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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Disabilità
L'impegno per gli operatori sociali e la sfida del cambio di paradigma
L’introduzione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2006; ratificata in Italia nel 2009) rappresenta il punto di partenza di una svolta importante per gli operatori che lavorano nei servizi dedicati a questa area di intervento. Il cambiamento sotteso alla Convenzione non è solo giuridico, ma anche, e soprattutto, culturale. Diversi autori concordano infatti su come la Convenzione non riconosca nuovi diritti: i diritti umani erano già patrimonio di tutti e di ciascuno prima dell’approvazione di questo atto. Tuttavia, la Convenzione nasce dall’esigenza di ribadire che l’applicazione dei diritti umani vale anche per le persone con disabilità, che non ci sono “deroghe” al riconoscimento di questi diritti legate alla capacità o alla condizione individuale e che questi diritti richiedono un impegno attivo da parte della società e delle istituzioni per essere rispettati e realizzati. Il cambiamento è, quindi, culturale: la Convenzione pone la necessità di riconoscere le persone con disabilità innanzitutto come cittadini. Questo significa ripensare anche l’organizzazione dei servizi per la disabilità in modo radicale: come suggerisce Cecilia Marchisio, i servizi non devono avere lo scopo di vicariare le cure genitoriali per la persona con disabilità quando esse vengono meno - il “dopo di noi” - ma devono essere orientati primariamente a supportare la realizzazione di un progetto di vita della persona con disabilità, che possa comprendere l’abitare, le relazioni sociali e familiari, il lavoro, il tempo libero e tutte le altre sfere di significato di cui si compone la vita di ciascuno di noi. Ciò non è in contrasto con l’erogazione delle prestazioni assistenziali o la necessità di supportare anche le famiglie nel prendersi cura dei loro bambini prima, adulti poi, con una disabilità: tuttavia, è necessario rimettere al centro la persona con disabilità nei percorsi di aiuto. La Convenzione ONU propone un paradigma nuovo, quello dei diritti umani, attraverso il quale rileggere l’esperienza e l’identità delle persone con disabilità e rimodulare il loro ruolo nella società. In questo processo di cambiamento, che vede coinvolte tutte le parti della società, gli operatori sociali si trovano in una posizione privilegiata per favorire dentro le istituzioni e le organizzazioni in cui lavorano questa nuova rappresentazione delle persone con disabilità: non persone che devono essere solo assistite sul piano dei bisogni, ma persone che possono trovare il loro spazio di piena inclusione nella vita sociale, economica e culturale della società, secondo le proprie volontà e desideri. Da un lato, questo vuol dire riconoscere loro la capacità di formulare un progetto per sé, di prendere delle decisioni e rispettare la loro volontà; dall’altro, comporta un’azione attiva di incoraggiamento e di sostegno da parte degli operatori che consenta alle persone, anche se in condizione di fragilità, di esprimere i propri desideri e preferenze e le aspettative sulla propria vita. Il lavoro sociale con le persone con disabilità deve quindi focalizzarsi non solo sul contenuto, cioè le prestazioni e gli interventi, ma anche sul processo, ovvero sull’affiancamento della persona nel progettare la propria vita, leggere i propri bisogni e aspirazioni e costruire possibili strade di risposta. Questo focus sull’accompagnare è tipico del ruolo degli operatori sociali, eppure in questa area di intervento fatica ad essere riconosciuto ed agito da questi ultimi in modo consapevole. Diversi autori individuano l’origine della logica prestazionale dei servizi per la disabilità nell’evoluzione storica di questi ultimi, che si sono strutturati a partire dalla domanda di assistenza delle famiglie e dalla necessità di individuare forme di aiuto alternative all’istituzionalizzazione degli adulti con disabilità. Potremmo dire, quindi, che la sfida del cambio di paradigma per gli operatori sociali non è solo sul cosa, ma anche sul come: è una questione di metodo. Il metodo Relational Social Work incontra l’urgenza imposta dalla Convenzione ONU di rimettere al centro le persone con disabilità nei percorsi di aiuto, per favorire una loro piena partecipazione alle decisioni che riguardano la loro vita. Sul piano metodologico, infatti, il metodo RSW chiede all’operatore di costruire relazioni fondate sulla reciprocità e sulla parità – il come, nelle quali