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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Pedagogia
Le riflessioni di alcuni insegnanti e autori Erickson in occasione della Giornata Mondiale degli insegnanti
Chi crede nel valore dell’educazione sa che quello di insegnante è uno dei lavori più delicati e allo stesso tempo più importanti del mondo. Assieme a chi la pensa così ci siamo anche noi di Erickson. In occasione della Giornata Mondiale degli insegnanti che si celebra il 5 ottobre, abbiamo chiesto ad alcuni docenti e autori Erickson una riflessione su cosa significhi essere insegnante oggi. Ecco che cosa ci hanno raccontato.   «Molti anni fa, agli inizi della mia professione, da ventenne universitaria, mi trovai catapultata  in una scuola elementare (allora si chiamava così); lì  incontrai una “maestra”, di quelle storiche per quella scuola… mi guardò,  mi abbracciò e mi disse sottovoce: “Vedrai questo è il più bel mestiere del mondo… Coraggio!” Sono passati quasi 40 anni da allora, ma non ho mai dimenticato quell'abbraccio e quelle parole… molte cose nel frattempo sono cambiate nella scuola, nelle famiglie, negli studenti, e il “mestiere” dell’insegnante è diventato sempre più complesso e complicato. E molte volte mi sono chiesta, spesso alla fine di una estenuante giornata scolastica, se quelle parole oggi avessero ancora un senso. Be' tutte le volte la mia risposta è stata sempre quella: Sì!!  Essere un insegnante, anche oggi, non è solo la cosa più bella del mondo, essere un insegnante significa, oggi più che mai, avere il grande potere e la grande responsabilità di aiutare i bambini a cambiare il mondo e a rincorrere i propri sogni, fornendo loro gli strumenti necessari per farlo!» Giuseppina Gentili «Vicino a casa mia, nell'Oregon, c'è una piccola città fantasma del vecchio West e, al centro di questa città, c'è l'edificio della scuola. Avete presente la Casa nella Prateria? O la Signora del West? Una di quelle, con la campana e la stufa a legna, esattamente una di quelle. Reliquia di un tempo in cui insegnare voleva dire "sapere" e "trasmettere il sapere", e l'insegnante era il custode della conoscenza al quale ci si rivolgeva per imparare. Reliquia di ieri. Oggi l'insegnante, nella trasmissione del sapere, ha un'agguerrita concorrenza nei mezzi di comunicazione, nei media, negli strumenti digitali che mettono qualsiasi contenuto e informazione alla portata di tutti, alla distanza di un click. Cosa significa, dunque, essere insegnante oggi? Me lo sono chiesta spesso. Un vecchio proverbio dice che "L'insegnante non riempie un vaso, ma accende un fuoco". Credo che una delle possibili risposte stia proprio lì. La differenza tra quello che ci può dare Google (o Wikipedia, o quello che volete voi) e quello che ci può dare un insegnante è esattamente questa: se il primo riempie, il secondo accende. Insegnare oggi, per me, non dovrebbe essere solo fornire solide basi culturali, ma significa soprattutto risvegliare l'interesse nei ragazzi, far divampare quell'incendio di curiosità, entusiasmo e voglia di conoscere che, una volta acceso, li accompagnerà per tutta la loro vita. In altre parole, fare quello che nessun media digitale potrà mai fare. I contenuti potranno prenderli dove vorranno, ma la voglia di conoscere cose nuove e di allargare i loro orizzonti, potrà trasmetterla solo un buon insegnante». Lara Carnovali «Essere insegnanti oggi, in un momento in cui la scuola è per necessità obbligata a rivedersi e modificarsi, è una sfida motivante. L’insegnante ha necessità di essere in primo luogo un abile costruttore di relazioni. Se usiamo una metafora, l’insegnante si trova all’interno di una complessa e intricata ragnatela e ha il compito quotidiano di “tessere i fili in una trama a diversi e intrecciati ancoraggi”: gli alunni, la/le famiglia/famiglie, la comunità, i colleghi, l’istituzione scolastica, i contenuti di apprendimento, la motivazione, i processi attivati e i bisogni educativi speciali. Ognuno di questi ancoraggi va connesso con gli altri e l’insegnante ha proprio il compito di lavorare con grande delicatezza per mantenere un equilibrio che non sempre è stabile. Non si può infatti toccare un ancoraggio/filo senza che il movimento sia percepito anche dagli altri perché la ragnatela è in stretta interdipendenza; dunque ogni azione, pensiero, comunicazione vanno pensati e progettati lasciando poco spazio alla casualità e all’improvvisazione. Potrebbe sembrare faticoso, è lo è davvero molto quando si entra nella professione mettendo ogni parte di sé e ogni competenza presente. Sapere di poter fare “la differenza” in quello che è il futuro dei propri alunni, e quindi lavorare non per il qui ed ora, ma per il domani e per la globalità, oltre a richiedere un’assunzione di grande responsabilità, è anche altamente motivante. Questa è la bellezza dell’insegnamento». Desirèe Rossi   «Quest’anno sei in prima. I sorrisi sono ancora da latte e le finestrelle sono poche. I bambini dicono cose buffe, ma non ti puoi permettere di ridere perché sono seri, loro. Tutto molto rassicurante, ti dici, tutto come una