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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Narrativa
Il valore del pensiero narrativo per dare significato alle esperienze
La narrazione ha un valore profondo per i processi formativi. È narrando, infatti, che un individuo attribuisce senso alle proprie esperienze: è proprio con questo processo che singole azioni possono essere collocate all’interno di una storia, personale e collettiva, e trovare così il proprio significato.   Attraverso il pensiero narrativo esperienze diverse e lontane nel tempo o nello spazio, vissute direttamente o ascoltate, possono essere messe in relazione fra loro e raccolte all’interno della trama di un racconto. Trovare un posto e una collocazione a queste diverse esperienze all’interno di una narrazione implica, implicitamente o esplicitamente, cercare e riconoscere aspetti che le accomunano e le differenziano, organizzarle secondo un qualche filo rosso che le interpreta.  In questo senso narrare è un’azione generativa di conoscenza. Più nello specifico, la narrazione permette la rielaborazione delle esperienze ad almeno tre livelli: - la loro descrizione e il loro racconto - la loro comprensione, in relazione alle intenzioni di chi ne è protagonista - la costruzione di un loro significato e la collocazione nel contesto di una storia di vita personale o collettiva. Pensando al senso della narrazione nell’ambito dell’educazione di bambini e ragazzi a scuola, è suggestiva l’immagine che propone Elisabetta Biffi: la scuola sarebbe «un territorio intriso di storie che si intrecciano e che si arricchiscono l’un l’altra, si co-­costruiscono, ricordando a ciascuno di noi quanto la propria storia sia inscindibile dalle storie degli altri che ci hanno generato, che abbiamo incontrato, con cui ci siamo scontrati». Il percorso formativo che offriamo dovrà quindi necessariamente essere in grado di accogliere le storie che ciascuno porta e di creare occasioni perché le storie individuali di ciascuno incontrino le storie degli altri e la grande Storia del nostro mondo di cui tutti facciamo parte. In questo contesto, la narrazione può essere anche considerato un metodo.   Se infatti narrare è un processo così importante per la costruzione di significato dell’esperienza, allora è importante che la scuola insegni ai bambini e ai ragazzi un modo per poter raccontare di sé, degli altri e del mondo.   Questo avviene se nella classe la circolazione di storie è usuale e se per i bambini e per gli adulti sia comune e frequente narrare di sé e chiedere agli altri di farlo. Questo è il metodo autobiografico. In coerenza col rispetto profondo che questo metodo ha per l’originalità ed irripetibilità di ciascuna storia, diventa importante anche garantire che ogni bambino, ogni ragazzo e ogni adulto nella classe possa trovare la modalità più “giusta” per narrare la propria storia. Narrare non significa necessariamente scrivere o raccontare a parole. La narrazione può assumere una pluralità di canali diversi, affinché ogni persona che voglia raccontare possa cercare e scoprire i modi in cui preferisce esprimersi. Per alcuni sarà una pagina scritta, per altri una conversazione in cerchio, per altri ancora una sequenza di gesti, un movimento o invece un colore, una linea. In tal senso, all’interno del percorso didattico, si possono utilizzare i linguaggi della scrittura, dell’arte, della musica, del cinema e del teatro nella prospettiva di uno sviluppo globale dell’alunno. I diversi linguaggi, ciascuno composto da codice e procedure propri, contribuiscono alla costruzione di nuovi significati e allo sviluppo di un pensiero narrativo, creativo, divergente. Gli insegnanti potrebbero strutturare dei laboratori narrativi, incentrati sul libro, in cui promuovere l’ascolto, la lettura e la scrittura. Un esempio di attività potrebbe essere quello di leggere l’inizio di un racconto e farlo terminare agli alunni. Calcando le orme di Shahrazad de “Le mille e una notte”, nella sessione successiva, i bambini potrebbero proseguire il racconto, interrompersi ad un punto cruciale, e riprenderlo il giorno successivo, cominciando di volta in volta una nuova storia. Anche l’arte, poliedrica espressione della dimensione più profonda dell’individuo, amplia le possibilità narrative. Attraverso le diverse tecniche e forme artistiche, l’alunno può esprimere sensazioni e vissuti emotivi. I laboratori hanno come obiettivo la sperimentazione del colore, del segno e degli strumenti (tra cui mani e dita), ma anche l’osservazione delle opere di grandi artisti per un’eventuale attualizzazione e rielaborazione. Il gioco simbolico o di finzione, insito nei bambini fin dall’infanzia, è un ulteriore modo per comunicare o raccontare di sé, e il teatro e il cinema stimolano, oltre ad una maggiore presa di coscienza del corpo, del movimento e del linguaggio verbale e non verbale, la creatività narrativa utilizzando tale capacità innata. Nel concepire e mettere in scena una trama, gli alunni sperimentano diverse tipologie di intreccio e di personaggi (che possono essere interpretati dagli studenti stessi o realizzati nella forma di burattini o ombre), di drammatizzazione e di linguaggi, dalla musica, al canto, alla danza. Tutto ciò che viene rappresentato teatralmente, inoltre, può essere ripreso e assemblato in nuovi contesti narrativi, quali il cortometraggio, il video clip musicale o persino il lungometraggio cinematografico.