operatori e persone possano equamente contribuire alla definizione della finalità - e dei contenuti degli interventi di aiuto – il cosa, favorendo processi di empowerment. Gli operatori sono quindi chiamati in questa epoca a rendersi parte attiva del processo di cambiamento culturale in atto, a partire dalla pratica quotidiana dell’aiuto nei servizi per le persone con disabilità: non più utenti, ma cittadini titolari di diritti, in primis quello di partecipare e decidere per sé stessi. Alcune letture consigliate Disabilità e società, di Tom Shakespeare: l’autore espone con uno stile denso, ma chiaro, i tratti principali degli approcci sociologici che hanno nel tempo provato a rispondere alla domanda: che cos’è la disabilità? A partire dalla sua formazione accademica e dalla sua stessa esperienza di vita, in quanto persona con disabilità, Shakespeare propone la sua risposta a questo complesso interrogativo, lasciando spazio anche ad alcune importanti riflessioni e sollecitazioni per il lettore sulle più importanti questioni di bioetica attuali. Diventare grandi. La condizione adulta delle persone con disabilità intellettiva, di Carlo Lepri: in questo testo l’autore racconta le contraddizioni e le sfide che le persone con disabilità intellettiva affrontano nel passaggio dall’età infantile all’età adulta, attraverso un esperto sguardo psicologico e pedagogico sul tema, esemplificato anche con racconti di storie di vita. Il volume aiuta gli operatori a tenere alta l’attenzione sulla disabilità intellettiva e su come poter supportare l’identità adulta delle persone con questo tipo di disabilità. L’autodeterminazione nelle persone con disabilità, di Lucio Cottini: in questo libro gli operatori che lavorano nell’area della disabilità possono trovare strumenti operativi educativi utili per declinare in pratica l’autodeterminazione, valutarla e supportarla anche in presenza di disabilità gravi, a partire da una riflessione critica sul concetto e su quel che contiene. Fondamenti di metodologia relazionale, di Fabio Folgheraiter: l’autore offre una riflessione analitica sul paradigma della cura nel lavoro sociale, per delinearne i tratti distintivi e accompagnare gli operatori sociali a coglierne la logica profonda e i presupposti, per poi illustrarne l’applicazione sul piano della pratica quotidiana dell’aiuto, attraverso la metodologia relazionale di rete.
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Una studiosa di primo piano nel panorama del social work internazionale illustra i sei principi dell’approccio PA-P che dovrebbero orientare la pratica professionale dei social worker nel lavoro con le persone in povertà
Vent’anni fa, quando ero una giovane operatrice sociale, avevo la sensazione che la mia percezione ed esperienza degli uomini e donne in povertà con cui lavoravo fossero diverse rispetto a quelle dei miei colleghi. Me ne accorgevo distintamente dal linguaggio che si usava nel parlare degli utenti durante le riunioni o le chiacchierate in corridoio. Per me non era affatto piacevole sentirmi diversa dai miei colleghi. Mi rallegra notare come oggi ci siano molte più persone che la pensano e che si esprimono in modo più simile al mio. Ho avuto la fortuna di ritrovare alcune di loro come colleghi in ambito accademico e nella pratica professionale, mentre altri sono miei studenti o ex-studenti. Nel corso di questi anni ho sviluppato il Poverty-Aware Social Work Paradigm (PA-P), che attualmente viene utilizzato nei programmi di formazione degli studenti del corso di laurea in Servizio sociale dell’Università Ben-Gurion (Israele). Ciò che vorrei presentare qui oggi sono i sei principi dell’approccio che definiscono il modo in cui parliamo della povertà. La retorica — il modo di parlare — è importante perché il linguaggio che utilizziamo rivela i nostri preconcetti fondamentali, talvolta inconsci, riguardo agli utenti dei servizi e riguardo al nostro ruolo. Denota il nostro status sociale, la classe sociale e la posizione che assumiamo rispetto alla persona con cui stiamo parlando. Primo principio: prendere atto del sapere delle persone in povertà, riconoscere che possiedono un sapere esperienziale legittimo e importante Questo è un principio fondamentale, che si applica sempre. Prendere atto del «sapere» di chi vive in povertà significa dare retta a ciò che queste persone dicono sulla propria realtà, e anche comprendere la realtà attraverso i loro occhi, per capire il loro punto di vista e la loro prospettiva. Altrettanto importante è prendere atto della loro analisi della realtà: in