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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
L’importanza di saper realizzare cambiamenti di emergenza ed evolutivi
Il lavoro sociale ha come finalità la realizzazione di cambiamenti. Chi opera nel lavoro sociale deve tener conto della necessità di cambiamenti rapidi, e della necessità di cambiamenti evolutivi lenti. I primi riguardano esseri umani che devono salvare la loro vita. Chi sta affogando ha bisogno di essere portato in salvo al più presto. Alle spalle del salvataggio c’è un’organizzazione dei salvataggi. Chi opera può trovarsi imbrigliato, intrappolato, nell’organizzazione che potrebbe non essere adeguata alle esigenze dei tempi, dovendo a sua volta tener conto di un’impalcatura di regole e di una normativa un po’ polverosa. Per questo diciamo che chi opera nel lavoro sociale deve essere un equilibrista: deve mantenere un equilibrio, anche caratteriale, fra due tipi di cambiamento a cui il suo operare può e deve contribuire. È l’equilibrio professionale. Il tempo del cambiamento del salvataggio sembrerebbe essere solo e unicamente quello dell’immediatezza. È davvero così? Non sempre. Chi opera nel lavoro sociale con un ruolo professionale deve tener conto dell’apparato istituzionale. Non deve usare solo l’acceleratore, ma anche le diverse marce dell’auto, e quindi anche il freno e la frizione. Senza dimenticare il volante e le segnalazioni luminose. Per accelerare, a volta è bene rallentare. L’apparato complesso che nella nostra metafora è l’automobile ha bisogno di cambiare evolvendo. Anche chi sta affogando dovrebbe cambiare evolvendo, per non ritrovarsi nelle condizioni che portavano all’annegamento. I due cambiamenti, quello dell’immediatezza e quello dell’evoluzione, devono contaminarsi. Il primo permette l’altro. Il primo riesce meglio avendo fiducia nell’altro. E contribuendo alla sua realizzazione: alla fiducia va aggiunta la capacità di attendere, la pazienza. Evolviamo lentamente e cambiamo profondamente se non ci accontentiamo della sopravvivenza immediata. L’evoluzione deve procedere come fa chi si arrampica in montagna, facendo roccia. Deve sentirsi quadrupede, e muovere un piede o una mano solo avendo le altre tre membra ben salde. Il cambiamento di chi fa roccia fa un uso prudente, parsimonioso, dell’immediatezza. Deve essere un’immediatezza ponderata. Sembra un paradosso. È il paradosso in cui vive e può svilupparsi il lavoro sociale: chi ha un ruolo professionale deve farsi carico del doppio cambiamento, quello del pronto soccorso e quello dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. L’efficienza e l’efficacia dell’immediatezza del pronto soccorso va documentata in modo da favorire il cambiamento evolutivo dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. È una tappa di percorso delicata e insidiosa. L’apparato istituzionale, vedendo efficienza ed efficacia, potrebbe ritenere che non ci sia bisogno di alcun cambiamento. È così. Il cambiamento evolutivo è sorprendente a posteriori. Nel suo svolgimento è inavvertito. Chi ha un ruolo professionale dovrebbe stare nel tempo dell’immediatezza e in quello del cambiamento evolutivo. Evitando di scegliere l’uno o l’altro. L’uno e l’altro. Meglio: uno è nell’altro. Non è un compito facile. Non si impara in una formazione formale. È una pratica, una capacità, che nella nostra cultura si è sovente nascosta nelle donne. Consiste in quelle pratiche di routine che sembrano sempre uguali, ma coinvolgono gradualmente la partecipazione attiva dell’altro, come ad esempio un essere umano che sta crescendo. Aiutano e permettono un cambiamento evolutivo grazie alla sicurezza fornita da gesti, orari, suoni e parole, che sembrano sempre uguali. I “quadri” dell’apparato istituzionale possono assumere queste capacità? La risposta non dovrebbe ridursi alla scelta fra il sì e il no. Siamo accecati dallo stereotipo che ci fa vedere in chi dirige un guardiano inflessibile, e quindi un po’ rigido, dell’ordine stabilito una volta per tutte, senza fantasie e avventure. Ogni stereotipo contiene qualche verità e nello stesso tempo impedisce di vedere qualche verità. Nel lavoro sociale è importante allenarsi al discernimento, per non essere accecati dagli stereotipi. Essendo il lavoro sociale un lavoro di filiera, il discernimento è facilitato e reso possibile. Una filiera è composta da diverse produzioni che si collegano l’una all’altra, trasmettendosi ciascuno la propria produzione. Questa viene accolta e integrata, a volte con apposito trattamento, in una nuova produzione a sua volta trasmessa. La suddivisione del tempo, nella filiera, diventa uno strumento fondamentale per