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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Italiano
L’importanza dello storytelling nella vita quotidiana dei bambini (e non solo…)
Nonostante il termine sia entrato da poco tempo nel nostro vocabolario, lo storytelling, ovvero l’arte di narrare, ci coinvolge da tempi lontanissimi, essendo una costante di popoli e culture diverse. Sia in forma orale che scritta, la capacità dell’essere umano di creare storie per riferire eventi, credenze, emozioni e, direttamente o indirettamente, trasmettere valori e conoscenza alle nuove generazioni, ossia per insegnare, rappresenta uno dei punti fermi della relazione umana. Anche oggi impariamo ascoltando storie. Lo facciamo fin da bambini: crescendo le narrazioni cambiano, ma tendono a trasportarci in contesti sempre di apprendimento. Con le storie cerchiamo di comprendere la realtà, di affrontare un problema e di superare le incongruenze che spesso la vita ci mette di fronte. Le storie ci aiutano a ragionare: secondo Bruner il pensiero narrativo ci serve a mettere in ordine le informazioni, a stabilire nessi causali — nessi indispensabili per il ragionamento logico —, a spiegare e interpretare gli eventi. Lo storytelling viene spesso associato a strategie di marketing e all’ambiente pubblicitario, ma viene utilizzato spesso anche nel linguaggio scientifico, per renderlo maggiormente comprensibile a chi scienziato non è. Inoltre viene usato dagli storici per farci rivivere epoche e culture lontane e trova applicazioni anche nel campo della matematica. Che cos’è la narrazione? La narrazione è una pratica sociale e educativa ed è capace di dare voce alle emozioni, anche quelle più nascoste; le storie sono la nostra memoria e attraverso di esse veicoliamo le esperienze. Inventare e condividere storie, oltre a essere un’esperienza gratificante e divertente, è un esercizio pratico di condivisione sociale, una modalità per imparare il lavoro di gruppo e l’ascolto. In questo senso, la narrazione è indispensabile per la quotidianità di ognuno di noi: anche se alcuni lavori non richiedono particolari abilità in fatto di lettura e scrittura, in tutti sono indispensabili capacità di ascolto e dialogo. Nelle relazioni, qualsiasi relazione, dobbiamo saper ascoltare e se riusciamo a narrare e comunicare efficacemente è probabile che le stesse relazioni risultino più positive, meno complesse. Raccontare una storia è un’arte È necessario saper trasmettere emozioni ma anche descrivere un contesto, i personaggi, i problemi e le scelte dei personaggi; lo storytelling coinvolge chi ascolta perché crea empatia con il suo pubblico, e coinvolge chi lo usa perché non si può restare immuni dal suo fascino. Con il bambino prevale il racconto orale che, grazie al feedback del piccolo ascoltatore e alla continua interazione tra chi parla e chi ascolta, rappresenta una eccezionale palestra di crescita per entrambi: chi racconta impara non solo a organizzare logicamente gli eventi, ma anche a potenziare l’efficacia espressiva della sua comunicazione, calibrando tono della voce, pause, prosodie, ecc., avendo subito immediato riscontro. Chi ascolta sviluppa l’attenzione, il ragionamento, il linguaggio.