altre parole, la base logica e le teorie da cui sono guidati. Ci sono sempre delle teorie a guidare le persone, indipendentemente dal livello di istruzione, ed è qualcosa che accomuna tutti, compresi coloro che non hanno l’abitudine di spiegare le proprie teorie agli altri o neppure a se stessi. Secondo principio: riconoscere il dolore delle persone che vivono in povertà Questo principio significa dare ascolto al dolore, ossia capire che ciò che leggiamo come un modo di comportarsi in realtà fa parte di un mondo emotivo molto più ampio. Per riconoscere il sapere esperienziale delle persone in povertà bisogna anche comprendere il dolore legato alla povertà ed essere consapevoli che il comportamento non è qualcosa di indipendente del resto, ma deriva da vissuti emotivi. In un certo senso, si tratta di guardare agli utenti come persone che portano con sé una sofferenza sociale. Terzo principio: la sfera materiale e quella emotiva sono sempre interconnesse Diversamente dalla classificazione gerarchica dei bisogni di Maslow, che poneva i bisogni materiali davanti a quelli emotivi, ciò che impariamo dalle persone che vivono in povertà è quanto in realtà questi bisogni siano strettamente collegati. Per illustrare questo punto: le persone a volte rinunciano ai loro bisogni primari se questi non vengono soddisfatti nel modo che vogliono, e a volte decidono di vivere per strada per protesta se il loro appartamento è eccessivamente angusto. Ciò che intendo dire è che ogni affermazione dei professionisti a proposito della sfera materiale deve tenere conto anche dell’aspetto emotivo. Occuparsi dei bisogni materiali influisce necessariamente sui bisogni emotivi e viceversa, e si dovrebbe sempre tenere conto di questa complessità in tutte le nostre relazioni d’aiuto. Quarto principio: riconoscere che cos’è la povertà e come influisce nel ridurre le opportunità e le alternative reali In altre parole, dobbiamo riconoscere tutto quello a cui le persone devono rinunciare a causa della povertà, o tutto ciò che la povertà infligge alle persone. Nella situazioni di povertà, le esperienze di mancanza di riconoscimento e di rispetto sono quotidiane. Avvengono, ad esempio, quando gli utenti devono prendere due autobus per raggiungere il nostro ufficio tenendo un bambino in braccio, solo per poi scoprire che l’assistente sociale non c’è perché è in maternità, o che il modulo che stavano aspettando non è ancora stato firmato perché il nostro dirigente è in vacanza o a casa in malattia. Non c’è nessuna intenzione malevola, ma manca la consapevolezza del fatto che la povertà crea una situazione in cui le persone dipendono dagli altri per soddisfare i loro bisogni più elementari, e di conseguenza questo crea occasioni quotidiane di esperienze umilianti. Quinto principio: non accettare la povertà e creare una pratica professionale che si opponga ad essa La nostra pratica professionale si dovrebbe basare sulla forte convinzione che «la povertà non va bene». Da cittadini e da professionisti che vedono la povertà da vicino, sappiamo che non va bene. Non va bene che le persone non abbiano cibo da mangiare o non possano mandare i figli al doposcuola, o che debbano vivere in un appartamento sopra un covo di tossicodipendenti. Tutto questo non va bene. Non sono le persone in povertà che non vanno bene, ma è la situazione sociale che non va bene. Chiunque a questo punto stia pensando che ciò che dico significa deresponsabilizzare le persone in povertà per la loro situazione sta iniziando a capire perché questo principio, apparentemente semplice, in realtà non è semplice. Sesto e ultimo principio: le persone che vivono in povertà resistono costantemente ad essa È importante notare che, anche nelle peggiori circostanze, le persone resistono alla povertà e alle avversità, e in genere sanno che stanno facendo tutto il possibile per resistere alla povertà. Solo che certe volte non lo esprimono con chiarezza. Dunque, il nostro ruolo è ascoltare attivamente le persone per comprendere le azioni che mettono in atto per resistere alla povertà. Ascoltare attivamente significa non solo ascoltare, ma anche dire agli utenti che ciò che fanno non è una manifestazione dei loro errori o difetti. Che loro tentano di fare qualcosa per migliorare la loro situazione, anche quando magari questi tentativi non funzionano. Se sembra che non si assumano la responsabilità, è solo perché le loro azioni a volte non hanno successo. Il nostro compito non è educarli ad assumersi la responsabilità, ma aiutarli ad avere successo nelle loro azioni di resistenza.
