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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Genitori e figli
Due esperti di psicologia spiegano quali sono gli indicatori da prendere in considerazione per valutare la qualità dell’esperienza sportiva dei propri figli
Quando un genitore sceglie di far praticare al figlio il gioco del calcio, solitamente è mosso da qualche ragione specifica: a volte personale, a volte legata al bambino. Nel corso della stagione, un genitore può chiedersi se sia stata la scelta migliore e se l’esperienza possa essere positiva per il figlio e per la sua crescita; diviene dunque necessario osservare tutti gli indicatori utili a valutare la qualità dell’esperienza. Il genitore dovrebbe considerare prima di tutto gli obiettivi fissati dalla società per il gruppo di atleti dove giocherà il bambino. A nostro avviso gli obiettivi di tipo educativo-morale dovrebbero essere in cima alla lista, in quanto prima che di calciatori in erba si parla di persone, di bambini in fase di crescita, ai quali è opportuno trasmettere alcune regole di base. Dopo aver appreso gli obiettivi, sarebbe opportuno che il genitore verificasse se effettivamente questi vengono raggiunti e in che modo. Perciò bisogna in primo luogo osservare lo stile relazionale del mister e il tipo di attività e di esercizi che propone in campo. Occorre prestare attenzione al modo in cui l’allenatore comunica. È inoltre importante il tipo di attività proposta: gli esercizi o giochi devono essere divertenti e al tempo stesso stimolare specifici processi mentali e motori. È necessario che siano divertenti affinché i bambini siano coinvolti attivamente e spinti a migliorare. Devono anche essere adeguati allo sviluppo psicofisico degli allievi. Anche l’atmosfera che si respira tra i bambini e gli adulti presenti è un valido indicatore della qualità dell’esperienza che il bambino vive. Osservare il clima che si crea in campo durante allenamenti e partite permette di capire come vengono gestite alcune dinamiche. L’allenatore ha il compito di creare le condizioni affinché la delusione non diventi frustrazione o, peggio, rabbia nei confronti dei compagni. Esprimere le emozioni negative tramite il dialogo, invece, consente al bambino di creare uno spazio di pensiero e di autocontrollo utile a prevenire la creazione di relazioni disfunzionali. I momenti «fuori dal campo» sono altrettanto indicativi dell’atmosfera che i bambini sperimentano: le dinamiche che si formano con i compagni nello spogliatoio, il ritrovo prepartita o altri ritrovi destrutturati, se opportunamente osservati, ci possono dare un’idea di come i bambini e il mister gestiscano le relazioni interpersonali. Per capire se il bambino vive positivamente il calcio potrebbe essere utile anche monitorare il suo atteggiamento nei confronti dell’attività: osservare se non vede l’ora di andare agli allenamenti e alle partite, se parla del calcio, dei compagni e del mister con entusiasmo e passione, e soprattutto se mostra dei progressi nella crescita psicologica e atletica. Nell’arco della stagione sportiva un genitore potrebbe accorgersi di alcuni miglioramenti a livello di tecnica e tattica in campo, di relazioni con i compagni e con altri adulti, della cura e gestione di sé e del materiale e nella regolazione delle emozioni. Per il genitore di un giovane atleta, porre attenzione alla motivazione e al desiderio del bambino di partecipare agli allenamenti e alle partite è particolarmente utile: dietro una carenza di desiderio di allenarsi e giocare potrebbero nascondersi pensieri ed emozioni negative nei confronti dei compagni o dell’allenatore. Il campo da gioco è un ambiente importantissimo per i bambini, che perseguono il loro obiettivo di giocare e di divertirsi sotto la supervisione attenta di un mister pronto a sostenerli nelle difficoltà. I genitori dovrebbero adottare lo stesso stile di supporto: tanto le vittorie quanto le sconfitte possono essere occasioni di crescita. A volte capita che il supporto genitoriale si trasformi in un coinvolgimento eccessivo, soprattutto nei casi in cui il genitore proietta aspettative di successo sul bambino. Se è vero che il figlio necessita del supporto e dell’incoraggiamento del genitore, non ha però certo bisogno di un ultras irrispettoso che usa l’attività calcistica come valvola di sfogo per la propria emotività e rabbia latente. Il primo modello educativo di un bambino sono i genitori, per cui è fondamentale che questi non perdano mai di vista l’obiettivo autentico dell’esperienza calcistica, che è una crescita psicologica e fisica il più completa possibile.
