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I mini gialli dei dettati 2
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Vivere al buio

La cecità spiegata ai vedenti

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede,...

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede, parlarci, ci turba. Immersi come siamo nella cultura dell’immagine, dover interagire con qualcuno che non coglie la nostra apparenza ci spiazza, ci disorienta, ci fa sentire come se dovessimo, il più in fretta possibile, colmare una lacuna, ridurre una distanza, le stesse che noi creiamo e percepiamo.
Questo libro è scritto da un cieco e parla di cecità. È probabilmente l’unico modo di spiegare ai vedenti come comportarsi con chi non lo è: come risparmiarsi inutili imbarazzi, superare pregiudizi (soprattutto quelli che siamo certi di non avere), instaurare relazioni alla pari.
Il migliore approccio alla diversità — qualunque sia la sua natura — è quello di riconoscerla in quanto tale, considerandola una risorsa, un segno che non uniforma agli slogan politicamente corretti («siamo tutti uguali») né agli stereotipi dispregiativi («gli sfortunati handicappati»).
Vivere al buio è un sussidiario, un galateo a uso e consumo dei vedenti: perché vivano, lavorino, si rapportino con i ciechi senza ansie e paure, senza confinarli in quel recinto delle particolarità che rende fittizia e forzata la relazione umana che per sua natura deve essere reciproca, diretta, empatica e libera.

«Vivo al buio da quando avevo otto anni. Sono cieco. Un’esperienza dura, estraniante, dolorosa, ma che non ha mancato mai di sorprendermi. All’inizio è stato traumatico. Per un bambino catapultato, per lo scoppio di un ordigno bellico, in un mondo oscuro, minaccioso, deprivato dei riferimenti consueti, esisteva il rischio di lasciarsi morire. Non nel senso fisico, ovviamente, ma psichico: ed è difficile capire quale dei due sia il peggiore. Questo, però, non è accaduto perché vivendo in un paesino di campagna ho trovato subito la solidarietà e il sostegno dei “compagni di gioco del vicolo”. Poi gli anni sono passati e ho cominciato a capire la via da imboccare: smettere di sperare in un’impossibile guarigione e accettare il buio come condizione obbligata su cui costruire la mia seconda vita. La paura ha cominciato ad affievolirsi e il desiderio di rinascita a prendere lentamente forma nel nero delle mie giornate. Un mutamento misterioso, quasi sottotraccia, accompagnato da piccoli stratagemmi diventati esercizi di tenacia quotidiana. Un mutamento che ha avuto bisogno di un grande impegno personale, ma anche di un ambiente inclusivo, competente e motivante…»
Dalla presentazione di Tommaso Daniele

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede,...

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede, parlarci, ci turba. Immersi come siamo nella cultura dell’immagine, dover interagire con qualcuno che non coglie la nostra apparenza ci spiazza, ci disorienta, ci fa sentire come se dovessimo, il più in fretta possibile, colmare una lacuna, ridurre una distanza, le stesse che noi creiamo e percepiamo.
Questo libro è scritto da un cieco e parla di cecità. È probabilmente l’unico modo di spiegare ai vedenti come comportarsi con chi non lo è: come risparmiarsi inutili imbarazzi, superare pregiudizi (soprattutto quelli che siamo certi di non avere), instaurare relazioni alla pari.
Il migliore approccio alla diversità — qualunque sia la sua natura — è quello di riconoscerla in quanto tale, considerandola una risorsa, un segno che non uniforma agli slogan politicamente corretti («siamo tutti uguali») né agli stereotipi dispregiativi («gli sfortunati handicappati»).
Vivere al buio è un sussidiario, un galateo a uso e consumo dei vedenti: perché vivano, lavorino, si rapportino con i ciechi senza ansie e paure, senza confinarli in quel recinto delle particolarità che rende fittizia e forzata la relazione umana che per sua natura deve essere reciproca, diretta, empatica e libera.

