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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
L’importanza di saper realizzare cambiamenti di emergenza ed evolutivi
Il lavoro sociale ha come finalità la realizzazione di cambiamenti. Chi opera nel lavoro sociale deve tener conto della necessità di cambiamenti rapidi, e della necessità di cambiamenti evolutivi lenti. I primi riguardano esseri umani che devono salvare la loro vita. Chi sta affogando ha bisogno di essere portato in salvo al più presto. Alle spalle del salvataggio c’è un’organizzazione dei salvataggi. Chi opera può trovarsi imbrigliato, intrappolato, nell’organizzazione che potrebbe non essere adeguata alle esigenze dei tempi, dovendo a sua volta tener conto di un’impalcatura di regole e di una normativa un po’ polverosa. Per questo diciamo che chi opera nel lavoro sociale deve essere un equilibrista: deve mantenere un equilibrio, anche caratteriale, fra due tipi di cambiamento a cui il suo operare può e deve contribuire. È l’equilibrio professionale. Il tempo del cambiamento del salvataggio sembrerebbe essere solo e unicamente quello dell’immediatezza. È davvero così? Non sempre. Chi opera nel lavoro sociale con un ruolo professionale deve tener conto dell’apparato istituzionale. Non deve usare solo l’acceleratore, ma anche le diverse marce dell’auto, e quindi anche il freno e la frizione. Senza dimenticare il volante e le segnalazioni luminose. Per accelerare, a volta è bene rallentare. L’apparato complesso che nella nostra metafora è l’automobile ha bisogno di cambiare evolvendo. Anche chi sta affogando dovrebbe cambiare evolvendo, per non ritrovarsi nelle condizioni che portavano all’annegamento. I due cambiamenti, quello dell’immediatezza e quello dell’evoluzione, devono contaminarsi. Il primo permette l’altro. Il primo riesce meglio avendo fiducia nell’altro. E contribuendo alla sua realizzazione: alla fiducia va aggiunta la capacità di attendere, la pazienza. Evolviamo lentamente e cambiamo profondamente se non ci accontentiamo della sopravvivenza immediata. L’evoluzione deve procedere come fa chi si arrampica in montagna, facendo roccia. Deve sentirsi quadrupede, e muovere un piede o una mano solo avendo le altre tre membra ben salde. Il cambiamento di chi fa roccia fa un uso prudente, parsimonioso, dell’immediatezza. Deve essere un’immediatezza ponderata. Sembra un paradosso. È il paradosso in cui vive e può svilupparsi il lavoro sociale: chi ha un ruolo professionale deve farsi carico del doppio cambiamento, quello del pronto soccorso e quello dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. L’efficienza e l’efficacia dell’immediatezza del pronto soccorso va documentata in modo da favorire il cambiamento evolutivo dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. È una tappa di percorso delicata e insidiosa. L’apparato istituzionale, vedendo efficienza ed efficacia, potrebbe ritenere che non ci sia bisogno di alcun cambiamento. È così. Il cambiamento evolutivo è sorprendente a posteriori. Nel suo svolgimento è inavvertito. Chi ha un ruolo professionale dovrebbe stare nel tempo dell’immediatezza e in quello del cambiamento evolutivo. Evitando di scegliere l’uno o l’altro. L’uno e l’altro. Meglio: uno è nell’altro. Non è un compito facile. Non si impara in una formazione formale. È una pratica, una capacità, che