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Search-ME - Erickson 1 Società e cittadinanza
Spunti di riflessione dalla European Conference on Educational Research di Amburgo
Dal 3 al 6 settembre 2019 si è tenuto il tradizionale appuntamento annuale con la Conferenza ECER - European Conference on Educational Research dell’Associazione europea di ricerca educativa (EERA), quest’anno ospitata presso l’Università di Amburgo. Si tratta di uno dei principali appuntamenti per tutti coloro che si occupano di ricerca in ambito educativo il cui focus, quest’anno, era dedicato all’“Educazione in un’era di rischio – Il ruolo della ricerca educativa per il futuro”. L'obiettivo principale di questo evento è quello di creare una comunità inclusiva all’interno della quale conoscere, condividere, confrontarsi, discutere e promuovere le più recenti novità provenienti dalla ricerca educativa. L’intento è quello di non rimanere ancorati all’interno del proprio contesto, ma ampliare gli orizzonti evidenziando similitudini e differenze che caratterizzano il panorama educativo internazionale da varie prospettive. La conferenza riunisce ricercatori esperti ma anche giovani ricercatori emergenti (ai quali è dedicata una specifica giornata pre-conferenza), sviluppando e promuovendo il dialogo libero, aperto e la discussione critica su aspetti teorici, metodologici, novità dalla ricerca scientifica applicata nonché su aspetti etici legati alla ricerca in questo settore. UN MONDO IN RAPIDA EVOLUZIONE Il tema scelto per questa edizione “Educazione in un’era di rischio – Il ruolo della ricerca educativa per il futuro” parte dalla considerazione che il mondo globalizzato in cui viviamo, in continua e rapida evoluzione, è sempre più percepito come a rischio e instabile. Guerre, violenza, catastrofi ambientali e umanitarie, crisi politiche ed economiche, instabilità del mercato del lavoro, ecc. sono fenomeni le cui notizie ci giungono quotidianamente, anche grazie al ruolo dei media. Il divario tra ricchi e poveri continua a crescere esponenzialmente. La migrazione internazionale, che è in parte una conseguenza di questi fenomeni, porta a drastici cambiamenti sociali nei territori coinvolti. Le vecchie certezze sono messe in discussione, portando incertezza e ambiguità in relazione alla coesione sociale, alla stabilità politica e alla pace duratura. Il modello geografico, politico ed economico dell'Europa che, ormai a partire dalla seconda guerra mondiale, è sinonimo di sicurezza e stabilità è diventato anch’esso incerto. Tale incertezza si manifesta anche nella vita quotidiana dei singoli individui, nelle famiglie, nel proprio lavoro e nella professione e, non meno, nei diversi contesti educativi.  Non di rado i social network mettono drammaticamente in evidenza questi aspetti. IL RUOLO DEI SISTEMI EDUCATIVI  Una reale e mirata attenzione a tutto questo è quindi una necessità della massima rilevanza, soprattutto per i sistemi di istruzione in tutto il mondo, in quanto sono proprio loro ad essere chiamati come responsabili nel fornire agli studenti le abilità e le competenze per vivere e agire in determinate condizioni sociali. Non è facile prevedere quali saranno le condizioni future partendo dall’attuale era di forte rischio; i processi educativi sono proprio quelli che forse più di altri ne risentono in termini di sviluppo, carenza di risorse, instabilità e incertezza. Ecco allora che è urgente anche una ridefinizione di quelle che sono le abilità e le competenze realmente utili e funzionali per affrontare questa complessa situazione. È fondamentale delineare chiaramente in che modo i sistemi educativi - anche quando si trovano ad operare in condizioni di incertezza - possono fornire una base sicura per lo sviluppo continuo di abilità e competenze adeguate. Non mai come in questa era abbiamo necessità di avere “promesse” che vanno assolutamente mantenute e che si evolvano nella direzione di “certezze” da parte dei sistemi e delle istituzioni educative nei confronti delle generazioni future. In tutto questo è quindi urgente ripensare anche a quale sia il ruolo dell'educazione stessa e della ricerca educativa nell'affrontare le problematiche già evidenti e cercare di contrastare quelle emergenti, provando anche a cogliere quelli che sono gli aspetti comuni e trasversali ai vari contesti. In questa prospettiva, la ricerca educativa assume quindi un ruolo significativo nel riflettere su tutto questo, cercando di trovare le proposte e le soluzioni più efficaci ed efficienti. La ricerca educativa possiede ormai solidi impianti teorico-metodologici e strumenti per esaminare empiricamente i presupposti e per fornire conoscenza vera evidence based. I vari contributi presentati a ECER 2019, pur nella loro diversità e peculiarità, hanno messo in evidenza come la ricerca e la pratica educativa siano in grado di fornire concrete opportunità di convivenza sostenibile, pacifica ed equa, dove la diversità non è temuta, ma anzi è accolta e valorizzata in tutte le sue diverse forme.
