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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Genitori e figli
Un momento importante nella relazione tra genitori e figli che può diventare occasione di crescita
Capiterà a tutti i genitori di chiedersi “quando?” e “come?” svelare ai bambini la verità su Babbo Natale. Inutile dire che se esiste la perfetta ricetta dei biscottoni gingerman da mettere sull’albero di Natale non esiste un’altrettanta ricetta per svelare il segreto più grande ai nostri bambini, sono troppe le variabili in gioco. Ma forse ancora una volta, coloro i quali si sono dedicati allo studio della psicologia dello sviluppo, ci possono dare degli spunti di riflessione da integrare con valori e modalità che sono diverse in ogni famiglia. Sembra chiaro, dalle ricerche fatte nell’ambito, che la maggior parte dei bambini scopre gradualmente e da solo la verità su Babbo Natale (circa il 54%). I bambini non sembranoriportare particolari sentimenti negativi dopo la scoperta e sembra che siano propensi a nutrire sentimenti di protezione nei confronti dei bambini che non sanno diventando quindi complici degli adulti nel mantenere il segreto. Dalle ricerche emerge che sono invece i genitori a riportare forti sentimenti negativi di tristezza e malinconia quando annunciano la realtà ai loro bambini. L’interpretazione di questo dato è strettamente di natura psicologica, per i genitori questo evento sembra infatti segnare la fine di un’epoca, la fine della fanciullezza e l’inizio del cammino che li condurrà ad affrontare assieme l’adolescenza prima, l’età adulta poi e quindi la trasformazione della famiglia e del ruolo genitoriale. La dottoressa Nadia Bruschweiler-Stern pediatra e psichiatra suggerisce di vivere il momento della scoperta come un’ennesima fase di confronto genitori-figli, in cui si rafforzano e si costruiscono legami e si condividono valori. La dottoressa consiglia di non negare la realtà quando i bambini pongono domande schiette e precise ma suggerisce di coinvolgerli nel ragionamento, chiedendo loro cosa pensano, quali sono gli indizi che hanno colto e che idea si sono fatti in merito. In questo modo il genitore può rendersi conto se si tratta solo piccoli dubbi e quindi sia magari il caso di posticipare la scoperta o se invece i ragionamenti siano davvero fondati e svelare il segreto risulti a quel punto la scelta più onesta che il bambino si aspetta.  Dire al bambino la verità, con delicatezza, coinvolgimento e intimità può rappresentare un momento significativo per la famiglia, un’opportunità per rafforzare sentimenti di fiducia reciproca. I genitori possono scegliere di accompagnare i propri bambini con il dialogo a vedere attraverso questa storia impossibile, scoprendo i valori che questi personaggi portano ogni anno nelle loro vite. Quell’uomo barbuto e cicciottello, quella donna vecchietta malandata rappresentano valori concreti come altruismo, sorpresa, complicità, importanza per le piccole cose e tempo per l’altro; valori che ci conducono oltre il consumismo che ci affanna permettendoci di trasformare il luccichio della magia in piccole azioni concrete. Con questa visione il Natale si arricchisce di quel senso di direzione che vogliamo poter dare alla nostra vita e alla nostra famiglia, nonostante la presenza di ostacoli che possono bloccarci.  Il benessere psicologico, secondo Winnicott, è legato alla capacità dell’individuo di vivere nel campo intermedio tra sogno e realtà, questo significa crescere in modo creativo e il mese di dicembre po' essere il pretesto per avvicinare anche chi sa al mondo dei sogni.
