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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Metodologie didattiche / educative
Un’indagine svolta in collaborazione con il MIUR ci rivela che molti studenti dichiarano di non stare bene a scuola
 Tempo fa è stata istituita una commissione ministeriale per lo studio del livello di benessere e malessere nelle scuole italiane, alla quale ho partecipato. Per ottenere una panoramica avevamo scelto di analizzare il benessere scolastico di un ampio numero di preadolescenti somministrando a loro e ai loro insegnanti dei questionari di rilevazione delle variabili psicologiche che puntavano a indagare il burn-out (esaurimento dovuto a uno stress che porta a un logorio psicofisico ed emotivo). Abbiamo anche utilizzato alcune parti delle rilevazioni OCSE-PISA per valutare gli indicatori qualitativi relativi ad apprendimento, benessere e malessere.  Ciò che volevamo ottenere era una stima della sensazione di inadeguatezza e disagio a scuola sperimentata dai giovani, identificando anche il limite significativo, cioè il discrimine fra un malessere risolvibile e uno talmente acuto da essere fonte di ansia, angoscia, preoccupazione, desiderio di fuga e percezione che ciò che lo studente sta vivendo è nocivo per lui.  Quando abbiamo cominciato ad analizzare i dati ci siamo agitati tutti. I numeri sono impressionanti: il 27% del campione italiano sta «così così» (non «bene»); il 73% sta male e all’interno di quest’ultimo gruppo il 60% sta male stabilmente. In altre parole, non ha ricordo di essere mai stato bene a scuola.  PERCHÉ I RAGAZZI STANNO MALE?  Dopo aver acquisito i risultati sulla presenza lampante di un malessere ci siamo chiesti perché stessero male, tutti questi ragazzi; così ci siamo dedicati ad analizzare gli indicatori qualitativi. È stato come ricevere un pugno allo stomaco: un indicatore qualitativo emerso massicciamente riguarda il carico richiesto ai ragazzi, ed è la prima volta che questo aspetto viene identificato nella scuola italiana. Siamo di fronte a un problema di inadeguatezza del carico cognitivo, per quantità e qualità: i nostri ragazzi vengono ingozzati (questa è la quantità) di prestazioni (questa è la qualità). Intendo dire che ai ragazzi viene chiesto di memorizzare procedure e regole in grande quantità anziché di far proprie delle conoscenze che servano loro per sviluppare delle competenze utili per il futuro.  Questa è una prima causa di malessere, ma non è l’unica a essere emersa. A livello emozionale abbiamo riconosciuto traiettorie emotive che sono collegate a emozioni di continuo alert. Questo stato di allerta costante dei ragazzi riguarda le verifiche, il giudizio, le scadenze che incalzano e il fatto di non essere in grado di dedicare tempo a ciò che appassiona.  Inoltre fra gli elementi determinanti si registrano due emozioni particolarmente disturbanti: la noia e il senso di colpa. Sono emozioni molto pesanti e si può dire che accompagnino la maggior parte degli apprendimenti scolastici: accade che uno studente, se non riesce, si senta colpevole oppure si annoi terribilmente, o le due cose insieme.  Dunque allo studente viene chiesto di imparare troppo, in poco tempo, senza passione, con l’ansia di doverne rendere conto, la frustrazione di non riuscire, la sensazione di perdere tempo per cose più utili e piacevoli: di fronte a tutto ciò il cervello, che è una struttura vivente che ogni millesimo di secondo resetta i propri circuiti sulla base delle informazioni che riceve, è costretto a spendere energie per qualcosa che non provoca benessere, bensì allerta.  Questo testo è tratto dal libro "Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere" di Daniela Lucangeli.