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Search-ME - Erickson 2 Genitori e figli
Come gestire tipologie di dolore nuove o conosciute nei propri figli
La terapia del dolore generalmente si occupa di condizioni severe e/o croniche. Le situazioni nella quale ogni bambino e adolescente sperimentano dolore sono però tra le più disparate: dalla banale sbucciatura, alla mano che afferra la maniglia del bollitore sul gas, ad una caviglia slogata, ma anche un infortunio che fatica a recuperare. Ci sono dolori più importanti come quelli legati a specifiche malattie o patologie che possono diventare anche cronici, ma pure quelli ricorrenti più tipici dei mal di pancia o dei mal di testa rivestono un ruolo nel limitare la qualità della vita. Non dimentichiamoci delle procedure quali esami del sangue! Anch’esse rivestono una loro importanza nel farci percepire il dolore (infatti un conto è farli ogni tanto, un altro è doverli fare spesso). Tutti i dolori hanno il dovere di essere riconosciuti e adeguatamente trattati per non generare possibili ripercussioni nello sviluppo del bambino (memorie del dolore e difficoltà ad esso collegate (Failo, 2020). Due domande potremmo porci di fronte a questo difficile periodo della pandemia, ovvero come i dolori sopra descritti vengono gestiti sia a casa che nelle strutture sanitarie e se ci sono nuove condizioni di dolore derivanti dalla situazione Covid. Proviamo ad esplorare la prima. Come vengono gestiti i dolori importanti in tempo di pandemia? Molto recentemente alcuni studi internazionali hanno sottolineato l’importanza della telemedicina e dei programmi eHealth quale modalità più promettenti per continuare i trattamenti e l’assistenza ai bambini e adolescenti ma anche quale supporto ai loro genitori durante tutti i periodi della pandemia (Eccleston et al., 2020; Badawy & Radovic, 2020). Singolarmente, in due studi italiani è emerso però anche come il mal di testa negli adolescenti sembra essere migliorato durante il lockdown perché si sono ridotti alcuni fattori di stress come la scuola (Papetti et al., 2020), ma questo è avvenuto anche negli adulti con emicrania (Parodi et al., 2020). Questo ci dice che la gestione di condizioni dolorose preesistenti è possibile anche a casa e, in un periodo come questo, . La pandemia ha portato nuove condizioni di dolore? Per rispondere a questa domanda, partiamo da un piccolo studio francese di settembre 2020 (Nathan et al., 2020) che ha cercato di comprendere come si manifesta il Covid nei bambini: ebbene, sembra che i più piccoli (sotto i 2 anni) presentino forme meno aggressive del virus con sintomi quali tosse, fatigue, dispnea e dolore addominale, in ogni caso con meno comorbidità legate ad altre problematiche/patologie preesistenti. Tutti questi sintomi fanno parte del decorso della malattia e scompaiono una volta che essa si è risolta. In questo caso i sanitari sono in grado di prestare tutte le cure necessarie. Altra questione è la comparsa di una nuova sindrome infiammatoria multisistemica nei bambini, chiamata MIS-C a seguito del COVID-19, caratterizzata da shock, difficoltà respiratorie, disfunzioni cardiache, dolore addominale, mal di testa e positività a diversi marker infiammatori che ha molte caratteristiche in comune con la malattia di Kawasaki (Godfred-Cato et al., 2020). Si sa ancora poco di come si evolveranno questi quadri, ma si spera che il vaccino per il Covid porterà dei benefici anche su questi fronti. Diversa è la questione dell’accertamento alla positività al Covid. Il metodo più utilizzato sia per il costo che per la minor invasività e per la discreta sensibilità è il tampone naso-faringeo (Palmas et al., 2020; Pondaven-Letourm et al. 2020): è infatti simile a quello faringeo che si fa per la tonsillite, quindi molti operatori sanitari erano già addestrati per eseguirlo correttamente. Si tratta probabilmente del più grande attuale stravolgimento della routine di un bambino a cui quasi tutti oggi sono sottoposti. Pertanto è utile che i genitori siano informati di come si svolge e quindi conseguentemente spieghino in anticipo, nel modo più corretto e semplice possibile come si svolgerà la procedura: Per esempio dire che il bastoncino del tampone verrà inserito nel naso fino a toccare un punto specifico, che il tutto durerà massimo 6/7 secondi e che la mamma o il papà cingeranno dolcemente il bambino da dietro e gli terranno ferma la fronte. Può essere doloroso, ma forse più che altro fastidioso. Infatti la lacrimazione successiva è una reazione allo stimolo e alla paura più che l’effetto di un dolore. Le considerazioni derivanti da questo secondo punto ci pongono diverse opzioni realizzabili concretamente da parte dei bambini/adolescenti stessi e delle loro famiglie. Per esempio partire dal rinforzare i fattori di protezione come una chiara ed onesta comunicazione ed un comportamento responsabile, dal giusto riconoscimento del disagio ma anche della conseguente attenuazione subito dopo il