nella nostra cultura si è sovente nascosta nelle donne. Consiste in quelle pratiche di routine che sembrano sempre uguali, ma coinvolgono gradualmente la partecipazione attiva dell’altro, come ad esempio un essere umano che sta crescendo. Aiutano e permettono un cambiamento evolutivo grazie alla sicurezza fornita da gesti, orari, suoni e parole, che sembrano sempre uguali. I “quadri” dell’apparato istituzionale possono assumere queste capacità? La risposta non dovrebbe ridursi alla scelta fra il sì e il no. Siamo accecati dallo stereotipo che ci fa vedere in chi dirige un guardiano inflessibile, e quindi un po’ rigido, dell’ordine stabilito una volta per tutte, senza fantasie e avventure. Ogni stereotipo contiene qualche verità e nello stesso tempo impedisce di vedere qualche verità. Nel lavoro sociale è importante allenarsi al discernimento, per non essere accecati dagli stereotipi. Essendo il lavoro sociale un lavoro di filiera, il discernimento è facilitato e reso possibile. Una filiera è composta da diverse produzioni che si collegano l’una all’altra, trasmettendosi ciascuno la propria produzione. Questa viene accolta e integrata, a volte con apposito trattamento, in una nuova produzione a sua volta trasmessa. La suddivisione del tempo, nella filiera, diventa uno strumento fondamentale per non polarizzare la propria vita in “sconfitto”/“vincente”. C’è chi vive il momento di sconfitta, e chi, in quello stesso momento, è vincente. In un altro momento i ruoli potrebbero essersi scambiati le parti. La suddivisione del tempo nella filiera non inchioda nessuno a un momento. Nella notte dei tempi, e non solo, gli esseri umani hanno alzato lo sguardo. Di giorno si sono orientati con il sole. Di notte con le stelle. Gli esseri umani, essendo nomadi imperfetti e operosi, si sono organizzati guardando in alto. Allargando l’orizzonte e cercando un punto di riferimento alto, in cui poter riporre fiducia. Può sembrare strano e paradossale: questa organizzazione spaziale è organizzazione mentale. La mente di un essere umano ha sviluppato al suo interno un’organizzazione più ampia e complessa rispetto agli altri esseri viventi. Per riconoscere, occorre ricordare. E possiamo farlo in maniera individuale e solitaria, con scarsi risultati rispetto a nostro costante bisogno di appartenenza. Gli esseri umani sono nomadi operosi sociali. Dobbiamo, quindi, avere memoria aperta alla condivisione. È una memoria nomade. Deve avere un bagaglio di conoscenze e sapere utilizzare quelle adatte alla specificità del contesto. Senza la presunzione di possedere tutte le conoscenze utili. L’incontro con l’altro è apertura alle sue conoscenze. Banalizzando, se andiamo in un posto e cerchiamo una certa strada, domandiamo a chi ci sembra del posto. Nelle pieghe della storia dell’umanità si nascondono quegli esploratori di terre che non conoscevano e che visitavano con bagaglio leggero e la speranza di trovare una popolazione autoctona a cui poter domandare. Chi conosceva quel posto poteva dire come difendersi da pericoli, come affrontare il freddo e il caldo, come nutrirsi, e forse poteva offrire un riparo per la notte. In cambio, l’autoctono poteva ricevere notizie. Tra le parti si sviluppava un insegnamento linguistico reciproco, aiutato da gesti, oggetti, segnali che diventavano condivisi. È il cambiamento evolutivo, bellezza!
