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I mini gialli dei dettati 2
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Risultati trovati: 37
Search-ME - Erickson 1 Essere genitori
Il cortometraggio tratto dal libro di Ashley Spires viene presentato al Giffoni Film Festival 2019
Viene presentato in questi giorni al Giffoni Film Festival –   il festival cinematografico dedicato a bambini e ragazzi – il film d’animazione The most magnificent thing tratto dall’omonimo libro di Ashley Spires, pubblicato anche in Italia da Erickson con il titolo La cosa più grandiosa. Si tratta di un cortometraggio della durata di poco più di venti minuti diretto dalla regista canadese Arna Selznick, con la voce originale, tra le altre, della nota attrice americana Whoopi Goldberg. Una grandissima soddisfazione per Ashley Spires, autrice e illustratrice del libro The most magnificent thing e anche per la nostra casa editrice che ne ha curato l’edizione italiana pubblicata proprio l’anno scorso.   The most magnificent thing – La cosa più grandiosa racconta la storia di una bambina che, un giorno, ha un’idea fantastica: realizzare, con l’aiuto del suo cane, la cosa più grandiosa di sempre.   La cosa però non è così semplice come la bambina l’aveva immaginata e dunque succede che, anziché con squadra, righello e metro, ci si ritrova a fare i conti con sentimenti di rabbia, tristezza e frustrazione. Poi però, con un pizzico di incoraggiamento e di fantasia, ci si rende conto che ogni prova, anche sbagliata, in fondo è utile per avvicinarsi alla riuscita finale, anche se magari questo implica cambiare ciò che si era pensato all’inizio, o meglio guardarlo da una prospettiva diversa. Dalla gestione della rabbia, allo sviluppo dell’immaginazione e dell’autostima fino al tema, quanto mai attuale, degli stereotipi di genere, l’opera di Ashley Spires – che in Canada ha venduto più di 200.000 copie – affronta con freschezza e lieve ironia insegnamenti universali che, in quanto tali, sono validi per tutte le età. L’edizione è corredata da una “guida per l’adulto”, piccolo vademecum per genitori e insegnanti che desiderino fornire ai piccoli lettori gli strumenti per leggere il mondo in modo consapevole, attraverso lo svolgimento di una serie di attività. Congratulazioni all’autrice Ashley Spires per il traguardo raggiunto! Per vedere il trailer del film clicca qui  
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Search-ME - Erickson 2 Didattica ludica
Il gioco offre ai bambini la possibilità di mettere in pratica ciò che stanno imparando.
Il gioco è una delle principali modalità attraverso le quali i bambini apprendono. Come più volte affermato da diversi ricercatori ed educatori, il gioco, oltre ad essere presente nei più svariati background culturali (Lillemyr et al., 2011), può contribuire ad arricchire l’apprendimento e a sviluppare competenze indispensabili per la vita di tutti i giorni. La ricerca sottolinea, in particolar modo, l’importanza del gioco alla scuola dell’infanzia in quanto contribuisce, come anticipato nello scorso intervento, allo sviluppo cognitivo, sociale, motorio e linguistico dei bambini (Lynch, 2015). Già nei tempi antichi, l’importanza del gioco era riconosciuta, ma esso rimaneva una materia di studio, legata alle regole e alle strategie o agli esercizi ginnici. In tempi più recenti, l’istruzione veniva considerata come un momento di serietà e di lavoro disciplinato, affatto “contaminato” dagli intenti più allegri del giocare. Si deve, dunque, a Russeau l’iniziativa di introdurre il gioco nell’educazione del fanciullo e ai pedagogisti moderni, quali Montessori, Dewey e Decroly, l’impostazione psicologico-educativa e l’adeguamento del materiale ludico alla maturità del bambino.   Secondo Piaget (1959), l’attività ludica orienta verso uno sviluppo completo dell’individuo poiché facilita la socializzazione, grazie a giochi a carattere comunitario e all’insegnamento del rispetto delle regole, e lo sviluppo dell’intelligenza, attraverso diverse fasi cognitive, in relazione alle quali dovrebbero essere proposte attività ludico-didattiche appropriate: 1. Tappa dei giochi d’esercizio (0-2 anni): corrisponde allo sviluppo dell’intelligenza sensomotoria attraverso la quale il bambino acquisisce progressivamente il controllo degli arti e la capacità di esplorazione sensoriale. In questa prima fase, il gioco di imitazione assume un ruolo significativo in quanto consente al bambino di imparare a riconoscere e ad esprimere le emozioni. 