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I mini gialli dei dettati 2
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Risultati trovati: 73
Search-ME - Erickson 1 Gioco
Come portare sempre di più il gioco nella vita quotidiana di ognuno di noi: i consigli dei ludomastri Carlo Carzan e Sonia Scalco
Giochiamo insieme? È una domanda che ogni genitore si sente spesso fare, un richiesta di tempo condiviso alla ricerca di esperienze comuni. Una domanda naturale se si pensa ai ritmi di vita odierni, a quanto sia difficile trovare del tempo di qualità da condividere, a quanto il gioco sia considerato una pratica da bambini e spesso semplicemente una perdita di tempo per gli adulti. I bambini invece sanno bene che il gioco è un mezzo fondamentale per creare vicinanza, giocare insieme significa condividere piacere ed emozioni, sfidare i partecipanti e cooperare per trovare soluzioni. Partire da questo presupposto significa avere consapevolezza che il gioco non può essere uno strumento a cui delegare la gestione del tempo dei figli, è invece un mezzo per educarli all’autonomia, alle regole, alle scelte, ma necessita in alcuni momenti della partecipazione attiva degli adulti.  Quella che proponiamo è una ricerca di equilibrio tra i momenti di gioco libero e improvvisato e quelli di gioco strutturato e più organizzato. Equilibrio tra accettare le scelte ludiche dei figli nel giocare da soli con autonomia, magari senza la presenza dell’adulto, e i momenti in cui giocare insieme con proposte definite, a cui ci dedichiamo in questo articolo.  L’obiettivo è quello di fare diventare il gioco parte integrante dell’educazione dei figli, in un sistema co-educativo che coinvolge tutti. Primo suggerimento: il rito del giocare insieme. É più semplice giocare con i propri figli quando questa attività assume il senso di un rituale, al pari della lettura della fiaba della buonanotte o di altri momenti che legano genitori e figli. Si può, ad esempio, giocare insieme mentre si è in auto, molti giochi con le parole permettono un coinvolgimento costante di tutti. Altra proposta è quella di organizzare ogni settimana una piccola olimpiade dei giochi, un pomeriggio si spengono schermi e telefoni, ogni partecipante sceglie un gioco in cui coinvolgere gli altri e inizia la sfida. Si può anche stabilire un momento particolare della giornata, dopo cena, per la merenda, sempre con grande attenzione a lasciare tempo ai bambini e ragazzi per il gioco libero ed autonomo. Il tempo del gioco insieme assume in questo modo un valore importante, crea una dimensione di complicità nella relazione tra genitori e figli, un momento personalizzato e non più casuale, che può essere facilmente riconosciuto da entrambi. Secondo suggerimento: conoscere i giochi. Quando si gioca insieme è importante che qualcuno conosca i giochi, le regole, sia in grado di coinvolgere gli altri. Questo ruolo, soprattutto per i bambini più piccoli, è generalmente delegato ai genitori, almeno inizialmente, poi poco per volta tutti saranno in grado di proporre giochi e idee ludiche per passare il tempo insieme. Il suggerimento è quello di fare un po’ di ricerca online o anche in un negozio specializzato, in funzione dei giochi che si desidera proporre. Ad esempio, il mondo dei giochi da tavolo si è decisamente trasformato negli ultimi 15 anni, oltre ai classici più conosciuti esistono prodotti di qualità elevata, che permettono un’esperienza ludica eccellente e legata all’età dei giocatori, dai due/tre anni in poi, sino agli adolescenti e adulti, c’è tanto da giocare. Anche se si volessero recuperare i giochi tradizionali, quelli da strada o da casa, dai quattro cantoni al classico gioco delle pulci, è sempre utile avere un’idea di cosa serve e di come proporlo ai bambini, esistono tantissimi libri con idee e magari spunti per costruire insieme i giochi, ma esiste anche la memoria, quella dei genitori o dei nonni. Terzo suggerimento: scegliere, vincere, perdere, accogliere. Imparare a giocare insieme significa anche entrare nella dimensione dell’ascolto e accettare le scelte degli altri. È un ascolto reciproco che riesce ad abbattere le barriere dell’età, senza mai far venire meno il rispetto dell’altro. Scegliere insieme come giocare è l’ideale punto di arrivo di un percorso educativo e relazionale tra genitori e figli. Non significa però essere sempre d’accordo sul gioco da provare insieme, a volte, trovare un compromesso, riuscire a provare un gioco senza pregiudizi, diventa parte integrante della condivisione ludica. Quest’ultima riflessione ci riporta all’idea che “giocare con i bambini” è una ricerca di un equilibrio tra adulto e bambino tra rispetto delle regole e capacità di accogliere l’altro. I genitori assumono il ruolo di giocatori e di allenatori, giocare con i figli non significa farli vincere sempre, accontentarli in ogni loro scelta di gioco, ma renderli consapevoli che, nell’accettare le vittorie e le sconfitte, esistono regole da rispettare.  Sono tre semplici suggerimenti, una porta socchiusa da aprire, per portare sempre di più il gioco nella vita quotidiana di ognuno di noi, perché aprirsi all’educazione giocosa non significa superficialità, ma rappresenta un modo profondo, partecipato e condiviso di essere genitori.