tampone/procedura diagnostica. Si possono quindi anche ridurre i fattori di rischio, rappresentati in primis dalla paura di non sapere cosa sta succedendo, dalla minimizzazione del malessere, dall’ansia di dover far tutto velocemente e senza fare domande. Anche durante questo difficile periodo della pandemia si può fare molto per la gestione del dolore nei bambini e negli adolescenti, ed ogni adulto ha la responsabilità – e anche il diritto – di agire per tutelare il più possibile i figli di tutti. Bibliografia Failo A, 2020, Mi fa ancora male. Trento: Erickson Eccleston, C., Blyth, F. M., Dear, B. F., Fisher, E. A., Keefe, F. J., Lynch, M. E., Palermo, T. M., Reid, M. C., & Williams, A. C. de C. (2020). Managing patients with chronic pain during the COVID-19 outbreak: considerations for the rapid introduction of remotely supported (eHealth) pain management services. Pain, 161(5), 889–893 Badawy, S. M., & Radovic, A. (2020). Digital Approaches to Remote Pediatric Health Care Delivery During the COVID-19 Pandemic: Existing Evidence and a Call for Further Research. JMIR Pediatrics and Parenting, 3(1), e20049 Papetti, L., Loro, P. A. D., Tarantino, S., Grazzi, L., Guidetti, V., Parisi, P., Raieli, V., Sciruicchio, V., Termine, C., Toldo, I., Tozzi, E., Verdecchia, P., Carotenuto, M., Battisti, M., Celi, A., D’Agnano, D., Faedda, N., Ferilli, M. A., Grillo, G., … Valeriani, M. (2020). I stay at home with headache. A survey to investigate how the lockdown for COVID-19 impacted on headache in Italian children. Cephalalgia : An International Journal of Headache, 40(13), 1459–1473 Parodi, I. C., Poeta, M. G., Assini, A., Schirinzi, E., & Del Sette, P. (2020). Impact of quarantine due to COVID infection on migraine: a survey in Genova, Italy. Neurological Sciences : Official Journal of the Italian Neurological Society and of the Italian Society of Clinical Neurophysiology, 41(8), 2025–2027. Nathan, N., Prevost, B., Sileo, C., Richard, N., Berdah, L., Thouvenin, G., Aubertin, G., Lecarpentier, T., Schnuriger, A., Jegard, J., Guellec, I., Taytard, J., & Corvol, H. (2020). The Wide Spectrum of COVID-19 Clinical Presentation in Children. Journal of Clinical Medicine, 9(9). Godfred-Cato, S., Bryant, B., Leung, J., Oster, M. E., Conklin, L., Abrams, J., Roguski, K., Wallace, B., Prezzato, E., Koumans, E. H., Lee, E. H., Geevarughese, A., Lash, M. K., Reilly, K. H., Pulver, W. P., Thomas, D., Feder, K. A., Hsu, K. K., Plipat, N., … Belay, E. (2020). COVID-19-Associated Multisystem Inflammatory Syndrome in Children - United States, March-July 2020. MMWR. Morbidity and Mortality Weekly Report, 69(32), 1074–1080. Palmas, G., Moriondo, M., Trapani, S., Ricci, S., Calistri, E., Pisano, L., Perferi, G., Galli, L., Venturini, E., Indolfi, G., & Azzari, C. (2020). Nasal Swab as Preferred Clinical Specimen for COVID-19 Testing in Children. The Pediatric Infectious Disease Journal, 39(9), e267–e270 Pondaven-Letourmy, S., Alvin, F., Boumghit, Y., & Simon, F. (2020). How to perform a nasopharyngeal swab in adults and children in the COVID-19 era. European Annals of Otorhinolaryngology, Head & Neck Diseases, 137(4), 325–327
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Search-ME - Erickson 3 Genitori e figli
Una prima analisi dell’impatto della pandemia sulla vita dei bambini evidenzia un aumento del rischio di maltrattamenti, disagio psicologico, separazioni dalla famiglia ed esclusione sociale
La pandemia da Covid-19 e le misure conseguenti per limitare la diffusione del virus hanno modificato l’ambiente di vita dei bambini portando a un possibile aumento di rischi diretto su di loro. L’Unicef, nel documento Protezione dei bambini durante la pandemia di coronavirus (2019), ha descritto in modo puntuale l’impatto della pandemia sui bambini da un punto di vista socio-ecologico. A livello di singolo bambino, c’è da considerare un possibile aumento di rischio di abusi, di maggiore negligenza e disattenzione da parte degli adulti di riferimento; può verificarsi anche un incremento di atteggiamenti violenti rivolti verso i bambini e un conseguente aumento di disagio psicologico con ovvie conseguenze negative sullo sviluppo. A livello familiare sono segnalati come motivo di allerta anche le eventuali separazioni del bambino dalla famiglia per motivi sanitari o per altre cause, può verificarsi un accesso più limitato alle forme di supporto sociale, l’aumento del disagio psicologico dei genitori o dei caregiver e l’incremento di episodi di violenza domestica. All’interno del nucleo familiare può anche accadere una sospensione o una riduzione dei mezzi di sostentamento per problemi lavorativi dei genitori in relazione alla pandemia, una temporanea interruzione di relazioni familiari importanti e di sostegno, come quelle con i nonni, e può emergere una paura molto forte rispetto alla malattia. A livello di comunità è segnalata una generale perdita di fiducia gli uni negli altri, ma anche in chi gestisce la comunità. A livello