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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
L’invecchiamento delle persone con disabilità intellettive pone nuove sfide al Lavoro Sociale
Negli ultimi decenni le condizioni di vita nella nostra società sono notevolmente migliorate, producendo un aumento delle aspettative di vita, con un conseguente innalzamento dell’età media della popolazione. Questo fenomeno di progressivo invecchiamento rappresenta uno dei temi più dibattuti sul futuro dell’Europa, e ci costringe a interrogarci anche sul futuro delle persone con disabilità. Oggi, infatti, siamo di fronte alla prima generazione di persone con disabilità che vive a lungo: basti pensare per esempio che negli anni Trenta del secolo scorso la sindrome di Down era considerata una condizione pediatrica e la speranza di vita non arrivava alla maggiore età. Questa realtà ci mette di fronte a nuovi cambiamenti e a questioni che fino a pochi decenni fa non venivano nemmeno prese in considerazione. Spesso le istituzioni sembrano fare fatica a gestire queste situazioni, sia a livello di singolo caso (l’invecchiamento porta con sé deficit che si aggiungono a precedenti disturbi del neurosviluppo, con evidenti ripercussioni sulla persona) e nel macrocontesto (le nuove sfide poste al Lavoro Sociale e ai suoi operatori, ma anche agli stessi familiari).  Per fronteggiare il problema dell’invecchiamento delle persone con disabilità intellettiva servono strumenti che aiutino a distinguere la condizione di deficit legata a una sindrome del neurosviluppo da quella determinata dall’avanzamento nell’età.  Questo richiede un diverso approccio, culturale, sociale, ma anche professionale, che ponga al centro una riflessione globale sul fenomeno, che metta in primo piano i diritti delle persone con disabilità intellettive e che consideri la qualità di vita degli individui come obiettivo principale di qualsiasi intervento. Sappiamo che, con il procedere dell’età, alcune funzioni tendono a declinare o a rallentare, che altre rimangono inalterate e che questi cambiamenti sono naturali. Riconoscere questo processo nelle persone con disabilità intellettiva pone nuove sfide ai familiari, ai servizi e alle persone stesse che invecchiano. Diventa quindi fondamentale valutare correttamente la persona, il suo bisogno di sostegno, il livello di stimolazione più adeguato al momento della vita in cui si trova. Esistono strumenti provenienti dalla letteratura internazionale che permettono di effettuare lo screening per la demenza anche in persone con disabilità intellettiva: un passo importantissimo, che diventerebbe ancor più fondamentale se si lavorasse in parallelo sull’inclusione delle persone con disturbi del neurosviluppo nel Piano nazionale demenze, come raccomanda l’Organizzazione Mondiale della Sanità e come già è stato fatto negli Stati Uniti e alcuni Paesi europei. Un altro aspetto da sottolineare è che in Italia quasi il 50% delle persone con disabilità intellettiva vicina all’età anziana vive in casa e l’aumento delle patologie tipiche dell’invecchiamento aumenta le difficoltà che i carer e gli stessi adulti con questa forma di disabilità devono affrontare. Diventano cruciali interventi che permettano un adeguato contesto ambientale e relazionale, affinché la persona sia accompagnata a vivere in modo dignitoso questa condizione.   L’articolo completo a cura di Tiziano Gomiero, Coordinatore Project DAD di ANFFAS Trentino è disponibile sul numero di agosto 2019 della rivista Erickson Lavoro Sociale.