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Search-ME - Erickson 2 Metodologie didattiche / educative
La mente non può non sbagliare. Diversi studi recenti hanno dimostrato addirittura che l’errore rappresenta una vera e propria fase dell’intelligere umano
Negli ultimi anni abbiamo fatto due… errori sull’errore. Nel gergo della psicologia si chiamano bias, termine che indica le interpretazioni deboli, parziali della realtà; il primo ci ha spinto a dire che, se un bambino fa tanti errori, è colpa di qualcuno: sua mamma e suo papà, il sistema sociale inadeguato, le ore di gioco... Quale che sia, una colpa ci deve essere. A questo meccanismo ne è stato aggiunto un altro: laddove c’è un errore, probabilmente c’è una patologia.  Per riassumere: se c’è un errore ci sarà quantomeno una colpa, se non una malattia. Non so dire quale dei due bias sia più deleterio, di certo entrambi invocano una riflessione attenta sui risultati seri della ricerca scientifica L’ERRORE È PARTE DEL PROCESSO DI APPRENDIMENTO La mente non può non sbagliare. Diversi studi recenti hanno dimostrato addirittura che l’errore rappresenta una vera e propria fase dell’intelligere umano. Per capire l’errore dobbiamo quindi capire come funziona il flusso cognitivo dell’intelligere. Esso si può sintetizzare nelle sue tre fasi costitutive a seconda delle direzioni: da fuori a dentro, da dentro a dentro, da dentro a fuori.  La prima è la fase della assimilazione, che io descrivo come la direzione «da fuori a dentro»: le informazioni nuove vengono incamerate dall’individuo, vengono portate dentro di sé. In un secondo momento, nella fase che io chiamo «da dentro a dentro», avviene un’elaborazione interna alla persona, che la porta a ragionare sui concetti appena appresi, a modificarli e integrarli: una caratteristica tipica dell’intelligenza umana. Infine queste nuove conoscenze, ormai fatte proprie dall’individuo, possono essere riproposte dal soggetto al mondo attraverso una restituzione, nella fase che possiamo definire «da dentro a fuori».  Detto questo possiamo considerare l’errore unsegnale di dove il bambino, lo studente, ha incontrato delle fatiche lungo il suo percorso di elaborazione delle informazioni. Ecco che il suo significato cambia completamente: da conseguenza di una colpa o sintomo di una patologia l’errore diventa la chiave di accesso alla comprensione del percorso cognitivo del bambino.  In quest’ottica l’insegnante deve porsi come osservatore attento degli errori dei suoi allievi e trarne informazioni utili per accompagnarli al meglio nel loro percorso di apprendimento; ciò considerando che, in gran parte, chi fornisce e regola per quantità, qualità e ritmo il flusso di informazioni che lo studente riceve è proprio l’insegnante stesso.  Chi insegna, quindi, non deve limitarsi a giudicare e valutare l’inadeguatezza delle risposte che gli studenti danno, ma deve cominciare a trovare strategie e soluzioni perché chi fa fatica trovi i supporti, le facilitazioni e i percorsi attraverso cui superare l’ostacolo, correggere gli errori e trarre il meglio dai propri talenti. Questo testo è tratto dal libro "Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere" di Daniela Lucangeli.
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Search-ME - Erickson 3 Didattica
L'intervento di Daniela Lucangeli e degli altri relatori al Convegno
Nella seconda giornata di lavori del convegno “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, molti relatori con expertise diversi si sono alternati al microfono, affrontando temi diversi. Tanti, come tante sono le sfide che deve affrontare oggi l’educazione. Ecco qualche passaggio dei loro interventi. Daniela Lucangeli (Università degli Studi di Padova) Emozioni e circuito della ricompensa nell’età digitale: dipendere o desiderare? «Oggi parliamo di questo oggetto, dello smartphone. È l’oggetto più venduto al mondo, lo sapevate? È più venduto persino delle bottiglie d’acqua. È stato calcolato che, ogni giorno, noi tocchiamo il nostro cellulare 2.600 volte. Siamo diventati dipendenti dai nostri smartphone, da questi device riceviamo in tutti i momenti notifiche che attivano il sistema della dopamina del nostro cervello. Due anni fa nel DSM,  il manuale dei disturbi psichiatrici, è comparsa improvvisamente una sigla: “internet addiction”. “Addiction” è una parola adoperata comunemente con riferimento alle droghe. Da un po’ di tempo esistono anche l’ “internet addiction” e la “device addiction”. E se questo sta accadendo a noi adulti, chiediamoci che cosa sta accadendo ai nostri figli, bambini e adolescenti. Questi device che creano dipendenza sono in grado di modificare tutte le strutture connettomiche del nostro