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Search-ME - Erickson 2 Lettura e comprensione del testo
Suggerimenti per un educazione letteraria inclusiva
La storia della letteratura e l’educazione al testo letterario rappresentano alcuni cardini della formazione scolastica italiana, sia per le ore a esse dedicate sia per le richieste contenute in programmi ministeriali sempre più vasti. Eppure, a ben vedere, la competenza nella lettura degli studenti è alle volte problematica, come attestato dal rapporto OCSE-PISA 2018, una breve disamina dei risultati,problematici ma non così catastrofici come alcuni mezzi di informazione hanno suggerito, si può leggere qui. Si potrebbe allora ripensare l’educazione letteraria alla luce di una didattica inclusiva, della quale potrebbero beneficiare non solo gli studenti con Bisogni Linguistici Specifici (BiLS), ma anche tutta la classe, combattendo una disaffezione alla lettura ormai certificata e diffusa. Quali sono le difficoltà che uno studente con Bisogni Linguistici Specifici può incontrare in un testo letterario? Un primo livello di difficoltà è certamente legato alla decodifica dello scritto, dove parole complesse, il cui significato deve essere spesso desunto dal contesto, periodi lunghi ricchi di subordinate, che richiedono notevoli sforzi alla memoria di lavoro, e un testo esteso, che necessita di connettere situazioni precedenti, immaginare sviluppi futuri, comprendere l’evolversi di un personaggio o di un avvenimento, possono mettere in seria difficoltà la comprensione da parte dell’alunno. Un secondo nodo cruciale è il contenuto. Alcune categorie centrali nella comprensione del messaggio letterario, come ad esempio il tempo, i personaggi e le relazioni tra di essi, e lo spazio, (in particolare quando i riferimenti non sono espliciti) richiedono inferenze complesse per essere acquisiti. Ultimo aspetto è quello metacognitivo: indicare il genere letterario del testo in esame, soppesarne la complessità, suddividere il libro in sezioni gerarchicamente ordinate in base agli obiettivi prefissatisi, percepire la propria comprensione dell’elaborato, non sono affatto azioni banali e immediate. Si tratta, è evidente, di problemi che affronta, con più o meno difficoltà, chiunque si cimenti nella lettura di un testo letterario. Alcuni suggerimenti per favorire una lettura inclusiva  Partendo dal contributo di Negro 2017, proponiamo alcuni accorgimenti per una didattica letteraria all’insegna dell’accessibilità: Utilizzo di tecnologie, strumenti audiovisivi e norme di alta leggibilità per facilitare il contatto prolungato col testo letterario. Definizione preliminare ed esplicita degli obiettivi di ogni unità. Varietà della proposta didattica per tenere alto il livello di attenzione e coinvolgimento. Esercizi di ricapitolazione e semplificazione delle consegne per evitare la dispersione di energie nella comprensione di indicazioni sempre nuove. Partecipazione attiva tra gli studenti, raggiungibile ad esempio con la drammatizzazione del testo.  Incentivo alla creatività, trasformando la lettura del testo in una sua riscrittura. Variazione delle proposte didattiche per tenere alta la soglia dell’attenzione. Per concludere, pare evidente che gli accorgimenti per una didattica accessibile potranno portare benefici a tutti gli studenti, semplificando e rendendo più dinamica (e meno noiosa) l’acquisizione di competenze nella lettura. Per approfondire Balboni, Paolo E. (2008). Educazione letteraria e nuove tecnologie. Torino: UTET. Daloiso, Michele (2015). L’educazione linguistica dell’allievo con bisogni specifici. Torino: UTET. Daloiso, Michele (2016). I bisogni linguistici specifici. Trento: Erickson. De Beni, Rossana; Cornoldi, Cesare; Carretti, Barbara; Meneghetti, Chiara (2013). Nuova guida alla comprensione del testo, vol. 1. Trento: Erickson. Negro, Francesco (2017). Bisogni linguistici specifici e comprensione del testo narrativo. Aspetti teorici e metodologici per una proposta didattica, in “EL.LE”, vol. 6, n. 3, Novembre 2017, pp. 427-453. 
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Search-ME - Erickson 3 Produzione del testo e scrittura creativa
Ne abbiamo parlato con Jenny Poletti Riz, docente di lettere che ha introdotto e sperimentato per la prima volta in Italia la metodologia del Writing and Reading Workshop.