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Search-ME - Erickson 2 Genitori e figli
Aspetti caratteristici e criteri diagnostici di un disturbo ancora poco conosciuto
Nina si alza. Prima domanda che si pone: «È mattino o sera?». Poi si dirige verso la porta. Purtroppo calcola male la sua traiettoria. SBANG! Sbatte contro lo stipite della porta. Va in bagno: tutta un’avventura! Ci si deve sedere al posto giusto, prendere la carta igienica, strapparne un pezzo, pulirsi e infine tirare l’acqua. Ora, la colazione. Prima prova: versare il latte nella tazza senza rovesciarlo. Poi, mettere il cacao nel latte senza spargerlo dovunque. Infine, preparare i toast. Poi bisogna bere e mangiare senza rovesciare la tazza con una gomitata e ricordarsi di tenere la bocca chiusa mentre si mastica. Ora ad attendere Nina c’è la sfida del vestirsi... Che sta succedendo a Nina? Perché i movimenti e le attività che gli altri bambini fanno senza difficoltà a lei costano tanta energia? Nina è semplicemente disprassica. Soffre di un problema di coordinazione motoria che la obbliga a controllare intenzionalmente alcuni dei suoi gesti motori.   CHE COS'È' LA DISPRASSIA? La disprassia è un’alterazione dello sviluppo degli apprendimenti gestuali. I gesti sono un insieme di movimenti, coordinati nel tempo e nello spazio con l’obiettivo di realizzare un’azione finalizzata. Si parla di disprassia quando questa serie di movimenti non si verifica in maniera sincronica e/o si verifica in maniera deficitaria, anormale, inefficace e — in assenza di un deficit mentale e/o di turbe psichiche e di un disturbo neuromotorio, neurosensoriale, neuromuscolare — dopo che il bambino è stato sottoposto a una normale attività formativa. Classificata come disturbo evolutivo della coordinazione motoria (DCD), per la diagnosi della disprassia sono indicati tre criteri:   1. presenza di una marcata difficoltà o di un ritardo nello sviluppo della coordinazione motoria; le performance risultano inferiori rispetto a un bambino normale di pari età mentale e cronologica; 2. difficoltà di coordinazione non dovute a condizioni patologiche mediche, quali paralisi cerebrali infantili, distrofia muscolare o altro; se il ritardo di sviluppo cognitivo è presente, le difficoltà motorie devono essere di gran lunga preponderanti rispetto ad altre generalmente associate; 3. queste difficoltà interferiscono con l’apprendimento scolastico e con le attività della vita quotidiana.   Questo disturbo può manifestarsi tramite un ritardo nel raggiungimento delle tappe di sviluppo motorio (passaggio alla posizione seduta, gattonamento, deambulazione), goffaggine nei movimenti, scarse capacità sportive o disgrafia.  Perché si possa porre la diagnosi, occorre che queste prestazioni inadeguate interferiscano in maniera significativa con i risultati scolastici o le attività della vita quotidiana. Non deve esserci una patologia organica associata, come paralisi motoria, emiplegia o distrofia muscolare. In caso di ritardo mentale, le difficoltà motorie devono essere più significative di quelle che sono abitualmente associate a una disabilità intellettiva dello stesso grado. L’elemento essenziale da tenere presente di questa definizione è che la disprassia è prima di tutto un disturbo della coordinazione motoria. Sono quindi le difficoltà che il bambino incontra nelle attività che richiedono coordinazione motoria, e non il quoziente intellettivo, a permettere di porre tale diagnosi.
