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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Genitori e figli
Da un’idea del team di tecnici del Centro di Protonterapia dell’APSS di Trento, un albo illustrato per accompagnare i bambini affetti da una patologia tumorale verso il percorso di cura
Un bambino piccolo che ha perso la capacità di distinguere i colori e un ragnetto che gli cucisce sul viso una maschera di tela per proteggerlo durante il suo viaggio alla ricerca di un’aquila che lo aiuterà con il suo problema. È così che inizia Un coraggio da Leo, un albo illustrato che, attraverso parole e immagini ricche di poesia, si propone di accompagnare i piccoli pazienti affetti da una patologia tumorale verso l’inizio del loro percorso di cura con la protonterapia. Questa storia delicata, scritta da Alessandra Sartori e illustrata da Elisabetta Bernardi, è nata da un’idea del team dei tecnici del Centro di Protonterapia dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari (APSS) di Trento, una struttura altamente specializzata nella cura dei tumori attraverso l’utilizzo di trattamenti radianti di alta precisione con fasci di protoni accelerati. Un tipo di trattamento che ha come caratteristica quella di andare a colpire con precisione le zone direttamente interessate dalla patologia, salvaguardando i tessuti sani circostanti. Abbiamo chiesto a Mauro Curzel, fondatore e supervisore del Centro di Protonterapia di Trento, di raccontarci questo progetto editoriale, che lui ha seguito come curatore. Dott. Curzel, ci può spiegare com’è nato Un coraggio da Leo? «Un coraggio da Leo è nato da un’iniziativa dei tecnici dello staff di Protonterapia del Centro dell’APSS di Trento, dove lavoro, che è attivo dal 2014. Nel nostro centro accogliamo pazienti affetti da tumori, prevalentemente cerebrali. Di questi pazienti, circa il 30-40% sono bambini, per i quali il trattamento viene fatto in anestesia oppure attraverso l'immobilizzazione dei bambini stessi, laddove l’età e la disponibilità alla collaborazione lo consenta. Già a partire dai 5-6 anni dei bambini, noi proponiamo alle famiglie di uscire dall’anestesia e di iniziare un percorso di collaborazione che prevede una partecipazione consapevole del bambino al trattamento. Naturalmente non è semplice affrontare un percorso di questo tipo. I nostri tecnici devono lavorare molto sulla psicologia dei piccoli pazienti, facendo un grande lavoro di convincimento. Proprio per facilitare questo passaggio, è nata l’idea del libro. Attraverso la narrazione, ci proponiamo di aiutare i piccoli pazienti a familiarizzare con gli elementi del percorso di trattamento a cui devono sottoporsi». Ci può fare qualche esempio di come il libro aiuti i bambini ad avvicinarsi al percorso di cura? «Il racconto contiene immagini evocative di vari elementi del percorso di cura. Ad esempio, la maschera che il ragnetto cucisce sul viso del bambino all’inizio del racconto evoca la maschera termoplastica che i bambini devono indossare durante il trattamento. Si tratta di una maschera modellata specificamente sul loro viso, che consente l’erogazione dei fasci di protoni radianti attraverso l’immobilizzazione del piccolo paziente sul tavolo di trattamento. Il bambino deve stare fermo immobile per circa 7-8 minuti durante ogni seduta. Un altro elemento identificativo del percorso di cura è quello dei lupi che il bambino incontra durante il suo cammino per raggiungere l’aquila. Questi lupi, che nelle illustrazioni del libro sono dipinti di azzurro, rappresentano il team dei tecnici dello staff di Protonterapia, che infatti nel loro lavoro indossano un camice azzurro». All’inizio del racconto il piccolo Leo non vede i colori. Poi, un po’ alla volta, arriva a riconquistarli. Come avviene questo, dentro e fuori dalla favola? «Attraverso un percorso impegnativo, in cui ci vogliono tanta forza e tanto coraggio. Sono questi i valori a cui diamo risalto nel libro. Il racconto sottolinea anche l’importanza del sapersi affidare agli altri, altra cosa che richiede grande coraggio. Pensiamo al piccolo Leo che, lungo il suo percorso, si affida di volta in volta a qualche animale sconosciuto e anche temibile: prima al ragno, poi alla lince, poi al branco di lupi, poi all’orso e infine all’aquila». Come valuta il risultato del lavoro fatto? «Sono molto soddisfatto di come è riuscito il libro, penso che possa essere un valido ausilio per i bambini dai 5 ai 10 anni circa che si preparano ad affrontare un percorso di cure come quello di protonterapia. Sono davvero contento anche del grande affiatamento che si è creato tra tutte le persone che hanno lavorato a questo progetto. Penso alla scrittrice, Alessandra Sartori, e all’illustratrice, Elisabetta Bernardi, che hanno passato giornate intere presso il nostro centro per osservare e capire come funziona il lavoro dei nostri tecnici. Penso ai nostri tecnici, un team di eccellenza che, oltre a grandi competenze tecnologiche, ha anche una grande preparazione riguardo alla psicologia dei pazienti. Loro non solo hanno avuto l’idea del libro, ma hanno dato un grande apporto anche alla sua realizzazione, con i loro pareri e i loro suggerimenti. Questo libro è il risultato di un grande lavoro di squadra. E un altro tassello del nostro impegno a rendere l’esperienza di cura dei piccoli pazienti il più confortevole possibile». “Un coraggio da Leo” è stato realizzato anche grazie al Lions Club Trento Host, che ha promosso varie iniziative di raccolta fondi a sostegno di questo progetto editoriale.
