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I mini gialli dei dettati 2
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Risultati trovati: 312
Search-ME - Erickson 1 Pedagogia
I modelli esistenti di scuola dell’infanzia nel bosco e le loro caratteristiche comuni
A partire dagli ultimi anni, anche in Italia si è assistito a un modesto ma crescente interesse per quei progetti educativi che pongono al centro la natura e che rispondono al bisogno di riallacciare un legame con essa. Di scuola dell’infanzia nel bosco esistono fondamentalmente due modelli: la scuola nel bosco classica e la scuola nel bosco integrata. Nella scuola nel bosco classica i bambini trascorrono tutta la mattinata nel bosco o in mezzo alla natura, in un’area specifica e con confini circoscritti. In generale i bambini frequentano questa scuola cinque giorni a settimana per tre o quattro ore e mezzo al giorno considerate sufficienti per la vita educativa in una comunità sociale. Alcune scuole nel bosco offrono per uno o due giorni a settimana anche programmi e assistenza ai bambini durante il pomeriggio. Negli ultimi anni tuttavia si osserva sempre di più la tendenza ad allungare l’orario d’apertura per andare incontro alle richieste dei genitori. La scuola nel bosco integrata è una scuola dell’infanzia a tempo pieno, dotata di edifici e stanze proprie che prevedono attività nel bosco tutte le mattine. In queste scuole i bambini trascorrono la mattinata nel bosco e il pomeriggio nell’edificio o nelle aule della scuola. Accanto a questi due modelli di scuola nel bosco si trovano oggi altre forme nate con l’obiettivo di integrare il bosco nella quotidianità delle scuole dell’infanzia in diversi Paesi. Troviamo per esempio: «le settimane con progetti nel bosco» o «le giornate regolari e sistematiche di bosco». Nonostante nessuna scuola nel bosco sia uguale all’altra e non esista un modello definito a priori è possibile ricavare alcune caratteristiche a cui la pedagogia del bosco si ispira. I punti nodali per la pedagogia del bosco sono: Salute e motricità Il bosco offre una varietà di stimoli naturali attraverso i quali i bambini imparano a prendere consapevolezza del loro corpo e della loro forza. Vivere il ritmo delle stagioni e i fenomeni naturali Vivendo costantemente in spazi aperti, il bambino affronta in modo spontaneo e naturale il cambiamento delle stagioni, apprende le diverse caratteristiche e qualità di primavera, estate, autunno e inverno. Attivazione della percezione sensoriale attraverso esperienze primordiali Nella nostra abituale realtà tutti quanti usiamo solo una piccola parte delle capacità dei nostri sensi. Il bosco e la natura ci invitano invece ad abitare in essi attraverso un approccio multisensoriale. Apprendimento globale e gioco libero Nel gioco libero, ossia senza la guida di un adulto, i bambini possono sviluppare nuove idee e pensieri, imparando a rapportarsi con gli altri e a negoziare le regole scendendo a compromessi. Educazione ambientale Nella scuola nel bosco avviene attraverso due modalità: attraverso i racconti e le conoscenze sull’ambiente che gli educatori comunicano quotidianamente, da un lato; attraverso esperienze che i bambini possono fare spontaneamente e autonomamente, dall’altro. Possibilità di conoscere e apprendere i limiti della propria corporeità, promuovere l’autostima e l’autonomia I bambini, mettendosi alla prova fisicamente, arrivano a conoscere i propri limiti. Ogni successo rinforza la loro autostima e dà loro la possibilità di valutare meglio le proprie capacità. Sperimentare lo scorrere del tempo e il silenzio Il silenzio, così raro nella nostra società, diventa occasione per concentrarsi, fermarsi, ascoltare. Anche il tempo viene percepito diversamente, in modo più spontaneo e con un approccio più tranquillo. Apprezzamento della convivenza e promozione dell’atteggiamento sociale I bambini imparano a tenersi in considerazione l’uno con l’altro, ad aspettare, ad ascoltarsi, ad accettare debolezze e forze individuali e sviluppano molto velocemente un forte sentimento di appartenenza al gruppo.