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
Ripartiamo dalla bellezza degli spazi in cui lavorare, progettare, giocare per condizionare in modo positivo l’esperienza del vivere
Ho trovato il senso di questa dicotomia umana in una frase attribuita ad una donna straordinaria: Edith Stein. “Ogni persona deve scegliere se camminerà nella luce dell’altruismo creativo o nel buio dell’egoismo distruttivo”. (Sinclair J.,Edith Stein .Una rosa d’inverno) Questo della luce è un tema ricorsivo in molti personaggi più o meno famosi e anche molto diversi fra loro: potremmo considerarla una metafora della Bellezza. Mauro Berruto è stato allenatore della nazionale di Pallavolo. Gli viene proposto di formare una squadra con un gruppo di ospiti di un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Detta una sola condizione: l’attività si deve svolgere non in una palestra qualsiasi ma nel Palasport di Montichiari, bellissimo. Volevo creare intorno a quegli uomini delle condizioni di eccellenza: la rete, quella bella, i palloni ufficiali, le magliette di allenamento preparate negli spogliatoi, tutte le luci accese. Insomma tutto era perfetto, pulito, ordinato, luminoso. Ci allenammo per circa sei mesi pieni di emozioni che crescevano di allenamento in allenamento. Mai una defezione, mai una rinuncia. Io, in qualità di allenatore ero parte della coreografia: la differenza lo aveva fatto il luogo, la sua bellezza li aveva trasformati. Un report indicava che le necessità di psicofarmaci di quelle persone erano clamorosamente diminuite. Avevo imparato che la bellezza di ciò che ci circonda incide sul nostro comportamento. Adriano Olivetti eredita dal padre una fabbrica che nella sua austerità è molto bella ma lui ha altre idee: dice che non vuole lavorare nel buio e che lo spazio deve essere adatto per gli operai e non viceversa. La luce deve entrare in fabbrica. La bellezza si esprime perché entra luce. Afferma che “bisogna reintrodurre la bellezza nella società in vari modi e uno di questi è portare la bellezza negli oggetti ma che per produrre bellezza è necessario lavorare in un luogo di bellezza. Se devi tornarci è bene che il luogo sia bello! Ma non basta perché è convinto che sia necessario andare oltre l’orizzonte del possibile e la Bellezza è un orizzonte del possibile e quindi è necessario che l’uomo viva in armonia anche con il paesaggio e possa prendersi cura del territorio. Cambiano gli attori, le finalità, i tempi e i luoghi, ma il filo conduttore è sempre lo stesso: un’attenzione particolare nella costruzione e nella gestione degli spazi in cui vivere, lavorare, progettare, giocare. In altre parole è fondamentale aver cura del contesto. “L’essere umano sviluppa un progetto appoggiato da un paesaggio, che è un contesto capace di interagire, fornendo una base di appoggio ampia e quindi capace di sostenere un progetto ampiamente evolutivo” come afferma Andrea Canevaro. Credo che una buonissima “base d’appoggio” possa essere la Bellezza che rende possibile la sensazione positiva di benessere che può condizionare positivamente l’esperienza del vivere. Ma c’è di più: la bellezza ha in sé anche la forza di contrastare la rassegnazione, la paura “non ci può salvare, non ci può redimere, né tanto meno può eliminare il dolore o mettere a freno la morte. La bellezza ci salverà e ci salva tutt’ora dal mostro della disperazione. (Z.Bauman, A.Heller, La bellezza (non) ci salverà). Ma c’è anche un nesso fra bellezza e giustizia: C’è un legame che non può essere disgiunto, e ciò che è bello, se vuole essere etico e non cosmetico, non può prescindere dalla tensione costante ad essere anche giusto" (Murgia M. Futuro interiore.) Insomma, per andare oltre la sofferenza e per non avere più bisogno di eroi, bisogna affidarsi alla Bellezza.
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Search-ME - Erickson 3 Lavoro sociale
Che cosa cambia con la "Legge Iori"?