non polarizzare la propria vita in “sconfitto”/“vincente”. C’è chi vive il momento di sconfitta, e chi, in quello stesso momento, è vincente. In un altro momento i ruoli potrebbero essersi scambiati le parti. La suddivisione del tempo nella filiera non inchioda nessuno a un momento. Nella notte dei tempi, e non solo, gli esseri umani hanno alzato lo sguardo. Di giorno si sono orientati con il sole. Di notte con le stelle. Gli esseri umani, essendo nomadi imperfetti e operosi, si sono organizzati guardando in alto. Allargando l’orizzonte e cercando un punto di riferimento alto, in cui poter riporre fiducia. Può sembrare strano e paradossale: questa organizzazione spaziale è organizzazione mentale. La mente di un essere umano ha sviluppato al suo interno un’organizzazione più ampia e complessa rispetto agli altri esseri viventi. Per riconoscere, occorre ricordare. E possiamo farlo in maniera individuale e solitaria, con scarsi risultati rispetto a nostro costante bisogno di appartenenza. Gli esseri umani sono nomadi operosi sociali. Dobbiamo, quindi, avere memoria aperta alla condivisione. È una memoria nomade. Deve avere un bagaglio di conoscenze e sapere utilizzare quelle adatte alla specificità del contesto. Senza la presunzione di possedere tutte le conoscenze utili. L’incontro con l’altro è apertura alle sue conoscenze. Banalizzando, se andiamo in un posto e cerchiamo una certa strada, domandiamo a chi ci sembra del posto. Nelle pieghe della storia dell’umanità si nascondono quegli esploratori di terre che non conoscevano e che visitavano con bagaglio leggero e la speranza di trovare una popolazione autoctona a cui poter domandare. Chi conosceva quel posto poteva dire come difendersi da pericoli, come affrontare il freddo e il caldo, come nutrirsi, e forse poteva offrire un riparo per la notte. In cambio, l’autoctono poteva ricevere notizie. Tra le parti si sviluppava un insegnamento linguistico reciproco, aiutato da gesti, oggetti, segnali che diventavano condivisi. È il cambiamento evolutivo, bellezza!
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
Ripartiamo dalla bellezza degli spazi in cui lavorare, progettare, giocare per condizionare in modo positivo l’esperienza del vivere
Ho trovato il senso di questa dicotomia umana in una frase attribuita ad una donna straordinaria: Edith Stein. “Ogni persona deve scegliere se camminerà nella luce dell’altruismo creativo o nel buio dell’egoismo distruttivo”. (Sinclair J.,Edith Stein .Una rosa d’inverno) Questo della luce è un tema ricorsivo in molti personaggi più o meno famosi e anche molto diversi fra loro: potremmo considerarla una metafora della Bellezza. Mauro Berruto è stato allenatore della nazionale di Pallavolo. Gli viene proposto di formare una squadra con un gruppo di ospiti di un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Detta una sola condizione: l’attività si deve svolgere non in una palestra qualsiasi ma nel Palasport di Montichiari, bellissimo. Volevo creare intorno a quegli uomini delle condizioni di eccellenza: la rete, quella bella, i palloni ufficiali, le magliette di allenamento preparate negli spogliatoi, tutte le luci accese. Insomma tutto era perfetto, pulito, ordinato, luminoso. Ci allenammo per circa sei mesi pieni di emozioni che crescevano di allenamento in allenamento. Mai una defezione, mai una rinuncia. Io, in qualità di allenatore ero parte della coreografia: la differenza lo aveva fatto il luogo, la sua bellezza li aveva trasformati. Un report indicava che le necessità di psicofarmaci di quelle persone erano clamorosamente diminuite. Avevo imparato che la bellezza di ciò che ci circonda incide sul nostro comportamento. Adriano Olivetti eredita dal padre una fabbrica che nella sua austerità è molto bella ma lui ha altre idee: dice che non vuole lavorare nel buio e che lo spazio deve essere adatto per gli operai e non viceversa. La luce deve entrare in fabbrica. La bellezza si esprime perché entra luce. Afferma che “bisogna reintrodurre la bellezza nella società in vari modi e uno di questi è portare la bellezza negli oggetti ma che per produrre bellezza è necessario lavorare in un luogo di bellezza. Se devi tornarci è bene che il luogo sia bello! Ma non basta perché è convinto che sia necessario andare oltre l’orizzonte del possibile e la Bellezza è un orizzonte del possibile e quindi è necessario che l’uomo viva in armonia anche con il paesaggio e possa prendersi cura del territorio. Cambiano gli attori, le finalità, i tempi e i luoghi, ma il filo conduttore è sempre lo stesso: un’attenzione particolare nella costruzione e nella gestione degli spazi in cui vivere, lavorare, progettare, giocare. In altre