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Search-ME - Erickson 2 Genitori e figli
Una favola firmata da Reinhold Messner per insegnare ai bambini il rispetto e l’amore per la natura
«Quand’ero una piccola bambina, papà mi ha chiamata Layla, un nome che vuol dire “la cima della montagna”. Lui viaggiava molto e viveva per lunghi mesi nel regno del re delle nevi. Quando tornava, raccontava poco. L’acqua, l’aria e la luce di lassù gli facevano dimenticare tutto. Ero curiosa, tanto che una volta ho voluto accompagnarlo…» Inizia così il libro “Layla nel regno del re delle nevi”: un racconto, ispirato a una storia di vita reale, che ha per protagonista una bambina, Layla, che un giorno decide di seguire suo papà in uno di quei suoi viaggi lunghissimi tra le montagne altissime. Il papà la invita a riflettere bene su questa richiesta, pensando a tutte le cose belle, calde e morbide che dovrà abbandonare per un po’, e all’ambiente freddo e senza comodità che dovrà affrontare. Ma Layla non demorde e decide di seguire ugualmente suo padre in questa difficile e rischiosa avventura. Il papà di Layla è uno scalatore famoso, noto anche come “il re degli Ottomila”: Reinhold Messner. Oltreché alpinista, Messner è anche molte altre cose, tra cui regista, scrittore, ideatore del progetto museale “Messner Mountain Museum” e, da poco, autore di un libro per bambini: “Layla nel regno del re delle nevi”, per l’appunto. Com’è nato questo libro e cosa racconta? È lo stesso Reinhold Messner a spiegarlo: «Questo libro racconta una storia vera, ossia una spedizione realizzata 30 anni fa assieme a mia figlia, che mi ha accompagnato per due mesi sull’Himalaya, in quello che è chiamato anche “regno delle nevi”. Alla fine del viaggio, in cui ha dovuto rinunciare a molti agi e comodità, questa bambina capisce che è la rinuncia ai beni materiali a salvare il mondo».  È questo il messaggio che vuole trasmettere ai bambini con questo racconto? «Sì. Con questa favola ho cercato di attirare l’attenzione dei bambini sulla possibilità di vivere serenamente e con gioia in un mondo diverso e di farli riflettere perché possano maturare una coscienza ecologica e un maggior rispetto per la natura: la rinuncia, non il consumo, è la chiave della felicità».   #leggere
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Search-ME - Erickson 3 Didattica
Sviluppare il metodo narrativo con i bambini della scuola dell’infanzia e primaria
Ascoltare storie, così come ri-raccontarle e inventarne di nuove, è fondamentale per la crescita cognitiva ed emotiva del bambino perché permette di conoscere e comprendere il mondo, di acquisire consapevolezza della propria interiorità e di quella altrui. Proprio per questi motivi la lettura di storie ad alta voce è una prassi consolidata sia nella scuola dell’infanzia che nella scuola primaria. Uno strumento molto utile per sviluppare queste capacità è il kamishibai, ossia un teatrino di cartone – derivante da un’antica tradizione giapponese - che consente di narrare una storia accompagnando contestualmente alla lettura la visione di tavole illustrate che rappresentano le sequenze narrative, che vengono fatte scorrere, una alla volta, all’interno del teatrino. Sul retro delle tavole c’è il testo della storia, quindi i bambini ascoltano la narrazione e, contemporaneamente, guardano la tavola illustrata. L’affiancamento della narrazione alla visione delle immagini illustrate favorisce la comprensione della narrazione da parte dei bambini e fa leva sulla loro capacità immaginifica, facendoli entrare nel mondo fantastico della storia che si sta narrando. Ma ci sono anche altri obiettivi che l’utilizzo del kamishibai consente di raggiungere: • sviluppare il senso del gruppo, perché si condivide più facilmente la narrazione; • sviluppare il linguaggio e le capacità espressive (soprattutto se i bambini narrano nuove storie); • sviluppare la capacità di interazione, in particolar modo se la narrazione si costruisce in maniera dialogica.   