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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
Non guardare solo al problema sanitario, ma prendersi a cuore anche la persona e il suo benessere. Principi non semplici in questo periodo storico
Quando una persona entra in ospedale le si chiede di fare un grandissimo sforzo: adattarsi ai tempi veloci e dinamici della struttura, spesso incompatibili con i tempi della vita. Questo sforzo lo fa il cosiddetto paziente, ma anche la sua famiglia. Sì, perché l’ospedale agisce su tempistiche che spesso non tengono conto del fatto che quando una persona entra in ospedale ha subito o sta subendo un cambiamento importante e alle volte inaspettato della sua vita. Questo non significa avere poca sensibilità o sbagliare, significa avere una finalità chiara e specifica che spesso non coincide con ciò che un paziente e la sua famiglia riescono ad affrontare con rapidità e chiarezza, come richiesto da una logica che per sua natura ha come obiettivo l’eliminazione del problema. Un problema di vita In questo contesto è però fondamentale porre attenzione al fatto che un problema sanitario (tecnico) può diventare un problema di vita, come viene definito dall’approccio relazionale. Il problema di vita, a differenza di quello sanitario in senso stretto, non può essere risolto, ma può essere fronteggiato attraverso l’azione libera, intenzionale dei soggetti impegnati verso una finalità condivisa (Folgheraiter, 2007). Cura e prendere a cuore Svolgere il ruolo di assistente sociale in ospedale significa riuscire a coniugare, o almeno lavorare insieme agli altri professionisti per unire due logiche molto importanti per il benessere della persona (paziente) che gli anglosassoni distinguono con i termini curing e caring (Folgheraiter, 1998). Con il primo termine, curing, gli anglosassoni si riferiscono a un un’idea del curare intesa come guarire. Quindi, ci si riferisce a una cura che tenta di eliminare il problema ed è intuibile come nell’ambito sanitario prioritariamente si pone l’attenzione alla patologia da rimuovere. Vanno però fatte delle precisazioni: non è detto che una determinata patologia possa essere curata in questo senso, e soprattutto anche se questo non è possibile non significa che la persona non possa continuare a vivere. Pensiamo ad esempio a tutte le patologie croniche. Ed è questa consapevolezza a portarci alla seconda accezione di cura, il caring: con questo stile di cura si mira ad assistere qualcuno con l’intenzione di «prenderselo a cuore», di avere premura di quella persona e del suo, seppur appaia relativo, benessere (Folgheraiter 2009). Questa intenzione di cura è espressa dal termine care, e vede il soggetto che la mette in atto esprimere attenzione, impegno, coinvolgimento personale diretto (Folgheraiter 2016) per raggiungere un traguardo giudicato «buono» per la persona, in questo caso il nostro paziente. L’arte di prendersi cura Coniugare queste logiche non significa mettere un pizzico di curing e un pizzico di caring come se fossero sale e pepe, ma significa comprendere quale finalità sta guidando l’azione dei soggetti coinvolti. Molte situazioni che incontrano gli operatori sanitari possono essere trattate seguendo in modo efficace la logica del curing, individuando la causa del problema ed eliminandola. In altre invece questa logica non può essere utilizzata, anzi, utilizzarla sarebbe addirittura controproducente e svilente per chi la mette in atto. In queste situazioni la finalità stessa dell’azione dei soggetti coinvolti è diversa, l’obiettivo non è quello di eliminare il problema tecnico, guarendo, ma è quello di affrontare un problema di vita, che non è eliminabile ma può essere fronteggiato da tutti i soggetti coinvolti nel raggiungimento di una finalità condivisa (Folgheraiter, 2017; Raineri, 2004). Pensiamo ad esempio alla situazione di una persona che viene trasportata d’urgenza in pronto