Come dimostrano l’esperienza quotidiana degli insegnanti e le rilevazioni nazionali e internazionali, le competenze di scrittura di moltissimi studenti italiani sono drammaticamente scarse. Sono molteplici le cause, ma questo scenario evidenzia i limiti delle modalità tradizionali di insegnamento dell’italiano. Ne abbiamo parlato con Jenny Poletti Riz, docente di lettere che ha introdotto e sperimentato per la prima volta in Italia la metodologia del Writing and Reading Workshop, ideata dal Teachers College della Columbia University. PROFESSORESSA POLETTI RIZ, PERCHÉ È SEMPRE PIÙ NECESSARIO UN APPROCCIO DIDATTICO RADICALMENTE DIVERSO ALL’INSEGNAMENTO DELLA SCRITTURA? Ci sono numerose risposte a questa domanda. Me ne spunta in mente un elenco e ve le propongo così, in ordine sparso. Perché i nostri studenti sono attualmente poco motivati e coinvolti. Perché i nostri studenti leggono pochissimo e scrivono ancora meno sia in classe che a casa (social network e instant messaging a parte). Perché l’approccio abituale all’insegnamento della scrittura e della lettura di norma non permette ai nostri alunni di scrivere per avere un impatto sul mondo e per indagare su loro stessi con onestà. Perché la «grammatica» si apprende meglio attraverso la scrittura e non viene prima della scrittura. Perché gli studenti mostrano troppo spesso scarsi miglioramenti nella scrittura e nella lettura nel corso degli anni. Perché i nostri allievi hanno bisogno di esprimersi anche attraverso la scrittura, ma non lo possono fare con il metodo attualmente in uso nelle scuole non potendo scegliere argomenti che stanno loro a cuore. Perché le modalità standard utilizzate in classe non favoriscono il processo di scrittura, che è diverso per ciascuno, pur avendo tappe comuni. Perché la scrittura non viene insegnata a scuola come «tecnica e mestiere» e l’acquisizione di competenze non passa da un insegnamento diretto, esplicito, mirato, in situazione. Perché l’insegnamento abituale è scarsamente inclusivo e individualizzato. Perché l’insegnante, nella cornice tradizionale, ha un ruolo marginale nel processo di scrittura e di lettura degli studenti, mentre dovrebbe essere il maestro di scrittura, come nelle botteghe artigiane. PERCHÉ L’INSEGNAMENTO ABITUALE DI LETTURA E SCRITTURA NON FUNZIONA? Il primo e più importante motivo per cui occorre cambiare approccio all’insegnamento dell’italiano rinvia a una ragione pratica.  Dobbiamo cambiare perché, molto semplicemente, quello che abbiamo fatto e stiamo facendo per insegnare la scrittura e per far diventare i nostri studenti lettori-scrittori-critici-appassionati-per-tutta-la-vita non ha funzionato e non funziona. In particolare mi riferisco alla scuola secondaria di primo e secondo grado. Questa affermazione non ha la presunzione di basarsi su un’analisi accurata della ricerca o sulla statistica. È semplicemente una constatazione che deriva dalla mia esperienza di insegnante e dalle riflessioni di decine e forse centinaia di insegnanti con i quali mi sono confrontata nel corso di tanti anni. Ma, considerando i dati proposti da alcune ricerche, possiamo trarre conferma di ciò che la nostra intuizione di insegnanti ci dice, o perlomeno di ciò che dice a chi di noi si pone domande, mettendosi in discussione. Sappiamo, in effetti, che un buon numero dei nostri studenti non ama leggere o a volte smette di farlo proprio a partire dall’inizio della scuola media o superiore. Sappiamo altrettanto bene che l’evoluzione dei nostri studenti come scrittori in particolare dalla prima alla terza media è insoddisfacente. Sappiamo anche che diventare lettori capaci per tutta la vita porta con sé un vantaggio enorme per i nostri studenti sia in termini pratici — possibilità di carriera, life-long learning, capacità di gestirsi nel mondo complesso del XXI secolo — sia per aumentare la loro felicità personale. E sappiamo che non meno importante è la competenza della scrittura. CHE COSA POSSONO FARE GLI INSEGNANTI PER MODIFICARE QUESTA SITUAZIONE? Molti di noi, mossi da queste constatazioni, si interrogano e provano alternative. Si tratta però quasi sempre di iniziative sporadiche: attività di promozione della lettura e proposte di scrittura creativa. Non si giunge a un approccio didattico radicalmente diverso, strutturato e organico: e in effetti un metodo alternativo non è qualcosa che si trovi dietro l’angolo e, anche se lo si trova, non è facile da applicare nei contesti spesso rigidi delle nostre scuole. Capisco dunque la difficoltà di molti colleghi che come me si pongono domande e fanno comunque del loro meglio per appassionare gli studenti alla lettura e alla scrittura. Il laboratorio di scrittura ideato dal Teachers College della Columbia University e fondato su decenni di sperimentazioni e di ricerche, propone una metodologia completa da cui prendere spunto per modificare alcune routine e la vostra pratica, anche se deciderete di non abbracciare in toto quelle proposte.
