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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 DSA
Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, il punto sui disturbi specifici di apprendimento.
I disturbi specifici di apprendimento riguardano in Italia oltre 2 milioni di persone tra bambini, ragazzi e adulti. Secondo le recenti ricerche, dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia riguardano circa il 3-4% degli alunni italiani. Questo significa che in una classe di 25 studenti è altamente probabile trovare un bambino o un ragazzo che manifesti una considerevole difficoltà negli ambiti della lettura, del calcolo e della scrittura. Proviamo a rispondere alla domande più frequenti: Quali e cosa sono i DSA? Qual è la diffusione dei DSA in Italia? Quali sono i possibili segnali premonitori di un DSA? È importante l’individuazione precoce dei DSA? Qual è l’età minima per la diagnosi? Quali figure professionali sono specializzate per valutare un DSA? Chi segnala eventuali difficoltà del bambino? Cosa può fare un insegnante? Al bambino con DSA serve l’insegnante di sostegno? Che cosa sono gli strumenti compensativi e le misure dispensative? Che strumenti può utilizzare un insegnante per l’individuazione precoce degli alunni con possibile DSA? Cosa può fare un genitore per capire se suo figlio ha un DSA?     Quali e cosa sono i DSA? I Disturbi evolutivi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono un gruppo di disturbi di origine neurobiologica delle abilità di base che interferiscono con il normale apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo. I DSA si distinguono: Dislessia: disturbo della lettura che si esprime a livello base della decodifica del testo (apprendimento della “tecnica” di lettura: trasformazione dei segni grafici nei suoni che compongono le parole) Disortografia: disturbo della scrittura che si esprime a livello della compitazione del testo (codifica fono-grafica e ortografia) Discalculia: disturbo delle abilità relative al mondo dei numeri e del calcolo  Disgrafia: disturbo della scrittura che si esprime a livello della grafia (aspetti grafo-motori)   Qual è la diffusione dei DSA in Italia? Secondo i dati della ricerca epidemiologica più recente e aggiornata in Italia, la prevalenza stimata dei DSA, rilevata su una popolazione scolastica del quarto anno della scuola primaria, oscilla tra il 3,1% e il 3,2%.  Ciò significa che al termine del primo anno della scuola primaria è possibile aspettarsi che almeno un bambino in ogni classe manifesterà difficoltà significative nell'apprendimento della letto-scrittura. Purtroppo solo l’1% di questi alunni con DSA è riconosciuto con una certificazione diagnostica, mentre il restante 2%, pur manifestando delle difficoltà non è stato identificato come DSA   Quali sono i possibili segnali premonitori di un DSA? Durante la scuola dell’infanzia, alcuni comportamenti e difficoltà in determinate aree possono essere considerati predittori di DSA, per esempio alcune difficoltà nell’orientamento spazio-temporale o nella coordinazione motoria. Mentre nei primi anni della scuola primaria, bambini che hanno difficoltà nell’organizzazione del lavoro o esauriscono rapidamente la loro capacità di concentrazione, possono manifestare un eventuale DSA, soprattutto se nel primo anno di scuola non compiono i progressi attesi.   È importante l’individuazione precoce dei DSA? Sì, perché l’osservazione precoce dello sviluppo delle abilità di apprendimento è fondamentale per contenere le manifestazioni disfunzionali del disturbo. Molte scuole dell’infanzia si sono già attivate in questo senso: a partire dall’ultimo anno si stanno diffondendo metodiche di osservazione scolastica che possono aiutare gli insegnanti nella progettazione didattica a supporto delle difficoltà.  In particolare a partire dall'ingresso alla Scuola Primaria è possibile osservare eventuali ritardi nel percorso di alfabetizzazione che potrebbero essere un indice di disturbo.   Qual è l’età minima per la diagnosi? Non prima della fine della classe seconda della scuola primaria.   Quali figure professionali sono specializzate per valutare un DSA? La valutazione e l’eventuale diagnosi di DSA può essere svolta da Psicologi e Neuropsicologi dello sviluppo esperti in Psicopatologia dell’apprendimento e Neuropsichiatri Infantili. In alcune regioni è possibile presentare alla scuola anche le diagnosi elaborate da privati, mentre in altre sono accettate solo quelle del Servizio Sanitario Nazionale (o enti convenzionati). Per meglio comprendere la specifica situazione di ogni regione far riferimento alla sezione Normativa locale sui DSA   Chi segnala eventuali difficoltà del bambino? Generalmente è l’insegnante che segnala eventuali difficoltà del bambino alla famiglia. In particolare se l’insegnante rileva difficoltà nel rendimento scolastico del bambino, con ritardo nell'apprendimento della letto-scrittura o carenze negli apprendimenti di fatti matematici, può inviare la famiglia a fare una visita specialistica in modo che le figure professionali pertinenti sottopongano il bambino a una serie di test finalizzati.   Cosa può fare un insegnante quando in classe prima della scuola primaria alcuni bambini manifestano un possibile rischio di DSA? Cercare di cambiare l’ottica con cui osservare le difficoltà. Nell’età evolutiva le differenze individuali nello sviluppo dei bambini sono molto ampie, e spesso in classe prima sono moltissimi bambini che hanno difficoltà di letto-scrittura, generalmente molti più di quelli che avranno un DSA.  