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
L’importanza di saper realizzare cambiamenti di emergenza ed evolutivi
Il lavoro sociale ha come finalità la realizzazione di cambiamenti. Chi opera nel lavoro sociale deve tener conto della necessità di cambiamenti rapidi, e della necessità di cambiamenti evolutivi lenti. I primi riguardano esseri umani che devono salvare la loro vita. Chi sta affogando ha bisogno di essere portato in salvo al più presto. Alle spalle del salvataggio c’è un’organizzazione dei salvataggi. Chi opera può trovarsi imbrigliato, intrappolato, nell’organizzazione che potrebbe non essere adeguata alle esigenze dei tempi, dovendo a sua volta tener conto di un’impalcatura di regole e di una normativa un po’ polverosa. Per questo diciamo che chi opera nel lavoro sociale deve essere un equilibrista: deve mantenere un equilibrio, anche caratteriale, fra due tipi di cambiamento a cui il suo operare può e deve contribuire. È l’equilibrio professionale. Il tempo del cambiamento del salvataggio sembrerebbe essere solo e unicamente quello dell’immediatezza. È davvero così? Non sempre. Chi opera nel lavoro sociale con un ruolo professionale deve tener conto dell’apparato istituzionale. Non deve usare solo l’acceleratore, ma anche le diverse marce dell’auto, e quindi anche il freno e la frizione. Senza dimenticare il volante e le segnalazioni luminose. Per accelerare, a volta è bene rallentare. L’apparato complesso che nella nostra metafora è l’automobile ha bisogno di cambiare evolvendo. Anche chi sta affogando dovrebbe cambiare evolvendo, per non ritrovarsi nelle condizioni che portavano all’annegamento. I due cambiamenti, quello dell’immediatezza e quello dell’evoluzione, devono contaminarsi. Il primo permette l’altro. Il primo riesce meglio avendo fiducia nell’altro. E contribuendo alla sua realizzazione: alla fiducia va aggiunta la capacità di attendere, la pazienza. Evolviamo lentamente e cambiamo profondamente se non ci accontentiamo della sopravvivenza immediata. L’evoluzione deve procedere come fa chi si arrampica in montagna, facendo roccia. Deve sentirsi quadrupede, e muovere un piede o una mano solo avendo le altre tre membra ben salde. Il cambiamento di chi fa roccia fa un uso prudente, parsimonioso, dell’immediatezza. Deve essere un’immediatezza ponderata. Sembra un paradosso. È il paradosso in cui vive e può svilupparsi il lavoro sociale: chi ha un ruolo professionale deve farsi carico del doppio cambiamento, quello del pronto soccorso e quello dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. L’efficienza e l’efficacia dell’immediatezza del pronto soccorso va documentata in modo da favorire il cambiamento evolutivo dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. È una tappa di percorso delicata e insidiosa. L’apparato istituzionale, vedendo efficienza ed efficacia, potrebbe ritenere che non ci sia bisogno di alcun cambiamento. È così. Il cambiamento evolutivo è sorprendente a posteriori. Nel suo svolgimento è inavvertito. Chi ha un ruolo professionale dovrebbe stare nel tempo dell’immediatezza e in quello del cambiamento evolutivo. Evitando di scegliere l’uno o l’altro. L’uno e l’altro. Meglio: uno è nell’altro. Non è un compito facile. Non si impara in una formazione formale. È una pratica, una capacità, che nella nostra cultura si è sovente nascosta nelle donne. Consiste in quelle pratiche di routine che sembrano sempre uguali, ma coinvolgono gradualmente la partecipazione attiva dell’altro, come ad esempio un essere umano che sta crescendo. Aiutano e permettono un cambiamento evolutivo grazie alla sicurezza fornita da gesti, orari, suoni e parole, che sembrano sempre uguali. I “quadri” dell’apparato istituzionale possono assumere queste capacità? La risposta non dovrebbe ridursi alla scelta fra il sì e il no. Siamo accecati dallo stereotipo che ci fa vedere in chi dirige un guardiano inflessibile, e quindi un po’ rigido, dell’ordine stabilito una volta per tutte, senza fantasie e avventure. Ogni stereotipo contiene qualche verità e nello stesso tempo impedisce di vedere qualche verità. Nel lavoro sociale è importante allenarsi al discernimento, per non essere accecati dagli stereotipi. Essendo il lavoro sociale un lavoro di filiera, il discernimento è facilitato e reso possibile. Una filiera è composta da diverse produzioni che si collegano l’una all’altra, trasmettendosi ciascuno la propria produzione. Questa viene accolta e integrata, a volte