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Search-ME - Erickson 2 Psicoterapia
Le nuove sfide professionali di chi si occupa di sostegno psicologico in area clinica
La cosiddetta “fase 2” è iniziata, l’emergenza sanitaria volge al termine, o almeno si spera, ma adesso tutti dobbiamo fare i conti con quel che è successo, con grande capacità di adattamento ai nuovi scenari che si aprono. Anche gli psicoterapeuti, e più in generale tutti coloro che si occupano di sostegno psicologico in area clinica, si trovano di fronte a nuove sfide professionali. Se infatti nei mesi scorsi hanno lavorato poco e quasi esclusivamente online, da ora in poi lavoreranno forse più di prima, perché il bisogno di aiuto è indubbiamente aumentato, ma in modo un po’ diverso. Vediamo alcuni punti critici che caratterizzeranno la professione nel prossimo periodo. L’emergere di problematiche specifiche L’epidemia da Coronavirus si è rivelata altamente traumatica in quanto totalmente imprevedibile da chiunque e con un impatto devastante sulla qualità di vita. Quello che possiamo aspettarci nei prossimi mesi è dunque un significativo incremento dei disturbi dell’umore, in particolare della depressione, dei disturbi d’ansia per salute e ossessivo-compulsivi, nonché dei disturbi da stress post-traumatico. Tutto ciò che abbiamo subito (lutti, deprivazione sociale e affettiva, limitazioni della libertà individuale, problemi economici, ecc.) e che continuiamo a subire (incertezza per il futuro, paura del ritorno dell’epidemia, mancanza del contatto fisico, difficoltà nella programmazione, ecc.) determina un forte stress. Ove manchino grandi capacità di resilienza e risorse individuali per far fronte a simili difficoltà, è altamente probabile che emergano sintomi di disagio psicologico quali quelli sopra menzionati. È quindi importante che i professionisti siano preparati e formati ad affrontarli al meglio, per rispondere alle esigenze del prossimo futuro dei propri utenti. Il fabbisogno di psicologia nei servizi pubblici Dato il gran numero di persone che hanno subito un forte impatto psicologico per le conseguenze dirette e indirette della pandemia, è certo che vi sarà un aumento del bisogno di servizi di aiuto qualificati. Purtroppo però la situazione dei servizi pubblici di psicologia clinica è drammatica. Negli ultimi decenni questi sono stati oggetto di drastici tagli di fondi e gran parte del personale pensionato non è stato sostituito. A oggi chi necessità di psicoterapia deve quasi necessariamente rivolgersi ai professionisti privati a fronte di un esborso significativo e soprattutto continuativo, che molti, a maggior ragione di questi tempi, non possono permettersi. Il Governo attuale sembra aver ignorato tale problematica, destinando fondi a quasi tutto tranne che all’aumento dell’organico di psicologi nel Sistema Sanitario Nazionale. In risposta a questa clamorosa lacuna si sono mobilitati sia l’Ordine Nazionale che i vari Ordini Regionali degli Psicologi, pare ottenendo un emendamento del “decreto rilancio” che comprenda anche il potenziamento di suddetti servizi. Se poi questo si tradurrà in pratica, ovvero in un buon numero di concorsi per il reclutamento di colleghi in tempi brevi, è tutto da vedersi, ma almeno un piccolo riconoscimento c’è stato. Vedremo se e quale sarà l’evoluzione nei prossimi mesi, ma ci auguriamo che questo periodo drammatico sia servito a far comprendere l’importanza di garantire a tutti l’assistenza psicologica e porti nuova linfa ai servizi pubblici dedicati. Il cambio di modalità nell’erogazione dei servizi Viste le limitazioni imposte dall’epidemia e in particolare la necessità di distanziamento sociale, in questi mesi la maggior parte degli psicologi clinici e psicoterapeuti ha iniziato ad utilizzare strumenti per la videoconferenza al fine di mantenere un contatto con i propri utenti. Ciò ha consentito anche ai clinici più scettici di sperimentarsi in un nuovo modo di condurre le sedute, scoprendo che sono quasi equivalenti a quelle in presenza, anche se certe tecniche non possono essere utilizzate se non snaturandole e si perdono tutta una serie di indicatori non verbali (es. la postura corporea) che sono importanti nella gestione della relazione terapeutica. Anche le ricerche che sono state condotte riguardo alla soddisfazione percepita sia dei terapeuti che dei pazienti sembra che siano molto incoraggianti. C’è quindi da aspettarsi che nel prossimo futuro, sia per il perdurare di alcune limitazioni, sia soprattutto perché ci si è abituati a un nuovo modo di fare psicoterapia, vi sia un aumento della richiesta e dell’offerta di servizi psicologici online, cui volenti o nolenti i professionisti dovranno adeguarsi per rimanere competitivi.