cervello. Sono diventati un’estensione del nostro io, a cui ci rivolgiamo in ogni istante alla ricerca di microdosi di dopamina per il nostro sistema delle ricompense. Abbiamo il cellulare in mano mentre siamo a passeggiare, mentre stiamo con i nostri figli, mentre giochiamo con loro. Ora dobbiamo capire che un conto è giocare con un bambino con un obiettivo educativo a fianco lui, perché questo rende più plastico il nostro sistema cognitivo, e un conto è sostituire la presenza umana con un comodo sistema di levetta della dopamina. La tecnologia è il futuro se abbiamo l’umano che non si lascia percorrere da rischi che nemmeno conosce e sono rischi che vanno dalla disprogrammazione cellulare alla dipendenza alla perdita della libertà. Questa non è una predica, è un alert. Quando c'è un pericolo così grande, non si possono dire i fattori positivi, prima occorre fermare il rischio e poi riprendere le strade educative. Non sto facendo una battaglia sulla debolezza della tecnologia. Anzi, la tecnologia ci ha sostituito. Io sto facendo una battaglia in cui vi chiedo aiuto per ritornare a dare forza all'umano. Ciascuno di noi in questo momento è nella condizione di scegliere la non dipendenza per sé, per i suoi figli e per i figli di tutti».  Carlo Scataglini (insegnante di sostegno, L’Aquila) con Irene Galli (studentessa e scrittrice, Firenze) e Carolina Raspanti (scrittrice e attrice, Lugo di Romagna) Il sostegno che vorrei, l’inclusione che vorrei. Voci di scuola vissuta e viva «Carlo Scataglini chiede a Irene Galli e Carolina Raspanti, due ragazze protagoniste del libro “Giù per la salita - La vita raccontata da uomini e donne con Sindrome di Down”, che sostegno vorrebbero. Irene: «Io vorrei stare in classe. Io quando sto in classe sto bene. Con il sostegno vorrei che il mio insegnante non mi stesse appiccicato addosso. Io qui a Rimini sono venuta da sola, senza la mia mamma. Lei doveva andare a Roma, quindi sono venuta da sola. Per me l’inclusione è non lasciare indietro nessuno». Carolina: «La scuola è importante per ognuno di noi, per la nostra crescita e la nostra maturità. Agli insegnanti vorrei dire d non mollare mai, di non abbattersi mai, di andare sempre avanti a muso duro. E soprattutto: mai escludere, mai isolare, mai lasciare i ragazzi da soli. Rendere le persone partecipi, attive, dinamiche, e fare in modo che diano quanto hanno dentro». Carlo Scataglini conclude il dialogo con una riflessione personale: «Sei anni fa ho scritto un libro: “Il sostegno è un caos calmo – E io non cambio mestiere”. Sei anni dopo, la penso ancora nello stesso modo, io non cambio mestiere. Ma adesso vorrei che cambiasse lui, il sostegno. Vorrei un sostegno diffuso, non più sostegno, ma sostegni. Sostegno, a cominciare dai dirigenti scolastici. Un sostegno in cui non esista più la delega, ma in cui tutti i docenti si sentano parte di un percorso condiviso. Un sostegno degli insegnanti del consiglio di classe, appunto, che finalmente sappiano come muoversi perché hanno preso in carico il problema e hanno la giusta formazione. Perché conoscono le tecniche operative di facilitazione e semplificazione e non dimenticano mai che gli alunni della loro classe sono 25, non uno di meno». Franco Lorenzoni (Casa-laboratorio di Cenci, Amelia) La necessità di educare controvento. Quale cultura e quali domande per educare oggi? «Sono convinto che ognuno di noi porti dentro tante identità, congelate, che hanno bisogno di essere massaggiate e accarezzate per essere scongelate. Io penso che ci sia una scuola freezer dove tutto è congelato, dove quando abbiamo una identità è sempre quella, e siamo trattati per quella identità che rimane ferma, sempre quella. E poi c'è una scuola forno, dove tutto si trasforma, dove la farina e l'acqua diventano pane o dolce. É difficile fare la scuola forno ma è quella che dobbiamo fare. Se noi ci accontentiamo di ciò che è fermo e congelato non andiamo da nessuna parte. Se riusciamo a mettere insieme tutte le componenti che possono produrre il saporito, e che se messe insieme sono profumate, abbiamo compiuto il nostro compito. Sapere e sapore hanno molto a che fare tra di loro». Eva Pigliapoco e Ivan Sciapeconi (insegnanti e formatori, Modena) L’inclusione è una storia dolce «Circa 15 anni fa abbiamo inserito nelle nostre classi, eravamo in prima, una bimba ganese sorda, che comunicava ancora male con la LIS, la lingua italiana dei segni. Noi insegnanti eravamo ignoranti in materia e ci siamo attivati tutti, organizzando un percorso serale che coinvolgesse tutti noi adulti, dai docenti, ai genitori, al personale della segreteria, ai bidelli. Poi abbiamo inserito nel curriculum delle due classi parallele in cui lavoravamo insieme tre