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
Mai come quest’anno la tradizionale celebrazione del Social Work assume sostanza e senso. La riflessione di Fabio Folgheraiter, professore di Metodologia del lavoro sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore
Da quindici anni ogni terzo martedì del mese di marzo si festeggia la Giornata mondiale del Servizio sociale (The World Social Work Day). Una giornata che celebra il “duro e appassionato lavoro dei social worker”, come recita l’Organizzazione Internazionale dei Social Workers (IASW). In ogni parte del mondo, il glorioso “corpo professionale” delle assistenti sociali è impegnato ad affermare il rispetto dei diritti umani e della giustizia sociale non, come è più facile fare, in maniera astratta, limitandosi ad esprimere altisonanti affermazioni di principio nei dibattiti o nei convegni. Lo fanno spendendosi ogni giorno a contrastare le concrete e spesso drammatiche manifestazioni della sofferenza esistenziale. Mai come quest’anno la tradizionale celebrazione del Social Work assume sostanza e senso. Dopo la sfibrante esperienza della pandemia, la tradizionale festa nel 2021 assume un carattere speciale. Ogni incrostazione di inevitabile retorica che sempre segna ogni celebrazione, deve lasciare spazio solo a riflessioni e sentimenti autentici. La ricorrenza dovrebbe essere un momento in cui la società intera riconosce agli assistenti sociali i giusti meriti e si mostra finalmente, dopo i pesanti e stucchevoli attacchi nati a seguito della vicenda di Bibbiano, “orgogliosa” di loro. È arrivato a mio avviso il momento in cui tutti noi – Istituzioni e cittadini – ci fermiamo per qualche ora a rendere omaggio sincero agli operatori del servizio sociale per tutto ciò che silenziosamente hanno fatto e per tutte le pezze che hanno dovuto mettere nel vortice di una pandemia che ha sconvolto ogni logica lavorativa e ogni standard sindacale conosciuto. Si è reso giustamente merito agli operatori dell’area sanitaria – ai medici e agli infermieri dei pronto soccorso e delle unità di riabilitazione, ai medici di base e ai volontari delle ambulanze – per lo straordinario lavoro svolto dentro e fuori gli orari di servizio, anche a rischio diretto della vita. Meno attenzione è stata invece pubblicamente rivolta a chi nei servizi sociali pubblici o nelle cooperative ha garantito un minimo di tenuta dell'assistenza sociale, a chi ha stretto i denti davanti alle voragini di bisogni (solitudini, paure, mancanza di reddito, incapacità di sfamare o accudire i figli, ecc.) quali non si sono mai viste nella storia moderna della professione. Va detto pure che la prevalente preoccupazione sanitaria ha di fatto legato le mani agli operatori del “sociale”. I vincoli ferrei del distanziamento hanno impedito agli assistenti sociali di usare i loro classici “strumenti” professionali, tipici del “sociale”, che sono il contatto umano diretto, l’empatia e il rispetto dell’equità. Il Social work si è visto impedito - per Decreto ministeriale – dal dar attuazione al principio relazionale dell'Ubuntu (“io sono perché noi siamo”) che da sempre lo caratterizza profondamente e che non a caso quest’anno costituisce lo slogan della giornata. Di punto in bianco gli assistenti sociali sono stati obbligati a lavorare senza poter accogliere le persone nei propri uffici, senza poter fare visite domiciliari, senza poter fare colloqui o riunioni o lavoro di gruppo a meno che, s’intende, gli utenti non avessero in casa pc o smartphone e linee di connessione efficienti, cose che i classici “utenti” dei servizi sociali in genere non possono permettersi. Molti sono stati sentiti da remoto, ma non tutti, e non sempre quando c’era reale bisogno. Gli assistenti sociali, operatori della giustizia sociale, costretti ex lege a perdere i contatti con i più bisognosi e i più poveri: un paradosso doloroso e imbarazzante per la professione, cui si è cercato in tanti modi – anche tessendo reti virtuose con il volontariato, le parrocchie e le comunità locali - di farvi fronte. Collocata simbolicamente al principio della primavera, la Giornata mondiale del Social Work consente a noi cittadini di ringraziare i tanti professionisti e dirigenti che nell’anno appena trascorso hanno lavorato in condizioni durissime e al contempo di augurarci, tutti assieme, un imminente “rinascimento del sociale”. Questo è l’augurio: che l’esperienza inaudita e scioccante del non potersi stringere la mano o non potersi abbracciare ci stimoli a riflettere e a sperimentare nuove pratiche di Lavoro sociale in cui le “vere” relazioni umane tornino ad essere al centro di ogni aiuto.