con apposito trattamento, in una nuova produzione a sua volta trasmessa. La suddivisione del tempo, nella filiera, diventa uno strumento fondamentale per non polarizzare la propria vita in “sconfitto”/“vincente”. C’è chi vive il momento di sconfitta, e chi, in quello stesso momento, è vincente. In un altro momento i ruoli potrebbero essersi scambiati le parti. La suddivisione del tempo nella filiera non inchioda nessuno a un momento. Nella notte dei tempi, e non solo, gli esseri umani hanno alzato lo sguardo. Di giorno si sono orientati con il sole. Di notte con le stelle. Gli esseri umani, essendo nomadi imperfetti e operosi, si sono organizzati guardando in alto. Allargando l’orizzonte e cercando un punto di riferimento alto, in cui poter riporre fiducia. Può sembrare strano e paradossale: questa organizzazione spaziale è organizzazione mentale. La mente di un essere umano ha sviluppato al suo interno un’organizzazione più ampia e complessa rispetto agli altri esseri viventi. Per riconoscere, occorre ricordare. E possiamo farlo in maniera individuale e solitaria, con scarsi risultati rispetto a nostro costante bisogno di appartenenza. Gli esseri umani sono nomadi operosi sociali. Dobbiamo, quindi, avere memoria aperta alla condivisione. È una memoria nomade. Deve avere un bagaglio di conoscenze e sapere utilizzare quelle adatte alla specificità del contesto. Senza la presunzione di possedere tutte le conoscenze utili. L’incontro con l’altro è apertura alle sue conoscenze. Banalizzando, se andiamo in un posto e cerchiamo una certa strada, domandiamo a chi ci sembra del posto. Nelle pieghe della storia dell’umanità si nascondono quegli esploratori di terre che non conoscevano e che visitavano con bagaglio leggero e la speranza di trovare una popolazione autoctona a cui poter domandare. Chi conosceva quel posto poteva dire come difendersi da pericoli, come affrontare il freddo e il caldo, come nutrirsi, e forse poteva offrire un riparo per la notte. In cambio, l’autoctono poteva ricevere notizie. Tra le parti si sviluppava un insegnamento linguistico reciproco, aiutato da gesti, oggetti, segnali che diventavano condivisi. È il cambiamento evolutivo, bellezza!
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Una studiosa di primo piano nel panorama del social work internazionale illustra i sei principi dell’approccio PA-P che dovrebbero orientare la pratica professionale dei social worker nel lavoro con le persone in povertà
Vent’anni fa, quando ero una giovane operatrice sociale, avevo la sensazione che la mia percezione ed esperienza degli uomini e donne in povertà con cui lavoravo fossero diverse rispetto a quelle dei miei colleghi. Me ne accorgevo distintamente dal linguaggio che si usava nel parlare degli utenti durante le riunioni o le chiacchierate in corridoio. Per me non era affatto piacevole sentirmi diversa dai miei colleghi. Mi rallegra notare come oggi ci siano molte più persone che la pensano e che si esprimono in modo più simile al mio. Ho avuto la fortuna di ritrovare alcune di loro come colleghi in ambito accademico e nella pratica professionale, mentre altri sono miei studenti o ex-studenti. Nel corso di questi anni ho sviluppato il Poverty-Aware Social Work Paradigm (PA-P), che attualmente viene utilizzato nei programmi di formazione degli studenti del corso di laurea in Servizio sociale dell’Università Ben-Gurion (Israele). Ciò che vorrei presentare qui oggi sono i sei principi dell’approccio che definiscono il modo in cui parliamo della povertà. La retorica — il modo di parlare — è importante perché il linguaggio che utilizziamo rivela i nostri preconcetti fondamentali, talvolta inconsci, riguardo agli utenti dei servizi e riguardo al nostro ruolo. Denota il nostro status sociale, la classe sociale e la posizione che assumiamo rispetto alla persona con cui stiamo parlando. Primo principio: prendere atto del sapere delle persone in povertà, riconoscere che possiedono un sapere esperienziale legittimo e importante Questo è un principio fondamentale, che si applica sempre. Prendere atto del «sapere» di chi vive in povertà significa dare retta a ciò che queste persone dicono sulla propria realtà, e anche comprendere la realtà attraverso i loro occhi, per capire il loro punto di vista e la loro prospettiva. Altrettanto importante è prendere atto della loro analisi della realtà: in altre parole, la base logica e le teorie da cui sono guidati. Ci sono sempre delle teorie a guidare