soccorso, le viene diagnosticato un ictus e per questo viene ricoverata in un reparto ospedaliero. Si trova a dover affrontare, assieme ai propri cari, una vita diversa: da un giorno all’altro non è più in grado di camminare in autonomia, di prepararsi il pranzo, necessita di un aiuto per lavarsi, ecc. e a partire dalla degenza in ospedale è necessario ri-organizzare la vita. Seguendo la metodologia relazionale, affrontare un problema di vita significa proprio affrontare una situazione dove la difficoltà non può essere eliminata, ma può essere affrontata; dove la persona che affronta le conseguenze dell’ictus, i suoi familiari, i professionisti coinvolti collaborano con lo scopo di garantire al soggetto uno stato di benessere, seppur relativo. Il paziente di questo esempio avrà sicuramente bisogno delle terapie che gli verranno prescritte, ma avrà bisogno anche della messa in campo di azioni legate al caring. La terapia medica è importante anche nelle situazioni che vengono segnalate al servizio sociale ospedaliero, ma non è sufficiente: è una parte del lavoro che viene fatto per il ben-essere della persona. Il fatto che la terapia non sia sufficiente non è sinonimo di fallimento, ma significa agire valutando la situazione nel suo complesso e i professionisti sociali e sanitari che collaborano in ospedale hanno il delicato compito di lavorare con creatività e reattività in questo senso, valorizzando e stimolando vicendevolmente le competenze di tutti i soggetti coinvolti nella cura. Caring e curing ai tempi del coronavirus Tutto ciò vale, e probabilmente acquista anche maggior valore, in questo momento storico, in cui stiamo affrontando un’emergenza che non è solamente sanitaria. A causa del coronavirus gli ospedali sono sovraffollati, ma permane la necessità di pianificare assieme agli altri soggetti coinvolti delle progettualità assistenziali, rese ancora più ancora complesse dallo scenario che abbiamo di fronte. Gli aspetti rilevanti da tenere in considerazione sono proprio la creatività e la reattività già nominate. Come operatori, come pazienti, come caregiver stiamo dimostrando la capacità di adattarci a una situazione di difficoltà, mai affrontata e nemmeno immaginata. In un periodo di questo tipo viene messa alla prova e allo stesso tempo valorizzata la capacità di fronteggiamento degli operatori e di tutte le persone con cui questi si relazionano, in primis pazienti e familiari.
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
L’importanza di saper realizzare cambiamenti di emergenza ed evolutivi
Il lavoro sociale ha come finalità la realizzazione di cambiamenti. Chi opera nel lavoro sociale deve tener conto della necessità di cambiamenti rapidi, e della necessità di cambiamenti evolutivi lenti. I primi riguardano esseri umani che devono salvare la loro vita. Chi sta affogando ha bisogno di essere portato in salvo al più presto. Alle spalle del salvataggio c’è un’organizzazione dei salvataggi. Chi opera può trovarsi imbrigliato, intrappolato, nell’organizzazione che potrebbe non essere adeguata alle esigenze dei tempi, dovendo a sua volta tener conto di un’impalcatura di regole e di una normativa un po’ polverosa. Per questo diciamo che chi opera nel lavoro sociale deve essere un equilibrista: deve mantenere un equilibrio, anche caratteriale, fra due tipi di cambiamento a cui il suo operare può e deve contribuire. È l’equilibrio professionale. Il tempo del cambiamento del salvataggio sembrerebbe essere solo e unicamente quello dell’immediatezza. È davvero così? Non sempre. Chi opera nel lavoro sociale con un ruolo professionale deve tener conto dell’apparato istituzionale. Non deve usare solo l’acceleratore, ma anche le diverse marce dell’auto, e quindi anche il freno e la frizione. Senza dimenticare il volante e le segnalazioni luminose. Per accelerare, a volta è bene rallentare. L’apparato complesso che nella nostra metafora è l’automobile ha bisogno