2. Tappa dei giochi simbolici (2-7 anni): corrisponde alla fase pre-operativa dello sviluppo cognitivo durante la quale, grazie al naturale impulso creativo, il bambino impara a distinguere ciò che è frutto della fantasia, e che permette di superare attivamente i limiti della realtà, da ciò che è reale e percepito attraverso i sensi e che dona consapevolezza dell’esistenza e delle sue regole. In questa fase, il bambino è anche in grado di effettuare le prime operazioni concrete, ovvero quelle logico-matematiche, che gli consentono di agire sugli oggetti e di stabilire relazioni fra di essi, e quelle spazio temporali, che consistono nel dare una collocazione spazio-temporale agli oggetti. 3. Tappa dei giochi di regole (7-11 anni): corrisponde all’acquisizione cognitiva delle operazioni concrete e formali e al progressivo sviluppo del concetto di regola. A questo stadio, tuttavia, il fanciullo tende a modificare le regole a proprio vantaggio. 4. Tappa dei giochi di costruzione (dagli 11 anni in su): a questa fase vi è il passaggio alla codifica della regola e alla logica formale e alle operazioni di seriazione e classificazione.   IL GIOCO NELLA DIDATTICA  Ad un livello educativo-didattico, il gioco, se significativo (Nell e Drew, 2013), rende i bambini attivamente partecipi rispetto all’ascolto passivo di una lezione. Possiamo menzionare diverse attività che favoriscono l’apprendimento: - La sabbia e l’acqua possono essere un’introduzione a discipline quali scienze e matematica, dal momento che permettono di imparare che l’acqua è un liquido, non un solido, e che può essere misurata in contenitori di diversa capienza. - Giocare con la plastilina, disegnare e dipingere, travestirsi, giocare con le bambole sono tutte attività che incoraggiano la creatività, l’immaginazione e l’espressione delle emozioni. Il gioco del “fare finta”, inoltre, è essenziale per lo sviluppo socio-emotivo del bambino, in quanto gli permette di interpretare la realtà da un punto di vista differente, e favorisce lo sviluppo delle rappresentazioni mentali e del linguaggio. - I mattoncini colorati e i puzzle aiutano a riconoscere le diverse forme e le loro dimensioni, a mettere gli oggetti in ordine e a sviluppare il pensiero logico. - Giocare con la palla, danzare, correre, arrampicarsi sono attività che favoriscono lo sviluppo muscolare e aiutano a ottimizzare forza, flessibilità e coordinazione motoria. - I giochi con le regole, benché possa sembrare in contraddizione con l’idea di gioco libero e volontario, aiutano a far rispettare i turni, a condividere le esperienze e a socializzare con gli altri. - Cantare e suonare strumenti musicali aiuta a sviluppare il senso del ritmo e allena le abilità di ascolto. - Grazie alla recitazione, i bambini hanno l’opportunità di drammatizzare delle scene e di esprimersi, migliorano la loro fiducia sociale e le loro competenze letterarie, di narrazione e scrittura, nonché l’interazione e la cooperazione.
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Search-ME - Erickson 3 Discalculia
Facciamo il punto sulle implicazioni emotive di questo disturbo e sugli accorgimenti per affrontarle
La discalculia evolutiva è un deficit della capacità specifica di comprensione dei numeri. Dal punto di vista pratico dell’insegnamento e dell’apprendimento, il fatto che i bambini con discalculia non possiedano la capacità congenita di capire i numeri ha implicazioni molto gravi. In termini generali, possiamo affermare che sono privi del «kit di partenza» per lo sviluppo della comprensione dei numeri e delle operazioni numeriche.   Degli alunni con discalculia, in rapporto all’educazione matematica, possiamo azzardare una descrizione sommaria di questo tipo: - gli allievi discalculici possiedono un senso numerico intuitivo molto scarso; - gli allievi discalculici mantengono un concetto del numero «basato sulle unità» - gli allievi discalculici hanno un concetto del numero che rimane pressoché statico e conosce scarsissimi sviluppi.   La discalculia ha implicazioni molto forti anche dal punto di vista del benessere emotivo degli alunni. La maggior parte degli alunni discalculici infatti si sente scoraggiata durante le lezioni di matematica e sviluppa perciò strategie di evitamento, come andare in bagno, fare la punta alle matite, ecc. Spesso poi gli alunni discalculici vengono presi in giro dai compagni e talvolta assillati e avviliti anche da insegnanti e genitori che non ne comprendono le reali difficoltà. La mancanza di comprensione da parte delle persone che li circondano può portare gli alunni discalculici a soffrire di ansia da matematica, preoccuparsi per le proprie capacità di apprendimento in generale e pensare di essere stupidi. La didattica tradizionale, che prevede l’aspetto mnemonico di aspetti importanti dell’aritmetica, purtroppo non è d’aiuto per questo tipo di studenti.   