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Webinar
Webinar
Mercoledì 19 maggio
Webinar con Carlo Scataglini
Search-ME - Erickson 3 Genitori e figli
Aspetti caratteristici e criteri diagnostici di un disturbo ancora poco conosciuto
Nina si alza. Prima domanda che si pone: «È mattino o sera?». Poi si dirige verso la porta. Purtroppo calcola male la sua traiettoria. SBANG! Sbatte contro lo stipite della porta. Va in bagno: tutta un’avventura! Ci si deve sedere al posto giusto, prendere la carta igienica, strapparne un pezzo, pulirsi e infine tirare l’acqua. Ora, la colazione. Prima prova: versare il latte nella tazza senza rovesciarlo. Poi, mettere il cacao nel latte senza spargerlo dovunque. Infine, preparare i toast. Poi bisogna bere e mangiare senza rovesciare la tazza con una gomitata e ricordarsi di tenere la bocca chiusa mentre si mastica. Ora ad attendere Nina c’è la sfida del vestirsi... Che sta succedendo a Nina? Perché i movimenti e le attività che gli altri bambini fanno senza difficoltà a lei costano tanta energia? Nina è semplicemente disprassica. Soffre di un problema di coordinazione motoria che la obbliga a controllare intenzionalmente alcuni dei suoi gesti motori.   CHE COS'È' LA DISPRASSIA? La disprassia è un’alterazione dello sviluppo degli apprendimenti gestuali. I gesti sono un insieme di movimenti, coordinati nel tempo e nello spazio con l’obiettivo di realizzare un’azione finalizzata. Si parla di disprassia quando questa serie di movimenti non si verifica in maniera sincronica e/o si verifica in maniera deficitaria, anormale, inefficace e — in assenza di un deficit mentale e/o di turbe psichiche e di un disturbo neuromotorio, neurosensoriale, neuromuscolare — dopo che il bambino è stato sottoposto a una normale attività formativa. Classificata come disturbo evolutivo della coordinazione motoria (DCD), per la diagnosi della disprassia sono indicati tre criteri:   1. presenza di una marcata difficoltà o di un ritardo nello sviluppo della coordinazione motoria; le performance risultano inferiori rispetto a un bambino normale di pari età mentale e cronologica; 2. difficoltà di coordinazione non dovute a condizioni patologiche mediche, quali paralisi cerebrali infantili, distrofia muscolare o altro; se il ritardo di sviluppo cognitivo è presente, le difficoltà motorie devono essere di gran lunga preponderanti rispetto ad altre generalmente associate; 3. queste difficoltà interferiscono con l’apprendimento scolastico e con le attività della vita quotidiana.   Questo disturbo può manifestarsi tramite un ritardo nel raggiungimento delle tappe di sviluppo motorio (passaggio alla posizione seduta, gattonamento, deambulazione), goffaggine nei movimenti, scarse capacità sportive o disgrafia.  Perché si possa porre la diagnosi, occorre che queste prestazioni inadeguate interferiscano in maniera significativa con i risultati scolastici o le attività della vita quotidiana. Non deve esserci una patologia organica associata, come paralisi motoria, emiplegia o distrofia muscolare. In caso di ritardo mentale, le difficoltà motorie devono essere più significative di quelle che sono abitualmente associate a una disabilità intellettiva dello stesso grado. L’elemento essenziale da tenere presente di questa definizione è che la disprassia è prima di tutto un disturbo della coordinazione motoria. Sono quindi le difficoltà che il bambino incontra nelle attività che richiedono coordinazione motoria, e non il quoziente intellettivo, a permettere di porre tale diagnosi.
