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I mini gialli dei dettati 2
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Risultati trovati: 135
Search-ME - Erickson 1 Comunicazione Aumentativa e Alternativa
Un e-book gratuito per spiegare il coronavirus ai bambini
In questo tempo sospeso e complesso, in cui gli scienziati di tutto il mondo sono impegnanti per superare l’emergenza coronavirus, è molto importante non dimenticarsi che anche i bambini hanno il diritto di sapere. Soprattutto i bambini che vivono situazioni di fragilità o presentano un disturbo del neurosviluppo, che potrebbero avere meno strumenti per la comprensione di quanto sta accadendo e per la gestione di pensieri ed emozioni. Per affrontare questa situazione, Erickson ha scelto di pubblicare e diffondere gratuitamente l’e-book “Storia di un coronavirus” scritto da Francesca Dall’Ara e illustrato da Giada Negri scaricabile gratuitamente qui. Una storia semplice che racconta una realtà molto complicata con l’intento di sostenere le mamme e i papà ad affrontare insieme ai più piccoli (e forse anche grazie a loro) questo difficilissimo momento. Il racconto si rivolge a tutti i bambini a partire dai 2 anni, con un’attenzione specifica ai bambini con bisogni comunicativi complessi e disturbi del neurosviluppo, attraverso una versione adattata e tradotta in simboli con gli strumenti della comunicazione aumentativa, secondo il modello inbook. Un’idea nata, all’interno del gruppo di lavoro dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, per trovare un modo concreto e immediatamente fruibile per facilitare genitori e bambini nell’affrontare nel miglior modo possibile l’emergenza generata dal coronavirus e le emozioni che questa scaturisce. Tra restrizioni e permanenza forzata in casa «è fondamentale trovare il giusto equilibrio tra una spiegazione degli eventi che renda maggiormente comprensibile l’origine e il senso del grande stravolgimento che caratterizza le giornate, l’accoglienza delle emozioni faticose che lo accompagnano e l'insegnamento delle norme base per proteggersi e prevenire il contagio. Ma, soprattutto, è indispensabile riuscire a trasmettere fiducia nel fatto che stiamo cercando di fare tutto il possibile, anche se molte incertezze e preoccupazioni restano.» afferma Maria Antonella Costantino, neuropsichiatra e Direttrice dell'Unità Operativa di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell’Adolescenza (UONPIA) Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.
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Search-ME - Erickson 2 Gioco
Mille idee per inventare storie infinite e raccontarle
Come stimolare creatività e fantasia nei bambini? Inventare storie è senza dubbio un’attività utile in questo senso.  Ideata e illustrata da Giulia Orecchia, una delle più famose illustratrici italiane, Le mille e una storia è una semplice scatola che ha il potere di dar vita a interi universi, grazie ai materiali che stimolano la creatività e la fantasia. Le mille e una storia propone tanti giochi, come la Tombola delle storie, mappe e carte, che si possono intrecciare, modificare e reinventare all’infinito: i bambini inventeranno sempre nuove storie, sviluppando così linguaggio e abilità narrative. Potranno giocare sia a casa che a scuola, sfidandosi tra loro o collaborando per scrivere un’unica storia.  Quando l’unico limite è la fantasia, tutto diventa possibile: i più piccoli potranno battere i grandi e i grandi sfidare i più piccoli. Cosa aspetti? Inventa la tua storia!