volta. Eppure lo sai bene che non è così. I bambini che hai davanti saranno gli adulti del 2045-2050, date da romanzo di fantascienza. E questo non suona poi così rassicurante. Che cosa vuol dire fare l’insegnante oggi? Immaginare la fantascienza, probabilmente questo. Vivi in un piccolo osservatorio (piccolo in termini anagrafici, ovviamente) e hai a che fare con un futuro difficile da immaginare. Non puoi prevedere quale rapporto, questi bambini, avranno con le conoscenze. Quali tecnologie dovranno gestire e quale umanesimo tutto questo potrà far nascere. Puoi solo puntare a sviluppare competenze sufficientemente solide per affrontare i cambiamenti che (di questo sì, sei sicuro) ci saranno. Sei nella navicella di un romanzo di fantascienza e navighi a vista, superi asteroide dopo asteroide e ci si diverte come dei matti. Perché è un po’ come per Colombo: non c’è niente di meglio che essere visionari per scoprire nuove rotte e nuovi tesori». Ivan Sciapeconi e Eva Pigliapoco   «Il docente della scuola attuale deve possedere competenze disciplinari, psico pedagogiche, metodologico-didattiche, organizzative e relazionali, ma deve anche essere in grado di attuare una regolazione continua  della propria progettazione  in base alle risposte degli alunni, dell’insegnante stesso e  del mutamento del contesto al fine di riconoscere, accogliere e valorizzare  tutte le differenze individuali per trasformarle in opportunità di apprendimento. Tutto questo risulta possibile solo se l’insegnante riesce a diventare il costruttore di un ambiente di apprendimento in cui si diventa competenti insieme, in cui ognuno si mette in gioco, avendo ben chiari i propri limiti e le proprie potenzialità.  L’insegnante deve anche essere una guida in grado di aiutare gli studenti a connettere il sapere con l’esperienza quotidiana, a servirsi di strumenti efficaci, a costruirsi strategie operative e a riscoprire l’importanza dell’impegno e della fatica. Solo dando senso “al fare scuola” innovando, sperimentando e agganciando le conoscenze proposte ai contesti di vita reale si può incrementare la motivazione ad apprendere, che risulta essere uno dei fondamenti del successo formativo, finalità imprescindibile per un docente alle prese con la scuola attuale, vista con un organismo complicato interconnesso con molteplici aspetti della società». Elisabetta Grassi «Essere insegnanti oggi vuol dire essere fonte di ispirazione: un promotore di cultura a cui i bambini possano attingere ciò di cui hanno bisogno. L’insegnante deve accendere la scintilla dell’interesse dove manca ed essere capace di coltivare gli interessi che gli studenti manifestano, mettendo la sua competenza e professionalità al servizio del discente. Credo fortemente che il ruolo dell’insegnante debba essere quello di sostegno all’apprendimento, e che il suo scopo sia quello di creare un ambiente di apprendimento sereno e ricco di stimoli. L’obiettivo che mi prefiggo per ogni mio alunno è quello che sia autonomo, motivato, curioso e creativo. Queste sono abilità e competenze che lo accompagneranno per tutta la vita». Giuditta Gottardi «Per un’insegnante della primaria essere insegnante oggi vuol dire andare ogni mattina a scuola con il pensiero che nel pomeriggio ci saranno riunioni su riunioni e poi si andrà a casa pieni di freddo e svuotati di energie. Il messaggio di chi segue il metodo analogico è che si può cambiare la scuola solo nella propria classe ed è un’operazione già difficilissima perché, più che di pensieri comporta un cambiamento di sentimenti profondi. Solo in  questa prospettiva  è possibile lavorare in  serenità, anche se tutto intorno è un mare oscuro di tempesta. Naturalmente bambini permettendo». Camillo Bortolato «Il mio lavoro è fare il maestro di scuola Primaria, un lavoro prezioso per lasciarlo degenerare nella dialettica della politica e nelle chiacchiere ideologiche. È importante per me  importantissimo, per  ridurlo ai tempi di vacanza, ai concetti aziendali delle performances e della valutazione. È troppo prezioso per me, per pensare di poter  contrattare  qualche ora di lavoro, qualche soldo in più senza preoccuparsi della qualità della proposta educativa e didattica o per essere macchiato dalle conversazioni dei gruppi whatsapp dei genitori. Fare l'insegnante oggi è provare l'ebbrezza di sentirsi in mezzo alle correnti ascensionali,  difficili da trovare, ma che ti porteranno lontano senza preoccuparti di scegliere la meta nell'infinito spazio della conoscenza. Ci vuole passione e commozione per capire le intime emozioni e desideri dei tuoi alunni, di  ognuno dei tuoi alunni. Ci vuole pazienza per vedere fiorire nei loro sguardi il sorriso della soddisfazione per avere compreso. Ci vuole carisma per vincere gli incanti di voci che dicono “meglio altro che questo luogo”». Fausto Amenta «Essere insegnante oggi vuol dire prima di tutto essere inclusivi e privi di pregiudizi. Se ripenso ai dialoghi che a volte si potevano ascoltare venti anni fa in Sala Insegnanti, mi vengono in mente alcune frasi del tipo: “Che classaccia la Prima A di quest’anno, proprio a me doveva capitare?”