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I mini gialli dei dettati 2
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Viaggio della speranza

Uno studio rileva il continuum di violenze nei vissuti di donne e madri «dalla pelle nera»

Il crescente arrivo di donne in gravidanza è uno dei temi al centro del dibattito politico e mediatico sulle migrazioni attraverso il Mediterraneo Centrale. La visione umanitaria, secondo cui le donne in gravidanza sono soggetti che «meritano» più di altre categorie di migranti di essere salvate e accolte in Europa si contrappone alla visione securitaria, secondo cui le migranti in gravidanza vanno intese come soggetti che approfitterebbero dello stato di gravidanza per avere maggiori aiuti da parte degli Stati in cui sono accolte, sia sul piano dell’assistenza sanitaria sia su quello politico e sociale.

Le conoscenze relative ai vissuti (e ai destini) di queste donne rimangono però molto limitate. L’origine delle gravidanze e soprattutto il fatto che nella maggior parte dei casi si tratta di gravidanze indesiderate sfugge a un’analisi approfondita.

In base ai dati raccolti da una ricerca svolta nel 2016, le migranti nigeriane accolte a Lampedusa presentano due profili. Un primo gruppo, che corrisponde a circa il 60 % delle migranti arrivate nel 2016, è costituito da ragazze giovani (16-20 anni). Nella maggior parte dei casi, queste ragazze sono state forzate a lasciare la Nigeria: alcune sono state vendute dalle proprie famiglie, altre rapite allo scopo di ingrossare le fila del mercato della prostituzione.

L’altro gruppo di migranti nigeriane è composto da donne che decidono in prima persona di abbandonare la Nigeria. Tendenzialmente queste donne hanno un livello di istruzione maggiore (scuola media o diploma superiore) e un’età più avanzata (22 - 34 anni) rispetto al primo gruppo.

Anche se queste donne hanno storie diverse, la maggior parte di loro è esposta alle stesse forme di violenza sessuale durante il viaggio migratorio. Il rischio di subire delle violenze è legato all’identità di genere, ma anche ad altri elementi, quali il colore della pelle e i fattori religiosi. Se fino all’arrivo in Libia alcune di queste donne riescono a sfuggire alle violenze sessuali grazia alla protezione di un compatriota, all’arrivo in Libia la situazione peggiora drasticamente. 

Le donne tenute prigioniere dalle milizie subiscono stupri che spesso risultano in gravidanze: delle 558 donne nigeriane arrivate a Lampedusa nel 2016, 79 erano in gravidanza (ovvero il 14%). All’interno di questo gruppo, l’80% delle donne ha dichiarato di non essere a conoscenza dell’identità del padre del bambino. Più della metà (43 su 79 migranti), una volta arrivata a Lampedusa, ha chiesto di interrompere la propria gravidanza perché la associava a una violenza subita in Libia.

All’arrivo in Italia si presentano per queste donne anche altri problemi. I luoghi in cui risiedono dopo il loro arrivo (i Centri di Accoglienza Straordinari) sono pensati come luoghi di residenza temporanei ma spesso le donne vi rimangono mesi e nonostante la loro condizione non godono di un migliore trattamento. La scarsa attenzione ai bisogni delle donne in gravidanza, la posizione delle strutture lontano dai centri abitati, l’assenza di psicologi che garantiscano una comunicazione in inglese, i pregiudizi sessisti e razzisti che in certi casi condizionano l’intervento degli operatori, sono tutti fattori che accentuano l’isolamento fisico e l’emarginazione sociale, con ripercussioni sulla salute delle donne.

 

L’articolo completo a cura di Chiara Quagliariello, Ricercatrice all’École des hautes études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, è disponibile sul numero di agosto 2019 della rivista Erickson Lavoro sociale.

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