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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 7 Lavoro sociale
Intervista a Jonathan Scourfield, docente di Lavoro Sociale alla Cardiff University
Può sembrare una questione ovvia, ma diverse ricerche mostrano che nei servizi per i minori e le famiglie, gli operatori tendono a coinvolgere soprattutto le madri. I motivi che portano a questa situazione sono diversi, a partire dal fatto che la cura dei figli viene spesso concepita come una prerogativa femminile. Invece, nei percorsi di tutela, il coinvolgimento dei padri è indispensabile nell’interesse dei minori. Professor Scourfield, qual è la relazione che si instaura tra padre e figlio? «Sono ormai numerosi gli studi che hanno indagato la relazione tra le modalità dell’essere padre e gli esiti sui figli e il loro sviluppo, in una duplice direzione: da un lato una “buona” paternità è associata a un benessere emotivo del figlio che perdura sino all’età adulta; dall’altro, vi sono alcuni esiti critici legati alla paternità.  Ad esempio, alcune ricerche dimostrano come figli di padri con percorsi di criminalità abbiano una più alta probabilità di compiere reati». L’influenza dei padri sul benessere dei figli è l’argomentazione fondamentale per promuoverne e sostenerne la partecipazione. Come comportarsi quando il padre può avere un’influenza negativa? «In questi casi è fondamentale un’attenta valutazione. Sarebbe un errore, infatti, escluderlo definitivamente e a priori dalla riflessione. Nonostante questi padri pongano i propri figli in situazioni di rischio, potrebbero avere anche il potenziale per il cambiamento. I padri dovrebbero quindi essere coinvolti nei piani di cura dei figli: le indagini mostrano che sono davvero poche le situazioni in cui la completa separazione dei bambini dai propri padri corrisponde all’interesse del minore». Perché i padri vengono poco coinvolti nei percorsi di tutela dei propri figli? «Non esiste un’unica risposta. L’ostilità e la riluttanza volte a mascherarne la vulnerabilità, una concezione della cura come qualcosa che attiene alla dimensione femminile (concezione presente nei uomini quanto negli operatori), sono solo alcuni dei fattori che ostacolano la partecipazione dei padri. Esiste quindi ampio spazio per migliorare il lavoro con i padri, per fare davvero la differenza nella vita dei bambini e dei ragazzi, ma ci dev’essere la consapevolezza che i servizi hanno ancora una lunga strada da percorrere, partire dalle fondamenta della cultura delle organizzazioni basata primariamente sul coinvolgimento delle madri».
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Search-ME - Erickson 8 Dipendenze
I rischi legati all’abuso nei ragazzi e il ruolo degli educatori
Oggi i disturbi dell’umore, come gli stati d’ansia e di depressione, non appartengono più a una vita adulta in cui i circuiti psicologici profondi risultano affaticati, ma si sono precocizzati. Ossia, con sempre maggiore frequenza, toccano i nostri figli, i nostri ragazzi.    Dai dati emerge che i nostri adolescenti hanno delle vulnerabilità che è necessario affrontare fin da subito. All’interno di questo quadro si collocano anche le nuove dipendenze, che non sono solo le dipendenze dal gioco e dai social, ma anche da una tecnologia che è diventata il nostro interfaccia con il mondo. Dati recenti mostrano infatti come sia pervasivo l’utilizzo della tecnologia da parte dei giovani. Mediamente i ragazzi italiani trascorrono 2,6 ore al giorno su Internet. Sempre i dati ci dicono che noi picchiettiamo sul nostro smartphone circa 2.600 volte al giorno.   Ora, non è possibile dare un giudizio univoco, positivo o negativo, sull’impatto delle nuove tecnologie sulle menti dei ragazzi, ma è imprescindibile uno spirito critico su come questo possa influenzare lo sviluppo cognitivo e identitario. In che cosa il digitale è pericoloso, a livello emotivo? Il numero di volte in cui apriamo, ogni giorno, i nostri device digitali, ci mostra come stiamo instaurando un sistema quasi artificioso di collegamento umano. A livello di neurofunzioni questo sta portando a una vera e propria dipendenza del sistema dopaminergico, ossia il sistema di rinforzo, per cui ogni volta che arriva un messaggio, questo a livello neurofisiologico funziona come il rinforzo che noi andiamo a cercare. Togliercelo induce ansia, preoccupazione, alert, stress, disturbi del sonno, bisogno di essere connessi…  Togliere ai ragazzi lo smartphone vuol dire isolarli da un mondo complessissimo e allargatissimo rispetto a quello che avevano, ma anche dal  circuito di tutti i rinforzi che noi come esseri umani andiamo a cercare, distaccandoli da tutto il sistema che riguarda il proprio sé e la propria esistenza. Per poter accompagnare i ragazzi nella crescita, è dunque indispensabile che gli educatori conoscano cosa c’è di potenziale nell’uso dei device digitali, ma anche quanto c’è di rischio.   Daniela Lucangeli affronterà questo tema nel corso del CONVEGNO ERICKSON “LA QUALITÀ DELL’INCLUSIONE SCOLASTICA E SOCIALE”
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Search-ME - Erickson 9 Lavoro sociale
Dall’andare oltre il “senso comune” alla capacità di valorizzare tutti i saperi in gioco; dal rispetto all’empowerment: l’agire di un operatore sociale relazionale