È quindi fondamentale, nella pratica quotidiana, aiutare tutti i bambini in un’ottica di prevenzione e non di “cura”, agevolando: i bambini che non avrebbero bisogno di un intervento specifico, ma che potrebbero comunque consolidare e meglio padroneggiare l’abilità i bambini che ne avrebbero invece bisogno perché hanno uno sviluppo tardivo delle abilità e che quindi arrivano sempre un po’ dopo gli altri e sono alla continua rincorsa dei compagni e soprattutto della didattica! i bambini che svilupperanno un DSA ma ancora non lo sappiamo con certezza tutti gli altri bambini che portano con sé un disturbo dell’apprendimento non specifico ma secondario ad altre patologie. Una didattica attenta ad alcuni aspetti fondamentali, in classe prima (e alla scuola dell’infanzia), permette a un bambino con DSA di sopravvivere al suo primo anno di scuola e di apprendere come gli altri. Dobbiamo quindi puntare molto su ciò che aiuta a ridurre le manifestazioni del disturbo, dato che non possiamo intervenire sulla causa perché costituzionale.   Al bambino con DSA serve l’insegnante di sostegno? No. Il bambino con DSA per definizione è un bambino intelligente, che però presenta specifiche cadute nelle abilità di lettura e/o scrittura e/o calcolo. Necessita quindi di particolari attenzioni didattiche, ma non dell’insegnante di sostegno. Il supporto di cui ha bisogno può essere attivato dall'insegnante di classe, dalla famiglia e indirettamente dai compagni attraverso metodiche che l’insegnante può adottare nella di gestione della classe, come l’apprendimento collaborativo.   Che cosa sono gli strumenti compensativi e le misure dispensative? Gli strumenti compensativi per i DSA sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell'abilità deficitaria, tipica del disturbo. Si distinguono in  “specifici”: strumenti che supportano in modo diretto l’abilità deficitaria (lettura/ortografia/grafia/numero/calcolo), come, per esempio, la sintesi vocale, la calcolatrice, la videoscrittura con correttore ortografico, ecc.  “non specifici” o “funzionali”: strumenti che supportano aspetti deficitari di abilità “trasversali” quali memoria, attenzione, ecc. Tali strumenti sono, per esempio, la tavola pitagorica, le tabelle dei verbi, delle formule matematiche, della sequenza dei giorni/mesi… Le misure dispensative sono particolari interventi didattici che permettono agli alunni con DSA di non svolgere alcuni compiti o di esserne parzialmente esentati (lettura ad alta voce in classe, studio mnemonico delle tabelline, valutazione degli errori ortografici, ecc.).   Che strumenti può utilizzare un insegnante per l’individuazione precoce degli alunni con possibile DSA? Nei primi due anni della scuola primaria nelle scuole sono in uso delle buone pratiche di individuazione precoce delle difficoltà di apprendimento che si basano sull’utilizzo di prove scolastiche per l’osservazione e il monitoraggio dello sviluppo delle competenze di base relative alla lettura, alla scrittura e al calcolo. Questi strumenti possono essere somministrati in forma collettiva, cioè a tutta la classe e/o in forma individuale. Un modello di intervento e valutazione uniforme, rapido e standardizzato è quello offerto dalla piattaforma multimediale Giada, che consente di individuare precocemente eventuali difficoltà di apprendimento legate agli ambiti della letto-scrittura e del numero-calcolo. Di norma con la supervisione di un esperto (consulente scolastico) l’insegnante può farsi un’idea più precisa se il ritardo negli apprendimenti di un alunno può essere un possibile indice di disturbo specifico. Nei primi due anni di scolarizzazione sono frequenti casi di “falsi positivi”, cioè bambini che presentano un semplice ritardo negli apprendimenti senza sviluppare poi un DSA. Prima della segnalazione ai genitori occorre quindi prendere in considerazione anche altri elementi, tra cui i principali sono la familiarità per il disturbo e un pregresso disturbo del linguaggio   Cosa può fare un genitore per capire se suo figlio ha un DSA? Innanzitutto confrontarsi con gli insegnanti per valutare se le problematiche che si evidenziano a casa sono riscontrate anche a scuola. Se è così, in collaborazione con gli insegnanti, raccogliere i principali elementi significativi del possibile disturbo che si evidenziano nello svolgimento delle attività scolastiche (es. lettura lenta e/o scorretta, errori di ortografia, scrittura poco comprensibile e/o molto lenta, difficoltà nell’apprendimento delle tabelline e dei calcoli semplici, ecc.). A questo punto è importante rivolgersi al Servizio Sanitario del territorio o a uno specialista di disturbi dell’apprendimento che lavora privatamente. .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Search-ME - Erickson 2 DSA
Lo sai che… ci sono molto strategie per valorizzare le tue potenzialità e i tuoi punti di forza
1) Sei intelligente Se hai un certificato di DSA puoi essere certo di una cosa: sei intelligente. Infatti una diagnosi di DSA non può essere fatta a meno che non ci sia un quoziente intellettivo nella norma o superiore alla norma. Quindi, se mai ti è venuto in mente qualche pensiero brutto, come ad esempio di essere stupido, sappi che non è così. I DSA sono una tua caratteristica, per tanto non sono né giusti né sbagliati, fanno parte di ciò che tu sei e imparare a conoscerli può aiutarti a conoscerti meglio. Puoi avere delle difficoltà, devi trovare altre strade rispetto a quelle canoniche, ma queste strade esistono e faranno parte del tuo percorso. 2) Non hai nulla che non va Può capitare che tu ti senta diverso dai compagni e che tu abbia paura di dirgli che hai delle difficoltà a leggere o scrivere o che tu ti possa vergognare a utilizzare gli strumenti compensativi in classe. Queste sensazioni non sono positive e possono complicare il tuo appuntamento quotidiano con la scuola. I disturbi specifici dell’apprendimento sono una tua caratteristica, non c’è niente in te che non vada, devi solo imparare a conoscerli ed è importante che anche i tuoi compagni riescano a capirti. Chiedi aiuto ai tuoi genitori, ai maestri e ai professori. 