IT
I mini gialli dei dettati 2
Carrello
Spedizioni veloci
Pagamenti sicuri
Totale:

Il tuo carrello è vuoto

|*** Libro Quantità:
Articoli e appuntamenti suggeriti

Tematica
Argomento
Utile in caso di
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Non vi è alcun filtro disponibile, allarga la tua ricerca per ottenere più risultati
Non vi è alcun filtro disponibile, allarga la tua ricerca per ottenere più risultati
Filtra
Filtra per
Tematica
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Argomento
Utile in caso di
Risultati trovati: 13
Search-ME - Erickson 1 Genitori e figli
Un momento importante nella relazione tra genitori e figli che può diventare occasione di crescita
Capiterà a tutti i genitori di chiedersi “quando?” e “come?” svelare ai bambini la verità su Babbo Natale. Inutile dire che se esiste la perfetta ricetta dei biscottoni gingerman da mettere sull’albero di Natale non esiste un’altrettanta ricetta per svelare il segreto più grande ai nostri bambini, sono troppe le variabili in gioco. Ma forse ancora una volta, coloro i quali si sono dedicati allo studio della psicologia dello sviluppo, ci possono dare degli spunti di riflessione da integrare con valori e modalità che sono diverse in ogni famiglia. Sembra chiaro, dalle ricerche fatte nell’ambito, che la maggior parte dei bambini scopre gradualmente e da solo la verità su Babbo Natale (circa il 54%). I bambini non sembranoriportare particolari sentimenti negativi dopo la scoperta e sembra che siano propensi a nutrire sentimenti di protezione nei confronti dei bambini che non sanno diventando quindi complici degli adulti nel mantenere il segreto. Dalle ricerche emerge che sono invece i genitori a riportare forti sentimenti negativi di tristezza e malinconia quando annunciano la realtà ai loro bambini. L’interpretazione di questo dato è strettamente di natura psicologica, per i genitori questo evento sembra infatti segnare la fine di un’epoca, la fine della fanciullezza e l’inizio del cammino che li condurrà ad affrontare assieme l’adolescenza prima, l’età adulta poi e quindi la trasformazione della famiglia e del ruolo genitoriale. La dottoressa Nadia Bruschweiler-Stern pediatra e psichiatra suggerisce di vivere il momento della scoperta come un’ennesima fase di confronto genitori-figli, in cui si rafforzano e si costruiscono legami e si condividono valori. La dottoressa consiglia di non negare la realtà quando i bambini pongono domande schiette e precise ma suggerisce di coinvolgerli nel ragionamento, chiedendo loro cosa pensano, quali sono gli indizi che hanno colto e che idea si sono fatti in merito. In questo modo il genitore può rendersi conto se si tratta solo piccoli dubbi e quindi sia magari il caso di posticipare la scoperta o se invece i ragionamenti siano davvero fondati e svelare il segreto risulti a quel punto la scelta più onesta che il bambino si aspetta.  Dire al bambino la verità, con delicatezza, coinvolgimento e intimità può rappresentare un momento significativo per la famiglia, un’opportunità per rafforzare sentimenti di fiducia reciproca. I genitori possono scegliere di accompagnare i propri bambini con il dialogo a vedere attraverso questa storia impossibile, scoprendo i valori che questi personaggi portano ogni anno nelle loro vite. Quell’uomo barbuto e cicciottello, quella donna vecchietta malandata rappresentano valori concreti come altruismo, sorpresa, complicità, importanza per le piccole cose e tempo per l’altro; valori che ci conducono oltre il consumismo che ci affanna permettendoci di trasformare il luccichio della magia in piccole azioni concrete. Con questa visione il Natale si arricchisce di quel senso di direzione che vogliamo poter dare alla nostra vita e alla nostra famiglia, nonostante la presenza di ostacoli che possono bloccarci.  Il benessere psicologico, secondo Winnicott, è legato alla capacità dell’individuo di vivere nel campo intermedio tra sogno e realtà, questo significa crescere in modo creativo e il mese di dicembre po' essere il pretesto per avvicinare anche chi sa al mondo dei sogni.
