IT
I mini gialli dei dettati 2
Carrello
Spedizioni veloci
Pagamenti sicuri
Totale:

Il tuo carrello è vuoto

|*** Libro Quantità:
Articoli e appuntamenti suggeriti

Tematica (1)
Argomento
Utile in caso di
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Non vi è alcun filtro disponibile, allarga la tua ricerca per ottenere più risultati
Non vi è alcun filtro disponibile, allarga la tua ricerca per ottenere più risultati
Filtra
Filtra per
Tematica (1)
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Argomento
Utile in caso di
Risultati trovati: 31
Search-ME - Erickson 1 Dipendenze
I rischi legati all’abuso nei ragazzi e il ruolo degli educatori
Oggi i disturbi dell’umore, come gli stati d’ansia e di depressione, non appartengono più a una vita adulta in cui i circuiti psicologici profondi risultano affaticati, ma si sono precocizzati. Ossia, con sempre maggiore frequenza, toccano i nostri figli, i nostri ragazzi.    Dai dati emerge che i nostri adolescenti hanno delle vulnerabilità che è necessario affrontare fin da subito. All’interno di questo quadro si collocano anche le nuove dipendenze, che non sono solo le dipendenze dal gioco e dai social, ma anche da una tecnologia che è diventata il nostro interfaccia con il mondo. Dati recenti mostrano infatti come sia pervasivo l’utilizzo della tecnologia da parte dei giovani. Mediamente i ragazzi italiani trascorrono 2,6 ore al giorno su Internet. Sempre i dati ci dicono che noi picchiettiamo sul nostro smartphone circa 2.600 volte al giorno.   Ora, non è possibile dare un giudizio univoco, positivo o negativo, sull’impatto delle nuove tecnologie sulle menti dei ragazzi, ma è imprescindibile uno spirito critico su come questo possa influenzare lo sviluppo cognitivo e identitario. In che cosa il digitale è pericoloso, a livello emotivo? Il numero di volte in cui apriamo, ogni giorno, i nostri device digitali, ci mostra come stiamo instaurando un sistema quasi artificioso di collegamento umano. A livello di neurofunzioni questo sta portando a una vera e propria dipendenza del sistema dopaminergico, ossia il sistema di rinforzo, per cui ogni volta che arriva un messaggio, questo a livello neurofisiologico funziona come il rinforzo che noi andiamo a cercare. Togliercelo induce ansia, preoccupazione, alert, stress, disturbi del sonno, bisogno di essere connessi…  Togliere ai ragazzi lo smartphone vuol dire isolarli da un mondo complessissimo e allargatissimo rispetto a quello che avevano, ma anche dal  circuito di tutti i rinforzi che noi come esseri umani andiamo a cercare, distaccandoli da tutto il sistema che riguarda il proprio sé e la propria esistenza. Per poter accompagnare i ragazzi nella crescita, è dunque indispensabile che gli educatori conoscano cosa c’è di potenziale nell’uso dei device digitali, ma anche quanto c’è di rischio.   Daniela Lucangeli affronterà questo tema nel corso del CONVEGNO ERICKSON “LA QUALITÀ DELL’INCLUSIONE SCOLASTICA E SOCIALE”
Leggi di più
Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
Per mettere in campo interventi efficaci è necessario l'impegno di tutte le figure che lavorano in questo ambito.
