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I mini gialli dei dettati 2
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Risultati trovati: 14
Search-ME - Erickson 1 Cultura
Il documentario sulla vita di Martina Caironi e Piergiorgio Cattani premiato agli Italian Paralympic Awards 2019
Due persone con storie diverse, ma che si trovano entrambe a confrontarsi con un evento sconvolgente, che inevitabilmente incide sul loro percorso di vita. Da una parte, un incidente in moto che porta all’amputazione di una gamba. Dall’altra, una patologia invalidante come la distrofia. Due eventi che potrebbero annientare una persona, ma ai quali i due protagonisti riescono a reagire positivamente, senza chiudersi in se stessi, anzi inventandosi o reinventandosi dei percorsi controcorrente e a trovare una propria, peculiare e felice, realizzazione.   Le due persone in questione sono Martina Caironi, atleta paralimpica con protesi alla gamba sinistra, vincitrice di numerose medaglie alle Paralimpiadi e ai mondiali paralimpici sia nei 100 metri che nel salto in lungo, e Piergiorgio Cattani, scrittore, giornalista e direttore del portale www.unimondo.org, da un po’ di tempo attivo anche in politica.   Dalle loro storie è nato un documentario: “Niente sta scritto” di Marco Zuin, già conosciuto e premiato a livello internazionale per altri lavori di regia. Il messaggio di “Niente sta scritto” è che la vita riserva sorprese, positive e negative, ma che, grazie alle persone, alle relazioni, ai desideri, ai sogni, all’impegno concreto e anche alle difficoltà impreviste, anche un’esistenza segnata da eventi sconvolgenti, come una malattia o un incidente, può dipanarsi secondo i propri desideri. Nulla è scontato, nel bene e nel male, “Niente sta scritto”, come dice Lawrence d’Arabia nell’omonimo kolossal del 1962.   Il documentario “Niente sta scritto” è stato a sua volta apprezzato ed è in attesa di essere premiato giovedì 13 giugno durante la Cerimonia degli Italian Paralympic Awards 2019. Siamo felici, come Erickson, di aver partecipato alla realizzazione di questo progetto.  
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
Dal welfare «provvidenza» al welfare «tutti nella stessa barca»
Scandagliando la letteratura e il pensiero contemporaneo, mi pare che sia possibile concepire lo Stato sociale (vale a dire la responsabilità pubblica in ordine al welfare) secondo tre codici alternativi: a) Il codice del welfare «provvidenza» Ti salviamo noi! b) Il codice del welfare «supermercato» Salvatevi voi! c) Il codice del welfare «tutti nella stessa barca» Salviamoci assieme! Il welfare «provvidenza» Il welfare «provvidenza» ci riporta allo schema classico socialdemocratico o burocratico. Lo Stato con tutti i suoi servizi, anche convenzionati, dice al cittadino: «Vi salviamo noi!». Di fronte ai problemi esistenziali, dice:   Tu aspetta e vedrai che io Pubblica amministrazione mi accorgerò dei tuoi problemi e te li risolverò. Addirittura forse già me ne accorgerò ancora prima che essi insorgano. Farò prevenzione e, perciò, tu ora non avrai neanche il fastidio di ringraziarmi.   Se siamo d’accordo nel dire che questo è lo schema di pensiero del vecchio Welfare state (un welfare a sussidiarietà rovesciata), dobbiamo riconoscere che al fondo esso permane dentro molti modelli che pretendono di superarlo. Non è solo una fissa dei servizi pubblici. Lo troviamo ancora incarnato nelle mentalità della maggioranza dei professionisti attuali e di molte organizzazioni di Terzo settore. Il welfare «supermercato» Il welfare «supermercato» è invece conforme allo schema neoliberale/ commerciale. Lo Stato dice ai cittadini: «Salvatevi voi!». Di fronte ai problemi esistenziali, dice:   Stai attento tu, alla tua vita. Se hai un problema, arrangiati, ovvero compra le prestazioni che ti servono; se non hai i soldi usa quelli dei miei trasferimenti monetari (sussidi, pensioni, indennità, ecc.) ed eventualmente io integrerò con «buoni» o voucher e persino ti farò affiancare da un case manager per personalizzare le prestazioni, aiutandoti a comprare quelle giuste. Questa ideologia ha agito come un detonatore sui Welfare state occidentali e nordici in particolare (si pensi alla riforma Thatcher nel Regno Unito). Di fatto esse hanno generato modi di pensare e soluzioni pratiche (modelli) che hanno irrorato di cinismo e di menefreghismo gli schemi della protezione sociale. Il valore del denaro è stato messo davanti al senso ultimo di quelle prassi. Il pensiero liberista è drasticamente contrapposto al «welfare di Stato». Se andiamo a vedere bene, tuttavia, è evidente che anch’esso, con l’enfasi sull’erogazione delle prestazioni standard, riproduce la dicotomia «salvatore/disgraziato» tipica di schemi assistenziali paternalisti e clinici.  