare nella di gestione della classe, come l’apprendimento collaborativo. Che cosa sono gli strumenti compensativi e le misure dispensative? Gli strumenti compensativi per i DSA sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell'abilità deficitaria, tipica del disturbo. Si distinguono in  “specifici”: strumenti che supportano in modo diretto l’abilità deficitaria (lettura/ortografia/grafia/numero/calcolo), come, per esempio, la sintesi vocale, la calcolatrice, la videoscrittura con correttore ortografico, ecc.  “non specifici” o “funzionali”: strumenti che supportano aspetti deficitari di abilità “trasversali” quali memoria, attenzione, ecc. Tali strumenti sono, per esempio, la tavola pitagorica, le tabelle dei verbi, delle formule matematiche, della sequenza dei giorni/mesi… Le misure dispensative sono particolari interventi didattici che permettono agli alunni con DSA di non svolgere alcuni compiti o di esserne parzialmente esentati (lettura ad alta voce in classe, studio mnemonico delle tabelline, valutazione degli errori ortografici, ecc.). Che strumenti può utilizzare un insegnante per l’individuazione precoce degli alunni con possibile DSA? Nei primi due anni della scuola primaria nelle scuole sono in uso delle buone pratiche di individuazione precoce delle difficoltà di apprendimento che si basano sull’utilizzo di prove scolastiche per l’osservazione e il monitoraggio dello sviluppo delle competenze di base relative alla lettura, alla scrittura e al calcolo. Questi strumenti possono essere somministrati in forma collettiva, cioè a tutta la classe e/o in forma individuale. Un modello di intervento e valutazione uniforme, rapido e standardizzato è quello offerto dalla piattaforma multimediale Giada, che consente di individuare precocemente eventuali difficoltà di apprendimento legate agli ambiti della letto-scrittura e del numero-calcolo. Di norma con la supervisione di un esperto (consulente scolastico) l’insegnante può farsi un’idea più precisa se il ritardo negli apprendimenti di un alunno può essere un possibile indice di disturbo specifico. Nei primi due anni di scolarizzazione sono frequenti casi di “falsi positivi”, cioè bambini che presentano un semplice ritardo negli apprendimenti senza sviluppare poi un DSA. Prima della segnalazione ai genitori occorre quindi prendere in considerazione anche altri elementi, tra cui i principali sono la familiarità per il disturbo e un pregresso disturbo del linguaggio Cosa può fare un genitore per capire se suo figlio ha un DSA? Innanzitutto confrontarsi con gli insegnanti per valutare se le problematiche che si evidenziano a casa sono riscontrate anche a scuola. Se è così, in collaborazione con gli insegnanti, raccogliere i principali elementi significativi del possibile disturbo che si evidenziano nello svolgimento delle attività scolastiche (es. lettura lenta e/o scorretta, errori di ortografia, scrittura poco comprensibile e/o molto lenta, difficoltà nell’apprendimento delle tabelline e dei calcoli semplici, ecc.). A questo punto è importante rivolgersi al Servizio Sanitario del territorio o a uno specialista di disturbi dell’apprendimento che lavora privatamente.