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Search-ME - Erickson 4 Lingue straniere
Dalla visione formalistica alla prospettiva cognitivo-funzionale
“Se dico “grammatica” tu cosa dici?” Abbiamo posto questa domanda alle insegnanti di scuola primaria che hanno partecipato ad un ciclo di eventi formativi organizzati da Oxford University Press con la collaborazione del Centro Studi Erickson. I partecipanti hanno risposto ad un rapido sondaggio online, indicando le prime 3 parole che venivano loro in mente pensando alla grammatica. Il programma utilizzato consentiva di visualizzare i risultati immediatamente, sotto forma di Word Cloud, indicando con un carattere maggiore le parole più frequenti. Il sondaggio, ripetuto in 6 città (Milano, Torino, Padova, Bologna, Firenze e Roma) ha coinvolto oltre 500 insegnanti. Le associazioni mentali alla parola grammatica Attraverso questo piccolo esperimento sono emerse le associazioni mentali che compiamo pensando alla parola “grammatica”, le quali possono essere rivelatrici della concezione stessa di lingua che abbiamo maturato e le esperienze ad essa associate. Analizzando i risultati del sondaggio, sono emerse quattro associazioni molto forti: Regole: è in assoluto la parola più frequente emersa dal sondaggio; dietro questa associazione può nascondersi l’idea che la grammatica sia un insieme di meccanismi astratti che regolano il funzionamento della lingua, e hanno poco a che vedere con la comunicazione quotidiana. Verbi, aggettivi, nomi, frasi: la grammatica viene spesso identificata quasi esclusivamente con la morfologia e la sintassi, a discapito di altre dimensioni della lingua (ad esempio la fonologia, o la pragmatica), che non ci vengono in mente. Questa associazione non stupisce, se pensiamo all’attenzione quasi esclusiva alla morfosintassi nella didattica dell’italiano, delle lingue classiche, e, almeno in parte, anche delle lingue straniere. Esercizio, memoria, ripetizione, studiare: queste associazioni rivelano l’idea che le regole grammaticali siano qualcosa che precede la comunicazione, e che quindi si interiorizzino attraverso lo studio mnemonico e lo svolgimento di esercizi meccanici. Noia, difficile: questo ultimo nucleo di associazioni fa emergere le sensazioni di noia, demotivazione e frustrazione che spesso riaffiorano pensando al nostro rapporto con lo studio della grammatica, ma che, a ben vedere, riguardano piuttosto l’approccio didattico che abbiamo “subito” a scuola. Questo piccolo esperimento suggerisce che la concezione prevalente della grammatica sia tuttora ancorata ad un approccio di tipo formalistico, che però nella didattica delle lingue straniere poco si concilia con la visione di lingua come strumento d’azione alla base del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (QCER). Come possiamo concepire la grammatica in una prospettiva più coerente con il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue?  I recenti orientamenti cognitivo-funzionali nell’ambito della Linguistica possono rivelarsi una risorsa importante. Potremmo sintetizzare questa prospettiva in tre assiomi. 1. La grammatica è costruzione. Possiamo immaginare la lingua come un insieme di mattoncini che combiniamo tra di loro; questi mattoncini riguardano tutte le dimensioni della lingua, dai suoni alle lettere, dalle parole alle frasi, fino alla pragmatica e al discorso. La parola “costruzione” deve ricordarci che le combinazioni di questi mattoncini non sono sempre meccaniche, anzi spesso come parlanti possiamo decidere di usare una parola o una struttura al posto di un’altra, e ogni nostra scelta dipende da ciò che vogliamo comunicare. In questo senso, la lingua è anche possibilità di scelta e di creatività. 2.  