di società può verificarsi una lotta per l’approvvigionamento di risorse limitate, ma anche una minore possibilità di accesso ai servizi di supporto, all’istruzione e agli ambienti di gioco. A livello di norme socio-culturali si possono anche verificare episodi di stigmatizzazione di persone appartenenti a particolari etnie o che hanno contratto il virus. Sempre nel documento Protezione dei bambini durante la pandemia di coronavirus, sono elencati i rischi per l’infanzia riscontrati durante la pandemia: Maltrattamenti fisici ed emotivi. A causa della chiusura delle scuole e dei servizi dell’infanzia e della contingente necessità dei genitori di continuare a lavorare è possibile che si verifichi una minore supervisione da parte degli adulti sui bambini con conseguenti rischi per la salute fisica e la loro sicurezza, oltre che per il loro benessere psicologico. Violenza di genere. È anche possibile che si verifichi un aumento delle violenze sessuali o dello sfruttamento sessuale dei bambini. Aumento del disagio psico-sociale. Le misure di isolamento, la scarsa comprensione di quello che sta succedendo, il difficile accesso ai servizi di salute mentale possono portare i bambini a sperimentare l’angoscia rispetto a quello che sta accadendo. Questa angoscia può essere anche resa più acuta a causa di episodi di malattia o di ospedalizzazione se non addirittura di morte di persone care. Questo può anche portare a un peggioramento delle situazioni di pregresso malessere. Aumento del lavoro minorile. A causa della diminuzione del reddito familiare e della chiusura della scuola, in alcune società può crescere l’impiego e lo sfruttamento di minori in lavori non appropriati all’età. Aumento delle separazioni dei minori dalle proprie famiglie. Durante questa pandemia è successo che i bambini abbiano dovuto separarsi da membri importanti della loro famiglia a causa di episodi di malattia e ospedalizzazione o di quarantena di questi. Inoltre, alcune famiglie hanno preferito mandare i propri figli a stare con parenti in zone meno colpite dal virus. Questo ha portato a separazioni dolorose o, per alcuni bambini, a dover essere collocati in strutture residenziali per minori con conseguente impatto sul loro benessere. Esclusione sociale. Durante la pandemia da Covid-19 alcuni individui o gruppi di individui sospettati di essere infetti sono stati stigmatizzati ed esclusi. Inoltre, le famiglie più vulnerabili hanno sperimentato una drastica diminuzione nell’aiuto ricevuto da servizi di competenza. È bene essere consapevoli dei vari livelli rispetto ai quali l’emergenza sanitaria ha avuto un impatto sulla vita dei bambini, per monitorare l’insorgere di situazioni di maggiore malessere, per accompagnare i bambini a una giusta elaborazione della situazione che stanno vivendo e per guidarli a un ritorno a una nuova normalità, quando il virus sarà, possibilmente, sconfitto o perlomeno arginato.
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Search-ME - Erickson 4 Genitori e figli
I risultati degli studi che hanno indagato l’emotività dei bambini durante la pandemia, con qualche suggerimento per i genitori per aiutare i figli a vivere la situazione attuale
La pandemia da Covid-19, oltre a modificare l’ambiente di vita dei bambini, ha tinto le giornate dei bambini di emozioni negative, che poco dovrebbero avere a che fare con l’infanzia. Studi condotti a livello nazionale hanno indagato le emozioni più frequentemente provate dai bambini durante la pandemia. Le emozioni provate con maggiore frequenza dai bambini durante la pandemia Le indagini hanno riportato come maggiormente frequenti alcune emozioni come l’angoscia, l’ansia da separazione e l’irritabilità. L’ angoscia è legata all’ansia e alla paura per la salute fisica, propria, di genitori e di parenti, accompagnata dal timore di possibili ospedalizzazioni e/o di morte di persone care. I bambini che hanno vissuto il ricovero in ospedale o la quarantena di persone care, se non addirittura la loro morte, hanno sicuramente sperimentato emozioni ancora forti e traumatiche. Provare ansia o preoccupazione in una situazione come quella che abbiamo vissuto è fisiologico. Tuttavia, quando il timore supera una certa soglia, può portare a una compromissione del proprio benessere. Gli studi condotti hanno poi riscontrato un incremento dell’ansia da separazione. Anche questo stato emotivo è fisiologico perché quando i bambini sono spaventati cercano la loro base sicura, che generalmente sono i genitori o i caregiver, per essere da loro protetti e rassicurati. Durante questa pandemia è però anche successo che, per motivi sanitari o lavorativi, i bambini siano stati separati dalle proprie figure di riferimento. In questo caso l’angoscia che si è generata è sicuramente stata molto intensa. Un’altra emozione riportata spesso nelle indagini è l’irritabilità. Le ricerche non approfondiscono le radici di questa irritabilità. Tuttavia i motivi per cui i bambini possono essere arrabbiati