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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
Il punto di vista di Lella Palladino, presidente di D.i.Re, sulla nuova legge
A luglio 2019, il Codice Rosso, ossia il piano per la tutela delle vittime di violenza domestica e di genere promosso dal governo Conte, è diventato legge. Tra le novità principali, troviamo l’introduzione di tempi più rapidi per l’avvio dell’iter giudiziario a seguito di una denuncia, l’inasprimento delle pene per i reati sessuali, la previsione di nuovi reati come il revenge porn e lo sfregio al viso. Novità legislative positive, dunque, per le donne vittime di violenza? Secondo Lella Palladino - presidente di D.i.Re, ossia “Donne in rete contro la violenza”, che dal 1991 gestisce 115 centri antiviolenza e 55 case rifugio su tutto il territorio nazionale - in realtà no. Palladino è molto critica per il mancato coinvolgimento nel disegno di legge di tutte le realtà che lavorano in difesa delle donne vittime di violenza (dagli esperti, alle associazioni, al Csm), oltreché per il rigetto di tutti gli emendamenti delle opposizioni. Nel merito, ritiene poi insoddisfacenti molti aspetti del nuovo Codice Rosso.    In un’intervista rilasciata a Repubblica, Palladino sottolinea in particolare il mancato investimento sulla formazione di personale preparato ad ascoltare la donna nel momento della denuncia: «L'importante è che la donna sia ascoltata da chi ha strumenti per capire e purtroppo manca personale preparato in tutti i settori». Dando uno sguardo ai dati della Commissione d’inchiesta sul femminicidio, un quarto delle denunce viene archiviato, mentre il 50% circa dei processi avviati si conclude con un’assoluzione. La presidente di D.i.Re non vede positivamente la previsione dei 3 giorni dalla denuncia per l’ascolto della donna da parte di un magistrato, in quanto teme che questa misura si traduca in un boomerang per la donna, con provvedimenti presi in fretta senza concedere alla donna il tempo di mettersi in sicurezza dalla violenza e senza evitarle la continua ripetizione del racconto - un fatto che si configura come rivittimizzazione secondaria.    Palladino non mostra di apprezzare nemmeno l’aumento dei fondi per la prevenzione della violenza sulle donne, passati da 30 a 37 milioni di euro, in quanto sostiene che i fondi per i centri antiviolenza e per le case rifugio, ammesso che arrivino - poiché spesso finiscono per essere trattenuti nelle casse pubbliche - quando arrivano vengono distribuiti con criteri che si sono dimostrati molto variabili da una regione all’altra o addirittura escludenti per i centri di provata esperienza. Insomma, il lavoro delle associazioni che si occupano di tutelare e accogliere le donne in fuga dal dramma della violenza andrà avanti, ma questa legge non aiuta, o aiuta troppo poco.  AL CONVEGNO "AFFRONTARE LA VIOLENZA SULLE DONNE" Lella Palladino sarà relatrice al Convegno in programma a Trento il 17 e 18 ottobre, dove affronterà il tema del lavoro di rete per attuare un aiuto efficace verso le donne vittime di violenza. 
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Search-ME - Erickson 2 Psicoterapia
Le restrizioni attuali obbligano terapeuti e pazienti a utilizzare mezzi di comunicazione in sostituzione delle sedute vis à vis. Ciò implica un adattamento, ma non possiamo escludere che la video-seduta diventi lo standard del futuro.