Il welfare «tutti nella stessa barca» Il welfare «tutti nella stessa barca» è invece conforme a uno schema di reciprocità relazionale. Lo Stato (in questo caso davvero «sociale») dice al cittadino: «Ci salviamo assieme!» (siamo tutti in difficoltà). Di fronte ai problemi esistenziali, effonde culturalmente questa intuizione:   La vita umana è unica e preziosa e infine tragica per tutti. Chi ha avuto la sventura di trascorrerla patendo gravi problemi, ha avuto anche la fortuna di sperimentarla nel suo senso più profondo e intimo. Come dice Pascal, «solo chi sa che cosa vuol dire essere miserabile è un grande uomo». Dunque, io Stato mi adopererò per costruire le condizioni organizzative e strategiche affinché le pietre scartate (gli utenti e le famiglie) siano davvero testate d’angolo o comunque pietre utili, come tutte, per costruire assieme con le istituzioni il senso di un «vivere comune» adeguato e sobrio. Questo genere di pensiero parte dalla constatazione che le difficoltà e i disagi ci siano in ogni uomo e in ogni organizzazione, dunque anche dentro i sistemi di welfare. Questo paradigma direbbe pertanto che i sistemi organizzati per le cure umane possono funzionare (restituire effettivamente queste cure) solo se accettano culturalmente e organizzativamente di «farsi curare» dalle persone curate. Questo sarebbe senz’altro un modo dirompente e davvero nuovo di pensare al welfare. Impegno davvero nuovo e ragguardevole sarebbe di consentire istituzionalmente che l’umanità delle persone sofferenti si potesse tradurre in pratiche sociali (umanamente, finanziariamente e managerialmente) perseguibili.
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Search-ME - Erickson 3 Saggistica
Il «disimpegno morale» e l’eclatante caso di doping di Lance Armstrong
Il «disimpegno morale» è un mezzo che consente all’individuo di «disinnescare» temporaneamente la sua coscienza personale mettendo in atto comportamenti inumani, o semplicemente lesivi, senza sentirsi in colpa. Si tratta di un problema sociale sempre più pressante in tutte le traiettorie della vita. Vediamo come possono operare concretamente i meccanismi del «disimpegno morale», con l’analisi dell’eclatante caso di doping che coinvolse l’ex ciclista Lance Armstrong. Nel 2012, Lance Armstrong concesse a Oprah Winfrey una lunga intervista televisiva sulle sue complicate operazioni di doping. Si apprese così come un atleta fenomenale fosse riuscito a compiere intrighi complicati che lo avevano portato a vincere sette titoli prestigiosi; eludere il controllo dei commissari sportivi sul doping; proclamare la propria innocenza in numerose apparizioni televisive; denigrare i suoi compagni di squadra chiamandoli «bugiardi», benché sapesse che dicevano la verità sul suo doping; vincere una causa contro Emma O’Reilly - la massaggiatrice del ciclista, coinvolta nelle pratiche di doping - pur conscio che le sue accuse erano vere; tradire la sua prestigiosa fondazione per la ricerca sul cancro e, nonostante ciò, continuare a sentirsi evidentemente in pace con se stesso.   Tanto per incominciare, Armstrong non trovava che il doping fosse eticamente scorretto. «Non aveva l’impressione che ci fosse qualcosa di sbagliato?», gli chiese Oprah. «No», rispose Armstrong. «La cosa la turbava in qualche modo?» «No», ripeté.   Per lui, l’uso di sostanze per migliorare le prestazioni era una pratica normale nella cultura ferocemente competitiva dello sport professionale. Se si riesce a dipingere il proprio comportamento come il prodotto di un’epoca e di un luogo, il senso di responsabilità personale si riduce. Vedendosi rivolgere l’accusa di essere un imbroglione, Armstrong consultò un dizionario: «Ho controllato la definizione di “imbroglio”. E la definizione di “imbroglio” è “conseguire un vantaggio su un rivale o un nemico che non può contarci a sua volta”». Concluse così che quella descrizione non gli corrispondeva. «Non consideravo le cose in questo modo; per me era giocare alla pari». Equivaleva a mettersi sullo stesso piano degli altri, e non ad avvantaggiarsi. Bisogna imbrogliare per vincere. Quel che non riuscì ad ammettere era che anche lui contribuiva ad alimentare la cultura del doping. Era un faccendiere navigato, non una semplice vittima delle circostanze. Armstrong sminuì il doping equiparandolo a una qualsiasi altra attività, come «gonfiare le gomme o riempire d’acqua una bottiglia». Nel suo linguaggio edulcorato, le sostanze dopanti erano il «cocktail».   