Quando si parla di violenza maschile contro le donne si sentono spesso anche altre espressioni, come violenza domestica e violenza di genere. L’espressione violenza domestica fa riferimento al fatto che, secondo dati a livello globale, le donne subiscono abusi soprattutto tra le mura di casa, ossia in quello che dovrebbe essere il più protettivo e sicuro dei contesti. La violenza di genere fa riferimento alle motivazioni culturali e alle dinamiche relazionali che sono alla base della violenza maschile contro le donne.   L’inclusione del concetto di genere nelle definizioni internazionali di violenza contro le donne è stata una conquista storica. Nella Convenzione di Istanbul – ratificata dall’Italia nel 2013 – si definisce così la violenza contro le donne: «…una violazione dei diritti umani e una forma di discri­minazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono su­scettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata». QUALCHE DATO SUL FENOMENO Nel mondo, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, 1 donna su 3 (il 35% delle donne della popolazione mondiale) ha subìto nel corso della vita una forma di violenza da parte di un uomo. Un femminicidio su 4 è compiuto dal partner.    In Italia 6 milioni 788 mila donne nel corso della propria vita hanno subìto violenza fisica o sessuale da parte di un uomo (fonte Istat). Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Nove volte su 10 il crimine non viene denunciato e una donna su 4 non parla con nessuno della violenza subita. Sono 14 mila le donne che ogni anno si rivolgono ai centri antiviolenza italiani: 7 su 10 sono cittadine italiane, così come italiani sono la maggioranza degli aggressori (72%). (Fonte: D.i.Re, www.direcontrolaviolenza.it)   Ogni tre giorni viene uccisa una donna. Secondo il rapporto Eures, nel 2018  sono state uccise 130 donne all’anno. In 2 casi su 3 l’assassino è il partner o l’ex.   VIOLENZA NON SOLO FISICA A differenza di quanto il senso comune suggerisce, non è affatto necessario aggredire il corpo per mantenere qualcuno in uno stato di soggezione. In una relazione caratterizzata dal controllo, la violenza fisica ha un ruolo decisamente marginale, mentre centrali sono strategie più sottili, come, ad esempio, le ingerenze sul modo in cui la vittima affronta la propria vita quotidiana, l’isolamento o altre forme di manipolazione affettiva che includono l’uso di una comunicazione seduttiva e ambigua e l’induzione di idee di incapacità.    Le micro-violenze preparano alle forme più esplicite di abuso. Le percosse compaiono solo se e quando il terreno è stato preparato e rappresentano un’opzione che può anche rivelarsi superflua.   Quel che fa di un legame una relazione d’abuso non è dunque l’alta frequenza di numerosi e variegati comportamenti violenti o la presenza di azioni particolarmente efferate, ma una dinamica di pretesa e di controllo potenzialmente in grado di condizionare la vita della vittima e di danneggiarne profondamente l’autostima.
Leggi di più
Search-ME - Erickson 3 Lavoro sociale
Uno studio rileva il continuum di violenze nei vissuti di donne e madri «dalla pelle nera»
Il crescente arrivo di donne in gravidanza è uno dei temi al centro del dibattito politico e mediatico sulle migrazioni attraverso il Mediterraneo Centrale. La visione umanitaria, secondo cui le donne in gravidanza sono soggetti che «meritano» più di altre categorie di migranti di essere salvate e accolte in Europa si contrappone alla visione securitaria, secondo cui le migranti in gravidanza vanno intese come soggetti che approfitterebbero dello stato di gravidanza per avere maggiori aiuti da parte degli Stati in cui sono accolte, sia sul piano dell’assistenza sanitaria sia su quello politico e sociale. Le conoscenze relative ai vissuti (e ai destini) di queste donne rimangono però molto limitate. L’origine delle gravidanze e soprattutto il fatto che nella maggior parte dei casi si tratta di gravidanze indesiderate sfugge a un’analisi approfondita. In base ai dati raccolti da una ricerca svolta nel 2016, le migranti nigeriane accolte a Lampedusa presentano due profili. Un primo gruppo, che corrisponde a circa il 60 % delle migranti arrivate nel 2016, è costituito da ragazze giovani (16-20 anni). Nella maggior parte dei casi, queste ragazze sono state forzate a lasciare la Nigeria: alcune sono state vendute dalle proprie famiglie, altre rapite allo scopo di ingrossare le fila del mercato della prostituzione. L’altro gruppo di migranti nigeriane è composto da donne che decidono in prima persona di abbandonare la Nigeria. Tendenzialmente queste donne hanno un livello di istruzione maggiore (scuola media o diploma superiore) e un’età più avanzata (22 - 34 anni) rispetto al primo gruppo. Anche se queste donne hanno storie diverse, la maggior parte di loro è esposta alle stesse forme di violenza sessuale durante il viaggio migratorio. Il rischio di subire delle violenze è legato all’identità di genere, ma anche ad altri elementi, quali il colore della pelle e i fattori religiosi. Se fino all’arrivo in Libia alcune di queste donne riescono a sfuggire alle violenze sessuali grazia alla protezione di un compatriota, all’arrivo in Libia la situazione peggiora drasticamente.  