Quando il Coronavirus è apparso in Cina a dicembre, nessuno in Europa o in America si è sentito minacciato né preoccupato. Agli occhi di tutti sembrava un evento lontano. Neppure le Istituzioni europee sembravano vedere pericoli imminenti. Invece, la situazione è drammaticamente precipitata e improvvisamente la vita è drasticamente cambiata per tutti. Siamo stati costretti a una rapida rimodulazione delle nostre abitudini quotidiane. Da un giorno all’altro, sono state seriamente limitate le nostre libertà personali, non potendo più uscire di casa se non in caso di stretta necessità. L’impatto che questo ha avuto sulla maggioranza delle nostre attività, compreso quelle lavorative, è stato impressionante, senza considerare le conseguenze psicologiche che ci saranno quando l’emergenza sarà terminata. L’impatto del Coronavirus sulla psicoterapia Anche gli psicoterapeuti e i loro pazienti hanno dovuto fare i conti con il Covid-19. Da un lato la psicoterapia, essendo attività sanitaria, non poteva essere sospesa; dall’altro doveva tenere conto delle necessità di tutelare il terapeuta e il paziente dal rischio di contagio. In questo senso l’Ordine Nazionale degli Psicologi ha dato chiara indicazione di promuovere l’uso degli strumenti digitali per continuare l’erogazione delle sedute psicoterapeutiche, invitando all’uso di software adeguati per le videochiamate. Il passaggio dalla seduta tradizionale - vis à vis - a quella attraverso lo schermo di un computer ha un impatto molto significativo, che obbliga in qualche modo il terapeuta e il paziente a un cambiamento nelle modalità di gestione della stessa. La presa in carico di nuovi pazienti Difficile immaginare in questo momento particolare l’avvio di vere e proprie terapie psicologiche senza aver mai conosciuto prima il paziente. Non a caso, l’indicazione è per il momento di limitarsi a fornire supporto emotivo a chi in questo momento necessita di un aiuto psicologico. In questo senso, da parte di diverse istituzioni pubbliche o private, sono stati attivati servizi di supporto telefonico o in videochiamata, generalmente gratuiti, che prevedono una o poche sessioni, con lo scopo di dare brevi, generiche e immediate indicazioni per affrontare emotivamente la situazione. Il passaggio alla psicoterapia online Per le psicoterapie che erano già in corso, la maggior parte dei colleghi hanno cercato di proporre una temporanea prosecuzione degli incontri tramite videochat. Vediamo quali possono essere alcuni accorgimenti necessari o utili per affrontare al meglio questa necessaria trasformazione. La prima considerazione che vale la pena fare è che l’uso degli strumenti di videochiamata deve essere considerato e proposto in modo esplicito come temporaneo, rappresentando al momento la soluzione più adeguata per continuare il lavoro terapeutico. Inoltre è importante che il terapeuta esplori tutte le remore che il paziente può avere circa l’uso di questi software. Molti infatti sono diffidenti circa la possibilità di mantenere la medesima atmosfera delle sedute vis à vis. Preoccupazione legittima e comprensibile che va accolta senza forzare nessuno. È importante però che il clinico cerchi di spiegare l’importanza della continuità del lavoro terapeutico, anche attraverso l’uso della videochiamata. Le peculiarità del setting online Una volta stabilito e accordato il nuovo setting è importante che vengano presi in considerazione alcuni punti. Un potenziale rischio è che il clima domestico possa influenzare la seduta stessa. Deve essere invece chiaro che il fatto di essere a casa propria non significa potersi presentarsi in pigiama alla seduta. Sarebbe opportuno che il terapeuta andasse comunque nel proprio studio, mantenendo gli stessi standard e gli stessi comportamenti di una seduta convenzionale, e che il paziente affrontasse la videoseduta abbigliato come di consueto, avendo premura di mettersi in una stanza adeguata per poter svolgere la seduta in tranquillità e con privacy. Se, ad esempio, vive con altre persone, dovrà chiedere di non essere disturbato durante la seduta. Stabilito un setting appropriato, è importante, per il mantenimento della continuità della terapia, che il terapeuta cerchi di non cambiare troppo la struttura o le tecniche solitamente impiegate nella terapia. Infatti, la quasi totalità delle tecniche (in questa sede mi riferisco alla psicoterapia cognitivo comportamentale) può essere utilizzata anche tramite videochat. Una terapia a distanza deve comunque prevedere una maggior direttività del terapeuta nello svolgimento della seduta, poiché sono più alti i rischi