parole è fondamentale aver cura del contesto. “L’essere umano sviluppa un progetto appoggiato da un paesaggio, che è un contesto capace di interagire, fornendo una base di appoggio ampia e quindi capace di sostenere un progetto ampiamente evolutivo” come afferma Andrea Canevaro. Credo che una buonissima “base d’appoggio” possa essere la Bellezza che rende possibile la sensazione positiva di benessere che può condizionare positivamente l’esperienza del vivere. Ma c’è di più: la bellezza ha in sé anche la forza di contrastare la rassegnazione, la paura “non ci può salvare, non ci può redimere, né tanto meno può eliminare il dolore o mettere a freno la morte. La bellezza ci salverà e ci salva tutt’ora dal mostro della disperazione. (Z.Bauman, A.Heller, La bellezza (non) ci salverà). Ma c’è anche un nesso fra bellezza e giustizia: C’è un legame che non può essere disgiunto, e ciò che è bello, se vuole essere etico e non cosmetico, non può prescindere dalla tensione costante ad essere anche giusto" (Murgia M. Futuro interiore.) Insomma, per andare oltre la sofferenza e per non avere più bisogno di eroi, bisogna affidarsi alla Bellezza.
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Search-ME - Erickson 3 Lavoro sociale
L’invecchiamento delle persone con disabilità intellettive pone nuove sfide al Lavoro Sociale
Negli ultimi decenni le condizioni di vita nella nostra società sono notevolmente migliorate, producendo un aumento delle aspettative di vita, con un conseguente innalzamento dell’età media della popolazione. Questo fenomeno di progressivo invecchiamento rappresenta uno dei temi più dibattuti sul futuro dell’Europa, e ci costringe a interrogarci anche sul futuro delle persone con disabilità. Oggi, infatti, siamo di fronte alla prima generazione di persone con disabilità che vive a lungo: basti pensare per esempio che negli anni Trenta del secolo scorso la sindrome di Down era considerata una condizione pediatrica e la speranza di vita non arrivava alla maggiore età. Questa realtà ci mette di fronte a nuovi cambiamenti e a questioni che fino a pochi decenni fa non venivano nemmeno prese in considerazione. Spesso le istituzioni sembrano fare fatica a gestire queste situazioni, sia a livello di singolo caso (l’invecchiamento porta con sé deficit che si aggiungono a precedenti disturbi del neurosviluppo, con evidenti ripercussioni sulla persona) e nel macrocontesto (le nuove sfide poste al Lavoro Sociale e ai suoi operatori, ma anche agli stessi familiari).  Per fronteggiare il problema dell’invecchiamento delle persone con disabilità intellettiva servono strumenti che aiutino a distinguere la condizione di deficit legata a una sindrome del neurosviluppo da quella determinata dall’avanzamento nell’età.  Questo richiede un diverso approccio, culturale, sociale, ma anche professionale, che ponga al centro una riflessione globale sul fenomeno, che metta in primo piano i diritti delle persone con disabilità intellettive e che consideri la qualità di vita degli individui come obiettivo principale di qualsiasi intervento. Sappiamo che, con il procedere dell’età, alcune funzioni tendono a declinare o a rallentare, che altre rimangono inalterate e che questi cambiamenti sono naturali. Riconoscere questo processo nelle persone con disabilità intellettiva pone nuove sfide ai familiari, ai servizi e alle persone stesse che invecchiano. Diventa quindi fondamentale valutare correttamente la persona, il suo bisogno di sostegno, il livello di stimolazione più adeguato al momento della vita in cui si trova. Esistono strumenti provenienti dalla letteratura internazionale che permettono di effettuare lo screening per la demenza anche in persone con disabilità intellettiva: un passo importantissimo, che diventerebbe ancor più fondamentale se si lavorasse in parallelo sull’inclusione delle persone con disturbi del neurosviluppo nel Piano nazionale demenze, come raccomanda l’Organizzazione Mondiale della Sanità e come già è stato fatto negli Stati Uniti e alcuni Paesi europei. Un altro aspetto da sottolineare è che in Italia quasi il 50% delle persone con disabilità intellettiva vicina all’età anziana vive in casa e l’aumento delle patologie tipiche dell’invecchiamento aumenta le difficoltà che i carer e gli stessi adulti con questa forma di disabilità devono affrontare. Diventano cruciali interventi che permettano un adeguato contesto ambientale e relazionale, affinché la persona sia accompagnata a vivere in modo dignitoso questa condizione.   L’articolo completo a cura di Tiziano Gomiero, Coordinatore Project DAD di ANFFAS Trentino è disponibile sul numero di agosto 2019 della rivista Erickson Lavoro Sociale.
