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Com’è cambiato il contesto di apprendimento a scuola con la pandemia?

Dall’utilizzo di nuovi spazi all’approfondimento delle relazioni con il territorio, Paola Savoldi spiega come la scuola, con la pandemia, stia trasformando il suo assetto spaziale tradizionale e innovando l’approccio didattico

In questi mesi di pandemia le scuole di ogni ordine e grado si sono trovate a dover ripensare completamente l’organizzazione degli ambienti di apprendimento. La necessità di riorganizzazione degli ambienti ha portato la scuola non solo a rivedere le modalità di utilizzo dei propri spazi, ma anche a uscire dai confini tradizionali dell’edificio scolastico per espandersi sul territorio, stringendo accordi e collaborazioni con enti e realtà vicini. In questo modo il rapporto tra scuola e territorio si è intensificato e approfondito, evidenziando potenzialità che in passato erano rimaste inespresse.

Abbiamo chiesto a Paola Savoldi, professoressa di urbanistica e politiche urbane presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, di fare il punto sulle innovazioni vissute dalla scuola in questi mesi dal punto di vista della riorganizzazione degli ambienti di apprendimento, provando a immaginare anche che cosa di quanto sperimentato fino a qui potrebbe essere mantenuto in futuro.

Professoressa Savoldi, com’è cambiato l’utilizzo degli spazi scolastici a seguito della pandemia?

I cambiamenti sono avvenuti a diverse scale. Se immaginiamo un percorso ideale dall’interno all’esterno della scuola, potremmo riconoscere tre diversi tipi di spazi i cui usi sono stati almeno in parte ripensati.
Il primo è quello relativo allo spazio dell’edificio scolastico: è cambiato il modo di usare le aule che in molti casi hanno accolto e accolgono tutte le attività, dalla lezione al pasto, in modo molto stanziale; allo stesso tempo però alcuni degli spazi prima inutilizzati o nemmeno contemplati, sono stati riconosciuti come luoghi in cui fosse possibile organizzare parte delle attività che non potevano più essere svolte altrove. Un esempio semplice, raccontato da una dirigente scolastica di un istituto torinese: le attività musicali hanno richiesto più spazio e spazi espressamente dedicati, distinti. Così, un tratto di corridoio più ampio o più protetto è stato allestito e adattato ad un uso nuovo, seppur temporaneo. Un secondo tipo di spazio è quello delle pertinenze scolastiche, lo spazio entro il recinto della scuola. Spesso è abbastanza ampio, quando si tratta di edifici realizzati nel corso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Questi spazi sono stati, nei migliori dei casi, luoghi in cui a tempi alterni le classi hanno svolto diverse attività, più di quanto accadesse in passato.
Infine, il terzo tipo di spazio è quello che sta prima della soglia d’ingresso alla scuola e ha un’estensione variabile, dall’ampiezza del marciapiede a diversi chilometri di distanza dalla scuola. Voglio dire che, in alcuni casi, l’attenzione è stata posta sulle condizioni di accesso, con un ripensamento più o meno radicale dell’uso degli spazi della sezione stradale, composta da tratti carrabili, aree di sosta, piste ciclabili e spazi pedonali.
Il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, di cui faccio parte, ha molto lavorato su questi temi.

Scongiurare gli assembramenti è diventata l’occasione per immaginare o progettare spazi pubblici più adatti alla presenza di bambini e bambine, ragazzi e ragazzi.

In altri casi, la scuola si è addirittura estesa in spazi urbani quali musei, biblioteche, agriturismi, polisportive. Non è solo il caso della “Scuola diffusa”, a Reggio Emilia. Qualcosa di simile è accaduto anche in altre realtà, con interessanti anticipazioni già nel corso dell’estate 2020, quando alcuni enti locali hanno organizzato in modo agile e rapido le attività dei centri estivi.
Insomma, i cambiamenti sono stati degni di nota, seppur di segno diverso. Talvolta espansivi, per così dire. Talvolta nel segno della stanzialità, per ragioni comprensibili. Tuttavia, al di là delle diverse direzioni del cambiamento, importa osservare e capire a quali condizioni si siano dati i cambiamenti che ci paiono più interessanti e promettenti, anche guardando al futuro prossimo.

Con la riorganizzazione degli spazi scolastici, si sono modificate anche le relazioni tra scuola e il territorio circostante (quartiere, città, comunità…) e, se sì, in che modo?