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Search-ME - Erickson 4 DSA
Lo sai che… ci sono molto strategie per valorizzare le tue potenzialità e i tuoi punti di forza
1) Sei intelligente Se hai un certificato di DSA puoi essere certo di una cosa: sei intelligente. Infatti una diagnosi di DSA non può essere fatta a meno che non ci sia un quoziente intellettivo nella norma o superiore alla norma. Quindi, se mai ti è venuto in mente qualche pensiero brutto, come ad esempio di essere stupido, sappi che non è così. I DSA sono una tua caratteristica, per tanto non sono né giusti né sbagliati, fanno parte di ciò che tu sei e imparare a conoscerli può aiutarti a conoscerti meglio. Puoi avere delle difficoltà, devi trovare altre strade rispetto a quelle canoniche, ma queste strade esistono e faranno parte del tuo percorso. 2) Non hai nulla che non va Può capitare che tu ti senta diverso dai compagni e che tu abbia paura di dirgli che hai delle difficoltà a leggere o scrivere o che tu ti possa vergognare a utilizzare gli strumenti compensativi in classe. Queste sensazioni non sono positive e possono complicare il tuo appuntamento quotidiano con la scuola. I disturbi specifici dell’apprendimento sono una tua caratteristica, non c’è niente in te che non vada, devi solo imparare a conoscerli ed è importante che anche i tuoi compagni riescano a capirti. Chiedi aiuto ai tuoi genitori, ai maestri e ai professori. 3) Scopri le tue difficoltà Si chiama Disturbo Specifico dell’Apprendimento proprio perché riguarda delle specifiche abilità e non tutte. Scopri quali sono le tue difficoltà. Ad esempio, se fai fatica a leggere e a comprendere o ricordarti quello che hai letto, se fai fatica a memorizzare o ripetere ciò che hai studiato nonostante tu ti sia impegnato molto, se fai fatica a comprendere le consegne degli esercizi o delle verifiche… è infatti importantissimo conoscere e riconoscere le proprie difficoltà per capire meglio quali strategie utilizzare per compensarle. La diagnosi darà infatti una mano alle maestre e ai professori, ma poi solo tu potrai capire esattamente cosa ti può essere utile. 4) Scopri le tue qualità Non ti concentrare troppo o solo sulle difficoltà e scopri invece anche i tuoi punti di forza. Per esempio, hai una memoria più visiva, ti trovi bene utilizzando i colori, hai molta fantasia e sai inventare dei bei racconti, c’è qualcosa che ti piace molto e ti appassiona per cui riesci a compensare autonomamente le difficoltà che normalmente hai nel fare altre cose che sembrano piacerti di meno? Questi sono solo degli esempi, ma prova a concentrarti e pensare a tutte le cose che ti riescono bene o in cui ti senti sicuro. Una volta trovate possono essere i punti sui quali costruire un metodo tutto tuo che ti aiuti nelle cose in cui al momento fai più fatica. 5) Scopri gli strumenti compensativi Lo sai che esistono tantissimi programmi per lo studio? Ad esempio, c’è una voce che si chiama sintesi vocale con la quale puoi leggere con le orecchie i libri. Ci sono i libri di scuola in formato PDF aperto nella biblioteca digitale LibroAID in modo che tu possa leggere con le orecchie anche quelli. Ci sono dei programmi con i quali puoi costruire delle mappe concettuali che potranno aiutarti sia nella fase di studio che quando dovrai affrontare le interrogazioni o i compiti in classe. Ci sono delle app apposta per poter prendere appunti, fare foto alla lavagna e registrare le lezioni. Ci sono anche tantissimi audiolibri, anche gratuiti, per permetterti di leggere tanti libri di narrativa. Sono tutte risorse che possono aiutarti a fare meno fatica e a impiegare meno tempo nel tuo impegno quotidiano, in modo che ti resti dello spazio per fare ciò che più ti piace. Prova a visitare il sito dell’AID e di Erickson e a cercare l’elenco dei software compensativi, sperimentali e prova a capire quale farebbe a caso tuo. 6) Sperimenta diverse strategie  Non esiste una ricetta uguale per tutti, perché ciascuno ha il proprio stile di apprendimento. Non ti scoraggiare quindi se senti che la strategia trovata da qualche tuo amico non va bene per te, perché tu devi trovare quella adatta a te. All’inizio può sembrare faticoso ma se troverai quella giusta vedrai che poi tutto inizierà a diventare meno difficile e più divertente. Puoi anche pensare di farti aiutare da qualcuno, esistono infatti dei doposcuola fatti apposta per questo, dove ci sono dei tutor specializzati nell’uso degli strumenti compensativi e possono aiutarti a capire quali fanno a caso tuo e possono aiutarti a costruire il tuo metodo di studio. Prova a chiamare l’Associazione italiana Dislessia per scoprire quali risorse ci sono nella tua città. 