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Search-ME - Erickson 4 Lavoro sociale
Per mettere in campo interventi efficaci è necessario l'impegno di tutte le figure che lavorano in questo ambito.
Quando si parla di violenza maschile contro le donne si sentono spesso anche altre espressioni, come violenza domestica e violenza di genere. L’espressione violenza domestica fa riferimento al fatto che, secondo dati a livello globale, le donne subiscono abusi soprattutto tra le mura di casa, ossia in quello che dovrebbe essere il più protettivo e sicuro dei contesti. La violenza di genere fa riferimento alle motivazioni culturali e alle dinamiche relazionali che sono alla base della violenza maschile contro le donne.   L’inclusione del concetto di genere nelle definizioni internazionali di violenza contro le donne è stata una conquista storica. Nella Convenzione di Istanbul – ratificata dall’Italia nel 2013 – si definisce così la violenza contro le donne: «…una violazione dei diritti umani e una forma di discri­minazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono su­scettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata». QUALCHE DATO SUL FENOMENO Nel mondo, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, 1 donna su 3 (il 35% delle donne della popolazione mondiale) ha subìto nel corso della vita una forma di violenza da parte di un uomo. Un femminicidio su 4 è compiuto dal partner.    In Italia 6 milioni 788 mila donne nel corso della propria vita hanno subìto violenza fisica o sessuale da parte di un uomo (fonte Istat). Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Nove volte su 10 il crimine non viene denunciato e una donna su 4 non parla con nessuno della violenza subita. Sono 14 mila le donne che ogni anno si rivolgono ai centri antiviolenza italiani: 7 su 10 sono cittadine italiane, così come italiani sono la maggioranza degli aggressori (72%). (Fonte: D.i.Re, www.direcontrolaviolenza.it)   Ogni tre giorni viene uccisa una donna. Secondo il rapporto Eures, nel 2018  sono state uccise 130 donne all’anno. In 2 casi su 3 l’assassino è il partner o l’ex.   VIOLENZA NON SOLO FISICA A differenza di quanto il senso comune suggerisce, non è affatto necessario aggredire il corpo per mantenere qualcuno in uno stato di soggezione. In una relazione caratterizzata dal controllo, la violenza fisica ha un ruolo decisamente marginale, mentre centrali sono strategie più sottili, come, ad esempio, le ingerenze sul modo in cui la vittima affronta la propria vita quotidiana, l’isolamento o altre forme di manipolazione affettiva che includono l’uso di una comunicazione seduttiva e ambigua e l’induzione di idee di incapacità.    Le micro-violenze preparano alle forme più esplicite di abuso. Le percosse compaiono solo se e quando il terreno è stato preparato e rappresentano un’opzione che può anche rivelarsi superflua.   Quel che fa di un legame una relazione d’abuso non è dunque l’alta frequenza di numerosi e variegati comportamenti violenti o la presenza di azioni particolarmente efferate, ma una dinamica di pretesa e di controllo potenzialmente in grado di condizionare la vita della vittima e di danneggiarne profondamente l’autostima.