di cambiare evolvendo. Anche chi sta affogando dovrebbe cambiare evolvendo, per non ritrovarsi nelle condizioni che portavano all’annegamento. I due cambiamenti, quello dell’immediatezza e quello dell’evoluzione, devono contaminarsi. Il primo permette l’altro. Il primo riesce meglio avendo fiducia nell’altro. E contribuendo alla sua realizzazione: alla fiducia va aggiunta la capacità di attendere, la pazienza. Evolviamo lentamente e cambiamo profondamente se non ci accontentiamo della sopravvivenza immediata. L’evoluzione deve procedere come fa chi si arrampica in montagna, facendo roccia. Deve sentirsi quadrupede, e muovere un piede o una mano solo avendo le altre tre membra ben salde. Il cambiamento di chi fa roccia fa un uso prudente, parsimonioso, dell’immediatezza. Deve essere un’immediatezza ponderata. Sembra un paradosso. È il paradosso in cui vive e può svilupparsi il lavoro sociale: chi ha un ruolo professionale deve farsi carico del doppio cambiamento, quello del pronto soccorso e quello dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. L’efficienza e l’efficacia dell’immediatezza del pronto soccorso va documentata in modo da favorire il cambiamento evolutivo dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. È una tappa di percorso delicata e insidiosa. L’apparato istituzionale, vedendo efficienza ed efficacia, potrebbe ritenere che non ci sia bisogno di alcun cambiamento. È così. Il cambiamento evolutivo è sorprendente a posteriori. Nel suo svolgimento è inavvertito. Chi ha un ruolo professionale dovrebbe stare nel tempo dell’immediatezza e in quello del cambiamento evolutivo. Evitando di scegliere l’uno o l’altro. L’uno e l’altro. Meglio: uno è nell’altro. Non è un compito facile. Non si impara in una formazione formale. È una pratica, una capacità, che nella nostra cultura si è sovente nascosta nelle donne. Consiste in quelle pratiche di routine che sembrano sempre uguali, ma coinvolgono gradualmente la partecipazione attiva dell’altro, come ad esempio un essere umano che sta crescendo. Aiutano e permettono un cambiamento evolutivo grazie alla sicurezza fornita da gesti, orari, suoni e parole, che sembrano sempre uguali. I “quadri” dell’apparato istituzionale possono assumere queste capacità? La risposta non dovrebbe ridursi alla scelta fra il sì e il no. Siamo accecati dallo stereotipo che ci fa vedere in chi dirige un guardiano inflessibile, e quindi un po’ rigido, dell’ordine stabilito una volta per tutte, senza fantasie e avventure. Ogni stereotipo contiene qualche verità e nello stesso tempo impedisce di vedere qualche verità. Nel lavoro sociale è importante allenarsi al discernimento, per non essere accecati dagli stereotipi. Essendo il lavoro sociale un lavoro di filiera, il discernimento è facilitato e reso possibile. Una filiera è composta da diverse produzioni che si collegano l’una all’altra, trasmettendosi ciascuno la propria produzione. Questa viene accolta e integrata, a volte con apposito trattamento, in una nuova produzione a sua volta trasmessa. La suddivisione del tempo, nella filiera, diventa uno strumento fondamentale per non polarizzare la propria vita in “sconfitto”/“vincente”. C’è chi vive il momento di sconfitta, e chi, in quello stesso momento, è vincente. In un altro momento i ruoli potrebbero essersi scambiati le parti. La suddivisione del tempo nella filiera non inchioda nessuno a un momento. Nella notte dei tempi, e non solo, gli esseri umani hanno alzato lo sguardo. Di giorno si sono orientati con il sole. Di notte con le stelle. Gli esseri umani, essendo nomadi imperfetti e operosi, si sono organizzati guardando in alto. Allargando l’orizzonte e cercando un punto di riferimento alto, in cui poter riporre fiducia. Può sembrare strano e paradossale: questa organizzazione spaziale è organizzazione mentale. La mente di un essere umano ha sviluppato al suo interno un’organizzazione più ampia e complessa rispetto agli