La grammatica è concettualizzazione. Le nostre combinazioni di mattoncini rimandano a concetti, esperienze e visioni del mondo che vogliamo condividere con i nostri interlocutori. Ogni lingua ha i propri strumenti per aiutarci a descrivere il nostro mondo interiore ed esteriore; alcune lingue possiedono parole che in altre non esistono (ad esempio, la serendipity inglese, la Schadenfreude tedesca) o costruzioni grammaticali diverse (ad esempio, in inglese si esprime nel verbo anche il modo di movimento, come nella frase He walked out of the room). E’ importante ricordare però che le lingue non sono entità astratte; dietro ogni costruzione grammaticale si nasconde un mondo concettuale, e quindi imparare un’altra lingua significa scoprire come è possibile concettualizzare la realtà con “occhi linguistici” diversi da quelli a cui siamo abituati. 3.  La grammatica è comunicazione. Sottesa agli assiomi precedenti vi è, in ultima istanza, la visione per cui la grammatica non è un insieme di meccanismi a sé stanti, astratti e staccati dalla vita quotidiana, bensì uno strumento di comunicazione. In questo senso, coerentemente con il QCER, l’attenzione dell’insegnante dev’essere posta soprattutto sui mattoncini della lingua straniera che dobbiamo saper padroneggiare per comunicare in modo efficace, dalla pronuncia all’ortografia, dal lessico alla pragmatica. E’ importante, in questo senso, dare priorità al lavoro sugli errori che compromettono la comunicazione, piuttosto che su quelli puramente formali. In conclusione, è possibile conciliare lo studio della grammatica con le istanze del QCER solo se ci allontaniamo da una visione formalistica del linguaggio per abbracciare una prospettiva che spiega la grammatica alla luce dei nostri processi mentali e delle nostre esperienze quotidiane. Oltre ad essere più esplicativa e coerente con il QCER, questa prospettiva è senza dubbio più affascinante e, non da ultimo, più motivante. Per approfondire Daloiso M., Jiménez Pascual G. (2017) “Bisogni linguistici specifici e apprendimento della grammatica. Il potenziale glottodidattico della Linguistica Cognitiva”, EL.LE, 6(2). Daloiso M. (2019) Linguistica educativa, linguistica cognitiva e bisogni specifici. Intersezioni, Erickson: Trento.
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Search-ME - Erickson 5 Didattica
È vero che gli studenti italiani non capiscono ciò che leggono? Facciamo chiarezza sui principali risultati emersi
É da poco stato pubblicato, dall’OCSE, il Rapporto PISA 2018, il settimo, dalla prima edizione del 2000, rapporto triennale sullo stato dell’educazione e delle competenze degli studenti in diversi Paesi del mondo. Ciascun PISA analizza le competenze degli studenti in tre ambiti - lettura, matematica e scienze - focalizzandosi, tuttavia, di volta in volta, solo su un aspetto e fornendo un breve sommario rispetto agli altri due. Nel 2018 l’analisi si è concentrata sulla lettura in ambienti digitali, per i ragazzi di 15 anni, e sull’andamento delle competenze nell’ambito della lettura, in generale, nel corso dei due decenni passati. Attenzione al benessere degli studenti Le considerazioni che si potrebbero fare in relazione ai dati emersi sono davvero molte. Innanzitutto, ci piacerebbe far emergere come il Rapporto analizzi anche ambiti trasversali a quelli prettamente disciplinari, come ad esempio l’aspetto socio-emotivo e il benessere degli studenti che, in municipalità quali quelle di Pechino e Shanghai, al vertice delle classifiche in tutti e tre le aree principali nonostante il livello di reddito sia notevolmente inferiore a quello di altri Paesi partecipanti, hanno ancora un ampio margine di miglioramento. In secondo luogo, i dati mostrano come, nella maggior parte dei Paesi, l’eccellenza viene raggiunta anche da studenti inseriti in contesti svantaggiati, suggerendo, quindi, che, pur partendo da una condizione di difficoltà, si possa intraprendere un percorso di apprendimento positivo, se non eccellente, lavorando a livello di resilienza. Cervelli “bi-alfabetizzati” e lettura digitale Un ulteriore aspetto che emerge dal rapporto e che riguarda tutti i Paesi coinvolti è legato all’accesso alle tecnologie. Mentre nel PISA 2009, circa il 15% degli studenti dei Paesi OCSE, in media, non aveva ancora accesso all’Internet da casa, nel 2018 il dato rilevato è sceso al 5%, probabilmente anche grazie all’enorme diffusione dei dispositivi