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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Didattica
Un’insegnante della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo “Rodari Alighieri Spalatro” di Vieste racconta il progetto sviluppato con i suoi alunni in memoria di Sir Ken Robinson
La scuola non è una catena di montaggio, gli alunni sono tutti “pezzi unici”! Entrano nella scuola molto piccoli, ognuno con la sua personalità e con i suoi talenti, spesso ancora nascosti (anche a se stessi) e, in molti casi, ne escono impoveriti di immaginazione e creatività. Il percorso di studi è fin da subito, per tutti, rigido e abbastanza scontato almeno fino ai 13 anni. Quando finalmente diventano liberi di scegliere il loro indirizzo di studi, le cose paradossalmente peggiorano: il sistema si fa ancora più rigido e salgono i numeri della dispersione scolastica. Certificazioni e diplomi, conseguiti (spesso a fatica) al termine del percorso scolastico, dovrebbero raccontarci chi è e cosa sa fare quel piccolo uomo o quella piccola donna che stiamo per consegnare alla vita da adulto con gli strumenti (si spera) per poterla affrontare, ma spesso quei numeri e quelle parole non raccontano la verità. Come è possibile testare le competenze di un ragazzo o una ragazza adottando metodologie didattiche per lo più tradizionali e basandoci su un sistema di insegnamento e apprendimento (anacronisticamente, ahimè) nozionistico? Come è possibile farlo o farla appassionare alla scuola puntando solo sulla motivazione estrinseca, cioè l’ottenimento di buoni voti e del famigerato pezzo di carta? La standardizzazione dell'insegnamento contro cui sir Ken Robinson, anglosassone di nascita ma vissuto a lungo negli States, si è battuto per tutta la vita, checché se ne dica, è ancora molto forte anche da noi e continua a far danni. Tutti conoscono Ken Robinson, i suoi Ted Talks hanno raggiunto visualizzazioni record! Il suo mantra? La scuola (così com'è) uccide la creatività, occorre cambiare i paradigmi dell'educazione! L'eredità che ci ha lasciato quest'uomo è preziosa, i suoi libri (editi in Italia da Erickson) dovrebbero essere letti da tutti gli educatori. Attenzione però, perché leggere Ken Robinson (il mio preferito è “The Element”) può avere effetti collaterali! Il suo messaggio, infatti, è rivoluzionario e chiama in causa tutti gli insegnanti. Le rivoluzioni, dice Robinson, non aspettavano direttive, vengono dal basso. L'istruzione è la nostra grande speranza, un'istruzione nuovo stile, adeguata alle sfide che abbiamo davanti a noi e ai veri talenti che tutti noi abbiamo dentro, si legge in “Scuola creativa”. I talenti, le passioni, quelli che troppo spesso la scuola ignora o sottovaluta, dovrebbero essere invece il punto di partenza, la scintilla per accendere nei nostri studenti l’amore per la conoscenza, la rampa di lancio della loro creatività. Per come la vedo io, rincara Robinson, lo scopo dell'istruzione è mettere gli studenti nelle condizioni di comprendere il mondo che li circonda e i talenti che hanno dentro di sé così che possano diventare persone realizzate e cittadini attivi e compassionevoli. Per celebrare Ken Robinson, io e i miei studenti della classe 1a B dell’Istituto Comprensivo “Rodari Alighieri Spalatro” di Vieste, siamo partiti da qui. Il modo in cui egli stesso si è presentato, tramite i suoi video, lo ha reso subito simpatico a tutti. La sua ironia oltrepassa le barriere linguistiche e la sua visione di scuola apre orizzonti mai immaginati prima, accende speranze tra chi è seduto nei banchi, ancor più in questo difficile tempo di pandemia. E allora, come lo stesso Ken ci avrebbe esortato a fare, abbiamo usato la nostra immaginazione per rappresentare, attraverso un video, la scuola ideale. Ognuno ha parlato delle sue passioni, scoprendo inaspettatamente di condividerle con altri. Se la scuola riuscisse ad assecondare le inclinazioni di tutti, è il messaggio dei ragazzi, sarebbe più bello andarci! Ma il loop alla fine si interrompe e salta fuori qualcosa di inaspettato. È lo spunto per lanciare un appello alla scuola, agli insegnanti, agli adulti. Grazie a Ken Robinson per averci fatto divertire, immaginare e sperare una scuola migliore!