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Search-ME - Erickson 2 Pedagogia
I modelli esistenti di scuola dell’infanzia nel bosco e le loro caratteristiche comuni
A partire dagli ultimi anni, anche in Italia si è assistito a un modesto ma crescente interesse per quei progetti educativi che pongono al centro la natura e che rispondono al bisogno di riallacciare un legame con essa. Di scuola dell’infanzia nel bosco esistono fondamentalmente due modelli: la scuola nel bosco classica e la scuola nel bosco integrata. Nella scuola nel bosco classica i bambini trascorrono tutta la mattinata nel bosco o in mezzo alla natura, in un’area specifica e con confini circoscritti. In generale i bambini frequentano questa scuola cinque giorni a settimana per tre o quattro ore e mezzo al giorno considerate sufficienti per la vita educativa in una comunità sociale. Alcune scuole nel bosco offrono per uno o due giorni a settimana anche programmi e assistenza ai bambini durante il pomeriggio. Negli ultimi anni tuttavia si osserva sempre di più la tendenza ad allungare l’orario d’apertura per andare incontro alle richieste dei genitori. La scuola nel bosco integrata è una scuola dell’infanzia a tempo pieno, dotata di edifici e stanze proprie che prevedono attività nel bosco tutte le mattine. In queste scuole i bambini trascorrono la mattinata nel bosco e il pomeriggio nell’edificio o nelle aule della scuola. Accanto a questi due modelli di scuola nel bosco si trovano oggi altre forme nate con l’obiettivo di integrare il bosco nella quotidianità delle scuole dell’infanzia in diversi Paesi. Troviamo per esempio: «le settimane con progetti nel bosco» o «le giornate regolari e sistematiche di bosco». Nonostante nessuna scuola nel bosco sia uguale all’altra e non esista un modello definito a priori è possibile ricavare alcune caratteristiche a cui la pedagogia del bosco si ispira. I punti nodali per la pedagogia del bosco sono: Salute e motricità Il bosco offre una varietà di stimoli naturali attraverso i quali i bambini imparano a prendere consapevolezza del loro corpo e della loro forza. Vivere il ritmo delle stagioni e i fenomeni naturali Vivendo costantemente in spazi aperti, il bambino affronta in modo spontaneo e naturale il cambiamento delle stagioni, apprende le diverse caratteristiche e qualità di primavera, estate, autunno e inverno. Attivazione della percezione sensoriale attraverso esperienze primordiali Nella nostra abituale realtà tutti quanti usiamo solo una piccola parte delle capacità dei nostri sensi. Il bosco e la natura ci invitano invece ad abitare in essi attraverso un approccio multisensoriale. Apprendimento globale e gioco libero Nel gioco libero, ossia senza la guida di un adulto, i bambini possono sviluppare nuove idee e pensieri, imparando a rapportarsi con gli altri e a negoziare le regole scendendo a compromessi. Educazione ambientale Nella scuola nel bosco avviene attraverso due modalità: attraverso i racconti e le conoscenze sull’ambiente che gli educatori comunicano quotidianamente, da un lato; attraverso esperienze che i bambini possono fare spontaneamente e autonomamente, dall’altro. Possibilità di conoscere e apprendere i limiti della propria corporeità, promuovere l’autostima e l’autonomia I bambini, mettendosi alla prova fisicamente, arrivano a conoscere i propri limiti. Ogni successo rinforza la loro autostima e dà loro la possibilità di valutare meglio le proprie capacità. Sperimentare lo scorrere del tempo e il silenzio Il silenzio, così raro nella nostra società, diventa occasione per concentrarsi, fermarsi, ascoltare. Anche il tempo viene percepito diversamente, in modo più spontaneo e con un approccio più tranquillo. Apprezzamento della convivenza e promozione dell’atteggiamento sociale I bambini imparano a tenersi in considerazione l’uno con l’altro, ad aspettare, ad ascoltarsi, ad accettare debolezze e forze individuali e sviluppano molto velocemente un forte sentimento di appartenenza al gruppo.