«Vivo al buio da quando avevo otto anni. Sono cieco. Un’esperienza dura, estraniante, dolorosa, ma che non ha mancato mai di sorprendermi. All’inizio è stato traumatico. Per un bambino catapultato, per lo scoppio di un ordigno bellico, in un mondo oscuro, minaccioso, deprivato dei riferimenti consueti, esisteva il rischio di lasciarsi morire. Non nel senso fisico, ovviamente, ma psichico: ed è difficile capire quale dei due sia il peggiore. Questo, però, non è accaduto perché vivendo in un paesino di campagna ho trovato subito la solidarietà e il sostegno dei “compagni di gioco del vicolo”. Poi gli anni sono passati e ho cominciato a capire la via da imboccare: smettere di sperare in un’impossibile guarigione e accettare il buio come condizione obbligata su cui costruire la mia seconda vita. La paura ha cominciato ad affievolirsi e il desiderio di rinascita a prendere lentamente forma nel nero delle mie giornate. Un mutamento misterioso, quasi sottotraccia, accompagnato da piccoli stratagemmi diventati esercizi di tenacia quotidiana. Un mutamento che ha avuto bisogno di un grande impegno personale, ma anche di un ambiente inclusivo, competente e motivante…»
Dalla presentazione di Tommaso Daniele

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede,...

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede, parlarci, ci turba. Immersi come siamo nella cultura dell’immagine, dover interagire con qualcuno che non coglie la nostra apparenza ci spiazza, ci disorienta, ci fa sentire come se dovessimo, il più in fretta possibile, colmare una lacuna, ridurre una distanza, le stesse che noi creiamo e percepiamo.
Questo libro è scritto da un cieco e parla di cecità. È probabilmente l’unico modo di spiegare ai vedenti come comportarsi con chi non lo è: come risparmiarsi inutili imbarazzi, superare pregiudizi (soprattutto quelli che siamo certi di non avere), instaurare relazioni alla pari.
Il migliore approccio alla diversità — qualunque sia la sua natura — è quello di riconoscerla in quanto tale, considerandola una risorsa, un segno che non uniforma agli slogan politicamente corretti («siamo tutti uguali») né agli stereotipi dispregiativi («gli sfortunati handicappati»).
Vivere al buio è un sussidiario, un galateo a uso e consumo dei vedenti: perché vivano, lavorino, si rapportino con i ciechi senza ansie e paure, senza confinarli in quel recinto delle particolarità che rende fittizia e forzata la relazione umana che per sua natura deve essere reciproca, diretta, empatica e libera.

«Vivo al buio da quando avevo otto anni. Sono cieco. Un’esperienza dura, estraniante, dolorosa, ma che non ha mancato mai di sorprendermi. All’inizio è stato traumatico. Per un bambino catapultato, per lo scoppio di un ordigno bellico, in un mondo oscuro, minaccioso, deprivato dei riferimenti consueti, esisteva il rischio di lasciarsi morire. Non nel senso fisico, ovviamente, ma psichico: ed è difficile capire quale dei due sia il peggiore. Questo, però, non è accaduto perché vivendo in un paesino di campagna ho trovato subito la solidarietà e il sostegno dei “compagni di gioco del vicolo”. Poi gli anni sono passati e ho cominciato a capire la via da imboccare: smettere di sperare in un’impossibile guarigione e accettare il buio come condizione obbligata su cui costruire la mia seconda vita. La paura ha cominciato ad affievolirsi e il desiderio di rinascita a prendere lentamente forma nel nero delle mie giornate. Un mutamento misterioso, quasi sottotraccia, accompagnato da piccoli stratagemmi diventati esercizi di tenacia quotidiana. Un mutamento che ha avuto bisogno di un grande impegno personale, ma anche di un ambiente inclusivo, competente e motivante…»
Dalla presentazione di Tommaso Daniele

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Descrizione

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Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede,...

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede, parlarci, ci turba. Immersi come siamo nella cultura dell’immagine, dover interagire con qualcuno che non coglie la nostra apparenza ci spiazza, ci disorienta, ci fa sentire come se dovessimo, il più in fretta possibile, colmare una lacuna, ridurre una distanza, le stesse che noi creiamo e percepiamo.
Questo libro è scritto da un cieco e parla di cecità. È probabilmente l’unico modo di spiegare ai vedenti come comportarsi con chi non lo è: come risparmiarsi inutili imbarazzi, superare pregiudizi (soprattutto quelli che siamo certi di non avere), instaurare relazioni alla pari.
Il migliore approccio alla diversità — qualunque sia la sua natura — è quello di riconoscerla in quanto tale, considerandola una risorsa, un segno che non uniforma agli slogan politicamente corretti («siamo tutti uguali») né agli stereotipi dispregiativi («gli sfortunati handicappati»).
Vivere al buio è un sussidiario, un galateo a uso e consumo dei vedenti: perché vivano, lavorino, si rapportino con i ciechi senza ansie e paure, senza confinarli in quel recinto delle particolarità che rende fittizia e forzata la relazione umana che per sua natura deve essere reciproca, diretta, empatica e libera.