Leggi di più
Search-ME - Erickson 2 Psicologia
Il CIGI è un metodo da utilizzare in contesti residenziali psichiatrici che si è mostrato efficace nel ridurre l’intensità assistenziale e sviluppare forme di autonomia personale
Il CIGI (Combined Individual and Group Intervention) è un intervento disegnato per un uso nei contesti residenziali psichiatrici a diversa intensità assistenziale che segue le indicazioni dell’OMS sulla riabilitazione psicosociale e sull’empowerment delle persone con disturbi mentali. L’OMS definisce la riabilitazione psicosociale “un processo orientato al raggiungimento di un livello ottimale di funzionamento indipendente in persone con disturbi mentali” che aiuta una persona a “saper scegliere dove vivere, lavorare, studiare con il minimo aiuto professionale, tenuto conto del livello di partenza” e che prevede “sia un lavoro di miglioramento delle abilità personali sia cambiamenti ambientali”. Questi principi sono stati ripresi successivamente nel documento OMS sull’empowerment, nel quale viene ribadito il valore terapeutico della partecipazione dell’utente alle decisioni che riguardano la propria vita, la propria salute e la scelta degli obiettivi da raggiungere. In linea con le indicazioni dell’OMS, il CIGI promuove la partecipazione delle persone con disturbi mentali all’autogestione di una parte dell’intervento riabilitativo, combinando un lavoro con il singolo utente e un intervento di gruppo sul contesto di riferimento. Nel caso di persone che sono ospiti di strutture residenziali, il contesto di riferimento è rappresentato principalmente dagli altri ospiti con disturbi mentali e dallo staff. Le strutture per persone con disturbi mentali in Italia In Italia, in base ai dati del Sistema Informativo Salute Mentale vi sono 2.346 strutture residenziali - pubbliche o private in convenzione con i Dipartimenti di Salute Mentale - nelle quali sono ospitate in totale 32.515 persone. In queste strutture, che ospitano fino a 20 persone con disturbi mentali e bassa autonomia funzionale per una durata media di 816 giorni, possono svilupparsi sia relazioni facilitanti il percorso riabilitativo che situazioni conflittuali, di fatto stressanti sia per gli ospiti che per gli operatori. La presenza continua di personale – il 78% delle persone si trova in strutture ad alta intensità assistenziale con operatori presenti h24 – può in alcuni casi ostacolare l'acquisizione da parte degli ospiti di quelle abilità utili nella vita quotidiana e a lungo andare può rallentare il passaggio a soluzioni abitative più indipendenti e il ritorno a casa degli utenti. Inoltre, lo scetticismo degli operatori in merito alle capacità di persone con disturbi mentali di lunga durata di partecipare a programmi riabilitativi intensivi può portare le equipe a coinvolgere poco gli ospiti nella scelta di obiettivi individuali, aumentando il rischio di attività passivizzanti. Caratteristiche principali del CIGI Il CIGI parte dalla convinzione che anche persone con disturbi mentali associati ad alto livello di compromissione nelle abilità di vita indipendente possano diventare più autonome e raggiungere obiettivi personali importanti dal loro punto di vista, se messe nelle condizioni di decidere su aspetti rilevanti della propria vita ed essere parte attiva nel contesto di riferimento. L’intervento si sviluppa su due livelli da svolgersi contemporaneamente: un livello individuale, che coinvolge il singolo utente con un operatore di riferimento, e un livello di gruppo, che prevede