ore settimanali di LIS per 5 anni, in modo che tutti i bambini potessero comunicare con la bambina sorda tramite la LIS. È stata un’esperienza forte, che ha lasciato il segno nei bambini, e ce ne siamo accorti solo in un secondo momento, come sempre capita nelle storie belle di inclusione. È stata un’esperienza utilissima per Maddalena, una bambina intelligente che non riusciva a partire con la letto-scrittura e poi si è sbloccata con la dattilogia, le lettere dell’alfabeto delle mani. È stata un’esperienza utile per Maria, una bambina molto chiusa che è riuscita a uscire dalla sua timidezza . È stata un’esperienza utilissima anche per Gennaro, un bambino che rischiava di essere bocciato alle scuole medie, quando i suoi compagni di classe che gli suggerivano sotto il banco con le mani. Gli abbiamo fornito un’arma segreta! L’inclusione è una storia dolce perché è l’unico modo per far stare bene tutti, anche se spesso è faticosa, è sicuramente faticosa, però noi ce la possiamo fare, non dobbiamo mollare».  Arianna Saulini (Advocacy Manager, Save the Children Italia) 20 novembre 2019: la convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza compie trent’anni! Conquiste e sfide per il futuro «Nei ragazzi che abbiamo intervistato colpisce il fatto che molti di loro non hanno desideri e sogni nel cassetto per il futuro, crescono e vivono nei quartieri e non hanno possibilità di uscire dal contesto che vivono in quel momento. Crescere con il riscaldamento globale è un dato, non allarmismo. Coloro che sono nati dopo il 2000 stanno vivendo gli anni più caldi dal 1800 a oggi. Il movimento che è nato intorno a Greta e di cui si inizia a parlare tanto non è solo allarmismo. La cosa fondamentale che ha fatto Greta con il suo movimento è stato dimostrare che i minori sono soggetti di diritto, come riconosce la convenzione ONU, che auspica la loro partecipazione a tutti i contesti della vita: dalla famiglia, alla scuola, all’ambito sociale». Maria Luisa Iavarone (Università degli Studi di Napoli Parthenope) Dalle colpe dei minori alle responsabilità degli adulti: il modello A.R.T.U.R. come intervento di pedagogia civile «Noi oggi siamo in grado, grazie a una quantità di dati strabordante, di individuare i predittori del rischio di devianza che vengono da indicatori già stabilizzati. Oggi nascere in un determinato quartiere con un determinato cap, ti espone inesorabilmente a un destino che per un terzo è già scritto. Se vogliamo avere un approccio che sia multifocale rispetto alla prevenzione del rischio, dobbiamo dotarci di lenti più capaci di mettere in luce questi percorsi, ad esempio creando una anagrafe del rischio, accompagnando i minori che vivono e sperimentano situazioni difficili perché provenienti da famiglie fragili». Roberta Caldin (Università degli Studi di Bologna). Educazione 0-6 anni e inclusione scolastica: un bilancio a due anni dalla pubblicazione dei D. Lgs. 65-66/2017 «Se siamo costruttori dell'identità dell'altro, e cominciamo invece fin dall'infanzia a dire che i bambini con disabilità sono malati e che sarà solo lo psicologo a curarsi di loro, questa identità è medicalizzata e sanitarizzata e non sarà mai un’identità competente, ma un’identità che viene riportata alla riparazione del danno, a qualcosa che è rotto e che è da aggiustare. Qualcosa che quindi che costringe tutti noi che lavoriamo nei processi inclusivi a tornare indietro, per fare in modo che anche l'altro, colui con il quale lavoro, abbia una identità non negata, come dice Andrea Canevaro, ma abbia una identità competente, la cui competenza dipende però dal nostro sguardo e dal livello di progettualità che noi siamo in grado di dare loro» John Lochman (University of Alabama) Rabbia e aggressività in bambini e adolescenti: risultati e prospettive dell’intervento cognitivo-comportamentale «Negli ultimi 40 anni sono stato ricercatore e ho studiato bambini con comportamenti aggressivi in famiglia o a scuola. L'aggressività nei bambini è un problema, perché è stabile. Quando vi è un bambino molto aggressivo a 8 - 9 anni, la probabilità che l'aggressività continui successivamente è molto alta. Sono bambini che successivamente possono peggiorare e adottare comportamenti violenti, criminali o abusare di sostanze. Nel corso degli anni abbiamo sviluppato vari interventi cognitivo - comportamentali per questi bambini. Recentemente abbiamo lavorato sul coping power con questi bambini. Attraverso una serie di studi sull'efficacia, abbiamo visto che i bambini che ricevono un trattamento di coping power hanno un’aggressività ridotta, un tasso di criminalità ridotto e anche un uso di sostanze ridotto. E la cosa positiva è che questi risultati sono stabili nel tempo».