Il primo gennaio 2018, dopo un lungo iter parlamentare,, è entrata in vigore la «Legge Iori» che dà riconoscimento e tutela alle figure professionali di educatore socio-pedagogico e di pedagogista. Si tratta di una disposizione importante, che diventa il punto di riferimento per migliaia di studenti, laureati e per chi già lavora in ambito educativo. Abbiamo raccolto una serie di domande frequenti per capire che cosa cambia. 1. Quale titolo di Laurea occorre per essere Educatori? La Legge stabilisce che l’esercizio della professione di educatore professionale socio-pedagogico è subordinato al possesso del diploma di un corso di Laurea nella classe di Laurea L-19 (Scienze dell’educazione e della formazione), indipendentemente dalla denominazione che ogni ateneo o corso di Laurea le attribuisca. Ciò che conta è soltanto la classe L-19.   2. Quale titolo di Laurea occorre per essere Pedagogisti? Il titolo di Pedagogista è attribuito a seguito del rilascio di un diploma di Laurea abilitante nelle classi di Laurea magistrale LM-50 – Programmazione e gestione dei servizi educativi, LM-57 – Scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua, LM-85 – Scienze pedagogiche, LM-93 – Teorie e metodologie dell’e-learning e della media education ed equipollenti.   3. È valido anche il possesso di una Laurea quadriennale VO (vecchio ordinamento) o in Pedagogia? I vecchi corsi di Laurea sono equipollenti all’attuale Laurea magistrale (3+2) e consentono l’accesso ai ruoli di Pedagogista. Per le equipollenze si vedano il Decreto interministeriale del giugno 1998 (Gazzetta Ufficiale del 21 luglio 1998) e l’articolo 13, comma 7 del Decreto MIUR 270/2004   4. In quali ambiti si svolgerà il lavoro educativo e pedagogico? Nel comma 594 si precisa che l’educatore professionale socio-pedagogico e il pedagogista operano nei servizi e nei presidi socio-educativi e socio-assistenziali, nei confronti di persone di ogni età, prioritariamente nei seguenti ambiti: educativo e formativo; scolastico; socio-assistenziale, limitatamente agli aspetti socioeducativi; della genitorialità e della famiglia; culturale; giudiziario; ambientale; sportivo e motorio; dell’integrazione e della cooperazione internazionale.   5. È previsto un esame di Stato abilitante? No. Tutte le classi di Laurea magistrale, ed equipollenti, indicate nel testo di Legge sono abilitanti all’esercizio della professione di pedagogista. Il comma 595 stabilisce che la Laurea magistrale in Scienze pedagogiche, ed equipollenti, è abilitante e non occorrerà sostenere alcun ulteriore esame di abilitazione. L’abilitazione si intende riconosciuta anche a chi ha già conseguito il titolo (Vecchio o Nuovo ordinamento), prima dell’entrata in vigore della Legge.   6. La Legge prevede la costituzione di un albo o un ordine? Nel comma 594 leggiamo che «ai sensi della Legge del 14 gennaio 2013, n. 4, le professioni di educatore professionale socio-pedagogico e di pedagogista sono comprese nell’ambito delle professioni non organizzate in ordini o collegi». Le due figure potranno essere normate ai sensi della Legge 4 del 2013, ferma restando la possibilità di iscriversi ad associazioni di categoria professionali.   7. Il titolo ha valore all’estero? Sì.  Il comma 595 prevede questo: «La formazione universitaria dell’educatore professionale socio-pedagogico e del pedagogista è funzionale al raggiungimento di idonee conoscenze, abilità e competenze educative rispettivamente del livello 6 e del livello 7 del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente, di cui alla raccomandazione 2017/C 189/03 del Consiglio, del 22 maggio 2017. Ciò significa che il pedagogista è un professionista di livello apicale e può dirigere strutture o servizi educativi, mentre l’educatore, di livello 6, può coordinare gruppi di lavoro.   8. Potrò lavorare in ambito socio sanitario? Negli ambiti indicati dalla Legge è stato eliminato il contesto sociosanitario, poiché questa era una delle condizioni per poter approvare la Legge. Tuttavia, non è esplicitamente escluso e, pertanto, si prevede la possibilità di recuperarlo, sia facendo riferimento al socio-assistenziale e all’attività motoria (contenuti nella Legge al comma 594), sia sulla base di una specifica possibile richiesta da parte delle strutture socio-sanitarie. In altri termini, la struttura può richiedere, per attività socio-pedagogiche, la presenza di un educatore socio-pedagogico.   