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Search-ME - Erickson 3 Lavoro sociale
Un progetto della Caritas Bergamasca ci parla di una comunità sensibile, in grado di adattarsi rapidamente al nuovo contesto, includendo i diretti interessati
I mesi di lockdown hanno costretto tutti noi a grandi cambiamenti nelle nostre quotidianità, ma alcune persone più di altre sono state colpite da disagi e sofferenze. Si pensi a tutte le persone in condizioni di povertà economica senza un lavoro sicuro o le cui entrate erano basate su lavori occasionali e precari che si sono ritrovate improvvisamente senza un’occupazione. Numerose sono le famiglie che per nutrirsi, vestirsi o accompagnare i figli nel loro sviluppo si appoggiano ai tanti enti pubblici, ecclesiastici o laici, di terzo settore presenti sui nostri territori che offrono distribuzioni di alimenti e vestiti, sussidi economici, servizi educativi, occasioni di socializzazione o percorsi di accompagnamento al ruolo genitoriale. Con l’entrata in vigore delle restrizioni governative questi servizi sono stati sospesi e molte famiglie si sono ritrovate isolate, senza quel supporto da parte di professionisti o volontari su cui prima potevano fare affidamento. Tuttavia, la grave emergenza che ha colpito il nostro Paese e il mondo intero ha trovato comunità territoriali sensibili e flessibili che sono state in grado in poco tempo non solo di pensare a coloro che si trovavano in una situazione di fragilità, ma anche di attivarsi prontamente per sostenerli pur nel rispetto delle normative vigenti. Tra i tanti esempi di questo tipo sorti in Italia, vi è stata l’esperienza della Caritas bergamasca che da anni organizzava con il proprio Centro d’Ascolto un servizio di distribuzione di beni di prima necessità. I volontari che prestano servizio in questa realtà hanno iniziato un processo di ri-pianificazione del servizio per pensare a come poter aiutare le famiglie che partecipavano alle distribuzioni prima dei mesi di lockdown. Questo processo è stato particolarmente significativo poiché ha coinvolto anche i diretti interessati nella riflessione . Tramite la somministrazione di un’intervista semi-strutturata ai volontari, alle persone e ai nuclei familiari che usufruivano abitualmente del servizio di distribuzione delle borse alimentari, si è cercato di dar voce a coloro che erano coinvolti direttamente e a vario titolo nell’attività di prossimità, includendo ogni peculiare punto di vista per il rinnovamento della stessa. Ai volontari, per la maggior parte giovani che hanno prontamente dato la loro disponibilità in fase di emergenza, è stato chiesto come percepissero il proprio ruolo, quali fossero a loro parere i punti di forza e di debolezza del servizio, per poi lasciare spazio a suggerimenti e ipotesi creative che avrebbero potuto arricchire l’azione caritativa. Tramite telefonate, è stato chiesto alle famiglie di esprimere, in libertà, considerazioni personali e qualitative circa il servizio, il rapporto con i volontari e la corrente situazione, nonché riportare riflessioni e consigli per adattare l’iniziativa della Caritas parrocchiale alla nuova situazione di lockdown. Le voci di una ventina di famiglie e di tredici volontari si sono così espresse con spontaneità non solo nel rispondere a ciò che veniva loro chiesto, ma dando anche la loro disponibilità per ampliare il ragionamento verso una progettazione condivisa in ambito Caritas. Oltre ai feedback riguardo il servizio, i presenti aspirano a migliorare e supportare i legami comunitari, in ottica di continuità e nascita di progetti di carità e sensibilizzazione. Il reciproco desiderio di conoscenza tra volontari e persone beneficiari di alimenti da Caritas si è tradotto in proposte di occasioni di dialogo e incontro. Tra le più rilevanti di quelle poi realizzatesi, si possono qui citare: la creazione di una Scatola di pensieri e consigli posta in sede