Le donne tenute prigioniere dalle milizie subiscono stupri che spesso risultano in gravidanze: delle 558 donne nigeriane arrivate a Lampedusa nel 2016, 79 erano in gravidanza (ovvero il 14%). All’interno di questo gruppo, l’80% delle donne ha dichiarato di non essere a conoscenza dell’identità del padre del bambino. Più della metà (43 su 79 migranti), una volta arrivata a Lampedusa, ha chiesto di interrompere la propria gravidanza perché la associava a una violenza subita in Libia. All’arrivo in Italia si presentano per queste donne anche altri problemi. I luoghi in cui risiedono dopo il loro arrivo (i Centri di Accoglienza Straordinari) sono pensati come luoghi di residenza temporanei ma spesso le donne vi rimangono mesi e nonostante la loro condizione non godono di un migliore trattamento. La scarsa attenzione ai bisogni delle donne in gravidanza, la posizione delle strutture lontano dai centri abitati, l’assenza di psicologi che garantiscano una comunicazione in inglese, i pregiudizi sessisti e razzisti che in certi casi condizionano l’intervento degli operatori, sono tutti fattori che accentuano l’isolamento fisico e l’emarginazione sociale, con ripercussioni sulla salute delle donne.   L’articolo completo a cura di Chiara Quagliariello, Ricercatrice all’École des hautes études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, è disponibile sul numero di agosto 2019 della rivista Erickson Lavoro sociale.
Leggi di più
Search-ME - Erickson 4 Narrativa
Qualche spunto per aiutare i più piccoli ad affrontare l’Alzheimer di una persona cara
La demenza è una malattia degenerativa che ha un forte impatto sul modo in cui affrontiamo la quotidianità e le relazioni. Spiegare ai nostri figli o nipoti che la loro nonna ha l’Alzheimer o un’altra forma di demenza può essere particolarmente complicato perché si è spesso combattuti  tra l’impulso di proteggerli dalle prove della vita — come può essere una malattia incurabile o la sofferenza di una persona a cui vogliono bene — e la necessità di dare loro gli strumenti necessari per vivere la nuova realtà con serenità e fiducia. Tuttavia, anche con i bambini che si confrontano con l’esperienza della demenza in famiglia è possibile parlare della malattia, affinché possano sentirsi al sicuro e allo stesso tempo coinvolti nell'offrire condizioni di benessere ai loro nonni. Sentiamo  dalla voce di Eloisa Stella - co-fondatrice e vice-presidente dell’Associazione Novilunio, impegnata a promuovere la dignità, l’inclusione sociale e i diritti delle persone con demenza e delle loro famiglie - come si può fare a rispondere ad alcune domande difficili dei bambini sulla demenza. Perché il nonno continua a ripetere le stesse domande? Le persone con demenza spesso si ricordano di eventi che sono accaduti tanti anni fa ma non riescono a ricordare qualcosa che è successo ieri o anche qualche minuto prima. Il nonno potrebbe non ricordarsi più di averti già fatto la stessa domanda. In questi casi è importante essere pazienti e rispondere con calma, anche se lo hai già fatto prima. Perché la nonna si arrabbia con me? Le persone che si ammalano di Alzheimer possono sentirsi arrabbiate perché sono in difficoltà o perché non si sentono capite. Non è loro intenzione prendersela con gli altri. Né è colpa degli altri se si sono ammalate. Anche la mia mamma si ammalerà di Alzheimer? Mi ammalerò anch’io? Il fatto che il nonno o la nonna si sia ammalato di demenza non significa che anche gli altri membri della famiglia si ammaleranno a loro volta. La nonna guarirà? Al momento non ci sono medicine per farla guarire, ma gli scienziati stanno lavorando con molto impegno per trovare il prima possibile una cura.   Come posso aiutare il nonno?  La cosa più importante che puoi fare per lui è fargli capire quanto gli vuoi bene e tieni a lui. Anche quando non riesci a parlargli come facevi un tempo, puoi sempre dimostrargli l’affetto che provi in quel momento — magari con un abbraccio o un sorriso.   La nonna si dimenticherà di me?  Man mano che la malattia avanza, la nonna potrebbe dimenticarsi di tante cose, ma si ricorderà sempre di quanto vi volete bene.