Principio 1. Una teoria per la pratica  Ogni Metodo, in qualsiasi ambito operativo lo si voglia considerare, consiste in un insieme coerente di passi logici progressivi e di linee guida per orientare il professionista a direzionarsi verso punti critici/sensibili del suo agire e affrontarli con sufficiente scioltezza/sicurezza. Un Metodo è quindi essenzialmente una “teoria per la pratica”, una guida astratta e generale non già, in verità, per risolvere direttamente e meccanicamente i problemi (quella sarebbe una “Tecnica”) bensì per accostarli/affrontarli nella maniera strategicamente più razionale e dunque per innalzare la probabilità di esiti soddisfacenti a fronte di situazioni complesse, vale a dire non univoche quanto alle possibili vie di risoluzione. Ogni Metodo per quanto consolidato ed efficace non può essere tuttavia considerato solo in se stesso (nella superficialità, per così dire, del suo senso pratico immediato). Ogni “teoria per la pratica” si colloca idealmente entro una cornice di senso più profonda, un’ecologia di principi ispiratori e prima ancora di assunzioni inconsapevoli (date per scontate) che, come le nascoste radici di un albero, alimentano dal fondo la sua efficacia. Tale cornice di principi non è un mero sfondo: retroagisce sul quadro e ne determina le prospettive. Illumina il Metodo di luce autentica quando essa sia pertinente rispetto alla realtà, ed invece lo svilisce, qualora essa sia fuorviante o malintesa. Identiche strategie pratiche (metodiche, procedure, tecniche, ecc.) possono rivelarsi efficacissime entro un certo indirizzo/orizzonte di pensiero, e divenire fuorvianti o penosamente confusive entro un altro. Nel linguaggio degli epistemologi, l’insieme dei presupposti scontati/inconsci sottostanti all’agire pratico organizzato viene definita Paradigma (Khun). Per fare un esempio, l’evidenza sensoriale (intuitiva) che il Sole si alzi al mattino da est (e vada perciò a dormire la sera ad ovest) caratterizza il vecchio paradigma tolemaico, mentre l’idea contro-empirica (contraria ai nostri sensi, ma più logica) che il Sole stia fermo e la Terra le giri attorno, caratterizza il nuovo paradigma copernicano. L’intera astronomia è stata rivoluzionata da tale banalissima ma storicamente faticosa conquista intellettuale. Principio 2. Andare oltre il “senso comune” Per comprendere a fondo l’originalità e l’utilità del Metodo Relational Social Work occorre in primis focalizzare quale sia il banale malinteso (deterministico) su cui si fondano le pratiche di aiuto convenzionali. Di contro è necessario intuire (o se possibile comprendere) quale sia l’idea contro-intuitiva (fenomenologica) che apre nuovi orizzonti al pensiero professionale. Anche nella relazione di aiuto sociale, occorre comprendere chi è il Sole e chi è la Terra. Quali tra queste entità in relazione sono attive o passive. Chi gira attorno a chi. Nel senso comune, l’aiutante è colui che offre aiuto, mentre gli aiutati sono coloro che lo ricevono. L’aiutante agisce e mette l’energia/il calore per riattivare/riscaldare gli aiutati. In tale ottica tautologicamente l’aiutante - è ovvio - deve “saper aiutare” (possedere le necessarie helpingcapabilities) e i riceventi devono “saper ricevere” (essere disponibili a collaborare, essere motivati, non mettersi di traverso/resistere alla volontà benefica dell’esperto, eccetera). É impossibile confutare una così profonda ovvietà. Essa è così indiscutibilmente vera, così intuitiva e banale, da rasentare quasi una certa ottusità. Quando Voltaire diceva che il senso comune è una via di mezzo tra la stupidità e l’acume, da vero illuminista non sparava le cose a caso. In un tale dilemma si pone, per il social work, un sottilissimo (ed al contempo enorme) problema. Ci si deve chiedere: fino a quando il nostro welfare potrà poggiare su fondamenta tanto intellettualmente deboli, ancorché “vere”? Davvero un sistema di protezione sociale all’altezza dei tempi e dei problemi contemporanei può continuare a basarsi sul senso comune più ingenuo? Fino a quando il sistema può continuare a credere di essere, per così dire, il Sole, l’esclusiva entità benefica attiva che briga attorno ai suoi beneficiari? Davvero tutti noi esperti delle pratiche/politiche di aiuto, così acutamente specializzati, possiamo accettare di essere tanto semplicistici? Principio 3. Tutti sono “sapienti” e “ignoranti” Il presupposto paradigmatico che regge il Metodo Relational Social Work è contro-intuitivo, ma non per questo fortunatamente astruso, o troppo complicato. Anche l’idea che sia la Terra a girare attorno al Sole, pur in contrasto con i nostri sensi, a forza di pensarci, ci risulta intuitiva. A mano che lo pensiamo, il nocciolo del Metodo RSW diviene poco alla volta anch’esso intuitivo, maneggevole e semplice. L’idea fondamentale di cui parliamo è che tutti i poli coinvolti nelle relazioni di aiuto (i vari specialisti, gli utenti diretti, i familiari, i cittadini motivati, eccetera) girano attorno a se stessi e allo stesso tempo attorno a ciascun altro. Nell’arena del welfare, ciascuna persona risulta sempre portatrice dei propri interessi e, contemporaneamente, di quelli di altri (che poi ritornano ad essere così i propri, eccetera). É sempre dalla reciproca compensazione delle carenze e dalla reciproca condivisione/donazione delle eccedenze, dall’intrecciarsi delle relazioni e nello strutturarsi di legami, che possono emergere di volta in volta (se il cielo aiuta, s’intende) le risorse intellettuali e morali per fronteggiare gravi problemi comuni. Secondo il Metodo RSW, l’ambivalenza caratterizza tutti gli attori/agenti coinvolti nei processi di recupero/creazione del welfare/well being. Tutti nella loro essenza, sia utenti che professionisti, sono al contempo “questo e quello”: tutti sono “sapienti” (si tratta di vedere di cosa) e tutti sono “ignoranti” (si tratta socraticamente di capire di cosa). Gli specialisti propriamente detti, accanto alle dotazioni umane, portano nel processo di aiuto le loro tecnicalità esclusive (spesso tutelate dagli Albi professionali) mentre i cosiddetti “beneficiari” portano le loro capacità di elaborare (cognitivamente, emotivamente, moralmente) esperienze di sofferenza, resilienza e fronteggiamento. Gli uni sono sapienti di tecnica e gli altri sapienti di esperienza. E viceversa. Entrambi sono carenti. I professionisti sono esseri umani che ovviamente anch’essi hanno esperienza dei disagi della propria vita, ma, in generale, in forma blanda o coperta o comunque raramente coincidente con le gravi problematiche affrontate. Gli utenti/familiari/cittadini possono anch’essi se vogliono impadronirsi di tecnicalità relative alle proprie problematiche (leggendo sui libri o in internet, frequentando seminari o conferenze, eccetera) ma mai fino al punto da divenire “professionali” (non fosse altro che per la probabile carenza di un certo necessario distacco).  