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Search-ME - Erickson 3 Psicologia
Il CIGI è un metodo da utilizzare in contesti residenziali psichiatrici che si è mostrato efficace nel ridurre l’intensità assistenziale e sviluppare forme di autonomia personale
Il CIGI (Combined Individual and Group Intervention) è un intervento disegnato per un uso nei contesti residenziali psichiatrici a diversa intensità assistenziale che segue le indicazioni dell’OMS sulla riabilitazione psicosociale e sull’empowerment delle persone con disturbi mentali. L’OMS definisce la riabilitazione psicosociale “un processo orientato al raggiungimento di un livello ottimale di funzionamento indipendente in persone con disturbi mentali” che aiuta una persona a “saper scegliere dove vivere, lavorare, studiare con il minimo aiuto professionale, tenuto conto del livello di partenza” e che prevede “sia un lavoro di miglioramento delle abilità personali sia cambiamenti ambientali”. Questi principi sono stati ripresi successivamente nel documento OMS sull’empowerment, nel quale viene ribadito il valore terapeutico della partecipazione dell’utente alle decisioni che riguardano la propria vita, la propria salute e la scelta degli obiettivi da raggiungere. In linea con le indicazioni dell’OMS, il CIGI promuove la partecipazione delle persone con disturbi mentali all’autogestione di una parte dell’intervento riabilitativo, combinando un lavoro con il singolo utente e un intervento di gruppo sul contesto di riferimento. Nel caso di persone che sono ospiti di strutture residenziali, il contesto di riferimento è rappresentato principalmente dagli altri ospiti con disturbi mentali e dallo staff. Le strutture per persone con disturbi mentali in Italia In Italia, in base ai dati del Sistema Informativo Salute Mentale vi sono 2.346 strutture residenziali - pubbliche o private in convenzione con i Dipartimenti di Salute Mentale - nelle quali sono ospitate in totale 32.515 persone. In queste strutture, che ospitano fino a 20 persone con disturbi mentali e bassa autonomia funzionale per una durata media di 816 giorni, possono svilupparsi sia relazioni facilitanti il percorso riabilitativo che situazioni conflittuali, di fatto stressanti sia per gli ospiti che per gli operatori. La presenza continua di personale – il 78% delle persone si trova in strutture ad alta intensità assistenziale con operatori presenti h24 – può in alcuni casi ostacolare l'acquisizione da parte degli ospiti di quelle abilità utili nella vita quotidiana e a lungo andare può rallentare il passaggio a soluzioni abitative più indipendenti e il ritorno a casa degli utenti. Inoltre, lo scetticismo degli operatori in merito alle capacità di persone con disturbi mentali di lunga durata di partecipare a programmi riabilitativi intensivi può portare le equipe a coinvolgere poco gli ospiti nella scelta di obiettivi individuali, aumentando il rischio di attività passivizzanti. Caratteristiche principali del CIGI Il CIGI parte dalla convinzione che anche persone con disturbi mentali associati ad alto livello di compromissione nelle abilità di vita indipendente possano diventare più autonome e raggiungere obiettivi personali importanti dal loro punto di vista, se messe nelle condizioni di decidere su aspetti rilevanti della propria vita ed essere parte attiva nel contesto di riferimento. L’intervento si sviluppa su due livelli da svolgersi contemporaneamente: un livello individuale, che coinvolge il singolo utente con un operatore di riferimento, e un livello di gruppo, che prevede incontri tra ospiti e operatori, riunioni di soli ospiti autogestite e riunioni organizzative/di revisione tra pari dell’equipe. Le principali componenti del CIGI derivano a loro volta da interventi di provata efficacia. La parte individuale è stata sviluppata a partire dal VADO – Valutazione di Abilità e Definizione di Obiettivi (Morosini et al., 1998), mentre la parte di gruppo si basa anche su alcune componenti dell’intervento psicoeducativo familiare (Falloon, 1993). Gli effetti dell’intervento, utilizzato in strutture residenziali e gruppi appartamento del DSM di Modena (8 strutture, N=55) per due anni sono stati molto positivi in termini di riduzione della disabilità e dell’intensità assistenziale richiesta rispetto a quanto osservato in un gruppo di controllo che riceveva un intervento riabilitativo standard (5 strutture, N=41). In particolare, rispetto all’inizio dell’intervento, il 31% delle persone