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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Difficoltà di linguaggio
Come funziona e quali alterazioni può presentare in caso di disturbi
Le rappresentazioni mentali di oggetti, persone, azioni, contesti, ecc. consentono al bambino di sviluppare il linguaggio, in particolare nella sua componente semantico-lessicale. Il sistema semantico e quello lessicale Il sistema semantico comprende le conoscenze apprese sul mondo: agendo nella relazione con gli oggetti e integrando le afferenze provenienti dal mondo esterno (5 sensi) e dal proprio corpo (propriocezione), il bambino riesce ad astrarre caratteristiche e a formare categorie gerarchiche tra i concetti e le parole ad essi connesse. Il sistema semantico, dunque le conoscenze, si sviluppa indipendentemente dall’etichetta lessicale; tuttavia, la possibilità di apprendere nuove parole è facilitata dalla capacità di inserirle in una categoria di appartenenza (semantica). Il lessico, infatti, viene appreso associando parole a immagini mentali. Il sistema lessicale, che si suddivide in lessico passivo o di input (parole di cui la persona conosce il significato, ma che non necessariamente utilizza nell’esprimersi) e lessico attivo o di output (parole che la persona usa), è specifico per ciascuna lingua e cambia da individuo a individuo in quanto dipende dal suo stile cognitivo, dal contesto socio-culturale e dai suoi interessi. disturbi specifici di linguaggio, dove la compromissione riguarda prevalentemente il sistema lessicale; ritardi cognitivi e disturbi dello spettro autistico, in cui si ha un alterato sviluppo semantico che influenza quello lessicale; danni cerebrali (traumi cranici, ictus, ecc.), in cui possono essere compromessi uno o entrambi i sistemi.   Le principali conseguenze dei disturbi del linguaggio In presenza di disturbi semantico-lessicali, le conseguenze funzionali maggiormente osservabili sono: linguaggio caratterizzato da anomie, cioè difficoltà nel recuperare la parola corretta, con possibile comparsa di circonlocuzioni (il bambino inizia a descrivere l’oggetto di cui in quel momento non ricorda il nome); parafasie semantiche, per cui il bambino recupera una parola diversa da quella corretta ma della stessa categoria semantica (ad esempio «mela» per «pera»); indicazione di categoria superordinata (ad esempio «frutta» per «pera») o sottoordinata (ad esempio «gatto» per «animali»); difficoltà nella fluenza verbale per categoria semantica, per cui il bambino non riesce a reperire il lessico inerente una specifica categoria (ad esempio dire tutti i frutti che gli vengono in mente, gli oggetti che servono per tagliare, oggetti che sono rettangolari, ecc).
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Search-ME - Erickson 2 Metodologia e Linguaggio funzionale
Il punto sulla diffusione e sulle possibili evoluzioni dei disturbi del linguaggio in età evolutiva
I disturbi del linguaggio rappresentano i disturbi più frequenti tra i 2 e i 6 anni di vita e quasi il 40% degli invii in valutazione ai Servizi territoriali. I disturbi primari del linguaggio (ovvero quelli che non sono secondari ad altre patologie, congenite o acquisite) hanno una diffusione del 5-7% in età prescolare e tendono a ridursi nel tempo con una prevalenza dell’1-2% in età scolare. Da un punto di vista descrittivo, i disturbi del linguaggio, così come quelli della comunicazione, presentano un insieme di quadri sindromici caratterizzati da difficoltà differenti per qualità e gravità nella comprensione, produzione e uso del linguaggio. Il deficit, infatti, può essere presente, contemporaneamente e con diverso livello di compromissione, in una o in più componenti linguistiche (lessico, semantica, sintassi).  La traiettoria evolutiva del disturbo (ovvero il suo cambiamento nel tempo) può quindi essere molto differente secondo la gravità, la pervasività e la persistenza dei vari deficit linguistici. In particolare, sembra molto importante distinguere il ritardo dal disturbo di linguaggio. Esiste, infatti, una percentuale molto alta di bambini (13-20%) detti «parlatori tardivi» o late talker (ovvero bambini che hanno uno sviluppo del linguaggio espressivo più lento), che, in assenza di deficit uditivi, cognitivi, relazionali, hanno difficoltà ad acquisire il linguaggio a 24/36 mesi, periodo in cui la maggior parte dei coetanei già utilizza, invece, il linguaggio per comunicare e per costruire le proprie conoscenze sul mondo. Molti di