7) Usa ciò che ti piace per apprendere meglio A volte studiare può sembrare un appuntamento noioso, ma non deve per forza essere così. Ci sono un sacco di risorse per studiare in modo più divertente, ad esempio dei canali video come bignomi o repetita didattica, o altre risorse come le canzoni matematiche su youtube o le canzoni rap, come il rap delle ossidoriduzioni. Per studiare l’inglese ad esempio sono ottime le canzoni che più ti piacciono, trovi dei video in cui compare anche il testo ed è un ottimo allenamento per prendere familiarità con la lingua, per non parlare delle serie televisive, magari quelle che hai già visto in italiano puoi rivederle in lingua originale con i sottotitoli. 8) Impara ad organizzare il tuo tempo Abbiamo già detto che utilizzare gli strumenti e trovare un buon metodo di studio può aiutarti ad avere più tempo libero per poter fare ciò che ti va. È importante però che impari a organizzarti bene, a capire quanto tempo richiede il tuo appuntamento quotidiano con i compiti e lo studio. Importante è anche capire per quanto tempo riesci a mantenere la concentrazione, in modo che puoi programmare lo studio anche in base a questo, prevendendo eventualmente delle piccole pause ristoratrici che ti aiutino a ricaricarti prima di ricominciare a studiare. Oltre all’organizzazione del tempo ricordati anche di trovare delle strategie per organizzare il materiale che devi portare a scuola. potresti creare ad esempio un calendario con un codice colori o dei disegni per ogni materia per poter controllare di avere sempre ciò che ti serve sia a scuola che nel momento dei compiti. 9) Aiuta gli insegnanti e i genitori a comprenderti A volte per gli adulti non è facile capire cosa stai provando, quali sono le tue difficoltà e di cosa avresti bisogno. Cerca di aiutarli a capire e a capirti, in modo che ti possano aiutare, soprattutto di fronte alle tue difficoltà. Se per esempio ti stai impegnando tanto ma non arrivano i risultati che tu speri non ti scoraggiare e cerca di parlarne con chi sta vicino per capire meglio cosa ti può essere utile. Ricorda che i percorsi a volte sono lenti, ci vuole tempo per riuscire a trovare un equilibrio, ma confrontandoti con gli altri tutto può diventare più semplice. 10) Se qualcosa non sta andando bene parlane Se ti senti un po’ triste o arrabbiato quando vai a scuola, se non vai d’accordo con i tuoi compagni, se non puoi usare gli strumenti che a te servono parlane con i tuoi genitori o con chi ti sta vicino in modo che possano aiutarti e che tutto si sistemi. È infatti importante che tu ti senta bene, sicuro e a tuo agio.  A volte si fa fatica a dire ciò che si pensa, ci si vergogna o si pensa che nessuno possa capirci: non è così, non ti preoccupare e dai la possibilità a chi ti sta vicino di aiutarti a stare bene se qualcosa non va.
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Search-ME - Erickson 5 DSA
Otto suggerimenti per i genitori di ragazzi con DSA da parte di Giovanna Fola, docente di scuola primaria e formatrice AID, Associazione Italiana Dislessia
Con l’emergenza sanitaria ci siamo trovati improvvisamente ad affrontare un cambiamento epocale, che sicuramente lascerà profonde tracce nelle vite personali e nella memoria collettiva. Anche il mondo dell’istruzione non poteva rimanere indenne al nuovo corso degli eventi e ha dovuto trasformarsi radicalmente: la scuola è entrata nelle pareti domestiche come mai era successo; anzi, la casa è divenuta scuola. Attraverso la didattica a distanza si è potuto continuare a “fare scuola” nonostante il distanziamento sociale. Ma cosa significa per un ragazzo con DSA fare scuola a casa? Quali implicazioni ne derivano per la vita familiare? Cosa