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Search-ME - Erickson 3 Didattica
L’apprendimento esperienziale, la collaborazione, la dimensione affettiva, la creatività sono tutti elementi che qualificano il percorso educativo
L’Indice della Povertà educativa e l’analisi di Save the Children condotta insieme all'Università di Tor Vergata riportano alcuni dati importanti sui fattori che stimolano la resilienza e aiutano i ragazzi ad emanciparsi dalle situazioni di disagio sociale ed economico. In ambito educativo, vengono considerati “resilienti” gli studenti che ottengono risultati scolastici elevati anche provenendo da famiglie con un background socio-economico svantaggiato. Tra questi fattori ci sono l’aver frequentato un asilo nido (+39% di probabilità), una scuola ricca di attività extracurriculari (+127%), dotata di infrastrutture adeguate (+167%) o caratterizzata da relazioni positive tra insegnanti e studenti (+100%). Se dunque le attività extra-curriculari e le relazioni positive tra insegnanti e studenti svolgono un ruolo determinante, significa che la scuola può incidere positivamente quando non si limita ad essere solo un ente che eroga formazione, ma si concepisce come parte di un territorio e di una società con cui intrattiene un dialogo e opera in maniera sinergica per accompagnare i ragazzi ad affrontare la vita. Anche l’OCSE sottolinea che la resilienza non è frutto di un singolo intervento, ma di un approccio che agisce sulle molteplici situazioni che riguardano il benessere dei bambini. A livello nazionale, il movimento Avanguardie Educative di INDIRE ha approfondito questo tema all’interno del suo manifesto e ha individuato tra i sette orizzonti dell’innovazione educativa proprio la messa a sistema delle relazioni che intercorrono tra la scuola e i diversi attori che operano nel territorio con l’obiettivo di integrare l’offerta e le modalità formative e far in modo che la scuola diventi una risorsa per la comunità stessa. Il rapporto tra la scuola e il territorio si esplicita nell’allargamento dei confini scolastici in una prospettiva spazio-temporale: da un lato incontrando altri contesti per offrire ai ragazzi esperienze di vita e opportunità culturali complementari; dall’altro accogliendo realtà esterne per ampliare il tempo e il modo in cui i ragazzi vivono gli spazi della scuola. Per essere veramente un luogo di cultura e di aggregazione la scuola ha bisogno di portare dentro altri linguaggi e altri punti di vista. Come scrive in un bell’articolo Sasà Striano, attore e scrittore nato nei Quartieri Spagnoli che lavora con le scuole e con le carceri, “occorre inserire nella scuola altri elementi, altri soggetti, altre professionalità per dare energia e per portare la realtà”. In questo modo i ragazzi possono sviluppare competenze di cittadinanza, che sono allo stesso tempo antidoto ai fenomeni di bullismo e nutrimento per la crescita di cittadini consapevoli. In questa direzione si muove anche il progetto finanziato da Fondazione Con i bambini e coordinato da Zaffiria[5] che si propone contrastare la povertà educativa aumentando l’accessibilità alle offerte culturali-educative (ludoteche, centri bambini, scuole) aprendole al territorio; sperimentando strategie operative che trasformino i beneficiari in protagonisti grazie a processi di coprogettazione e cogestione (riattivazione del capitale sociale con il community-based welfare) centrati sulla creatività.  La R&S Erickson riconoscendo il valore di questo approccio e analizzando i progetti che scuole e realtà sociali stanno portando avanti, ha identificato i capisaldi dell’innovazione didattica ed elaborato delle linee guida.  Per noi l’innovazione è funzionale alla qualità della proposta formativa e in questo senso l’apprendimento esperienziale, la collaborazione, la dimensione affettiva, la creatività sono tutti elementi che concorrono a qualificare il percorso educativo e a fare dell’esperienza scolastica un’occasione per scoprire i talenti e accompagnare i ragazzi verso la loro realizzazione.
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Search-ME - Erickson 4 Pedagogia
Le riflessioni di alcuni insegnanti e autori Erickson in occasione della Giornata Mondiale degli insegnanti
Chi crede nel valore dell’educazione sa che quello di insegnante è uno dei lavori più delicati e allo stesso tempo più importanti del mondo. Assieme a chi la pensa così ci siamo anche noi di Erickson. In occasione della Giornata Mondiale degli insegnanti che si celebra il 5 ottobre, abbiamo chiesto ad alcuni docenti e autori Erickson una riflessione su cosa significhi essere insegnante oggi. Ecco che cosa ci hanno raccontato.   «Molti anni fa, agli inizi della mia professione, da ventenne universitaria, mi trovai catapultata  in una scuola elementare (allora si chiamava così); lì  incontrai una “maestra”, di quelle storiche per quella scuola… mi guardò,  mi abbracciò e mi disse sottovoce: “Vedrai questo è il più bel mestiere del mondo… Coraggio!” Sono passati quasi 40 anni da allora, ma non ho mai dimenticato quell'abbraccio e quelle parole… molte cose nel frattempo sono cambiate nella scuola, nelle famiglie, negli studenti, e il “mestiere” dell’insegnante è diventato sempre più complesso e complicato. E molte volte mi sono chiesta, spesso alla fine di una estenuante giornata scolastica, se quelle parole oggi avessero ancora un senso. Be' tutte le volte la mia risposta è stata sempre quella: Sì!!  