di distrazione sia per il terapeuta stesso che per il paziente. Questo vuol dire che il primo deve cercare di organizzare la seduta con strumenti e tecniche definiti e chiari. Sarebbe opportuno che le sedute avessero un loro ordine del giorno, che il paziente prendesse appunti su quanto emerge durante le sedute e che venissero condivisi compiti tra una sessione e l’altra. Vantaggi e svantaggi della terapia online Pur desiderando tutti un rapido ritorno alla normalità e dunque anche alle sedute tradizionali, non possiamo non valutare i pro e contro dell’uso della tecnologia per lo svolgimento della psicoterapia. È possibile affermare che il vantaggio più evidente è l’immediatezza dell’accesso a una risorsa importante come la psicoterapia. Poter ricevere supporto e psicoterapia anche se impossibilitati allo spostamento (magari, in questa fase, perché in quarantena) o perché residenti in aree geografiche svantaggiate è sicuramente un punto di forza eccezionale di questo nuovo modo di fare psicoterapia. Inoltre, anche al di là dell’attuale momento, è uno strumento che potrebbe permettere l’accesso alla psicoterapia a soggetti con particolari difficoltà relazionali, come le persone che presentano ritiro sociale. Lo svantaggio più evidente, a mio avviso, è rappresentato dalla mancanza del contatto diretto tra paziente e terapeuta. Infatti la nostra specie, come ben evidenziato dalla psicologia evoluzionista, ha bisogno di creare relazioni e ha bisogno di socialità diretta, cioè di contatto umano. Tale bisogno è ancora più evidente quando una persona è sofferente e cerca accudimento. Questo è forse l’aspetto che rende più difficile l’utilizzo delle videochiamate in terapia e rende le persone poco inclini o tendenzialmente diffidenti verso questa pratica. E in futuro? Nonostante tutto, è evidente che la digitalizzazione della vita quotidiana ha portato cambiamenti nelle abitudini personali ed è altamente probabile che, in futuro, anche la psicoterapia dovrà tenere conto di questi cambiamenti. Possiamo quindi aspettarci che la pratica della videochiamata possa diventare diffusa e usuale nel futuro, superando l’innata diffidenza accennata prima; forse potrà diventare una pratica che permetterà di offrire aiuto e supporto psicologico a persone che non sarebbero state in grado, perché impossibilitate o perché impaurite, di recarsi presso lo studio di uno psicoterapeuta. In fondo, noi esseri umani ci siamo adattati, nel corso della nostra evoluzione, a tutti i cambiamenti che noi stessi ci siamo imposti. Non c’è motivo di dubitare che ci adatteremo anche alla psicoterapia via internet.
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Search-ME - Erickson 3 Psicologia
Tre possibili insegnamenti di questa pandemia sulla malattia mentale e sul disagio psichico
Il fatto è - scriveva qualche giorno fa Jen Gunter sul New York Times - che questo coronavirus è talmente una cosa nuova, che semplicemente non sappiamo neanche cosa non sappiamo. Ecco, finalmente, un commento saggio su un argomento sul quale si è spesa sui media ogni parola possibile, dagli allarmismi più insensati, ai consigli new age per il gusto della riscoperta del tempo, e dei poteri taumaturgici della pasta fatta in casa. Dovremmo, infatti, ammettere che una cosa è chiara più di tutte: nessuno sa esattamente cosa comporti, dal punto di vista dell’impatto psicologico sui bambini e sulle famiglie, questo strano e catastrofico esperimento sociale. Certo, a prima vista tutti concordano sul fatto che a partirne di più, come sempre, sono e saranno i più deboli e i più poveri. Poveri in mezzi, risorse personali e psicologiche. Basti banalmente pensare che la meravigliosa esperienza della scuola online chiede alle famiglie non solo una connessione alla rete, ma anche tanti dispositivi quanti sono i figli. Diritto allo studio sì, ma proporzionale al numero di tablet e pc. Non solo. Che ne è poi dei bambini con disabilità intellettive, disturbi dell’apprendimento, dell’attenzione, per citare solo i tipi (forse) più banali e lineari di difficoltà evolutive? Chiunque prima della crisi affidasse la gestione di delicati equilibri familiari all'ausilio di personale specializzato, a supporti educativi e psicologici esterni si trova oggi improvvisamente sguarnito e solo. E la solitudine sarà tanto più insidiosa quanto minori saranno i mezzi e le risorse della famiglia, e le fragilità di partenza del bambino e del suo mondo affettivo. Quando tuttavia si guardano le cose da vicino, si scoprono anche alcuni fenomeni che danno nuova luce alle cosiddette conseguenze psicologiche della