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Search-ME - Erickson 4 didattica per competenze
Come assegnare i compiti e organizzare le attività in un’ottica per competenze
Programmare per competenze è diventato un leitmotiv nel lessico didattico più recente. Per riprendere le parole del pedagogista Grant Wiggins: «si tratta di accertare non ciò che lo studente sa, ma ciò che sa fare con ciò che sa». È questa la sfida con cui la scuola è chiamata a confrontarsi nel passaggio da una «scuola delle conoscenze» a una «scuola delle competenze». Ecco una serie di compiti a forte valenza analogica, che possono essere estremamente utili per consolidare e accrescere competenze di tipo diverso, oltre che per utilizzare, reperire, organizzare conoscenze e abilità. Invece che chiedere: «Studiati l’antico Egitto, in particolare il culto dei morti, la prossima volta ti interrogo», potremmo porre la questione in questo modo: «Tu sei il faraone Ramses II e vuoi dare disposizioni per quando morirai: monumento funerario, trattamento del corpo, cerimonia funebre, arredi funerari, conservazione del corpo e della tomba, ecc. Scrivi il tuo testamento, che leggerai alla classe, che rappresenta la corte dei tuoi dignitari, che avranno il compito di eseguire le tue volontà.» L’alunno dovrà certamente studiare ugualmente, ma gli viene chiesto di organizzare il proprio apprendimento in una comunicazione contestualizzata e finalizzata. Potremmo chiedere: «Studiati il Messico, la prossima settimana ti interrogo», oppure: «Tu sei un tour operator e devi convincere noi 25 della classe a comprare tutti un biglietto per il Messico. Tieni presente, però, che ciascuno di noi è interessato a cose diverse: chi la cultura, chi la storia, chi il paesaggio, chi l’economia, chi lo svago… Trova le argomentazioni e gli elementi perché tutti noi, pur con interessi diversi, saremo convinti a partire per il Messico. La prossima settimana riunirai i clienti e illustrerai le ragioni che consigliano di partire. Puoi usare cartelloni, foto, diapositive, filmati, PowerPoint e tutti gli strumenti e le informazioni che riterrai più utili». Il compito esemplificato obbliga l’alunno a reperire le informazioni più adatte, organizzarle in categorie, trasformarle in un prodotto comunicativo persuasivo efficace, magari di tipo multimediale ed effettuare una comunicazione pubblica di tipo espositivo-argomentativo. Come facilmente si comprende, è un compito che può assegnare l’insegnante di geografia «nelle sue ore», ma che offre spunti di riflessione e di valutazione all’intero gruppo docente.
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Search-ME - Erickson 5 Gioco
Mille idee per inventare storie infinite e raccontarle
Come stimolare creatività e fantasia nei bambini? Inventare storie è senza dubbio un’attività utile in questo senso.  Ideata e illustrata da Giulia Orecchia, una delle più famose illustratrici italiane, Le mille e una storia è una semplice scatola che ha il potere di dar vita a interi universi, grazie ai materiali che stimolano la creatività e la fantasia. Le mille e una storia propone tanti giochi, come la Tombola delle storie, mappe e carte, che si possono intrecciare, modificare e reinventare all’infinito: i bambini inventeranno sempre nuove storie, sviluppando così linguaggio e abilità narrative. Potranno giocare sia a casa che a scuola, sfidandosi tra loro o collaborando per scrivere un’unica storia.  Quando l’unico limite è la fantasia, tutto diventa possibile: i più piccoli potranno battere i grandi e i grandi sfidare i più piccoli. Cosa aspetti? Inventa la tua storia!