Che cosa può fare allora un insegnante per aiutare gli alunni con discalculia? Ecco qualche suggerimento:   - Gli alunni con discalculia riescono a comprendere molto meglio tutte le aree dell’aritmetica se nelle prime fasi li si incoraggia a usare materiali di manipolazione in modo da rendere il tutto più trasparente e concreto e meno astratto;   - Gran parte del linguaggio utilizzato per descrivere le operazioni numeriche è di difficile comprensione per gli studenti con discalculia. L’insegnante dovrebbe perciò privilegiare un linguaggio quotidiano, semplice e trasparente, ed essere pronto a riformulare le sue spiegazioni in vari modi;   - È importante che gli insegnanti strutturino la didattica in piccoli passi progressivi, procedendo al passo degli alunni con discalculia e offrendo loro la possibilità di fare moltissima pratica;   - Gli insegnanti devono limitare i carichi di memoria, sia a lungo termine, sia di lavoro, affrontando con gli alunni con difficoltà i fatti numerici essenziali e un numero circoscritto di procedure di semplice comprensione;   - Occorre far esercitare il più possibile gli allievi nelle abilità numeriche attraverso giochi semplici e veloci, che sono divertenti e rendono più piacevoli le lezioni;   - È importantissimo che l’insegnante sappia creare un clima positivo all’interno delle lezioni di matematica, ad esempio, aiutando gli alunni a sentirsi veramente in grado di apprendere la materia.  
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Search-ME - Erickson 4 Narrativa
Il valore del pensiero narrativo per dare significato alle esperienze
La narrazione ha un valore profondo per i processi formativi. È narrando, infatti, che un individuo attribuisce senso alle proprie esperienze: è proprio con questo processo che singole azioni possono essere collocate all’interno di una storia, personale e collettiva, e trovare così il proprio significato.   Attraverso il pensiero narrativo esperienze diverse e lontane nel tempo o nello spazio, vissute direttamente o ascoltate, possono essere messe in relazione fra loro e raccolte all’interno della trama di un racconto. Trovare un posto e una collocazione a queste diverse esperienze all’interno di una narrazione implica, implicitamente o esplicitamente, cercare e riconoscere aspetti che le accomunano e le differenziano, organizzarle secondo un qualche filo rosso che le interpreta.  In questo senso narrare è un’azione generativa di conoscenza. Più nello specifico, la narrazione permette la rielaborazione delle esperienze ad almeno tre livelli: - la loro descrizione e il loro racconto - la loro comprensione, in relazione alle intenzioni di chi ne è protagonista - la costruzione di un loro significato e la collocazione nel contesto di una storia di vita personale o collettiva. Pensando al senso della narrazione nell’ambito dell’educazione di bambini e ragazzi a scuola, è suggestiva l’immagine che propone Elisabetta Biffi: la scuola sarebbe «un territorio intriso di storie che si intrecciano e che si arricchiscono l’un l’altra, si co-­costruiscono, ricordando a ciascuno di noi quanto la propria storia sia inscindibile dalle storie degli altri che ci hanno generato, che abbiamo incontrato, con cui ci siamo scontrati». Il percorso formativo che offriamo dovrà quindi necessariamente essere in grado di accogliere le storie che ciascuno porta e di creare occasioni perché le storie individuali di ciascuno incontrino le storie degli altri e la grande Storia del nostro mondo di cui tutti facciamo parte. In questo contesto, la narrazione può essere anche considerato un metodo.   Se infatti narrare è un processo così importante per la costruzione di significato dell’esperienza, allora è importante che la scuola insegni ai bambini e ai ragazzi un modo per poter raccontare di sé, degli altri e del mondo.   Questo avviene se nella classe la circolazione di storie è usuale e se per i bambini e per gli adulti sia comune e frequente narrare di sé e chiedere agli altri di farlo. Questo è il metodo autobiografico. In coerenza col rispetto profondo che questo metodo ha per l’originalità ed irripetibilità di ciascuna storia, diventa importante anche garantire che ogni bambino, ogni ragazzo e ogni adulto nella classe possa trovare la modalità più “giusta” per narrare la propria storia. Narrare non significa necessariamente scrivere o raccontare a parole. La narrazione può assumere una pluralità di canali diversi, affinché ogni persona che voglia raccontare possa cercare e scoprire i modi in cui preferisce esprimersi. Per alcuni sarà una pagina scritta, per altri una conversazione in cerchio, per altri ancora una sequenza di gesti, un movimento o invece un colore, una linea. In tal senso, all’interno del percorso didattico, si possono utilizzare i linguaggi della scrittura, dell’arte, della musica, del cinema e del teatro nella prospettiva di uno sviluppo globale dell’alunno. I diversi linguaggi, ciascuno composto da codice e procedure propri, contribuiscono alla costruzione di nuovi significati e allo sviluppo di un pensiero narrativo, creativo, divergente. Gli insegnanti