sono tanti: assenza da un giorno all’altro di figure importanti come i nonni, impossibilità di andare al parco giochi, chiusura delle scuole, divieto di poter vedere gli amici… È normale che i bambini si sentano arrabbiati se non possono fare ciò che prima facevano quotidianamente, è però importante che sappiano o apprendano a manifestare questa emozione in modo appropriato e a sfogarla senza fare del male a qualcuno (o a sé) e senza distruggere qualcosa. Le indagini riportano anche la presenza di altre manifestazioni di disagio frequenti, come difficoltà di concentrazione o di attenzione e problemi legati al sonno. Cosa si può fare per alleviare il malessere dei bambini? Gli studi sul benessere dei bambini durante la pandemia sottolineano con forza il ruolo della famiglia nel determinare una migliore capacità di sopportazione della situazione da parte dei bambini. Risulta quindi fondamentale prendersi cura dei genitori e dei caregiver, anche fornendo loro indicazioni chiare su come supportare i propri figli in questo periodo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2020) ha diffuso un documento con alcune considerazioni relative alla salute mentale della popolazione, in cui è presente un paragrafo specifico sui bambini e su come aiutarli a vivere questa situazione nel modo migliore possibile. I suggerimenti proposti dal documento sono i seguenti: Aiutare i bambini a esprimere le proprie emozioni di ansia o tristezza in modo positivo, anche attraverso il gioco e il disegno. Cercare il più possibile di mantenere i bambini vicini alle loro famiglie. Evitare quindi separazioni che non siano necessarie Cercare di mantenere all’interno della famiglia le routine abituali o, se la situazione lo richiede, crearne di nuove adatte alla nuova quotidianità. Cercare di spiegare ai bambini in modo appropriato all’età quello che sta succedendo, rispondendo alle loro domande e contenendo le loro paure. Ricordarsi che i bambini guardano ai propri genitori o caregiver come esempi per comprendere come gestire le emozioni e le preoccupazioni nei momenti di stress.
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Search-ME - Erickson 5 Genitori e figli
Gianluca Daffi, esperto in problematiche educative, spiega ai genitori alcune strategie semplici applicabili quotidianamente con i bambini tra i 6 e gli 11 anni per un’educazione amorevole, rispettosa e coerente
Vostro figlio non si alzerebbe mai dal letto la mattina? Continua a rimandare il momento dei compiti? Litiga con il fratello per il programma da vedere in TV? Nelle situazioni di attrito con i figli, di solito noi genitori reagiamo con un rimprovero ad alta voce o un ordine imperioso, in modo da risolvere il problema il più velocemente possibile e senza discussioni. Ma lo stile impositivo non ha ricadute positive a lungo termine sugli stessi comportamenti. La riflessione che ho maturato è che i nostri figli sono maggiormente disposti ad ascoltarci se prima abbiamo manifestato per loro un autentico interesse, se ci siamo confrontati serenamente per capirli meglio o per trovare insieme una soluzione condivisa. Nel libro “Genitori rispettosi e rispettati” analizzo 20 situazioni comportamentali tipiche di ogni bambino/a di età tra i 6 e gli 11 anni nel contesto familiare. Sono momenti di routine quotidiana che, con varie sfumature, tutti i genitori si trovano ad affrontare. Ciascuna delle 20 situazioni descritte si apre con una tavola illustrata, seguita da una trattazione che tocca i seguenti punti: Cosa facciamo di solito: le azioni/reazioni classiche dei genitori; Le difficoltà del genitore: spiegazione del disagio dei genitori, che spesso non sanno come fare; I pensieri da tenere sotto controllo: quali sono gli atteggiamenti sbagliati dei genitori da non mettere in campo. I punti di forza del bambino: da tenere presenti, sempre. Che cosa fare: i suggerimenti, ispirati al buon senso, all’equilibrio, alla pazienza e, nello stesso tempo, alla coerenza, con la consapevolezza che un’ottima risposta da parte degli adulti porterà a ottimi risultati, magari non nell’immediato, ma sicuramente a lungo termine. ...e se non dovesse funzionare?: ulteriori consigli, anche pratici, per affrontare quello specifico problema con altre semplici strategie. Ecco un esempio di situazione quotidiana in cui ci si può trovare con i figli, quando noi genitori riceviamo delle risposte aggressive o insultanti. Cosa facciamo di solito Ci irritiamo Accentuiamo la nostra offesa per l’insulto ricevuto Usiamo espressioni di disapprovazione Suscitiamo il suo senso di colpa Le difficoltà del genitore Per qualche genitore non è facile accettare che il figlio possa provare sentimenti negativi nei suoi confronti. Sono frequenti commenti del tipo: «Se a sei anni risponde in questo modo, figuriamoci come mi tratterà quando ne avrà diciotto!». Dinanzi alla prospettiva di una deriva irreparabile, la principale difficoltà è mantenere una certa lucidità e pensare che abbiamo ancora