le persone, indipendentemente dal livello di istruzione, ed è qualcosa che accomuna tutti, compresi coloro che non hanno l’abitudine di spiegare le proprie teorie agli altri o neppure a se stessi. Secondo principio: riconoscere il dolore delle persone che vivono in povertà Questo principio significa dare ascolto al dolore, ossia capire che ciò che leggiamo come un modo di comportarsi in realtà fa parte di un mondo emotivo molto più ampio. Per riconoscere il sapere esperienziale delle persone in povertà bisogna anche comprendere il dolore legato alla povertà ed essere consapevoli che il comportamento non è qualcosa di indipendente del resto, ma deriva da vissuti emotivi. In un certo senso, si tratta di guardare agli utenti come persone che portano con sé una sofferenza sociale. Terzo principio: la sfera materiale e quella emotiva sono sempre interconnesse Diversamente dalla classificazione gerarchica dei bisogni di Maslow, che poneva i bisogni materiali davanti a quelli emotivi, ciò che impariamo dalle persone che vivono in povertà è quanto in realtà questi bisogni siano strettamente collegati. Per illustrare questo punto: le persone a volte rinunciano ai loro bisogni primari se questi non vengono soddisfatti nel modo che vogliono, e a volte decidono di vivere per strada per protesta se il loro appartamento è eccessivamente angusto. Ciò che intendo dire è che ogni affermazione dei professionisti a proposito della sfera materiale deve tenere conto anche dell’aspetto emotivo. Occuparsi dei bisogni materiali influisce necessariamente sui bisogni emotivi e viceversa, e si dovrebbe sempre tenere conto di questa complessità in tutte le nostre relazioni d’aiuto. Quarto principio: riconoscere che cos’è la povertà e come influisce nel ridurre le opportunità e le alternative reali In altre parole, dobbiamo riconoscere tutto quello a cui le persone devono rinunciare a causa della povertà, o tutto ciò che la povertà infligge alle persone. Nella situazioni di povertà, le esperienze di mancanza di riconoscimento e di rispetto sono quotidiane. Avvengono, ad esempio, quando gli utenti devono prendere due autobus per raggiungere il nostro ufficio tenendo un bambino in braccio, solo per poi scoprire che l’assistente sociale non c’è perché è in maternità, o che il modulo che stavano aspettando non è ancora stato firmato perché il nostro dirigente è in vacanza o a casa in malattia. Non c’è nessuna intenzione malevola, ma manca la consapevolezza del fatto che la povertà crea una situazione in cui le persone dipendono dagli altri per soddisfare i loro bisogni più elementari, e di conseguenza questo crea occasioni quotidiane di esperienze umilianti. Quinto principio: non accettare la povertà e creare una pratica professionale che si opponga ad essa La nostra pratica professionale si dovrebbe basare sulla forte convinzione che «la povertà non va bene». Da cittadini e da professionisti che vedono la povertà da vicino, sappiamo che non va bene. Non va bene che le persone non abbiano cibo da mangiare o non possano mandare i figli al doposcuola, o che debbano vivere in un appartamento sopra un covo di tossicodipendenti. Tutto questo non va bene. Non sono le persone in povertà che non vanno bene, ma è la situazione sociale che non va bene. Chiunque a questo punto stia pensando che ciò che dico significa deresponsabilizzare le persone in povertà per la loro situazione sta iniziando a capire perché questo principio, apparentemente semplice, in realtà non è semplice. Sesto e ultimo principio: le persone che vivono in povertà resistono costantemente ad essa È importante notare che, anche nelle peggiori circostanze, le persone resistono alla povertà e alle avversità, e in genere sanno che stanno facendo tutto il possibile per resistere alla povertà. Solo che certe volte non lo esprimono con chiarezza. Dunque, il nostro ruolo è ascoltare attivamente le persone per comprendere le azioni che mettono in atto per resistere alla povertà. Ascoltare attivamente significa non solo ascoltare, ma anche dire agli utenti che ciò che fanno non è una manifestazione dei loro errori o difetti. Che loro tentano di fare qualcosa per migliorare la loro situazione, anche quando magari questi tentativi non funzionano. Se sembra che non si assumano la responsabilità, è solo perché le loro azioni a volte non hanno successo. Il nostro compito non è educarli ad assumersi la responsabilità, ma aiutarli ad avere successo nelle loro azioni di resistenza.