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Search-ME - Erickson 2 Genitori e figli
La favola “Una calamita di mamma” ci parla di madri iperprotettive che rischiano di soffocare la crescita equilibrata dei propri figli: lo psicoterapeuta Alberto Pellai ci spiega cosa si può fare in questi casi
La storia di Pallotto, il piccolo orsetto protagonista della favola “Una calamita di mamma”, presenta una mamma che ha sempre paura che il peggio possa accadere nella vita di suo figlio. È una mamma che si sente così responsabile di dover accudire e proteggere il proprio cucciolo da non riuscire a pensare che anche lui ha le sue abilità e competenze. In ogni situazione lei decide cosa lui deve fare, cosa dovrebbe sentire, come dovrebbe comportarsi. Così la relazione tra la mamma e il figlio diventa un’infinita corsa a ostacoli, in cui il bambino prova a fare qualcosa e la mamma cerca sempre di fermarlo, fino a che la confusione non diventa così grande e l’ansia così accentuata che da qualche parte tutto questo disagio deve essere messo e sistemato. A volte i bambini raccontano tutti questi problemi con i loro mal di testa e mal di pancia: si tratta di sintomi psicosomatici, in cui il bambino sente oggettivamente male ma non a causa di una malattia organica, bensì per colpa di un’emozione troppo forte e intensa per lui, un’emozione che non può essere collocata nella mente o nel cuore e quindi viene scaricata sul corpo e raccontata attraverso un sintomo organico. Succede a volte che i nostri figli si sentano in ansia per noi e vogliano proteggerci in tutti i modi: l’orso Pallotto dentro di sé vede e riconosce tutte le paure che la sua mamma riversa su di lui, però non è capace di provare a cambiarla. Questo è un compito davvero impossibile per un cucciolo e quindi decide di rinunciare all’affermazione dei suoi bisogni e dei suoi diritti. È l’unico modo che Pallotto conosce per tutelare la mamma, che non vuole vedere sofferente, condizione che lo farebbe sentire in colpa, quasi responsabile di quel dolore da cui lui invece vorrebbe in ogni modo proteggerla. In questo modo Pallotto finisce nella gabbia delle paure che la sua mamma ha costruito intorno a lui. Spero che questa favola vi faccia riflettere su tanti mal di testa e mal di pancia che spesso i bambini dichiarano di sentire, in assenza di altre evidenze che potrebbero fare pensare a una vera e propria malattia organica, e spero che questa favola vi aiuti a riflettere anche su tanti piccoli e grandi sintomi che affliggono la nostra vita da adulti: insonnia, cefalee, disturbi digestivi, problemi dermatologici… Alcuni di questi sintomi spesso sono scatole, che racchiudono la parte più vera e più nascosta di noi: un mondo di emozioni così dolorose e disturbanti da diventare disturbo organico, perché non ci sono parole per spiegare altrimenti il dolore, lo sconforto, il disorientamento che certe sofferenze procurano al nostro mondo profondo. Ma noi abbiamo il potere di aprire questi scrigni che contengono le emozioni che fanno male. Possiamo chiedere aiuto se ci sembra che i contenuti di questi cassetti che abbiamo chiuso con un lucchetto nel cuore possano farci ancora male. Insomma, noi possiamo riprendere in mano la nostra vita e aprire quelle gabbie in cui a volte ci troviamo rinchiusi, spesso per la nostra incapacità di affrontare la realtà per quella che è, né bella né brutta, né perfetta né imperfetta, faticosa ma necessaria.