tempo ed energie per riflettere e intervenire: non dobbiamo agire d’impulso e sull’onda delle emozioni. I pensieri da tenere sotto controllo L’ingiuria del «piccolo» nei confronti del «grande» risuona alle nostre orecchie come un reato di lesa maestà. Come si permette mio figlio di rivolgersi a me in questo modo? Non conosce la gratitudine? E se tutto ciò, invece, non avesse nulla a che fare con il rispetto? Fraintendiamo il concetto di riconoscenza dimenticandoci che, da ormai quasi un secolo, i padri e le madri danno gratuitamente ai figli con l’unica speranza di vederli crescere «sani e forti». Una delle premesse su cui lavorare è proprio questa: l’ubbidienza, fortunatamente, non è più l’unico modo in cui un figlio dimostra di riconoscere un ruolo ai propri genitori. I punti di forza del bambino I bambini sono molto sensibili ai modelli genitoriali: sono quindi predisposti ad apprendere attraverso l’esempio piuttosto che attraverso le prediche. Che cosa fare Siamo abituati a utilizzare il time out come punizione. Eppure, esiste un modo positivo di impiegare tale strategia che, in casi come questo, potrebbe risultare estremamente utile. Ipotizziamo che al nostro bambino scappi un insulto: ci irritiamo, ma cerchiamo di non esplodere. Proviamo a trattenerci e a dire: «Le parole che hai usato danno parecchio fastidio a papà, sento che sono davvero molto arrabbiato. Siccome non voglio litigare con te e mi sembra che anche tu in questo momento sia nervoso, vado cinque minuti a calmarmi nella mia stanza. Quando sarò più tranquillo, tornerò!». Mostrare al bambino come mettersi da soli in time out è un ottimo metodo. Ancora meglio sarebbe descrivere il proprio time out. Che cosa fa il papà per recuperare la sua serenità? Si siede sulla poltrona e ascolta della musica? Si stende sul letto e legge un libro? Va in cucina e si prepara un tè? I bambini sono sempre molto incuriositi dalle pratiche utilizzate dagli adulti per ritrovare la pace e, spesso, cercano di riprodurle. Di fronte a un altro insulto, invece di spedire il bambino in camera sua, usate una frase come questa: «Vuoi andare nel tuo spazio speciale per recuperare un po’ di calma? Io ho proprio bisogno di andare nel mio per qualche minuto. Ci vediamo qui tra poco, tutti e due più tranquilli. Che dici?». Non guasterebbe accompagnare l’invito con una carezza o un bacio. Vi potreste stupire dell’effetto di questa strategia. ...e se non dovesse funzionare? Se vostro figlio non mostrasse alcun desiderio di recarsi nel proprio spazio di time out, non disperate. Comunicategli comunque che, in situazioni come questa, voi avete la necessità di allontanarvi per ritrovare una maggiore serenità. Se state giocando a carte e, come può capitare dopo aver perso, il bimbo vi urla in faccia: «Hai barato, stupido!», fategli notare che quella parola non vi piace, che vi sentite alterati per averla udita e che, se non vi assentate qualche minuto, potreste litigare. Ecco perché adesso andrete in cucina e vi preparerete un bel tè. Forse questo comportamento non servirà come modello d’azione per il bimbo, ma rientra comunque tra le conseguenze: se tratti male una persona non puoi aspettarti che abbia voglia di giocare ancora con te e, forse, potrebbe essere necessario porgere delle scuse.
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Search-ME - Erickson 6 Società e cittadinanza
Una sfida educativa per la scuola italiana ai tempi della pandemia
Disuguaglianza nel mondo La disuguaglianza nel mondo continua ad aumentare e si allarga la forbice tra ricchi e poveri. Secondo il World Social Report 2020 di UNDESA, la disuguaglianza nel mondo è cresciuta negli ultimi 30 anni, in particolare nei paesi ad alto e medio sviluppo. Più del 70% della popolazione mondiale vive in paesi dove la disuguaglianza è in crescita, e nel 60% dei paesi la quota di ricchezza concentrata nelle mani dell’1% più ricco della popolazione è aumentata. Sono diminuite le diseguaglianze tra paesi, ma continuano ad aumentare le disuguaglianze all’interno dei paesi, segnale del fatto che sono pochi i governi nazionali che danno priorità alla definizione di politiche che affrontino le cause strutturali della disuguaglianza. Saskia Sassen, sociologa ed economista statunitense, nota per le sue analisi sulla globalizzazione ed i processi transnazionali, sostiene che la disuguaglianza non è un effetto collaterale del modello economico attuale fondato sulla finanziarizzazione e sulla concentrazione di ricchezze, ma piuttosto uno strumento di cui il sistema economico si serve. Sassen parla di un sistema economico che persegue una logica di espulsione ed esclusione, piuttosto che di inclusione. Secondo la studiosa, “l’economia politica globale dei nostri giorni ci pone di fronte a un nuovo, allarmante problema: l’emergere della logica dell’espulsione”. Ciò significa che “siamo di fronte a una serie - imponente e diversificata - di espulsioni … Potrei citare il crescente numero degli indigenti; degli sfollati