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Search-ME - Erickson 3 Idee
Come rendere piacevole e gratificante una visita a un museo d’arte
Una visita a un museo o a una galleria d’arte può essere un’esperienza educativa profondamente gratificante per i bambini. Per preparare i bambini prima della gita e arricchire il loro apprendimento prima e dopo, potete usare il libro “Un giorno al museo” di Colleen Carroll, autrice di libri per bambini, insegnante e pedagogista.  Ecco come usare il libro per rendere più coinvolgente e significativa la visita secondo i consigli di Colleen Carroll.   Prima della visita: Leggete “Un giorno al museo” ad alta voce. Partendo da quello a cui si accenna nel libro, discutete con i bambini di ciò che potrebbero vedere o fare durante la loro visita. Potete parlare, ad esempio, di realismo e astrattismo, analizzare un’opera d’arte (i colori, la luce, il movimento, i generi: la natura morta, il ritratto, il paesaggio), cercare di capire insieme perché l’arte suscita emozioni. Prima dell’uscita contattate il museo che visiterete e chiedete se ci sono visite speciali per bambini e quali sono le opere «da non perdere». Sceglietene una decina o una dozzina da vedere. Se possibile, procuratevene le immagini, che esaminerete e discuterete insieme ai bambini soffermandovi sul tema, sui particolari che notano e sulle emozioni che ogni opera suscita in loro. Questa preparazione renderà l’esperienza di guardare le opere dal vero ancora più gratificante! Durante la visita: Guidate i bambini in una caccia al tesoro in cui cercherete opere d’arte simili a quelle disegnate nel libro. Ad esempio, potete cercare: immagini di ballerini o persone in movimento, scenari notturni o opere che utilizzano linee curve per creare l’illusione del movimento, nature morte, opere che usano prevalentemente colori caldi/freddi, ritratti e altri dipinti astratti, opere che provocano una reazione emozionale forte come “L’urlo” di Edvard Munch. Dopo la visita: Tornati a casa o in classe, rileggete “Un giorno al museo” ad alta voce. Chiedete ai bambini/agli alunni di fare dei collegamenti tra la storia e la loro esperienza personale durante la visita al museo. Distribuite fogli di carta, matite colorate, pastelli e pennarelli e invitateli a disegnare quello che è piaciuto loro di più. #sperimentare
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Search-ME - Erickson 4 Didattica
Un compito impegnativo, ma fondamentale per favorire l’apprendimento
 Accompagnare un bambino nella sua crescita emotiva è un compito impegnativo. Aggressività, demotivazione, carenza di autocontrollo, difficoltà nel rispettare le regole o accettare le proprie frustrazioni dell’apprendere sono solo alcuni dei problemi frequentemente riscontrati in classe. Ricordiamoci, però, che le emozioni non sono solo questo. Sono anche gioia, affetto, orgoglio e soddisfazione per un successo o sorpresa per un gesto inaspettato. La scuola riveste un ruolo fondamentale nell’educazione alle emozioni, un percorso di apprendimento che va di pari passo con quello disciplinare. Da tempo, infatti, la ricerca ha avvalorato l’importanza delle emozioni nell’apprendimento, facendo venir meno l’assunto storico di un ipotetico primato della cognizione sull’affettività. Di qui l’importanza di definire dei percorsi strutturati ed espliciti di educazione alle emozioni che hanno come traguardo la competenza sentimentale, ovvero la capacità comprendere ed esprimere in modo consapevolmente regolato il proprio stato emotivo. Un itinerario intenzionale e di qualità educa il bambino a saper riconoscere le proprie e altrui emozioni, ad aprirsi alla reciprocità nella relazione e a formare le cosiddette competenze personali, abilità che permettono ad ognuno di leggere la propria e altrui interiorità, ma anche di saper elaborare le emozioni negative. Infine, il curricolo emotivo promuove la riflessione metaemotiva, un processo che “distanzia” dai propri vissuti emotivi e permette di autoregolarli. Tale processo può avere luogo attraverso vari linguaggi e fare quindi riferimento a diverse discipline. La letteratura, per esempio, permette di attingere a prodotti di esemplare rappresentazione del sentire (poesie, romanzi, etc.) e a diversi generi (autobiografia, diario, etc.). Un altro medium efficace che potrebbe essere utilizzato in un percorso di educazione emotiva è l’illustrazione. I disegni e le immagini offrono un’alternativa all’espressione verbale e possono dirigere le emozioni represse in canali più creativi. Ma anche l’espressione corporea, passando da vie meno codificate convenzionalmente, rappresenta un interessante linguaggio attraverso cui esplorare forme diverse di espressione della vita affettiva. Nel programmare le attività e gli strumenti di un’educazione socio-affettiva, abbondano i materiali per la scuola primaria, mentre è molto meno ampia e varia l’offerta per la fascia d’età che va dalla secondaria di 1° grado a quella di 2° grado. Anche - e potremmo dire, soprattutto - i giovani adolescenti incontrano difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni e dar loro un nome. È, dunque, importante che i docenti forniscano strumenti utili per la comprensione dell’origine e delle caratteristiche delle emozioni e per la gestione degli stati d’animo, anche di quelli legati alle tematiche più “spinose” che affiorano durante il periodo dell’adolescenza.