potrebbero strutturare dei laboratori narrativi, incentrati sul libro, in cui promuovere l’ascolto, la lettura e la scrittura. Un esempio di attività potrebbe essere quello di leggere l’inizio di un racconto e farlo terminare agli alunni. Calcando le orme di Shahrazad de “Le mille e una notte”, nella sessione successiva, i bambini potrebbero proseguire il racconto, interrompersi ad un punto cruciale, e riprenderlo il giorno successivo, cominciando di volta in volta una nuova storia. Anche l’arte, poliedrica espressione della dimensione più profonda dell’individuo, amplia le possibilità narrative. Attraverso le diverse tecniche e forme artistiche, l’alunno può esprimere sensazioni e vissuti emotivi. I laboratori hanno come obiettivo la sperimentazione del colore, del segno e degli strumenti (tra cui mani e dita), ma anche l’osservazione delle opere di grandi artisti per un’eventuale attualizzazione e rielaborazione. Il gioco simbolico o di finzione, insito nei bambini fin dall’infanzia, è un ulteriore modo per comunicare o raccontare di sé, e il teatro e il cinema stimolano, oltre ad una maggiore presa di coscienza del corpo, del movimento e del linguaggio verbale e non verbale, la creatività narrativa utilizzando tale capacità innata. Nel concepire e mettere in scena una trama, gli alunni sperimentano diverse tipologie di intreccio e di personaggi (che possono essere interpretati dagli studenti stessi o realizzati nella forma di burattini o ombre), di drammatizzazione e di linguaggi, dalla musica, al canto, alla danza. Tutto ciò che viene rappresentato teatralmente, inoltre, può essere ripreso e assemblato in nuovi contesti narrativi, quali il cortometraggio, il video clip musicale o persino il lungometraggio cinematografico.
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Search-ME - Erickson 5 Didattica
Un compito impegnativo, ma fondamentale per favorire l’apprendimento
 Accompagnare un bambino nella sua crescita emotiva è un compito impegnativo. Aggressività, demotivazione, carenza di autocontrollo, difficoltà nel rispettare le regole o accettare le proprie frustrazioni dell’apprendere sono solo alcuni dei problemi frequentemente riscontrati in classe. Ricordiamoci, però, che le emozioni non sono solo questo. Sono anche gioia, affetto, orgoglio e soddisfazione per un successo o sorpresa per un gesto inaspettato. La scuola riveste un ruolo fondamentale nell’educazione alle emozioni, un percorso di apprendimento che va di pari passo con quello disciplinare. Da tempo, infatti, la ricerca ha avvalorato l’importanza delle emozioni nell’apprendimento, facendo venir meno l’assunto storico di un ipotetico primato della cognizione sull’affettività. Di qui l’importanza di definire dei percorsi strutturati ed espliciti di educazione alle emozioni che hanno come traguardo la competenza sentimentale, ovvero la capacità comprendere ed esprimere in modo consapevolmente regolato il proprio stato emotivo. Un itinerario intenzionale e di qualità educa il bambino a saper riconoscere le proprie e altrui emozioni, ad aprirsi alla reciprocità nella relazione e a formare le cosiddette competenze personali, abilità che permettono ad ognuno di leggere la propria e altrui interiorità, ma anche di saper elaborare le emozioni negative. Infine, il curricolo emotivo promuove la riflessione metaemotiva, un processo che “distanzia” dai propri vissuti emotivi e permette di autoregolarli. Tale processo può avere luogo attraverso vari linguaggi e fare quindi riferimento a diverse discipline. La letteratura, per esempio, permette di attingere a prodotti di esemplare rappresentazione del sentire (poesie, romanzi, etc.) e a diversi generi (autobiografia, diario, etc.). Un altro medium efficace che potrebbe essere utilizzato in un percorso di educazione emotiva è l’illustrazione. I disegni e le immagini offrono un’alternativa all’espressione verbale e possono dirigere le emozioni represse in canali più creativi. Ma anche l’espressione corporea, passando da vie meno codificate convenzionalmente, rappresenta un interessante linguaggio attraverso cui esplorare forme diverse di espressione della vita affettiva. Nel programmare le attività e gli strumenti di un’educazione socio-affettiva, abbondano i materiali per la scuola primaria, mentre è molto meno ampia e varia l’offerta per la fascia d’età che va dalla secondaria di 1° grado a quella di 2° grado. Anche - e potremmo dire, soprattutto - i giovani adolescenti incontrano difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni e dar loro un nome. È, dunque, importante che i docenti forniscano strumenti utili per la comprensione dell’origine e delle caratteristiche delle emozioni e per la gestione degli stati d’animo, anche di quelli legati alle tematiche più “spinose” che affiorano durante il periodo dell’adolescenza.