Con il kamishibai che abbiamo creato con Erickson sulla base della famosa storia di “ Marilù e i cinque sensi”, troviamo anche un diretto collegamento con la didattica. I contenuti delle storie, infatti, sono stati accuratamente selezionati in base agli obiettivi didattici della scuola dell’infanzia e primaria. Il kamishibai Erickson è stato pensato appositamente per un utilizzo nella scuola, in particolare in quella dell’infanzia e ha alcune caratteristiche che potenziano l’efficacia dello strumento. Tra queste, la leggerezza della struttura del teatrino, che ne facilita l’utilizzo e il trasporto; la possibilità di personalizzazione della struttura stessa; la sua versatilità, che permette che la narrazione divenga parte integrante della programmazione didattica ed educativa.
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Search-ME - Erickson 4 Narrativa
La (non semplice) risposta alla famosa domanda “Da dove veniamo?”
Da dove veniamo? È una domanda semplice, ma non è altrettanto semplice rispondere… soprattutto se a farla sono i bambini. Ecco alcuni suggerimenti per aiutarvi a parlare di evoluzione con i piccoli, aiutandoli a correggere alcune idee sbagliate, molto comuni, che anche i vostri figli o alunni potrebbero avere.   NON E' VERO CHE... Siamo discesi da un pesce o coppia di pesci, o da un uomo primitivo o coppia di esseri umani primitivi. Siamo discesi da moltissimi pesci primitivi con mascella e da tantissimi esseri umani primitivi. L’evoluzione è il cambiamento in una popolazione, non in singoli individui. I nostri antenati sono tutti i pesci primitivi con mascella e tutti gli esseri umani primitivi che sopravvissero e trasmisero i loro tratti. NON E' VERO CHE... Singoli animali cambiarono assumendo nuove forme. Nessun singolo animale cambiò forma, passando ad esempio da pesce a rettile. Invece, i figli erano un po’ diversi dai loro genitori. Dopo molte generazioni, queste differenze si sommarono e i nuovi animali erano diversi da quelli vecchi. NON E' VERO CHE... L’uomo comparve nascendo da una scimmia Le differenze tra un genitore e suo figlio sono piccole. Solo dopo tante generazioni, quando tutte le differenze si sommano, i discendenti rappresentano un nuovo tipo di animale (o specie). Fra un antenato della scimmia e un antenato dell’uomo ci furono milioni di generazioni intermedie di antenati. NON E' VERO CHE... L’evoluzione progredisce verso la forma umana Se la storia dell’evoluzione fosse scritta dagli elefanti, finirebbe con un antenato dell’elefante e gli elefanti penserebbero che l’evoluzione progredisca verso la forma elefante. Gli animali si evolvono in animali nuovi di ogni tipo e noi siamo soltanto uno di essi. NON E' VERO CHE... I pesci si evolvono in rettili, i rettili in mammiferi e così via.  In passato le persone pensavano che l’evoluzione seguisse una sequenza che progrediva verso l’alto, come una scala, ma non è vero. Solo una linea di pesci si evolse in rettili. La maggior parte dei pesci si è evoluta in tipi diversi di pesci. L’albero genealogico si ramifica, perciò specie diverse oggi viventi hanno antenati comuni nel passato. Oggi gli animali continuano a evolversi, ma si evolvono in modi nuovi, senza mai ripetere l’evoluzione che si ebbe tanto tempo fa. NON E' VERO CHE... L’evoluzione aggiunge solo tratti. L’evoluzione toglie anche dei tratti. Le balene non