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Search-ME - Erickson 4 Disabilità
Storia di Gio, bambino nato con un cromosoma in più, raccontata dal fratello Jack, al secolo Giacomo Mazzariol
«Gio è uno che balla in mezzo alla piazza, da solo, al ritmo della musica di un artista di strada.  Gio è ...  genuinità e genialità al tempo stesso. Gio è uno che quando si trova in un corridoio corre perché nei “corridoi” ... si corre. Gio è uno che ogni mattina si sveglia e ti chiede se fuori c’è il sole e ogni mattina porta un fiore alle sorelle. E se è inverno e non lo trova, porta loro foglie secche. E quando mi chiedono cos’ha Gio, io rispondo sempre “Mio fratello rincorre i dinosauri”». Gio è un bambino speciale, molto spontaneo e autentico, che fa divertire chi gli è accanto con la sua carica di simpatia e vitalità. Anche perché Gio non si cura molto delle convenzioni  sociali: lui semplicemente è sempre e solo se stesso, in qualsiasi situazione e in qualsiasi contesto si trovi. Gio è un bambino speciale nato con un cromosoma in più.  Questa sua “specialità” però non è proprio facile da accettare, anche da parte del fratello Jack che, da piccolo, questo bambino “speciale” se l’era immaginato tutto diverso, come un supereroe, dotato di  poteri incredibili. Ecco allora la fatica di accoglierlo, di accettare che faccia parte della propria vita, di crescere insieme. Fino a quando, un bel giorno, passata l’adolescenza, Jack arriva a vedere suo fratello con occhi nuovi e a scoprire che Gio alla fine un supereroe lo è davvero e che quindi l’idea iniziale non era poi così sbagliata. Dopo il successo di “Mio fratello rincorre i dinosauri”, bestseller tradotto in più di dieci lingue, ora la storia autobiografica di Jack, al secolo Giacomo Mazzariol, diventa anche un film, che sarà distribuito nelle sale cinematografiche italiane a partire da settembre. Giacomo Mazzariol sarà relatore al convegno “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale” con un intervento dal titolo “Vedere e scegliere di amare. Io e mio fratello con un cromosoma in più”. Per vedere il trailer del film, clicca qui.
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Search-ME - Erickson 5 Concorsi e professioni della scuola
L'importanza di utilizzare e adattare metodologie didattiche evidence based
Negli ultimi 10 anni è andata affermandosi sempre più nel mondo anglosassone una “cultura dell’evidenza”  che promuove, anche nel contesto educativo, l’utilizzo di strategie e metodi basati sulle conoscenze offerte da metodi di ricerca scientifici. L’applicazione dell’approccio evidence based è partita inizialmente in ambito medico, per poi estendersi all’ambito delle scienze sociali e dell’educazione. Anche nel nostro Paese la evidence based education sta ricevendo un’attenzione crescente.   IL RUOLO DELLE METODOLOGIE DIDATTICHE EVIDENCE BASED Margo Mastropieri e Thomas Scruggs, professori emeriti alla George Mason University (USA) e relatori al CONVEGNO ERICKSON “LA QUALITÀ DELL’INCLUSIONE SCOLASTICA E SOCIALE”, hanno approfondito il ruolo delle metodologie didattiche evidence based utilizzate con alunni con Bisogni Educativi Speciali attraverso uno studio qualitativo portato a termine nel 2016 e intitolato “Personalizing Research: Special Educator’s Awareness of Evidence based Practice” (Mary Guckert, Margo A. Mastropieri e Thomas E. Scruggs).    NON TUTTI I DOCENTI LE CONOSCONO Da questo studio, condotto su un campione di docenti americani specializzati nel sostegno attraverso interviste semistrutturate, la disamina di lavori realizzati in classe e i rapporti analitici scritti dai ricercatori in seguito alle interviste agli insegnanti, è emerso che, pur tra docenti altamente specializzati, il livello di conoscenza delle metodologie didattiche evidence based è molto variabile. I docenti più preparati sulla ricerca tendevano a utilizzare, fare affidamento e condividere spesso i risultati delle ricerca nella loro didattica. I docenti mediamente preparati usavano e condividevano la ricerca senza continuità e senza farci affidamento costante. I docenti meno preparati sulla ricerca la usavano e condividevano poco nella loro didattica e non ci facevano molto affidamento. Lo studio indica perciò che l’affidamento e il ricorso alla ricerca nella pratica didattica è direttamente proporzionale al livello di conoscenza e consapevolezza della ricerca stessa.   