3) Scopri le tue difficoltà Si chiama Disturbo Specifico dell’Apprendimento proprio perché riguarda delle specifiche abilità e non tutte. Scopri quali sono le tue difficoltà. Ad esempio, se fai fatica a leggere e a comprendere o ricordarti quello che hai letto, se fai fatica a memorizzare o ripetere ciò che hai studiato nonostante tu ti sia impegnato molto, se fai fatica a comprendere le consegne degli esercizi o delle verifiche… è infatti importantissimo conoscere e riconoscere le proprie difficoltà per capire meglio quali strategie utilizzare per compensarle. La diagnosi darà infatti una mano alle maestre e ai professori, ma poi solo tu potrai capire esattamente cosa ti può essere utile. 4) Scopri le tue qualità Non ti concentrare troppo o solo sulle difficoltà e scopri invece anche i tuoi punti di forza. Per esempio, hai una memoria più visiva, ti trovi bene utilizzando i colori, hai molta fantasia e sai inventare dei bei racconti, c’è qualcosa che ti piace molto e ti appassiona per cui riesci a compensare autonomamente le difficoltà che normalmente hai nel fare altre cose che sembrano piacerti di meno? Questi sono solo degli esempi, ma prova a concentrarti e pensare a tutte le cose che ti riescono bene o in cui ti senti sicuro. Una volta trovate possono essere i punti sui quali costruire un metodo tutto tuo che ti aiuti nelle cose in cui al momento fai più fatica. 5) Scopri gli strumenti compensativi Lo sai che esistono tantissimi programmi per lo studio? Ad esempio, c’è una voce che si chiama sintesi vocale con la quale puoi leggere con le orecchie i libri. Ci sono i libri di scuola in formato PDF aperto nella biblioteca digitale LibroAID in modo che tu possa leggere con le orecchie anche quelli. Ci sono dei programmi con i quali puoi costruire delle mappe concettuali che potranno aiutarti sia nella fase di studio che quando dovrai affrontare le interrogazioni o i compiti in classe. Ci sono delle app apposta per poter prendere appunti, fare foto alla lavagna e registrare le lezioni. Ci sono anche tantissimi audiolibri, anche gratuiti, per permetterti di leggere tanti libri di narrativa. Sono tutte risorse che possono aiutarti a fare meno fatica e a impiegare meno tempo nel tuo impegno quotidiano, in modo che ti resti dello spazio per fare ciò che più ti piace. Prova a visitare il sito dell’AID e di Erickson e a cercare l’elenco dei software compensativi, sperimentali e prova a capire quale farebbe a caso tuo. 6) Sperimenta diverse strategie  Non esiste una ricetta uguale per tutti, perché ciascuno ha il proprio stile di apprendimento. Non ti scoraggiare quindi se senti che la strategia trovata da qualche tuo amico non va bene per te, perché tu devi trovare quella adatta a te. All’inizio può sembrare faticoso ma se troverai quella giusta vedrai che poi tutto inizierà a diventare meno difficile e più divertente. Puoi anche pensare di farti aiutare da qualcuno, esistono infatti dei doposcuola fatti apposta per questo, dove ci sono dei tutor specializzati nell’uso degli strumenti compensativi e possono aiutarti a capire quali fanno a caso tuo e possono aiutarti a costruire il tuo metodo di studio. Prova a chiamare l’Associazione italiana Dislessia per scoprire quali risorse ci sono nella tua città. 7) Usa ciò che ti piace per apprendere meglio A volte studiare può sembrare un appuntamento noioso, ma non deve per forza essere così. Ci sono un sacco di risorse per studiare in modo più divertente, ad esempio dei canali video come bignomi o repetita didattica, o altre risorse come le canzoni matematiche su youtube o le canzoni rap, come il rap delle ossidoriduzioni. Per studiare l’inglese ad esempio sono ottime le canzoni che più ti piacciono, trovi dei video in cui compare anche il testo ed è un ottimo allenamento per prendere familiarità con la lingua, per non parlare delle serie televisive, magari quelle che hai già visto in italiano puoi rivederle in lingua originale con i sottotitoli. 8) Impara ad organizzare il tuo tempo Abbiamo già detto che utilizzare gli strumenti e trovare un buon metodo di studio può aiutarti ad avere più tempo libero per poter fare ciò che ti va. È importante però che impari a organizzarti bene, a capire quanto tempo richiede il tuo appuntamento quotidiano con i compiti e lo studio. Importante è anche capire per quanto tempo riesci a mantenere la concentrazione, in modo che puoi programmare lo studio anche in base a questo, prevendendo eventualmente delle piccole pause ristoratrici che ti aiutino a ricaricarti prima di ricominciare a studiare. Oltre all’organizzazione del tempo ricordati anche di trovare delle strategie per organizzare il materiale che devi portare a scuola. potresti creare ad esempio un calendario con un codice colori o dei disegni per ogni materia per poter controllare di avere sempre ciò che ti serve sia a scuola che nel momento dei compiti. 9) Aiuta gli insegnanti e i genitori a comprenderti A volte per gli adulti non è facile capire cosa stai provando, quali sono le tue difficoltà e di cosa avresti bisogno. Cerca di aiutarli a capire e a capirti, in modo che ti possano aiutare, soprattutto di fronte alle tue difficoltà. Se per esempio ti stai impegnando tanto ma non arrivano i risultati che tu speri non ti scoraggiare e cerca di parlarne con chi sta vicino per capire meglio cosa ti può essere utile. Ricorda che i percorsi a volte sono lenti, ci vuole tempo per riuscire a trovare un equilibrio, ma confrontandoti con gli altri tutto può diventare più semplice. 10) Se qualcosa non sta andando bene parlane Se ti senti un po’ triste o arrabbiato quando vai a scuola, se non vai d’accordo con i tuoi compagni, se non puoi usare gli strumenti che a te servono parlane con i tuoi genitori o con chi ti sta vicino in modo che possano aiutarti e che tutto si sistemi. È infatti importante che tu ti senta bene, sicuro e a tuo agio.  A volte si fa fatica a dire ciò che si pensa, ci si vergogna o si pensa che nessuno possa capirci: non è così, non ti preoccupare e dai la possibilità a chi ti sta vicino di aiutarti a stare bene se qualcosa non va.