Quando due o più poli inversamente dotati di risorse/carenze si incontrano, può scattare il miracolo della relazione. Per un professionista, non c’è via migliore per assorbire competenze esperienziali che mettersi in relazione vera con che vive o ha vissuto la sofferenza. Per un sofferente, non c’è via migliore per assorbire rigore/logica/oggettività nel proprio agire che cooperare con un professionista aperto alla relazione. Nei processi di aiuto, per uscire dalla buca di situazioni lo scambio alla pari è conveniente per tutti i poli. Secondo il Metodo RSW, il cambiamento di situazioni di vita difficili avviene sempre (quando avviene) attraverso un opportuno mescolamento di molteplici “componenti” virtuose, spesso imponderabili. Il miglioramento esistenziale atteso non viene mai da un tocco unico. Al faticoso riqualificarsi del vivere umano mai concorre al risultato integrale del cento per cento, una parte sola. Ogni “bene” esistenziale viene sempre da relazioni, vale a dire da interconnessioni virtuose di differente natura, pregio e valore. Fortunatamente tali intrecci misteriosi possono essere sollecitati e coltivati, almeno in parte. Chi usa il Metodo RSW non si pone mai mentalmente in connessione con una singola entità “oggettivizzata” (un utente targetizzato) bensì con interconnessioni profonde tra esseri umani integri (relazioni). L’interlocutore ideale di un operatore sociale relazionale è sempre un’entità composita, una rete di rel-azioni motivate e ben finalizzate.  Principio 4. Incardinare l’etica della metodologia Una serie di principi (assiomi) e di stringenti deduzioni (corollari), con una diretta e spesso dirompente valenza pratica, si possono armonicamente accostare alla logica paradigmatica del Metodo RSW (cfr. Folgheraiter, F., Manifesto del Metodo RSW, Erickson, Trento, 2017). La gran parte di tali principi, come si vedrà, coincidono con i tradizionali fondamenti etico/deontologici che da sempre sorreggono/caratterizzano le teorie classiche del Social work internazionale. Una gloriosa tradizione teorica dove tuttavia, progressivamente, si è andato scavando un solco tra il dire e il fare. C’è di mezzo il mare ormai, tra il pensiero e l’azione. Più i principi generali sono enfatizzati nelle declamazioni astratte, più essi in pratica si prestano a essere disattesi. Il vecchio paradigma deterministico tritura i principi umanistici nelle proprie logiche di causa-effetto, così da generare inavvertitamente (ma ciò non è meno grave) imbarazzanti cortocircuiti tra le buone intenzioni e gli effetti pratici attesi. II Metodo RSW compie un serio tentativo per incardinare davvero l’etica (il dover essere, il comportarsi secondo principi) nella metodologia (il sapere come fare) e viceversa, per incardinare la metodologia nell’etica. L’assunto è che il rispetto pieno dei principi deontologici, lungi dall’aggravare retoricamente l’operatore di “doveri” insostenibili, lo alleggerisca di tensioni. Lo indirizzi strategicamente. Ne fluidifichi l’azione. Principio 5. Praticare rispetto e fiducia I più rilevanti tra i principi relazionali profondi (di matrice originariamente deontologica) sono il rispetto e la fiducia. Se la teoria del Relational Social Work pretende che tante componenti presenti in situazione concorrano ai cambiamenti, allora tutte vanno rispettate in quanto agenti, e tutte vanno sempre considerate sullo stesso livello di status. In particolare i cosiddetti utenti, e i familiari impegnati nell’assistenza, non vanno onorati solo in virtù delle prescrizioni etiche, in quanto esseri umani dotati di dignità e valore (“riconoscere l’umano” è il minimo che ogni operatore umano deve saper fare) bensì anche per senso metodologico, in quanto essi sono tendenzialmente pari a qualsiasi altro in quanto a capacità “benefiche”. Tanti operatori rischiano spesso di scivolare sul rispetto e rompersi l’osso del collo (professionalmente parlando). Essi facilmente possono mostrare un atteggiamento empatico e accogliente verso i propri interlocutori, sorridendo e parlando loro dolcemente. Inconsciamente, tuttavia, nello stesso tempo, essi possono cadere nella più pesante delle contraddizioni. Proprio per il fatto che i nostri interlocutori hanno evidenti problemi, veniamo indotti a considerarli a priori (in essenza) dei poveri esseri disgraziati, esseri che evidentemente “non sono fortunati come noi!”. Il Metodo RSW prescrive il rispetto come prima regola relazionale, per evitare che noi esperti cadiamo in una paradossale ingenuità: che superficialmente rispettiamo le persone e le aiutiamo giusto in virtù delle loro fragilità e però al contempo, sottilmente, nell’inconscio, le “disprezziamo”, essendo appunto esse palesemente “fallite”. Così facendo, senza accorgerci, in virtù del paradigma suprematista/efficientistica incistato nel nostro habitus professionale, in realtà noi innanzitutto giriamo il principio del rispetto a vantaggio nostro. Rispettiamo di più e in primo luogo noi stessi. Considerato il nostro ruolo terapeutico, siamo portati a sentirci indiscutibilmente (“come sarebbe possibile altrimenti?”) persone “migliori”. Non ci sarebbe nulla di male in ciò, dato che la stima di sé è un grande valore professionale. Il termine “migliore” è però relazionale, cioè presuppone un intrinseco confronto vincente con altre persone che ci stanno attorno, le quali quindi, di riflesso, vengono percepite come “inferiori/peggiori”. Gli operatori sociali sono forzati a sentirsi persone superiori quasi per definizione rispetto ai loro “utenti” i quali, in virtù della loro condizione, o forse della loro “natura”, appaiono a tutti, per definizione anch’essi, evidentemente “inferiori”. Nessun operatore in