Essere un insegnante, anche oggi, non è solo la cosa più bella del mondo, essere un insegnante significa, oggi più che mai, avere il grande potere e la grande responsabilità di aiutare i bambini a cambiare il mondo e a rincorrere i propri sogni, fornendo loro gli strumenti necessari per farlo!» Giuseppina Gentili «Vicino a casa mia, nell'Oregon, c'è una piccola città fantasma del vecchio West e, al centro di questa città, c'è l'edificio della scuola. Avete presente la Casa nella Prateria? O la Signora del West? Una di quelle, con la campana e la stufa a legna, esattamente una di quelle. Reliquia di un tempo in cui insegnare voleva dire "sapere" e "trasmettere il sapere", e l'insegnante era il custode della conoscenza al quale ci si rivolgeva per imparare. Reliquia di ieri. Oggi l'insegnante, nella trasmissione del sapere, ha un'agguerrita concorrenza nei mezzi di comunicazione, nei media, negli strumenti digitali che mettono qualsiasi contenuto e informazione alla portata di tutti, alla distanza di un click. Cosa significa, dunque, essere insegnante oggi? Me lo sono chiesta spesso. Un vecchio proverbio dice che "L'insegnante non riempie un vaso, ma accende un fuoco". Credo che una delle possibili risposte stia proprio lì. La differenza tra quello che ci può dare Google (o Wikipedia, o quello che volete voi) e quello che ci può dare un insegnante è esattamente questa: se il primo riempie, il secondo accende. Insegnare oggi, per me, non dovrebbe essere solo fornire solide basi culturali, ma significa soprattutto risvegliare l'interesse nei ragazzi, far divampare quell'incendio di curiosità, entusiasmo e voglia di conoscere che, una volta acceso, li accompagnerà per tutta la loro vita. In altre parole, fare quello che nessun media digitale potrà mai fare. I contenuti potranno prenderli dove vorranno, ma la voglia di conoscere cose nuove e di allargare i loro orizzonti, potrà trasmetterla solo un buon insegnante». Lara Carnovali «Essere insegnanti oggi, in un momento in cui la scuola è per necessità obbligata a rivedersi e modificarsi, è una sfida motivante. L’insegnante ha necessità di essere in primo luogo un abile costruttore di relazioni. Se usiamo una metafora, l’insegnante si trova all’interno di una complessa e intricata ragnatela e ha il compito quotidiano di “tessere i fili in una trama a diversi e intrecciati ancoraggi”: gli alunni, la/le famiglia/famiglie, la comunità, i colleghi, l’istituzione scolastica, i contenuti di apprendimento, la motivazione, i processi attivati e i bisogni educativi speciali. Ognuno di questi ancoraggi va connesso con gli altri e l’insegnante ha proprio il compito di lavorare con grande delicatezza per mantenere un equilibrio che non sempre è stabile. Non si può infatti toccare un ancoraggio/filo senza che il movimento sia percepito anche dagli altri perché la ragnatela è in stretta interdipendenza; dunque ogni azione, pensiero, comunicazione vanno pensati e progettati lasciando poco spazio alla casualità e all’improvvisazione. Potrebbe sembrare faticoso, è lo è davvero molto quando si entra nella professione mettendo ogni parte di sé e ogni competenza presente. Sapere di poter fare “la differenza” in quello che è il futuro dei propri alunni, e quindi lavorare non per il qui ed ora, ma per il domani e per la globalità, oltre a richiedere un’assunzione di grande responsabilità, è anche altamente motivante. Questa è la bellezza dell’insegnamento». Desirèe Rossi   «Quest’anno sei in prima. I sorrisi sono ancora da latte e le finestrelle sono poche. I bambini dicono cose buffe, ma non ti puoi permettere di ridere perché sono seri, loro. Tutto molto rassicurante, ti dici, tutto come una volta. Eppure lo sai bene che non è così. I bambini che hai davanti saranno gli adulti del 2045-2050, date da romanzo di fantascienza. E questo non suona poi così rassicurante. Che cosa vuol dire fare l’insegnante oggi? Immaginare la fantascienza, probabilmente questo. Vivi in un piccolo osservatorio (piccolo in termini anagrafici, ovviamente) e hai a che fare con un futuro difficile da immaginare. Non puoi prevedere quale rapporto, questi bambini, avranno con le conoscenze. Quali tecnologie dovranno gestire e quale umanesimo tutto questo potrà far nascere. Puoi solo puntare a sviluppare competenze sufficientemente solide per affrontare i cambiamenti che (di questo sì, sei sicuro) ci saranno. Sei nella navicella di un romanzo di fantascienza e navighi a vista, superi asteroide dopo asteroide e ci si diverte come dei matti. Perché è un po’ come per Colombo: non c’è niente di meglio che essere visionari per scoprire nuove rotte e nuovi tesori». Ivan Sciapeconi e Eva Pigliapoco   «Il docente della scuola attuale deve possedere competenze disciplinari, psico pedagogiche, metodologico-didattiche, organizzative e relazionali, ma deve anche essere in grado di attuare una regolazione continua  della propria progettazione  in base alle risposte degli alunni, dell’insegnante stesso e  del mutamento del contesto al fine di riconoscere, accogliere e valorizzare  tutte le differenze individuali per trasformarle in opportunità di apprendimento. Tutto questo risulta possibile solo se l’insegnante riesce a diventare il costruttore di un ambiente di apprendimento in cui si diventa competenti insieme, in cui ognuno si mette in gioco, avendo ben chiari i propri limiti e le proprie potenzialità.  