in strutture CIGI vs. 0 persone in strutture di controllo dopo due anni risiedevano in strutture a più bassa intensità assistenziale o erano tornate a vivere a casa propria. Anche esperienze successive di uso nella routine – seppure non documentate in modo sistematico – confermano l’utilità dell’approccio nei contesti residenziali e semi-residenziali. Il libro sul CIGI Il manuale “CIGI - Intervento riabilitativo combinato nei contesti residenziali psichiatrici” è centrato sullo sviluppo di programmi riabilitativi empowerment-oriented in contesti residenziali ad alta e media intensità e fornisce inoltre indicazioni per un uso del CIGI in contesti abitativi a intensità assistenziale bassa o quasi assente e nei centri diurni. Una parte specifica del manuale, inoltre, è dedicata alla formazione e all’auto-formazione delle equipe all’intervento. Nel manuale inoltre sono riportati tutti gli strumenti necessari per realizzare l’intervento, liberamente scaricabili dal sito della Erickson utilizzando un codice incluso nel manuale. Completa il volume un’Appendice con esempi d’uso degli strumenti e testimonianze di operatori e utenti. L’intervento CIGI può risultare utile per ripensare gli interventi e le condizioni abitative da garantire alle persone con disturbi mentali, soprattutto a quelle con più bassa autonomia funzionale, e per facilitare la transizione a forme di residenzialità più leggera o del tutto autonoma.
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Search-ME - Erickson 4 Psicoterapia
Le restrizioni attuali obbligano terapeuti e pazienti a utilizzare mezzi di comunicazione in sostituzione delle sedute vis à vis. Ciò implica un adattamento, ma non possiamo escludere che la video-seduta diventi lo standard del futuro.
Quando il Coronavirus è apparso in Cina a dicembre, nessuno in Europa o in America si è sentito minacciato né preoccupato. Agli occhi di tutti sembrava un evento lontano. Neppure le Istituzioni europee sembravano vedere pericoli imminenti. Invece, la situazione è drammaticamente precipitata e improvvisamente la vita è drasticamente cambiata per tutti. Siamo stati costretti a una rapida rimodulazione delle nostre abitudini quotidiane. Da un giorno all’altro, sono state seriamente limitate le nostre libertà personali, non potendo più uscire di casa se non in caso di stretta necessità. L’impatto che questo ha avuto sulla maggioranza delle nostre attività, compreso quelle lavorative, è stato impressionante, senza considerare le conseguenze psicologiche che ci saranno quando l’emergenza sarà terminata. L’impatto del Coronavirus sulla psicoterapia Anche gli psicoterapeuti e i loro pazienti hanno dovuto fare i conti con il Covid-19. Da un lato la psicoterapia, essendo attività sanitaria, non poteva essere sospesa; dall’altro doveva tenere conto delle necessità di tutelare il terapeuta e il paziente dal rischio di contagio. In questo senso l’Ordine Nazionale degli Psicologi ha dato chiara indicazione di promuovere l’uso degli strumenti digitali per continuare l’erogazione delle sedute psicoterapeutiche, invitando all’uso di software adeguati per le videochiamate. Il passaggio dalla seduta tradizionale - vis à vis - a quella attraverso lo schermo di un computer ha un impatto molto significativo, che obbliga in qualche modo il terapeuta e il paziente a un cambiamento nelle modalità di gestione della stessa. La presa in carico di nuovi pazienti Difficile immaginare in questo momento particolare l’avvio di vere e proprie terapie psicologiche senza aver mai conosciuto prima il paziente. Non a caso, l’indicazione è per il momento di limitarsi a fornire supporto emotivo a chi in questo momento necessita di un aiuto psicologico. In questo senso, da parte di diverse istituzioni pubbliche o private, sono stati attivati servizi di supporto telefonico o in videochiamata, generalmente gratuiti, che prevedono una o poche sessioni, con lo scopo di dare brevi, generiche e immediate indicazioni per affrontare emotivamente la situazione. Il passaggio alla psicoterapia online Per le psicoterapie che erano già in corso, la maggior parte dei colleghi hanno cercato di proporre una temporanea prosecuzione degli incontri tramite videochat. Vediamo quali possono essere alcuni accorgimenti necessari o utili per affrontare al meglio questa necessaria trasformazione. La prima considerazione che vale la pena fare è che l’uso degli strumenti di videochiamata deve essere considerato e proposto in modo esplicito come