mobili nell’ultimo decennio. Chiaramente, si tratta di un dato che fa emergere anche un altro epocale cambiamento, ovvero quello legato proprio alla lettura (e scrittura) digitale e alla formazione di cervelli “bi-alfabetizzati”. Il rischio, in questo caso, non è legato solamente all’impazienza cognitiva, che porta a dedicare sempre meno tempo alla lettura di lunghi testi in formato cartaceo, quanto più all’incapacità di una lettura critica e profonda, che riesca a distinguere le informazioni attendibili da quelle false. Incapacità di cui PISA 2018 ha dato prova, facendo emergere che meno di 1 studente su 10 è in grado di distinguere i fatti dalle opinioni basandosi su indizi impliciti che si possono desumere dal contesto o dalla fonte delle informazioni. Lettura, matematica e scienze: i punteggi degli studenti italiani Guardando in modo molto generale i risultati nei tre ambiti analizzati dall’indagine OCSE-PISA (Lettura, Matematica e Scienze), per l’Italia si può osservare che rispetto alla Lettura (e con questa etichetta si considera la comprensione del testo in senso ampio) l’Italia, con 476 punti, si colloca al di sotto della media OCSE che è di 487 punti. Le competenze in lettura dei quindicenni italiani restano tuttavia stabili nel lungo periodo, anche se diminuiscono rispetto ad alcuni cicli PISA. Gli studenti italiani hanno ottenuto, poi, un punteggio medio nelle prove PISA di matematica in linea con la media dei paesi OCSE (Italia 487 vs OCSE 489). Dal 2009 ad oggi, l’andamento dei risultati PISA in matematica è rimasto costante. Infine, gli studenti italiani hanno ottenuto un punteggio medio nelle prove PISA di scienze al di sotto della media dei paesi OCSE (Italia 468 vs OCSE 489). I trend dei risultati in scienze nei paesi OCSE indicano una parabola negativa: al lento miglioramento, osservato fino al 2012, ha fatto seguito un calo nel periodo 2012-18 e, nel 2018, la performance media dei paesi OCSE è tornata al valore rilevato nel 2006. L’andamento dei risultati in scienze per l’Italia è in linea con il dato internazionale. Scienze sembra quindi l’ambito in cui si sono registrati i maggiori peggioramenti rispetto alle edizioni precedenti dell’indagine. Vista la generale stabilità dei risultati, sarebbe interessante comparare questo dato con i fondi che sono stati destinati alla scuola in questo periodo di tempo e che, almeno a livello di miglioramento di competenze, non sembra abbiano inciso. In questa edizione di indagine, anche in altri paesi, infatti, non sembra esserci una relazione chiara tra investimenti economici fatti, o livello economico generale del paese, e livello di competenze rilevate. I “low performer” e il divario tra nord e sud Volendo andare più a fondo, in questa indagine sarebbero sicuramente molti gli elementi degni di un approfondimento. Uno di questi è la percentuale di low performer, quindi di quegli studenti che non raggiungono il livello minimo di competenza (nelle indagini OCSE-PISA, il livello 2). É indubbio, infatti, che questi studenti meritino un‘attenzione particolare. In Italia, la percentuale di studenti low performer sembra essere molto alta nel Sud e nelle Isole, e negli istituti Professionali e di Formazione professionale. Lettura L’Italia presenta una percentuale di studenti che raggiunge almeno il livello minimo di competenza in lettura, analoga alla percentuale media internazionale (circa il 77%). Tuttavia, le aree del Sud si caratterizzano per una presenza maggiore di studenti low performer (tra il 20 e il 40%). Inoltre, negli Istituti tecnici, il 27% degli studenti non raggiunge il livello 2, livello non raggiunto da almeno il 50% degli studenti degli Istituti Professionali della Formazione professionale Matematica Circa il 24% dei nostri studenti quindicenni non ha raggiunto il Livello 2, livello base di competenza in matematica (media OCSE 22%). Al Sud e nelle Isole, la percentuale di studenti che non ha raggiunto il Livello 2 è del 33% nel Sud e del 38% nelle Isole. Nei Licei, la percentuale di studenti che non raggiungono il livello base di