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Search-ME - Erickson 3 Gioco
Come portare sempre di più il gioco nella vita quotidiana di ognuno di noi: i consigli dei ludomastri Carlo Carzan e Sonia Scalco
Giochiamo insieme? È una domanda che ogni genitore si sente spesso fare, un richiesta di tempo condiviso alla ricerca di esperienze comuni. Una domanda naturale se si pensa ai ritmi di vita odierni, a quanto sia difficile trovare del tempo di qualità da condividere, a quanto il gioco sia considerato una pratica da bambini e spesso semplicemente una perdita di tempo per gli adulti. I bambini invece sanno bene che il gioco è un mezzo fondamentale per creare vicinanza, giocare insieme significa condividere piacere ed emozioni, sfidare i partecipanti e cooperare per trovare soluzioni. Partire da questo presupposto significa avere consapevolezza che il gioco non può essere uno strumento a cui delegare la gestione del tempo dei figli, è invece un mezzo per educarli all’autonomia, alle regole, alle scelte, ma necessita in alcuni momenti della partecipazione attiva degli adulti.  Quella che proponiamo è una ricerca di equilibrio tra i momenti di gioco libero e improvvisato e quelli di gioco strutturato e più organizzato. Equilibrio tra accettare le scelte ludiche dei figli nel giocare da soli con autonomia, magari senza la presenza dell’adulto, e i momenti in cui giocare insieme con proposte definite, a cui ci dedichiamo in questo articolo.  L’obiettivo è quello di fare diventare il gioco parte integrante dell’educazione dei figli, in un sistema co-educativo che coinvolge tutti. Primo suggerimento: il rito del giocare insieme. É più semplice giocare con i propri figli quando questa attività assume il senso di un rituale, al pari della lettura della fiaba della buonanotte o di altri momenti che legano genitori e figli. Si può, ad esempio, giocare insieme mentre si è in auto, molti giochi con le parole permettono un coinvolgimento costante di tutti. Altra proposta è quella di organizzare ogni settimana una piccola olimpiade dei giochi, un pomeriggio si spengono schermi e telefoni, ogni partecipante sceglie un gioco in cui coinvolgere gli altri e inizia la sfida. Si può anche stabilire un momento particolare della giornata, dopo cena, per la merenda, sempre con grande attenzione a lasciare tempo ai bambini e ragazzi per il gioco libero ed autonomo. Il tempo del gioco insieme assume in questo modo un valore importante, crea una dimensione di complicità nella relazione tra genitori e figli, un momento personalizzato e non più casuale, che può essere facilmente riconosciuto da entrambi. Secondo suggerimento: conoscere i giochi. Quando si gioca insieme è importante che qualcuno conosca i giochi, le regole, sia in grado di coinvolgere gli altri. Questo ruolo, soprattutto per i bambini più piccoli, è generalmente delegato ai genitori, almeno inizialmente, poi poco per volta tutti saranno in grado di proporre giochi e idee ludiche per passare il tempo insieme. Il suggerimento è quello di fare un po’ di ricerca online o anche in un negozio specializzato, in funzione dei giochi che si desidera proporre. Ad esempio, il mondo dei giochi da tavolo si è decisamente trasformato negli ultimi 15 anni, oltre ai classici più conosciuti esistono prodotti di qualità elevata, che permettono un’esperienza ludica eccellente e legata all’età dei giocatori, dai due/tre anni in poi, sino agli adolescenti e adulti, c’è tanto da giocare. Anche se si volessero recuperare i giochi tradizionali, quelli da strada o da casa, dai quattro cantoni al classico gioco delle pulci, è sempre utile avere un’idea di cosa serve e di come proporlo ai bambini, esistono tantissimi libri con idee e magari spunti per costruire insieme i giochi, ma esiste anche la memoria, quella dei genitori o dei nonni. Terzo suggerimento: scegliere, vincere, perdere, accogliere. Imparare a giocare insieme significa anche entrare nella dimensione dell’ascolto e accettare le scelte degli altri. È un ascolto reciproco che riesce ad abbattere le barriere dell’età, senza mai far venire meno il rispetto dell’altro. Scegliere insieme come giocare è l’ideale punto di arrivo di un percorso educativo e relazionale tra genitori e figli. Non significa però essere sempre d’accordo sul gioco da provare insieme, a volte, trovare un compromesso, riuscire a provare un gioco senza pregiudizi, diventa parte integrante della condivisione ludica. Quest’ultima riflessione ci riporta all’idea che “giocare con i bambini” è una ricerca di un equilibrio tra adulto e bambino tra rispetto delle regole e capacità di accogliere l’altro. I genitori assumono il ruolo di giocatori e di allenatori, giocare con i figli non significa farli vincere sempre, accontentarli in ogni loro scelta di gioco, ma renderli consapevoli che, nell’accettare le vittorie e le sconfitte, esistono regole da rispettare.  Sono tre semplici suggerimenti, una porta socchiusa da aprire, per portare sempre di più il gioco nella vita quotidiana di ognuno di noi, perché aprirsi all’educazione giocosa non significa superficialità, ma rappresenta un modo profondo, partecipato e condiviso di essere genitori.