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Search-ME - Erickson 6 Didattica
Una carrellata di ricordi di autori Erickson, per fare un grande in bocca al lupo ai ragazzi che stanno per affrontare l’esame di maturità in una forma del tutto inedita
L’esame di maturità è da sempre un momento importante nella vita di uno studente, atteso con trepidazione, ogni anno, da centinaia di migliaia di ragazzi. In un anno così particolare come quello che stiamo vivendo, tuttavia, anche l’esame di maturità sarà del tutto anomalo e diverso da quelli che si sono svolti in passato. Innanzitutto per la novità dell’unica prova orale da sostenere per i ragazzi, per circa un’ora, poi per la composizione della commissione d’esame con soli docenti interni (eccezion fatta per il presidente di commissione), senza dimenticare l’ammissione all’esame anche di ragazzi con insufficienze. Il mantenimento della prova di maturità, anche nell’aspetto “in presenza”, è stato deciso dopo mesi in cui si era presa in considerazione ogni possibile alternativa, compresa la possibilità di non svolgere affatto questo esame, o di svolgerlo solo attraverso colloqui online. A sottolineare l’importanza che viene attribuita a questa prova dal nostro sistema scolastico. Come ha ben spiegato la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina: «Resto convinta che fosse giusto mantenere gli esami, farli in presenza e in sicurezza. Perché con il secondo ciclo si chiude un lungo percorso di studi e l'Esame è uno snodo verso la vita da adulti. Era giusto far vivere questo passaggio agli studenti». Per accompagnare i ragazzi che affrontano l’esame di stato quest’anno, abbiamo raccolto i ricordi di maturità di alcuni autori Erickson: Dario Ianes, Camillo Bortolato, la maestra Larissa (Lara Carnovali), Carlo Scataglini e Gianluca Daffi. Con la speranza che queste testimonianze vi facciano sorridere o riflettere, facciamo un grande in bocca al lupo ai ragazzi della Maturità 2020! Luglio 1973: maturità classica. Settimane di preparazione a pane, storia e politica. Tesina sulle polemiche antideviazioniste che laceravano le varie correnti bolsceviche in URSS, scritta a mano e battuta a macchina da mia madre con una lettera 22 e carta carbone. Tesina che ho tentato di rileggere qualche anno fa, senza capirne più nulla: ho perso il lessico, i concetti e forse anche la sintassi. Tema di italiano su argomento storico: Giolitti. Una lunga linea blu corre verticale lungo tutto il tema: dissenso ideologico della professoressa, non di italiano, ma di storia. All’orale discuto, cerco di spiegarmi, mi accaloro, probabilmente alzo la voce…un compagno di classe si avvicina, mi prende per la spalla e mi dice “dai, lascia perdere…”: sono maturo. Dario Ianes, docente di pedagogia e didattica speciale e co-fondatore di Erickson   Ho fatto la maturità a Trento all’istituto Rosmini nel 1972. Della mia maturità ricordo che non ero emozionato perché ero abituato a fare esami ogni anno da privatista fin dalla quarta elementare. Non avevo ansie di prestazione  e poi la voglia di eccellere non era tra i miei obiettivi. Mi proteggevo da questo sentimento. Infatti le settimane prima dell'esame ero andato a lavorare in fabbrica perché mi piaceva il mondo del lavoro. Camillo Bortolato, insegnante e pedagogista Ormai sono passati quasi 20 anni dalla maturità, ma ne ho ancora un bel ricordo. Era il 2001, un'epoca in cui ancora la rete e internet non avevano la diffusione che hanno ora. Mi ricordo che ci si connetteva a Internet usando il telefono quando nessuno doveva ricevere chiamate (e noi eravamo in 5, di cui tre adolescenti, in casa, quindi di chiamate se ne facevano parecchie)! Internet era praticamente vuoto e, a ripensarci adesso, anche piuttosto "pacchiano", pieno di pagine a colori psichedeliche su sfondo nero e altre scelte grafiche da far venire un'ubriacatura solo a guardare. Per questo fu una enorme sorpresa per tutti i professori