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Search-ME - Erickson 5 Genitori e figli
Un momento importante nella relazione tra genitori e figli che può diventare occasione di crescita
Capiterà a tutti i genitori di chiedersi “quando?” e “come?” svelare ai bambini la verità su Babbo Natale. Inutile dire che se esiste la perfetta ricetta dei biscottoni gingerman da mettere sull’albero di Natale non esiste un’altrettanta ricetta per svelare il segreto più grande ai nostri bambini, sono troppe le variabili in gioco. Ma forse ancora una volta, coloro i quali si sono dedicati allo studio della psicologia dello sviluppo, ci possono dare degli spunti di riflessione da integrare con valori e modalità che sono diverse in ogni famiglia. Sembra chiaro, dalle ricerche fatte nell’ambito, che la maggior parte dei bambini scopre gradualmente e da solo la verità su Babbo Natale (circa il 54%). I bambini non sembranoriportare particolari sentimenti negativi dopo la scoperta e sembra che siano propensi a nutrire sentimenti di protezione nei confronti dei bambini che non sanno diventando quindi complici degli adulti nel mantenere il segreto. Dalle ricerche emerge che sono invece i genitori a riportare forti sentimenti negativi di tristezza e malinconia quando annunciano la realtà ai loro bambini. L’interpretazione di questo dato è strettamente di natura psicologica, per i genitori questo evento sembra infatti segnare la fine di un’epoca, la fine della fanciullezza e l’inizio del cammino che li condurrà ad affrontare assieme l’adolescenza prima, l’età adulta poi e quindi la trasformazione della famiglia e del ruolo genitoriale. La dottoressa Nadia Bruschweiler-Stern pediatra e psichiatra suggerisce di vivere il momento della scoperta come un’ennesima fase di confronto genitori-figli, in cui si rafforzano e si costruiscono legami e si condividono valori. La dottoressa consiglia di non negare la realtà quando i bambini pongono domande schiette e precise ma suggerisce di coinvolgerli nel ragionamento, chiedendo loro cosa pensano, quali sono gli indizi che hanno colto e che idea si sono fatti in merito. In questo modo il genitore può rendersi conto se si tratta solo piccoli dubbi e quindi sia magari il caso di posticipare la scoperta o se invece i ragionamenti siano davvero fondati e svelare il segreto risulti a quel punto la scelta più onesta che il bambino si aspetta.  Dire al bambino la verità, con delicatezza, coinvolgimento e intimità può rappresentare un momento significativo per la famiglia, un’opportunità per rafforzare sentimenti di fiducia reciproca. I genitori possono scegliere di accompagnare i propri bambini con il dialogo a vedere attraverso questa storia impossibile, scoprendo i valori che questi personaggi portano ogni anno nelle loro vite. Quell’uomo barbuto e cicciottello, quella donna vecchietta malandata rappresentano valori concreti come altruismo, sorpresa, complicità, importanza per le piccole cose e tempo per l’altro; valori che ci conducono oltre il consumismo che ci affanna permettendoci di trasformare il luccichio della magia in piccole azioni concrete. Con questa visione il Natale si arricchisce di quel senso di direzione che vogliamo poter dare alla nostra vita e alla nostra famiglia, nonostante la presenza di ostacoli che possono bloccarci.  Il benessere psicologico, secondo Winnicott, è legato alla capacità dell’individuo di vivere nel campo intermedio tra sogno e realtà, questo significa crescere in modo creativo e il mese di dicembre po' essere il pretesto per avvicinare anche chi sa al mondo dei sogni.