Caritas per dare la possibilità a chi vi accede di esprimere liberamente riflessioni, opinioni e pensieri; la realizzazione di eventi di ritrovo e socializzazione nei mesi seguenti al lockdown; le visite dei volontari presso i domicili delle famiglie che diventano occasione per un caffè e due chiacchiere; la creazione di uno spazio compiti realizzato nei mesi estivi rivolto ai figli dei nuclei seguiti. Quest’ultima azione è sorta per dare risposta alle difficoltà dei diretti interessati, colte dai volontari grazie alle relazioni di fiducia e vicinanza sorte in seguito al cambiamento organizzativo dei servizi di prossimità. L’esperienza della Caritas Bergamasca ha saputo cogliere dal periodo di difficoltà un’opportunità di miglioramento delle attività, andando verso un’ottica partecipativa in grado di riscoprire il valore dell’incontro e del dialogo. Questo è stato reso possibile grazie alla capacità dei responsabili di attivarsi per rispondere alle nuove esigenze, alla disponibilità dei giovani volontari che hanno permesso di implementare le azioni durante il periodo d’emergenza e all’intuizione di far partecipare al ripensamento dei servizi sia le famiglie che i nuovi arrivati.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia clinica
Chi, dopo una diagnosi di demenza, ne sta vivendo le prime fasi, ha bisogno di supporto per comprendere meglio la sua condizione e affrontarla con maggiore autoefficacia. Ecco che cosa può essere di aiuto in queste situazioni
Crediamo che spesso siano le emozioni che circondano la demenza a far sì che parlarne sia difficile. Le persone potrebbero essere preoccupate per il futuro, arrabbiate e frustrate perché perdono la memoria o in lutto per quello che è ormai al di fuori della loro portata. Parlare della propria diagnosi di demenza risulta spesso difficile per ragioni ben comprensibili. Innanzitutto, bisogna considerare che ricevere una diagnosi di demenza fa paura. La demenza è una malattia progressiva che non può essere curata e che comporta la perdita graduale di molte delle capacità che definiscono la persona, rendendola sempre più dipendente dagli altri. Non sorprende quindi che le persone siano spaventate da quello che le aspetta. Spesso però le persone hanno delle misconcezioni e credono, ad esempio, che peggioreranno rapidamente o che non potranno più avere una qualche qualità della vita. In secondo luogo, occorre tener presente che spesso c’è uno stigma per la demenza. È uno dei principali fattori che impedisce di parlare dei problemi di memoria e spesso anche di ricevere una diagnosi e il supporto che questa implica. Una delle reazioni più comuni allo stigma è preferire di non parlare dei propri problemi. Spesso è difficile per i familiari e gli amici, che pure cercano di adattarsi alla malattia essi stessi, sapere come fornire il supporto emotivo necessario. Il supporto emotivo è tuttavia molto importante: può aiutare la persona a parlare più apertamente della sua malattia e quindi a adattarsi alla sua condizione. Il supporto deve però essere fornito con tempi adeguati alla persona, che sia subito dopo diagnosi o più avanti, quando si sente pronta. Idealmente, il supporto andrebbe fornito anche ai suoi familiari o ad altre persone coinvolte da vicino, sia per aiutarli a adattarsi sia per favorire la comunicazione tra loro e la persona con demenza, a livello di coppia o di famiglia. È importante che le persone con diagnosi di demenza abbiano l’opportunità di conoscere meglio la propria malattia, se lo desiderano. Questo però può essere difficile, proprio perché la demenza è una malattia che fa paura. Per molte persone, un corso che offre supporto in un setting sicuro e con un facilitatore competente, può permettere di incontrare altri che stanno attraversando le loro stesse esperienze e ridurre in parte la paura riguardo alla demenza. Il gruppo offre inoltre l’occasione di imparare e aiutarsi a vicenda.
