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La comunicazione empatica nella classe capovolta - Erickson 1

La comunicazione empatica nella classe capovolta

Come creare un clima collaborativo e di stima reciproca tra insegnanti e alunni

Nella scuola tradizionale, caratterizzata tipicamente dall’insegnamento frontale in cui il docente impartisce delle conoscenze, la comunicazione empatica può anche passare in secondo piano. 

Non è così invece nella scuola capovolta, in cui il docente è un supervisore, un allenatore, una guida al metodo e non ai contenuti. In questo contesto, la comunicazione empatica diventa indispensabile. 


La comunicazione efficace ed empatica dovrebbe essere il tema centrale della preparazione professionale di ogni insegnante.

In particolare, nella didattica capovolta, l’importanza della comunicazione empatica è legata alla necessità di creare un clima collaborativo e di stima reciproca necessario ad assicurare quella rete di rapporti che è il vero motore dell’evoluzione della cultura. Ricordiamo che nella scuola capovolta l’insegnante non è intermediario, ma coach.

Nella scuola capovolta, infatti, il docente:

  • non semplifica ma complica, ponendo problemi;

  • non corregge gli errori ma soltanto li segnala, incoraggiando l’autocorrezione;

  • non indica tutte le fonti ma solo quelle poche necessarie a trovare tutte le altre.

Con questi accorgimenti il docente è come un supervisore, un allenatore, guida al metodo, non ai contenuti. Imparare a praticare la comunicazione empatica è quindi indispensabile per un vero docente capovolto.

Può essere utile richiamare qui le 4 fasi della comunicazione empatica di Marshall Rosenberg, per ricordarci di applicarle in ogni discussione:

  • Imparare a raccontare i fatti astenendosi da giudizi o valutazioni moralistiche.

  • Esprimere solo i propri sentimenti informandosi poi di cosa sta provando l’altro.

  • Esprimere solo i propri bisogni informandosi dei bisogni dell’altro.

  • Senza alcuna pretesa, chiedere cose precise e concrete domandando all’altro la stessa precisione nelle richieste.

REAZIONI EMPATICHE E NON EMPATICHE: QUALCHE ESEMPIO

Passiamo ora a simulare alcuni casi nei quali un insegnante si trova ad affrontare una conversazione difficile a scuola, provando poi ad analizzarli distinguendo le reazioni empatiche da quelle non empatiche.

Situazione 1
Studente: «Non ho alcuna intenzione di fare questi esercizi con Davide: è handicappato di zucca!». Insegnante: «Siamo una classe unita e dobbiamo volerci bene. Se non vuoi aiutare nessuno, non è una cosa bella». 

Commento: La risposta non lascia intendere che il docente abbia recepito il bisogno dello studente. «Dobbiamo volerci bene» è una predica che può produrre sensi di colpa, non generosità. L’insegnante avrebbe potuto informarsi meglio sui motivi del rifiuto con domande semplici come questa: «Sei preoccupato che con Davide non riusciresti a raggiungere un buon risultato?».

Situazione 2
Studente: «No, senta, oggi magari mi faccio interrogare ma non mi metta a fare il lavoro di gruppo». Insegnante: «Mi dispiace ma oggi non interrogo perché devo seguire l’altro gruppo del progetto. Tu fai almeno un tentativo. Dai, stai pure con Marco e Laura che sono bravi!».

Commento: Qui il rifiuto non viene gestito con imposizioni, tuttavia mancano i presupposti empatici, in quanto il bisogno espresso non viene esaminato. Si immagina di capire il problema e si incoraggia a non avere paura senza, però, essere certi di quale sia veramente la paura.

Situazione 3
Studente: «Le ho detto che io mi faccio volentieri interrogare da lei ma non voglio raccontare la storia a tutta la classe!». Insegnante: «Vuoi evitare sentimenti dolorosi come la paura di essere presa in giro o l’imbarazzo?».

Commento: Questa è una buona risposta-domanda. L’insegnante ha due ipotesi di origine del bisogno e le propone entrambe.

Situazione 4
Preside: «Professore, lo dice il nostro vecchio regolamento di istituto che non è stato ancora modificato: non può fare utilizzare i cellulari in classe!». Insegnante: «Preside, si sarà accorto che il mondo si sta digitalizzando? Vietare i cellulari è un’assurdità. Una scelta retrograda! E lo dice anche il MIUR!».

Commento: Questa risposta non è empatica. L’insegnante infatti non solo non indaga sul bisogno del suo dirigente, ma lo contraddice senza via di scampo. Nonostante le sue rivendicazioni siano sacrosante, in questo modo l’insegnante otterrà solo altri rifiuti e una grande quantità di stress.

Maurizio Maglioni
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