incontri tra ospiti e operatori, riunioni di soli ospiti autogestite e riunioni organizzative/di revisione tra pari dell’equipe. Le principali componenti del CIGI derivano a loro volta da interventi di provata efficacia. La parte individuale è stata sviluppata a partire dal VADO – Valutazione di Abilità e Definizione di Obiettivi (Morosini et al., 1998), mentre la parte di gruppo si basa anche su alcune componenti dell’intervento psicoeducativo familiare (Falloon, 1993). Gli effetti dell’intervento, utilizzato in strutture residenziali e gruppi appartamento del DSM di Modena (8 strutture, N=55) per due anni sono stati molto positivi in termini di riduzione della disabilità e dell’intensità assistenziale richiesta rispetto a quanto osservato in un gruppo di controllo che riceveva un intervento riabilitativo standard (5 strutture, N=41). In particolare, rispetto all’inizio dell’intervento, il 31% delle persone in strutture CIGI vs. 0 persone in strutture di controllo dopo due anni risiedevano in strutture a più bassa intensità assistenziale o erano tornate a vivere a casa propria. Anche esperienze successive di uso nella routine – seppure non documentate in modo sistematico – confermano l’utilità dell’approccio nei contesti residenziali e semi-residenziali. Il libro sul CIGI Il manuale “CIGI - Intervento riabilitativo combinato nei contesti residenziali psichiatrici” è centrato sullo sviluppo di programmi riabilitativi empowerment-oriented in contesti residenziali ad alta e media intensità e fornisce inoltre indicazioni per un uso del CIGI in contesti abitativi a intensità assistenziale bassa o quasi assente e nei centri diurni. Una parte specifica del manuale, inoltre, è dedicata alla formazione e all’auto-formazione delle equipe all’intervento. Nel manuale inoltre sono riportati tutti gli strumenti necessari per realizzare l’intervento, liberamente scaricabili dal sito della Erickson utilizzando un codice incluso nel manuale. Completa il volume un’Appendice con esempi d’uso degli strumenti e testimonianze di operatori e utenti. L’intervento CIGI può risultare utile per ripensare gli interventi e le condizioni abitative da garantire alle persone con disturbi mentali, soprattutto a quelle con più bassa autonomia funzionale, e per facilitare la transizione a forme di residenzialità più leggera o del tutto autonoma.
Leggi di più
Search-ME - Erickson 3 Psicoterapia
Le nuove sfide professionali di chi si occupa di sostegno psicologico in area clinica
La cosiddetta “fase 2” è iniziata, l’emergenza sanitaria volge al termine, o almeno si spera, ma adesso tutti dobbiamo fare i conti con quel che è successo, con grande capacità di adattamento ai nuovi scenari che si aprono. Anche gli psicoterapeuti, e più in generale tutti coloro che si occupano di sostegno psicologico in area clinica, si trovano di fronte a nuove sfide professionali. Se infatti nei mesi scorsi hanno lavorato poco e quasi esclusivamente online, da ora in poi lavoreranno forse più di prima, perché il bisogno di aiuto è indubbiamente aumentato, ma in modo un po’ diverso. Vediamo alcuni punti critici che caratterizzeranno la professione nel prossimo periodo. L’emergere di problematiche specifiche L’epidemia da Coronavirus si è rivelata altamente traumatica in quanto totalmente imprevedibile da chiunque e con un impatto devastante sulla qualità di vita. Quello che possiamo aspettarci nei prossimi mesi è dunque un significativo incremento dei disturbi dell’umore, in particolare della depressione, dei disturbi