pandemia. Per esempio, da circa quindici anni gli Hikikomori – i ragazzetti giapponesi che si votano alla clausura telematica nella loro cameretta - erano divenuti the “new thing” degli psicopatologi, e il ritiro sociale dell’adolescente era diventato la nuova grande sfida delle scienze medico psichiatriche. È bastato il batter d’ali del nuovo flagello per cambiare in un istante lo spettro dei valori attraverso cui giudichiamo la desiderabilità dei comportamenti delle persone, per mettere a nudo - una volta di più – che le cose che chiamiamo con tanta enfasi “malattie mentali”, non sono quasi mai oggetti fisici del mondo (come lo è la frattura della tibia o la polmonite interstiziale), non sono invarianti universali sempre uguali in ogni tempo e luogo, ma sono per lo più costrutti socioculturali, largamente determinati dai valori dominanti del contesto. In men che non si dica l’osteggiato ritiro sociale, meritevole di ogni più incisivo e forzoso intervento trattamentale, educativo e psicofarmacologico, è divenuta la qualità personologica più adattiva della nuova socialità distanziata. E che dire dell’agguerrita schiera degli esperti del trauma psichico? Pronti a difendere l’idea che anche il più minuscolo degli eventi avversi - se soggettivamente percepito come minaccioso e “traumatico” - assurge a patologia ed è dunque meritevole di ogni opportuno trattamento specializzato, oggi si confrontano con un dilemma tanto banale quanto definitivo. Che ne è di questa nozione individualista e consumista del trauma, buona anzi buonissima per il marketing di prodotti sanitari e rimedi a buon mercato, quando il fatto traumatico colpisce tutti, grandi e piccoli, in egual misura, su scala planetaria? È ancora un fatto traumatico? Siamo dunque tutti traumatizzati? Oppure dovremmo semplicemente accettare l’idea che questo fatto – intrinsecamente catastrofico - suggerisce che gli eventi avversi possono assumere una valenza “protettiva” proprio nella misura in cui abbandoniamo ogni prospettiva individualistica della sofferenza e recuperiamo una qualche idea solida e condivisa di collettività?  Questi esempi ci invitano a riflettere su almeno tre possibili insegnamenti. Il primo è che se le categorie con cui distinguiamo i soggetti normali da quelli che hanno problemi psichici  funzionano male in situazioni nelle quali mutano radicalmente le regole di convivenza sociale, questo ci deve ricordare che la malattia mentale non è un concetto assoluto, ma in larga parte relativo. Per quanto la psichiatria si orienti sempre più nella direzione di medicalizzare il suo sapere, questo tentativo è fallito ormai su molti fronti e l’attuale passaggio storico lo ricorda una volta di più. Il secondo insegnamento, strettamente connesso al primo, è che il concetto medicale della sofferenza psichica contiene un’altra aberrazione particolarmente problematica, specie per i bambini e gli adolescenti, e cioè che rappresenta la sofferenza psichica come un problema puramente individuale, come un accidente che accade a una persona. Una malattia appunto, come la frattura della tibia e la polmonite interstiziale da covid.  La pandemia mostra invece, una volta di più, che il confine mutevole tra star bene e star male è frutto di continue negoziazioni collettive. Nasce al confine tra fattori protettivi, punti di forza, problemi e fattori di rischio, e nessuno di questi fattori è sempre universalmente tale in ogni luogo. Attiene dunque a valori di cui siamo poco consapevoli, che sono continuamente rimodulati e prendono senso solo all'interno di tipi contingenti e storicizzati di possibili relazioni sociali. Così, esattamente come in un qualsiasi episodio della serie Black Mirror, scopriamo che basta spingerci solo un passo oltre la soglia delle nostre routine e dei nostri modi di convivenza sociale, perché perda improvvisamente senso ciò che normalmente consideriamo strano, aberrante e anormale. Il terzo insegnamento ci riconduce al punto di partenza. Alle cose che non sappiamo di non sapere. Il senso profondo di dubbio, disorientamento e incertezza in cui ci ha gettati questa vicenda invita tutti noi a riscoprire il valore della nostra profonda ignoranza, come un fattore positivo che sappia guidare i processi di conoscenza. Un invito a un’apertura rigorosa al dubbio e all'incertezza, uno stimolo a vivere l’ethos del nostro lavoro, sociale o clinico che sia, con un’attitudine mite e marginale. Ogni atto di responsabilità sociale si fonda sulla possibilità di accogliere le domande dell’altro, ma ciò è impossibile quando la nostra mente è già satura di risposte. 