Commentando la profonda ingiustizia della punizione comminatagli, Armstrong lamentò che i suoi compagni di squadra avevano subito una sospensione di sei mesi, mentre lui aveva ricevuto una «condanna a vita», un bando a vita dallo sport competitivo. Per i critici di Armstrong, la sua ammissione riguardo al doping non diceva niente di nuovo. Dal loro punto di vista, non era che un espediente per cercare di riscattarsi e ottenere una riduzione del periodo di esclusione dalle gare. Invece, dal punto di vista di Armstrong, il problema era quello di essersi lasciato coinvolgere in una pratica diffusa, e non di aver commesso una violazione etica tale da suscitare rimorso e autocensura.   Questione a parte erano le ingiurie spietate da lui rivolte ai compagni di squadra e alla O’Reilly. A questo riguardo, la sua autoassoluzione prese una forma del tutto particolare, ovvero quella di uno scenario dissociativo in terza persona: «Ed è uno che si aspettava di ottenere qualunque cosa volesse e di controllare qualunque risultato». Armstrong descrisse il suo difetto personale come un «incessante desiderio di vincere a ogni costo». Tuttavia, non lo considerava una mancanza, bensì una preziosa risorsa che gli consentiva di riuscire in imprese straordinarie. Gli eventuali danni correlati sono un effetto secondario inevitabile. Questa era stata la forza, spiegò, che gli aveva consentito di sconfiggere il cancro in metastasi e i ciclisti avversari. Questi due successi erano la prova che il suo difetto poteva portare a cose buone oltre che cattive. Armstrong si gloriò anche del buon lavoro portato avanti dalla sua fondazione per la ricerca sul cancro per la quale aveva raccolto milioni di dollari. In un’intervista alla BBC, Armstrong continuò a dipingersi come una vittima dell’imperante cultura del doping. Gli dispiaceva non tanto del doping in sé e dei suoi gravi costi interpersonali, ma di esservi stato costretto dalla funesta cultura dominante. Quando fu invitato a scusarsi con le persone offese, passò nuovamente a modalità in terza persona: «Mi piacerebbe cambiare l’uomo che ha fatto queste cose, magari non la decisione, ma il modo in cui ha agito».
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Search-ME - Erickson 4 Didattica inclusiva
Marta Sodano, una ragazza di 25 anni con sindrome di Down, lancia un messaggio forte a chi si occupa di educazione
Il 21 marzo di quest’anno, a New York, una ragazza italiana è intervenuta al quartier generale delle Nazioni Unite in occasione della giornata mondiale sulla sindrome di Down per lanciare un messaggio forte. Questa ragazza si chiama Marta Sodano e quello che ha detto nel suo intervento è che la scuola oggi deve favorire programmi che offrano opportunità a tutte le persone, comprese quelle con disabilità, senza lasciar indietro nessuno.  Il messaggio lanciato da Marta nella sede delle Nazioni Unite è arrivato forte e chiaro: “Non dovete essere voi – sottointeso: educatori  –  a decidere fin dove può arrivare un ragazzo con disabilità, cosa può fare e cosa non può fare, quali sono i suoi limiti. Non dovete lasciarvi condizionare dalla disabilità, non dovete avere basse aspettative. Date a tutti la possibilità di imparare e di capire, e trovate modi semplici per spiegare”.    Sono le parole di una ragazza di 25 anni che si è conquistata centimetro per centimetro tutti i risultati che è riuscita ad ottenere nella sua vita e che oggi ha una felice esperienza scolastica alle spalle, un impiego, tanti interessi personali e sogni per il futuro. Marta Sodano racconterà la sua esperienza, insieme a Martina Fuga, nel corso del Convegno Erickson “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale” Nell’attesa di incontrarla vi proponiamo qualche passaggio della sua intervista raccolta nel libro “Giù per la salita”, scritto a quattro mani da Carlo Scataglini e Martina Fuga.   Marta, torniamo ai tempi della scuola: hai due ricordi che puoi raccontare brevemente, magari un o piacevole e uno un po’ meno piacevole? Ho dei ricordi, sì, uno piacevole e uno meno piacevole. Quello che mi è piaciuto è che ero accanto a insegnanti di sostegno molto bravi, soprattutto la prima, Roberta, che è stata quella che mi ha dato una spinta, un aiuto, mi ha dato le cose di base per poter continuare. Mentre quello meno piacevole, che mi ha fatto arrabbiare, riguarda una nuova professoressa: è vero che fa il suo dovere, ma c’è qualcosa di lei che proprio non mi piace, e cioè il fatto di rimproverare sempre gli altri, di non fidarsi.   