9. Gli educatori che già lavorano ma sono privi della Laurea L-19, perderanno il loro posto di lavoro? No, la Legge non ha valore retroattivo. Chi lavora non perderà il suo impiego. Ma vi sono alcune gradualità legate all’anzianità di servizio e ai titoli I commi 597 e il 598 prevedono due possibilità. A) Chi lavora avendo maturato 20 anni di lavoro con contratto a tempo indeterminato, oppure chi ha 50 anni di età e almeno 10 di lavoro consegue automaticamente la qualifica senza fare alcun corso, ritenendo che l’esperienza maturata sia sufficiente garanzia di professionalità. B) Può acquisire la qualifica di educatore socio- pedagogico attraverso 60 CFU erogati soltanto dalle università (non frequentare corsi che promettono il titolo, al di fuori delle università!): – chi già lavora avendo superato un concorso pubblico; – chi ha svolto attività di educatore per non meno di tre anni, anche non continuativi; – chi è in possesso di diploma rilasciato entro l’anno scolastico 2001/2002 da un istituto magistrale o da una scuola magistrale. Infine, nel comma 599 si afferma che non possono essere licenziati o retrocessi nelle mansioni gli educatori socio-sanitari o socio-pedagogici che lavorano da un periodo minimo di dodici mesi, anche non continuativi (documentati con autocertificazione); potranno cioè continuare a svolgere il lavoro nel medesimo servizio, o ente anche senza Laurea, ma se decidessero di farsi assumere da altro ente sarà richiesta la Laurea.   10. L’acquisizione dei 60 CFU è obbligatoria? NO. I 60 CFU sono un’opportunità e una sicurezza, ma non sono obbligatori. Possono essere utili per chi pensa di cambiare lavoro o città e preferisce assicurarsi la qualifica di educatore, e va sottolineato che si tratta di una qualifica (conseguita annualmente) e non di una Laurea.   11. Quando posso frequentare questo corso? Il 60 CFU sono conseguibili in un anno a scelta entro tre anni dall’entrata in vigore della Legge e saranno ripetuti per tre anni consecutivi a partire dall’anno accademico 2018-19. Per uniformare l’erogazione dei corsi di 60 CFU (da effettuarsi preferibilmente online per andare incontro alle esigenze di lavoro), i Direttori dei Dipartimenti di Scienze dell’educazione stanno concordando una linea comune per evitare difformità di contenuti e di costi nei diversi atenei.   12. Chi ha conseguito una Laurea triennale diversa dalla L-19 e una Laurea magistrale tra quelle indicate per il titolo di Pedagogista può esercitare anche il ruolo di Educatore professionale socio-pedagogico, oltre a quello di Pedagogista? La Circolare di imminente pubblicazione dovrebbe aggiungere al comma 595 delle norme transitorie la specifica indicazione seguente: chi è in possesso di titolo per svolgere attività di Pedagogista può svolgere anche attività di Educatore. In ogni caso, chi ha acquisito CFU necessari per accedere a una LM pedagogica si presume abbia dovuto dimostrare di possedere conoscenze idonee. In via transitoria si attribuisce pertanto la qualifica di Pedagogista a chi sia in possesso di una delle LM indicate nel comma 595, anche se proviene da LT diversa dalla L19.   13. Le norme transitorie indicate per gli educatori sono valide anche per i pedagogisti? La Circolare ministeriale di imminente pubblicazione chiarisce anche questo. Infatti, nei commi 598 e 599 ciò che è previsto per gli educatori avrà valore anche per i pedagogisti. Ciò al fine di salvaguardare le persone che attualmente svolgono il lavoro di pedagogista, pur in possesso di altro titolo. Ovviamente ciò vale solo per il pregresso e non per le nuove assunzioni.   14. Che cosa cambierà dal punto di vista salariale in seguito alla nuova legge? La risposta non può essere fornita dalla legge, ma certamente la figura professionale consente ora di normare anche i compensi e di aprire trattative sindacali.   15. La legge vale solo per gli enti pubblici o anche per le cooperative sociali o altri enti del terzo settore? La Circolare di imminente uscita dovrebbe aggiungere, al termine del comma 59, «Quanto sopra affermato ha validità sia per gli enti pubblici sia per gli Enti del Terzo settore».   16. E gli educatori che lavorano negli asili nido o nelle scuole dell’infanzia devono possedere i requisiti indicati dalla legge? Preciso a riguardo che il lavoro educativo nei nidi non è normato dalla legge in oggetto; i titoli sono pertanto indicati nel D.leg. 65/2017 - Sistema integrato di educazione e istruzione 0-6 anni.