quando mi presentai al colloquio con una presentazione in html da fare da accompagnamento alla mia relazione finale. Non si trattava di un semplice ipertesto in PowerPoint o di una serie di slide, ma di un vero e proprio sito internet, ovviamente offline, con collegamenti multimediali e una grafica che richiamava Internet in tutte le sue parti. Non mi prendo il merito di niente se non dell'idea, perché tutta la realizzazione concreta fu opera di mio fratello, un piccolo genio dell'informatica che già in seconda superiore aveva capito tutto di come funzionava il futuro dell'informatica e che colse al volo l'occasione per fare pratica. Ricordo ancora con tantissimo piacere il mio mini-sito sull'analisi dei fenomeni di massa, in cui con un click si passava da Catilina alla GMG, in cui Gesù, Freud, Hitler e l'Adelchi di Manzoni erano lontani solo uno scatto del mouse. Ricordo le espressioni stupite dei prof che, dopo una giornata di colloqui passata essenzialmente da ascoltare, ora avevano la possibilità di  VEDERE qualcosa e di essere coinvolti in una presentazione che stimolasse anche altri sensi, tra cui quello spesso dimenticato del BELLO (la mia presentazione era infatti piena di quadri, opere d'arte, fotografie che mi avrebbero accompagnato nella relazione).  Anzi, mi sa che ora andrò a ripescare il floppy su cui avevo salvato il lavoro (ci credereste? Un FLOPPY-DISC!!!) e me lo riguardo, così, per fare un giro in Memory Lane! Lara Carnovali (la maestra Larissa), docente e star del web   Io, da sempre, ho dormito pochissimo. Ma forse non da sempre, dal mio Esame di Stato, quaranta anni fa. Allora l’esame iniziava ai primi di luglio, con lo scritto di italiano. Il mio esame si concluse il 21 luglio con l’orale. Era il 1980. Eravamo quattro compagni a studiare insieme: io, Leonardo, Luca e Mauro. Ore e ore a ripetere le vite e le opere di poeti e scrittori. Pure se si trattava di un istituto tecnico (Ragioneria), c’era da studiare bene Italiano per l’orale, tutti e quattro lo portavamo come prima materia. Ore e ore, dicevo, fino quasi a mezzanotte e poi un pallone e via, passaggi e tiri in porta come sfogo liberatorio in una Piazza Duomo deserta, a L’Aquila. Si faceva sempre molto tardi, già, si dormiva poco perché al mattino presto si ricominciava a studiare. Poi arrivò la notte prima degli esami, dello scritto di italiano. Squillò il telefono alle due, mi svegliai di soprassalto e risposi, era un mio compagno, il più serio e affidabile di tutti. “E’ fatta!” esclamò. Un amico di suo zio che lavorava al Ministero gli aveva fatto avere il titolo. Me lo dettò al telefono, era un titolo lungo, si doveva parlare dell’importanza del lavoro per l’uomo. Mi lavai la faccia e i denti e mi sedetti alla scrivania. Scrissi il tema su un foglio protocollo, tutta la notte, come fosse la cosa più normale di questo mondo. Non per portarlo a scuola e copiarlo, no. Ma come esercizio preparatorio, per fissare le idee principali. Ero bravo a scrivere, me la cavavo. Mi sarebbe stato molto utile organizzare il mio tema in modo organico a casa, pensai, prima di sedermi al banco d’esame. Alle sette avevo terminato, ero molto soddisfatto. Mi feci la doccia e andai a scuola. Quando il presidente della commissione ci dettò il titolo ci guardammo tutti sconcertati. Tutti avevamo ricevuto la dritta notturna del nostro compagno. Scoprire che avremmo dovuto commentare una frase di Piero Calamandrei sul concetto di Democrazia, anziché parlare dell’importanza del lavoro per l’uomo, ci causò un certo sbandamento. Ma fu un attimo. Mi misi a scrivere di democrazia per cinque ore di seguito, che sommate alle cinque notturne facevano dieci. Scrissi senza mai sbadigliare, né avere cedimenti causati dal sonno. Scrissi un bel tema, mi pare. Poi il giorno dopo il secondo scritto, compito di ragioneria sulla partita doppia. Poi l’orale. Cinquantotto sessantesimi fu il mio voto finale. Ero bravo, non abbastanza da prendere