questi bambini iniziano a parlare più tardi ma rientrano successivamente in un range di normalità. Altri bambini, invece, consolidano questo ritardo che evolve in veri e propri disturbi di linguaggio. L’età di 3 anni costituisce una sorta di spartiacque tra i bambini parlatori tardivi e i bambini con un probabile disturbo specifico di linguaggio. La presenza di una produzione ancora non adeguata dovrà necessariamente essere valutata con un’attenta visita specialistica, che escluda problemi di natura neurologica, psicopatologica o sensoriale (al riguardo in presenza di un ritardo di comprensione o di produzione è sempre indicata l’esecuzione di un esame audiometrico, in particolare se nella storia del bambino si rilevano otiti ricorrenti). La comprensione del linguaggio dell’adulto, in ogni caso, rappresenta un parametro fondamentale per i tempi di un eventuale intervento. In questo caso, si possono tranquillamente aspettare i 36 mesi di età per richiedere una valutazione. In caso contrario, è necessario che i genitori si attivino immediatamente per richiedere una valutazione specialistica.
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Search-ME - Erickson 3 Area morfosintattica e semantico-lessicale
Intervista a Luigi Marotta, logopedista IRCSS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e vicepresidente dell’Associazione Scientifica Logopedisti Italiani
Negli ultimi anni, il lavoro del logopedista dell’età evolutiva, così come quello di tutti gli operatori del mondo sanitario, è stato interessato da una serie di cambiamenti importanti, che hanno riguardato sia l’approccio scientifico alla medicina che il sistema organizzativo del Servizio Sanitario Nazionale. Nuove e impegnative sfide attendono la professione del logopedista anche nei prossimi anni. Cerchiamo di fare il punto della situazione con uno dei maggiori esperti in questo settore a livello nazionale. Dott. Marotta, quali cambiamenti hanno interessato il lavoro del logopedista dell’età evolutiva negli ultimi anni? «Il primo è culturale, dovuto alla Medicina Basata sulle Evidenze che ha rivoluzionato il mondo scientifico, tanto nella pratica quanto nella teoria, modificando profondamente sia i principi sia gli orientamenti nel complesso scenario della riabilitazione. Il secondo, strettamente legato alla prima, è rappresentato dalla sempre maggiore specializzazione necessaria nell’affrontare i disturbi del neurosviluppo». Quali sono i disturbi di interesse logopedico più diffusi tra i bambini in Italia? «I disturbi del neurosviluppo più diffusi sono senz’altro quelli di linguaggio e di comunicazione, seguiti dai disturbi specifici di apprendimento e dai disturbi dello spettro autistico. Queste “etichette” diagnostiche, però, racchiudono al loro interno una molteplicità di situazioni patologiche, differenti fra loro per comorbidità (più disturbi presenti contemporaneamente), gravità (livelli differenti di deficit) e pervasività (più tipologie di deficit presenti all’interno dello stesso disturbo). Ciò richiede al professionista una grande competenza e sensibilità clinica per scegliere le priorità e le modalità dell’intervento». Quali sono le principali difficoltà che incontra il logopedista nel suo lavoro con i bambini? «In questi anni la difficoltà principale, a mio avviso, è rappresentata dal cambiamento organizzativo del Servizio Sanitario Nazionale, sempre meno presente a livello territoriale, sia per quanto riguarda la medicina della prevenzione, sia per quanto l’erogazione dei servizi di riabilitazione, che tra l’altro varia da regione a regione e anche all’interno di una stessa regione. Questo ha portato a una frammentazione di quella che doveva essere una “rete” di servizio che garantiva anche una collaborazione tra S.S.N., Scuola e professionisti privati».   Quali sfide si prospettano per la professione nei prossimi anni? «Le sfide saranno senz’altro “culturali” e “sociali”. Innanzitutto riguarderanno l’approccio ai disturbi del neurosviluppo, che non dovrà essere, come a volte accade, incentrato sul “sintomo”.  Dovrà, invece, intervenire sui processi cognitivi che consentono l’apprendimento di un’abilità, tenendo conto e interagendo con i contesti (famiglia, scuola e società) che favoriscono lo sviluppo globale del bambino. Questo richiede un vero e proprio cambiamento culturale e una formazione sempre più scientifica, ma che non perda di vista le caratteristiche intrinseche di una professione legata alla relazione di aiuto come la nostra».