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Search-ME - Erickson 2 Didattica
Un’insegnante della Fondazione Istituto Marymount di Roma racconta il progetto sviluppato con gli alunni della scuola dell’infanzia e della scuola primaria in memoria di Sir Ken Robinson
La creatività è sempre stata al centro della mia attività didattica. Ho avuto l’opportunità di ascoltare dal vivo Sir Ken Robinson qualche anno fa al Bett Show di Londra. Da allora ho fatto mio quanto diceva che bisogna offrire occasioni frequenti ai bambini e ai ragazzi di allenare la loro creatività. Allenare perché tutti siamo persone creative, ma col passare del tempo ne perdiamo la pratica. La creatività è invece importantissima perché è quella dote che ti permette di affrontare i problemi quotidiani della vita, e soprattutto di rialzarti anche nei momenti più duri. La partecipazione a “Imagine If…” è stata un’opportunità di esercitare la creatività per i bambini della nostra scuola, Fondazione Istituto Marymount di Roma. La concomitanza con il cambio di valutazione e la fine del quadrimestre mi ha convinto a presentare la proposta come libera sia ai colleghi che ai bambini, chi ha avuto la possibilità ha partecipato, per chi non è riuscito stavolta costruiremo sicuramente altre occasioni. Ne abbiamo bisogno per costruire il nostro futuro, sono i nostri bambini di oggi che dovranno inventare soluzioni per il mondo che noi abbiamo costruito per loro, e non abbiamo fatto proprio questo gran lavoro… quindi cerchiamo di offrire loro ogni occasione possibile perché possano esprimere le loro idee. In questo progetto una bambina di 5 anni alla domanda “Che cos'è la creatività secondo voi?”, ha risposto “La creatività è quella cosa che ispira la nostra immaginazione a fare cose”, ecco per me in questa frase c’è davvero l’essenza di tutto. https://spark.adobe.com/page/9rzi7XPR4PvSj/
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Search-ME - Erickson 3 Didattica
Un’insegnante del liceo STEAM international di Bologna racconta il progetto sviluppato con i suoi studenti in memoria di Sir Ken Robinson
Far conoscere il lavoro di Ken Robinson ad un gruppo di adolescenti non è stato difficile: Robinson è stato un grande comunicatore, ribelle ed empatico, i suoi Ted sono convincenti e la sua visione della scuola è chiara e comprensibile a tutti. Dopo aver presentato l’opportunità di partecipare alle celebrazioni per il suo compleanno, ho proposto agli studenti e alle studentesse una piccola esplorazione del suo sito e poi la visione del suo Ted più famoso: “Perché la scuola uccide la creatività?”. Hanno condiviso nell’ambiente online le loro idee su questo tema e così abbiamo rotto il ghiaccio. Ecco alcune delle loro osservazioni: “Sono d'accordo con quello Ken cerca di spiegare anche se nella scuola che ho scelto è diverso, per fortuna” (Alessandro K.) “Lui sostiene che la scuola ci indirizza a concentrarci su un aspetto teorico e non su tutte le altre potenzialità del nostro corpo, che vengono addirittura penalizzate” (Alessandro S.) “Quando si diventa adulti non si riesce più ad andare contro tendenza perché si è quasi sottomessi da una forza più grande che è la società” (Andrea B.) “Lui pensa che tutti i ragazzi nascano con un talento ma alla fine del percorso scolastico lo perdiamo” (Anna Caterina S.) “Da bambini non si ha paura di sbagliare perché non si sa la risposta esatta. Ecco perché la scuola uccide la creatività, perché risponde alle domande prima che noi possiamo pensarci” (Elisa S.) “Ken Robinson pensa che la scuola non ha subito nessun cambiamento in tutti questi anni e secondo la mia opinione è un'osservazione molto veritiera” (Giulio P.) “La scuola non tiene in considerazione il valore della diversità fra le persone e ignora che ogni individuo ha propensioni e creatività diverse che porterebbero ad approfondire e a studiare con passione trovando così la giusta strada verso il futuro” (Jacopo DVP) “La scuola non ci insegna a sbagliare” (Mattia S.) Ho poi proposto il video sul “Cambiamento dei paradigmi dell’educazione” e ho chiesto agli studenti di estrarre i suggerimenti di innovazioni possibili dati dall’autore e di commentarli: anche qui le riflessioni sono state puntuali e interessanti. Infine, hanno potuto vedere il video, che Robinson aveva realizzato quattro anni dopo il primo Ted, partecipando