. Oppure, viceversa: “La Prima A di quest’anno non è niente male, per fortuna, è proprio una bella classetta!”. Cosa determinava le fortune o le sfortune di una classe? L’essere “classaccia” oppure “bella classetta”? Ecco, essere inclusivi e privi di pregiudizi significa proprio evitare qualunque catalogazione degli alunni in categorie rigide e immutabili. L’insegnante di oggi deve essere aperto, dinamico e deve possedere quello sguardo sottile che gli consente di scoprire talenti e risorse. È un lavoro, quello dell’insegnante, che va all'attacco con coraggio e intraprendenza, senza tatticismi difensivi per evitare il peggio. Va all’attacco per cercare il meglio in ciascuno degli studenti che vivono nella classe e dà loro fiducia, li incoraggia, li aiuta e chiede loro aiuto. Questo è il lavoro degli insegnanti oggi: far sentire gli studenti importanti, indispensabili, protagonisti. Essere insegnanti vuol dire occuparsi di persone, non solo di contenuti scolastici. Occuparsi di tutti, senza lasciare mai indietro nessuno, nemmeno uno solo!». Carlo Scataglini «Essere insegnanti significa dare il buon esempio mostrandosi onesti, leali, alleati e assertivi, ricordarci che per aspettarci rispetto e ascolto sta a noi per primi donarli se vogliamo la loro fiducia, la loro sincerità dobbiamo in primis offrirle. Essere insegnanti oggi significa non trascurare l’importanza delle regole, non imponendole ma condividendone il senso. Stare dalla parte della debolezza, della fatica ad apprendere, dell’esuberanza, senza etichettare i comportamenti fuori dall'ordinario ma cercandone le spiegazioni e offrendo aiuto. Essere insegnanti oggi significa fare gioco di squadra con le famiglie, per fare fronte comune ad una società in cambiamento. Essere insegnanti oggi in un mondo di apparenze infine, significa valorizzare l’imperfezione, senza nascondere le proprie imperfezioni». Valeria Razzini   «Stiamo consegnando ai bambini di oggi cose molto diverse da quelle che ci consegnarono i nostri padri: stiamo bruciando risorse che mandano gli ecosistemi al collasso in cambio di uno sviluppo che comunque resta ingiusto, perché lascia ancora sopravvivere 4 miliardi di persone con meno di 120 dollari al mese. Noi adulti siamo coscienti che abbiamo sbagliato qualcosa ma non sappiamo esattamente cosa. Per Greta Thunberg siamo all’inizio di un’estinzione di massa ed abbiamo rubato la speranza dei ragazzi. È proprio difficile pretendere di essere un educatore di fronte ad una ragazza di 16 anni che, parlando all’ONU, dimostra più logica dei governanti. Ma possiamo farcela! Possiamo ricominciare da ciò che rende la vita degna di essere vissuta e cambiare modo di alzarsi la mattina. Da oggi io vorrei dire ai miei ragazzi: “Non ho nulla da insegnarti oltre alla voglia di rincorrere la bellezza, la scienza, la giustizia, l’amicizia insieme a coloro che vorranno farlo con me”. Se il mio lavoro è stare con i ragazzi, io correrò con loro. Saranno sempre nei miei occhi, non li giudicherò se non lo vorranno, non li obbligherò mai a fare cose che non desiderano. Non li educherò: ci educheremo a vicenda». Maurizio Maglioni
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Search-ME - Erickson 2 Cultura
Il documentario sulla vita di Martina Caironi e Piergiorgio Cattani premiato agli Italian Paralympic Awards 2019
Due persone con storie diverse, ma che si trovano entrambe a confrontarsi con un evento sconvolgente, che inevitabilmente incide sul loro percorso di vita. Da una parte, un incidente in moto che porta all’amputazione di una gamba. Dall’altra, una patologia invalidante come la distrofia. Due eventi che potrebbero annientare una persona, ma ai quali i due protagonisti riescono a reagire positivamente, senza chiudersi in se stessi, anzi inventandosi o reinventandosi dei percorsi controcorrente e a trovare una propria, peculiare e felice, realizzazione.   Le due persone in questione sono Martina Caironi, atleta paralimpica con protesi alla gamba sinistra, vincitrice di numerose medaglie alle Paralimpiadi e ai mondiali paralimpici sia nei 100 metri che nel salto in lungo, e Piergiorgio Cattani, scrittore, giornalista e direttore del portale www.unimondo.org, da un po’ di tempo attivo anche in politica.   Dalle loro storie è nato un documentario: “Niente sta scritto” di Marco Zuin, già conosciuto e premiato a livello internazionale per altri lavori di regia. Il messaggio di “Niente sta scritto” è che la vita riserva sorprese, positive e negative, ma che, grazie alle persone, alle relazioni, ai desideri, ai sogni, all’impegno concreto e anche alle difficoltà impreviste, anche un’esistenza segnata da eventi sconvolgenti, come una malattia o un incidente, può dipanarsi secondo i propri desideri. Nulla è scontato, nel bene e nel male, “Niente sta scritto”, come dice Lawrence d’Arabia nell’omonimo kolossal del 1962.   Il documentario “Niente sta scritto” è stato a sua volta apprezzato ed è in attesa di essere premiato giovedì 13 giugno durante la Cerimonia degli Italian Paralympic Awards 2019. Siamo felici, come Erickson, di aver partecipato alla realizzazione di questo progetto.  