Il lavoro che facevi con i tuoi insegnanti e con quelli di sostegno in particolare lo svolgevi sempre nella tua classe con i compagni, oppure qualche volta stavi anche al di fuori dell’aula? A me facevano fare cose più semplici perché, siccome sanno che ho delle difficoltà con la sindrome di Down, non mi facevano fare le stesse cose degli altri studenti, ma cose più facili, per esempio le tabelline e anche altro. Alcune volte, una professoressa delle medie mi portava da altre parti a fare le cose.    E tu che ne pensi di questo? Tu preferivi stare in classe o lavorare fuori? Andare fuori non penso che mi aiuta a concentrarmi. Magari fare un poco di lezioni di sostegno mi aiuta perché magari in classe tutti insieme non riesco a sentire quello che l’insegnante di sostegno dice, però un po’ mi lascia distaccata dagli altri e questo non mi va molto bene. Posso capire che quelle che fanno gli altri studenti sono cose difficili per me, ma chi è che può dirlo? Perché se quelli di sostegno, invece che farmi fare altre cose, mi spiegano bene la lezione che l’insegnante fa, mi sento più inclusa.   Marta, c’è un desiderio per il tuo futuro che vuoi si possa avverare? Beh, diciamo che un desiderio può essere possibile anche se non è del tutto realizzabile. So che io non sono una molto appassionata di scrittura di storie, ma se fosse possibile vorrei scrivere un buon libro di storie reali e metterci le persone, come se fossero i personaggi. Per esempio: mia madre mi mette al mondo e il resto della mia storia, quello che rende me ciò che sono. Ed è il consiglio che io darei: che ognuno abbia il coraggio di scrivere il proprio libro, la propria storia. Magari le storie di alcuni ragazzi non avranno degli inizi felici, ma non è l’inizio della storia a rendere le persone quello che sono ma è il resto, il continuo della loro storia, come per me.
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Search-ME - Erickson 5 Essere genitori
Il cortometraggio tratto dal libro di Ashley Spires viene presentato al Giffoni Film Festival 2019
Viene presentato in questi giorni al Giffoni Film Festival –   il festival cinematografico dedicato a bambini e ragazzi – il film d’animazione The most magnificent thing tratto dall’omonimo libro di Ashley Spires, pubblicato anche in Italia da Erickson con il titolo La cosa più grandiosa. Si tratta di un cortometraggio della durata di poco più di venti minuti diretto dalla regista canadese Arna Selznick, con la voce originale, tra le altre, della nota attrice americana Whoopi Goldberg. Una grandissima soddisfazione per Ashley Spires, autrice e illustratrice del libro The most magnificent thing e anche per la nostra casa editrice che ne ha curato l’edizione italiana pubblicata proprio l’anno scorso.   The most magnificent thing – La cosa più grandiosa racconta la storia di una bambina che, un giorno, ha un’idea fantastica: realizzare, con l’aiuto del suo cane, la cosa più grandiosa di sempre.   La cosa però non è così semplice come la bambina l’aveva immaginata e dunque succede che, anziché con squadra, righello e metro, ci si ritrova a fare i conti con sentimenti di rabbia, tristezza e frustrazione. Poi però, con un pizzico di incoraggiamento e di fantasia, ci si rende conto che ogni prova, anche sbagliata, in fondo è utile per avvicinarsi alla riuscita finale, anche se magari questo implica cambiare ciò che si era pensato all’inizio, o meglio guardarlo da una prospettiva diversa. Dalla gestione della rabbia, allo sviluppo dell’immaginazione e dell’autostima fino al tema, quanto mai attuale, degli stereotipi di genere, l’opera di Ashley Spires – che in Canada ha venduto più di 200.000 copie – affronta con freschezza e lieve ironia insegnamenti universali che, in quanto tali, sono validi per tutte le età. L’edizione è corredata da una “guida per l’adulto”, piccolo vademecum per genitori e insegnanti che desiderino fornire ai piccoli lettori gli strumenti per leggere il mondo in modo consapevole, attraverso lo svolgimento di una serie di attività. Congratulazioni all’autrice Ashley Spires per il traguardo raggiunto! Per vedere il trailer del film clicca qui  
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Search-ME - Erickson 6 Didattica