competenza è di circa l’11%, ma questa percentuale sale al 23% negli Istituti tecnici e raggiunge il 57% nell’Istruzione professionale e il 50% nella Formazione professionale. Scienze In Italia, 3 studenti su 4 dimostrano di possedere almeno il livello base di competenza scientifica (livello 2). Nel Nord, più dell’80% degli studenti raggiunge il livello 2, mentre, nelle aree del Mezzogiorno, gli studenti che non raggiungono il livello base di competenza scientifica sono più di un terzo della popolazione. La maggioranza degli studenti che studiano in Istituti Professionali (58%) o frequentano Centri di Formazione professionale (55%) non raggiunge il livello base di competenza, mentre tale percentuale scende al 12% nei Licei. Quindi, circa il 30% dei quindicenni del sud Italia non raggiunge la competenza minima nei tre ambiti indagati. Inoltre negli istituti Professionali, e con percentuali molto simili anche i centri di formazione professionale, circa la metà degli studenti non raggiunge una competenza minima. Tra le tante considerazioni che si possono fare, quindi, una prioritaria riguarda queste disomogeneità territoriali e rispetto alla tipologia di scuola, in modo da individuare azioni efficaci che portino a una diminuzione di studenti che si collocano ad un livello molto basso in termini di competenza, soprattutto in alcune zone d’Italia e in alcune tipologie di scuole. Gli stereotipi di genere condizionano ancora le ragazze All’interno dei risultati OCSE-PISA, è interessante però soffermarsi anche sull’analisi di altri aspetti estremamente interessanti (ma purtroppo messi in ombra da quelli più legati alle singole discipline) riguardanti la percezione degli studenti rispetto al proprio apprendimento, il loro benessere e soddisfazione per la vita scolastica. Un primo elemento di riflessione è indirizzato a quegli studenti che, pur avendo ottenuto risultati elevati nelle varie prove, hanno però ambizioni molto inferiori a quanto ci si aspetterebbe sulla base del loro andamento scolastico. Questo avviene, soprattutto, tra gli studenti svantaggiati dal punto di vista socio-economico, dove solo tre studenti su cinque si aspettano di completare il percorso di istruzione terziaria, contro i sette studenti su otto tra i non svantaggiati. Rimanendo con la nostra riflessione sulle aspettative di carriera degli studenti quindicenni, si evidenziano ancora forti stereotipi di genere legati alle STEM. Tra gli studenti maschi con alto rendimento in matematica o scienze, uno su quattro ipotizza di poter lavorare in futuro come ingegnere o occupare una professione in ambito scientifico all'età di 30 anni; per quanto riguarda le studentesse, questo rapporto scende addirittura a una su otto, esprimendo anche una maggiore paura di fallire. Studenti soddisfatti della propria vita e felici Per quanto riguarda, invece, il grado di soddisfazione nei confronti della propria vita, il 67% degli studenti italiani, in linea con la media OCSE, ha dichiarato di essere soddisfatto della propria vita, riportando valori alti (tra 7 e 10) nella scala di soddisfazione proposta. Altrettanto positivo (91%) è il dato degli studenti italiani che hanno riferito di sentirsi felici qualche volta o sempre. Gli studenti hanno segnalato sentimenti positivi quando hanno dichiarato di percepire un forte senso di appartenenza e cooperazione a scuola, così come un’alta percentuale (66%, in linea con la media OCSE) ha dichiarato di essere d'accordo o molto d'accordo sul fatto che si possa trovare il modo di uscire da situazioni difficili. Per concludere, fin dal 2000, il Rapporto PISA mostra come i diversi Paesi riescono, sulla base dei dati raccolti, a supportare l’apprendimento dei propri studenti e a inserirsi in una rete di buone pratiche che possono aiutare a migliorare i sistemi educativi agendo a diversi livelli, da quello socio-economico a quello più prettamente educativo-didattico, per dare agli studenti l’opportunità di costruire la propria bussola con la quale navigare all’interno di un mondo sempre più (e sempre più velocemente) mutevole.