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Metodo Montessori e anziani fragili Anziani
Il social work con le persone anziane: un’area di lavoro poco desiderabile  In Italia, un terzo degli assistenti sociali si occupa di persone non autosufficienti, però le ricerche da un lato, e il contatto diretto con i professionisti e con gli studenti dei corsi di laurea in servizio sociale dall’altro, ci dicono che gli assistenti sociali non desiderano lavorare nella cosiddetta “area anziani”. Le ragioni possono essere diverse, ad esempio: il lavoro con le persone anziane viene ritenuto più semplice di quello, ad esempio, di chi si occupa di tutela minori, che, nell’immaginario collettivo, richiama un’idea di maggiore complessità, sia in tema di assessment che di progettazione; il lavoro con le persone anziane viene ritenuto finalizzato essenzialmente all’erogazione di prestazioni standardizzate e quindi routinario, meno stimolante, burocratizzato; il lavoro sociale con le persone anziane richiede una stretta connessione con l’ambito sanitario, quindi sembra che le competenze sociali debbano necessariamente essere “subordinate” alle indicazioni dei sanitari; il lavoro sociale con le persone anziane richiede un costante contatto con temi che la nostra società tende ad emarginare, come la malattia, la dipendenza dagli altri, la morte. Il social work con le persone anziane: indicazioni dalle ricerche Alcune recenti ricerche hanno approfondito le funzioni e i compiti degli assistenti sociali che si occupano di persone anziane. È emerso un quadro molto differente rispetto agli stereotipi correnti, a conferma del fatto che il lavoro sociale si muove sempre all’interno di percorsi eterogenei e richiede alte competenze e professionalità. Sintetizzando, si può affermare che l’assistente sociale che si occupa di persone anziane fragili è chiamato, fra l’altro, a: lavorare in contesti complessi, con situazioni multiproblematiche, in cui le condizioni cliniche e le patologie spesso si affiancano a problematiche di natura sociale, prima fra tutte la solitudine; trovare un difficile equilibrio tra il dovere, previsto dal Codice Deontologico, di rispettare l’autodeterminazione delle persone e il dovere, umano ancor prima che professionale, di agire per proteggere le persone deboli, anche in maniera coercitiva; garantire l’accesso alle prestazioni assistenziali previste dai sistemi di welfare e, al contempo, accompagnare le persone e le famiglie nella costruzione di una progettazione individualizzata e “tagliata su misura” per ciascuna situazione; costruire percorsi condivisi con le persone, le famiglie e gli altri servizi, fra tutti l’ospedale, i medici di medicina generale, i servizi territoriali e quelli specialistici; individuare e valorizzare l’apporto che proviene dalla comunità territoriale e dalle reti informali, ad esempio amici, vicini di casa, volontari, associazioni, che possono collaborare alla progettazione individuale e alla pianificazione di interventi e servizi; agire come gatekeeper per favorire l’accesso alle prestazioni assistenziali secondo i regolamenti e le disposizioni degli enti in cui lavora, ma anche essere disposto a ricoprire una funzione di advocate, cioè di portavoce delle istanze delle famiglie nei confronti degli enti e delle istituzioni. In generale, l’assistente sociale che si occupa di persone anziane costruisce una progettazione in cui assembla le risorse istituzionali, le risorse delle persone e delle famiglie e le risorse della comunità, ma non lo fa ponendosi all’esterno, si sente invece parte di questi percorsi. In tal senso, spesso assume una funzione di guida relazionale: non è tanto un coordinatore che prende decisioni e neppure un case manager che mette insieme le differenti prestazioni, è piuttosto un punto di riferimento per tutti gli attori coinvolti, che vengono accompagnati nel costruire assieme dei percorsi realmente condivisi. Alcuni consigli di lettura Il Social Work con le persone non autosufficienti. Una ricerca qualitativa sui “casi andati bene” Il volume presenta gli esiti di una ricerca sulle pratiche professionali degli assistenti sociali, a partire dal racconto di alcune situazioni che sono state giudicate dagli stessi professionisti dei “casi di successo”. La ricerca presenta una narrazione corale, in cui le voci degli assistenti sociali, delle persone anziane, dei loro familiari e dei diversi collaboratori, si intrecciano in un dialogo su ciò che ha reso efficaci i percorsi di aiuto. Riconsiderare la demenza Il classico testo di Tom Kitwood costituisce una pietra miliare per gli operatori che si occupano di persone con decadimento cognitivo e/o demenza. L’autore fornisce una chiave di lettura che pone al centro la Persona e, alla luce di questo paradigma, invita a rivedere e ricostruire tutto il sistema di assistenza. Conoscere le prime fasi della demenza. Una ricerca partecipativa con anziani e caregiver Il testo presenta un’interessante ricerca, che ha coinvolto, con un approccio partecipativo, persone anziane e caregiver nell’esplorare i vissuti che sorgono nelle prime fasi di decadimento cognitivo. Il coinvolgimento dei diretti interessati nella progettazione e nella realizzazione della ricerca rende ancora più preziosi i risultati ottenuti e le conseguenti indicazioni operative.
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