nei paesi poveri ammassati nei campi profughi formali o informali; dei discriminati e perseguitati nei paesi ricchi depositati nelle prigioni; dei lavoratori i cui corpi sono distrutti dal lavoro e resi superflui a un’età troppo giovane; della popolazione attiva considerata in eccesso che vive nei ghetti e negli slum. Ma anche gli imprenditori ‘fuori mercato’ o le famiglie senza casa per un pignoramento. E potrei aggiungere le parti della biosfera espulse dal loro spazio vitale a causa delle tecniche estrattive o dell’accaparramento di terre”. La pandemia in atto ha imposto uno stop temporaneo all’economia globale. Alla crisi sanitaria ha fatto seguito una crisi economica e sociale senza precedenti, provocata dalla interruzione temporanea delle attività produttive, dei commerci internazionali e degli scambi sociali e culturali. Innestandosi su un sistema economico globale che generava sviluppo e ricchezza, ma anche disuguaglianze e povertà, la pandemia non è stata occasione per aprire una seria riflessione sul sistema economico globale ed il modello di sviluppo ad esso sotteso. Non sembra aver rappresentato uno stimolo al cambiamento nella direzione indicata dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, ma sta contribuendo a fare registrare un ulteriore arretramento, con la crescita della povertà e delle diseguaglianze e la possibile messa in stand by degli obiettivi volti alla sostenibilità sociale e ambientale. In questo contesto, molti bambini e bambine, ragazzi e ragazze rischiano di essere vittime del sistema di espulsione di cui parla Sassen. Nel rapporto “Proteggiamo i bambini. Whatever it takes”, Save the Children sottolinea come i minori siano “particolarmente esposti alle conseguenze negative innescate dalla pandemia a livello globale. Il loro diritto a crescere in salute, ad imparare, ad essere protetti da abusi e violenze e ad essere parte attiva della vita sociale è seriamente compromesso. La crisi non è ancora alle nostre spalle, ma a partire dai diversi dati disponibili appare già evidente che, a causa degli effetti che la pandemia sta avendo e continuerà ad avere a livello globale sulla loro vita, sul loro accesso alle cure mediche e a una corretta nutrizione, sul loro diritto all’educazione, sulla loro partecipazione alla vita sociale e quindi sul loro futuro, molti bambini rischiano di essere lasciati indietro”. Disuguaglianza e povertà in Italia Le disuguaglianze in Italia, anche prima dell’abbattersi della pandemia da Covid-19, erano particolarmente radicate. A livello globale, l’Italia ha livelli di diseguaglianza minori rispetto a paesi come Stati Uniti e Australia, ma a livello europeo la situazione è molto differente e l’Italia rientra tra i paesi con maggiore disuguaglianza nei redditi. In Europa, il dato medio del coefficiente Gini (indice compreso tra 0 e 100 che misura le disuguaglianze nei redditi: più è basso il valore, minori sono le disuguaglianze nei redditi; più alto il valore, maggiore il divario) per il 2019 è 30,7. L’Italia è settima su 28 paesi europei per livello di diseguaglianze. Insieme a Regno Unito (valore dell’indice 33,5 nel 2018, dato 2019 non disponibile) e Spagna (indice Gini 33), l’Italia (indice Gini 32,8), è il paese dell’Europa occidentale con i livelli più alti di disuguaglianza. Il report “Disuguitalia 2021” di Oxfam Italia registra che a metà 2019, il top 10% (in termini patrimoniali) della popolazione italiana possedeva oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Allo scoppio dell’emergenza sanitaria il grado di resilienza economica delle famiglie italiane era estremamente diversificato, con poco più del 40% degli italiani in condizioni di povertà finanziaria, ovvero senza risparmi accumulati sufficienti per vivere, in assenza di reddito o altre entrate, sopra la soglia di povertà relativa per oltre tre mesi. I dati Istat relativi al 2020 rilevano che, dopo il miglioramento registrato nel 2019, la povertà assoluta è tornata ad aumentare in Italia, raggiungendo il livello più elevato dal 2005, cioè da quando l’Istat ha cominciato a effettuare le attuali rilevazioni attraverso le serie storiche. Poco più di 2 milioni di famiglie (7,7% del totale, in aumento rispetto al 6,4% del 2019) pari a oltre 5,6 milioni di individui (9,4%, dal 7,7% dell’anno precedente) risultano in una condizione di povertà assoluta – ovvero incapaci di accedere a beni e servizi ritenuti essenziali per mantenere uno standard di vita "minimamente accettabile". I dati Istat evidenziano inoltre che sono soprattutto le famiglie con figli minori ad essere in difficoltà, considerando che l'incidenza della povertà assoluta passa dal 9,2% all'11,6%, dopo il miglioramento registrato nel 2019, così come le famiglie più numerose, visto che i dati Istat segnalano un aumento di oltre quattro punti, passando dal 16,2% al 20,7%, per quelle con almeno cinque persone. La dimensione reddituale, tuttavia, non è sufficiente da sola a spiegare lo stato di benessere