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Due assistenti sociali spiegano l’importante ruolo di utenti e familiari esperti nella progettazione di percorsi di sostegno alle persone con fragilità psichica e raccontano l’esperienza vissuta durante l’emergenza Covid-19
Il periodo di lockdown imposto in Italia per affrontare l’emergenza sanitaria Covid-19 ha messo a dura prova la vita di tutti noi, in particolar modo di coloro che già prima dell’emergenza sanitaria soffrivano di disturbi psichici e dei loro familiari. Durante il periodo di confinamento le persone con problemi di salute mentale si sono trovate a dover riorganizzare la propria vita in funzione delle misure di protezione imposte dal governo e per molti di loro la mancanza di stimoli e di relazioni personali ha comportato un aggravamento della loro condizione esistenziale e ha dissestato i delicati percorsi riabilitativi e di cura precedentemente intrapresi. La sospensione, seppur temporanea, dell’aiuto offerto dagli operatori dei servizi ha inoltre imposto un faticoso riadattamento della quotidianità di molte persone che soffrono, direttamente o indirettamente - come, ad esempio, i familiari ad esempio - di problemi di salute mentale. Come creare vicinanza alle persone con disagio psichico? L’esperienza di un’associazione lombarda L’Associazione As.V.A.P.4 (Associazione Volontari per l’Aiuto agli Ammalati Psichici) di Saronno, in provincia di Varese, che opera sul territorio con l’obiettivo di sostenere e tutelare le persone con disagio psichico e i loro familiari, si è adoperata in questi mesi per elaborare nuove e diverse strategie orientate a garantire la vicinanza con e tra le persone. Volontari, familiari ed esperti in supporto alla pari si sono interrogati su come poter essere d’aiuto e offrire supporto alle persone con problemi di salute mentale e ai loro familiari, lavorando congiuntamente alla progettazione e realizzazione di interventi innovativi. L’apporto di persone che stanno vivendo - o che hanno vissuto - un’esperienza di disagio psichico e dalla quale sono riusciti a trarre risorse ed energie per aiutare altre persone in situazioni di vita simili diventa indispensabile in un processo di progettazione aperta e partecipata. Ideare interventi per far fronte a bisogni nuovi e inaspettati insieme a delle persone che hanno già vissuto esperienze di disagio psichico aumenta la probabilità che le azioni pensate risultino maggiormente efficaci e coerenti con le preoccupazioni espresse dai diretti interessati. Questo rappresenta uno dei principi chiave del metodo Relational Social Work, che incentiva operatori e manager di servizi a valorizzare il prezioso contributo di utenti e familiari in quanto portatori di un sapere esperienziale in grado di arricchire e completare il sapere esperto dei professionisti dell’aiuto. Il sapere “dal di dentro” cosa significhi vivere una sofferenza psichica conclamata è detta “competenza esperienziale” e deriva dall’esperienza che le persone hanno maturato vivendo la propria condizione di disagio ed il proprio percorso terapeutico.  