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Perché dare i compiti a casa? 1

Perché dare i compiti a casa?

Da dove deriva la prassi consolidata tra i docenti italiani di assegnare compiti per casa e quale dovrebbe esserne la funzionalità

“La mente non è un vaso da riempire
ma un fuoco da accendere”
(Plutarco)

Che cos’è la scuola? Si tratta di una domanda semplice, la cui risposta, tuttavia, richiede riflessione e consapevolezza. Il termine scuola, deriva dalla parola latina schola e dal termine greco scolèion, che significa “tempo libero”. Le scelte lessicali, quando si tratta di semantica, sono estremamente importanti. La scuola, nella civiltà greca, rappresentava un luogo in cui si passava del tempo libero, un luogo dedicato allo “svago della mente”, un luogo in cui, in seguito, si trascorrevano le ore a parlare di filosofia e scienza. In Italia, la scuola così come la conosciamo oggi, è approdata solo nel XVIII secolo, dopo lunghi periodi in cui si è passati dall’insegnamento effettuato dai genitori, ed eventualmente supportato da un maestro privato, a quello più tradizionale e pubblico in aula. L’ambiente scuola è stato quindi sempre caratterizzato da un’eterogeneità importante rispetto ai paradigmi teorici di significato, alle prassi metodologiche e agli ambienti di apprendimento. Tuttavia la scelta lessicale non è mutata: per qualche ragione si è convenuto di mantenere il termine originario, il cui significato richiamava e continua a richiamare, in fondo, uno spazio di benessere e condivisione.

Per provare a conferire un’ottica di significatività anche ad alcune prassi consolidate nel corso degli anni, come possono essere i compiti, è bene tenere presente la loro effettiva funzionalità. Ad oggi non esistono evidenze scientifiche che comprovano l’effettiva efficacia dei “compiti per casa”. Fatta questa doverosa premessa, vale la pena dare uno sguardo alle disposizioni normative che regolano tali prassi. Sono passati più di cinquant’anni dalla circolare ministeriale in cui veniva esplicitato che “Alla formazione culturale dell’alunno concorrono sia l’azione didattica, attuata nella più viva collaborazione tra docente e discenti, sia il ripensamento individuale realizzato con lavoro personale dell’alunno a casa.” (C.M 20 Febbraio 1964).

Da circa 56 anni, quindi, i compiti per casa dovrebbero avere come obiettivo quello di favorire il “ripensamento individuale” da parte dell’alunno, processo che non può essere promosso senza mettere il discente nella condizione più adeguata per attivarlo.

È interessante notare, inoltre, che nelle circolari emanate negli anni successivi, si è fatto esplicito riferimento anche al cambiamento del contesto sociale. Il tempo extrascolastico degli studenti si è arricchito di altre attività: sportive, artistiche o di altra natura. Tale cambiamento ha indotto il Ministero a sottolineare, già nel 1969, che “Non deve accadere che i libri di testo prevalgano sulla percezione del mondo esterno che ogni studente deve aver modo di cogliere e di elaborare, libero dell’ambito scolastico” (C.M 14 maggio 1969). Poniamo quindi il focus della nostra attenzione su due aspetti fondamentali:

  • Laddove si deciderà di dare dei compiti per casa, occorre anche essere pienamente consapevoli degli obiettivi che vogliamo raggiungere assegnandoli. Mettere lo studente nella condizione di essere autonomo nel processo di ripensamento costituisce la conditio sine qua non per il raggiungimento dell’obiettivo. Inoltre, diventa fondamentale proporre attività che effettivamente promuovano il processo di rielaborazione. L’assegnazione di una mole considerevole di esercizi da replicare, per esempio, difficilmente potrà favorire tale processo.
  • Tenere in considerazione il fatto che molti studenti abbiano diversi pomeriggi impegnati in altre attività, pone un inevitabile limite alla quantità e alla natura di compiti da assegnare. Un sano sviluppo sociale e psicologico passa necessariamente anche dalla sperimentazione di esperienze nuove, non strettamente di natura scolastica, ma altrettanto fondamentali per il processo di crescita di tanti studenti.

Tuttavia c’è da considerare che i compiti per casa, ad oggi, costituiscono ancora una prassi consolidata tra i docenti italiani e riconoscere lo stato delle cose, che ci piaccia o meno, aiuta ad affrontarle con la corretta prospettiva. Vi sono contesti scolastici in cui i docenti, soprattutto nella scuola primaria, scelgono di non assegnare compiti per casa, oppure si limitano a proporre alcune attività per il fine settimana. In altri casi, la mole di lavoro assegnata per casa è considerevole ed impegna gli studenti diverse ore al giorno, imponendo loro un dispendio di tempo considerevole, fino a determinare, talvolta, l'impedimento a poter svolgere qualunque altra attività.

Vi sono inoltre situazioni in cui la quantità di prove di verifica scritte e orali, calendarizzate nella stessa settimana, impone modalità di gestione dello studio che necessitano l’attivazione di abilità specifiche da parte di molti studenti. In questo tipo di situazioni, alcuni studenti possono trovarsi più in difficoltà, ne sono un esempio gli studenti con Disturbo Specifico dell’apprendimento (DSA). In un contesto simile, occorre quindi concettualizzare una scuola non solo a misura di DSA, ma a “misura dell’apprendimento”.

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