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Search-ME - Erickson 4 Lavoro sociale
Per mettere in campo interventi efficaci è necessario l'impegno di tutte le figure che lavorano in questo ambito.
Quando si parla di violenza maschile contro le donne si sentono spesso anche altre espressioni, come violenza domestica e violenza di genere. L’espressione violenza domestica fa riferimento al fatto che, secondo dati a livello globale, le donne subiscono abusi soprattutto tra le mura di casa, ossia in quello che dovrebbe essere il più protettivo e sicuro dei contesti. La violenza di genere fa riferimento alle motivazioni culturali e alle dinamiche relazionali che sono alla base della violenza maschile contro le donne.   L’inclusione del concetto di genere nelle definizioni internazionali di violenza contro le donne è stata una conquista storica. Nella Convenzione di Istanbul – ratificata dall’Italia nel 2013 – si definisce così la violenza contro le donne: «…una violazione dei diritti umani e una forma di discri­minazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono su­scettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata». QUALCHE DATO SUL FENOMENO Nel mondo, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, 1 donna su 3 (il 35% delle donne della popolazione mondiale) ha subìto nel corso della vita una forma di violenza da parte di un uomo. Un femminicidio su 4 è compiuto dal partner.    In Italia 6 milioni 788 mila donne nel corso della propria vita hanno subìto violenza fisica o sessuale da parte di un uomo (fonte Istat). Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Nove volte su 10 il crimine non viene denunciato e una donna su 4 non parla con nessuno della violenza subita. Sono 14 mila le donne che ogni anno si rivolgono ai centri antiviolenza italiani: 7 su 10 sono cittadine italiane, così come italiani sono la maggioranza degli aggressori (72%). (Fonte: D.i.Re, www.direcontrolaviolenza.it)   Ogni tre giorni viene uccisa una donna. Secondo il rapporto Eures, nel 2018  sono state uccise 130 donne all’anno. In 2 casi su 3 l’assassino è il partner o l’ex.   VIOLENZA NON SOLO FISICA A differenza di quanto il senso comune suggerisce, non è affatto necessario aggredire il corpo per mantenere qualcuno in uno stato di soggezione. In una relazione caratterizzata dal controllo, la violenza fisica ha un ruolo decisamente marginale, mentre centrali sono strategie più sottili, come, ad esempio, le ingerenze sul modo in cui la vittima affronta la propria vita quotidiana, l’isolamento o altre forme di manipolazione affettiva che includono l’uso di una comunicazione seduttiva e ambigua e l’induzione di idee di incapacità.    Le micro-violenze preparano alle forme più esplicite di abuso. Le percosse compaiono solo se e quando il terreno è stato preparato e rappresentano un’opzione che può anche rivelarsi superflua.   Quel che fa di un legame una relazione d’abuso non è dunque l’alta frequenza di numerosi e variegati comportamenti violenti o la presenza di azioni particolarmente efferate, ma una dinamica di pretesa e di controllo potenzialmente in grado di condizionare la vita della vittima e di danneggiarne profondamente l’autostima.