Come dicevo, certamente sì, le relazioni tra scuola e territorio hanno subìto in molti casi una sorta di accelerazione. In alcuni contesti, esistevano già esperienze e competenze in azione. La pandemia ne ha mostrato il valore, ne ha bruscamente testato la tenuta. Si fa tanto spesso appello ai Patti educativi, anche in relazione al fatto che da qualche mese sono riconosciuti e sostenuti con risorse dedicate, emanate dal Ministero dell’Istruzione. È vero però che in diversi casi era già presente una consuetudine alla cooperazione tra diversi soggetti, con una forte centratura su temi educativi, assumendo la scuola come luogo e istituzione di riferimento per agire su diversi fronti, primi tra tutti quelli dell’abbandono e della dispersione scolastica. Il lavoro di Openpolis sul fronte dei dati, aiuta a comprendere la geografia e la misura di alcuni di questi fenomeni. Un interessante lavoro sui patti educativi territoriali (curato da Alessia Zabatino, Cristiana Mattioli, Daniela Luisi) è stato concluso da pochissimo nell’ambito delle attività condotte dal Gruppo Educazione del Forum Diseguaglianze e Diversità.
Da un lato dunque alcune scuole sono quotidianamente uscite dai loro consueti spazi, come è accaduto per le diverse esperienze di scuola diffusa. Dall’altro la rilevanza delle reti, delle comunità educanti, in tempi tanto critici ha reso evidente e consolidato un vero e proprio assetto spaziale. Si pensi al caso della didattica a distanza solidale, a Napoli, per fare un esempio.

Come ha inciso sull’approccio didattico la trasformazione o riorganizzazione degli spazi scolastici?

La questione è delicata, come è noto. I vincoli di distanziamento e i protocolli adottati per ridurre i rischi di contagio sembrano in molti casi aver irrigidito metodi e approcci didattici. Alcuni docenti e alcuni dirigenti descrivono con preoccupazione un tendenziale ritorno a un assetto molto tradizionale e frontale delle attività di formazione.
Vero è che non è stato facile mantenere forme e spazi di interazione fluidi e liberi. D’altro canto la situazione di questi mesi ha forse reso più evidenti alcune dimensioni. L’importanza e l’opportunità di stare all’aperto, tra le altre. Evidentemente l’outdoor education non è una novità, ma è possibile che sia maturata una nuova e più diffusa consapevolezza sull’interesse e le potenzialità di queste esperienze. O ancora, una spinta verso un uso dei dispositivi digitali il più possibile volto a riconquistare una condizione di interazione, tanto meglio se in presenza, naturalmente.
Il rientro a scuola, vis à vis, per tutti gli ordini e i gradi scolastici rappresenta un momento importantissimo: è ancora necessario esercitare alcune cautele, ma abbiamo anche molto chiaro il potere della compresenza e dell’interazione nello spazio della scuola.

Che tipo di esperienze virtuose di innovazione degli ambienti di apprendimento dovremmo cercare di mantenere, per tempi più “normali”, auspicabilmente in un futuro molto prossimo?

Io credo che tra gli insegnamenti più preziosi ci sia un diverso modo di guardare lo spazio vicino ma fuori dalla scuola. Questo ha forse a che vedere con la mia formazione, la mia sensibilità e il mio campo di ricerca, poiché mi interessa proprio il terreno tra casa e scuola: la città, il territorio.
Abbiamo visto che è possibile fare scuola anche fuori il perimetro dell’edificio scolastico e delle sue pertinenze, abbiamo visto che è possibile farlo anche in via ordinaria: un intero anno scolastico in un luogo diverso. Abbiamo anche visto come si fa: quali accordi, quali protocolli, quali mezzi, quante risorse. L’ho imparato affiancando alcuni enti locali, nel corso della pandemia. E anche grazie a una serie di interviste raccolte in un ebook pubblicato a giugno di quest’anno, il cui titolo è “La scuola oltre la pandemia. Punti di vista ed esperienze sul campo. Viaggio nelle scuole italiane attraverso 11 interviste”. Abbiamo visto che ci si può far spazio tra le auto parcheggiate o in movimento, perché abbiamo visto modificare i flussi del traffico – anche se spesso per brevi periodi di tempo – e abbiamo visto dilatarsi talvolta lo spazio di accesso alla scuola.
In molti casi abbiamo anche visto se e come altre politiche pubbliche, alla scala territoriale, siano state capaci o meno di adeguarsi e interpretare i bisogni degli studenti. È ad esempio il caso del trasporto pubblico locale: percorsi, frequenze, fasce orarie, costi, in particolare per quanto riguarda le scuole del secondo ciclo. Infine, ma prima di tutto, credo che ogni dirigente e ogni docente abbia oggi cognizione dello spazio scolastico come mai era accaduto prima d’ora. Possibilità d’usi temporanei, adeguamenti, recupero di spazi poco (o per niente) utilizzati, aggiunta di elementi d’arredo che contribuiscono a organizzare in modo più libero e flessibile anche gli spazi scolastici più tradizionali: sono solo alcune delle innovazioni o i tratti della diffusione di soluzioni che, fino ad ora, erano concentrate in pochi contesti. Forse pecco di ottimismo, ma credo che tutto questo avrà un seguito.

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