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Search-ME - Erickson 3 didattica per competenze
Come assegnare i compiti e organizzare le attività in un’ottica per competenze
Programmare per competenze è diventato un leitmotiv nel lessico didattico più recente. Per riprendere le parole del pedagogista Grant Wiggins: «si tratta di accertare non ciò che lo studente sa, ma ciò che sa fare con ciò che sa». È questa la sfida con cui la scuola è chiamata a confrontarsi nel passaggio da una «scuola delle conoscenze» a una «scuola delle competenze». Ecco una serie di compiti a forte valenza analogica, che possono essere estremamente utili per consolidare e accrescere competenze di tipo diverso, oltre che per utilizzare, reperire, organizzare conoscenze e abilità. Invece che chiedere: «Studiati l’antico Egitto, in particolare il culto dei morti, la prossima volta ti interrogo», potremmo porre la questione in questo modo: «Tu sei il faraone Ramses II e vuoi dare disposizioni per quando morirai: monumento funerario, trattamento del corpo, cerimonia funebre, arredi funerari, conservazione del corpo e della tomba, ecc. Scrivi il tuo testamento, che leggerai alla classe, che rappresenta la corte dei tuoi dignitari, che avranno il compito di eseguire le tue volontà.» L’alunno dovrà certamente studiare ugualmente, ma gli viene chiesto di organizzare il proprio apprendimento in una comunicazione contestualizzata e finalizzata. Potremmo chiedere: «Studiati il Messico, la prossima settimana ti interrogo», oppure: «Tu sei un tour operator e devi convincere noi 25 della classe a comprare tutti un biglietto per il Messico. Tieni presente, però, che ciascuno di noi è interessato a cose diverse: chi la cultura, chi la storia, chi il paesaggio, chi l’economia, chi lo svago… Trova le argomentazioni e gli elementi perché tutti noi, pur con interessi diversi, saremo convinti a partire per il Messico. La prossima settimana riunirai i clienti e illustrerai le ragioni che consigliano di partire. Puoi usare cartelloni, foto, diapositive, filmati, PowerPoint e tutti gli strumenti e le informazioni che riterrai più utili». Il compito esemplificato obbliga l’alunno a reperire le informazioni più adatte, organizzarle in categorie, trasformarle in un prodotto comunicativo persuasivo efficace, magari di tipo multimediale ed effettuare una comunicazione pubblica di tipo espositivo-argomentativo. Come facilmente si comprende, è un compito che può assegnare l’insegnante di geografia «nelle sue ore», ma che offre spunti di riflessione e di valutazione all’intero gruppo docente.