può o deve fare un genitore di un alunno dislessico alle prese con la didattica a distanza? Questo nuovo modo di far scuola ha in sé molte potenzialità, ma nello stesso tempo nasconde elementi di criticità che possono diventare ulteriori ostacoli nel percorso degli alunni con DSA. Di conseguenza si rende necessaria nella progettazione e nella realizzazione delle attività a distanza un’attenzione particolare alle peculiarità di questi studenti. È quanto ribadito anche dalla nota 388 del 17 marzo 2020 del Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione, che richiama al rispetto del PDP e all’utilizzo degli strumenti compensativi e dispensativi. Il PDP nella didattica a distanza Eppure, nonostante le indicazioni ministeriali, vi sono famiglie che si trovano di fronte al problema della mancata applicazione del PDP nella didattica a distanza. Cosa fare quindi? La non attuazione delle indicazioni previste dal PDP è una problematica sperimentata dai genitori dei ragazzi con DSA anche nella didattica tradizionale, ma credo che nel quadro delle attività a distanza meriti un’attenzione particolare, alla luce della quale si può individuare una possibile via di soluzione. I PDP sono stati predisposti dai consigli di classe nei primi mesi di scuola, quando la didattica a distanza era un’idea futuristica che nella prassi quotidiana era riservata a un numero esiguo di studenti. Improvvisamente è diventata l’unica via per fare scuola, sebbene l’istituzione scolastica e la società in genere non fossero pronti per farlo. Docenti e genitori si sono trovati a gestire l’emergenza, così come è accaduto in ogni settore delle nostre vite. La didattica a distanza è partita faticosamente, mossa principalmente dalla buona volontà dei singoli docenti. Questa lunga premessa è necessaria per comprendere il contesto in cui si pone il problema dell’adeguamento della nuova didattica ai bisogni e alle caratteristiche dei ragazzi, problema che coinvolge sia gli insegnanti sia le famiglie. Da un lato ci sono gli insegnanti, che sperimentano strumenti senza riuscire a vederne l’efficacia in modo diretto e immediato; dall’altro c’è lo studente, e i genitori al suo fianco, che deve riorganizzare il proprio percorso all’interno di un ambiente di apprendimento domestico, estremamente diverso da quello cui era abituato. Purtroppo, nessuno degli attori coinvolti è in grado di conoscere e capire a fondo la realtà che l’altro sta vivendo. È questo un pericolo sempre presente tra scuola e famiglia, in ogni situazione e per tutti, ma lo è maggiormente quando la relazione educativa verte attorno alla figura di un alunno con DSA. Ho sperimentato tale difficoltà in prima persona, come madre di una ragazza dislessica da un lato e docente di scuola primaria dall’altro. Tra le mura domestiche ho vissuto le sofferenze e le fatiche dei genitori: il disorientamento dinnanzi a un figlio così diverso dall’immagine ideale che mi ero costruita; i sensi di colpa; l’inadeguatezza nella relazione parentale; le ansie per i risultati scolastici e soprattutto per il suo benessere emotivo; il dolore per il rifiuto di una diversità che sembra così pesante da portarsi appresso; le preoccupazioni per il futuro; le ore passate a svolgere i compiti o meglio a provare mille strategie per convincere la figliola a farli! Eppure tutti gli sforzi miei, di mia figlia e della famiglia intera arrivavano solo parzialmente sui banchi di scuola, dove il tutto finiva condensato in un asettico numero. Tra le mura scolastiche, d’altra parte, ho sperimentato le difficoltà di un docente: l’impotenza dinnanzi a genitori che non vogliono vedere e capire le fatiche del figlio; l’insoddisfazione e il senso di inadeguatezza quando, nonostante tutti i possibili tentativi, non riesci a trovare la strada per favorire l’apprendimento di quel particolare alunno; il disagio per una relazione faticosa; i problemi nella gestione del gruppo classe che schernisce la diversità; le ore passate a completare documenti che sembrano inutili pratiche burocratiche. Eppure, anche come insegnante, mi è capitato di pensare che tutti i miei sforzi non fossero serviti e soprattutto non fossero stati capiti dai miei interlocutori, alunni