«Vivo al buio da quando avevo otto anni. Sono cieco. Un’esperienza dura, estraniante, dolorosa, ma che non ha mancato mai di sorprendermi. All’inizio è stato traumatico. Per un bambino catapultato, per lo scoppio di un ordigno bellico, in un mondo oscuro, minaccioso, deprivato dei riferimenti consueti, esisteva il rischio di lasciarsi morire. Non nel senso fisico, ovviamente, ma psichico: ed è difficile capire quale dei due sia il peggiore. Questo, però, non è accaduto perché vivendo in un paesino di campagna ho trovato subito la solidarietà e il sostegno dei “compagni di gioco del vicolo”. Poi gli anni sono passati e ho cominciato a capire la via da imboccare: smettere di sperare in un’impossibile guarigione e accettare il buio come condizione obbligata su cui costruire la mia seconda vita. La paura ha cominciato ad affievolirsi e il desiderio di rinascita a prendere lentamente forma nel nero delle mie giornate. Un mutamento misterioso, quasi sottotraccia, accompagnato da piccoli stratagemmi diventati esercizi di tenacia quotidiana. Un mutamento che ha avuto bisogno di un grande impegno personale, ma anche di un ambiente inclusivo, competente e motivante…»
Dalla presentazione di Tommaso Daniele

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede,...

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede, parlarci, ci turba. Immersi come siamo nella cultura dell’immagine, dover interagire con qualcuno che non coglie la nostra apparenza ci spiazza, ci disorienta, ci fa sentire come se dovessimo, il più in fretta possibile, colmare una lacuna, ridurre una distanza, le stesse che noi creiamo e percepiamo.
Questo libro è scritto da un cieco e parla di cecità. È probabilmente l’unico modo di spiegare ai vedenti come comportarsi con chi non lo è: come risparmiarsi inutili imbarazzi, superare pregiudizi (soprattutto quelli che siamo certi di non avere), instaurare relazioni alla pari.
Il migliore approccio alla diversità — qualunque sia la sua natura — è quello di riconoscerla in quanto tale, considerandola una risorsa, un segno che non uniforma agli slogan politicamente corretti («siamo tutti uguali») né agli stereotipi dispregiativi («gli sfortunati handicappati»).
Vivere al buio è un sussidiario, un galateo a uso e consumo dei vedenti: perché vivano, lavorino, si rapportino con i ciechi senza ansie e paure, senza confinarli in quel recinto delle particolarità che rende fittizia e forzata la relazione umana che per sua natura deve essere reciproca, diretta, empatica e libera.

«Vivo al buio da quando avevo otto anni. Sono cieco. Un’esperienza dura, estraniante, dolorosa, ma che non ha mancato mai di sorprendermi. All’inizio è stato traumatico. Per un bambino catapultato, per lo scoppio di un ordigno bellico, in un mondo oscuro, minaccioso, deprivato dei riferimenti consueti, esisteva il rischio di lasciarsi morire. Non nel senso fisico, ovviamente, ma psichico: ed è difficile capire quale dei due sia il peggiore. Questo, però, non è accaduto perché vivendo in un paesino di campagna ho trovato subito la solidarietà e il sostegno dei “compagni di gioco del vicolo”. Poi gli anni sono passati e ho cominciato a capire la via da imboccare: smettere di sperare in un’impossibile guarigione e accettare il buio come condizione obbligata su cui costruire la mia seconda vita. La paura ha cominciato ad affievolirsi e il desiderio di rinascita a prendere lentamente forma nel nero delle mie giornate. Un mutamento misterioso, quasi sottotraccia, accompagnato da piccoli stratagemmi diventati esercizi di tenacia quotidiana. Un mutamento che ha avuto bisogno di un grande impegno personale, ma anche di un ambiente inclusivo, competente e motivante…»
Dalla presentazione di Tommaso Daniele

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede,...