Nella società in cui viviamo, la creatività è tra le abilità più richieste e premiate. Il modo migliore per impararla e mantenerla è continuare a immaginare, creare, giocare, condividere e riflettere, proprio come fa un bambino della scuola dell’infanzia.  È diffusa l’idea errata secondo cui il modo migliore per incoraggiare la creatività dei bambini sarebbe quello di togliersi di mezzo e lasciare che siano creativi. Benché sia sicuramente vero che i bambini sono curiosi ed esploratori per natura, hanno comunque bisogno di essere supportati per sviluppare le loro capacità creative e realizzare pienamente le loro potenzialità in questo senso. La questione chiave non è come «insegnare la creatività» ai bambini ma come creare un ambiente fertile nel quale la loro creatività metta radici, cresca e prosperi. Ecco qualche suggerimento, rivolto a genitori e insegnanti, di cose che si possono chiedere e fare per coltivare la creatività dei bambini. 1. Immaginare: mostrate esempi per stimolare le idee Quando proponiamo un’attività, partiamo sempre dal mostrare esempi di progetti, per dare un’idea delle possibilità e per fornire spunti su come cominciare. Naturalmente c’è il rischio che i bambini si limitino a imitare o a copiare gli esempi che vedono. Come inizio va bene, ma solo come inizio. Incoraggiateli a cambiare o modificare gli esempi, aggiungendo il loro tocco personale. 2. Immaginare: incoraggiate i bambini a giocherellare Per sviluppare la fantasia, le mani sono altrettanto importanti della testa. Per aiutare i bambini a elaborare idee per dei progetti, spesso li incoraggiamo a iniziare giocherellando con i materiali. Giocando con i mattoncini LEGO® o sperimentando con carta e colori, nascono nuove idee.ì   3. Creare: fornite una varietà di materiali Per coinvolgere i bambini in attività creative, assicuratevi che abbiano a disposizione una vasta gamma di materiali per disegnare, per costruire e da manipolare. Più i materiali sono vari e più sono le opportunità di realizzare progetti creativi.   4. Creare: accogliete tutti i tipi di «fare» A bambini diversi interessano tipi diversi di fare. Ad alcuni piace fare costruzioni, ad altri giochi e animazioni, ad altri ancora scrivere racconti. Aiutateli a trovare il tipo di fare che è più nelle loro corde e a provare diversi tipi di fare. Così facendo comprenderanno ancora meglio il processo creativo. 5. Giocare: date importanza al processo, non al prodotto Quando i bambini lavorano a dei progetti, chiedete loro quali strategie hanno usato e a cosa si sono ispirati. Incoraggiate la sperimentazione. Date ai bambini del tempo per condividere le fasi intermedie dei loro progetti e parlare di cosa intendono fare dopo e perché. 6. Giocare: date più tempo per lavorare ai progetti Lavorare a progetti creativi richiede tempo, soprattutto se i bambini continuano a provare, sperimentare ed esplorare nuove idee. Per un cambiamento significativo, programmate due ore per i progetti. Per un cambiamento più radicale, riservate giornate o settimane durante i quali gli studenti lavorano esclusivamente ai progetti. 7. Condividere: fate gli intermediari Molti bambini desiderano condividere idee e collaborare a progetti, ma non sanno bene come. Potete fare la parte dell’intermediario, aiutandoli a trovare compagni con cui lavorare, nel mondo reale o in quello online.   8. Condividere: intervenite come collaboratori A volte i genitori e i tutor intervengono troppo nei progetti creativi dei bambini, altre volte non intervengono affatto. C’è una giusta via di mezzo tra un atteggiamento e l’altro, in cui adulti e bambini collaborano realmente ai progetti. Quando entrambe le parti si impegnano a lavorare insieme, tutti hanno molto da guadagnare.   9. Riflettere: fate domande (vere) È importante che i bambini si immergano nei progetti, però è importante anche che riflettano su quanto succede. A questo proposito, le mie domande preferite sono «Come ti è venuta l’idea per questo progetto?» e «Che cosa ti ha sorpreso di più?». Sono domande vere. Voglio sinceramente saperlo!   10. Riflettere: condividete le vostre riflessioni Parlare con i bambini dei vostri processi di pensiero è il più grande regalo che possiate fare loro. Per i bambini è utile conoscere le strategie che usate per lavorare sui progetti e per sviscerare i problemi. Sentendo le vostre riflessioni, i bambini saranno più disposti a riflettere sul loro stesso pensiero e avranno un modello migliore per farlo.
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