camminano a quattro zampe, anche se discendono da mammiferi che sapevano farlo. NON E' VERO CHE...In origine eravamo pesci. Abbiamo avuto molti altri antenati prima dei pesci. Prima che i nostri antenati si evolvessero in pesci, erano animali acquatici simili a vermi. Gli animali simili a vermi sono anche gli antenati degli insetti, dei crostacei e dei molluschi, dei polpi e di altri invertebrati. Quando la vita ebbe inizio, era limitata perlopiù a sostanze chimiche organiche capaci di produrre copie di se stesse e la Terra era molto diversa. NON E' VERO CHE... tutti i rettili depongono le uova e i mammiferi partoriscono piccoli vivi. Alcuni rettili partoriscono piccoli vivi e alcuni mammiferi depongono le uova. I bambini (e gli adulti) intuitivamente si aspettano relazioni semplici, uno a uno. Ma l’evoluzione crea moltissimi animali diversi, perciò i rettili sono diversi gli uni dagli altri e lo stesso vale per i mammiferi.
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Search-ME - Erickson 5 Narrativa
Qualche spunto per aiutare i più piccoli ad affrontare l’Alzheimer di una persona cara
La demenza è una malattia degenerativa che ha un forte impatto sul modo in cui affrontiamo la quotidianità e le relazioni. Spiegare ai nostri figli o nipoti che la loro nonna ha l’Alzheimer o un’altra forma di demenza può essere particolarmente complicato perché si è spesso combattuti  tra l’impulso di proteggerli dalle prove della vita — come può essere una malattia incurabile o la sofferenza di una persona a cui vogliono bene — e la necessità di dare loro gli strumenti necessari per vivere la nuova realtà con serenità e fiducia. Tuttavia, anche con i bambini che si confrontano con l’esperienza della demenza in famiglia è possibile parlare della malattia, affinché possano sentirsi al sicuro e allo stesso tempo coinvolti nell'offrire condizioni di benessere ai loro nonni. Sentiamo  dalla voce di Eloisa Stella - co-fondatrice e vice-presidente dell’Associazione Novilunio, impegnata a promuovere la dignità, l’inclusione sociale e i diritti delle persone con demenza e delle loro famiglie - come si può fare a rispondere ad alcune domande difficili dei bambini sulla demenza. Perché il nonno continua a ripetere le stesse domande? Le persone con demenza spesso si ricordano di eventi che sono accaduti tanti anni fa ma non riescono a ricordare qualcosa che è successo ieri o anche qualche minuto prima. Il nonno potrebbe non ricordarsi più di averti già fatto la stessa domanda. In questi casi è importante essere pazienti e rispondere con calma, anche se lo hai già fatto prima. Perché la nonna si arrabbia con me? Le persone che si ammalano di Alzheimer possono sentirsi arrabbiate perché sono in difficoltà o perché non si sentono capite. Non è loro intenzione prendersela con gli altri. Né è colpa degli altri se si sono ammalate. Anche la mia mamma si ammalerà di Alzheimer? Mi ammalerò anch’io? Il fatto che il nonno o la nonna si sia ammalato di demenza non significa che anche gli altri membri della famiglia si ammaleranno a loro volta. La nonna guarirà? Al momento non ci sono medicine per farla guarire, ma gli scienziati stanno lavorando con molto impegno per trovare il prima possibile una cura.   Come posso aiutare il nonno?  La cosa più importante che puoi fare per lui è fargli capire quanto gli vuoi bene e tieni a lui. Anche quando non riesci a parlargli come facevi un tempo, puoi sempre dimostrargli l’affetto che provi in quel momento — magari con un abbraccio o un sorriso.   La nonna si dimenticherà di me?  Man mano che la malattia avanza, la nonna potrebbe dimenticarsi di tante cose, ma si ricorderà sempre di quanto vi volete bene.