La rimodulazione dei servizi durante il lockdown Per riuscire a mantenere la vicinanza e a garantire sostegno alle persone con problemi psichici e ai loro familiari, l’Associazione ha ripensato i propri servizi e occasioni di incontro. Per rispondere alle esigenze delle persone che sul territorio vivono problemi di salute mentale l’Associazione ha trasformato lo “Sportello di orientamento in tema di salute mentale”, avviato a gennaio 2020, in un servizio telefonico, con l’obiettivo di accogliere ed ascoltare le varie situazioni di disagio e sofferenza e di garantire alle persone in condizione di disagio psichico e ai loro familiari una corretta informazione sui servizi presenti sul territorio e sulle possibilità di sostegno assistenziale, sanitario ed emotivo. Lo Sportello è stato gestito da volontari adeguatamente formati e da esperti di supporto alla pari che, grazie al proprio sapere esperienziale, si sono dedicati all’accoglienza e sostegno in diverse situazioni di sofferenza. Tale servizio è nato con l’intento di accogliere ed orientare le persone che vivono difficoltà connesse a problemi di salute mentale e che, soprattutto in una prima fase, risultano “spaesate” rispetto a tutto quello che ne deriva. Il progetto “Uno Spazio Per…” Volontari, familiari ed esperti di supporto alla pari hanno ritenuto necessario lavorare in rete per mantenere viva la mission di sostenere le persone con disagio psichico e i loro familiari in un momento di grande solitudine e di forte disorientamento. L’ascolto di situazioni di vita difficili accolte presso lo Sportello ha permesso a familiari, volontari ed esperti di supporto alla pari di lavorare congiuntamente per ideare il progetto “Uno Spazio Per …”. La proposta è nata dalla volontà di dare spazio e concretezza a desideri, abilità e competenze delle persone che vivono problemi di salute mentale ed ha richiesto la collaborazione con realtà̀ che sul territorio organizzano e gestiscono attività̀ ludico-ricreative e di socializzazione. Attraverso un percorso dedicato e con il sostegno e monitoraggio di operatori e volontari si è pensato di consentire l’accesso e la partecipazione a tali attività̀ anche ai soggetti più fragili, promuovendo legami comunitari e sconfiggendo lo stigma spesso connesso ai disturbi psichici. Da anni As.V.A.P.4 promuove inoltre gruppi di auto-mutuo aiuto per il sostegno ai familiari di persone che vivono problemi di salute mentale. I facilitatori dei gruppi, insieme ai familiari e ai volontari, hanno cercato di dare continuità all’attività nonostante il distanziamento fisico imposto. Durante il periodo di lockdown, il lavoro del gruppo di auto-mutuo aiuto è stato quindi svolto in forma telematica ed ha rappresentato un’importante occasione per mantenere vivo il supporto tra pari in un momento critico e di forte preoccupazione. Il progetto descritto è un esempio di come utenti e familiari esperti siano una risorsa imprescindibile nel costruire percorsi di aiuto - siano essi individuali, di gruppo e/o di comunità - inediti e creativi, maggiormente “a misura” delle persone in condizione di fragilità. Il coinvolgimento attivo di chi il disagio psichico lo vive da vicino scardina la logica aiutante-aiutato: anche coloro “portatori” di una difficoltà del vivere possono essere al contempo portatori di un sapere unico e soggettivo, capace di aiutare e sostenere altre persone che vivono una condizione di vita simile. Utenti e familiari esperti quindi vengono conosciuti e ri-conosciuti per il loro sapere di vita, che quando viene condiviso può produrre effetti benefici secondo il principio dell’helper therapy.