d’ansia per salute e ossessivo-compulsivi, nonché dei disturbi da stress post-traumatico. Tutto ciò che abbiamo subito (lutti, deprivazione sociale e affettiva, limitazioni della libertà individuale, problemi economici, ecc.) e che continuiamo a subire (incertezza per il futuro, paura del ritorno dell’epidemia, mancanza del contatto fisico, difficoltà nella programmazione, ecc.) determina un forte stress. Ove manchino grandi capacità di resilienza e risorse individuali per far fronte a simili difficoltà, è altamente probabile che emergano sintomi di disagio psicologico quali quelli sopra menzionati. È quindi importante che i professionisti siano preparati e formati ad affrontarli al meglio, per rispondere alle esigenze del prossimo futuro dei propri utenti. Il fabbisogno di psicologia nei servizi pubblici Dato il gran numero di persone che hanno subito un forte impatto psicologico per le conseguenze dirette e indirette della pandemia, è certo che vi sarà un aumento del bisogno di servizi di aiuto qualificati. Purtroppo però la situazione dei servizi pubblici di psicologia clinica è drammatica. Negli ultimi decenni questi sono stati oggetto di drastici tagli di fondi e gran parte del personale pensionato non è stato sostituito. A oggi chi necessità di psicoterapia deve quasi necessariamente rivolgersi ai professionisti privati a fronte di un esborso significativo e soprattutto continuativo, che molti, a maggior ragione di questi tempi, non possono permettersi. Il Governo attuale sembra aver ignorato tale problematica, destinando fondi a quasi tutto tranne che all’aumento dell’organico di psicologi nel Sistema Sanitario Nazionale. In risposta a questa clamorosa lacuna si sono mobilitati sia l’Ordine Nazionale che i vari Ordini Regionali degli Psicologi, pare ottenendo un emendamento del “decreto rilancio” che comprenda anche il potenziamento di suddetti servizi. Se poi questo si tradurrà in pratica, ovvero in un buon numero di concorsi per il reclutamento di colleghi in tempi brevi, è tutto da vedersi, ma almeno un piccolo riconoscimento c’è stato. Vedremo se e quale sarà l’evoluzione nei prossimi mesi, ma ci auguriamo che questo periodo drammatico sia servito a far comprendere l’importanza di garantire a tutti l’assistenza psicologica e porti nuova linfa ai servizi pubblici dedicati. Il cambio di modalità nell’erogazione dei servizi Viste le limitazioni imposte dall’epidemia e in particolare la necessità di distanziamento sociale, in questi mesi la maggior parte degli psicologi clinici e psicoterapeuti ha iniziato ad utilizzare strumenti per la videoconferenza al fine di mantenere un contatto con i propri utenti. Ciò ha consentito anche ai clinici più scettici di sperimentarsi in un nuovo modo di condurre le sedute, scoprendo che sono quasi equivalenti a quelle in presenza, anche se certe tecniche non possono essere utilizzate se non snaturandole e si perdono tutta una serie di indicatori non verbali (es. la postura corporea) che sono importanti nella gestione della relazione terapeutica. Anche le ricerche che sono state condotte riguardo alla soddisfazione percepita sia dei terapeuti che dei pazienti sembra che siano molto incoraggianti. C’è quindi da aspettarsi che nel prossimo futuro, sia per il perdurare di alcune limitazioni, sia soprattutto perché ci si è abituati a un nuovo modo di fare psicoterapia, vi sia un aumento della richiesta e dell’offerta di servizi psicologici online, cui volenti o nolenti i professionisti dovranno adeguarsi per rimanere competitivi.
