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I mini gialli dei dettati 2
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Metodo Montessori e anziani fragili Genitori e figli
Alcuni esperti di psicologia ed educazione, da Franco Lorenzoni a Daniele Novara, da Alberto Pellai a Giuliana Franchini a Giuseppe Maiolo, offrono suggerimenti e spunti di riflessione per affrontare il tema della guerra con i più piccoli
Dal 24 febbraio scorso, attraverso fotografie, video, servizi, la guerra è entrata nei discorsi quotidiani e nei pensieri di tutti noi. Così come è entrata negli occhi e nella mente di noi adulti, è entrata anche negli occhi e nella mente dei più piccoli, ossia di coloro che hanno meno strumenti, sia dal punto di vista cognitivo che da quello emotivo, per difendersi dal dolore e dalla devastazione che un evento tragico come la guerra provoca, anche quando non la si vive direttamente sulla propria pelle. Siamo stati in tanti a chiederci fino a che punto sia giusto parlare di guerra con i bambini e soprattutto come farlo in modo corretto, evitando di spaventarli e turbarli ulteriormente e allo stesso tempo senza dare loro certezze che potrebbero rivelarsi false. In questi giorni vari esperti di educazione, didattica e psicologia si sono espressi su questo argomento. Qui di seguito abbiamo raccolto alcuni dei loro interventi più significativi. Ve li proponiamo in sintesi. Franco Lorenzoni: «È importantissimo parlare di guerra con i bambini, ascoltandoli e dando valore al loro pensiero” Franco Lorenzoni, maestro elementare per quarant’anni e fondatore della Casa-laboratorio di Cenci ad Amelia, non ha dubbi: di guerra con i bambini è importantissimo parlare, perché i bambini «sono in grado di affrontare grandi temi a qualsiasi età». L’importante è “farlo insieme”, dandosi tempo, «ascoltarli con attenzione per poter affrontare le loro ansie e timori e per riuscire a dare valore al loro pensiero, dialogando con loro». Il dialogo e il confronto sono ancora più importanti laddove c’è una paura da affrontare, continua il maestro Lorenzoni: «Proprio perché la guerra è una cosa che spaventa, che fa paura, bisogna cercare di elaborare insieme la paura. Non dimentichiamo mai che la guerra è il modo più osceno in cui si palesa ai loro occhi la follia del mondo adulto che, invece di rassicurarli, li terrorizza». Alla domanda su come rispondere agli interrogativi dei bambini sulla guerra, Lorenzoni suggerisce la strada della sincerità, anche ammettendo di non essere noi stessi in grado di capire certe cose: «Siamo tutti di fronte a qualcosa di difficilmente comprensibile perché anche noi adulti non sappiamo esattamente perché è scoppiata questa guerra e, soprattutto, come andrà a finire. Credo che confrontarsi con il tema dell'incertezza, ammettendo le nostre difficoltà, appartenga a pieno titolo all'educare alla complessità, oggi». L’intervista completa di Franco Lorenzoni a “la Repubblica” è disponibile al seguente link. Daniele Novara: «Parliamo di guerra ai bambini dai 9-10 anni, prima sono troppo piccoli, occorre proteggerli» La pensa in maniera un po’ diversa da Lorenzoni il pedagogista Daniele Novara, che è anche fondatore del Centro psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti, secondo il quale è opportuno iniziare a parlare di guerra ai bambini nella seconda infanzia, a partire dal 9-10 anni: «Prima vanno in qualche modo protetti: la guerra è per fortuna qualcosa di distante dal loro immaginario e bisogna evitare di farla entrare nelle loro emozioni infantili. I bambini non andrebbero esposti alle immagini di distruzione e di morte. Ancor più se soli, abbandonati davanti alla tv senza filtri o protezioni». Un errore importante da evitare di commettere secondo Novara è quello di paragonare i litigi dei bambini ai conflitti bellici: «Creare questa assurda correlazione tra il litigio infantile - un comportamento normale, innocente, naturale, legato al gioco - e un evento così tragico, devastante e irreversibile, come quello della guerra, è l'errore