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Search-ME - Erickson 3 Narrativa
Il valore del pensiero narrativo per dare significato alle esperienze
La narrazione ha un valore profondo per i processi formativi. È narrando, infatti, che un individuo attribuisce senso alle proprie esperienze: è proprio con questo processo che singole azioni possono essere collocate all’interno di una storia, personale e collettiva, e trovare così il proprio significato.   Attraverso il pensiero narrativo esperienze diverse e lontane nel tempo o nello spazio, vissute direttamente o ascoltate, possono essere messe in relazione fra loro e raccolte all’interno della trama di un racconto. Trovare un posto e una collocazione a queste diverse esperienze all’interno di una narrazione implica, implicitamente o esplicitamente, cercare e riconoscere aspetti che le accomunano e le differenziano, organizzarle secondo un qualche filo rosso che le interpreta.  In questo senso narrare è un’azione generativa di conoscenza. Più nello specifico, la narrazione permette la rielaborazione delle esperienze ad almeno tre livelli: - la loro descrizione e il loro racconto - la loro comprensione, in relazione alle intenzioni di chi ne è protagonista - la costruzione di un loro significato e la collocazione nel contesto di una storia di vita personale o collettiva. Pensando al senso della narrazione nell’ambito dell’educazione di bambini e ragazzi a scuola, è suggestiva l’immagine che propone Elisabetta Biffi: la scuola sarebbe «un territorio intriso di storie che si intrecciano e che si arricchiscono l’un l’altra, si co-­costruiscono, ricordando a ciascuno di noi quanto la propria storia sia inscindibile dalle storie degli altri che ci hanno generato, che abbiamo incontrato, con cui ci siamo scontrati». Il percorso formativo che offriamo dovrà quindi necessariamente essere in grado di accogliere le storie che ciascuno porta e di creare occasioni perché le storie individuali di ciascuno incontrino le storie degli altri e la grande Storia del nostro mondo di cui tutti facciamo parte. In questo contesto, la narrazione può essere anche considerato un metodo.   Se infatti narrare è un processo così importante per la costruzione di significato dell’esperienza, allora è importante che la scuola insegni ai bambini e ai ragazzi un modo per poter raccontare di sé, degli altri e del mondo.   Questo avviene se nella classe la circolazione di storie è usuale e se per i bambini e per gli adulti sia comune e frequente narrare di sé e chiedere agli altri di farlo. Questo è il metodo autobiografico. In coerenza col rispetto profondo che questo metodo ha per l’originalità ed irripetibilità di ciascuna storia, diventa importante anche garantire che ogni bambino, ogni ragazzo e ogni adulto nella classe possa trovare la modalità più “giusta” per narrare la propria storia. Narrare non significa necessariamente scrivere o raccontare a parole. La narrazione può assumere una pluralità di canali diversi, affinché ogni persona che voglia raccontare possa cercare e scoprire i modi in cui preferisce esprimersi. Per alcuni sarà una pagina scritta, per altri una conversazione in cerchio, per altri ancora una sequenza di gesti, un movimento o invece un colore, una linea. In tal senso, all’interno del percorso didattico, si possono utilizzare i linguaggi della scrittura, dell’arte, della musica, del cinema e del teatro nella prospettiva di uno sviluppo globale dell’alunno. I diversi linguaggi, ciascuno composto da codice e procedure propri, contribuiscono alla costruzione di nuovi significati e allo sviluppo di un pensiero narrativo, creativo, divergente. Gli insegnanti potrebbero strutturare dei laboratori narrativi, incentrati sul libro, in cui promuovere l’ascolto, la lettura e la scrittura. Un esempio di attività potrebbe essere quello di leggere l’inizio di un racconto e farlo terminare agli alunni. Calcando le orme di Shahrazad de “Le mille e una notte”, nella sessione successiva, i bambini potrebbero proseguire il