L’insegnante deve anche essere una guida in grado di aiutare gli studenti a connettere il sapere con l’esperienza quotidiana, a servirsi di strumenti efficaci, a costruirsi strategie operative e a riscoprire l’importanza dell’impegno e della fatica. Solo dando senso “al fare scuola” innovando, sperimentando e agganciando le conoscenze proposte ai contesti di vita reale si può incrementare la motivazione ad apprendere, che risulta essere uno dei fondamenti del successo formativo, finalità imprescindibile per un docente alle prese con la scuola attuale, vista con un organismo complicato interconnesso con molteplici aspetti della società». Elisabetta Grassi «Essere insegnanti oggi vuol dire essere fonte di ispirazione: un promotore di cultura a cui i bambini possano attingere ciò di cui hanno bisogno. L’insegnante deve accendere la scintilla dell’interesse dove manca ed essere capace di coltivare gli interessi che gli studenti manifestano, mettendo la sua competenza e professionalità al servizio del discente. Credo fortemente che il ruolo dell’insegnante debba essere quello di sostegno all’apprendimento, e che il suo scopo sia quello di creare un ambiente di apprendimento sereno e ricco di stimoli. L’obiettivo che mi prefiggo per ogni mio alunno è quello che sia autonomo, motivato, curioso e creativo. Queste sono abilità e competenze che lo accompagneranno per tutta la vita». Giuditta Gottardi «Per un’insegnante della primaria essere insegnante oggi vuol dire andare ogni mattina a scuola con il pensiero che nel pomeriggio ci saranno riunioni su riunioni e poi si andrà a casa pieni di freddo e svuotati di energie. Il messaggio di chi segue il metodo analogico è che si può cambiare la scuola solo nella propria classe ed è un’operazione già difficilissima perché, più che di pensieri comporta un cambiamento di sentimenti profondi. Solo in  questa prospettiva  è possibile lavorare in  serenità, anche se tutto intorno è un mare oscuro di tempesta. Naturalmente bambini permettendo». Camillo Bortolato «Il mio lavoro è fare il maestro di scuola Primaria, un lavoro prezioso per lasciarlo degenerare nella dialettica della politica e nelle chiacchiere ideologiche. È importante per me  importantissimo, per  ridurlo ai tempi di vacanza, ai concetti aziendali delle performances e della valutazione. È troppo prezioso per me, per pensare di poter  contrattare  qualche ora di lavoro, qualche soldo in più senza preoccuparsi della qualità della proposta educativa e didattica o per essere macchiato dalle conversazioni dei gruppi whatsapp dei genitori. Fare l'insegnante oggi è provare l'ebbrezza di sentirsi in mezzo alle correnti ascensionali,  difficili da trovare, ma che ti porteranno lontano senza preoccuparti di scegliere la meta nell'infinito spazio della conoscenza. Ci vuole passione e commozione per capire le intime emozioni e desideri dei tuoi alunni, di  ognuno dei tuoi alunni. Ci vuole pazienza per vedere fiorire nei loro sguardi il sorriso della soddisfazione per avere compreso. Ci vuole carisma per vincere gli incanti di voci che dicono “meglio altro che questo luogo”». Fausto Amenta «Essere insegnante oggi vuol dire prima di tutto essere inclusivi e privi di pregiudizi. Se ripenso ai dialoghi che a volte si potevano ascoltare venti anni fa in Sala Insegnanti, mi vengono in mente alcune frasi del tipo: “Che classaccia la Prima A di quest’anno, proprio a me doveva capitare?”. Oppure, viceversa: “La Prima A di quest’anno non è niente male, per fortuna, è proprio una bella classetta!”. Cosa determinava le fortune o le sfortune di una classe? L’essere “classaccia” oppure “bella classetta”? Ecco, essere inclusivi e privi di pregiudizi significa proprio evitare qualunque catalogazione degli alunni in categorie rigide e immutabili. L’insegnante di oggi deve essere aperto, dinamico e deve possedere quello sguardo sottile che gli consente di scoprire talenti e risorse. È un lavoro, quello dell’insegnante, che va all'attacco con coraggio e intraprendenza, senza tatticismi difensivi per evitare il peggio. Va all’attacco per cercare il meglio in ciascuno degli studenti che vivono nella classe e dà loro fiducia, li incoraggia, li aiuta e chiede loro aiuto. Questo è il lavoro degli insegnanti oggi: far sentire gli studenti importanti, indispensabili, protagonisti. Essere insegnanti vuol dire occuparsi di persone, non solo di contenuti scolastici. Occuparsi di tutti, senza lasciare mai indietro nessuno, nemmeno uno solo!». Carlo Scataglini «Essere insegnanti significa dare il buon esempio mostrandosi onesti, leali, alleati e assertivi, ricordarci che per aspettarci rispetto e ascolto sta a noi per primi donarli se vogliamo la loro fiducia, la loro sincerità dobbiamo in primis offrirle. Essere insegnanti oggi significa non trascurare l’importanza delle regole, non imponendole ma condividendone il senso. Stare dalla parte della debolezza, della fatica ad apprendere, dell’esuberanza, senza etichettare i comportamenti fuori dall'ordinario ma cercandone le spiegazioni e offrendo aiuto. Essere insegnanti oggi significa fare gioco di squadra con le famiglie, per fare fronte comune ad una società in cambiamento. Essere insegnanti oggi in un mondo di apparenze infine, significa valorizzare l’imperfezione, senza nascondere le proprie imperfezioni». Valeria Razzini   «Stiamo consegnando ai bambini di oggi cose molto diverse da quelle che ci consegnarono i nostri padri: stiamo bruciando risorse che mandano gli ecosistemi al collasso in cambio di uno sviluppo che comunque resta ingiusto, perché lascia ancora sopravvivere 4 miliardi di persone con meno di 120 dollari al mese. Noi adulti siamo coscienti che abbiamo sbagliato qualcosa ma non sappiamo esattamente cosa. Per Greta Thunberg siamo all’inizio di un’estinzione di massa ed abbiamo rubato la speranza dei ragazzi. È proprio difficile pretendere di essere un educatore di fronte ad una ragazza di 16 anni che, parlando all’ONU, dimostra più logica dei governanti. Ma possiamo farcela! Possiamo ricominciare da ciò che rende la vita degna di essere vissuta e cambiare modo di alzarsi la mattina. Da oggi io vorrei dire ai miei ragazzi: “Non ho nulla da insegnarti oltre alla voglia di rincorrere la bellezza, la scienza, la giustizia, l’amicizia insieme a coloro che vorranno farlo con me”. Se il mio lavoro è stare con i ragazzi, io correrò con loro. Saranno sempre nei miei occhi, non li giudicherò se non lo vorranno, non li obbligherò mai a fare cose che non desiderano. Non li educherò: ci educheremo a vicenda». Maurizio Maglioni