principale che possiamo fare: è terrorismo educativo. Piuttosto è imparando a litigare che si imparano a gestire i conflitti». L’intervista completa a Daniele Novara si può leggere nell’articolo de “la Repubblica” Alberto Pellai: «Anche nei giorni di tempesta noi adulti dobbiamo saper essere base sicura per i nostri bambini» Alberto Pellai, medico psicoterapeuta, ricercatore e scrittore, sottolinea l’importanza di trasmettere un senso di vicinanza e sicurezza ai bambini: «Per i bambini vedere immagini di guerra è destabilizzante e traumatizzante. I piccoli vanno rassicurati e tranquillizzati perché non riescono a proteggersi da soli, sono completamente dipendenti dagli adulti che si occupano di loro. Bisogna mostrare loro un mondo che riesce ad accogliere i bambini in fuga dalla guerra, facendo vedere come in questa parte del mondo i bambini riescono a diventare anche salvatori di altri bambini». Alberto Pellai suggerisce di far diventare la guerra una narrazione attraverso cui si costruisce la pace, perché l’unica educazione a cui hanno diritto i bambini è quella alla pace, come ci ricorda anche Gianni Rodari nella poesia “Promemoria” ( “Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra”). L’intervista ad Alberto Pellai ripresa qui è stata rilasciata nella puntata del 5 marzo 2022 del programma “Le parole” di Massimo Gramellini su RAI3. Giuliana Franchini: «Chiediamo ai bambini come si sentono e stimoliamoli a condividere con noi le loro ansie e le loro paure» Giuliana Franchini, psicoterapeuta infantile, ha pubblicato un video assieme al marito Giuseppe Maiolo, psicoterapeuta a sua volta, per aiutare i genitori ad affrontare il tema della guerra in Ucraina insieme ai propri bambini, evitando di traumatizzarli (“Come raccontare la guerra in Ucraina ai bambini: il video”, pubblicato sul sito del Giornale di Brescia). Secondo la psicoterapeuta, la cosa più importante da fare è non lasciare i bambini da soli a vedere le immagini di distruzioni, sparatorie ed esplosioni diffusi a profusione dai servizi di informazione. Questo perché fino agli 8 anni i bambini non hanno ancora elaborato bene il concetto di morte, perciò non sono in grado di affrontare questi argomenti senza un accompagnamento adeguato da parte degli adulti. Un altro suggerimento della psicoterapeuta è quello di chiedere ai bambini come si sentono, soprattutto se sono taciturni. «Bisogna riuscire a rassicurarli senza appesantirli con i nostri pensieri e le nostre angosce di adulti. Risulta fondamentale accogliere le loro preoccupazioni e il loro dolore, aiutarli ad esprimere ansie e paure, che non sono emozioni negative da tenersi dentro e nascondere, ma sentimenti che vanno elaborati e trasformati».
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Search-ME - Erickson 1 Genitori e figli
Due esperti di psicologia spiegano quali sono gli indicatori da prendere in considerazione per valutare la qualità dell’esperienza sportiva dei propri figli
Quando un genitore sceglie di far praticare al figlio il gioco del calcio, solitamente è mosso da qualche ragione specifica: a volte personale, a volte legata al bambino. Nel corso della stagione, un genitore può chiedersi se sia stata la scelta migliore e se l’esperienza possa essere positiva per il figlio e per la sua crescita; diviene dunque necessario osservare tutti gli indicatori utili a valutare la qualità dell’esperienza. Il genitore dovrebbe considerare prima di tutto gli obiettivi fissati dalla società per il gruppo di atleti dove giocherà il bambino. A nostro avviso gli obiettivi di tipo educativo-morale dovrebbero essere in cima alla lista, in quanto prima che di calciatori in erba si parla di persone, di bambini in fase di crescita, ai quali è opportuno trasmettere alcune regole di base. Dopo aver appreso gli obiettivi, sarebbe opportuno che il genitore verificasse se effettivamente questi vengono raggiunti e in che modo. Perciò bisogna in primo luogo osservare lo stile relazionale del mister e il tipo di attività e di esercizi che propone in