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Search-ME - Erickson 3 ADHD DOP e altri disturbi del comportamento
Come applicare il metodo che aiuta a sviluppare le competenze esecutive
Il metodo START si basa su cinque fasi di programmazione e lavoro che si ripetono ciclicamente con il fine di sviluppare e/o rafforzare le competenze esecutive chiamate in gioco e portare l’alunno verso l’autonomia nel loro uso.  Queste cinque fasi sono le seguenti. - Messa in evidenza di un problema/difficoltà nella gestione quotidiana di un compito: l’insegnante individua un episodio specifico nel quale la mancata pianificazione o organizzazione ha creato ostacolo al raggiungimento di un obiettivo in modo soddisfacente. Questa fase serve a far comprendere agli alunni l’utilità dell’attività che verrà proposta. - Proposta alla classe di una soluzione ipotetica: l’insegnante evoca negli alunni la possibilità di trovare una soluzione al problema, impegnandosi personalmente nell’individuare e sperimentare una strategia o nel costruire uno strumento di intervento. Questa fase è fondamentale per lavorare sull’attribuzione interna delle cause di successo. Solo convincendosi che è attraverso una propria azione che potranno cambiare la situazione attuale, i bambini sentiranno come «meritati e motivati» i risultati raggiunti. - Spiegazione della strategia e/o costruzione dello strumento: l’insegnante guida passo dopo passo nella comprensione delle strategie proposte o degli strumenti costruiti, accertandosi che tutti abbiano compreso in che cosa consistano e quando/come utilizzarli. Questo è importante per far sì che il lavoro coinvolga tutti i bambini, sia quelli con fragilità che quelli con difficoltà o disturbi. - Messa alla prova della strategia o dello strumento nell’organizzazione o pianificazione immediata di uno spazio/attività: l’insegnante individua un’attività già conosciuta, ad esempio un esercizio già svolto, un compito fatto più volte, ecc., che verrà «rifatto» seguendo la nuova strategia o utilizzando lo strumento costruito. In questa fase si sottolineerà la differenza di risultati in presenza di un nuovo metodo di lavoro. - Verifica a distanza della tenuta delle strategie e della messa a sistema degli strumenti: il docente, partendo da quanto suggerito nel testo, controlla a distanza l’effettiva utilità del metodo di pianificazione e organizzazione trasmesso. Quest’ultima fase consente di comprendere se la specifica strategia o lo specifico strumento risultino realmente adeguati al proprio contesto-classe. Se ciò non dovesse essere, è fondamentale intervenire per introdurre nuove strategie e strumenti. I gruppi di competenze all’interno delle quali intende operare il modello START sono definite dall’acronimo stesso: - Spazio; - Tempo; - Attività (intesa come compito da svolgere); - Revisione (intesa come spazio di verifica dell’attività); - Trasferibilità (intesa come spazio di lavoro sulla possibilità di rendere flessibili, e quindi generalizzabili, le competenze sviluppate nell’esecuzione di un compito).    
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Search-ME - Erickson 4 PEI e PDP
L’evoluzione di uno strumento di grande importanza per gli alunni con disabilità
La storia del Piano Educativo Individualizzato (PEI) è iniziata nel 1992 con la legge 104/92, che è stata per tanti anni il riferimento legislativo per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone con disabilità. Negli anni, il PEI è ha conosciuto varie modifiche. Le più importanti sono state introdotte con il decreto legislativo 66/2017, che ha posto innovazioni significative.  Quella più lodevole, dal mio punto di vista, è la la contestualizzazione della “personalizzazione” dell’insegnamento prevista per l’alunno con disabilità all’interno di un ambiente di apprendimento. Questo ampliamento del contesto di riferimento in cui deve realizzarsi la personalizzazione, e pensiamo al gruppo-classe, all’istituzione scolastica, al territorio di riferimento, è una novità importante perché muove verso la piena inclusione del ragazzo con disabilità, la massima possibile. Questo nuovo concetto di ambiente di apprendimento risulta inclusivo in quanto i “bisogni educativi speciali” sono considerati “quotidianamente normali”. Per promuovere tale cambiamento che è stato, ed è, di tipo politico e culturale è necessario pensare alla persona con disabilità nel suo progetto di vita, superando la visione hic et nunc e soprattutto gli stereotipi che accompagnano le limitazioni, per far emergere le potenzialità e le facilitazioni al fine di “ immaginare “ la persona con disabilità quando sarà “grande”. Un’altra importantissima novità è l’introduzione del profilo di funzionamento (PF) al posto della diagnosi funzionale e del profilo dinamico funzionale. Questo documento, che è propedeutico e necessario alla predisposizione del PEI, tiene conto della classificazione ICF dell’OMS, spostando l’attenzione dalla patologia alle funzionalità. Se ci fermiamo un attimo a pensare, questo punto rappresenta una svolta. Infatti dal punto di vista formativo, ciò che ci interessa non sono gli aspetti della patologia che comportano mancati funzionamenti, ma al contrario quello che funziona e che pertanto possiamo sviluppare e potenziare. Un PEI, se vuole essere veramente innovativo, deve essere ragionato sulle competenze che ha il ragazzo con disabilità, facendole emergere con chiarezza. È questo il tipo di PEI che permette di ricavare una “cassetta per gli attrezzi” e allargare l’orizzonte di riflessione a un vero progetto di vita. Un altro aspetto che mi piace sottolineare è che nel nuovo PEI devono essere contenuti non solo gli strumenti, le compensazioni, gli obiettivi, ma anche quegli aspetti di formazione non formale o informale, tra cui ad esempio l’alternanza scuola-lavoro, quindi le competenze trasversali e culturali assieme . In questo modo si spingono i ragazzi ad esprimersi, al meglio delle loro possibilità, anche in contesti extra-scolastici e le scuole a recepire i processi di apprendimento che i ragazzi mettono in atto in quegli ambiti e che inevitabilmente hanno ricadute significative nell’apprendimento scolastico.