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Search-ME - Erickson 5 Pedagogia
La riflessione di un’insegnante sull’urgenza di guardare ai social network da una nuova prospettiva
Fine luglio. Precaria, ergo disoccupata. Scorro distratta e svogliata le storie Instagram dal mio smartphone, seduta sul dondolo della casa al mare dei miei e incappo in una storia fighissima di Serena, una mia studentessa che ha iniziato a seguirmi sui social alla fine dell'anno scolastico. Non si fa! Direbbero i ben pensanti, ma la scuola è finita, chissà se lì ci tornerò più e la didattica a distanza ha scombussolato tutto. Ma poi, alla fine, che male c'è? È una serata estiva qualunque e mi annoio, ma mi accorgo che la mia noia adulta è una dolce compagnia, che consola una giornata particolarmente faticosa, non è un'inquietante mancanza di qualcosa. Quindi, mi gusto le storie di Serena con tenerezza e penso a come possano sentirsi gli adolescenti, che l'inquietudine ce l'hanno sempre a portata di mano, così come la costante mancanza di qualcosa. Se anche loro ora sono sdraiati su un dondolo, di certo chattano, guardano video, condividono contenuti dal loro smartphone. Poi assistono all'ostentazione del bello e della perfezione sui i social, scorrono tante storie fighissime su Instagram, proprio come quelle di Serena, o dell’ultima influencer di turno, fatte di vacanze, serate, spiagge, stili di vita spinti spesso oltre le reali possibilità economiche: locali, alcolici, vestiti sempre diversi ogni sera. Il tutto in barba al social distancing, ma questa è un'altra storia. Empatizzo con loro e con la piccola me, pensando a come si sarebbe sentita la me adolescente, isolata e annoiata nel giardino della casa al mare dei suoi che però lei, insofferente, aveva soprannominato "Casa nella prateria", a causa di un certo pruriginoso isolamento estivo. Sono giovane e mi considero abbastanza social, ma capisco che è tutto cambiato: i ragazzi cercano attenzioni e approvazione, ma necessitano intento di estremo e silenziosissimo controllo, hanno bisogno di essere accompagnati da guide esperte e non giudicanti. Da qui l'urgenza tutta nuova di vedere i social network da una nuova prospettiva, tutta educativa. Queste cose inutili sono roba seria! Una questione che da giovani insegnanti dovremmo affrontare in maniera sempre più massiva e consapevole. È importante che i ragazzi abbiano una concreta e reale competenza digitale, sì, proprio come quella che gli adulti non hanno. Non si tratta solo di imparare ad accendere e spegnere un PC o copiare e incollare da Wikipedia un articolo sulla barbabietola da zucchero per poi spacciarlo al professore come ricerca. Si tratta di avere la piena consapevolezza delle potenzialità e dei pericoli legati all'uso di una connessione Internet: il diritto a proteggere la propria privacy, il rischio di essere adescati in chat, il revenge porn, il cyberbullismo. Non scandalizziamoci: per capire un problema, bisogna conoscerlo. E per insegnare o meglio guidare i nostri studenti verso l'acquisizione di una competenza è necessario prima di ogni cosa verificare i prerequisiti, e quindi osservare, osservare tanto. Dunque, che male c'è se Serena ha iniziato a seguirmi su Instagram? La seguo anch’io, così la osservo meglio e capisco tanto di lei, del suo mondo, del tipo di attenzione che vuole attirare. Internet e i social network sono una realtà ormai imprescindibile che non possiamo più demonizzare, dobbiamo conviverci, usarli insieme ai nostri ragazzi, scoprirne le diverse funzionalità. Infine, dovremmo spiegare loro “la differenza, se c'è, tra la vita reale e la vita al cellulare”, come dice il cantautore Brunori SAS in Lamezia Milano. Dovremmo conoscere il linguaggio persuasivo dei social e la struttura del loro fascino così programmato, ma non prima di aver conosciuto i nostri ragazzi, capire ciò che vedono e cosa potrebbero provare nel vederlo. Più che indignarci per la loro condotta e dire che i tempi sono cambiati, spieghiamo come essere pienamente padroni dello strumento digitale, come si può giocare coi social, senza subirli. Spieghiamo che è sempre tutto così artificiale, tutto molto più vuoto di quanto credano, che la vita sarà anche fatta dalle storie Instagram di Serena, ma che quella più bella è fatta di gioie che nascono dagli incontri reali e da piccoli sacrifici quotidiani che ripagano molto di più di un centinaio di visualizzazioni. Ecco, se io non avessi seguito Serena su Instagram, sicuramente non avrei visto le sue storie fighissime e non avrei scritto delle righe da giovane insegnante super-social che si interroga su questa nuova responsabilità educativa. Quindi adesso che Serena ha iniziato a seguirmi, che male c'è?