campo. Occorre prestare attenzione al modo in cui l’allenatore comunica. È inoltre importante il tipo di attività proposta: gli esercizi o giochi devono essere divertenti e al tempo stesso stimolare specifici processi mentali e motori. È necessario che siano divertenti affinché i bambini siano coinvolti attivamente e spinti a migliorare. Devono anche essere adeguati allo sviluppo psicofisico degli allievi. Anche l’atmosfera che si respira tra i bambini e gli adulti presenti è un valido indicatore della qualità dell’esperienza che il bambino vive. Osservare il clima che si crea in campo durante allenamenti e partite permette di capire come vengono gestite alcune dinamiche. L’allenatore ha il compito di creare le condizioni affinché la delusione non diventi frustrazione o, peggio, rabbia nei confronti dei compagni. Esprimere le emozioni negative tramite il dialogo, invece, consente al bambino di creare uno spazio di pensiero e di autocontrollo utile a prevenire la creazione di relazioni disfunzionali. I momenti «fuori dal campo» sono altrettanto indicativi dell’atmosfera che i bambini sperimentano: le dinamiche che si formano con i compagni nello spogliatoio, il ritrovo prepartita o altri ritrovi destrutturati, se opportunamente osservati, ci possono dare un’idea di come i bambini e il mister gestiscano le relazioni interpersonali. Per capire se il bambino vive positivamente il calcio potrebbe essere utile anche monitorare il suo atteggiamento nei confronti dell’attività: osservare se non vede l’ora di andare agli allenamenti e alle partite, se parla del calcio, dei compagni e del mister con entusiasmo e passione, e soprattutto se mostra dei progressi nella crescita psicologica e atletica. Nell’arco della stagione sportiva un genitore potrebbe accorgersi di alcuni miglioramenti a livello di tecnica e tattica in campo, di relazioni con i compagni e con altri adulti, della cura e gestione di sé e del materiale e nella regolazione delle emozioni. Per il genitore di un giovane atleta, porre attenzione alla motivazione e al desiderio del bambino di partecipare agli allenamenti e alle partite è particolarmente utile: dietro una carenza di desiderio di allenarsi e giocare potrebbero nascondersi pensieri ed emozioni negative nei confronti dei compagni o dell’allenatore. Il campo da gioco è un ambiente importantissimo per i bambini, che perseguono il loro obiettivo di giocare e di divertirsi sotto la supervisione attenta di un mister pronto a sostenerli nelle difficoltà. I genitori dovrebbero adottare lo stesso stile di supporto: tanto le vittorie quanto le sconfitte possono essere occasioni di crescita. A volte capita che il supporto genitoriale si trasformi in un coinvolgimento eccessivo, soprattutto nei casi in cui il genitore proietta aspettative di successo sul bambino. Se è vero che il figlio necessita del supporto e dell’incoraggiamento del genitore, non ha però certo bisogno di un ultras irrispettoso che usa l’attività calcistica come valvola di sfogo per la propria emotività e rabbia latente. Il primo modello educativo di un bambino sono i genitori, per cui è fondamentale che questi non perdano mai di vista l’obiettivo autentico dell’esperienza calcistica, che è una crescita psicologica e fisica il più completa possibile.
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Search-ME - Erickson 2 Genitori e figli
Come gestire tipologie di dolore nuove o conosciute nei propri figli