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Search-ME - Erickson 4 Area morfosintattica e semantico-lessicale
I principali disturbi affrontati nell’intervento logopedico con l’adulto
Disturbo fonologico, aprassia articolatoria e disartria sono i principali disturbi affrontati a livello logopedico in età adulta. Passiamo in rassegna specificità e caratteristiche che li contraddistinguono. Disturbo fonologico Il disturbo fonologico consiste in una difficoltà nel selezionare e porre in corretta sequenza la stringa fonologica, e si manifesta con parafasie fonemiche (omissioni, sostituzioni, aggiunte e trasposizioni di fonemi), conduites d’approche (approssimazioni ripetute e quasi sempre inefficaci a correggere gli errori fonologici per produrre la parola target), fino ai neologismi fonemici.   Se il danno è localizzato tra l’uscita del lessico di output e il buffer, la produzione è fluente ma gergofasica a causa della presenza massiccia di neologismi fonemici e conduites d’approche, mentre se il danno è localizzato a livello dell’interfaccia tra buffer fonemico e il motor speech programmer, la produzione è caratterizzata da un eloquio poco fluente, con parafasie fonemiche, e visibile fatica da parte del paziente, impegnato a trovare la corretta posizione articolatoria e sequenziare in modo corretto i fonemi.   Sotto il profilo comportamentale, quest’ultima condizione clinica può sembrare simile all’aprassia articolatoria, se non fosse che si accompagna ad altri segni di compromissione del linguaggio (ad esempio deficit di comprensione, alterazioni del linguaggio scritto, ecc.). Aprassia articolatoria L’aprassia articolatoria è un deficit della programmazione articolatoria caratterizzato da una difficoltà a tradurre la sequenza fonologica in un adeguato programma articolatorio o, usando le parole di Darley, il primo che parlò di tale patologia, «nel programmare la posizione degli organi articolatori e la sequenza dell’articolazione». La compromissione maggiore è costituita dalla perdita della capacità di integrare spazialmente e temporalmente l’attività della muscolatura fono-articolatoria che interviene nella produzione dei gesti articolatori. I soggetti con aprassia articolatoria presentano infatti: a) una preservata conoscenza della forma fonologica delle parole che intendono produrre; b) problemi di esecuzione motoria pura non significativa. Fenomeni tipici sono l’assordamento dei fonemi consonantici nei corrispondenti suoni sordi, la sostituzione delle consonanti fricative con consonanti affricate o con le occlusive, la semplificazione dei cluster consonantici. La prosodia può essere alterata tanto da dare l’impressione complessiva di un accento straniero. Spesso si accompagna ad aprassia bucco-linguo-facciale.   Il quadro clinico può derivare da una lesione del piede della terza circonvoluzione frontale sinistra (A44 o area di Broca), da lesioni dell’insula e dei gangli basali, ma sono descritti quadri sintomatologici simili anche per la lesione parietale posteriore. Quest’ultimo dato potrebbe avere una corrispondenza con la dorsal stream prima descritta. Disartria La disartria è un deficit della realizzazione articolatoria di sequenze fono-articolatorie già programmate,ed è la conseguenza di un danno neurologico o chirurgico del sistema nervoso centrale o periferico. La prima classificazione organica delle disartrie risale al 1969 e comprende cinque tipologie di quadri clinici, ciascuno caratterizzato da segni e sintomi tipici della patologia neurologica sottostante.In base alla localizzazione della lesione si differenziano: disartria flaccida, spastica, atassica, ipocinetica, ipercinetica e mista. 