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Search-ME - Erickson 6 Disabilità
Non è facile spiegare come “vede” una persona cieca, ma Roger Olmos lo fa con la maestria che si addice ai veri artisti. Una mostra alla Libreria Erickson di Trento
È mattina, vi alzate, fate colazione, vi vestite e vi preparate per la giornata di scuola o lavoro: la marmellata sempre nello stesso posto, i vestiti presi al volo dalla cesta delle cose da stirare, la cartella preparata la sera prima. Sono gesti automatici, che eseguiamo senza pensarci come degli automi con gli occhi ancora impastati di sogni. Ora facciamo un gioco: immaginate di rifare tutto questo, ma senza vedere. Non potete usare la vista per cercare la marmellata se qualcuno l’ha spostata, per abbinare la maglia ai pantaloni o per scegliere i libri della materia giusta. Dovete fare affidamento su tatto, udito e una certa dose di quello che potrebbe essere il sesto senso, quello dell’immaginazione. È quello che fa Lucia, una bambina non vedente che si muove tra le pagine magnificamente illustrate da Roger Olmos (Logos). Il senso a cui si affida Lucia è proprio quello della fantasia che le permette di andare oltre la tirannia delle apparenze e vedere il mondo che la circonda con gli occhi del cuore. Il risultato sono delle immagini oniriche, colorate ed emozionanti: nel tragitto da casa a scuola la vediamo volare su un’altalena appesa al cielo, trasformare le aste di un cancello nelle canne di un organo dalla altisonante melodia, salutare l’albero del parco con una carezza come un amico fedele.  A scuola riconosce la risata di ciascun compagno e vede l’anima buona del suo nuovo compagno di banco: Lucia non giudica ma osserva - a modo suo - le caratteristiche di ciascuno, ne coglie gli aspetti più nascosti che spesso si celano dietro la patina delle apparenze. Non è facile spiegare come “vede” una persona cieca, ma Roger Olmos lo fa con la maestria che si addice ai veri artisti, compiendo un’opera di empatia che tutti noi dovremmo sperimentare. Dopo un periodo passato a immedesimarsi nella vita di una persona non vedente e a documentarsi, Roger Olmos capisce quanto la quotidianità di una persona con disabilità visiva sia piena di ostacoli, ma di certo non insormontabili.  “Con Lucia – dice l’autore – ho scelto di colorare e dare vita al variegato mondo che abita il presunto buio in cui vive un cieco; ho voluto mostrare come possono diventare le cose che ci circondano se chiudiamo semplicemente gli occhi, immaginandole e basta.” Olmos parte infatti dalla speranza nel raccontare la storia di Lucia, nella convinzione che l’inclusione per le quali lavorano tutte le associazioni che in vario modo intervengono nella vita delle persone non vedenti, sia un orizzonte possibile. Tutti noi in un certo senso siamo “disabili”: abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri per stare bene e riuscire nelle piccole azioni del quotidiano. Il nostro tatto, il nostro udito e il nostro senso dell’orientamento sono spesso atrofizzati, messi in secondo piano dal senso della vista. Inclusione significa quindi condivisione degli spazi, integrando i diversi modi di vivere il mondo, facendo emergere tutta la ricchezza che da ciò ne deriva. “Questo è un libro per bambini, - continua Olmos - un libro che sogna di integrare il mondo dei non vedenti al nostro, che nella disabilità vede solo la diversità.” IL LIBRO DI LUCIA IN MOSTRA ALLA LIBRERIA ERICKSON Il libro di Lucia è diventato una mostra in esposizione alla Libreria Erickson di Trento. Una mostra che circonda, coinvolge e ammalia con i suoi colori, l’intensità della sua storia e la consapevolezza del suo intento. Le tavole ci fanno ripercorrere la storia della piccola protagonista, immergendoci nel suo mondo di fantasia, tanto che si è tentati di chiudere gli occhi per vedere se davvero il buio può essere così colorato.
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