La terapia del dolore generalmente si occupa di condizioni severe e/o croniche. Le situazioni nella quale ogni bambino e adolescente sperimentano dolore sono però tra le più disparate: dalla banale sbucciatura, alla mano che afferra la maniglia del bollitore sul gas, ad una caviglia slogata, ma anche un infortunio che fatica a recuperare. Ci sono dolori più importanti come quelli legati a specifiche malattie o patologie che possono diventare anche cronici, ma pure quelli ricorrenti più tipici dei mal di pancia o dei mal di testa rivestono un ruolo nel limitare la qualità della vita. Non dimentichiamoci delle procedure quali esami del sangue! Anch’esse rivestono una loro importanza nel farci percepire il dolore (infatti un conto è farli ogni tanto, un altro è doverli fare spesso). Tutti i dolori hanno il dovere di essere riconosciuti e adeguatamente trattati per non generare possibili ripercussioni nello sviluppo del bambino (memorie del dolore e difficoltà ad esso collegate (Failo, 2020). Due domande potremmo porci di fronte a questo difficile periodo della pandemia, ovvero come i dolori sopra descritti vengono gestiti sia a casa che nelle strutture sanitarie e se ci sono nuove condizioni di dolore derivanti dalla situazione Covid. Proviamo ad esplorare la prima. Come vengono gestiti i dolori importanti in tempo di pandemia? Molto recentemente alcuni studi internazionali hanno sottolineato l’importanza della telemedicina e dei programmi eHealth quale modalità più promettenti per continuare i trattamenti e l’assistenza ai bambini e adolescenti ma anche quale supporto ai loro genitori durante tutti i periodi della pandemia (Eccleston et al., 2020; Badawy & Radovic, 2020). Singolarmente, in due studi italiani è emerso però anche come il mal di testa negli adolescenti sembra essere migliorato durante il lockdown perché si sono ridotti alcuni fattori di stress come la scuola (Papetti et al., 2020), ma questo è avvenuto anche negli adulti con emicrania (Parodi et al., 2020). Questo ci dice che la gestione di condizioni dolorose preesistenti è possibile anche a casa e, in un periodo come questo, . La pandemia ha portato nuove condizioni di dolore? Per rispondere a questa domanda, partiamo da un piccolo studio francese di settembre 2020 (Nathan et al., 2020) che ha cercato di comprendere come si manifesta il Covid nei bambini: ebbene, sembra che i più piccoli (sotto i 2 anni) presentino forme meno aggressive del virus con sintomi quali tosse, fatigue, dispnea e dolore addominale, in ogni caso con meno comorbidità legate ad altre problematiche/patologie preesistenti. Tutti questi sintomi fanno parte del decorso della malattia e scompaiono una volta che essa si è risolta. In questo caso i sanitari sono in grado di prestare tutte le cure necessarie. Altra questione è la comparsa di una nuova sindrome infiammatoria multisistemica nei bambini, chiamata MIS-C a seguito del COVID-19, caratterizzata da shock, difficoltà respiratorie, disfunzioni cardiache, dolore addominale, mal di testa e positività a diversi marker infiammatori che ha molte caratteristiche in comune con la malattia di Kawasaki (Godfred-Cato et al., 2020). Si sa ancora poco di come si evolveranno questi quadri, ma si spera che il vaccino per il Covid porterà dei benefici anche su questi fronti. Diversa è la questione dell’accertamento alla positività al Covid. Il metodo più utilizzato sia per il costo che per la minor invasività e per la discreta sensibilità è il tampone naso-faringeo (Palmas et al., 2020; Pondaven-Letourm et al. 2020): è infatti simile a quello faringeo che si fa per la tonsillite, quindi molti operatori sanitari erano già addestrati per eseguirlo correttamente. Si tratta probabilmente del più grande attuale stravolgimento della routine di un bambino a cui quasi tutti oggi sono sottoposti. Pertanto è utile che i genitori siano informati di come si svolge e quindi conseguentemente spieghino in anticipo, nel modo più corretto e semplice possibile come si svolgerà la procedura: Per esempio dire che il bastoncino del tampone verrà inserito nel naso fino a toccare un punto specifico, che il tutto durerà massimo 6/7 secondi e che la mamma o il papà cingeranno dolcemente il bambino da dietro e gli terranno ferma la fronte. Può essere doloroso, ma forse più che altro fastidioso. Infatti la lacrimazione successiva è una reazione allo stimolo e alla paura più che l’effetto di un dolore. Le considerazioni derivanti da questo secondo punto ci pongono diverse opzioni realizzabili concretamente da parte dei bambini/adolescenti stessi e delle loro famiglie. Per esempio partire dal rinforzare i fattori di