DALLA CONOSCENZA DELLA STRATEGIA ALLA PERSONALIZZAZIONE In più, quello che emerge dallo studio condotto da Mastropieri e Scruggs è che il livello di conoscenza della ricerca in ambito didattico condiziona anche la capacità di personalizzarne efficacemente l’applicazione in classe, adattandola alle esigenze dei propri alunni, e in particolare a quelli con Bisogni Educativi Speciali. Tra i docenti presi in esame dallo studio, quelli più preparati sulla ricerca riuscivano a personalizzarla facendo in modo che il suo impatto sull’apprendimento da parte di alunni con BES fosse positivo. I docenti mediamente preparati personalizzavano la ricerca, senza però riuscire a ottenere risultati indiscutibilmente positivi. I docenti meno preparati sulla ricerca la personalizzavano, ma con risultati scarsi o nulli sull’apprendimento degli alunni. Dallo studio emerge perciò che la comprensione da parte dei docenti degli aspetti essenziali di una strategia didattica evidence based è fondamentale ai fini di una sua applicazione personalizzata efficace.  
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Search-ME - Erickson 6 Didattica
Lo spettro di chi non crede nell’inclusione e il ghost-buster di ricerca, evidenze, buone prassi
Si è aperta oggi la 12esima edizione del convegno Erickson “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, con la partecipazione di oltre 150 relatori ed esperti di fama nazionale e internazionale, provenienti da ambiti diversi, che portano le loro esperienze e visioni per offrire spunti di riflessione a una platea di oltre quattromila persone. Ecco alcuni passaggi degli interventi dei relatori alla prima giornata di convegno, durante la sessione plenaria. Dario Ianes (Libera Università di Bolzano e co-fondatore di Erickson) Lo spettro dell’incluso-scetticismo si aggira per l’Europa… ma non a Rimini  «Gli inclusio-scettici sono quelli che non credono che l’inclusione sia possibile, quelli che non credono che una scuola inclusiva sia possibile, quelli che credono che se una scuola inclusiva si potesse in qualche maniera realizzare non sarebbe comunque utile, positiva, efficace per i bisogni reali degli alunni e delle alunne con disabilità. Questi spettri che si aggirano per l’Europa in questi giorni a Rimini non ci sono, li stiamo allontanando. Per controbattere alle tesi degli inclusio-scettici possiamo fare molte cose, cose molto concrete. Prima cosa: raccogliere evidenze. Noi abbiamo bisogno di evidenze, abbiamo bisogno di dati. Evidenze non sono solo dati empirici fatti dalla ricerca, le evidenze sono le buone prassi, le cose concrete che facciamo che vanno documentate, tesaurizzate, vanno diffuse. Questo è un nostro compito fondamentale. Le buone prassi non vanno chiuse in un cassetto e lasciate lì. Dobbiamo svilupparle e poi diffonderle in tutti i modi possibili». Massimo Faggioli (IUL-Università Telematica degli Studi) Il progetto Expert Teacher «“Expert Teacher” è un progetto sviluppato da Erickson che viene da lontano perché ormai sono tre anni che ne parliamo. È un progetto su cui abbiamo ragionato a lungo anche all’INDIRE che riguarda la creazione di profili di docenti esperti e la certificazione di questi profili. È un progetto molto importante e ambizioso perché nella scuola in cui viviamo le competenze crescono spesso attraverso la consuetudine, l’esperienza, ma non esistono quadri di riferimento. Mi riferisco soprattutto alle figure di sistema, a quello che potremmo definire “middle management scolastico”». Susanna Tamaro (scrittrice) Alzare lo sguardo. Il diritto di crescere, il dovere di educare «Oggi è difficile fare leggere i bambini, oggi nelle scuole primaria si fa fare l'analisi del testo, è