Leggi di più
Search-ME - Erickson 4 Psicologia
Come le nuove tecnologie hanno cambiato il nostro rapporto con gli altri
Restare da soli — a volte — può essere un piacere, ma la tecnologia e i social network hanno cambiato le regole che governano le nostre vite pubbliche e private, modificando anche il modo in cui viviamo le nostre esperienze di isolamento e di solitudine. Il gruppo di ricerca dell’Australian Relationship Queensland ha rivelato che tra tecnologia e solitudine esiste un collegamento reale: più del 42% della popolazione del Queensland ha dichiarato di utilizzare almeno quattro strumenti di comunicazione web (Facebook, Twitter, blog, e-mail) ma ha lamentato al contempo di sentirsi più solo durante i periodi di uso dei social network. Sempre secondo queste ricerche, il «tasso di solitudine» muta al variare dell’età: la fascia 25-34 anni, per esempio, è quella che avverte di più la solitudine, la fascia 18-24 anni è quella che ne accusa di meno.   La tecnologia ha prodotto nuove forme di socialità che stanno limitando la nostra intimità e trasformando le nostre esistenze. È una socialità molto legata allo strumento che determina, a causa dell’uso prolungato che ne facciamo (televisione, telefono cellulare, social network), in modo preponderante, la nostra vita di relazione e sociale   Anche se viviamo spesso ed esclusivamente in rapporto agli altri, ci troviamo sempre più soli con noi stessi. Se Anton Čechov sosteneva, a cavallo tra Ottocento e Novecento, che la vera felicità è impossibile senza la solitudine, bisogna valutare, nel millennio in corso, se possiamo considerare la «solitudine del networker» alla pari di quella vissuta e sperimentata dagli esseri umani prima dell’avvento di Internet, dei social media, degli smartphone e dei tablet. Così facendo andremo a ridefinire la socialità moderna e i modi con cui gli uomini agiscono per stabilire tra di loro relazioni sociali e vincere la loro solitudine individuale. Tutti sono online, ma la folla (una massa oggi rappresentata da miliardi di utenti con un loro profilo Facebook, Twitter, LinkedIn) che frequenta i social network non garantisce il superamento di quello stato di chiusura e isolamento che l’uomo moderno sperimenta. Le evidenze fin qui rilevate non danno risposte definitive al dubbio se sia la solitudine a spingere  le persone a usare sempre più la tecnologia o se sia invece quest’ultima a portare le persone a isolarsi sempre di più e a sperimentare nuove forme di ritiro. Probabilmente sono vere entrambe le possibilità: le nuove tecnologie ridefiniscono la solitudine che viviamo offrendoci nuove opportunità ma anche nuove angosce e frustrazioni.  
Leggi di più
Search-ME - Erickson 5 Psicologia
Le raccomandazioni dell’ONU per far fronte alle conseguenze del Covid-19
Durante il periodo della pandemia, in Canada, il 20% della popolazione tra i 15 e i 49 anni ha aumentato il consumo di alcol; nella Repubblica Popolare Cinese gli operatori sanitari hanno riportato alti tassi di depressione (50%) e ansia (45%); genitori italiani e spagnoli hanno osservato alcuni effetti dell’isolamento sul comportamento e sullo stato emotivo dei loro figli, in particolare sono state evidenziate le seguenti problematicità: difficoltà di concentrazione (nel 77% dei bambini), agitazione (nel 39%) e nervosismo (nel 38%). Questi sono alcuni dati riportati nel documento “COVID-19 and the Need for Action on Mental Health” redatto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite il 13 maggio 2020 e disponibile anche in lingua italiana. Come sottolinea il report, la salute mentale permette all’individuo di esprimere il proprio potenziale, affrontare situazioni stressanti e contribuire alla produttività e alla crescita della propria comunità. L’attuale pandemia sta mettendo seriamente a rischio il benessere della popolazione, non solo da un punto di vista fisico. Siamo in presenza di un diffuso disagio psicologico, c’è incertezza per il futuro, le persone sono preoccupate a causa della crisi economica, della perdita del lavoro e del reddito. Tutto ciò minaccia la salute mentale degli individui e in particolare quella di alcune popolazioni: operatori impiegati in prima linea nel settore sanitario e dell’assistenza, persone anziane e con patologie preesistenti, donne, bambini, adolescenti, giovani e