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Search-ME - Erickson 5 Didattica
La scuola che costruiremo dopo l’emergenza coronavirus
Il durissimo periodo di chiusura forzata di tutte le agenzie educative e delle Istituzioni scolastiche a causa dell’emergenza sanitaria da Sars-Covid19 ha messo in luce, ancora più evidentemente di prima, molti limiti della Scuola pubblica. Problemi endemici che la Scuola trascina da anni e che non riesce spesso né ad affrontare, né tanto meno a risolvere. Ognuno in questi mesi ha dovuto interrogarsi sul suo rapporto con la Scuola, che si fosse docente, dirigente o semplicemente familiare di un alunno. Tutti quanti noi ci siamo trovati di fronte all’evidenza che il ruolo della scuola ha nello sviluppo educativo, culturale e sociale per le nuove generazioni; un’evidenza troppo spesso data per scontata, ma che in realtà anche in questa situazione ha mostrato grandi differenze sul territorio nazionale. Da questo ripensamento del proprio rapporto con la scuola nasce l’esigenza per il personale che a scuola opera, e spesso di scuola vive, di pianificare il proprio punto di “ripartenza” per il prossimo anno scolastico. Da insegnanti, dirigenti, assistenti educatori o personale ATA, il ripensamento della scuola che vorremo costruire ci costringerà a prendere decisioni rispetto a molte polarità. Tra queste ho provato ad elencarne alcune che ritengo più urgenti e importanti delle altre. Ovviamente non si tratta di scegliere sempre in maniera radicale bianco o nero, tutto o niente. Ogni capo delle polarità è collegato da un filo ideale all’altro estremo; dove collocarci, quanto vicini a ciascuna polarità è frutto della nostra scelta e della mediazione con il contesto scolastico in cui lavoriamo o del contesto sociale in cui viviamo. 10 polarità da tenere in considerazione Complessità – Semplicità Equità – Disuguaglianza Comunità – Istituzionalizzazione Sicurezza – Rischio Dentro – Fuori Tanti – Pochi Digitale – Tradizionale Individuale – Collaborativa Disciplinare – Globale Relazioni – Controllo Complessità – Semplicità La crisi ci ha messo irrimediabilmente di fronte alla complessità dei fenomeni del mondo. Il 20 aprile 2020 Edgar Morin rilasciava un’intervista a Le Monde in cui metteva in risalto la complessità, i legami economici, sociali, culturali che legano l’intero mondo nella crisi sanitaria che stiamo vivendo. In quella stessa idea c’è un rimando ad una scuola che deve educare alla complessità, all’interazione tra cause e effetti e tra le discipline. La scelta è tra l’affrontare direttamente la complessità del quotidiano che stiamo vivendo, facendone oggetto di scuola e di studio, di approfondimento, oppure fare una scelta di semplicità, di ripresa da dove si era interrotto, senza che questo fenomeno vada a toccare le strutture formative della scuola. Equità o disuguaglianza Nel momento in cui pensiamo a come ripartire a settembre (o in una visione più ampia a come trasformare la scuola) la scelta tra equità e disuguaglianza è una scelta fondamentale. Certo su carta nessuno sceglierebbe mai la disuguaglianza, ma la crisi ha mostrato a tutti come in realtà la scuola italiana sia ancora poco equa, come anche le migliori misure prese nello stato di necessità abbiano provocato e in alcuni casi allargato disuguaglianze educative già presenti. Quanto mettiamo al centro della nostra azione trasformativa la riduzione delle disuguaglianze nel nostro Istituto? Come le monitoriamo, quali strumenti e facilitatori pensiamo per affrontarle e, speriamo, diminuirle? Comunità – Istituzionalizzazione Una scuola di comunità o una scuola istituzionale? Anche questa è una scelta complessa. Aprirsi alla comunità, al territorio, alle collaborazioni con Associazioni, agenzie educative, Cooperative, aziende del territorio richiede una volontà educativa e una capacità di gestione amministrativa e burocratica non indifferente. Capire dove porsi su questa linea per attivare le risorse è un compito gravoso, non semplice per un’istituzione come la scuola alla quale per molto tempo è stato chiesto di essere quasi autosufficiente, specie nei Licei e in molte scuole secondarie. Sicurezza – Rischio Questa è forse la domanda delle domande in questo periodo. Il rischio zero è impossibile da ottenere in una scuola, tantomeno nella fascia 0-8 anni dove la distanza fisica e le prassi didattiche ed educative richiedono necessariamente il contatto e rendono impossibile il mantenimento della distanza. Scegliere il limite tra sicurezza e rischio in questo caso determina anche il tipo di didattica che vorremo proporre in classe Lo vediamo bene dalle simulazioni e delle idee che emergono in queste settimane. Classi trasformate in call center, separazioni individuali, impostazioni di aula strettamente trasmissive. La scelta tra questa impostazione e una più modulare dipende proprio dal grado di rischio che si ammette per la scuola. Non è una scelta che dipende dal singolo insegnante, ovviamente, ma è la scelta che i diversi gruppi di lavoro nazionali e locali hanno di fronte per dare le linee guida sulla riapertura. Dentro – fuori Come ripensare gli spazi dentro la scuola, come utilizzare veramente in termini didattici, di apertura della didattica a nuove metodologie gli spazi della scuola nel rispetto delle normative vigenti? Come utilizzare al meglio il contesto extrascolastico, non solo gli spazi spesso limitati dei cortili scolastici, ma il