Leggi di più
Search-ME - Erickson 5 Lavoro sociale
Il punto di vista di Lella Palladino, presidente di D.i.Re, sulla nuova legge
A luglio 2019, il Codice Rosso, ossia il piano per la tutela delle vittime di violenza domestica e di genere promosso dal governo Conte, è diventato legge. Tra le novità principali, troviamo l’introduzione di tempi più rapidi per l’avvio dell’iter giudiziario a seguito di una denuncia, l’inasprimento delle pene per i reati sessuali, la previsione di nuovi reati come il revenge porn e lo sfregio al viso. Novità legislative positive, dunque, per le donne vittime di violenza? Secondo Lella Palladino - presidente di D.i.Re, ossia “Donne in rete contro la violenza”, che dal 1991 gestisce 115 centri antiviolenza e 55 case rifugio su tutto il territorio nazionale - in realtà no. Palladino è molto critica per il mancato coinvolgimento nel disegno di legge di tutte le realtà che lavorano in difesa delle donne vittime di violenza (dagli esperti, alle associazioni, al Csm), oltreché per il rigetto di tutti gli emendamenti delle opposizioni. Nel merito, ritiene poi insoddisfacenti molti aspetti del nuovo Codice Rosso.    In un’intervista rilasciata a Repubblica, Palladino sottolinea in particolare il mancato investimento sulla formazione di personale preparato ad ascoltare la donna nel momento della denuncia: «L'importante è che la donna sia ascoltata da chi ha strumenti per capire e purtroppo manca personale preparato in tutti i settori». Dando uno sguardo ai dati della Commissione d’inchiesta sul femminicidio, un quarto delle denunce viene archiviato, mentre il 50% circa dei processi avviati si conclude con un’assoluzione. La presidente di D.i.Re non vede positivamente la previsione dei 3 giorni dalla denuncia per l’ascolto della donna da parte di un magistrato, in quanto teme che questa misura si traduca in un boomerang per la donna, con provvedimenti presi in fretta senza concedere alla donna il tempo di mettersi in sicurezza dalla violenza e senza evitarle la continua ripetizione del racconto - un fatto che si configura come rivittimizzazione secondaria.    Palladino non mostra di apprezzare nemmeno l’aumento dei fondi per la prevenzione della violenza sulle donne, passati da 30 a 37 milioni di euro, in quanto sostiene che i fondi per i centri antiviolenza e per le case rifugio, ammesso che arrivino - poiché spesso finiscono per essere trattenuti nelle casse pubbliche - quando arrivano vengono distribuiti con criteri che si sono dimostrati molto variabili da una regione all’altra o addirittura escludenti per i centri di provata esperienza. Insomma, il lavoro delle associazioni che si occupano di tutelare e accogliere le donne in fuga dal dramma della violenza andrà avanti, ma questa legge non aiuta, o aiuta troppo poco.  AL CONVEGNO "AFFRONTARE LA VIOLENZA SULLE DONNE" Lella Palladino sarà relatrice al Convegno in programma a Trento il 17 e 18 ottobre, dove affronterà il tema del lavoro di rete per attuare un aiuto efficace verso le donne vittime di violenza. 