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Search-ME - Erickson 6 Pedagogia
La riflessione di un’insegnante sull’urgenza di guardare ai social network da una nuova prospettiva
Fine luglio. Precaria, ergo disoccupata. Scorro distratta e svogliata le storie Instagram dal mio smartphone, seduta sul dondolo della casa al mare dei miei e incappo in una storia fighissima di Serena, una mia studentessa che ha iniziato a seguirmi sui social alla fine dell'anno scolastico. Non si fa! Direbbero i ben pensanti, ma la scuola è finita, chissà se lì ci tornerò più e la didattica a distanza ha scombussolato tutto. Ma poi, alla fine, che male c'è? È una serata estiva qualunque e mi annoio, ma mi accorgo che la mia noia adulta è una dolce compagnia, che consola una giornata particolarmente faticosa, non è un'inquietante mancanza di qualcosa. Quindi, mi gusto le storie di Serena con tenerezza e penso a come possano sentirsi gli adolescenti, che l'inquietudine ce l'hanno sempre a portata di mano, così come la costante mancanza di qualcosa. Se anche loro ora sono sdraiati su un dondolo, di certo chattano, guardano video, condividono contenuti dal loro smartphone. Poi assistono all'ostentazione del bello e della perfezione sui i social, scorrono tante storie fighissime su Instagram, proprio come quelle di Serena, o dell’ultima influencer di turno, fatte di vacanze, serate, spiagge, stili di vita spinti spesso oltre le reali possibilità economiche: locali, alcolici, vestiti sempre diversi ogni sera. Il tutto in barba al social distancing, ma questa è un'altra storia. Empatizzo con loro e con la piccola me, pensando a come si sarebbe sentita la me adolescente, isolata e annoiata nel giardino della casa al mare dei suoi che però lei, insofferente, aveva soprannominato "Casa nella prateria", a causa di un certo pruriginoso isolamento estivo. Sono giovane e mi considero abbastanza social, ma capisco che è tutto cambiato: i ragazzi cercano attenzioni e approvazione, ma necessitano intento di estremo e silenziosissimo controllo, hanno bisogno di essere accompagnati da guide esperte e non giudicanti. Da qui l'urgenza tutta nuova di vedere i social network da una nuova prospettiva, tutta educativa. Queste cose inutili sono roba seria! Una questione che da giovani insegnanti dovremmo affrontare in maniera sempre più massiva e consapevole. È importante che i ragazzi abbiano una concreta e reale competenza digitale, sì, proprio come quella che gli adulti non hanno. Non si tratta solo di imparare ad accendere e spegnere un PC o copiare e incollare da Wikipedia un articolo sulla barbabietola da zucchero per poi spacciarlo al professore come ricerca. Si tratta di avere la piena consapevolezza delle potenzialità e dei pericoli legati all'uso di una connessione Internet: il diritto a proteggere la propria privacy, il rischio di essere adescati in chat, il revenge porn, il cyberbullismo. Non scandalizziamoci: per capire un problema, bisogna conoscerlo. E per insegnare o meglio guidare i nostri studenti verso l'acquisizione di una competenza è necessario prima di ogni cosa verificare i prerequisiti, e quindi osservare, osservare tanto. Dunque, che male c'è se Serena ha iniziato a seguirmi su Instagram? La seguo anch’io, così la osservo meglio e capisco tanto di lei, del suo mondo, del tipo di attenzione che vuole attirare. Internet e i social network sono una realtà ormai imprescindibile che non possiamo più demonizzare, dobbiamo conviverci, usarli insieme ai nostri ragazzi, scoprirne le diverse funzionalità. Infine, dovremmo spiegare loro “la differenza, se c'è, tra la vita reale e la vita al cellulare”, come dice il cantautore Brunori SAS in Lamezia Milano. Dovremmo conoscere il linguaggio persuasivo dei social e la struttura del loro fascino così programmato, ma non prima di aver conosciuto i nostri ragazzi, capire ciò che vedono e cosa potrebbero provare nel vederlo. Più che indignarci per la loro condotta e dire che i tempi sono cambiati, spieghiamo come essere pienamente padroni dello strumento digitale, come si può giocare coi social, senza subirli. Spieghiamo che è sempre tutto così artificiale, tutto molto più vuoto di quanto credano, che la vita sarà anche fatta dalle storie Instagram di Serena, ma che quella più bella è fatta di gioie che nascono dagli incontri reali e da piccoli sacrifici quotidiani che ripagano molto di più di un centinaio di visualizzazioni. Ecco, se io non avessi seguito Serena su Instagram, sicuramente non avrei visto le sue storie fighissime e non avrei scritto delle righe da giovane insegnante super-social che si interroga su questa nuova responsabilità educativa. Quindi adesso che Serena ha iniziato a seguirmi, che male c'è?
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