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Search-ME - Erickson 6 Genitori e figli
Aspetti caratteristici e criteri diagnostici di un disturbo ancora poco conosciuto
Nina si alza. Prima domanda che si pone: «È mattino o sera?». Poi si dirige verso la porta. Purtroppo calcola male la sua traiettoria. SBANG! Sbatte contro lo stipite della porta. Va in bagno: tutta un’avventura! Ci si deve sedere al posto giusto, prendere la carta igienica, strapparne un pezzo, pulirsi e infine tirare l’acqua. Ora, la colazione. Prima prova: versare il latte nella tazza senza rovesciarlo. Poi, mettere il cacao nel latte senza spargerlo dovunque. Infine, preparare i toast. Poi bisogna bere e mangiare senza rovesciare la tazza con una gomitata e ricordarsi di tenere la bocca chiusa mentre si mastica. Ora ad attendere Nina c’è la sfida del vestirsi... Che sta succedendo a Nina? Perché i movimenti e le attività che gli altri bambini fanno senza difficoltà a lei costano tanta energia? Nina è semplicemente disprassica. Soffre di un problema di coordinazione motoria che la obbliga a controllare intenzionalmente alcuni dei suoi gesti motori.   CHE COS'È' LA DISPRASSIA? La disprassia è un’alterazione dello sviluppo degli apprendimenti gestuali. I gesti sono un insieme di movimenti, coordinati nel tempo e nello spazio con l’obiettivo di realizzare un’azione finalizzata. Si parla di disprassia quando questa serie di movimenti non si verifica in maniera sincronica e/o si verifica in maniera deficitaria, anormale, inefficace e — in assenza di un deficit mentale e/o di turbe psichiche e di un disturbo neuromotorio, neurosensoriale, neuromuscolare — dopo che il bambino è stato sottoposto a una normale attività formativa. Classificata come disturbo evolutivo della coordinazione motoria (DCD), per la diagnosi della disprassia sono indicati tre criteri:   1. presenza di una marcata difficoltà o di un ritardo nello sviluppo della coordinazione motoria; le performance risultano inferiori rispetto a un bambino normale di pari età mentale e cronologica; 2. difficoltà di coordinazione non dovute a condizioni patologiche mediche, quali paralisi cerebrali infantili, distrofia muscolare o altro; se il ritardo di sviluppo cognitivo è presente, le difficoltà motorie devono essere di gran lunga preponderanti rispetto ad altre generalmente associate; 3. queste difficoltà interferiscono con l’apprendimento scolastico e con le attività della vita quotidiana.   Questo disturbo può manifestarsi tramite un ritardo nel raggiungimento delle tappe di sviluppo motorio (passaggio alla posizione seduta, gattonamento, deambulazione), goffaggine nei movimenti, scarse capacità sportive o disgrafia.  Perché si possa porre la diagnosi, occorre che queste prestazioni inadeguate interferiscano in maniera significativa con i risultati scolastici o le attività della vita quotidiana. Non deve esserci una patologia organica associata, come paralisi motoria, emiplegia o distrofia muscolare. In caso di ritardo mentale, le difficoltà motorie devono essere più significative di quelle che sono abitualmente associate a una disabilità intellettiva dello stesso grado. L’elemento essenziale da tenere presente di questa definizione è che la disprassia è prima di tutto un disturbo della coordinazione motoria. Sono quindi le difficoltà che il bambino incontra nelle attività che richiedono coordinazione motoria, e non il quoziente intellettivo, a permettere di porre tale diagnosi.
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