protezione come una chiara ed onesta comunicazione ed un comportamento responsabile, dal giusto riconoscimento del disagio ma anche della conseguente attenuazione subito dopo il tampone/procedura diagnostica. Si possono quindi anche ridurre i fattori di rischio, rappresentati in primis dalla paura di non sapere cosa sta succedendo, dalla minimizzazione del malessere, dall’ansia di dover far tutto velocemente e senza fare domande. Anche durante questo difficile periodo della pandemia si può fare molto per la gestione del dolore nei bambini e negli adolescenti, ed ogni adulto ha la responsabilità – e anche il diritto – di agire per tutelare il più possibile i figli di tutti. Bibliografia Failo A, 2020, Mi fa ancora male. Trento: Erickson Eccleston, C., Blyth, F. M., Dear, B. F., Fisher, E. A., Keefe, F. J., Lynch, M. E., Palermo, T. M., Reid, M. C., & Williams, A. C. de C. (2020). Managing patients with chronic pain during the COVID-19 outbreak: considerations for the rapid introduction of remotely supported (eHealth) pain management services. Pain, 161(5), 889–893 Badawy, S. M., & Radovic, A. (2020). Digital Approaches to Remote Pediatric Health Care Delivery During the COVID-19 Pandemic: Existing Evidence and a Call for Further Research. JMIR Pediatrics and Parenting, 3(1), e20049 Papetti, L., Loro, P. A. D., Tarantino, S., Grazzi, L., Guidetti, V., Parisi, P., Raieli, V., Sciruicchio, V., Termine, C., Toldo, I., Tozzi, E., Verdecchia, P., Carotenuto, M., Battisti, M., Celi, A., D’Agnano, D., Faedda, N., Ferilli, M. A., Grillo, G., … Valeriani, M. (2020). I stay at home with headache. A survey to investigate how the lockdown for COVID-19 impacted on headache in Italian children. Cephalalgia : An International Journal of Headache, 40(13), 1459–1473 Parodi, I. C., Poeta, M. G., Assini, A., Schirinzi, E., & Del Sette, P. (2020). Impact of quarantine due to COVID infection on migraine: a survey in Genova, Italy. Neurological Sciences : Official Journal of the Italian Neurological Society and of the Italian Society of Clinical Neurophysiology, 41(8), 2025–2027. Nathan, N., Prevost, B., Sileo, C., Richard, N., Berdah, L., Thouvenin, G., Aubertin, G., Lecarpentier, T., Schnuriger, A., Jegard, J., Guellec, I., Taytard, J., & Corvol, H. (2020). The Wide Spectrum of COVID-19 Clinical Presentation in Children. Journal of Clinical Medicine, 9(9). Godfred-Cato, S., Bryant, B., Leung, J., Oster, M. E., Conklin, L., Abrams, J., Roguski, K., Wallace, B., Prezzato, E., Koumans, E. H., Lee, E. H., Geevarughese, A., Lash, M. K., Reilly, K. H., Pulver, W. P., Thomas, D., Feder, K. A., Hsu, K. K., Plipat, N., … Belay, E. (2020). COVID-19-Associated Multisystem Inflammatory Syndrome in Children - United States, March-July 2020. MMWR. Morbidity and Mortality Weekly Report, 69(32), 1074–1080. Palmas, G., Moriondo, M., Trapani, S., Ricci, S., Calistri, E., Pisano, L., Perferi, G., Galli, L., Venturini, E., Indolfi, G., & Azzari, C. (2020). Nasal Swab as Preferred Clinical Specimen for COVID-19 Testing in Children. The Pediatric Infectious Disease Journal, 39(9), e267–e270 Pondaven-Letourmy, S., Alvin, F., Boumghit, Y., & Simon, F. (2020). How to perform a nasopharyngeal swab in adults and children in the COVID-19 era. European Annals of Otorhinolaryngology, Head & Neck Diseases, 137(4), 325–327
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Search-ME - Erickson 3 Genitori e figli
Una prima analisi dell’impatto della pandemia sulla vita dei bambini evidenzia un aumento del rischio di maltrattamenti, disagio psicologico, separazioni dalla famiglia ed esclusione sociale