temporaneo, rappresentando al momento la soluzione più adeguata per continuare il lavoro terapeutico. Inoltre è importante che il terapeuta esplori tutte le remore che il paziente può avere circa l’uso di questi software. Molti infatti sono diffidenti circa la possibilità di mantenere la medesima atmosfera delle sedute vis à vis. Preoccupazione legittima e comprensibile che va accolta senza forzare nessuno. È importante però che il clinico cerchi di spiegare l’importanza della continuità del lavoro terapeutico, anche attraverso l’uso della videochiamata. Le peculiarità del setting online Una volta stabilito e accordato il nuovo setting è importante che vengano presi in considerazione alcuni punti. Un potenziale rischio è che il clima domestico possa influenzare la seduta stessa. Deve essere invece chiaro che il fatto di essere a casa propria non significa potersi presentarsi in pigiama alla seduta. Sarebbe opportuno che il terapeuta andasse comunque nel proprio studio, mantenendo gli stessi standard e gli stessi comportamenti di una seduta convenzionale, e che il paziente affrontasse la videoseduta abbigliato come di consueto, avendo premura di mettersi in una stanza adeguata per poter svolgere la seduta in tranquillità e con privacy. Se, ad esempio, vive con altre persone, dovrà chiedere di non essere disturbato durante la seduta. Stabilito un setting appropriato, è importante, per il mantenimento della continuità della terapia, che il terapeuta cerchi di non cambiare troppo la struttura o le tecniche solitamente impiegate nella terapia. Infatti, la quasi totalità delle tecniche (in questa sede mi riferisco alla psicoterapia cognitivo comportamentale) può essere utilizzata anche tramite videochat. Una terapia a distanza deve comunque prevedere una maggior direttività del terapeuta nello svolgimento della seduta, poiché sono più alti i rischi di distrazione sia per il terapeuta stesso che per il paziente. Questo vuol dire che il primo deve cercare di organizzare la seduta con strumenti e tecniche definiti e chiari. Sarebbe opportuno che le sedute avessero un loro ordine del giorno, che il paziente prendesse appunti su quanto emerge durante le sedute e che venissero condivisi compiti tra una sessione e l’altra. Vantaggi e svantaggi della terapia online Pur desiderando tutti un rapido ritorno alla normalità e dunque anche alle sedute tradizionali, non possiamo non valutare i pro e contro dell’uso della tecnologia per lo svolgimento della psicoterapia. È possibile affermare che il vantaggio più evidente è l’immediatezza dell’accesso a una risorsa importante come la psicoterapia. Poter ricevere supporto e psicoterapia anche se impossibilitati allo spostamento (magari, in questa fase, perché in quarantena) o perché residenti in aree geografiche svantaggiate è sicuramente un punto di forza eccezionale di questo nuovo modo di fare psicoterapia. Inoltre, anche al di là dell’attuale momento, è uno strumento che potrebbe permettere l’accesso alla psicoterapia a soggetti con particolari difficoltà relazionali, come le persone che presentano ritiro sociale. Lo svantaggio più evidente, a mio avviso, è rappresentato dalla mancanza del contatto diretto tra paziente e terapeuta. Infatti la nostra specie, come ben evidenziato dalla psicologia evoluzionista, ha bisogno di creare relazioni e ha bisogno di socialità diretta, cioè di contatto umano. Tale bisogno è ancora più evidente quando una persona è sofferente e cerca accudimento. Questo è forse l’aspetto che rende più difficile l’utilizzo delle videochiamate in terapia e rende le persone poco inclini o tendenzialmente diffidenti verso questa pratica. E in futuro? Nonostante tutto, è evidente che la digitalizzazione della vita quotidiana ha portato cambiamenti nelle abitudini personali ed è altamente probabile che, in futuro, anche la psicoterapia dovrà tenere conto di questi cambiamenti. Possiamo quindi aspettarci che la pratica della videochiamata possa diventare diffusa e usuale nel futuro, superando l’innata diffidenza accennata prima; forse potrà diventare una pratica che permetterà di offrire aiuto e supporto psicologico a persone che non sarebbero state in grado, perché impossibilitate o perché impaurite, di recarsi presso lo studio di uno psicoterapeuta. In fondo, noi esseri umani ci siamo adattati, nel corso della nostra evoluzione, a tutti i cambiamenti che noi stessi ci siamo imposti. Non c’è motivo di dubitare che ci adatteremo anche alla psicoterapia via internet.