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Search-ME - Erickson 6 Pedagogia
Mi piacerebbe che la “scoperta” della didattica virtuale come risposta all’emergenza diventasse anche una ri-scoperta, al ritorno in classe, di un attivismo didattico e pedagogico
Siamo alla terza settimana, in qualche regione la quarta, di scuole chiuse. Il coronavirus imperversa. Ai nostri ragazzi tocca non solo stare a casa da scuola ma anche stare a casa e basta. Questo isolamento e assenza dalle strade quotidiane costa molto a noi, ma ancora di più a loro. E più si va avanti nel tempo più costerà. Ma anche insegnerà nuovi e antichi valori dell’esistenza, come il dolore, la speranza, la resilienza assieme alla rabbia, alla noia, all'anomia. In questo periodo sono tornato a modo mio a lavorare: decine di messaggi Facebook, molte telefonate, ho letto l’iradiddio di idee, visto materiali i più vari inviati da insegnanti.  Detesto questa maledetta pensione che mi vorrebbe “in quiescenza”. Quindi fin che posso parlo e scrivo, appassionato dallo straordinario (inatteso e unico nella storia) evento collettivo di apprendimento sul campo che la grandissima parte degli insegnanti sta facendo per rispondere all’emergenza, inventandosi cose di tutti i colori per salvare una relazione con i loro bambini e ragazzi.  Uno slancio pedagogico vero, che rende questa fase opposta rispetto alla tradizione: impariamo facendo non ascoltando, lavoriamo più che a scuola, non riusciamo a levarci via l’assenza. Di loro. Per questo ho chiamato questa fase non quella “ufficiale” di didattica a distanza, ma della didattica della vicinanza. Lo scopo dell’uso di queste strepitose (ma anche pericolose) macchine virtuali è apparso a moltissimi centrato sul ricreare la vicinanza ai ragazzi più che scimmiottare la scuola normale (e peggio tradizionale) ma fatta con il computer. Insomma didattica della vicinanza non (tanto o solo) per evitare che i ragazzi perdano l’anno scolastico ma per evitare che si perdano davanti all’assenza di un mondo di relazioni, scambi, conoscenze condivise date dall’emergenza Covid-19. Perché si impara insieme, insieme si cresce, chiusi in casa si sfiorisce. Ma l’emergenza e la virtualità ci obbligano a ripensare criticamente alle nostre tradizionali didattiche, altrimenti possono diventare solo noiose e trite lezioni. Forse questa fase avrà l’effetto che dopo, tornati a scuola, si sia migliori. Miracolo dei momenti di crisi. D’altra parte le più grandi innovazioni didattiche e pedagogiche sono figlie di crisi: Jean Itard e il suo fanciullo selvaggio, Maria Montessori e i suoi bambini disabili, Decroly e i figli dei minatori belgi, Celestin Freinet e i bambini campagnoli della Provenza, Don Milani con il suo I care. Abbiamo una storia, non veniamo dal nulla. Mi piacerebbe quindi che la “scoperta” della didattica virtuale come risposta all’emergenza diventasse anche una ri-scoperta (al ritorno in classe) di un attivismo didattico e pedagogico che in questi anni è andato perduto per modelli quantitativi di apprendimenti direttivi, precocismi, schede su schede e lezioni frontali a tutto spiano. Dal fast allo slow In queste settimane, presi dall’ansia amorevole di coprire l’assenza, moltissimi insegnanti hanno forse esagerato. Col cuore, si intende, non per cinismo. Con quello che gli insegnanti erano prima, adattato alle macchine. Da qui forse troppe lezioni virtuali ancora frontali, e troppi compiti mai questa volta “per casa”. Ha accompagnato questo rischio di una scuola fast l’irrompere magico dell’uso di queste macchine grasse e veloci di contenuti, facilmente copiabili e accessibili, una sterminata mole di documentari, giochetti, foto, testi, immagini e così via tali da far correre il rischio di una bulimia didattica. Presi dalla tristezza di sentirli a casa smarriti, forse troppi insegnanti hanno annegato i loro ragazzi nel troppo. E si sono fatti sedurre dalla quantità mostruosa che Internet ci offre. Con il rischio non di navigare ma di annegare nelle onde del tanto. Tipico e umanissimo atteggiamento in stile Candy Candy: dargli tanto e di più. Sta capitando anche nelle scuole francesi (me lo dicono