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Search-ME - Erickson 6 Narrativa
Il valore del pensiero narrativo per dare significato alle esperienze
La narrazione ha un valore profondo per i processi formativi. È narrando, infatti, che un individuo attribuisce senso alle proprie esperienze: è proprio con questo processo che singole azioni possono essere collocate all’interno di una storia, personale e collettiva, e trovare così il proprio significato.   Attraverso il pensiero narrativo esperienze diverse e lontane nel tempo o nello spazio, vissute direttamente o ascoltate, possono essere messe in relazione fra loro e raccolte all’interno della trama di un racconto. Trovare un posto e una collocazione a queste diverse esperienze all’interno di una narrazione implica, implicitamente o esplicitamente, cercare e riconoscere aspetti che le accomunano e le differenziano, organizzarle secondo un qualche filo rosso che le interpreta.  In questo senso narrare è un’azione generativa di conoscenza. Più nello specifico, la narrazione permette la rielaborazione delle esperienze ad almeno tre livelli: - la loro descrizione e il loro racconto - la loro comprensione, in relazione alle intenzioni di chi ne è protagonista - la costruzione di un loro significato e la collocazione nel contesto di una storia di vita personale o collettiva. Pensando al senso della narrazione nell’ambito dell’educazione di bambini e ragazzi a scuola, è suggestiva l’immagine che propone Elisabetta Biffi: la scuola sarebbe «un territorio intriso di storie che si intrecciano e che si arricchiscono l’un l’altra, si co-­costruiscono, ricordando a ciascuno di noi quanto la propria storia sia inscindibile dalle storie degli altri che ci hanno generato, che abbiamo incontrato, con cui ci siamo scontrati». Il percorso formativo che offriamo dovrà quindi necessariamente essere in grado di accogliere le storie che ciascuno porta e di creare occasioni perché le storie individuali di ciascuno incontrino le storie degli altri e la grande Storia del nostro mondo di cui tutti facciamo parte. In questo contesto, la narrazione può essere anche considerato un metodo.   Se infatti narrare è un processo così importante per la costruzione di significato dell’esperienza, allora è importante che la scuola insegni ai bambini e ai ragazzi un modo per poter raccontare di sé, degli altri e del mondo.   Questo avviene se nella classe la circolazione di storie è usuale e se per i bambini e per gli adulti sia comune e frequente narrare di sé e chiedere agli altri di farlo. Questo è il metodo autobiografico. In coerenza col rispetto profondo che questo metodo ha per l’originalità ed irripetibilità di ciascuna storia, diventa importante anche garantire che ogni bambino, ogni ragazzo e ogni adulto nella classe possa trovare la modalità più “giusta” per narrare la propria storia. Narrare non significa necessariamente scrivere o raccontare a parole. La narrazione può assumere una pluralità di canali diversi, affinché ogni persona che voglia raccontare possa cercare e scoprire i modi in cui preferisce esprimersi. Per alcuni sarà una pagina scritta, per altri una conversazione in cerchio, per altri ancora una sequenza di gesti, un movimento o invece un colore, una linea. In tal senso, all’interno del percorso didattico, si possono utilizzare i linguaggi della scrittura, dell’arte, della musica, del cinema e del teatro nella prospettiva di uno sviluppo globale dell’alunno. I diversi linguaggi, ciascuno composto da codice e procedure propri, contribuiscono alla costruzione di nuovi significati e allo sviluppo di un pensiero narrativo, creativo, divergente. Gli insegnanti potrebbero strutturare dei laboratori narrativi, incentrati sul libro, in cui promuovere l’ascolto, la lettura e la scrittura. Un esempio di attività potrebbe essere quello di leggere l’inizio di un racconto e farlo terminare agli alunni. Calcando le orme di Shahrazad de “Le mille e una notte”, nella sessione successiva, i bambini potrebbero proseguire il racconto, interrompersi ad un punto cruciale, e riprenderlo il giorno successivo, cominciando di volta in volta una nuova storia. Anche l’arte, poliedrica espressione della dimensione più profonda dell’individuo, amplia le possibilità narrative. Attraverso le diverse tecniche e forme artistiche, l’alunno può esprimere sensazioni e vissuti emotivi. I laboratori hanno come obiettivo la sperimentazione del colore, del segno e degli strumenti (tra cui mani e dita), ma anche l’osservazione delle opere di grandi artisti per un’eventuale attualizzazione e rielaborazione. Il gioco simbolico o di finzione, insito nei bambini fin dall’infanzia, è un ulteriore modo per comunicare o raccontare di sé, e il teatro e il cinema stimolano, oltre ad una maggiore presa di coscienza del corpo, del movimento e del linguaggio verbale e non verbale, la creatività narrativa utilizzando tale capacità innata. Nel concepire e mettere in scena una trama, gli alunni sperimentano diverse tipologie di intreccio e di personaggi (che possono essere interpretati dagli studenti stessi o realizzati nella forma di burattini o ombre), di drammatizzazione e di linguaggi, dalla musica, al canto, alla danza. Tutto ciò che viene rappresentato teatralmente, inoltre, può essere ripreso e assemblato in nuovi contesti narrativi, quali il cortometraggio, il video clip musicale o persino il lungometraggio cinematografico.
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