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Search-ME - Erickson 4 Didattica
L’Amarcord della maturità di Dario Ianes, Camillo Bortolato, la maestra Larissa, Carlo Scataglini e Gianluca Daffi per fare un grande “in bocca al lupo” ai ragazzi che affrontano la Maturità 2019
È tempo di maturità per migliaia di studenti italiani, gli oltre 500.000 ragazzi che quest’anno si apprestano a chiudere il ciclo della scuola superiore. E, come ogni anno, si ripetono i toto-titoli e i toto-argomenti, le full immersion degli ultimi giorni per ripassare, i momenti di ansia e tensione pre-esame, insomma tutti i rituali, anche emotivi, che precedono una delle prove scolastiche più famose e temute di sempre. Per fare un grande “in bocca al lupo” ai  ragazzi che affrontano la Maturità 2019, abbiamo raccolto i ricordi di alcuni autori Erickson che hanno sostenuto questo esame in passato. Si tratta delle testimonianze di Dario Ianes, Camillo Bortolato, la maestra Larissa (Lara Carnovali), Carlo Scataglini e Gianluca Daffi. Queste testimonianze vi faranno sorridere, forse anche riflettere e ricordare il vostro esame di maturità (per chi l’ha già fatto). Qualunque reazione suscitino in voi, ci auguriamo che possano essere in qualche modo di stimolo e di piacevole lettura. Ai ragazzi della Maturità 2019, un grande in bocca al lupo da tutto il team Erickson! E buon lavoro a chi sta dall’altra parte del banco… Luglio 1973: maturità classica. Settimane di preparazione a pane, storia e politica. Tesina sulle polemiche antideviazioniste che laceravano le varie correnti bolsceviche in URSS, scritta a mano e battuta a macchina da mia madre con una lettera 22 e carta carbone. Tesina che ho tentato di rileggere qualche anno fa, senza capirne più nulla: ho perso il lessico, i concetti e forse anche la sintassi. Tema di italiano su argomento storico: Giolitti. Una lunga linea blu corre verticale lungo tutto il tema: dissenso ideologico della professoressa, non di italiano, ma di storia. All’orale discuto, cerco di spiegarmi, mi accaloro, probabilmente alzo la voce…un compagno di classe si avvicina, mi prende per la spalla e mi dice “dai, lascia perdere…”: sono maturo. Dario Ianes, docente di pedagogia e didattica speciale e co-fondatore di Erickson   Ho fatto la maturità a Trento all’istituto Rosmini nel 1972. Della mia maturità ricordo che non ero emozionato perché ero abituato a fare esami ogni anno da privatista fin dalla quarta elementare. Non avevo ansie di prestazione  e poi la voglia di eccellere non era tra i miei obiettivi. Mi proteggevo da questo sentimento. Infatti le settimane prima dell'esame ero andato a lavorare in fabbrica perché mi piaceva il mondo del lavoro. Camillo Bortolato, insegnante e pedagogista Ormai sono passati quasi 20 anni dalla maturità, ma ne ho ancora un bel ricordo. Era il 2001, un'epoca in cui ancora la rete e internet non avevano la diffusione che hanno ora. Mi ricordo che ci si connetteva a Internet usando il telefono quando nessuno doveva ricevere chiamate (e noi eravamo in 5, di cui tre adolescenti, in casa, quindi di chiamate se ne facevano parecchie)! Internet era praticamente vuoto e, a ripensarci adesso, anche piuttosto "pacchiano", pieno di pagine a colori psichedeliche su sfondo nero e altre scelte grafiche da far venire un'ubriacatura solo a guardare. Per questo fu una enorme sorpresa per tutti i professori quando mi presentai al colloquio con una presentazione in html da fare da accompagnamento alla mia relazione finale. Non si trattava di un semplice ipertesto in PowerPoint o di una serie di slide, ma di un vero e proprio sito internet, ovviamente offline, con collegamenti multimediali e una grafica che richiamava Internet in tutte le sue parti. Non mi prendo il merito di niente se non dell'idea, perché tutta la realizzazione concreta fu opera di mio fratello, un piccolo genio dell'informatica che già in seconda superiore aveva capito tutto di come funzionava il futuro dell'informatica e che colse al volo l'occasione per fare pratica. Ricordo ancora con tantissimo piacere il mio mini-sito sull'analisi dei fenomeni di massa, in cui con un click si passava da Catilina alla GMG, in cui Gesù, Freud, Hitler e l'Adelchi di Manzoni erano lontani solo uno scatto del mouse. Ricordo le espressioni stupite dei prof che, dopo una giornata di colloqui passata essenzialmente da ascoltare, ora avevano la possibilità di  VEDERE qualcosa e di essere coinvolti in una presentazione che stimolasse anche altri sensi, tra cui quello spesso dimenticato del BELLO (la mia presentazione era infatti piena di quadri, opere d'arte, fotografie che mi avrebbero accompagnato nella relazione).  Anzi, mi sa che ora andrò a ripescare il floppy su cui avevo salvato il lavoro (ci credereste? Un FLOPPY-DISC!!!) e me lo riguardo, così, per fare un giro in Memory Lane! Lara Carnovali (la maestra Larissa), docente e star del web   Io, da sempre, ho dormito pochissimo. Ma forse non da sempre, dal mio Esame di Stato, quaranta anni fa. Allora l’esame iniziava ai primi di luglio, con lo scritto di italiano. Il mio esame si concluse il 21 luglio con l’orale. Era il 1980. Eravamo quattro compagni a studiare insieme: io, Leonardo, Luca e Mauro. Ore e ore a ripetere le vite e le opere di poeti e scrittori. Pure se si trattava di un istituto tecnico (Ragioneria), c’era da studiare bene Italiano per l’orale, tutti e quattro lo portavamo come prima materia. Ore e ore, dicevo, fino quasi a mezzanotte e poi un pallone e via, passaggi e tiri in porta come sfogo liberatorio in una Piazza Duomo deserta, a L’Aquila. Si faceva sempre molto tardi, già, si