territorio naturale e antropizzato che circonda la scuola? A livello internazionale e anche nazionale sono da anni attivi circuiti di scuola che si sono aperte al ripensamento degli spazi educativi, rispetto sempre ad un ripensamento generale dell’approccio educativo e didattico da proporre agli alunni. La sola risposta all’urgenza sanitaria non è sufficiente al ripensamento degli spazi didattici; per trasformare realmente la scuola deve esistere un pensiero, una visione più profonda di revisione del rapporto con l’ambiente naturale o con il contesto urbano e antropizzato esterno alla scuola visto come fonte di crescita di competenza e come ambiente naturale di sviluppo per l’alunno. Tanti – pochi Può essere questa finalmente l’occasione per affrontare uno dei principali problemi della scuola italiana e cioè il sovraffollamento delle classi in ogni ordine e grado? Possiamo realisticamente dire che il problema delle cosiddette classi pollaio non ha nulla a che vedere con il coronavirus, ma è un problema strutturale della scuola italiana dovuto a sciagurate e continue diminuzioni dei finanziamenti e dei budget per l’Istruzione Pubblica? Vogliamo approfittare della necessità di essere in meno in una classe per trasformare realmente la scuola in un luogo in cui ci siano spazi più appropriati di relazione, scambio di pensiero, movimento che non costringano fin dai tre anni alla condivisione continua e stabile di 25 e più alunni? Se non si affronta questo problema probabilmente gran parte delle trasformazioni non saranno possibili. In una ristrettezza di spazio e sovraffollamento di persone, il modello didattico vincente è probabilmente la didattica frontale trasmissiva o, la sua evoluzione, la lezione in streaming. Digitale – tradizionale La recente esperienza ha messo tutti quanti di fronte all’utilizzo di risorse e strumenti digitali per fare scuola. Tanto rapidamente questo è stato introdotto, tanto rapidamente una levata di scudi si è alzata per difendere la scuola tradizionale dalle nuove “barbarie del digitale”. È evidente che la scuola non può essere digitale (chi ha mai proposto questo?), ma della recente esperienza siamo così sicuri di dover buttare via tutto il carico di esperienza e lavoro sviluppato con e grazie al digitale? Capire che parte di digitale ci può essere utile in una scuola anche in presenza è fondamentale. Cercare di approfondire il contesto culturale di un panorama sociale e culturale che si sviluppa in maniera imprescindibile nel digitale è una riflessione profonda a cui non possiamo sottrarci in quanto educatori di nuove generazioni. Che cosa significa oggi digitale, quale digitale è utile per la mia idea di scuola, quali difficoltà strutturali posso superare grazie al digitale nella prima ripartenza, penso siano interrogativi doverosi nel ripensamento dei prossimi mesi. Individuale – Collaborativa La trasformazione della didattica (e della Scuola stessa) passa necessariamente dal collocamento su questa linea. Ovviamente nessuno dei due poli è da demonizzare, ci sono vantaggi e svantaggi in ambedue. Tuttavia se ci immaginiamo una scuola maggiormente individuale (non necessariamente individualista) prediligeremo maggiormente spazi e tempi di lavoro separati, materiale strutturato, un approccio allo studio fortemente centrato sugli apprendimenti disciplinari e un uso del digitale fortemente indirizzato verso l’approfondimento e l’uso di strumento di produzione multimediale che rispondano al meglio al nostro stile di apprendimento. Al contrario una scuola maggiormente collaborativa sarà più orientata allo sviluppo di una didattica per competenze, all’uso di spazi di confronto e dialogo sia fisici sia digitali e all’apertura a molte forme di collaborazione tra scuole e extrascuola. Disciplinare - Globale Questa è un’altra domanda ineludibile per il futuro della scuola. L’impianto della scuola italiana è ancora fortemente disciplinare. Nonostante le Indicazioni Nazionali cerchino timidamente di superare il frazionamento disciplinare della scuola italiana, l’approccio è ancora strettamente centrato sull’approfondimento autonomo di ogni singola disciplina. Questo problema esplode drammaticamente nella scuola secondaria. La riflessione su questo tema diventa ancora più urgente nel momento in cui c’è un ripensamento di orario scolastico con la riduzione, proposta, a quaranta minuti di lezione. Sembra sempre più urgente un approccio interdisciplinare a tematiche chiave. Da un certo punto di vista la necessità di sviluppare competenze globali di consapevolezza, di decentramento culturale, di superamento dei rigidi confini delle discipline scolastiche possono essere un orizzonte a cui aspirare nel ripensamento delle pratiche didattiche, nel momento in cui necessariamente dobbiamo ripensare il curricolo e il nostro modo di fare scuola. Relazioni – Controllo Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad estremi paradossali di controllo scolastico, di una didattica impostata esclusivamente sul controllo e su dinamiche di insegnamento-apprendimento in cui la fiducia reciproca è del tutto assente (gli occhi chiusi durante le videoconferenze online, le mani in vista nella webcam, ecc.). anche qui la polarità è evidente: che ruolo dare alle relazioni umane, allo sviluppo delle competenze emotive e relazionali che sono centrali e imprescindibili nell’apprendimento? Non sono un tema, come troppo spesso viene classificato, da bambini