in modo interattivo grazie ad una app e si sono fatti domande sul loro futuro, le loro passioni, i loro sogni. Alla fine di questo breve percorso conoscitivo, è stato proposto alla classe di produrre un elaborato sul tema: “Immagina se…a scuola potessi sviluppare una tua passione”. Hanno potuto scegliere se lavorare da soli, in coppia o in piccolo gruppo e anche il formato del prodotto: una rappresentazione grafica, un video-intervento, un Meme, un testo, un poster, un fumetto. La sfida è stata raccolta e ora la condividiamo con la comunità dei docenti e degli studenti. Ecco gli elaborati proposti dai ragazzi e dalle ragazze. Video (Alessandro Sica) Fumetto (Camilla Poloni, Anna Caterina Struchel, Martina Garuti, Beatrice Odorico) Presentazione (Francesco Taliercio, Chiara Tivoli, Elisa Stivaletta, Leonardo Lottini) Video (Alessandro Martelli-Francesco Felletti Spadazzi) Meme1 e Meme2 (Vittorio Landi-Mattia Mazzoni) Presentazione (Elena Cavicchi) Video (Giulio Pongetti-Andrea Brunetti) Poster (Vittoria Trivellato Codicè) Video (Federico Stanzani-Mattia Settepani-Alessandro Kindt-Federica Chiodo) Testo e Poster (Jacopo De Vito Piscicelli e Martina Berna Nasca) Video (Lorenzo Fantini)
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Search-ME - Erickson 4 DIDA
Una riflessione sulle implicazioni della preponderante presenza femminile nell’insegnamento in Italia
La professione dell’insegnante ha subìto un processo di progressiva femminilizzazione, trasversale a tutti i Paesi industrializzati, ma con dimensioni mediamente più significative nel nostro Paese. Secondo il rapporto Gender imbalances in the teaching profession, nel 2014 in Italia le donne rappresentavano l’83% del corpo docente, rispetto a una media complessiva del 68% nei Paesi OCSE. L’asimmetria appariva particolarmente elevata nei primi gradi del percorso (le insegnanti donne della scuola d’infanzia sono il 99,3%) e andava riducendosi in quelli successivi (nella scuola primaria la loro presenza era pari al 96,4%, alle medie al 78%, negli istituti superiori al 66%). Se inizialmente il processo di femminilizzazione dell’insegnamento ha rappresentato anche un’opportunità di emancipazione per le donne, nel tempo questa connotazione è venuta progressivamente meno e l’insegnamento si è trasformato per molte di esse in una scelta occupazionale residuale, dettata più dalle aspettative di genere definite dalla società e più dalla possibilità di conciliare il lavoro con altri vincoli che non da un’effettiva scelta vocazionale. Al contempo, la presenza maschile è andata progressivamente assottigliandosi, restando significativa solo nei gradi più elevati della filiera educativa. Va tuttavia rilevato che, in anni più recenti, la presenza delle donne è cresciuta anche tra i ruoli dirigenziali, dove è oggi pari ai due terzi del totale, così come nei contesti decisionali (negli ultimi anni il Ministero dell’istruzione ha visto una presenza significativa di ministre). Riflessioni a margine della pandemia Come è successo anche su altri versanti, la pandemia ha di fatto rappresentato una lente di ingrandimento rispetto a contraddizioni già esistenti nella società, anche sul piano delle asimmetrie di genere, e in questo caso all’interno del sistema scolastico italiano. La scuola ha rappresentato un tema centrale nel dibattito di questi ultimi mesi, ma è stata di fatto un ambito poco considerato, se non dimenticato, dalla politica italiana. L’Italia è stata tra i primi Paesi a chiudere le scuole e sarà probabilmente tra gli ultimi a riportarle a regime. Con significative ricadute sia sugli squilibri educativi che su quelli di genere all’interno delle famiglie e del mercato del lavoro. Con lo home schooling l’impegno di accompagnamento dei figli ricaduto in modo massiccio sulle famiglie e in particolare sulle madri, cui resta delegata in prevalenza la responsabilità educativa e di cura dei figli. Ma , che si sono improvvisamente trovati a gestire lezioni a distanza su piattaforme informatiche, spesso senza avere alcuna preparazione in merito (il che ci sollecita anche a una specifica riflessione sul tema del digital divide di genere) e in molti casi dovendo gestire al contempo l’impegno di cura con i propri figli e le proprie famiglie. Anche in questo caso, dunque, la pandemia ha portato in evidenza, inasprendoli, le criticità e gli squilibri che caratterizzano non solo la società più in generale, ma anche il sistema scolastico, in relazione al genere. Quanto avvenuto, se fatto oggetto di analisi e riflessione, potrebbe pertanto rappresentare uno stimolo a adottare politiche e azioni più incisive sul piano del riequilibrio di genere, sia all’interno dei percorsi educativi, formativi e orientativi, che su quello della valorizzazione della professione di insegnante. L’articolo completo “L’insegnante e il processo di femminilizzazione” è disponibile sul numero di marzo 2021 della rivista Erickson “DIDA”