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Search-ME - Erickson 4 Genitori e figli
Aspetti caratteristici e criteri diagnostici di un disturbo ancora poco conosciuto
Nina si alza. Prima domanda che si pone: «È mattino o sera?». Poi si dirige verso la porta. Purtroppo calcola male la sua traiettoria. SBANG! Sbatte contro lo stipite della porta. Va in bagno: tutta un’avventura! Ci si deve sedere al posto giusto, prendere la carta igienica, strapparne un pezzo, pulirsi e infine tirare l’acqua. Ora, la colazione. Prima prova: versare il latte nella tazza senza rovesciarlo. Poi, mettere il cacao nel latte senza spargerlo dovunque. Infine, preparare i toast. Poi bisogna bere e mangiare senza rovesciare la tazza con una gomitata e ricordarsi di tenere la bocca chiusa mentre si mastica. Ora ad attendere Nina c’è la sfida del vestirsi... Che sta succedendo a Nina? Perché i movimenti e le attività che gli altri bambini fanno senza difficoltà a lei costano tanta energia? Nina è semplicemente disprassica. Soffre di un problema di coordinazione motoria che la obbliga a controllare intenzionalmente alcuni dei suoi gesti motori.   CHE COS'È' LA DISPRASSIA? La disprassia è un’alterazione dello sviluppo degli apprendimenti gestuali. I gesti sono un insieme di movimenti, coordinati nel tempo e nello spazio con l’obiettivo di realizzare un’azione finalizzata. Si parla di disprassia quando questa serie di movimenti non si verifica in maniera sincronica e/o si verifica in maniera deficitaria, anormale, inefficace e — in assenza di un deficit mentale e/o di turbe psichiche e di un disturbo neuromotorio, neurosensoriale, neuromuscolare — dopo che il bambino è stato sottoposto a una normale attività formativa. Classificata come disturbo evolutivo della coordinazione motoria (DCD), per la diagnosi della disprassia sono indicati tre criteri:   1. presenza di una marcata difficoltà o di un ritardo nello sviluppo della coordinazione motoria; le performance risultano inferiori rispetto a un bambino normale di pari età mentale e cronologica; 2. difficoltà di coordinazione non dovute a condizioni patologiche mediche, quali paralisi cerebrali infantili, distrofia muscolare o altro; se il ritardo di sviluppo cognitivo è presente, le difficoltà motorie devono essere di gran lunga preponderanti rispetto ad altre generalmente associate; 3. queste difficoltà interferiscono con l’apprendimento scolastico e con le attività della vita quotidiana.   Questo disturbo può manifestarsi tramite un ritardo nel raggiungimento delle tappe di sviluppo motorio (passaggio alla posizione seduta, gattonamento, deambulazione), goffaggine nei movimenti, scarse capacità sportive o disgrafia.  Perché si possa porre la diagnosi, occorre che queste prestazioni inadeguate interferiscano in maniera significativa con i risultati scolastici o le attività della vita quotidiana. Non deve esserci una patologia organica associata, come paralisi motoria, emiplegia o distrofia muscolare. In caso di ritardo mentale, le difficoltà motorie devono essere più significative di quelle che sono abitualmente associate a una disabilità intellettiva dello stesso grado. L’elemento essenziale da tenere presente di questa definizione è che la disprassia è prima di tutto un disturbo della coordinazione motoria. Sono quindi le difficoltà che il bambino incontra nelle attività che richiedono coordinazione motoria, e non il quoziente intellettivo, a permettere di porre tale diagnosi.