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Search-ME - Erickson 5 Adolescenza
Come molte categorie fragili anche i giovani caregiver sono penalizzati e ulteriormente svantaggiati a causa dell’attuale emergenza sanitaria
I giovani caregiver sono bambini/e e adolescenti, talvolta non ancora maggiorenni, impegnati regolarmente in attività di cura rivolte ai propri familiari (genitori, nonni, sorelle e fratelli, ecc.). I bisogni dei familiari possono comprendere malattie croniche, disabilità e anche fragilità sociali e psicologiche che determinano la necessità di supervisione e assistenza costante e, talvolta, quotidiana. Occuparsi di faccende domestiche, supportare emotivamente e somministrare dei farmaci sono solo alcune delle attività che svolgono i giovani caregiver. Le responsabilità di cura influiscono significativamente sul loro sviluppo psico-fisico generando considerevoli difficoltà nella transizione verso l’età adulta. Un’indagine svolta nel 2019 ha evidenziato che su un campione di 424 studenti/esse, di alcune scuole secondarie di primo grado del Comune di Milano, il 6% è costituito da potenziali caregiver. Come è cambiata la vita dei giovani caregiver durante l’epidemia? La pandemia da Covid-19 sta influenzando significativamente le nostre vite generando ansia e preoccupazione per la salute personale e dei propri cari. Secondo una ricerca inglese questi sentimenti sono sentiti maggiormente dai giovani caregiver, i quali vivono fortemente la paura di un peggioramento delle condizioni di salute dei propri cari e di essere loro stessi causa del contagio. Motivo di ulteriore ansia è destata dalla eventualità, da parte loro, di ammalarsi. Ciò inficerebbe a loro la possibilità di svolgere i compiti di cura. Le restrizioni sociali imposte dai governi hanno l’effetto di produrre ulteriore isolamento sociale e un incremento del carico di lavoro dei giovani caregiver. Avendo meno opportunità aggregative e di sviluppare legami significativi e, talvolta, dovendo adempiere alla didattica a distanza, i caregiver rischiano di ridurre sensibilmente il tempo dedicato a sé stessi, il quale è fondamentale per la crescita armonica e per la prevenzione degli esiti negativi dovuti al caregiving. Questo, di conseguenza, aumenterebbe per loro il carico di lavoro. Trascorrendo più tempo a casa potrà esserci maggiore probabilità di richiesta nell’occuparsi di altri familiari bisognosi di attenzioni, come per esempio fratelli e sorelle. Tale circostanza in Italia si è presentata in molte occasioni a causa del ricovero di uno o di entrambi i genitori. Quali sono i bisogni dei giovani caragiver? Un gruppo di giovani caregiver, riuniti da un network inglese di associazioni, ha stilato un documento per richiedere maggiori attenzioni nei loro confronti e di tutti coloro che vertono nella medesima situazione. I giovani caregiver hanno espresso chiaramente la necessità di essere “visti”, soprattutto in questa fase di emergenza sanitaria. Essere ascoltati in modo genuino e senza giudizi e tenere in considerazione la loro opinione sono alcune delle richieste espresse dal gruppo inglese di ragazzi/e con responsabilità di cura. Secondo il loro punto di vista almeno una parte del benessere può essere ugualmente raggiunto in questa fase di restrizioni con semplici azioni messe in pratica da operatori sociali e insegnanti. Alla base delle loro richieste è possibile cogliere il desiderio di prendere parte ad una relazione di aiuto che si basi sulla fiducia e reciprocità in cui possano sentirsi liberi di dare voce a preoccupazioni, bisogni e speranze. Ad esempio, il gruppo dei giovani caregiver inglesi esorta i professionisti a fissare degli appuntamenti telefonici e/o video chiamate settimanali, parlandone direttamente con loro, e non solamente con i genitori, per accertarsi delle loro condizioni e per affrontare insieme la questione dei carichi del lavoro di cura e dell’andamento scolastico. Anche in questa fase di emergenza sanitaria, anzi soprattutto ora, è fondamentale identificare e dare voce a coloro che sono sempre nell’ombra nonostante svolgano un ruolo cruciale per la propria famiglia.