dormiva poco perché al mattino presto si ricominciava a studiare. Poi arrivò la notte prima degli esami, dello scritto di italiano. Squillò il telefono alle due, mi svegliai di soprassalto e risposi, era un mio compagno, il più serio e affidabile di tutti. “E’ fatta!” esclamò. Un amico di suo zio che lavorava al Ministero gli aveva fatto avere il titolo. Me lo dettò al telefono, era un titolo lungo, si doveva parlare dell’importanza del lavoro per l’uomo. Mi lavai la faccia e i denti e mi sedetti alla scrivania. Scrissi il tema su un foglio protocollo, tutta la notte, come fosse la cosa più normale di questo mondo. Non per portarlo a scuola e copiarlo, no. Ma come esercizio preparatorio, per fissare le idee principali. Ero bravo a scrivere, me la cavavo. Mi sarebbe stato molto utile organizzare il mio tema in modo organico a casa, pensai, prima di sedermi al banco d’esame. Alle sette avevo terminato, ero molto soddisfatto. Mi feci la doccia e andai a scuola. Quando il presidente della commissione ci dettò il titolo ci guardammo tutti sconcertati. Tutti avevamo ricevuto la dritta notturna del nostro compagno. Scoprire che avremmo dovuto commentare una frase di Piero Calamandrei sul concetto di Democrazia, anziché parlare dell’importanza del lavoro per l’uomo, ci causò un certo sbandamento. Ma fu un attimo. Mi misi a scrivere di democrazia per cinque ore di seguito, che sommate alle cinque notturne facevano dieci. Scrissi senza mai sbadigliare, né avere cedimenti causati dal sonno. Scrissi un bel tema, mi pare. Poi il giorno dopo il secondo scritto, compito di ragioneria sulla partita doppia. Poi l’orale. Cinquantotto sessantesimi fu il mio voto finale. Ero bravo, non abbastanza da prendere il massimo, e fui felicissimo di quel voto. In seguito, ho sognato tante volte l’esame di stato. Una specie di incubo ricorrente che mi ha perseguitato per anni, in cui non funzionava la mia sveglia e io non mi svegliavo in tempo il giorno in cui c’era lo scritto d’italiano. Poi ho smesso di sognarlo, l’esame, ma ancora adesso dormo pochissimo, per abitudine. Quaranta anni dopo. Carlo Scataglini, insegnante esperto di didattica facilitata Io ricordo di aver fatto la maturità durante una delle estati più calde del pianeta, ripassavo per l’esame boccheggiando. Era il 1995. Lo scritto non mi preoccupava molto, sono sempre stato piuttosto bravino in italiano, in matematica me la cavavo, ciò che mi dava più pensiero era l’orale. Ricordo di essere stato sempre piuttosto spigliato, eppure l’idea di dover tenere a mente un sacco di informazioni per rispondere a domande impreviste di quasi tutti insegnanti a me sconosciuti, mi creava una certa ansia. Ai tempi nella commissione uno solo era il membro interno, solitamente scelto non tanto per l’importanza della materia, quanto per la capacità di entrare in empatia con gli alunni e di risultare persuasivo nei confronti di tutti gli altri esaminatori esterni. Nella nostro caso, quasi per acclamazione oserei dire divina, venne eletto il Prof. Giovanni Donato, uomo di elevato carisma e humor, che si pensava potesse emanare saggezza e promuovere misericordia. Ricordo che il giorno dell’orale mi ero preparato un pezzo forte, si trattava di una personalissima interpretazione della filosofia di Kant, autore che adoro e adoravo. Tutto il mio orale era finalizzato alla presentazione di questa dichiarazione d’amore nei confronti della critica della ragion pura. Giunto il momento di parlare, con l’intera commissione davanti, una giovane professoressa di filosofia, probabilmente stanca di sentirsi raccontare per l’ennesima volta il pensiero del filosofo di Konigsberg, guardandomi negli occhi mi disse: “Bene, questo discorso ci porta dritti a Kant, ma perché fermarsi a Kant, parliamo di Hume, che proprio da Kant fu ispirato”. A quel punto, pur di non rimanere in silenzio, inizia a raccontare la prima cosa che su Hume fui in grado di ricordare: un intero capitolo del romanzo “Il mondo di Sofia”, in quell’anno premio Bancarella, che descriveva, ovviamente in forma di storia fantastica, i presunti incontri tra questa ragazzina, Sofia, e alcuni dei più importanti filosofi mai vissuti. La maggior parte delle informazioni che citavo non avevano nulla a che fare con le teorie filosofiche, e forse molte neppure con la realtà storica. Ricordo perfettamente il commento della mia professoressa di Filosofia, Antonina Buffa, rivolto a mezza voce ad mia compagna di classe, tale Piva Laura, presente al mio orale : “Ma che dice quello, deve aver letto qualcosa di romanzato, io queste cose non le ho mai spiegate. Le ho spiegate così io?”. Piva Laura, che sarebbe poi diventata una bravissima giornalista televisiva, effettivamente non poteva che concordare con la nostra professoressa. Fingendo di non aver sentito il commento, e parlando il più velocemente possibile, arrivai deciso alla fine del mio racconto. “Bene”, disse l’esaminatrice soddisfatta, può andare”. Dopo dieci minuti uscì il Prof. Donato. Questo fu il nostro dialogo: Io: “Come sono andato Prof?”, Lui: “Tu vuoi che io ti dica quello che i tuoi compagni non hanno avuto il coraggio di dirti?” Io: -- [muto] Lui: “Benissimo, ma la prossima volta meno enfasi, meno teatro, meno, meno tutto!” Se dovessi dare un consiglio ai maturandi di oggi direi: Entrate determinati, non fatevi vedere incerti, se riuscite siate così appassionati da instillare il dubbio che, forse, è il prof che si ricorda male quel dettaglio perché, visto che voi siete così sicuri, non conviene contraddirvi. Gianluca Daffi, esperto in psicologia dell’età evolutiva e docente universitario.