altri esseri viventi. Per riconoscere, occorre ricordare. E possiamo farlo in maniera individuale e solitaria, con scarsi risultati rispetto a nostro costante bisogno di appartenenza. Gli esseri umani sono nomadi operosi sociali. Dobbiamo, quindi, avere memoria aperta alla condivisione. È una memoria nomade. Deve avere un bagaglio di conoscenze e sapere utilizzare quelle adatte alla specificità del contesto. Senza la presunzione di possedere tutte le conoscenze utili. L’incontro con l’altro è apertura alle sue conoscenze. Banalizzando, se andiamo in un posto e cerchiamo una certa strada, domandiamo a chi ci sembra del posto. Nelle pieghe della storia dell’umanità si nascondono quegli esploratori di terre che non conoscevano e che visitavano con bagaglio leggero e la speranza di trovare una popolazione autoctona a cui poter domandare. Chi conosceva quel posto poteva dire come difendersi da pericoli, come affrontare il freddo e il caldo, come nutrirsi, e forse poteva offrire un riparo per la notte. In cambio, l’autoctono poteva ricevere notizie. Tra le parti si sviluppava un insegnamento linguistico reciproco, aiutato da gesti, oggetti, segnali che diventavano condivisi. È il cambiamento evolutivo, bellezza!
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Search-ME - Erickson 3 Rivista Lavoro Sociale
Sarebbe indubbiamente interessante confrontare il livello sociale del timore della morte dei nostri giorni, considerando la catastrofe ecologica e la minaccia atomica, con quella dei precedenti livelli di civilizzazione dove la pacificazione interna degli Stati era assai precaria e non esisteva certo un controllo delle epidemie e delle malattie. Norbert Elias, La solitudine del morente. I livelli di sicurezza sociale, garantiti dalle Istituzioni pubbliche (welfare state), sono molto alti ai nostri tempi. In confronto con le epoche passate, così bene analizzate da Elias, nelle quali gli esseri umani erano esposti a ogni genere di rischio, oggi non c’è paragone. Davvero.  Sentiamo di poter essere protetti (e di dover essere protetti) da apparati tecnici mai così potenti e sofisticati. E pretendiamo inconsciamente l’azzeramento di ogni rischio. Eppure ancor oggi la nostra perdurante pandemia si espande per tutto il mondo e si riaccende senza apparente capacità di controllo.
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Search-ME - Erickson 4 Rivista Lavoro Sociale
Cos’è possibile fare nella pratica quotidiana di operatori sociali ispirandosi al “Poverty Aware Paradigm” proposto dalla studiosa israeliana Michal Krumer-Nevo
Come operatori sociali che lavorano quotidianamente con persone che vivono situazioni di difficoltà economica possiamo cercare di mettere in atto piccoli accorgimenti che possono accompagnarci gradualmente verso un cambio di paradigma, senza necessariamente attendere un cambio nel sistema di welfare o nell’organizzazione dei nostri servizi. Il nostro essere e il nostro fare potrebbero cominciare dal: dare ascolto alle persone con cui lavoriamo, attribuendo dignità e valore alle loro storie concependole come sapere legittimato; riconoscere il dolore e i loro vissuti di sofferenza ed esclusione, così come le loro aspirazioni più profonde; entrare nel loro quotidiano, accompagnandoli anche fisicamente nel compiere azioni e pratiche, per accorgersi delle micro-aggressioni e discriminazioni che vivono da parte della società e che possono ostacolarli nel raggiungimento di obiettivi o anche solo nel portare a termine piccoli compiti; dare importanza agli aspetti materiali, ai bisogni economici, alla mancanza di beni di prima necessità riconoscendo come essi possano essere alla base di scelte obbligate che, in condizioni diverse, non avrebbero compiuto; riconoscere nei comportamenti che mettono in atto quotidianamente i tentativi di resistere alla povertà, cogliendo in essi le motivazioni di riscatto umano e sociale che ne stanno alla base e non