La pandemia da Covid-19 e le misure conseguenti per limitare la diffusione del virus hanno modificato l’ambiente di vita dei bambini portando a un possibile aumento di rischi diretto su di loro. L’Unicef, nel documento Protezione dei bambini durante la pandemia di coronavirus (2019), ha descritto in modo puntuale l’impatto della pandemia sui bambini da un punto di vista socio-ecologico. A livello di singolo bambino, c’è da considerare un possibile aumento di rischio di abusi, di maggiore negligenza e disattenzione da parte degli adulti di riferimento; può verificarsi anche un incremento di atteggiamenti violenti rivolti verso i bambini e un conseguente aumento di disagio psicologico con ovvie conseguenze negative sullo sviluppo. A livello familiare sono segnalati come motivo di allerta anche le eventuali separazioni del bambino dalla famiglia per motivi sanitari o per altre cause, può verificarsi un accesso più limitato alle forme di supporto sociale, l’aumento del disagio psicologico dei genitori o dei caregiver e l’incremento di episodi di violenza domestica. All’interno del nucleo familiare può anche accadere una sospensione o una riduzione dei mezzi di sostentamento per problemi lavorativi dei genitori in relazione alla pandemia, una temporanea interruzione di relazioni familiari importanti e di sostegno, come quelle con i nonni, e può emergere una paura molto forte rispetto alla malattia. A livello di comunità è segnalata una generale perdita di fiducia gli uni negli altri, ma anche in chi gestisce la comunità. A livello di società può verificarsi una lotta per l’approvvigionamento di risorse limitate, ma anche una minore possibilità di accesso ai servizi di supporto, all’istruzione e agli ambienti di gioco. A livello di norme socio-culturali si possono anche verificare episodi di stigmatizzazione di persone appartenenti a particolari etnie o che hanno contratto il virus. Sempre nel documento Protezione dei bambini durante la pandemia di coronavirus, sono elencati i rischi per l’infanzia riscontrati durante la pandemia: Maltrattamenti fisici ed emotivi. A causa della chiusura delle scuole e dei servizi dell’infanzia e della contingente necessità dei genitori di continuare a lavorare è possibile che si verifichi una minore supervisione da parte degli adulti sui bambini con conseguenti rischi per la salute fisica e la loro sicurezza, oltre che per il loro benessere psicologico. Violenza di genere. È anche possibile che si verifichi un aumento delle violenze sessuali o dello sfruttamento sessuale dei bambini. Aumento del disagio psico-sociale. Le misure di isolamento, la scarsa comprensione di quello che sta succedendo, il difficile accesso ai servizi di salute mentale possono portare i bambini a sperimentare l’angoscia rispetto a quello che sta accadendo. Questa angoscia può essere anche resa più acuta a causa di episodi di malattia o di ospedalizzazione se non addirittura di morte di persone care. Questo può anche portare a un peggioramento delle situazioni di pregresso malessere. Aumento del lavoro minorile. A causa della diminuzione del reddito familiare e della chiusura della scuola, in alcune società può crescere l’impiego e lo sfruttamento di minori in lavori non appropriati all’età. Aumento delle separazioni dei minori dalle proprie famiglie. Durante questa pandemia è successo che i bambini abbiano dovuto separarsi da membri importanti della loro famiglia a causa di episodi di malattia e ospedalizzazione o di quarantena di questi. Inoltre, alcune famiglie hanno preferito mandare i propri figli a stare con parenti in zone meno colpite dal virus. Questo ha portato a separazioni dolorose o, per alcuni bambini, a dover essere collocati in strutture residenziali per minori con conseguente impatto sul loro benessere. Esclusione sociale. Durante la pandemia da Covid-19 alcuni individui o gruppi di individui sospettati di essere infetti sono stati stigmatizzati ed esclusi. Inoltre, le famiglie più vulnerabili hanno sperimentato una drastica diminuzione nell’aiuto ricevuto da servizi di competenza. È bene essere consapevoli dei vari livelli rispetto ai quali l’emergenza sanitaria ha avuto un impatto sulla vita dei bambini, per monitorare l’insorgere di situazioni di maggiore malessere, per accompagnare i bambini a una giusta elaborazione della situazione che stanno vivendo e per guidarli a un ritorno a una nuova normalità, quando il virus sarà, possibilmente, sconfitto o perlomeno arginato.