realtà, proprio in virtù dei suoi studi deontologici, si può riconoscere in tali affermazioni, che risuonano discriminatorie e finanche offensive. Ma qui non parliamo di ragionamenti razionali bensì di psichismi inconsci che s’intrufolano silenti nell’anticamera dei nostri cervelli. Il Metodo RSW aiuta gli operatori a imparare a riconoscerli e a equilibrarli. Blaise Pascal diceva che solo le persone che sanno di essere miserabili sono “grandi uomini”. Per essere grandi in umanità è necessario pensare di… non esserlo. Nessuno come una persona etichettata “utente dei servizi sociali” sa di essere “miserabile”, o di essere vista come tale dalle persone attorno. Mai tuttavia potrebbe pensare perciò di essere “grande”. É compito degli operatori sociali mettere in valore (rispettare) la loro sofferenza/autosvalutazione per trasfigurare le miserie in grandezza socialmente percepita. Per far bene in tale aiuto (per essere grandi operatori dell’umano) gli esperti dovrebbero innanzitutto concentrarsi su se stessi per ridimensionarsi. Ogni operatore sociale per migliorare radicalmente dovrebbe preservare e benedire le proprie costitutive carenze, sia strutturali (personali) sia relative alle contingenze affrontate. Il Metodo RSW mostra all’operatore sociale come offrire tali sue “carenze” ai propri interlocutori cosicché esse si armonizzino con quelle di tutti gli altri e si generi una consapevolezza condivisa di precarietà, pronta a divenire, perciò stesso, forza sociale. Esercitando il “mestiere dell’altruista” – nella nota espressione di Lubove – l’operatore sociale catalizza come bene emergente le miserie di tutti, compresa la propria. Ogni incontro terapeutico con gli utenti (persone apparentemente “piccole” per la sfortuna accumulata, e però “grandi” in virtù della stessa) apre il campo a imprevedibili reciproci arricchimenti in umanità e in esperienza esistenziale. Le persone sofferenti conoscono esperienze di vita estreme che incarnano l’umano ben più delle “banali” esperienze di una vita che scorre tranquilla sui binari della normalità. Interlocutori di tale rango vanno rispettati non già perché essi ne abbiano astrattamente diritto in virtù delle loro debolezze, bensì perché essi possono magicamente compensare le nostre (nella stessa misura pressappoco in cui a nostra volta noi compensiamo le loro). Incorporando il valore del rispetto, gli operatori sono psichicamente orientati verso un secondo principio fondamentale del Metodo RSW, che è la fiducia (in se stessi e nei propri interlocutori). Se sentiamo che gli “altri da noi” siano valevoli e preziosi, cioè li rispettiamo a ragion veduta, avremo fiducia che essi possano sprigionare positività e determinare il processo di aiuto in ogni fase.In particolare se l’operatore rispetta gli altri accostandoli senza nascondere la propria debolezza, egli dimostrerà fiducia in se stesso e al contempo accorderà fiducia nella capacità degli altri di migliorare la qualità profonda del vivere dentro un problema da cui si deve fuoriuscire. Nel Metodo Relational Social Work la fiducia costituisce la forza ottimistica indispensabile per muovere i cambiamenti possibili, lubrificando gli snodi delle relazioni. Se le varie persone coinvolte nei processi di aiuto credono poco (o credono al contrario) nelle potenzialità di ciascun altro coinvolto, le radici delle relazioni si seccano e l’energia umana trasformativa si affloscia. Principio 6. Reciprocità ed empowerment I più rilevanti tra i principi relazionali che hanno una diretta valenza metodologica sono la “reciprocità” e la “gradazione dell’esercizio di potere”, altrimenti detto empowerment. La reciprocità è un principio o un valore che incide profondamente sul “saper fare” dei professionisti. Indica come mettere in connessione tutto ciò che avviene in loro stessi con ciò che succede negli interlocutori. La reciprocità ammette che ciò che è consentito a Ego di fare ad Alter, nella vita e sul lavoro, Alter lo possa fare a Ego. Sapendo io, conoscendomi, che cosa è inaccettabile o repellente per me, posso controllarmi e astenermi dal fare tale cosa all’Altro. É la famosa regola aurea dell’etica universale (“non fare agli altri….”) che il Metodo RSW “mette in azione” metodologicamente. Per la regola della reciprocità, tutto ciò che io operatore voglio che Alter faccia, devo volerlo fare pure io (non solo volerlo fare ovviamente, ma farlo davvero!). Se io desidero che un'altra persona si lasci aiutare, devo accettare di farmi aiutare io stesso. Non devo trovare umiliante, bensì liberante, consentire che l’altra persona possa aiutare me. Se io desiderassi di essere tenuto in gioco nel momento in cui vengono prese decisioni importanti per la mia vita (ad esempio, se dovessi essere sottoposto ad un allontanamento dei miei figli dalla mia famiglia) io debbo sempre tenere in gioco gli interessati nel momento in cui sono io che sta prendendo le decisioni che li riguardano. Altro aspetto: se io vedo che i miei interlocutori non si comportano come vorrei (ad esempio, se un educatore fissa delle regole e i ragazzi non le rispettano; se un docente spiega un concetto e gli allievi non lo stanno ad ascoltare, o non capiscono) il principio della reciprocità relazionale afferma che in quel loro comportarsi “sgradito” io stesso sono sempre, in qualche misura, coinvolto come concausa. Non è logico incolpare gli interlocutori per esiti sgraditi senza che prima io mi sia interrogato sulle mie responsabilità. Tale regola vale anche quando ci si rallegra per ogni risultato “buono” conseguito. Non è logico che io mi vanti della mia efficacia come operatore senza che prima riconosca il contributo di tutti i coinvolti. Un operatore sociale è “sociale” appunto perché sa riconoscere sempre il valore dell’associarsi e del fare congiunto. Lasciare libertà alle persone affinché esprimano i loro propositi di cambiamento, e li possano perseguire, è un’altra strategia fondamentale del Metodo RSW, che si definisce empowerment. Ogni