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Search-ME - Erickson 5 DIDA
Un’insegnante di lettere, formatrice e autrice racconta come l’incontro con Ken Robinson ha influenzato il suo lavoro di docente e la sua visione del mondo
La creatività è qualcosa di molto concreto: ha bisogno di strumenti e mezzi adeguati a svilupparla e soprattutto non è innata. Gli studiosi Arthur Costa e Bena Kallick, che parlano delle disposizioni della mente, cioè quelle attitudini indispensabili per sviluppare una competenza, ci ricordano che possono essere insegnate. Tra queste c’è anche «creare, immaginare, innovare»: è una capacità intenzionale e volontaria ed è costituita da strategie e generazione di idee, che possono provenire dall’espansione di idee già conosciute oppure da nuove possibilità. Comprende esplorazione, valutazione, strategia. Per Ken Robinson la capacità creativa è legata al controllo del mezzo. Non essere in grado di fare qualcosa non vuol dire che non lo si sarà, se veniamo messi nelle condizioni adatte per imparare. Se non conosco profondamente qualcosa, non posso agire in modo creativo. Se sto imparando a suonare uno strumento, dovrò prima acquisire familiarità ed esperienza per provare a improvvisare qualcosa di nuovo. Esistono livelli e fasi diverse della creatività e dello sviluppo creativo: è necessario acquisire spesso prima dimestichezza con i mezzi, dai quali non si può prescindere. Il punto in cui il talento individuale incontra la passione forse è il momento in cui la creatività ha più probabilità di essere praticata, quindi secondo Robinson anche scoprire il mezzo giusto è la via per esercitare la creatività. Ho sempre amato disegnare, mio fratello più piccolo a cinque anni era già bravissimo e un po’ lo invidiavo per questo. In seconda media, la mia professoressa di arte mi disse che era meglio se lasciavo perdere. Non sono portata, mi disse. Da allora per almeno due decenni non ho più preso una matita o un pennarello in mano. Poi è arrivato il digitale e ho cominciato a usare quello e ho scoperto che non è vero che non posso essere creativa col disegno: mi serviva il mezzo e direi anche la motivazione. Mi avrebbe fatto piacere avere il supporto di un esperto, ma quello a dodici anni non l’ho avuto, anzi. Oggi mi ritengo una persona che esercita la sua creatività: nella didattica, nell’uso del digitale per imparare, nelle relazioni educative. Questo credo di averlo imparato da Ken Robinson. Ho letto tutti i libri di Ken Robinson, guardato i suoi Ted, l’ho ascoltato dal vivo. Quello che ho imparato da lui sono la passione e la forza della determinazione, l’ironia (non il sarcasmo) di chi dolcemente, ma con enorme potenza, ti regala la sua prospettiva, ti indica una strada, non la percorre al tuo posto. Carismatico, testimone credibile, competente studioso e insegnante, ha corroborato anche i miei pensieri sulla scuola, mi ha fatto pensare che cambiare era possibile e che non sarei stata sola in questo percorso di cambiamento. Mi ha svelato i miei limiti e mi ha invitato ad accettarli, per superarli. Questo è quello che ho capito e imparato da lui e dall’esperienza come docente e come progettista di percorsi di apprendimento. Il docente fa accadere le cose, anzi predispone ambienti, strategie e strumenti per permettere a ogni studente di far accadere qualcosa: quel qualcosa è l’apprendimento. Quegli ambienti, il clima relazionale, i progetti, gli strumenti e l’intenzionalità pedagogica e educativa del docente sono ciò che compone la didattica. Passione, creatività e tanta determinazione possono cambiare il mondo. Almeno il mio. L’articolo completo “Che cosa ho imparato da Ken Robinson” è disponibile sul numero di marzo 2021 della rivista Erickson “DIDA”