il massimo, e fui felicissimo di quel voto. In seguito, ho sognato tante volte l’esame di stato. Una specie di incubo ricorrente che mi ha perseguitato per anni, in cui non funzionava la mia sveglia e io non mi svegliavo in tempo il giorno in cui c’era lo scritto d’italiano. Poi ho smesso di sognarlo, l’esame, ma ancora adesso dormo pochissimo, per abitudine. Quaranta anni dopo. Carlo Scataglini, insegnante esperto di didattica facilitata Io ricordo di aver fatto la maturità durante una delle estati più calde del pianeta, ripassavo per l’esame boccheggiando. Era il 1995. Lo scritto non mi preoccupava molto, sono sempre stato piuttosto bravino in italiano, in matematica me la cavavo, ciò che mi dava più pensiero era l’orale. Ricordo di essere stato sempre piuttosto spigliato, eppure l’idea di dover tenere a mente un sacco di informazioni per rispondere a domande impreviste di quasi tutti insegnanti a me sconosciuti, mi creava una certa ansia. Ai tempi nella commissione uno solo era il membro interno, solitamente scelto non tanto per l’importanza della materia, quanto per la capacità di entrare in empatia con gli alunni e di risultare persuasivo nei confronti di tutti gli altri esaminatori esterni. Nella nostro caso, quasi per acclamazione oserei dire divina, venne eletto il Prof. Giovanni Donato, uomo di elevato carisma e humor, che si pensava potesse emanare saggezza e promuovere misericordia. Ricordo che il giorno dell’orale mi ero preparato un pezzo forte, si trattava di una personalissima interpretazione della filosofia di Kant, autore che adoro e adoravo. Tutto il mio orale era finalizzato alla presentazione di questa dichiarazione d’amore nei confronti della critica della ragion pura. Giunto il momento di parlare, con l’intera commissione davanti, una giovane professoressa di filosofia, probabilmente stanca di sentirsi raccontare per l’ennesima volta il pensiero del filosofo di Konigsberg, guardandomi negli occhi mi disse: “Bene, questo discorso ci porta dritti a Kant, ma perché fermarsi a Kant, parliamo di Hume, che proprio da Kant fu ispirato”. A quel punto, pur di non rimanere in silenzio, inizia a raccontare la prima cosa che su Hume fui in grado di ricordare: un intero capitolo del romanzo “Il mondo di Sofia”, in quell’anno premio Bancarella, che descriveva, ovviamente in forma di storia fantastica, i presunti incontri tra questa ragazzina, Sofia, e alcuni dei più importanti filosofi mai vissuti. La maggior parte delle informazioni che citavo non avevano nulla a che fare con le teorie filosofiche, e forse molte neppure con la realtà storica. Ricordo perfettamente il commento della mia professoressa di Filosofia, Antonina Buffa, rivolto a mezza voce ad mia compagna di classe, tale Piva Laura, presente al mio orale : “Ma che dice quello, deve aver letto qualcosa di romanzato, io queste cose non le ho mai spiegate. Le ho spiegate così io?”. Piva Laura, che sarebbe poi diventata una bravissima giornalista televisiva, effettivamente non poteva che concordare con la nostra professoressa. Fingendo di non aver sentito il commento, e parlando il più velocemente possibile, arrivai deciso alla fine del mio racconto. “Bene”, disse l’esaminatrice soddisfatta, può andare”. Dopo dieci minuti uscì il Prof. Donato. Questo fu il nostro dialogo: Io: “Come sono andato Prof?”, Lui: “Tu vuoi che io ti dica quello che i tuoi compagni non hanno avuto il coraggio di dirti?” Io: -- [muto] Lui: “Benissimo, ma la prossima volta meno enfasi, meno teatro, meno, meno tutto!” Se dovessi dare un consiglio ai maturandi di oggi direi: Entrate determinati, non fatevi vedere incerti, se riuscite siate così appassionati da instillare il dubbio che, forse, è il prof che si ricorda male quel dettaglio perché, visto che voi siete così sicuri, non conviene contraddirvi. Gianluca Daffi, esperto in psicologia dell’età evolutiva e docente universitario.
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