lavoro professionale è un esercizio di potere. Nel Social work, lavorando con le vite delle persone, è facilissimo abusare anche sottilmente del proprio potere. Un operatore sociale abusa del suo potere quando pretende obbedienza non necessaria dagli altri (s’intende: per il loro bene). Esercitare atti d’imperio eccessivi significa violare il classico principio dell’autodeterminazione ma prima ancora, in chiave relazionale, violare la regola della reciprocità (dato che a nessun operatore piace essere comandato da chicchessia e a maggior ragione da un utente) e della fiducia (dato che dando un comando si nega la capacità dell’altro di darsi il comando da se stesso) disseminando granelli di sabbia negli snodi dell’agire reticolare, grippandoli. Il Metodo RSW prevede che un operatore maneggi il suo “potere terapeutico” così da azionarlo, nelle varie circostanze, con la maggiore delicatezza possibile (idealmente: senza mai superare il cinquanta percento della forza complessiva) rispetto all’obiettivo del massimo miglioramento possibile della situazione. Empowerment significa cessione e riequilibratura del potere “terapeutico” (di presa di decisione e di libertà riflessiva nel processo di aiuto) cosicché la maggiore libertà benintenzionata di tutti gli agenti si interconnetta nelle relazioni e produca un effetto risultante “maggiore della somma delle singole parti”. In ogni vera relazione, le parti non si sommano, ma si moltiplicano (beninteso: quando il valore di nessuna parte sia ridotto a zero). Il Metodo RSW aiuta l’operatore a dosare il suo potere affinché esso diventi lievito per un accrescimento del potere complessivo esercitato e goduto da tutti. Riguardo alle manovre di empowerment, idealmente l’azione di un operatore sociale si orienta sempre in una duplice direzione: da un lato si esercita direttamente “verso il problema”, agendo anch’egli come uno dei tanti “risolutori” coinvolti nella rete; dall’altro si può esercitare “a supporto degli altri interlocutori” cosicché essi possano esercitare meglio i loro poteri di controllo sulla situazione (anche limitando il rischio d’interventismo dell’operatore stesso). Dire così non significa tuttavia raccomandare di cedere tutto il potere agli interlocutori. In tal modo tutto il discorso semplicemente si ribalterebbe e la relazione di aiuto verrebbe meno. Così come non è bene che un operatore manipoli tutto, così non è bene che esso sia manipolato. Ancor meno che esso lasci completamente il campo alle iniziative altrui. Sarebbe un empowerment che nega la relazione e si scioglie in impotenza. L’operatore verrebbe in tal modo meno alle proprie responsabilità (fossero anche solo di osservazione e di accompagnamento), privando la rete di preziose risorse professionali.
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Search-ME - Erickson 10 Lavoro sociale
Per mettere in campo interventi efficaci è necessario l'impegno di tutte le figure che lavorano in questo ambito.
Quando si parla di violenza maschile contro le donne si sentono spesso anche altre espressioni, come violenza domestica e violenza di genere. L’espressione violenza domestica fa riferimento al fatto che, secondo dati a livello globale, le donne subiscono abusi soprattutto tra le mura di casa, ossia in quello che dovrebbe essere il più protettivo e sicuro dei contesti. La violenza di genere fa riferimento alle motivazioni culturali e alle dinamiche relazionali che sono alla base della violenza maschile contro le donne.   L’inclusione del concetto di genere nelle definizioni internazionali di violenza contro le donne è stata una conquista storica. Nella Convenzione di Istanbul – ratificata dall’Italia nel 2013 – si definisce così la violenza contro le donne: «…una violazione dei diritti umani e una forma di discri­minazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono su­scettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata». QUALCHE DATO SUL FENOMENO Nel mondo, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, 1 donna su 3 (il 35% delle donne della popolazione mondiale) ha subìto nel corso della vita una forma di violenza da parte di un uomo. Un femminicidio su 4 è compiuto dal partner.    In Italia 6 milioni 788 mila donne nel corso della propria vita hanno subìto violenza fisica o sessuale da parte di un uomo (fonte Istat). Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Nove volte su 10 il crimine non viene denunciato e una donna su 4 non parla con nessuno della violenza subita. Sono 14 mila le donne che ogni anno si rivolgono ai centri antiviolenza italiani: 7 su 10 sono cittadine italiane, così come italiani sono la maggioranza degli aggressori (72%). (Fonte: D.i.Re, www.direcontrolaviolenza.it)   Ogni tre giorni viene uccisa una donna. Secondo il rapporto Eures, nel 2018  sono state uccise 130 donne all’anno. In 2 casi su 3 l’assassino è il partner o l’ex.   VIOLENZA NON SOLO FISICA A differenza di quanto il senso comune suggerisce, non è affatto necessario aggredire il corpo per mantenere qualcuno in uno stato di soggezione. In una relazione caratterizzata dal controllo, la violenza fisica ha un ruolo decisamente marginale, mentre centrali sono strategie più sottili, come, ad esempio, le ingerenze sul modo in cui la vittima affronta la propria vita quotidiana, l’isolamento o altre forme di manipolazione affettiva che includono l’uso di una comunicazione seduttiva e ambigua e l’induzione di idee di incapacità.    Le micro-violenze preparano alle forme più esplicite di abuso. Le percosse compaiono solo se e quando il terreno è stato preparato e rappresentano un’opzione che può anche rivelarsi superflua.   Quel che fa di un legame una relazione d’abuso non è dunque l’alta frequenza di numerosi e variegati comportamenti violenti o la presenza di azioni particolarmente efferate, ma una dinamica di pretesa e di controllo potenzialmente in grado di condizionare la vita della vittima e di danneggiarne profondamente l’autostima.