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Search-ME - Erickson 4 Genitori e figli
I risultati degli studi che hanno indagato l’emotività dei bambini durante la pandemia, con qualche suggerimento per i genitori per aiutare i figli a vivere la situazione attuale
La pandemia da Covid-19, oltre a modificare l’ambiente di vita dei bambini, ha tinto le giornate dei bambini di emozioni negative, che poco dovrebbero avere a che fare con l’infanzia. Studi condotti a livello nazionale hanno indagato le emozioni più frequentemente provate dai bambini durante la pandemia. Le emozioni provate con maggiore frequenza dai bambini durante la pandemia Le indagini hanno riportato come maggiormente frequenti alcune emozioni come l’angoscia, l’ansia da separazione e l’irritabilità. L’ angoscia è legata all’ansia e alla paura per la salute fisica, propria, di genitori e di parenti, accompagnata dal timore di possibili ospedalizzazioni e/o di morte di persone care. I bambini che hanno vissuto il ricovero in ospedale o la quarantena di persone care, se non addirittura la loro morte, hanno sicuramente sperimentato emozioni ancora forti e traumatiche. Provare ansia o preoccupazione in una situazione come quella che abbiamo vissuto è fisiologico. Tuttavia, quando il timore supera una certa soglia, può portare a una compromissione del proprio benessere. Gli studi condotti hanno poi riscontrato un incremento dell’ansia da separazione. Anche questo stato emotivo è fisiologico perché quando i bambini sono spaventati cercano la loro base sicura, che generalmente sono i genitori o i caregiver, per essere da loro protetti e rassicurati. Durante questa pandemia è però anche successo che, per motivi sanitari o lavorativi, i bambini siano stati separati dalle proprie figure di riferimento. In questo caso l’angoscia che si è generata è sicuramente stata molto intensa. Un’altra emozione riportata spesso nelle indagini è l’irritabilità. Le ricerche non approfondiscono le radici di questa irritabilità. Tuttavia i motivi per cui i bambini possono essere arrabbiati sono tanti: assenza da un giorno all’altro di figure importanti come i nonni, impossibilità di andare al parco giochi, chiusura delle scuole, divieto di poter vedere gli amici… È normale che i bambini si sentano arrabbiati se non possono fare ciò che prima facevano quotidianamente, è però importante che sappiano o apprendano a manifestare questa emozione in modo appropriato e a sfogarla senza fare del male a qualcuno (o a sé) e senza distruggere qualcosa. Le indagini riportano anche la presenza di altre manifestazioni di disagio frequenti, come difficoltà di concentrazione o di attenzione e problemi legati al sonno. Cosa si può fare per alleviare il malessere dei bambini? Gli studi sul benessere dei bambini durante la pandemia sottolineano con forza il ruolo della famiglia nel determinare una migliore capacità di sopportazione della situazione da parte dei bambini. Risulta quindi fondamentale prendersi cura dei genitori e dei caregiver, anche fornendo loro indicazioni chiare su come supportare i propri figli in questo periodo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2020) ha diffuso un documento con alcune considerazioni relative alla salute mentale della popolazione, in cui è presente un paragrafo specifico sui bambini e su come aiutarli a vivere questa situazione nel modo migliore possibile. I suggerimenti proposti dal documento sono i seguenti: Aiutare i bambini a esprimere le proprie emozioni di ansia o tristezza in modo positivo, anche attraverso il gioco e il disegno. Cercare il più possibile di mantenere i bambini vicini alle loro famiglie. Evitare quindi separazioni che non siano necessarie Cercare di mantenere all’interno della famiglia le routine abituali o, se la situazione lo richiede, crearne di nuove adatte alla nuova quotidianità. Cercare di spiegare ai bambini in modo appropriato all’età quello che sta succedendo, rispondendo alle loro domande e contenendo le loro paure. Ricordarsi che i bambini guardano ai propri genitori o caregiver come esempi per comprendere come gestire le emozioni e le preoccupazioni nei momenti di stress.