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Search-ME - Erickson 4 Psicologia
Come le nuove tecnologie hanno cambiato il nostro rapporto con gli altri
Restare da soli — a volte — può essere un piacere, ma la tecnologia e i social network hanno cambiato le regole che governano le nostre vite pubbliche e private, modificando anche il modo in cui viviamo le nostre esperienze di isolamento e di solitudine. Il gruppo di ricerca dell’Australian Relationship Queensland ha rivelato che tra tecnologia e solitudine esiste un collegamento reale: più del 42% della popolazione del Queensland ha dichiarato di utilizzare almeno quattro strumenti di comunicazione web (Facebook, Twitter, blog, e-mail) ma ha lamentato al contempo di sentirsi più solo durante i periodi di uso dei social network. Sempre secondo queste ricerche, il «tasso di solitudine» muta al variare dell’età: la fascia 25-34 anni, per esempio, è quella che avverte di più la solitudine, la fascia 18-24 anni è quella che ne accusa di meno.   La tecnologia ha prodotto nuove forme di socialità che stanno limitando la nostra intimità e trasformando le nostre esistenze. È una socialità molto legata allo strumento che determina, a causa dell’uso prolungato che ne facciamo (televisione, telefono cellulare, social network), in modo preponderante, la nostra vita di relazione e sociale   Anche se viviamo spesso ed esclusivamente in rapporto agli altri, ci troviamo sempre più soli con noi stessi. Se Anton Čechov sosteneva, a cavallo tra Ottocento e Novecento, che la vera felicità è impossibile senza la solitudine, bisogna valutare, nel millennio in corso, se possiamo considerare la «solitudine del networker» alla pari di quella vissuta e sperimentata dagli esseri umani prima dell’avvento di Internet, dei social media, degli smartphone e dei tablet. Così facendo andremo a ridefinire la socialità moderna e i modi con cui gli uomini agiscono per stabilire tra di loro relazioni sociali e vincere la loro solitudine individuale. Tutti sono online, ma la folla (una massa oggi rappresentata da miliardi di utenti con un loro profilo Facebook, Twitter, LinkedIn) che frequenta i social network non garantisce il superamento di quello stato di chiusura e isolamento che l’uomo moderno sperimenta. Le evidenze fin qui rilevate non danno risposte definitive al dubbio se sia la solitudine a spingere  le persone a usare sempre più la tecnologia o se sia invece quest’ultima a portare le persone a isolarsi sempre di più e a sperimentare nuove forme di ritiro. Probabilmente sono vere entrambe le possibilità: le nuove tecnologie ridefiniscono la solitudine che viviamo offrendoci nuove opportunità ma anche nuove angosce e frustrazioni.  