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Search-ME - Erickson 11 Lavoro sociale
Che cosa cambia con la "Legge Iori"?
Il primo gennaio 2018, dopo un lungo iter parlamentare,, è entrata in vigore la «Legge Iori» che dà riconoscimento e tutela alle figure professionali di educatore socio-pedagogico e di pedagogista. Si tratta di una disposizione importante, che diventa il punto di riferimento per migliaia di studenti, laureati e per chi già lavora in ambito educativo. Abbiamo raccolto una serie di domande frequenti per capire che cosa cambia. 1. Quale titolo di Laurea occorre per essere Educatori? La Legge stabilisce che l’esercizio della professione di educatore professionale socio-pedagogico è subordinato al possesso del diploma di un corso di Laurea nella classe di Laurea L-19 (Scienze dell’educazione e della formazione), indipendentemente dalla denominazione che ogni ateneo o corso di Laurea le attribuisca. Ciò che conta è soltanto la classe L-19.   2. Quale titolo di Laurea occorre per essere Pedagogisti? Il titolo di Pedagogista è attribuito a seguito del rilascio di un diploma di Laurea abilitante nelle classi di Laurea magistrale LM-50 – Programmazione e gestione dei servizi educativi, LM-57 – Scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua, LM-85 – Scienze pedagogiche, LM-93 – Teorie e metodologie dell’e-learning e della media education ed equipollenti.   3. È valido anche il possesso di una Laurea quadriennale VO (vecchio ordinamento) o in Pedagogia? I vecchi corsi di Laurea sono equipollenti all’attuale Laurea magistrale (3+2) e consentono l’accesso ai ruoli di Pedagogista. Per le equipollenze si vedano il Decreto interministeriale del giugno 1998 (Gazzetta Ufficiale del 21 luglio 1998) e l’articolo 13, comma 7 del Decreto MIUR 270/2004   4. In quali ambiti si svolgerà il lavoro educativo e pedagogico? Nel comma 594 si precisa che l’educatore professionale socio-pedagogico e il pedagogista operano nei servizi e nei presidi socio-educativi e socio-assistenziali, nei confronti di persone di ogni età, prioritariamente nei seguenti ambiti: educativo e formativo; scolastico; socio-assistenziale, limitatamente agli aspetti socioeducativi; della genitorialità e della famiglia; culturale; giudiziario; ambientale; sportivo e motorio; dell’integrazione e della cooperazione internazionale.   5. È previsto un esame di Stato abilitante? No. Tutte le classi di Laurea magistrale, ed equipollenti, indicate nel testo di Legge sono abilitanti all’esercizio della professione di pedagogista. Il comma 595 stabilisce che la Laurea magistrale in Scienze pedagogiche, ed equipollenti, è abilitante e non occorrerà sostenere alcun ulteriore esame di abilitazione. L’abilitazione si intende riconosciuta anche a chi ha già conseguito il titolo (Vecchio o Nuovo ordinamento), prima dell’entrata in vigore della Legge.   6. La Legge prevede la costituzione di un albo o un ordine? Nel comma 594 leggiamo che «ai sensi della Legge del 14 gennaio 2013, n. 4, le professioni di educatore professionale socio-pedagogico e di pedagogista sono comprese nell’ambito delle professioni non organizzate in ordini o collegi». Le due figure potranno essere normate ai sensi della Legge 4 del 2013, ferma restando la possibilità di iscriversi ad associazioni di categoria professionali.   7. Il titolo ha valore all’estero? Sì.  Il comma 595 prevede questo: «La formazione universitaria dell’educatore professionale socio-pedagogico e del pedagogista è funzionale al raggiungimento di idonee conoscenze, abilità e competenze educative rispettivamente del livello 6 e del livello 7 del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente, di cui alla raccomandazione 2017/C 189/03 del Consiglio, del 22 maggio 2017. Ciò significa che il pedagogista è un professionista di livello apicale e può dirigere strutture o servizi educativi, mentre l’educatore, di livello 6, può coordinare gruppi di lavoro.   8. Potrò lavorare in ambito socio sanitario? Negli ambiti indicati dalla Legge è stato eliminato il contesto sociosanitario, poiché questa era una delle condizioni per poter approvare la Legge. Tuttavia, non è esplicitamente escluso e, pertanto, si prevede la possibilità di recuperarlo, sia facendo riferimento al socio-assistenziale e all’attività motoria (contenuti nella Legge al comma 594), sia sulla base di una specifica possibile richiesta da parte delle strutture socio-sanitarie. In altri termini, la struttura può richiedere, per attività socio-pedagogiche, la presenza di un educatore socio-pedagogico.   