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Search-ME - Erickson 5 Difficoltà di linguaggio
Il ruolo degli insegnanti e l’importanza degli strumenti osservativi a disposizione
Già in età precoce, il livello di sviluppo del linguaggio è in grado di fornire informazioni importanti per individuare eventuali aree di fragilità del bambino. È perciò fondamentale che gli insegnanti fin dalla scuola dell’infanzia siano in grado di coglierne abilità e competenze, insieme ad eventuali deficit, anche tramite l’utilizzo di appositi strumenti osservativi. Ce ne parla Graziella Tarter, logopedista con alle spalle un’esperienza pluridecennale nei Servizi di Neuropsichiatria Infantile (NPI). «La scuola dell’infanzia è un momento privilegiato per l’osservazione del linguaggio del bambino perché tra i 3 e i 6 anni si mette in evidenza gran parte dello sviluppo. Le insegnanti sono molto attente ai segnali precoci, soprattutto relativi ai disturbi della pronuncia e ai disturbi della produzione del linguaggio e al bambino che arriva con un linguaggio molto scarso se non assente. Questo è corretto perché questi sono i bambini che devono arrivare all’osservazione anche clinica entro i 4 anni. Dobbiamo però considerare che il linguaggio non è soltanto produzione linguistica, ossia le parole che noi usiamo per comunicare. Il linguaggio è anche comprensione, è quel vestito del pensiero, del ragionamento che ci permette di capire il mondo che ci sta intorno.  In questo momento gli insegnanti hanno un grande bisogno di formazione rispetto alle competenze di comprensione del linguaggio proprie del bambino di 3, 4 e 5 anni. I protocolli osservativi servono proprio ad aiutare gli insegnanti a individuare queste situazioni di rischio non facilmente descrivibili come quelle del disturbo di pronuncia, ma assolutamente influenti per la scolarità futura». 
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Search-ME - Erickson 6 Difficoltà di linguaggio
Come impostare un lavoro di rilevazione precoce alla scuola dell’infanzia
La normativa sui Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) ha affidato alle scuole di ogni ordine e grado grandi responsabilità anche in merito all’individuazione degli indicatori di rischio di tali disturbi. Anche le scuole dell’infanzia, perciò, sono tenute ad attivarsi per il riconoscimento di un potenziale disturbo specifico dell’apprendimento nei bambini. Lo strumento di rilevazione raccomandato è, anzitutto, l’osservazione delle prestazioni dell’alunno. Come deve essere condotta tale osservazione? Quali sono gli strumenti che possono facilitarla? Risponde a queste domande Luigi Marotta, logopedista, formatore e autore di numerose pubblicazioni su questo tema.  «Esistono molti strumenti di osservazione e di rilevazione di indicatori di rischio e fattori predittivi per future possibili difficoltà di apprendimento della lettura e della scrittura. Molto però dipende dalle finestre temporali che andiamo a osservare. Specialmente nella scuola dell’infanzia c’è una grande variabilità nelle traiettorie evolutive dello sviluppo delle capacità linguistiche, cognitive, motorie, attentive dei bambini. Questa variabilità ci porta a escludere un lavoro di screening nei bambini più piccoli tra i 3 e 4 anni, lavoro che diventa invece molto importante nei bambini di 5 anni, cioè all'ultimo anno di scuola dell’infanzia. Normalmente vengono considerate le abilità emergenti come il linguaggio e le abilità di coordinazione motoria. Queste a loro volta sono sostenute da processi cognitivi di base, come l’attenzione, la capacità di pianificazione, la capacità di percepire visivamente, uditivamente, sensorialmente tutto ciò che ci circonda e poi la capacità di programmare le azioni e monitorarle passo dopo passo. Questo è un lavoro che le insegnanti possono fare con una certa tranquillità sia perché esistono già degli strumenti sia perché esistono anche dei protocolli di osservazione che sono stati messi a punto proprio dalle insegnanti insieme ai clinici. Non è un percorso di tipo diagnostico, ma è un percorso che può essere molto utile per individuare quelle che sono le fragilità e orientare poi la didattica in modo da recuperare quei bambini che possono essere recuperati grazie al lavoro in classe».
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