piccoli. Lo sviluppo della competenza emotiva, così come quello di ogni singola competenza, avviene lungo tutto l’arco della vita, tantopiù nella fase di crescita dell’infanzia e dell’adolescenza. Una scuola basata sul controllo che messaggio e che competenza sviluppa negli alunni? Quale è la strada giusta? Trasformare le emozioni nell’ennesima disciplina da inserire nel curricolo? Mettere al centro stili relazionali e atteggiamenti educativi nelle prassi didattiche? Dedicare specifici progetti alla crescita delle competenze emotive e relazionali e all’autonomia e autodeterminazione e presa di responsabilità da parte degli alunni fin dalla prima infanzia? O al contrario aumentare il controllo e la disciplina e l’eterodirezione? Insieme per il futuro della scuola Quando si discute di futuro della scuola, di trasformazione della scuola, penso che questi siano quesiti a cui dare risposta. È utile riflettere su ciò che mettiamo realmente in gioco quando pensiamo al futuro dell’Istruzione pubblica e inclusiva. Siamo in una condizione in cui necessariamente dobbiamo mettere in discussione il nostro modo di fare scuola, cerchiamo di non sprecare l’occasione banalizzando il dibattito solamente in una questione di centimetri tra i banchi.
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Search-ME - Erickson 6 DSA
Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, il punto sui disturbi specifici di apprendimento.
I disturbi specifici di apprendimento riguardano in Italia oltre 2 milioni di persone tra bambini, ragazzi e adulti. Secondo le recenti ricerche, dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia riguardano circa il 3-4% degli alunni italiani. Questo significa che in una classe di 25 studenti è altamente probabile trovare un bambino o un ragazzo che manifesti una considerevole difficoltà negli ambiti della lettura, del calcolo e della scrittura. Proviamo a rispondere alla domande più frequenti. Quali e cosa sono i DSA? I Disturbi evolutivi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono un gruppo di disturbi di origine neurobiologica delle abilità di base che interferiscono con il normale apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo. I DSA si distinguono: Dislessia: disturbo della lettura che si esprime a livello base della decodifica del testo (apprendimento della “tecnica” di lettura: trasformazione dei segni grafici nei suoni che compongono le parole) Disortografia: disturbo della scrittura che si esprime a livello della compitazione del testo (codifica fono-grafica e ortografia) Discalculia: disturbo delle abilità relative al mondo dei numeri e del calcolo  Disgrafia: disturbo della scrittura che si esprime a livello della grafia (aspetti grafo-motori)   Qual è la diffusione dei DSA in Italia? Secondo i dati della ricerca epidemiologica più recente e aggiornata in Italia, la prevalenza stimata dei DSA, rilevata su una popolazione scolastica del quarto anno della scuola primaria, oscilla tra il 3,1% e il 3,2%.  Ciò significa che al termine del primo anno della scuola primaria è possibile aspettarsi che almeno un bambino in ogni classe manifesterà difficoltà significative nell'apprendimento della letto-scrittura. Purtroppo solo l’1% di questi alunni con DSA è riconosciuto con una certificazione diagnostica, mentre il restante 2%, pur manifestando delle difficoltà non è stato identificato come DSA Quali sono i possibili segnali premonitori di un DSA? Durante la scuola dell’infanzia, alcuni comportamenti e difficoltà in determinate aree possono essere considerati predittori di DSA, per esempio alcune difficoltà nell’orientamento spazio-temporale o nella coordinazione motoria. Mentre nei primi anni della scuola primaria, bambini che hanno difficoltà nell’organizzazione del lavoro o esauriscono rapidamente la loro capacità di concentrazione, possono manifestare un eventuale DSA, soprattutto se nel primo anno di scuola non compiono i progressi attesi. È importante l’individuazione precoce dei DSA? Sì, perché l’osservazione precoce dello sviluppo delle abilità di apprendimento è fondamentale per contenere le manifestazioni disfunzionali del disturbo. Molte scuole dell’infanzia si sono già attivate in questo senso: a partire dall’ultimo anno si stanno diffondendo metodiche di osservazione scolastica che possono aiutare gli insegnanti nella progettazione didattica a supporto delle difficoltà.  In particolare a partire dall'ingresso alla Scuola Primaria è possibile osservare eventuali ritardi nel percorso di alfabetizzazione che potrebbero essere un indice di disturbo. Qual è l’età minima per la diagnosi? Non prima della fine della classe seconda della scuola primaria. Quali figure professionali sono specializzate per valutare un DSA? La valutazione e l’eventuale diagnosi di DSA può essere svolta da Psicologi e Neuropsicologi dello sviluppo esperti in Psicopatologia dell’apprendimento e Neuropsichiatri Infantili. In alcune regioni è possibile presentare alla scuola anche le diagnosi elaborate da privati, mentre in altre sono accettate solo quelle del Servizio Sanitario Nazionale (o enti convenzionati). Per meglio comprendere la specifica situazione di ogni regione far riferimento alla sezione Normativa locale sui DSA Chi segnala eventuali difficoltà del bambino? Generalmente è l’insegnante che segnala eventuali difficoltà del bambino alla famiglia. In particolare se l’insegnante rileva difficoltà nel rendimento scolastico del bambino, con ritardo nell'apprendimento della letto-scrittura o carenze negli apprendimenti di fatti matematici, può inviare la famiglia a fare una visita specialistica in modo che le figure professionali pertinenti sottopongano il bambino a una serie di test finalizzati. Cosa può fare un insegnante quando in classe prima della scuola primaria alcuni bambini manifestano un possibile rischio di DSA? Cercare di cambiare l’ottica con cui osservare le difficoltà. Nell’età evolutiva le differenze individuali nello sviluppo dei bambini sono molto ampie, e spesso in classe prima sono moltissimi bambini che hanno difficoltà di letto-scrittura, generalmente molti più di quelli che avranno un DSA.  