e genitori. Nella didattica a distanza il divario scuola - famiglia aumenta, giacché il processo di insegnamento – apprendimento e la relazione educativa devono passare solo attraverso gli strumenti tecnologici, con i limiti che ne derivano. L’alleanza educativa scuola - famiglia Di fronte al pericolo di un contrasto c’è solo una via di soluzione: l’alleanza educativa scuola – famiglia. Se questa era essenziale prima, ora diventa vitale per permettere una reale conoscenza e comprensione reciproca. Nella didattica a distanza la relazione docente – alunno/ genitore deve essere implementata, pur con le caratteristiche che la contraddistinguono. È necessario creare e mantenere un dialogo continuo per favorire un confronto proficuo ed evitare fraintendimenti o errori spiacevoli. Qui non si tratta solo del rispetto del PDP, che resta comunque fondamentale; stiamo provando sul campo la più grande sperimentazione con la quale il sistema scolastico italiano si sia mai cimentato. In tale contesto può accadere che l’insegnante utilizzi metodologie inadeguate per l’alunno con DSA, che non rispondono ai suoi bisogni e magari in contrasto con quanto previsto dal documento ufficiale firmato all’inizio dell’anno scolastico. I genitori devono segnalare il problema contattando il docente. I colloqui in presenza non sono possibili, ma si può inviare una mail al diretto interessato e/o agli indirizzi istituzionali reperibili sui siti degli Istituti stessi, al referente DSA o al Dirigente Scolastico. Naturalmente è importante farlo con spirito di collaborazione e rispetto del ruolo del docente. Non servono accuse o suggerimenti didattici ma informazioni chiare sulla base delle quali trovare soluzioni innovative e funzionali, condivise dalle parti. Affinché il dialogo risulti efficace deve essere ispirato da un atteggiamento di reciproca comprensione e di rispetto delle fatiche e delle difficoltà dell’altro, alunno, genitore o insegnante che sia. In questi frangenti siamo tutti in battaglia e possiamo farcela solo se puntiamo all’unione ed alla collaborazione. Il “genitore - insegnante” I problemi dei genitori con la didattica a distanza non si esauriscono nella relazione con i docenti. Resta infatti un nodo ben più urgente e cruciale: la relazione genitore – figlio che, nel caso dei ragazzi con DSA, è spesso messa a dura prova proprio sul terreno del rendimento scolastico e lo è maggiormente nell’epoca del coronavirus. Ci siamo trovati improvvisamente rinchiusi nelle nostre case a vivere fianco a fianco senza sosta, costretti a riorganizzare ritmi e spazi (oltre che PC, contesi tra gli utenti della famiglia) alla ricerca di nuovi equilibri. In alcune situazioni abbiamo perso importanti risorse che ci supportavano nel lavoro genitoriale. Cosa fare? Probabilmente molte mamme come me si saranno sentite rivestite della mansione di insegnanti. Avranno iniziato a seguire pedissequamente il gruppo whatsapp della classe, a controllare il registro elettronico e ogni possibile piattaforma alla ricerca spasmodica dei compiti, a mettersi sedute a fianco del bimbo/ragazzo per lo svolgimento delle attività richieste. Tale atteggiamento però nasconde un grave rischio: metterci al posto del figliolo e limitarne l’indipendenza. Il compito fondamentale dei genitori, invece, è quello di aiutare i figli a crescere. Nel caso di un ragazzo con DSA significa dargli la possibilità e gli stimoli per fare da solo, per diventare autonomo, anche nelle questioni scolastiche. È vero che questi figli richiedono attenzioni e strategie particolari, ma dobbiamo capire quando l’aiuto sia veramente efficace e come darlo senza annullare l’altro. La presenza del genitore a fianco dei piccoli è quasi indispensabile; tuttavia, con il passare del tempo, deve gradualmente ridursi per evitare di diventare lo strumento compensativo per eccellenza. Ci sono poi momenti di grandi cambiamenti, come l’attuale, che richiedono particolare attenzione. Per questo è necessario continuare ad esercitare una sorta di vigilanza attiva anche nei confronti dei più grandi per capire se e come intervenire per supportare il ragazzo senza però limitarne l’indipendenza. È importante in ogni caso che