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Search-ME - Erickson 6 Lavoro sociale
Un progetto della Caritas Bergamasca ci parla di una comunità sensibile, in grado di adattarsi rapidamente al nuovo contesto, includendo i diretti interessati
I mesi di lockdown hanno costretto tutti noi a grandi cambiamenti nelle nostre quotidianità, ma alcune persone più di altre sono state colpite da disagi e sofferenze. Si pensi a tutte le persone in condizioni di povertà economica senza un lavoro sicuro o le cui entrate erano basate su lavori occasionali e precari che si sono ritrovate improvvisamente senza un’occupazione. Numerose sono le famiglie che per nutrirsi, vestirsi o accompagnare i figli nel loro sviluppo si appoggiano ai tanti enti pubblici, ecclesiastici o laici, di terzo settore presenti sui nostri territori che offrono distribuzioni di alimenti e vestiti, sussidi economici, servizi educativi, occasioni di socializzazione o percorsi di accompagnamento al ruolo genitoriale. Con l’entrata in vigore delle restrizioni governative questi servizi sono stati sospesi e molte famiglie si sono ritrovate isolate, senza quel supporto da parte di professionisti o volontari su cui prima potevano fare affidamento. Tuttavia, la grave emergenza che ha colpito il nostro Paese e il mondo intero ha trovato comunità territoriali sensibili e flessibili che sono state in grado in poco tempo non solo di pensare a coloro che si trovavano in una situazione di fragilità, ma anche di attivarsi prontamente per sostenerli pur nel rispetto delle normative vigenti. Tra i tanti esempi di questo tipo sorti in Italia, vi è stata l’esperienza della Caritas bergamasca che da anni organizzava con il proprio Centro d’Ascolto un servizio di distribuzione di beni di prima necessità. I volontari che prestano servizio in questa realtà hanno iniziato un processo di ri-pianificazione del servizio per pensare a come poter aiutare le famiglie che partecipavano alle distribuzioni prima dei mesi di lockdown. Questo processo è stato particolarmente significativo poiché ha coinvolto anche i diretti interessati nella riflessione . Tramite la somministrazione di un’intervista semi-strutturata ai volontari, alle persone e ai nuclei familiari che usufruivano abitualmente del servizio di distribuzione delle borse alimentari, si è cercato di dar voce a coloro che erano coinvolti direttamente e a vario titolo nell’attività di prossimità, includendo ogni peculiare punto di vista per il rinnovamento della stessa. Ai volontari, per la maggior parte giovani che hanno prontamente dato la loro disponibilità in fase di emergenza, è stato chiesto come percepissero il proprio ruolo, quali fossero a loro parere i punti di forza e di debolezza del servizio, per poi lasciare spazio a suggerimenti e ipotesi creative che avrebbero potuto arricchire l’azione caritativa. Tramite telefonate, è stato chiesto alle famiglie di esprimere, in libertà, considerazioni personali e qualitative circa il servizio, il rapporto con i volontari e la corrente situazione, nonché riportare riflessioni e consigli per adattare l’iniziativa della Caritas parrocchiale alla nuova situazione di lockdown. Le voci di una ventina di famiglie e di tredici volontari si sono così espresse con spontaneità non solo nel rispondere a ciò che veniva loro chiesto, ma dando anche la loro disponibilità per ampliare il ragionamento verso una progettazione condivisa in ambito Caritas. Oltre ai feedback riguardo il servizio, i presenti aspirano a migliorare e supportare i legami comunitari, in ottica di continuità e nascita di progetti di carità e sensibilizzazione. Il reciproco desiderio di conoscenza tra volontari e persone beneficiari di alimenti da Caritas si è tradotto in proposte di occasioni di dialogo e incontro. Tra le più rilevanti di quelle poi realizzatesi, si possono qui citare: la creazione di una Scatola di pensieri e consigli posta in sede Caritas per dare la possibilità a chi vi accede di esprimere liberamente riflessioni, opinioni e pensieri; la realizzazione di eventi di ritrovo e socializzazione nei mesi seguenti al lockdown; le visite dei volontari presso i domicili delle famiglie che diventano occasione per un caffè e due chiacchiere; la creazione di uno spazio compiti realizzato nei mesi estivi rivolto ai figli dei nuclei seguiti. Quest’ultima azione è sorta per dare risposta alle difficoltà dei diretti interessati, colte dai volontari grazie alle relazioni di fiducia e vicinanza sorte in seguito al cambiamento organizzativo dei servizi di prossimità. L’esperienza della Caritas Bergamasca ha saputo cogliere dal periodo di difficoltà un’opportunità di miglioramento delle attività, andando verso un’ottica partecipativa in grado di riscoprire il valore dell’incontro e del dialogo. Questo è stato reso possibile grazie alla capacità dei responsabili di attivarsi per rispondere alle nuove esigenze, alla disponibilità dei giovani volontari che hanno permesso di implementare le azioni durante il periodo d’emergenza e all’intuizione di far partecipare al ripensamento dei servizi sia le famiglie che i nuovi arrivati.
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