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Search-ME - Erickson 5 Psicologia
Come le nuove tecnologie hanno cambiato il nostro rapporto con gli altri
Restare da soli — a volte — può essere un piacere, ma la tecnologia e i social network hanno cambiato le regole che governano le nostre vite pubbliche e private, modificando anche il modo in cui viviamo le nostre esperienze di isolamento e di solitudine. Il gruppo di ricerca dell’Australian Relationship Queensland ha rivelato che tra tecnologia e solitudine esiste un collegamento reale: più del 42% della popolazione del Queensland ha dichiarato di utilizzare almeno quattro strumenti di comunicazione web (Facebook, Twitter, blog, e-mail) ma ha lamentato al contempo di sentirsi più solo durante i periodi di uso dei social network. Sempre secondo queste ricerche, il «tasso di solitudine» muta al variare dell’età: la fascia 25-34 anni, per esempio, è quella che avverte di più la solitudine, la fascia 18-24 anni è quella che ne accusa di meno.   La tecnologia ha prodotto nuove forme di socialità che stanno limitando la nostra intimità e trasformando le nostre esistenze. È una socialità molto legata allo strumento che determina, a causa dell’uso prolungato che ne facciamo (televisione, telefono cellulare, social network), in modo preponderante, la nostra vita di relazione e sociale   Anche se viviamo spesso ed esclusivamente in rapporto agli altri, ci troviamo sempre più soli con noi stessi. Se Anton Čechov sosteneva, a cavallo tra Ottocento e Novecento, che la vera felicità è impossibile senza la solitudine, bisogna valutare, nel millennio in corso, se possiamo considerare la «solitudine del networker» alla pari di quella vissuta e sperimentata dagli esseri umani prima dell’avvento di Internet, dei social media, degli smartphone e dei tablet. Così facendo andremo a ridefinire la socialità moderna e i modi con cui gli uomini agiscono per stabilire tra di loro relazioni sociali e vincere la loro solitudine individuale. Tutti sono online, ma la folla (una massa oggi rappresentata da miliardi di utenti con un loro profilo Facebook, Twitter, LinkedIn) che frequenta i social network non garantisce il superamento di quello stato di chiusura e isolamento che l’uomo moderno sperimenta. Le evidenze fin qui rilevate non danno risposte definitive al dubbio se sia la solitudine a spingere  le persone a usare sempre più la tecnologia o se sia invece quest’ultima a portare le persone a isolarsi sempre di più e a sperimentare nuove forme di ritiro. Probabilmente sono vere entrambe le possibilità: le nuove tecnologie ridefiniscono la solitudine che viviamo offrendoci nuove opportunità ma anche nuove angosce e frustrazioni.  