il genitore non si identifichi con l’insegnante e non si dimentichi del suo ruolo primario, per non incorrere nel rischio di rovinare la relazione parentale in nome dei risultati scolastici. Purtroppo nell’emergenza sanitaria è la situazione stessa che ci pone nelle condizioni di una nostra maggior presenza nella vita scolastica dei figli, ormai ridotta all’ambito domestico. Tuttavia non dobbiamo mai perdere di vista il fine ultimo: la crescita, l’autonomia. Alla luce di ciò possiamo orientare e guidare i nostri figli. Come è possibile farlo concretamente senza sostituirci a loro? Ecco una serie di suggerimenti. Otto suggerimenti per i genitori per affiancare i figli con DSA nel lavoro a casa Organizzare gli spazi Cerca di individuare un luogo tranquillo e riservato dove il bambino/ ragazzo possa seguire le lezioni e svolgere i compiti, attrezzandolo con tutti i materiali necessari. È importante che lo studente abbia uno spazio in cui “sentirsi a scuola”. Pianificare le attività I ragazzi con DSA faticano spesso a organizzare e gestire il tempo. Nell’attuale situazione sono saltate alcune importanti routine e ce ne sono di nuove. Pertanto è molto utile aiutare il ragazzo a pianificare le lezioni e gli impegni relativi ai compiti, senza però dimenticare lo spazio per le attività extra scolastiche. Organizzare i compiti Suddividete i compiti, prevedendo tempi adeguati di esecuzione inframezzati da pause. “Affiancare discretamente” Con i bambini più piccoli o in casi particolari potrebbe essere utile un intervento facilitatore del genitore per fornire un supporto rispetto alle abilità rese deficitarie dal disturbo. In generale è importante controllare la comprensione delle consegne. Se necessario, fate voi la prima lettura o rileggete se il bambino sembra non aver capito. Inoltre, esistono molte risorse online utili per favorire l’apprendimento in tutte le aree disciplinari e per tutte le fasce di età. Questi strumenti ben si adattano alle caratteristiche dei ragazzi con DSA, fornendo input a livello sia uditivo sia visivo. È possibile trovare informazioni al riguardo sul sito dell’AID in un’apposita sezione dedicata alla didattica a distanza. Stimolare l’uso degli strumenti compensativi informatici L’uso del PC è importante per un alunno con DSA, ma è talvolta considerato dai ragazzi stessi come un simbolo della loro diversità e pertanto rifiutato. In questo momento storico, invece, il PC è condiviso da tutti. Che occasione per motivare i nostri figli ad usarlo! Usare gli indici testuali nelle attività di studio Lo studio è un’attività complessa che necessita l’acquisizione di uno specifico metodo, il cui insegnamento è competenza della scuola. Tuttavia il genitore può aiutare il ragazzo ad osservare gli indici testuali (titoli in grassetto, sottolineature, scritte colorate, figure con didascalie) per cogliere le parole chiave da utilizzare poi per la costruzione di una mappa. Quest’ultima attività può essere inizialmente svolta insieme al bambino, con carta e penna o con gli appositi software. Controllare il lavoro Stimolate vostro figlio a rivedere il proprio lavoro per correggere eventuali errori, anche mediante l’utilizzo della sintesi vocale e del correttore ortografico. Valorizzare i progressi Cercate sempre i progressi, i miglioramenti, che vostro figlio compie nel suo lavoro. Sentirsi riconosciuto ed apprezzato lo aiuterà ad accrescere l’autostima e la fiducia in sé stesso. Così facendo possiamo aiutare i ragazzi nei compiti, mantenendo però una sana relazione genitore – figlio. In essa è fondamentale un atteggiamento di ascolto e dialogo, a maggior ragione in questa situazione dove molte certezze sono venute meno. Parliamo con i nostri figli, cercando di capirne vissuti e sentimenti e trascorriamo con loro del tempo di qualità. Costretti fianco a fianco in casa, possiamo permetterci di giocare, leggere storie appassionanti o guardare programmi televisivi insieme, commentando e riflettendo sul significato di quanto vediamo e soprattutto di quanto stiamo vivendo. L’essere genitori è la certezza rimasta che ci permette di traghettare noi e le nostre famiglie al di là della crisi e delle difficoltà verso nuove speranze.