coloro che vivono in contesti di emergenza sanitaria e conflitto. Purtroppo quello della salute mentale è uno dei settori più trascurati dalla sanità ma su cui è necessario investire per il benessere dei singoli e della collettività, soprattutto in questo periodo nel quale il contributo di ciascuno è indispensabile per la ripresa sociale ed economica della società. Per questo, come affermano le Nazioni Unite nel report sopra citato, bisogna agire subito col fine di ridurre al minimo le conseguenze di questa pandemia. Tre azioni che ogni Paese dovrebbe mettere in pratica al più presto. La prima azione chiede di considerare la salute mentale nelle risposte nazionali al Covid-19 perché solo così è possibile ridurre la sofferenza, velocizzare la ripresa e la ricostruzione delle comunità. Ciò è possibile offrendo: misure di protezione finanziaria e sociale; opportunità di apprendimento alternative alla scuola per bambini e ragazzi; prevenzione dalla violenza domestica nei confronti di donne, bambini, persone con disabilità e anziani; una comunicazione capace di dare informazioni chiare e affidabili sull’andamento della pandemia ma anche consigli utili al benessere emotivo. La seconda consiste nell’investire sempre più sugli interventi di salute mentale e di supporto psicosociale sostenendo iniziative comunitarie capaci di rafforzare la coesione sociale e diminuire il senso di solitudine, fornendo interventi psicologici a distanza - tramite telefono o video – assicurandosi di garantirne a tutti accesso e riservatezza oltre che continuità nell’assistenza soprattutto per chi è in condizioni di grave difficoltà. Infine bisogna guardare al futuro considerando le crescenti esigenze a lungo termine causate dalla pandemia. È necessario quindi: riorganizzare i servizi così che la salute mentale venga inclusa nella copertura sanitaria universale; spostare l’assistenza dalle istituzioni ai servizi di comunità, a prezzi accessibili; rafforzare le competenze delle risorse umane che si occupano di salute mentale e coinvolgerle nella progettazione, realizzazione e monitoraggio dei servizi.
Leggi di più
Search-ME - Erickson 6 Psicologia
Tre possibili insegnamenti di questa pandemia sulla malattia mentale e sul disagio psichico
Il fatto è - scriveva qualche giorno fa Jen Gunter sul New York Times - che questo coronavirus è talmente una cosa nuova, che semplicemente non sappiamo neanche cosa non sappiamo. Ecco, finalmente, un commento saggio su un argomento sul quale si è spesa sui media ogni parola possibile, dagli allarmismi più insensati, ai consigli new age per il gusto della riscoperta del tempo, e dei poteri taumaturgici della pasta fatta in casa. Dovremmo, infatti, ammettere che una cosa è chiara più di tutte: nessuno sa esattamente cosa comporti, dal punto di vista dell’impatto psicologico sui bambini e sulle famiglie, questo strano e catastrofico esperimento sociale. Certo, a prima vista tutti concordano sul fatto che a partirne di più, come sempre, sono e saranno i più deboli e i più poveri. Poveri in mezzi, risorse personali e psicologiche. Basti banalmente pensare che la meravigliosa esperienza della scuola online chiede alle famiglie non solo una connessione alla rete, ma anche tanti dispositivi quanti sono i figli. Diritto allo studio sì, ma proporzionale al numero di tablet e pc. Non solo. Che ne è poi dei bambini con disabilità intellettive, disturbi dell’apprendimento, dell’attenzione, per citare solo i tipi (forse) più banali e lineari di difficoltà evolutive? Chiunque prima della crisi affidasse la gestione di delicati equilibri familiari all'ausilio di personale specializzato, a supporti educativi e psicologici esterni si trova oggi improvvisamente sguarnito e solo. E la solitudine sarà tanto più insidiosa quanto minori saranno i mezzi e le risorse della famiglia, e le fragilità di partenza del bambino e del suo mondo affettivo. Quando tuttavia si guardano le cose da vicino, si scoprono anche alcuni fenomeni che danno nuova luce alle cosiddette conseguenze psicologiche della pandemia. Per esempio, da circa quindici anni gli Hikikomori – i ragazzetti giapponesi che si votano alla clausura telematica nella loro cameretta - erano divenuti the “new thing” degli psicopatologi, e il ritiro sociale dell’adolescente era diventato la nuova grande sfida delle scienze