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Search-ME - Erickson 6 Psicologia
Punti di attenzione per un possibile ripensamento dei servizi
Come ormai sappiamo bene, l’emergenza Coronavirus ha influito sul benessere psicologico (e non solo) di tutta la popolazione e l’impatto dei mesi appena trascorsi - ma anche delle fasi successive - avrà necessariamente delle ricadute anche sui Dipartimenti di salute mentale (DSM). Provo di seguito a proporre alcuni punti di attenzione di cui i servizi dovranno tenere conto. Attenzione ai giovani Le principali conseguenze psicologiche dell’emergenza Covid riguardano disturbi di ansia, depressione e, nel caso di situazioni luttuose legate al virus, disturbi post-traumatici. Tuttavia, se pensiamo alla nostra popolazione più giovane, emergono ulteriori difficoltà. La chiusura di scuole e università e l’imposizione del distanziamento sociale ha impedito ai ragazzi di frequentare gli abituali luoghi di istruzione e socializzazione originando o enfatizzando forme di sofferenza psicologica che in molti casi perdurano. Inoltre adolescenti e ragazzi si trovano di fronte a prospettive incerte rispetto al loro futuro, anche immediato. Alcuni dati confermano che nei giovani, soprattutto ragazze, è stato rilevato durante il lockdown un aumento nell’assunzione di alcolici. Inoltre, il lockdown non ha fermato (anzi) la diffusione delle smart drugs o new drugs, estremamente varie, reperibili facilmente anche online e difficilmente individuabili attraverso le analisi consuete. Per i Dipartimenti di salute mentale sarà fondamentale tenere conto di questi fenomeni, nell’ottica di mettere in campo risposte efficaci caratterizzate da valutazione e intervento precoci, con l’eventuale introduzione di nuove terapie evidence-based. Prevenzione e intervento precoce La necessità di riorganizzare gli interventi in termini preventivi e precoci non è un compito semplice per i DSM per due motivi principali. In primo luogo, se andiamo a riflettere sull’organizzazione dei DSM, sappiamo che è difficile avere un panorama unitario: questi servizi, così come altri, risentono delle politiche aziendali e rispecchiano la variabilità delle singole ASL e delle linee guida regionali. Inoltre, si tratta di organizzazioni originariamente costituite a fronte della chiusura degli ospedali psichiatrici e tarate sull’affrontare la malattia mentale nelle forme adulte, stabilizzate o in via di stabilizzazione. Tuttavia proprio l’emergenza Covid ha suggerito alcune innovazioni tecnologiche o nella gestione delle informazioni che porterebbero a riorganizzare i DSM in una nuova ottica. Ad esempio, andrebbero approfonditi e strutturati gli interventi di terapia o riabilitazione a distanza, che si sono dimostrati molto utili in ambito sanitario ma che raramente sono finanziati da risorse pubbliche. Inoltre le proposte in ambito preventivo dovrebbero utilizzare in modo efficace tutti gli strumenti di comunicazione online (social media in primis) per avvicinarsi davvero ai più giovani. Personale adeguato e formato I Dipartimenti di salute mentale si poggiano su un organico numericamente e qualitativamente inadeguato. Psicologi, medici e altre figure professionali sociosanitarie risentono, tra le altre cose, del blocco del turnover a cui la sanità è stata sottoposta negli ultimi anni. Anche nel settore psichiatrico abbiamo molti professionisti vicini al pensionamento che probabilmente non saranno opportunamente sostituiti. A questo si aggiungono questioni più specifiche, si veda ad esempio il dibattito sull’accesso alla psicoterapia nel sistema sanitario pubblico. I professionisti devono inoltre poter sviluppare nuovi strumenti e un genuino interesse all’aggiornamento continuo. Per far fronte alle nuove sfide, la formazione deve potenziare le competenze dei professionisti in un’ottica di intervento precoce, di attenzione alle popolazioni giovanili, di indicazioni evidence-based per orientare i trattamenti psichiatrici, in particolare in riferimento ai casi più gravi o alla comorbidità. Ci aspetta quindi un periodo importante e sfidante, in cui ripensare il sistema dei servizi di salute mentale non significherà rivoluzionarlo ma certamente riorganizzarlo in virtù della necessità di nuove risposte alle mutate esigenze della popolazione.
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