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Search-ME - Erickson 5 ADHD DOP e altri disturbi del comportamento
10 regole utili per tutti gli insegnanti
I bambini e gli adolescenti con ADHD sono caratterizzati da gravi deficit di funzionamento esecutivo e autoregolazione. A causa di questi deficit, i bambini che soffrono di questo disturbo avranno un comportamento meno regolato dalle informazioni interne e meno monitorato attraverso l’autoconsapevolezza rispetto agli altri. Per affrontare nel modo migliore tali deficit consiglio agli insegnanti di  preparare un programma mirato che tenga conto di 10 regole specifiche. Ecco quali sono. 1. Le regole e le istruzioni devono essere chiare e concise e devono essere fornite usando modalità di presentazione visiva ed esterna Può essere utile far ripetere a voce alta all’allievo tali regole, oppure chiedergli di ripeterle sottovoce mentre le esegue, ed esporre visibilmente in tutta la classe delle serie di regole o di suggerimenti. 2. Il tempo e gli intervalli temporali vanno rappresentati con supporti materiali Quando per l’esecuzione di un lavoro vengono concessi brevi lassi temporali – intorno all’ora - conviene darne una rappresentazione (ad esempio, con un orologio o un timer da cucina) per mostrare al bambino quanto tempo ha e con che velocità sta passando. In caso di periodi di tempo più lunghi, scomponete il lavoro in parti più brevi e concedete al bambino la possibilità di fare delle pause frequenti.   3. Le conseguenze (feedback, ricompense, punizioni) utilizzate per gestire il comportamento dei bambini con ADHD devono essere somministrate tempestivamente e in modo più immediato Nel caso dei bambini con ADHD, il tempismo e l’applicazione strategica delle conseguenze devono essere più sistematici che non nel caso dei bambini senza ADHD. L’aspetto fondamentale per l’efficacia della sanzione è la rapidità, non l’asprezza. 4. Le conseguenze devono essere presentate più frequentemente, e non solo in modo più immediato L’osservanza delle regole dopo che esse sono state esplicitate e il bambino ha cominciato a rispettarle, sembra essere problematica per i bambini con ADHD. Per mantenerla nel corso del tempo, è utile ricorrere a feedback o conseguenze frequenti legati all’osservanza delle regole stesse. 5. Le conseguenze proposte ai bambini con ADHD dovranno spesso essere di portata o valore maggiore rispetto a quelle necessarie per gestire il comportamento dei bambini senza ADHD La relativa insensibilità dei bambini con ADHD alle conseguenze della loro risposta obbliga a scegliere quelle che abbiano un valore di rinforzo o una portata sufficienti a motivarli a eseguire i comportamenti desiderati. 6. Prima di passare a un’eventuale punizione bisogna fornire incentivi adeguati e spesso più ricchi, nel contesto di un ambiente o di un compito, per rinforzare il comportamento appropriato Questo significa che la punizione deve essere relativamente bilanciata con le ricompense, altrimenti è improbabile che abbia successo. Perciò è essenziale stabilire un intenso programma di rinforzo e applicarlo per una o due settimane prima di implementare la sanzione affinché quest’ultima, usata con moderazione, abbia la massima efficacia. 7. I rinforzi o le ricompense devono cambiare o alternarsi con frequenza I bambini con ADHD si abituano alle conseguenze delle risposte, e in particolare alle ricompense, più rapidamente dei bambini senza ADHD. Questo implica che, ad esempio, i menù di ricompense usati nelle classi devono essere modificati di tanto in tanto — all’incirca ogni due o tre settimane — affinché il programma mantenga la sua efficacia o la sua capacità di motivare il bambino a comportarsi in modo appropriato. 8. Con i bambini affetti da ADHD è fondamentale agire d’anticipo Nelle fasi di transizione fra un’attività e l’altra o fra una lezione e l’altra, per gli insegnanti può essere utile ritagliarsi un minuto per stimolare il bambino a rievocare le regole di comportamento da rispettare nella situazione in cui sta per entrare, fargliele ripetere e fargli ricordare le ricompense e le sanzioni in cui incorrerà a seconda del suo comportamento in quel contesto. 9. I bambini con ADHD devono rispondere pubblicamente del loro comportamento, e del conseguimento dei loro obiettivi, di più e più spesso rispetto ai bambini senza ADHD Ai bambini con ADHD è necessario fornire un maggior numero di suggerimenti esterni sulle richieste prestazionali al momento della prestazione stessa, monitorarli più attentamente e somministrare loro conseguenze più frequenti durante la giornata scolastica per favorire il controllo del comportamento e il conseguimento degli obiettivi. 10. Gli interventi comportamentali funzionano soltanto finché continuano a essere applicati e in ogni caso devono essere regolarmente monitorati e modificati nel corso del tempo Se, con l’andare del tempo, l’allievo che inizialmente rispondeva bene a un programma adeguatamente personalizzato, comincia a rispondere meno bene, occorre modificare il programma. Le cause potrebbero essere diverse (ad esempio: perdita di valore delle ricompense oppure mancata applicazione delle ricompense).