medico psichiatriche. È bastato il batter d’ali del nuovo flagello per cambiare in un istante lo spettro dei valori attraverso cui giudichiamo la desiderabilità dei comportamenti delle persone, per mettere a nudo - una volta di più – che le cose che chiamiamo con tanta enfasi “malattie mentali”, non sono quasi mai oggetti fisici del mondo (come lo è la frattura della tibia o la polmonite interstiziale), non sono invarianti universali sempre uguali in ogni tempo e luogo, ma sono per lo più costrutti socioculturali, largamente determinati dai valori dominanti del contesto. In men che non si dica l’osteggiato ritiro sociale, meritevole di ogni più incisivo e forzoso intervento trattamentale, educativo e psicofarmacologico, è divenuta la qualità personologica più adattiva della nuova socialità distanziata. E che dire dell’agguerrita schiera degli esperti del trauma psichico? Pronti a difendere l’idea che anche il più minuscolo degli eventi avversi - se soggettivamente percepito come minaccioso e “traumatico” - assurge a patologia ed è dunque meritevole di ogni opportuno trattamento specializzato, oggi si confrontano con un dilemma tanto banale quanto definitivo. Che ne è di questa nozione individualista e consumista del trauma, buona anzi buonissima per il marketing di prodotti sanitari e rimedi a buon mercato, quando il fatto traumatico colpisce tutti, grandi e piccoli, in egual misura, su scala planetaria? È ancora un fatto traumatico? Siamo dunque tutti traumatizzati? Oppure dovremmo semplicemente accettare l’idea che questo fatto – intrinsecamente catastrofico - suggerisce che gli eventi avversi possono assumere una valenza “protettiva” proprio nella misura in cui abbandoniamo ogni prospettiva individualistica della sofferenza e recuperiamo una qualche idea solida e condivisa di collettività?  Questi esempi ci invitano a riflettere su almeno tre possibili insegnamenti. Il primo è che se le categorie con cui distinguiamo i soggetti normali da quelli che hanno problemi psichici  funzionano male in situazioni nelle quali mutano radicalmente le regole di convivenza sociale, questo ci deve ricordare che la malattia mentale non è un concetto assoluto, ma in larga parte relativo. Per quanto la psichiatria si orienti sempre più nella direzione di medicalizzare il suo sapere, questo tentativo è fallito ormai su molti fronti e l’attuale passaggio storico lo ricorda una volta di più. Il secondo insegnamento, strettamente connesso al primo, è che il concetto medicale della sofferenza psichica contiene un’altra aberrazione particolarmente problematica, specie per i bambini e gli adolescenti, e cioè che rappresenta la sofferenza psichica come un problema puramente individuale, come un accidente che accade a una persona. Una malattia appunto, come la frattura della tibia e la polmonite interstiziale da covid.  La pandemia mostra invece, una volta di più, che il confine mutevole tra star bene e star male è frutto di continue negoziazioni collettive. Nasce al confine tra fattori protettivi, punti di forza, problemi e fattori di rischio, e nessuno di questi fattori è sempre universalmente tale in ogni luogo. Attiene dunque a valori di cui siamo poco consapevoli, che sono continuamente rimodulati e prendono senso solo all'interno di tipi contingenti e storicizzati di possibili relazioni sociali. Così, esattamente come in un qualsiasi episodio della serie Black Mirror, scopriamo che basta spingerci solo un passo oltre la soglia delle nostre routine e dei nostri modi di convivenza sociale, perché perda improvvisamente senso ciò che normalmente consideriamo strano, aberrante e anormale. Il terzo insegnamento ci riconduce al punto di partenza. Alle cose che non sappiamo di non sapere. Il senso profondo di dubbio, disorientamento e incertezza in cui ci ha gettati questa vicenda invita tutti noi a riscoprire il valore della nostra profonda ignoranza, come un fattore positivo che sappia guidare i processi di conoscenza. Un invito a un’apertura rigorosa al dubbio e all'incertezza, uno stimolo a vivere l’ethos del nostro lavoro, sociale o clinico che sia, con un’attitudine mite e marginale. Ogni atto di responsabilità sociale si fonda sulla possibilità di accogliere le domande dell’altro, ma ciò è impossibile quando la nostra mente è già satura di risposte. 
Leggi di più
;