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Search-ME - Erickson 5 Lavoro sociale
Dal welfare «provvidenza» al welfare «tutti nella stessa barca»
Scandagliando la letteratura e il pensiero contemporaneo, mi pare che sia possibile concepire lo Stato sociale (vale a dire la responsabilità pubblica in ordine al welfare) secondo tre codici alternativi: a) Il codice del welfare «provvidenza» Ti salviamo noi! b) Il codice del welfare «supermercato» Salvatevi voi! c) Il codice del welfare «tutti nella stessa barca» Salviamoci assieme! Il welfare «provvidenza» Il welfare «provvidenza» ci riporta allo schema classico socialdemocratico o burocratico. Lo Stato con tutti i suoi servizi, anche convenzionati, dice al cittadino: «Vi salviamo noi!». Di fronte ai problemi esistenziali, dice:   Tu aspetta e vedrai che io Pubblica amministrazione mi accorgerò dei tuoi problemi e te li risolverò. Addirittura forse già me ne accorgerò ancora prima che essi insorgano. Farò prevenzione e, perciò, tu ora non avrai neanche il fastidio di ringraziarmi.   Se siamo d’accordo nel dire che questo è lo schema di pensiero del vecchio Welfare state (un welfare a sussidiarietà rovesciata), dobbiamo riconoscere che al fondo esso permane dentro molti modelli che pretendono di superarlo. Non è solo una fissa dei servizi pubblici. Lo troviamo ancora incarnato nelle mentalità della maggioranza dei professionisti attuali e di molte organizzazioni di Terzo settore. Il welfare «supermercato» Il welfare «supermercato» è invece conforme allo schema neoliberale/ commerciale. Lo Stato dice ai cittadini: «Salvatevi voi!». Di fronte ai problemi esistenziali, dice:   Stai attento tu, alla tua vita. Se hai un problema, arrangiati, ovvero compra le prestazioni che ti servono; se non hai i soldi usa quelli dei miei trasferimenti monetari (sussidi, pensioni, indennità, ecc.) ed eventualmente io integrerò con «buoni» o voucher e persino ti farò affiancare da un case manager per personalizzare le prestazioni, aiutandoti a comprare quelle giuste. Questa ideologia ha agito come un detonatore sui Welfare state occidentali e nordici in particolare (si pensi alla riforma Thatcher nel Regno Unito). Di fatto esse hanno generato modi di pensare e soluzioni pratiche (modelli) che hanno irrorato di cinismo e di menefreghismo gli schemi della protezione sociale. Il valore del denaro è stato messo davanti al senso ultimo di quelle prassi. Il pensiero liberista è drasticamente contrapposto al «welfare di Stato». Se andiamo a vedere bene, tuttavia, è evidente che anch’esso, con l’enfasi sull’erogazione delle prestazioni standard, riproduce la dicotomia «salvatore/disgraziato» tipica di schemi assistenziali paternalisti e clinici.  Il welfare «tutti nella stessa barca» Il welfare «tutti nella stessa barca» è invece conforme a uno schema di reciprocità relazionale. Lo Stato (in questo caso davvero «sociale») dice al cittadino: «Ci salviamo assieme!» (siamo tutti in difficoltà). Di fronte ai problemi esistenziali, effonde culturalmente questa intuizione:   La vita umana è unica e preziosa e infine tragica per tutti. Chi ha avuto la sventura di trascorrerla patendo gravi problemi, ha avuto anche la fortuna di sperimentarla nel suo senso più profondo e intimo. Come dice Pascal, «solo chi sa che cosa vuol dire essere miserabile è un grande uomo». Dunque, io Stato mi adopererò per costruire le condizioni organizzative e strategiche affinché le pietre scartate (gli utenti e le famiglie) siano davvero testate d’angolo o comunque pietre utili, come tutte, per costruire assieme con le istituzioni il senso di un «vivere comune» adeguato e sobrio. Questo genere di pensiero parte dalla constatazione che le difficoltà e i disagi ci siano in ogni uomo e in ogni organizzazione, dunque anche dentro i sistemi di welfare. Questo paradigma direbbe pertanto che i sistemi organizzati per le cure umane possono funzionare (restituire effettivamente queste cure) solo se accettano culturalmente e organizzativamente di «farsi curare» dalle persone curate. Questo sarebbe senz’altro un modo dirompente e davvero nuovo di pensare al welfare. Impegno davvero nuovo e ragguardevole sarebbe di consentire istituzionalmente che l’umanità delle persone sofferenti si potesse tradurre in pratiche sociali (umanamente, finanziariamente e managerialmente) perseguibili.