una cosa da università! Secondo me, bisogna fare leggere cose che appassionino. “Cuore di ciccia” è un libro che furoreggia da 30 anni, i bambini lo amano, lo rileggono, se lo regalano. Se il libro è noioso non c'è speranza. Sibilla Aleramo viene imparata a memoria ma dopo vade retro. Fate leggere anche Fabio Volo, o un libro sul calcio, perché l'importante è la lettura. Bisogna andare incontro all'interesse dei ragazzi, perché se scopri che la lettura è bella, impari a leggere. Io detestavo il Verga. Verga non si può imporre a 15 anni, lo farà chi sceglierà Lettere all'università. Bisogna andare incontro con intelligenza alle passioni dei ragazzi».   Giacomo Mazzariol (scrittore) Vedere e scegliere di amare. Io e mio fratello con un cromosoma in più «Il mio rapporto con mio fratello Giò che ha quasi 17 anni, è stata la sorpresa più bella che io ho avuto in questa piccola parte della mia vita. Ho solo 22 anni. Parlare un po’ di me e un po’ di lui l’ho fatto tante volte. Adesso è uscito il film “Mio fratello rincorre i dinosauri”. Io sono il tipo di fratello che lo carica sulle spalle e salta la siepe perché è troppo alta per lui, quando cado ci sfracelliamo al suolo, mia madre muore secca sul colpo! Non sono una persona “educativa”, anzi. La protezione che posso dare adesso a mio fratello è di linguaggio. Quello che faccio io è un lavoro sugli sguardi, sui corridoi, sui commentini, le sgomitate, insomma tutte le relazioni, tutta quella che è la vita al di là della scuola e che crea pregiudizio, una risatina in più. Bisogna cercare di ridere con una persona, anziché di una persona. Che è il problema delle relazioni a scuola». Serenella Besio (Università degli Studi di Bergamo) Il diritto al piacere del gioco per tutti «Il gioco è importante. Se ne è occupata anche l’ONU che ha istituito il diritto al gioco per il bambino, che deve essere assicurato per tutti i bambini. Implicitamente questo ci dice: se il bambino non gioca, non si sviluppa nel modo migliore possibile. Anche il bambino con disabilità deve poter giocare per il piacere stesso del gioco, proprio come gli altri bambini. In particolare, non deve essere sovrastato da attività ludiformi, attività riabilitative rivestite da una patina ludica che non sono gioco in sé». Alessandro Zanchettin (Dipartimento di scienze dell’educazione Università degli Studi di Bologna) Conoscere e apprendere il mondo attraverso il teatro «Negli anni Settanta il teatro era entrato in maniera importante a scuola nella sperimentazione di didattiche innovative. Successivamente, si è perso un po’, non il teatro in sé ma la sua pratica a scuola, diventando un’attività extra-curricolare. Ora sarebbe necessaria una riflessione per aprire nuovi spazi per la teatralità all'interno di altri setting della scuola. Il teatro aiuta ad imparare molte cose. Ad esempio, ad apprendere in una dimensione di gruppo, una cosa che non è affatto semplice, perché le dinamiche che si creano all'interno di un gruppo, delle relazioni, sono spesso legate a grandi difficoltà, addirittura generano emozioni negative che non si riescono a esprimere. Cercare soluzioni a queste difficoltà per la convivenza è uno degli elementi interessanti che si potrebbero sviluppare all'interno di una pratica teatrale non fuori dagli ambienti scolastici, ma dentro agli ambienti di apprendimento dove si impara a stare insieme». Camillo Bortolato (pedagogista e insegnante, ideatore del Metodo Analogico intuitivo) La straordinaria normalità del Metodo Analogico «Perché i bambini non battono ciglio quando sono davanti a un computer e devono fare cose difficili, mentre a scuola con noi vanno in catalessi? Perché la scuola è troppo lenta per loro. I bambini oggi hanno bisogno di vedere tutto, di istantaneità e non di gradualità. Perciò a scuola dobbiamo buttarci anche noi con i bambini, come fa l’anatra con i suoi piccoli quando li porta a nuotare per la prima volta. Si butta, e va avanti, senza frenare nessuno con le sue preoccupazioni».
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