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Search-ME - Erickson 6 Lavoro sociale
Dal welfare «provvidenza» al welfare «tutti nella stessa barca»
Scandagliando la letteratura e il pensiero contemporaneo, mi pare che sia possibile concepire lo Stato sociale (vale a dire la responsabilità pubblica in ordine al welfare) secondo tre codici alternativi: a) Il codice del welfare «provvidenza» Ti salviamo noi! b) Il codice del welfare «supermercato» Salvatevi voi! c) Il codice del welfare «tutti nella stessa barca» Salviamoci assieme! Il welfare «provvidenza» Il welfare «provvidenza» ci riporta allo schema classico socialdemocratico o burocratico. Lo Stato con tutti i suoi servizi, anche convenzionati, dice al cittadino: «Vi salviamo noi!». Di fronte ai problemi esistenziali, dice:   Tu aspetta e vedrai che io Pubblica amministrazione mi accorgerò dei tuoi problemi e te li risolverò. Addirittura forse già me ne accorgerò ancora prima che essi insorgano. Farò prevenzione e, perciò, tu ora non avrai neanche il fastidio di ringraziarmi.   Se siamo d’accordo nel dire che questo è lo schema di pensiero del vecchio Welfare state (un welfare a sussidiarietà rovesciata), dobbiamo riconoscere che al fondo esso permane dentro molti modelli che pretendono di superarlo. Non è solo una fissa dei servizi pubblici. Lo troviamo ancora incarnato nelle mentalità della maggioranza dei professionisti attuali e di molte organizzazioni di Terzo settore. Il welfare «supermercato» Il welfare «supermercato» è invece conforme allo schema neoliberale/ commerciale. Lo Stato dice ai cittadini: «Salvatevi voi!». Di fronte ai problemi esistenziali, dice:   Stai attento tu, alla tua vita. Se hai un problema, arrangiati, ovvero compra le prestazioni che ti servono; se non hai i soldi usa quelli dei miei trasferimenti monetari (sussidi, pensioni, indennità, ecc.) ed eventualmente io integrerò con «buoni» o voucher e persino ti farò affiancare da un case manager per personalizzare le prestazioni, aiutandoti a comprare quelle giuste. Questa ideologia ha agito come un detonatore sui Welfare state occidentali e nordici in particolare (si pensi alla riforma Thatcher nel Regno Unito). Di fatto esse hanno generato modi di pensare e soluzioni pratiche (modelli) che hanno irrorato di cinismo e di menefreghismo gli schemi della protezione sociale. Il valore del denaro è stato messo davanti al senso ultimo di quelle prassi. Il pensiero liberista è drasticamente contrapposto al «welfare di Stato». Se andiamo a vedere bene, tuttavia, è evidente che anch’esso, con l’enfasi sull’erogazione delle prestazioni standard, riproduce la dicotomia «salvatore/disgraziato» tipica di schemi assistenziali paternalisti e clinici.  Il welfare «tutti nella stessa barca» Il welfare «tutti nella stessa barca» è invece conforme a uno schema di reciprocità relazionale. Lo Stato (in questo caso davvero «sociale») dice al cittadino: «Ci salviamo assieme!» (siamo tutti in difficoltà). Di fronte ai problemi esistenziali, effonde culturalmente questa intuizione:   La vita umana è unica e preziosa e infine tragica per tutti. Chi ha avuto la sventura di trascorrerla patendo gravi problemi, ha avuto anche la fortuna di sperimentarla nel suo senso più profondo e intimo. Come dice Pascal, «solo chi sa che cosa vuol dire essere miserabile è un grande uomo». Dunque, io Stato mi adopererò per costruire le condizioni organizzative e strategiche affinché le pietre scartate (gli utenti e le famiglie) siano davvero testate d’angolo o comunque pietre utili, come tutte, per costruire assieme con le istituzioni il senso di un «vivere comune» adeguato e sobrio. Questo genere di pensiero parte dalla constatazione che le difficoltà e i disagi ci siano in ogni uomo e in ogni organizzazione, dunque anche dentro i sistemi di welfare. Questo paradigma direbbe pertanto che i sistemi organizzati per le cure umane possono funzionare (restituire effettivamente queste cure) solo se accettano culturalmente e organizzativamente di «farsi curare» dalle persone curate. Questo sarebbe senz’altro un modo dirompente e davvero nuovo di pensare al welfare. Impegno davvero nuovo e ragguardevole sarebbe di consentire istituzionalmente che l’umanità delle persone sofferenti si potesse tradurre in pratiche sociali (umanamente, finanziariamente e managerialmente) perseguibili.
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