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Search-ME - Erickson 5 Genitori e figli
L’apprendimento dell’ascolto di bambini e bambine passa anche dall’ascolto da parte degli adulti, per questo è importante che genitori, educatrici e educatori sappiano ascoltare bene e diano il buon esempio
In genere si insiste sul fatto che i bambini e gli adolescenti dovrebbero ascoltare gli adulti. Il problema è molto antico: ne è testimone, ad esempio, Plutarco, filosofo vissuto tra il I e II secolo d.C., che sentì il bisogno di indirizzare al diciassettenne Nicandro uno scritto sull’arte di ascoltare, sottolineando la stretta relazione tra il saper ascoltare bene e il vivere bene. Nicandro aveva l’età nella quale il giovane romano deponeva la toga puerile per indossare la toga virile, momento di passaggio anche simbolico verso l’età adulta, che però esponeva al rischio di presunzione e di confusione: infatti, secondo il filosofo, ci sono giovani che nell’atto stesso di deporre la toga puerile, depongono anche ogni senso di pudore e di rispetto e, sciolto l’abito che li teneva composti, si riempiono subito di sregolatezza. Plutarco non intendeva sostenere che un ragazzo dovrebbe ascoltare gli adulti perché questi ultimi hanno sempre ragione: al contrario, dal suo punto di vista è necessario imparare ad ascoltare bene, per essere in grado di distinguere in quel che viene detto gli argomenti fondati da quelli infondati. Il presupposto fondamentale è chiaro: i giovani hanno bisogno di ascoltare discorsi assennati, perché «è evidente che un giovane che fosse tenuto lontano da qualunque occasione di ascolto e che non assaporasse nessuna parola, non solo rimarrebbe completamente sterile e non potrebbe germogliare verso la virtù, ma rischierebbe anche di essere traviato verso il vizio, facendo proliferare molte piante selvatiche dalla sua anima, quasi fosse un terreno non smosso e incolto». Richiamando un modo di dire del tempo, Plutarco scrive che la natura ci ha dotato di due orecchie e di una lingua sola, «perché siamo tenuti ad ascoltare più che a parlare». Da queste premesse consegue che gli educatori dovrebbero esercitare bambini e ragazzi non soltanto ad esprimersi correttamente, ma anche ad ascoltare in modo attento e critico gli altri e, in primis, gli adulti che fanno da maestri. E gli adulti? Non dovrebbero a loro volta impegnarsi per ascoltare ciò che i bambini e i ragazzi pensano e hanno da dire? Sono passati quasi duemila anni da quando Plutarco scrisse il suo trattato sull’arte di ascoltare ed è opportuno porsi anche queste domande che egli non prese in considerazione. C’è un diritto ad essere ascoltati nella quotidianità che dovrebbe essere tenuto ben presente da tutti gli adulti, e in particolare in famiglia e a scuola. È un diritto che s’intreccia con il bisogno fondamentale d’attenzione e il cui esercizio effettivo permette ai bambini, tra l’altro, di allenarsi a esprimersi con sicurezza e di avere dei buoni esempi di quella pratica d’ascolto che ci si aspetta da loro. Può sembrare un diritto scontato, ma non lo è se si prende sul serio quel che dicono talvolta bambine e bambini della scuola primaria. Ecco alcune voci, riportate fedelmente parola per parola: «Io a casa comunque ho dei problemi con la mia famiglia con i telefoni: c’è mia mamma che ci sta sempre attaccata, messaggia di continuo, dalla mattina alla sera, e poi mia sorella che chiede sempre il telefono per vedere i video. Alcune volte mi ruba pure la mia console per giocare»; «mia mamma succede che lei mi chiede una cosa, o io le chiedo una cosa, ma siamo incantati davanti allo schermo e io non la sento e lei non mi sente»; «mia mamma sta sempre attaccata al cellulare e poi, quando le dico una cosa, alcune volte si arrabbia perché deve messaggiare con la sua amica»; «i grandi non ti rispondono, perché hanno in mano il cellulare: noi siamo uguali ai grandi, perché quando utilizziamo il computer siamo sempre attratti e loro quando fumano sono sempre attratti dalla sigaretta; loro dicono a noi, però loro sono peggio di noi». Lo sguardo distratto dagli schermi può impedire di dare l’ascolto di qualità che i bambini si aspettano e offre, al contrario, un esempio di disattenzione che dal punto di vista educativo può incidere e contraddire le eventuali esortazioni ad ascoltare gli adulti: su questo piano l’apprendimento non può che passare attraverso la reciprocità. Elide, una maestra di scuola primaria, mi ha raccontato che i suoi alunni hanno riflettuto sul diritto all’ascolto e hanno attribuito grande importanza al fatto di essere guardati mentre li si ascolta. Se sono arrivati a segnalare il deficit di sguardo come problema, evidentemente non si tratta per loro di una cosa scontata. L’indicazione che hanno dato ai loro genitori merita pertanto di essere inoltrata ai lettori di questo libro: ascoltiamo i bambini anche con gli occhi e non soltanto con le orecchie.
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