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Search-ME - Erickson 3 Lavoro sociale
Mai come quest’anno la tradizionale celebrazione del Social Work assume sostanza e senso. La riflessione di Fabio Folgheraiter, professore di Metodologia del lavoro sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore
Da quindici anni ogni terzo martedì del mese di marzo si festeggia la Giornata mondiale del Servizio sociale (The World Social Work Day). Una giornata che celebra il “duro e appassionato lavoro dei social worker”, come recita l’Organizzazione Internazionale dei Social Workers (IASW). In ogni parte del mondo, il glorioso “corpo professionale” delle assistenti sociali è impegnato ad affermare il rispetto dei diritti umani e della giustizia sociale non, come è più facile fare, in maniera astratta, limitandosi ad esprimere altisonanti affermazioni di principio nei dibattiti o nei convegni. Lo fanno spendendosi ogni giorno a contrastare le concrete e spesso drammatiche manifestazioni della sofferenza esistenziale. Mai come quest’anno la tradizionale celebrazione del Social Work assume sostanza e senso. Dopo la sfibrante esperienza della pandemia, la tradizionale festa nel 2021 assume un carattere speciale. Ogni incrostazione di inevitabile retorica che sempre segna ogni celebrazione, deve lasciare spazio solo a riflessioni e sentimenti autentici. La ricorrenza dovrebbe essere un momento in cui la società intera riconosce agli assistenti sociali i giusti meriti e si mostra finalmente, dopo i pesanti e stucchevoli attacchi nati a seguito della vicenda di Bibbiano, “orgogliosa” di loro. È arrivato a mio avviso il momento in cui tutti noi – Istituzioni e cittadini – ci fermiamo per qualche ora a rendere omaggio sincero agli operatori del servizio sociale per tutto ciò che silenziosamente hanno fatto e per tutte le pezze che hanno dovuto mettere nel vortice di una pandemia che ha sconvolto ogni logica lavorativa e ogni standard sindacale conosciuto. Si è reso giustamente merito agli operatori dell’area sanitaria – ai medici e agli infermieri dei pronto soccorso e delle unità di riabilitazione, ai medici di base e ai volontari delle ambulanze – per lo straordinario lavoro svolto dentro e fuori gli orari di servizio, anche a rischio diretto della vita. Meno attenzione è stata invece pubblicamente rivolta a chi nei servizi sociali pubblici o nelle cooperative ha garantito un minimo di tenuta dell'assistenza sociale, a chi ha stretto i denti davanti alle voragini di bisogni (solitudini, paure, mancanza di reddito, incapacità di sfamare o accudire i figli, ecc.) quali non si sono mai viste nella storia moderna della professione. Va detto pure che la prevalente preoccupazione sanitaria ha di fatto legato le mani agli operatori del “sociale”. I vincoli ferrei del distanziamento hanno impedito agli assistenti sociali di usare i loro classici “strumenti” professionali, tipici del “sociale”, che sono il contatto umano diretto, l’empatia e il rispetto dell’equità. Il Social work si è visto impedito - per Decreto ministeriale – dal dar attuazione al principio relazionale dell'Ubuntu (“io sono perché noi siamo”) che da sempre lo caratterizza profondamente e che non a caso quest’anno costituisce lo slogan della giornata. Di punto in bianco gli assistenti sociali sono stati obbligati a lavorare senza poter accogliere le persone nei propri uffici, senza poter fare visite domiciliari, senza poter fare colloqui o riunioni o lavoro di gruppo a meno che, s’intende, gli utenti non avessero in casa pc o smartphone e linee di connessione efficienti, cose che i classici “utenti” dei servizi sociali in genere non possono permettersi. Molti sono stati sentiti da remoto, ma non tutti, e non sempre quando c’era reale bisogno. Gli assistenti sociali, operatori della giustizia sociale, costretti ex lege a perdere i contatti con i più bisognosi e i più poveri: un paradosso doloroso e imbarazzante per la professione, cui si è cercato in tanti modi – anche tessendo reti virtuose con il volontariato, le parrocchie e le comunità locali - di farvi fronte. Collocata simbolicamente al principio della primavera, la Giornata mondiale del Social Work consente a noi cittadini di ringraziare i tanti professionisti e dirigenti che nell’anno appena trascorso hanno lavorato in condizioni durissime e al contempo di augurarci, tutti assieme, un imminente “rinascimento del sociale”. Questo è l’augurio: che l’esperienza inaudita e scioccante del non potersi stringere la mano o non potersi abbracciare ci stimoli a riflettere e a sperimentare nuove pratiche di Lavoro sociale in cui le “vere” relazioni umane tornino ad essere al centro di ogni aiuto.