Leggi di più
Search-ME - Erickson 6 Lavoro sociale
Le parole di una giudice sulle diseguaglianze di genere in Tribunale
Sono una giudice e da più di vent’anni mi occupo di amministrare la giustizia in nome del popolo di italiano. Questo lavoro è per me un privilegio e un onore, ma è al contempo anche una fonte di preoccupazione. Essere giudice è una responsabilità, un ruolo in cui si sente forte il dovere di dare risposte corrette e tempestive, proprio perché si agisce «in nome del popolo di italiano». In vent’anni di lavoro in magistratura mi sono occupata di tanti reati, tra cui anche di violenza sulle donne. È l’unico tipo di reato nel quale il pregiudizio colpisce le vittime e non gli imputati. In tutti gli altri casi, sono gli imputati a rischiare di essere vittime dei pregiudizi. Rischia di accadere, e spesso accade, per immigrati, tossicodipendenti, rom.  Nei casi di violenza contro le donne, il pregiudizio non riguarda più chi commette il reato, ma chi lo subisce. Questo succede proprio perché in ogni fase del processo, attraverso le parole di testimoni, vittime, imputati, avvocati e magistrati, sono riflessi i pregiudizi e gli stereotipi che permeano la nostra società. Non intendo chiamarmi fuori da questa riflessione: a lungo mi sono domandata «Perché SI fanno massacrare di botte? Perché SI fanno abusare?». La domanda formulata attraverso un verbo riflessivo è un chiaro esempio di pregiudizio. Non sono le donne che si fanno maltrattare: sono gli uomini che maltrattano le donne. La responsabilità è di chi commette il reato, non di chi lo subisce.  Eppure succede che alle donne per prime manchi la fiducia nel fatto che saranno ascoltate e credute. Succede che nel processo si insinui il dubbio che la donna stia mentendo, o quantomeno esagerando. Può essere la stessa vittima a pensare questo di ciò che ha vissuto, a non riuscire a sentirsi vittima. Il 93% delle donne non denuncia la violenza subìta, perché c’è una struttura sociale che copre e giustifica la violenza e l’uomo che la esercita. Chiariamo un punto: la struttura sociale non è un’astrazione, siamo tutti noi. Noi che non siamo intervenuti quando abbiamo sentito le grida provenire da casa dei vicini e ci siamo rimessi a dormire, dicendoci che si trattava una semplice lite familiare… Quando però a gridare è solo uno e l’altra urla «aiuto», giorno dopo giorno, siamo davvero sicuri che si tratti di semplici liti? Il femminicidio è solo l’apice di una violenza che spesso dura da anni e che nessuno ha voluto vedere e men che meno denunciare.  Famiglie che minimizzano, mancanza di autonomia economica e quindi di vie d’uscita, senso di protezione verso i figli anche a scapito della propria vita: sono fattori che spesso riducono le donne vittime di violenza a uno stato di totale solitudine. Sono sole quando entrano in quel commissariato o in quella caserma dei Carabinieri per denunciare, sono sole in quell’aula di Tribunale ad affrontare il processo. Casi come questi sono terribili, lo dico per esperienza.  Sono processi in cui si respira l’omertà assoluta: nessuno ha visto niente, nessuno ha sentito nulla. I genitori della vittima magari hanno percepito la violenza e invece di spingere la figlia a denunciare, le hanno consigliato di coprire il compagno violento: «È il padre dei tuoi figli, devi avere pazienza». Le amiche magari hanno consigliato di tacere. Le maestre magari hanno capito ma non hanno voluto approfondire. Gli assistenti sociali magari non hanno avuto tempo «per le beghe familiari». Durante il processo tutto viene depotenziato, ridimensionato, normalizzato. Non stupisce che alla vittima non si creda: lei stessa alla fine teme di non aver capito e di avere esagerato.   AL CONVEGNO "AFFRONTARE LA VIOLENZA SULLE DONNE" Paola Di Nicola affronterà il tema nel corso del convegno in programma a Trento il 18 e 19 ottobre, con l'intervento "La mia parola contro la sua: quando il pregiudizio è più importante del giudizio"   L’articolo completo di Paola Di Nicola, Giudice del Tribunale di Roma, è disponibile sul numero di agosto 2019 della rivista Erickson Lavoro Sociale.  
Leggi di più
;