È quindi fondamentale, nella pratica quotidiana, aiutare tutti i bambini in un’ottica di prevenzione e non di “cura”, agevolando: i bambini che non avrebbero bisogno di un intervento specifico, ma che potrebbero comunque consolidare e meglio padroneggiare l’abilità i bambini che ne avrebbero invece bisogno perché hanno uno sviluppo tardivo delle abilità e che quindi arrivano sempre un po’ dopo gli altri e sono alla continua rincorsa dei compagni e soprattutto della didattica! i bambini che svilupperanno un DSA ma ancora non lo sappiamo con certezza tutti gli altri bambini che portano con sé un disturbo dell’apprendimento non specifico ma secondario ad altre patologie. Una didattica attenta ad alcuni aspetti fondamentali, in classe prima (e alla scuola dell’infanzia), permette a un bambino con DSA di sopravvivere al suo primo anno di scuola e di apprendere come gli altri. Dobbiamo quindi puntare molto su ciò che aiuta a ridurre le manifestazioni del disturbo, dato che non possiamo intervenire sulla causa perché costituzionale. Al bambino con DSA serve l’insegnante di sostegno? No. Il bambino con DSA per definizione è un bambino intelligente, che però presenta specifiche cadute nelle abilità di lettura e/o scrittura e/o calcolo. Necessita quindi di particolari attenzioni didattiche, ma non dell’insegnante di sostegno. Il supporto di cui ha bisogno può essere attivato dall'insegnante di classe, dalla famiglia e indirettamente dai compagni attraverso metodiche che l’insegnante può adottare nella di gestione della classe, come l’apprendimento collaborativo. Che cosa sono gli strumenti compensativi e le misure dispensative? Gli strumenti compensativi per i DSA sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell'abilità deficitaria, tipica del disturbo. Si distinguono in  “specifici”: strumenti che supportano in modo diretto l’abilità deficitaria (lettura/ortografia/grafia/numero/calcolo), come, per esempio, la sintesi vocale, la calcolatrice, la videoscrittura con correttore ortografico, ecc.  “non specifici” o “funzionali”: strumenti che supportano aspetti deficitari di abilità “trasversali” quali memoria, attenzione, ecc. Tali strumenti sono, per esempio, la tavola pitagorica, le tabelle dei verbi, delle formule matematiche, della sequenza dei giorni/mesi… Le misure dispensative sono particolari interventi didattici che permettono agli alunni con DSA di non svolgere alcuni compiti o di esserne parzialmente esentati (lettura ad alta voce in classe, studio mnemonico delle tabelline, valutazione degli errori ortografici, ecc.). Che strumenti può utilizzare un insegnante per l’individuazione precoce degli alunni con possibile DSA? Nei primi due anni della scuola primaria nelle scuole sono in uso delle buone pratiche di individuazione precoce delle difficoltà di apprendimento che si basano sull’utilizzo di prove scolastiche per l’osservazione e il monitoraggio dello sviluppo delle competenze di base relative alla lettura, alla scrittura e al calcolo. Questi strumenti possono essere somministrati in forma collettiva, cioè a tutta la classe e/o in forma individuale. Un modello di intervento e valutazione uniforme, rapido e standardizzato è quello offerto dalla piattaforma multimediale Giada, che consente di individuare precocemente eventuali difficoltà di apprendimento legate agli ambiti della letto-scrittura e del numero-calcolo. Di norma con la supervisione di un esperto (consulente scolastico) l’insegnante può farsi un’idea più precisa se il ritardo negli apprendimenti di un alunno può essere un possibile indice di disturbo specifico. Nei primi due anni di scolarizzazione sono frequenti casi di “falsi positivi”, cioè bambini che presentano un semplice ritardo negli apprendimenti senza sviluppare poi un DSA. Prima della segnalazione ai genitori occorre quindi prendere in considerazione anche altri elementi, tra cui i principali sono la familiarità per il disturbo e un pregresso disturbo del linguaggio Cosa può fare un genitore per capire se suo figlio ha un DSA? Innanzitutto confrontarsi con gli insegnanti per valutare se le problematiche che si evidenziano a casa sono riscontrate anche a scuola. Se è così, in collaborazione con gli insegnanti, raccogliere i principali elementi significativi del possibile disturbo che si evidenziano nello svolgimento delle attività scolastiche (es. lettura lenta e/o scorretta, errori di ortografia, scrittura poco comprensibile e/o molto lenta, difficoltà nell’apprendimento delle tabelline e dei calcoli semplici, ecc.). A questo punto è importante rivolgersi al Servizio Sanitario del territorio o a uno specialista di disturbi dell’apprendimento che lavora privatamente.
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