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Search-ME - Erickson 5 Psicologia clinica
Come intervenire e come affrontarle
Due donne su dieci soffrono di un disturbo affettivo durante la gravidanza e nel corso del primo anno dopo il parto. Oltre il 75% di queste donne non ricevono una diagnosi e un’attenzione adeguata. La mancata presa in carico di queste situazioni ha conseguenze significative sulla madre, sul bambino e sulla società in generale. Sulla base dell’esperienza clinica in psicologia materna perinatale, possiamo evidenziare le seguenti cinque situazioni di fragilità emotiva come meritevoli di attenzione, per intervenire in tempo prevenendo l’insorgenza di disturbi emotivi veri e propri. 1. Adattarsi ai cambiamenti che avvengono durante la gravidanza e il postparto non è facile Come tutte le fasi di transizione della vita, diventare mamma e papà può portare con sé fatiche e difficoltà anche inaspettate. Il mito della maternità come il momento più bello della vita, di amore assoluto tra madre e figlio non è realistico, per cui non ambire ad essere per forza felice, ad avere tutto sotto controllo, che tutto sia perfetto come te lo eri immaginato.   La realtà quotidiana di una donna in gravidanza o nel postparto è diversa dai cartelloni pubblicitari o dall’immagine ideale che ti eri prefigurata…e sai che c’è? Che questo è normale, la realtà non va sempre come ci piacerebbe e questo vale anche per la maternità. 2. Gli sbalzi d’umore, la labilità emotiva e l’ansia nel periodo perinatale possono essere normali, ma non sottovalutare come ti senti Se in gravidanza o dopo il parto ti senti triste, angosciata, ansiosa, se hai pensieri che ti preoccupano o che ti assillano tanto da procurarti ansia, evitamento, insonnia, e se questa condizione permane inalterata nel tempo per più di due settimane, parlane con il tuo compagno, e rivolgiti ad un professionista esperto di psicologia clinica e psicopatologia perinatale. È possibile che ciò sia dovuto ad un momento di stress reattivo ad eventi specifici o ai cambiamenti della maternità, ma potrebbe anche essere l’inizio di una difficoltà più importante che può, se trascurata, sfociare in un disturbo emotivo perinatale.   3. Attenzione ai fattori di rischio per la psicopatologia perinatale, non tutto passa da solo Ricorda che se hai sofferto di un disturbo d’ansia o depressivo o di altri disturbi psichici hai un maggior rischio di insorgenza di disturbi affettivi in gravidanza e /o nel postparto. Questo vale anche se i tuoi genitori, fratelli o nonni hanno sofferto di questo tipo di disturbi. Inoltre avere una relazione di coppia non soddisfacente, una gravidanza non desiderata o a rischio, eventi di vita stressanti, un lutto perinatale, scarso supporto sociale e del partner sono tutti fattori di ulteriore rischio che possono esporti all’insorgere di disturbi affettivi perinatali quali disturbi depressivi o disturbi d’ansia. Se ti trovi in una di queste situazioni, non rimandare, non tutto passa da solo. Parla con il tuo compagno di come ti senti, rivolgiti all’ostetrica, al medico, e ad un operatore esperto di psicologia clinica e psicopatologia perinatale. 4. Non esiste solo la depressione postpartum Per alcune donne sia in gravidanza che nel dopo parto si scatenano ansie e pensieri difficili da gestire ed accettare, ossessioni, attacchi di panico, vere e proprie fobie, difficoltà nel legame o nella gestione quotidiana del bambino, paura del parto e altre paure apparentemente esagerate e immotivate. Tutte queste situazioni spesso non coincidono con la diagnosi di depressione postpartum, ma assolutamente non vanno trascurate o ignorate perché hanno importanti conseguenze sulla salute mentale della mamma, del bambino e dell’intera famiglia. In tutte queste situazioni è importante che ciascuna di voi abbia la possibilità di poter parlare di quello che le sta accadendo e che possa chiedere e ricevere aiuto. 5. Tra mamma e bambino non è sempre amore a prima vista Per alcune donne la gravidanza e/o il postparto si configurano come un momento magico, ma per altre l’esperienza è ben diversa.   Ci possono essere sentimenti contrastanti sia verso la gravidanza che verso il bambino, spesso si tratta della sana ambivalenza che caratterizza ogni rapporto affettivo.   Ma se vi sembra di avere un rifiuto per il bimbo che portate in grembo o se dopo il parto vi sentite confuse dai sentimenti di rifiuto che a tratti provate verso vostro figlio, se avete paura di poter fare dei gesti inconsulti parlatene con il vostro compagno, con chi sentite che non vi giudica, ma se non vi sentite meglio non esitate a contattare un professionista esperto di psicologia clinica e psicopatologia perinatale. Vi potrà aiutare a capire di che aiuto avete bisogno e a rimettere ordine nel groviglio dei vostri affetti e delle vostre paure.