degli individui. Determinanti imprescindibili per una vita dignitosa sono la salute, l’accesso a un’istruzione di qualità, la disponibilità di una abitazione adeguata, l’accesso a un impiego con condizioni di lavoro dignitose, il grado di riconoscimento da parte della collettività del proprio ruolo e delle proprie aspirazioni. Oxfam Italia evidenzia come la pandemia abbia potentemente esacerbato gli ampi divari preesistenti lungo tali dimensioni: vecchie vulnerabilità multidimensionali si sono acuite e assommate a nuove fragilità, con conseguenze allarmanti per il benessere dei cittadini, l’inclusione e la coesione sociale. Povertà minorile e povertà educativa in Italia L’aumento della povertà assoluta tra i minori è uno dei risultati più drammatici della crisi in atto. Save The Children lancia un allarme sottolineando che in Italia, dove già prima dell’emergenza legata al COVID-19 si registravano percentuali di deprivazione economica e materiale e di povertà educativa dei minori tra le più alte d’Europa, gli effetti della crisi economica e della limitazione delle opportunità educative sui bambini sono molto preoccupanti. I dati dell’Istat relativi al 2020 evidenziano che oggi, in Italia, 1 milione e 346 mila minori vivono in condizioni di povertà assoluta, ben 209 mila in più rispetto all’anno precedente. Questo vuol dire che in Italia si trova in questa condizione il 13,4% dei bambini e dei ragazzi, per un aumento di ben 2 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione. All’incremento della povertà economica tende a corrispondere un incremento altrettanto consistente di quella che Save the Children definisce povertà educativa, ovvero della “condizione che priva i bambini delle possibilità di apprendere, sperimentare, far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni” . Save the Children evidenzia come la povertà educativa fosse già molto diffusa in Italia, prima dell’emergenza: lo confermano i dati sulla dispersione scolastica (la percentuale di Early School Leavers si attestava, in Italia, intorno al 14% da circa 5 anni). Inoltre, circa un quarto degli studenti di 15 anni non raggiungeva le competenze minime in matematica, lettura e scienze, misurate attraverso i test OCSE PISA, con differenze sostanziali, dovute alla condizione economica delle famiglie e al territorio di residenza. Quasi la metà degli adolescenti di 15 anni, infatti, che provengono da nuclei familiari appartenenti al quintile socioeconomico più basso, non raggiungeva le competenze minime in matematica (40,6%), in lettura (42%) e in scienze (38,3%); tra i coetanei appartenenti al primo quintile, con condizioni socioeconomiche nettamente migliori, tale percentuale scendeva a circa un decimo. Save the Children sottolinea inoltre che la povertà educativa non riguarda solo la scuola, ma tutte le sfere di crescita dei bambini e degli adolescenti. Bambini e bambine, ragazzi e ragazze con l’emergenza non hanno subìto esclusivamente una pur grave perdita nell’apprendimento e nelle competenze scolastiche, ma sono stati anche privati del gioco, del movimento e delle possibilità di interazione in presenza con i coetanei. Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, sottolinea: “La povertà minorile colpisce tutte le dimensioni di vita di un bambino, dalla salute all'educazione, non condiziona solo il suo presente ma pregiudica il suo sviluppo. Non possiamo permettere che il prezzo della crisi sia pagato dai più piccoli, sbarrando le porte al loro futuro”. Oggi occorre quindi un deciso intervento strategico per proteggere i bambini e gli adolescenti da un doppio rischio: da una parte l’aumento della povertà minorile, legato all’impoverimento delle famiglie, e, dall’altra, l’aumento della dispersione scolastica, esplicita ed implicita, e della povertà educativa. Questi temi verranno affrontati nel Convegno Internazionale di Erickson “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, che vedrà ospite Saskia Sassen (23 novembre), ed una Q Talk il 13 novembre con Carlotta Bellomi (Save The Children Italia), Roberta Caldin (Università di Bologna), Luca Decembrotto (Università di Bologna) e Gianluca Argentin (Università Milano Bicocca) Bibliografia UNDESA, “World Social Report 2020” Sassen, “Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale”, Il Mulino 2018 Save The Children Italia, “Proteggiamo i bambini. Whatever it takes”, 2020 Openpolis, “Le diseguaglianze nei redditi delle famiglie in Italia”, 16 febbraio 2021 Oxfam Italia, “Disuguitalia”, 2021 Istat, “Torna crescere la povertà assoluta. Le statistiche dell’Istat sulla povertà. Anno 2020”, 16 giugno 2021 Save The Children Italia, “Dati Istat: oltre un milione e trecentomila minori in povertà assoluta uno degli effetti più drammatici della crisi”, Comunicato stampa 4 marzo 2021 Save The Children, “La scuola che verrà. Attese, incertezze e sogni all’avvio del nuovo anno scolastico”, settembre 2020
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