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Search-ME - Erickson 6 Lavoro sociale
Testimonianze e ricerca scientifica per contrastare un fenomeno ancora attuale e diffuso
Oltre 40 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di schiavitù. Nel 70% dei casi sono donne o bambine. I 10 Paesi in cui il fenomeno è più significativo sono Corea del Nord, Eritrea, Burundi, Repubblica Centrafricana, Afghanistan, Mauritania, Sudan del Sud, Pakistan, Cambogia, Iran. Le forme di schiavitù sono riconducibili a matrimoni forzati (oltre 15 milioni di persone) e lavoro forzato (quasi 25 milioni di persone) che si concretizzano nella compravendita di uomini, donne e bambini, violenza, minacce, coercizione. Questi i dati più evidenti che emergono dal Global Slavery Index 2018, un importante report curato dalla Walk Free Foundation. La schiavitù in Italia: cosa dice il report Global Slavery Index? In Italia sono presenti circa 145.000 schiavi, numero che ci colloca al 122° posto sui 167 Paesi analizzati ma che allo stesso tempo ci spinge a non sottovalutare il fenomeno. Il report offre anche un’altra lettura: quanto i prodotti importati nel nostro Paese sono realizzati da lavoratori in condizioni di schiavitù? Si stima che nel 2015 abbiamo acquistato oltre 7 miliardi di dollari di prodotti a rischio, prevalentemente importati da Cina e India, nei settori dell’abbigliamento, della tecnologia (computer, cellulari), dell’alimentazione (cacao, bestiame, pesce). Ma l’Italia è anche segnalata come uno dei 7 Paesi del G20 che hanno intrapreso azioni normative per contrastare le forme di sfruttamento lavorativo nella catena produttiva. L’impegno di Sunitha Krishnan e l’attivismo di Lisa Kristine Sono diverse le testimonianze di persone che si battono per combattere la schiavitù. Una di queste viene da Sunitha Krishnan, attivista indiana che da adolescente è stata vittima di stupro e che attraverso l’organizzazione Prajwala di cui è co-fondatrice, cerca di strappare bambini e donne dalle maglie dello sfruttamento sessuale attraverso il reinserimento sociale e lavorativo. Sunitha invita le persone a parlare di questo tema per creare consapevolezza e sensibilità. Invita anche a interrogarsi su un meccanismo sottile e ipocrita che – da una parte – porta a parlare di schiavitù nei film, nei documentari, negli eventi delle organizzazioni filantropiche ma – dall’altra – rende difficile accettare queste bambine e donne nei “nostri” luoghi, come colleghe di lavoro o compagne di classe dei nostri figli. Anche Lisa Kristine, fotografa e attivista americana, è impegnata nel contrasto alla schiavitù: attraverso lo strumento della fotografia cerca di testimoniare le condizioni di molti lavoratori/schiavi in diverse zone del mondo. Kristine mette in evidenza la situazione in cui si trovano queste persone, spesso bambini, che vengono costrette a lavorare senza alcun riconoscimento e che vivono e muoiono nell’invisibilità. Eliminare la schiavitù entro il 2030 Un’altra esperienza particolarmente significativa viene dal mondo della ricerca scientifica: il Rights Lab dell’Università di Nottingham ha infatti catalizzato gli sforzi di oltre 100 studiosi e ricercatori, appartenenti ad ambiti disciplinari diversi, per contribuire all’ambizioso obiettivo delle Nazioni Unite di eliminare la schiavitù entro il 2030 (Sustainable Development Goals, 2015). Tra le molte azioni di questo gruppo di ricercatori va sottolineata la costruzione del più ampio archivio a livello internazionale che raccoglie le testimonianze delle persone che hanno vissuto la schiavitù sulla loro pelle. Uno strumento che consente anche di impostare nuove e sistematiche strategie per prevenire ed eliminare la schiavitù proprio a partire dalle soluzioni che i diretti interessati hanno messo in campo, facendo sentire la loro voce e restituendo valore alle loro competenze esperienziali.
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