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Search-ME - Erickson 6 Genitori e figli
Un momento importante nella relazione tra genitori e figli che può diventare occasione di crescita
Capiterà a tutti i genitori di chiedersi “quando?” e “come?” svelare ai bambini la verità su Babbo Natale. Inutile dire che se esiste la perfetta ricetta dei biscottoni gingerman da mettere sull’albero di Natale non esiste un’altrettanta ricetta per svelare il segreto più grande ai nostri bambini, sono troppe le variabili in gioco. Ma forse ancora una volta, coloro i quali si sono dedicati allo studio della psicologia dello sviluppo, ci possono dare degli spunti di riflessione da integrare con valori e modalità che sono diverse in ogni famiglia. Sembra chiaro, dalle ricerche fatte nell’ambito, che la maggior parte dei bambini scopre gradualmente e da solo la verità su Babbo Natale (circa il 54%). I bambini non sembranoriportare particolari sentimenti negativi dopo la scoperta e sembra che siano propensi a nutrire sentimenti di protezione nei confronti dei bambini che non sanno diventando quindi complici degli adulti nel mantenere il segreto. Dalle ricerche emerge che sono invece i genitori a riportare forti sentimenti negativi di tristezza e malinconia quando annunciano la realtà ai loro bambini. L’interpretazione di questo dato è strettamente di natura psicologica, per i genitori questo evento sembra infatti segnare la fine di un’epoca, la fine della fanciullezza e l’inizio del cammino che li condurrà ad affrontare assieme l’adolescenza prima, l’età adulta poi e quindi la trasformazione della famiglia e del ruolo genitoriale. La dottoressa Nadia Bruschweiler-Stern pediatra e psichiatra suggerisce di vivere il momento della scoperta come un’ennesima fase di confronto genitori-figli, in cui si rafforzano e si costruiscono legami e si condividono valori. La dottoressa consiglia di non negare la realtà quando i bambini pongono domande schiette e precise ma suggerisce di coinvolgerli nel ragionamento, chiedendo loro cosa pensano, quali sono gli indizi che hanno colto e che idea si sono fatti in merito. In questo modo il genitore può rendersi conto se si tratta solo piccoli dubbi e quindi sia magari il caso di posticipare la scoperta o se invece i ragionamenti siano davvero fondati e svelare il segreto risulti a quel punto la scelta più onesta che il bambino si aspetta.  Dire al bambino la verità, con delicatezza, coinvolgimento e intimità può rappresentare un momento significativo per la famiglia, un’opportunità per rafforzare sentimenti di fiducia reciproca. I genitori possono scegliere di accompagnare i propri bambini con il dialogo a vedere attraverso questa storia impossibile, scoprendo i valori che questi personaggi portano ogni anno nelle loro vite. Quell’uomo barbuto e cicciottello, quella donna vecchietta malandata rappresentano valori concreti come altruismo, sorpresa, complicità, importanza per le piccole cose e tempo per l’altro; valori che ci conducono oltre il consumismo che ci affanna permettendoci di trasformare il luccichio della magia in piccole azioni concrete. Con questa visione il Natale si arricchisce di quel senso di direzione che vogliamo poter dare alla nostra vita e alla nostra famiglia, nonostante la presenza di ostacoli che possono bloccarci.  Il benessere psicologico, secondo Winnicott, è legato alla capacità dell’individuo di vivere nel campo intermedio tra sogno e realtà, questo significa crescere in modo creativo e il mese di dicembre po' essere il pretesto per avvicinare anche chi sa al mondo dei sogni.
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