racconto, interrompersi ad un punto cruciale, e riprenderlo il giorno successivo, cominciando di volta in volta una nuova storia. Anche l’arte, poliedrica espressione della dimensione più profonda dell’individuo, amplia le possibilità narrative. Attraverso le diverse tecniche e forme artistiche, l’alunno può esprimere sensazioni e vissuti emotivi. I laboratori hanno come obiettivo la sperimentazione del colore, del segno e degli strumenti (tra cui mani e dita), ma anche l’osservazione delle opere di grandi artisti per un’eventuale attualizzazione e rielaborazione. Il gioco simbolico o di finzione, insito nei bambini fin dall’infanzia, è un ulteriore modo per comunicare o raccontare di sé, e il teatro e il cinema stimolano, oltre ad una maggiore presa di coscienza del corpo, del movimento e del linguaggio verbale e non verbale, la creatività narrativa utilizzando tale capacità innata. Nel concepire e mettere in scena una trama, gli alunni sperimentano diverse tipologie di intreccio e di personaggi (che possono essere interpretati dagli studenti stessi o realizzati nella forma di burattini o ombre), di drammatizzazione e di linguaggi, dalla musica, al canto, alla danza. Tutto ciò che viene rappresentato teatralmente, inoltre, può essere ripreso e assemblato in nuovi contesti narrativi, quali il cortometraggio, il video clip musicale o persino il lungometraggio cinematografico.
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Search-ME - Erickson 4 Comunicazione Aumentativa e Alternativa
Un e-book gratuito per accompagnare i bambini nel rientro a scuola, frutto della collaborazione con la Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico
La riapertura delle scuole del 14 settembre non ha segnato, purtroppo, il ritorno alla vita scolastica pre Covid-19. La ripresa dell’attività didattica in presenza è infatti segnata dall’adozione di misure di distanziamento e di protezione importanti, necessarie per contenere la diffusione del virus ma che al contempo, inevitabilmente, incidono sulla qualità della vita degli alunni, degli insegnanti e di tutte le persone che operano nel contesto scolastico. Come aiutare gli alunni, più e meno piccoli, a comprendere le nuove regole di comportamento ed evitare di aggravare gli effetti della pandemia, già di per sé traumatici? Lo spiega un nuovo e-book gratuito: “Storia di un coronavirus. Maestra, come si fa?”, scritto da Francesca Dall’Ara con le illustrazioni di Giada Negri scaricabile gratuitamente qui. Si tratta del seguito dei due racconti “Storia di un coronavirus”, che mira a spiegare ai bambini cos’è il coronavirus, e “Storia di un coronavirus. Mamma, usciamo?”, finalizzato ad accompagnare i piccoli nella prima fase di rientro dopo il lockdown. In questo nuovo racconto, la piccola Margherita vive tutte le emozioni del rientro in classe alla scuola primaria: dalla gioia di ritrovarsi con i compagni e le maestre, alla confusione per le nuove regole, passando attraverso le paure e i dubbi che vengono sempre alimentati da situazioni di incertezza. In tutto questo, i bambini non saranno però da soli e, sotto la guida della loro insegnante, cercheranno di capire «come si fa» a riprendere da dove ci si era interrotti, consapevoli delle rinunce, dei cambiamenti e delle nuove scoperte che li attendono. Il racconto è pensato per essere letto insieme all’insegnante o a un altro adulto di riferimento, e prevede volutamente un finale aperto per stimolare un dibattito che potrà anche protrarsi nel tempo e trasformarsi. Il nuovo e-book è stato messo a punto dallo stesso gruppo di lavoro che ha curato i due e-book precedenti ed è attivo presso la Fondazione IRCCS Ca’ Granda dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, con il coordinamento di Antonella Costantino. Un’attenzione particolare è rivolta ai bambini con bisogni comunicativi complessi e disturbi del neurosviluppo, per i quali il racconto viene proposto in una versione tradotta in simboli con gli strumenti della comunicazione aumentativa, secondo il modello inbook.