9. Gli educatori che già lavorano ma sono privi della Laurea L-19, perderanno il loro posto di lavoro? No, la Legge non ha valore retroattivo. Chi lavora non perderà il suo impiego. Ma vi sono alcune gradualità legate all’anzianità di servizio e ai titoli I commi 597 e il 598 prevedono due possibilità. A) Chi lavora avendo maturato 20 anni di lavoro con contratto a tempo indeterminato, oppure chi ha 50 anni di età e almeno 10 di lavoro consegue automaticamente la qualifica senza fare alcun corso, ritenendo che l’esperienza maturata sia sufficiente garanzia di professionalità. B) Può acquisire la qualifica di educatore socio- pedagogico attraverso 60 CFU erogati soltanto dalle università (non frequentare corsi che promettono il titolo, al di fuori delle università!): – chi già lavora avendo superato un concorso pubblico; – chi ha svolto attività di educatore per non meno di tre anni, anche non continuativi; – chi è in possesso di diploma rilasciato entro l’anno scolastico 2001/2002 da un istituto magistrale o da una scuola magistrale. Infine, nel comma 599 si afferma che non possono essere licenziati o retrocessi nelle mansioni gli educatori socio-sanitari o socio-pedagogici che lavorano da un periodo minimo di dodici mesi, anche non continuativi (documentati con autocertificazione); potranno cioè continuare a svolgere il lavoro nel medesimo servizio, o ente anche senza Laurea, ma se decidessero di farsi assumere da altro ente sarà richiesta la Laurea.   10. L’acquisizione dei 60 CFU è obbligatoria? NO. I 60 CFU sono un’opportunità e una sicurezza, ma non sono obbligatori. Possono essere utili per chi pensa di cambiare lavoro o città e preferisce assicurarsi la qualifica di educatore, e va sottolineato che si tratta di una qualifica (conseguita annualmente) e non di una Laurea.   11. Quando posso frequentare questo corso? Il 60 CFU sono conseguibili in un anno a scelta entro tre anni dall’entrata in vigore della Legge e saranno ripetuti per tre anni consecutivi a partire dall’anno accademico 2018-19. Per uniformare l’erogazione dei corsi di 60 CFU (da effettuarsi preferibilmente online per andare incontro alle esigenze di lavoro), i Direttori dei Dipartimenti di Scienze dell’educazione stanno concordando una linea comune per evitare difformità di contenuti e di costi nei diversi atenei.   12. Chi ha conseguito una Laurea triennale diversa dalla L-19 e una Laurea magistrale tra quelle indicate per il titolo di Pedagogista può esercitare anche il ruolo di Educatore professionale socio-pedagogico, oltre a quello di Pedagogista? La Circolare di imminente pubblicazione dovrebbe aggiungere al comma 595 delle norme transitorie la specifica indicazione seguente: chi è in possesso di titolo per svolgere attività di Pedagogista può svolgere anche attività di Educatore. In ogni caso, chi ha acquisito CFU necessari per accedere a una LM pedagogica si presume abbia dovuto dimostrare di possedere conoscenze idonee. In via transitoria si attribuisce pertanto la qualifica di Pedagogista a chi sia in possesso di una delle LM indicate nel comma 595, anche se proviene da LT diversa dalla L19.   13. Le norme transitorie indicate per gli educatori sono valide anche per i pedagogisti? La Circolare ministeriale di imminente pubblicazione chiarisce anche questo. Infatti, nei commi 598 e 599 ciò che è previsto per gli educatori avrà valore anche per i pedagogisti. Ciò al fine di salvaguardare le persone che attualmente svolgono il lavoro di pedagogista, pur in possesso di altro titolo. Ovviamente ciò vale solo per il pregresso e non per le nuove assunzioni.   14. Che cosa cambierà dal punto di vista salariale in seguito alla nuova legge? La risposta non può essere fornita dalla legge, ma certamente la figura professionale consente ora di normare anche i compensi e di aprire trattative sindacali.   15. La legge vale solo per gli enti pubblici o anche per le cooperative sociali o altri enti del terzo settore? La Circolare di imminente uscita dovrebbe aggiungere, al termine del comma 59, «Quanto sopra affermato ha validità sia per gli enti pubblici sia per gli Enti del Terzo settore».   16. E gli educatori che lavorano negli asili nido o nelle scuole dell’infanzia devono possedere i requisiti indicati dalla legge? Preciso a riguardo che il lavoro educativo nei nidi non è normato dalla legge in oggetto; i titoli sono pertanto indicati nel D.leg. 65/2017 - Sistema integrato di educazione e istruzione 0-6 anni.