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Search-ME - Erickson 6 DSA
Paola Ruffini, presidente della sezione dell’Associazione Italiana Dislessia di Teramo, racconta com’è la scuola a distanza dal suo punto di vista di mamma di un ragazzo con DSA
Agrodolce. È questo il sapore che caratterizza le nostre giornate di quarantena. Sono successe cose straordinarie, ma la realtà resta comunque molto faticosa e sempre più spesso avvertiamo il bisogno di tornare al passato e alla normalità. Sperimentiamo insomma un momento pieno di contraddizioni, dove non mancano gli alti e bassi. La vita è un miscuglio di ingredienti che impregnano i nostri rapporti domestici, quotidiani, scolastici e che immancabilmente convivono. Non è facile per nessuno! Alle prese con una esistenza cambiata troppo velocemente che si vorrebbe con un colpo d’ala rimuovere. Il lavoro si ferma, le relazioni strette si allontanano, la scuola si avvicina alle famiglie con nuove modalità, è infatti a distanza. Sì, la scuola! Da tanto sognavi di avere una scuola al passo con i tempi, che privilegiasse la tecnologica e la creatività! Una scuola che riuscisse ad ispirare una crescente passione per l’apprendimento. Lo studio diventa infatti una specie di importante mezzo salvifico per il momento tanto irreale che stiamo vivendo! Ma non è banale, né semplice con Giorgio, un figlio dislessico, disgrafico, disortografico e discalculico. Però assisti a un piccolo miracolo: dopo quattro giorni dall’interruzione ufficiale, la scuola di tuo figlio si attiva, si impegna, riparte, è vicina! Ci sentiamo fortunati, per certi aspetti anche privilegiati. Si realizza quello che hai sempre auspicato per lui: l’utilizzo della tecnologia, verso cui l’hai spinto da quando era piccolo per superare le sue difficoltà; la presenza attiva del genitore, la collaborazione scuola-famiglia. Non è forse questa la rete educativa che tanto sostenevi? La famosa corresponsabilità che pattuiscono i genitori e insegnanti a inizio anno? I primi tempi con la Didattica a Distanza: l’impegno e l’entusiasmo Giorgio , gli insegnanti si mettono in discussione e con loro, noi genitori. Ora si impara tutti, tutti insieme! Si studiano cose nuove, i docenti, gli alunni, le famiglie. Oltre ai contenuti si acquisiscono competenze, per alcuni è tempo di perfezionarle, per altri di utilizzarle. E ci si comprende, tutti! O quasi. Nella scuola, come si sa, ci sono sempre anche mediocri insegnanti e cattivi allievi. Comunque ciascuno fa quel che può, alcuni danno il massimo. Alle prese con una modalità scolastica nuova. I tempi si dilatano, i ragazzi appaiono euforici, gli insegnanti soddisfatti per il lavoro svolto, i genitori si sentono parte attiva nella scuola. E osservi lui, tuo figlio, felice di assistere ad una lezione live, di rivedere i compagni. Lo guardi, è attento a seguire le lezioni per imparare a caricare compiti, scansionare documenti e utilizzare il calendario digitale. E lo osservi ancora mentre ascolta l’audio della sua prof che legge un passo dell’Iliade e che da questo prende spunto per assegnare uno storytelling. Giorgio ha affrontato i suoi timori e li ha scritti, riuscendo a trovare soluzioni creative per superarli. Con sguardo premuroso e discreto lo osservi mentre segue lezioni, tutorial, video e ascolta audio preparati dai suoi insegnanti, realizza lavoretti geometrici per la festa del papà, prepara le slides per un ricerca di gruppo. Lo accompagni inevitabilmente nell’aiuto compiti e nell’utilizzo delle nuove tecnologie didattiche. All’inizio il tuo sostegno è assiduo, ora con gioia lo vedi camminare quasi da solo. Ti adoperi, trovi il programma compatibile con la piattaforma utilizzata dalla scuola per supportare la sua disgrafia e disortografia. Trovi il digitalizzatore vocale! La prof più tecnologica ti suggerisce il sintetizzatore vocale incorporato. Tutti impegnati e lui impara. Tutti allievi che assolvono al meglio il loro compito! E poi c’è il prof di sostegno che attiva un corso per confrontarsi con i ragazzi sulle difficoltà