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Search-ME - Erickson 5 Idee
Come rendere piacevole e gratificante una visita a un museo d’arte
Una visita a un museo o a una galleria d’arte può essere un’esperienza educativa profondamente gratificante per i bambini. Per preparare i bambini prima della gita e arricchire il loro apprendimento prima e dopo, potete usare il libro “Un giorno al museo” di Colleen Carroll, autrice di libri per bambini, insegnante e pedagogista.  Ecco come usare il libro per rendere più coinvolgente e significativa la visita secondo i consigli di Colleen Carroll.   Prima della visita: Leggete “Un giorno al museo” ad alta voce. Partendo da quello a cui si accenna nel libro, discutete con i bambini di ciò che potrebbero vedere o fare durante la loro visita. Potete parlare, ad esempio, di realismo e astrattismo, analizzare un’opera d’arte (i colori, la luce, il movimento, i generi: la natura morta, il ritratto, il paesaggio), cercare di capire insieme perché l’arte suscita emozioni. Prima dell’uscita contattate il museo che visiterete e chiedete se ci sono visite speciali per bambini e quali sono le opere «da non perdere». Sceglietene una decina o una dozzina da vedere. Se possibile, procuratevene le immagini, che esaminerete e discuterete insieme ai bambini soffermandovi sul tema, sui particolari che notano e sulle emozioni che ogni opera suscita in loro. Questa preparazione renderà l’esperienza di guardare le opere dal vero ancora più gratificante! Durante la visita: Guidate i bambini in una caccia al tesoro in cui cercherete opere d’arte simili a quelle disegnate nel libro. Ad esempio, potete cercare: immagini di ballerini o persone in movimento, scenari notturni o opere che utilizzano linee curve per creare l’illusione del movimento, nature morte, opere che usano prevalentemente colori caldi/freddi, ritratti e altri dipinti astratti, opere che provocano una reazione emozionale forte come “L’urlo” di Edvard Munch. Dopo la visita: Tornati a casa o in classe, rileggete “Un giorno al museo” ad alta voce. Chiedete ai bambini/agli alunni di fare dei collegamenti tra la storia e la loro esperienza personale durante la visita al museo. Distribuite fogli di carta, matite colorate, pastelli e pennarelli e invitateli a disegnare quello che è piaciuto loro di più. #sperimentare
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Search-ME - Erickson 6 Didattica
Un compito impegnativo, ma fondamentale per favorire l’apprendimento
 Accompagnare un bambino nella sua crescita emotiva è un compito impegnativo. Aggressività, demotivazione, carenza di autocontrollo, difficoltà nel rispettare le regole o accettare le proprie frustrazioni dell’apprendere sono solo alcuni dei problemi frequentemente riscontrati in classe. Ricordiamoci, però, che le emozioni non sono solo questo. Sono anche gioia, affetto, orgoglio e soddisfazione per un successo o sorpresa per un gesto inaspettato. La scuola riveste un ruolo fondamentale nell’educazione alle emozioni, un percorso di apprendimento che va di pari passo con quello disciplinare. Da tempo, infatti, la ricerca ha avvalorato l’importanza delle emozioni nell’apprendimento, facendo venir meno l’assunto storico di un ipotetico primato della cognizione sull’affettività. Di qui l’importanza di definire dei percorsi strutturati ed espliciti di educazione alle emozioni che hanno come traguardo la competenza sentimentale, ovvero la capacità comprendere ed esprimere in modo consapevolmente regolato il proprio stato emotivo. Un itinerario intenzionale e di qualità educa il bambino a saper riconoscere le proprie e altrui emozioni, ad aprirsi alla reciprocità nella relazione e a formare le cosiddette competenze personali, abilità che permettono ad ognuno di leggere la propria e altrui interiorità, ma anche di saper elaborare le emozioni negative. Infine, il curricolo emotivo promuove la riflessione metaemotiva, un processo che “distanzia” dai propri vissuti emotivi e permette di autoregolarli. Tale processo può avere luogo attraverso vari linguaggi e fare quindi riferimento a diverse discipline. La letteratura, per esempio, permette di attingere a prodotti di esemplare rappresentazione del sentire (poesie, romanzi, etc.) e a diversi generi (autobiografia, diario, etc.). Un altro medium efficace che potrebbe essere utilizzato in un percorso di educazione emotiva è l’illustrazione. I disegni e le immagini offrono un’alternativa all’espressione verbale e possono dirigere le emozioni represse in canali più creativi. Ma anche l’espressione corporea, passando da vie meno codificate convenzionalmente, rappresenta un interessante linguaggio attraverso cui esplorare forme diverse di espressione della vita affettiva. Nel programmare le attività e gli strumenti di un’educazione socio-affettiva, abbondano i materiali per la scuola primaria, mentre è molto meno ampia e varia l’offerta per la fascia d’età che va dalla secondaria di 1° grado a quella di 2° grado. Anche - e potremmo dire, soprattutto - i giovani adolescenti incontrano difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni e dar loro un nome. È, dunque, importante che i docenti forniscano strumenti utili per la comprensione dell’origine e delle caratteristiche delle emozioni e per la gestione degli stati d’animo, anche di quelli legati alle tematiche più “spinose” che affiorano durante il periodo dell’adolescenza.
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