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La costruzione condivisa del processo valutativo
La didattica aperta è un approccio che mette al centro della didattica l’alunno, offrendogli la possibilità di determinare alcuni o, in certi casi, tutti gli aspetti del proprio percorso di apprendimento.    Riflettendo sulla valutazione degli apprendimenti nella didattica aperta si avverte una certa fatica nel mettere a fuoco un modo di valutare che sia coerente con la forte autodeterminazione a cui tende questo approccio. Sicuramente sarà necessario avvalersi di forme di valutazione che diano spazio anche al punto di vista dell’alunno/a sul proprio lavoro. La questione è capire su quali valori di riferimento si vuole basare la valutazione.    LA VALUTAZIONE AUTENTICA Una forma di valutazione coerente con la didattica aperta è a mio avviso rappresentata dalla valutazione autentica.  Questa valutazione prevede la triangolazione di tre punti di vista:  1. quello soggettivo dell’alunno/a sul proprio lavoro;  2. quello soggettivo, ma esterno, dell’insegnante (ed eventualmente anche dei genitori e dei compagni/e classe) che valuta il lavoro dell’alunno/a dal proprio punto di vista;  3. quello, il più possibile oggettivo, sulla prestazione che permette di valutarne il valore attraverso una serie di criteri condivisi con riferimento a valori di gruppo o disciplinari.     Nel rispetto del principio di intersoggettività che caratterizza la valutazione autentica, è fondamentale costruire insieme agli alunni/e i criteri di valutazione del compito autentico che si vuole andare a valutare.    In generale la partecipazione degli alunni/e al processo valutativo acquista grande importanza. In primo luogo, essi collaborano con i docenti alla stesura dei criteri di valutazione. Inoltre, possono contribuire alla descrizione della prestazione dei compagni/e e della propria, rappresentando un punto di vista altro rispetto a quello dell’insegnante.    LE FASI  La costruzione condivisa del processo valutativo può articolarsi nelle seguenti fasi:  1. accordo sul compito sulla cui base avverrà la valutazione;  2. accordo sui processi e sui prodotti del compito che verranno valutati;  3. accordo sui criteri di valutazione dei singoli processi e prodotti, con una corrispondente scala di valutazione per ognuno di questi;  4. osservazione e descrizione dei processi e dei prodotti da parte di insegnanti e alunni/e sulla base dei criteri concordati;  5. assegnazione di una valutazione ai processi e prodotti sulla base di una corrispondenza fra le osservazioni e descrizioni e la scala concordata.    IL CERCHIO COME SPAZIO DI VALUTAZIONE Un buon contesto in cui proporre l’utilizzo della valutazione autentica in una realtà scolastica caratterizzata da apertura didattica è quello del cerchio. Nel cerchio è possibile affinare la riflessione dei bambini/e e della classe sulla questione della valutazione.    Qui, infatti, può esserci lo spazio per una riflessione metacognitiva sui processi di apprendimento: è qui che gli alunni/e possono confrontare i propositi che si erano dati con i risultati raggiunti e ricevere un feedback dai compagni sul proprio modo di organizzare il percorso. Questo permette di attivare e modificare, se necessario, strategie di autoregolazione.   Il cerchio è anche una situazione adatta alla condivisione dei criteri di valutazione da utilizzare per capire il valore di un certo tipo di prodotto che i bambini/e creeranno sulla base della consegna di un compito autentico. È sempre nel cerchio, infine, che i bambini/e presentano il proprio prodotto, esprimono una propria valutazione su di esso e chiedono poi il parere di altri (compagni/e o insegnante).  
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