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L’importanza di saper realizzare cambiamenti di emergenza ed evolutivi
Il lavoro sociale ha come finalità la realizzazione di cambiamenti. Chi opera nel lavoro sociale deve tener conto della necessità di cambiamenti rapidi, e della necessità di cambiamenti evolutivi lenti. I primi riguardano esseri umani che devono salvare la loro vita. Chi sta affogando ha bisogno di essere portato in salvo al più presto. Alle spalle del salvataggio c’è un’organizzazione dei salvataggi. Chi opera può trovarsi imbrigliato, intrappolato, nell’organizzazione che potrebbe non essere adeguata alle esigenze dei tempi, dovendo a sua volta tener conto di un’impalcatura di regole e di una normativa un po’ polverosa. Per questo diciamo che chi opera nel lavoro sociale deve essere un equilibrista: deve mantenere un equilibrio, anche caratteriale, fra due tipi di cambiamento a cui il suo operare può e deve contribuire. È l’equilibrio professionale. Il tempo del cambiamento del salvataggio sembrerebbe essere solo e unicamente quello dell’immediatezza. È davvero così? Non sempre. Chi opera nel lavoro sociale con un ruolo professionale deve tener conto dell’apparato istituzionale. Non deve usare solo l’acceleratore, ma anche le diverse marce dell’auto, e quindi anche il freno e la frizione. Senza dimenticare il volante e le segnalazioni luminose. Per accelerare, a volta è bene rallentare. L’apparato complesso che nella nostra metafora è l’automobile ha bisogno di cambiare evolvendo. Anche chi sta affogando dovrebbe cambiare evolvendo, per non ritrovarsi nelle condizioni che portavano all’annegamento. I due cambiamenti, quello dell’immediatezza e quello dell’evoluzione, devono contaminarsi. Il primo permette l’altro. Il primo riesce meglio avendo fiducia nell’altro. E contribuendo alla sua realizzazione: alla fiducia va aggiunta la capacità di attendere, la pazienza. Evolviamo lentamente e cambiamo profondamente se non ci accontentiamo della sopravvivenza immediata. L’evoluzione deve procedere come fa chi si arrampica in montagna, facendo roccia. Deve sentirsi quadrupede, e muovere un piede o una mano solo avendo le altre tre membra ben salde. Il cambiamento di chi fa roccia fa un uso prudente, parsimonioso, dell’immediatezza. Deve essere un’immediatezza ponderata. Sembra un paradosso. È il paradosso in cui vive e può svilupparsi il lavoro sociale: chi ha un ruolo professionale deve farsi carico del doppio cambiamento, quello del pronto soccorso e quello dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. L’efficienza e l’efficacia dell’immediatezza del pronto soccorso va documentata in modo da favorire il cambiamento evolutivo dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. È una tappa di percorso delicata e insidiosa. L’apparato istituzionale, vedendo efficienza ed efficacia, potrebbe ritenere che non ci sia bisogno di alcun cambiamento. È così. Il cambiamento evolutivo è sorprendente a posteriori. Nel suo svolgimento è inavvertito. Chi ha un ruolo professionale dovrebbe stare nel tempo dell’immediatezza e in quello del cambiamento evolutivo. Evitando di scegliere l’uno o l’altro. L’uno e l’altro. Meglio: uno è nell’altro. Non è un compito facile. Non si impara in una formazione formale. È una pratica, una capacità, che nella nostra cultura si è sovente nascosta nelle donne. Consiste in quelle pratiche di routine che sembrano sempre uguali, ma coinvolgono gradualmente la partecipazione attiva dell’altro, come ad esempio un essere umano che sta crescendo. Aiutano e permettono un cambiamento evolutivo grazie alla sicurezza fornita da gesti, orari, suoni e parole, che sembrano sempre uguali. I “quadri” dell’apparato istituzionale possono assumere queste capacità? La risposta non dovrebbe ridursi alla scelta fra il sì e il no. Siamo accecati dallo stereotipo che ci fa vedere in chi dirige un guardiano inflessibile, e quindi un po’ rigido, dell’ordine stabilito una volta per tutte, senza fantasie e avventure. Ogni stereotipo contiene qualche verità e nello stesso tempo impedisce di vedere qualche verità. Nel lavoro sociale è importante allenarsi al discernimento, per non essere accecati dagli stereotipi. Essendo il lavoro sociale un lavoro di filiera, il discernimento è facilitato e reso possibile. Una filiera è composta da diverse produzioni che si collegano l’una all’altra, trasmettendosi ciascuno la propria produzione. Questa viene accolta e integrata, a volte con apposito trattamento, in una nuova produzione a sua volta trasmessa. La suddivisione del tempo, nella filiera, diventa uno strumento fondamentale per non polarizzare la propria vita in “sconfitto”/“vincente”. C’è chi vive il momento di sconfitta, e chi, in quello stesso momento, è vincente. In un altro momento i ruoli potrebbero essersi scambiati le parti. La suddivisione del tempo nella filiera non inchioda nessuno a un momento. Nella notte dei tempi, e non solo, gli esseri umani hanno alzato lo sguardo. Di giorno si sono orientati con il sole. Di notte con le stelle. Gli esseri umani, essendo nomadi imperfetti e operosi, si sono organizzati guardando in alto. Allargando l’orizzonte e cercando un punto di riferimento alto, in cui poter riporre fiducia. Può sembrare strano e paradossale: questa organizzazione spaziale è organizzazione mentale. La mente di un essere umano ha sviluppato al suo interno un’organizzazione più ampia e complessa rispetto agli altri esseri viventi. Per riconoscere, occorre ricordare. E possiamo farlo in maniera individuale e solitaria, con scarsi risultati rispetto a nostro costante bisogno di appartenenza. Gli esseri umani sono nomadi operosi sociali. Dobbiamo, quindi, avere memoria aperta alla condivisione. È una memoria nomade. Deve avere un bagaglio di conoscenze e sapere utilizzare quelle adatte alla specificità del contesto. Senza la presunzione di possedere tutte le conoscenze utili. L’incontro con l’altro è apertura alle sue conoscenze. Banalizzando, se andiamo in un posto e cerchiamo una certa strada, domandiamo a chi ci sembra del posto. Nelle pieghe della storia dell’umanità si nascondono quegli esploratori di terre che non conoscevano e che visitavano con bagaglio leggero e la speranza di trovare una popolazione autoctona a cui poter domandare. Chi conosceva quel posto poteva dire come difendersi da pericoli, come affrontare il freddo e il caldo, come nutrirsi, e forse poteva offrire un riparo per la notte. In cambio, l’autoctono poteva ricevere notizie. Tra le parti si sviluppava un insegnamento linguistico reciproco, aiutato da gesti, oggetti, segnali che diventavano condivisi. È il cambiamento evolutivo, bellezza!
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