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Search-ME - Erickson 4 Adolescenza
Come molte categorie fragili anche i giovani caregiver sono penalizzati e ulteriormente svantaggiati a causa dell’attuale emergenza sanitaria
I giovani caregiver sono bambini/e e adolescenti, talvolta non ancora maggiorenni, impegnati regolarmente in attività di cura rivolte ai propri familiari (genitori, nonni, sorelle e fratelli, ecc.). I bisogni dei familiari possono comprendere malattie croniche, disabilità e anche fragilità sociali e psicologiche che determinano la necessità di supervisione e assistenza costante e, talvolta, quotidiana. Occuparsi di faccende domestiche, supportare emotivamente e somministrare dei farmaci sono solo alcune delle attività che svolgono i giovani caregiver. Le responsabilità di cura influiscono significativamente sul loro sviluppo psico-fisico generando considerevoli difficoltà nella transizione verso l’età adulta. Un’indagine svolta nel 2019 ha evidenziato che su un campione di 424 studenti/esse, di alcune scuole secondarie di primo grado del Comune di Milano, il 6% è costituito da potenziali caregiver. Come è cambiata la vita dei giovani caregiver durante l’epidemia? La pandemia da Covid-19 sta influenzando significativamente le nostre vite generando ansia e preoccupazione per la salute personale e dei propri cari. Secondo una ricerca inglese questi sentimenti sono sentiti maggiormente dai giovani caregiver, i quali vivono fortemente la paura di un peggioramento delle condizioni di salute dei propri cari e di essere loro stessi causa del contagio. Motivo di ulteriore ansia è destata dalla eventualità, da parte loro, di ammalarsi. Ciò inficerebbe a loro la possibilità di svolgere i compiti di cura. Le restrizioni sociali imposte dai governi hanno l’effetto di produrre ulteriore isolamento sociale e un incremento del carico di lavoro dei giovani caregiver. Avendo meno opportunità aggregative e di sviluppare legami significativi e, talvolta, dovendo adempiere alla didattica a distanza, i caregiver rischiano di ridurre sensibilmente il tempo dedicato a sé stessi, il quale è fondamentale per la crescita armonica e per la prevenzione degli esiti negativi dovuti al caregiving. Questo, di conseguenza, aumenterebbe per loro il carico di lavoro. Trascorrendo più tempo a casa potrà esserci maggiore probabilità di richiesta nell’occuparsi di altri familiari bisognosi di attenzioni, come per esempio fratelli e sorelle. Tale circostanza in Italia si è presentata in molte occasioni a causa del ricovero di uno o di entrambi i genitori. Quali sono i bisogni dei giovani caragiver? Un gruppo di giovani caregiver, riuniti da un network inglese di associazioni, ha stilato un documento per richiedere maggiori attenzioni nei loro confronti e di tutti coloro che vertono nella medesima situazione. I giovani caregiver hanno espresso chiaramente la necessità di essere “visti”, soprattutto in questa fase di emergenza sanitaria. Essere ascoltati in modo genuino e senza giudizi e tenere in considerazione la loro opinione sono alcune delle richieste espresse dal gruppo inglese di ragazzi/e con responsabilità di cura. Secondo il loro punto di vista almeno una parte del benessere può essere ugualmente raggiunto in questa fase di restrizioni con semplici azioni messe in pratica da operatori sociali e insegnanti. Alla base delle loro richieste è possibile cogliere il desiderio di prendere parte ad una relazione di aiuto che si basi sulla fiducia e reciprocità in cui possano sentirsi liberi di dare voce a preoccupazioni, bisogni e speranze. Ad esempio, il gruppo dei giovani caregiver inglesi esorta i professionisti a fissare degli appuntamenti telefonici e/o video chiamate settimanali, parlandone direttamente con loro, e non solamente con i genitori, per accertarsi delle loro condizioni e per affrontare insieme la questione dei carichi del lavoro di cura e dell’andamento scolastico. Anche in questa fase di emergenza sanitaria, anzi soprattutto ora, è fondamentale identificare e dare voce a coloro che sono sempre nell’ombra nonostante svolgano un ruolo cruciale per la propria famiglia.
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