fermandoci a una superficiale lettura delle loro azioni; porsi al loro fianco, rispettandoli e percependoci dalla loro parte, uniti dal tentativo di migliorare la situazione; prestare attenzione a non utilizzare, nello scritto e nel parlato, un linguaggio etichettante che imprigiona in categorie o attribuisce ad essi colpe o comportamenti di pigrizia; fidarci per primi di loro e di quello che ci raccontano, affinché anche loro possano fidarsi di noi; mantenere alta la speranza, non una speranza cieca e ingenua, ma una speranza radicale, critica, una fede fondata su valori e principi che ci permettono di continuare ad agire in modo umano e sensato, oltre che professionale. L’articolo completo “Come il Poverty Aware Paradigm può guidarci?” è disponibile sul numero di giugno 2021 della rivista Erickson “Lavoro sociale”
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Search-ME - Erickson 5 Rivista Lavoro Sociale
Che cos’è il “Green Social Work” e quali sono i problemi di cui si occupa
Il Green Social Work — la cui teorizzazione è riconducibile in particolare a Lena Dominelli — è un modello di lavoro sociale, un insieme di linee guida, una forma di lavoro di comunità la cui pretesa è di essere il più possibile olistico e al passo con i tempi. Esso riconosce e promuove l’interdipendenza e la solidarietà tra persone, flora e fauna del Pianeta, nella concezione che tutto è interconnesso: la relazione persona-Terra non è divisibile, né può il benessere di una essere sconnesso da quello dell’altra, come il cambiamento climatico sembra ricordarci. Catastrofi ambientali, cambiamento climatico, povertà, diseguaglianze sociali e ambientali, insicurezza alimentare e migrazione forzata sono alcuni tra i problemi contemporanei di maggior rilievo e sono le questioni-chiave di cui si occupa il Green Social Work. Tali problematiche hanno come elementi cardine comuni politiche e interventi umani non sostenibili e iniqui che hanno dato le risorse naturali, sociali ed economiche per scontate, sfruttandole a beneficio di pochi e a danno delle componenti più vulnerabili delle nostre società. Obiettivo del Green Social Work è lavorare per riformare le forze sociopolitiche ed economiche che hanno un impatto dannoso sulla qualità di vita delle persone, per assicurare i cambiamenti politici e le trasformazioni sociali necessarie ad accrescere il benessere degli esseri umani e del Pianeta, in una dimensione transgenerazionale, promuovendo, in un’ottica di reciprocità, il dovere di prendersi cura (to care) degli altri e dell’ambiente. L’articolo completo “Green Social Work” è disponibile sul numero di giugno 2021 della rivista Erickson “Lavoro sociale”
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Search-ME - Erickson 6 Rivista Lavoro Sociale
Gli uomini fanno la loro storia da sé, ma in un ambiente che li condiziona. Lettera di Engels a Marx Nel Social work, la dicotomia tra influssi interni ed esterni marca da sempre le teorie e gli umori degli addetti ai lavori. I «problemi» sociali si possono generare per mancanze o irrazionalità risiedenti nell’animo degli uomini o invece per le pressioni insostenibili, o infide, o inique, derivanti da ostili contingenze ambientali. Analogamente, le «soluzioni» possibili dei suddetti problemi possono darsi per effetto di virtuose combinazioni tra le capacità di azione delle persone interessate e le opportunità, le risorse, e a volte gli aiuti organizzati, che possono nascere da un ambiente questa volta benevolo. Gli operatori sociali in realtà tendono spesso inconsapevolmente a dilacerare la realtà, dicotomizzandola. A volte mirano verso gli individui, a volte verso le strutture esterne. A tratti psicologizzano, a tratti sociologizzano, perdendo di vista la vera «logica del sociale». Ma già Engels, marxiano di ferro, invitava tutti (lo stesso Marx!) a operare simultaneamente su entrambi i fronti.
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