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Search-ME - Erickson 5 Genitori e figli
Una favola firmata da Reinhold Messner per insegnare ai bambini il rispetto e l’amore per la natura
«Quand’ero una piccola bambina, papà mi ha chiamata Layla, un nome che vuol dire “la cima della montagna”. Lui viaggiava molto e viveva per lunghi mesi nel regno del re delle nevi. Quando tornava, raccontava poco. L’acqua, l’aria e la luce di lassù gli facevano dimenticare tutto. Ero curiosa, tanto che una volta ho voluto accompagnarlo…» Inizia così il libro “Layla nel regno del re delle nevi”: un racconto, ispirato a una storia di vita reale, che ha per protagonista una bambina, Layla, che un giorno decide di seguire suo papà in uno di quei suoi viaggi lunghissimi tra le montagne altissime. Il papà la invita a riflettere bene su questa richiesta, pensando a tutte le cose belle, calde e morbide che dovrà abbandonare per un po’, e all’ambiente freddo e senza comodità che dovrà affrontare. Ma Layla non demorde e decide di seguire ugualmente suo padre in questa difficile e rischiosa avventura. Il papà di Layla è uno scalatore famoso, noto anche come “il re degli Ottomila”: Reinhold Messner. Oltreché alpinista, Messner è anche molte altre cose, tra cui regista, scrittore, ideatore del progetto museale “Messner Mountain Museum” e, da poco, autore di un libro per bambini: “Layla nel regno del re delle nevi”, per l’appunto. Com’è nato questo libro e cosa racconta? È lo stesso Reinhold Messner a spiegarlo: «Questo libro racconta una storia vera, ossia una spedizione realizzata 30 anni fa assieme a mia figlia, che mi ha accompagnato per due mesi sull’Himalaya, in quello che è chiamato anche “regno delle nevi”. Alla fine del viaggio, in cui ha dovuto rinunciare a molti agi e comodità, questa bambina capisce che è la rinuncia ai beni materiali a salvare il mondo».  È questo il messaggio che vuole trasmettere ai bambini con questo racconto? «Sì. Con questa favola ho cercato di attirare l’attenzione dei bambini sulla possibilità di vivere serenamente e con gioia in un mondo diverso e di farli riflettere perché possano maturare una coscienza ecologica e un maggior rispetto per la natura: la rinuncia, non il consumo, è la chiave della felicità».   #leggere
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Search-ME - Erickson 6 Didattica
Sviluppare il metodo narrativo con i bambini della scuola dell’infanzia e primaria
Ascoltare storie, così come ri-raccontarle e inventarne di nuove, è fondamentale per la crescita cognitiva ed emotiva del bambino perché permette di conoscere e comprendere il mondo, di acquisire consapevolezza della propria interiorità e di quella altrui. Proprio per questi motivi la lettura di storie ad alta voce è una prassi consolidata sia nella scuola dell’infanzia che nella scuola primaria. Uno strumento molto utile per sviluppare queste capacità è il kamishibai, ossia un teatrino di cartone – derivante da un’antica tradizione giapponese - che consente di narrare una storia accompagnando contestualmente alla lettura la visione di tavole illustrate che rappresentano le sequenze narrative, che vengono fatte scorrere, una alla volta, all’interno del teatrino. Sul retro delle tavole c’è il testo della storia, quindi i bambini ascoltano la narrazione e, contemporaneamente, guardano la tavola illustrata. L’affiancamento della narrazione alla visione delle immagini illustrate favorisce la comprensione della narrazione da parte dei bambini e fa leva sulla loro capacità immaginifica, facendoli entrare nel mondo fantastico della storia che si sta narrando. Ma ci sono anche altri obiettivi che l’utilizzo del kamishibai consente di raggiungere: • sviluppare il senso del gruppo, perché si condivide più facilmente la narrazione; • sviluppare il linguaggio e le capacità espressive (soprattutto se i bambini narrano nuove storie); • sviluppare la capacità di interazione, in particolar modo se la narrazione si costruisce in maniera dialogica.   Con il kamishibai che abbiamo creato con Erickson sulla base della famosa storia di “ Marilù e i cinque sensi”, troviamo anche un diretto collegamento con la didattica. I contenuti delle storie, infatti, sono stati accuratamente selezionati in base agli obiettivi didattici della scuola dell’infanzia e primaria. Il kamishibai Erickson è stato pensato appositamente per un utilizzo nella scuola, in particolare in quella dell’infanzia e ha alcune caratteristiche che potenziano l’efficacia dello strumento. Tra queste, la leggerezza della struttura del teatrino, che ne facilita l’utilizzo e il trasporto; la possibilità di personalizzazione della struttura stessa; la sua versatilità, che permette che la narrazione divenga parte integrante della programmazione didattica ed educativa.
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