colleghi dell’esagono), e il rischio è quello di ragazzi affannati per ore davanti allo schermo, genitori imbarazzati a fare con loro troppi compiti. Mi permetto quindi, con l’umiltà del vecchio maestro, di suggerire alcuni pensieri anche igienici e per me necessari man mano che l’emergenza continua e la solitudine a casa persiste: Create eventi didattici fatti in modo che i ragazzi vi facciano domande, non invece in cui si chiedono risposte. Cioè una didattica interattiva della ricerca comune non del travaso di saperi. Il momento è questo: una comunità in cammino non un gregge controllato dal cane pastore. Fateli parlare tra di loro. Scambiarsi stati d’animo, ma anche ironia, tristezza, gioia di vedersi, scambio di cosa si è imparato da questo evento. Non è difficile, lo facciamo anche noi con i nostri amici e parenti quando li chiamiamo per sapere come stanno. Rompete lo schema tayloristico di una materia dopo l’altra, mettetevi d’accordo tra di voi per non sovrapporvi l’uno con l’altro a riempire i ragazzi di troppi compiti. È ora di azioni più multidisciplinari possibili, quanto meno di una relazione pensata tra diverse discipline. Tenete fuori il più possibile i genitori. Non per cattiveria e neppure perché anche loro sono affaticati, ma perché babbo e mamma sono utili magari ad aprire le macchine, ma le attività nelle classi virtuali possibili sono buone se i ragazzi si sentono liberi e capaci di autonomia, altrimenti creiamo nuove inutili dipendenze. Valutate sempre, ma non come rito stanco della scuola dei voti (quante chiacchiere su questo tema). I ragazzi hanno bisogno di sapere come va, di fare domande su se stessi, come sul mondo. La didattica della vicinanza aiuta a creare belle strategie di autovalutazione. Non preoccupatevi della pagelle, alimentate tra di voi e loro la valutazione formativa, che valuta sia loro che voi, perché tutti in questa nuova esperienza didattica stiamo imparando, e anche i ragazzi ci insegnano. Avrete tempo dopo di fare una sintesi numerica complessiva, ma adesso conta il rinforzo non il giudizio, la scoperta dell’errore come leva per migliorare non il suo stigma numerico, la differenza di performances come valore non come scala. Cercate insomma di fare una scuola slow, non solo più lenta ma anche più profonda, gustosa, che non riempia per forza di immagini, video, scritti, ma solo quelli giustamente necessari. Il resto se lo cerchino loro, da soli. Attenzione a chi non ce la fa Vedo ancora molte difficoltà nei confronti dei ragazzi con disabilità e di quelli che non hanno a casa supporti informatici sufficienti. Sarebbe paradossale e vergognoso che l’emergenza facesse male a chi ha più bisogno. Dunque Per i nostri ragazzini con disabilità: non è questione solo degli insegnanti di sostegno, non lasciateli nell’isolamento, create eventi dove siano tutti presenti e coinvolti, qualche roba di individuale può anche andar bene, ma questo è il momento della cooperazione tra ragazzi dove tutti aiutano tutti. Guai alla formazione di aule virtuali h. Ne fanno già troppe e scuola. Per i ragazzini in difficoltà economiche e senza strumenti: cercate tutti i modi di procurarveli, anche con le collette, nessuna scuola è giustificata a rassegnarsi. Chiamate il sindaco, il parroco, il volontariato, i ricchi pieni di rimorsi per le evasioni fiscali del passato (se ce ne sono). O ci salviamo insieme o siamo tutti perduti. Ho scritto queste cose all’alba di un lunedì un po’ livido. Sto imparando anch’io perchè per quanto abbia studiato questo nuovo è nuovissimo anche per me. Quindi è normale che io possa aver detto anche qualche sciocchezza, che in qualche punto io sia troppo lirico e poco prosaico, che altri abbiano idee diverse ma comunque interessanti da confrontare. È il momento di non perderci tutti e di restare soli davanti al nostro video, di scambiarci fraternamente saggezze e sciocchezze. Perché la Pedagogia è così: l’arte delle prove ed errori in un orizzonte di comune umanità: non salvare l’anno scolastico ma l’educazione democratica come necessario patrimonio per il futuro in questo martoriato paese.
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