di questa didattica distante che vuole però, essere più vicina. Lo fa titolandolo “Spazio di incontro, condivisione ed altre frivolezze”. La Didattica a Distanza dopo il primo mese: la stanchezza e la privazione di tempo libero È trascorso un mese, siamo tutti stanchi però, Giorgio per primo. E ripensi alle frivolezze del prof, alla necessità estrema di una pausa che noi e Giorgio rivendichiamo ai professori che vorrebbero andare avanti con i compiti anche durante le vacanze. Mio marito, mio figlio ed io invece decidiamo che per Pasqua ci si ferma. Si respira. Riassaporiamo appieno la genitorialità che in questi giorni è stata messa da parte e che tanto ci è mancata. Ci si accorge che il tempo di dare a Giorgio altri stimoli oltre alla scuola si è interrotto. Anche a casa abbiamo dovuto reinventarci, riorganizzarci con la nuova quotidianità. E ricordiamo i tempi in cui la sua tutor lo accompagnava nei compiti con risate e confidenze e ci permetteva di fare la mamma ed il papà, di giocare con lui, di coccolarlo, di fargli scoprire le cose che gli piacciono. Nei giorni di quarantena abbiamo avuto poco tempo per questo! E dopo la pausa pasquale comprendi che è giunto il momento di entrare nella “Fase due” della scuola e della famiglia. Se fino ad ora questa situazione eccezionale e non prevista ci ha resi tutti troppo impegnati, disponibili alle esigenze di una scuola che cercava di andare avanti, ci ha coinvolto senza porre limiti….. Adesso vorremmo tornare a una sorta di normalità seppure da reclusi. Non vorremmo più le videolezioni di pomeriggio. Ci piacerebbe che la scuola tornasse ad essere confinata ai suoi tempi naturali. Ci rendiamo conto delle difficoltà che impongono di estendere l’orario: gli insegnanti impegnati in più classi e le famiglie che hanno più figli ed un solo Pc. Però siamo stanchi, non ne possiamo più. Noi e Giorgio, il pomeriggio vorremmo fare altro: vedere un museo virtuale, fare ginnastica e ridere insieme, ascoltare un audio libro, giocare con il cane, cucinare… Intanto ho deciso di non assistere più alle lezioni live delle materie in cui ha più difficoltà. Alcuni insegnanti dedicano intere lezioni a correggere i compiti, facendo leggere gli esercizi assegnati. Mi accorgo che Giorgio si sente escluso ed annoiato e come lui altri ragazzi. E allora ti vien voglia di chiamare l’insegnante per ricordare che la scuola è anche un momento di socialità e di didattica partecipata ed inclusiva. In questo tempo abbiamo dimenticato tante cose, abbiamo dimenticato che Giorgio, come i suoi compagni, ha 11 anni e che della scuola amava anche le chiacchiere con i prof, gli scherzi con i compagni e la ricreazione. Ora si è in qualche modo costretti ad essere tutti seri, troppo seri! Nella “Fase due”, dopo che la scuola ha a distanza ha superato la fase di rodaggio, dovremmo impegnarci di più a ritrovare un’armonia nelle relazioni. Un primo bilancio della Didattica a Distanza, tra luci e ombre Di quest’esperienza vedo luci ed ombre. Credo che in questi tempi convulsi di scuola digitale, i docenti abbiano potuto comprendere meglio la fatica che i ragazzi con DSA e le loro famiglie affrontano da sempre. In questi giorni, infatti, tutti si sono impegnati ad accompagnare gli studenti a utilizzare una didattica diversa, nuova. Molti ragazzi e famiglie, però, non ce l’hanno fatta. Alcuni per mancanza di tempo, altri perché poco avvezzi alla tecnologia, altri ancora perché stanno convivendo con dolori familiari. La didattica anche quella a distanza, continua a delegare molto ai genitori che sono diversi per estrazione sociale e culturale, e, così facendo, rischia di amplificare le differenze e di allontanare invece di avvicinare, di escludere invece di includere. La scuola è di tutti! Un diritto da rivendicare per i nostri ragazzi con DSA e per i tanti studenti a cui, oggi non vengono garantiti integrazione e sostegno. Mi rendo conto che adesso è un momento particolarmente critico, ma dobbiamo provarci lo stesso.
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