Tentare di immaginare come potrebbe essere una vita al buio non è facile. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta: essere ciechi è cosa diversa da non vedere.
Avere davanti qualcuno che non ci vede, parlarci, ci turba. Immersi come siamo nella cultura dell’immagine, dover interagire con qualcuno che non coglie la nostra apparenza ci spiazza, ci disorienta, ci fa sentire come se dovessimo, il più in fretta possibile, colmare una lacuna, ridurre una distanza, le stesse che noi creiamo e percepiamo.
Questo libro è scritto da un cieco e parla di cecità. È probabilmente l’unico modo di spiegare ai vedenti come comportarsi con chi non lo è: come risparmiarsi inutili imbarazzi, superare pregiudizi (soprattutto quelli che siamo certi di non avere), instaurare relazioni alla pari.
Il migliore approccio alla diversità — qualunque sia la sua natura — è quello di riconoscerla in quanto tale, considerandola una risorsa, un segno che non uniforma agli slogan politicamente corretti («siamo tutti uguali») né agli stereotipi dispregiativi («gli sfortunati handicappati»).
Vivere al buio è un sussidiario, un galateo a uso e consumo dei vedenti: perché vivano, lavorino, si rapportino con i ciechi senza ansie e paure, senza confinarli in quel recinto delle particolarità che rende fittizia e forzata la relazione umana che per sua natura deve essere reciproca, diretta, empatica e libera.

«Vivo al buio da quando avevo otto anni. Sono cieco. Un’esperienza dura, estraniante, dolorosa, ma che non ha mancato mai di sorprendermi. All’inizio è stato traumatico. Per un bambino catapultato, per lo scoppio di un ordigno bellico, in un mondo oscuro, minaccioso, deprivato dei riferimenti consueti, esisteva il rischio di lasciarsi morire. Non nel senso fisico, ovviamente, ma psichico: ed è difficile capire quale dei due sia il peggiore. Questo, però, non è accaduto perché vivendo in un paesino di campagna ho trovato subito la solidarietà e il sostegno dei “compagni di gioco del vicolo”. Poi gli anni sono passati e ho cominciato a capire la via da imboccare: smettere di sperare in un’impossibile guarigione e accettare il buio come condizione obbligata su cui costruire la mia seconda vita. La paura ha cominciato ad affievolirsi e il desiderio di rinascita a prendere lentamente forma nel nero delle mie giornate. Un mutamento misterioso, quasi sottotraccia, accompagnato da piccoli stratagemmi diventati esercizi di tenacia quotidiana. Un mutamento che ha avuto bisogno di un grande impegno personale, ma anche di un ambiente inclusivo, competente e motivante…»
Dalla presentazione di Tommaso Daniele

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Presentazione (T. Daniele)

Prima parte: Un mondo da conoscere
- Premessa 
- Capire la cecità (Eliminare l’equivoco; Rovesciare l’ottica; Esiste la normalità?; Unici e irripetibili; Pregiudizi; Il giogo dell’esclusione; Immagini; Non discriminare i sensi; L’altro te stesso)
- Come rapportarsi a chi non vede (Terribili e grotteschi; Non parlare di corda in casa dell’impiccato; Reagire alle avversità; Perché ricorrere alla resilienza; Credere in se stessi; Valutare con obiettività; Individuare la giusta rotta; Disponibilità al cambiamento)
- Ricominciare dal futuro (Evitare gli azzardi; Non chiudersi in una gabbia; Prima persona, poi cieco; Prendere bene le misure; Ristrutturare; Adottare una nuova prospettiva; Il piacere della reciprocità; Cosa ti può insegnare un cieco?)
- La cassetta degli attrezzi (Riconoscere le differenze; Sentirsi liberi; L’importanza della relazione; Uscire dalle proprie scarpe; Saper ascoltare e saper comunicare; La pretesa di essere capiti; Quel che un cieco può fare da solo; Qualche utile accorgimento)

Seconda parte: Dispiegare le vele
- Premessa
- Riscoprirsi vivi (L’ultimo giorno in cui ho visto; Saper reagire)
- Muoversi nelle paludi (Quando la palude diventa esclusione; Mi hanno detto che non posso; Gli ostacoli si affrontano, oppure si aggirano)
- Spiccare il volo (A scuola dove voglio; Un successo che sorprende)
- «Normali» conquiste (Ordine e buona memoria; Obiettivo autonomia)
- Darsi misura (Aiuto reciproco; Quando un cieco si aiuta da solo)
- Capire e capirsi (Davvero non ti vedo?; Consapevolmente genitori; Accomunati da una causa)
- Fino a piacersi (L’ingegno creativo; Se il lavoro non mi basta; Viaggiare in quattro sensi)
- L’essenziale è invisibile agli occhi

Ebook - ePub2
ISBN: 9788859006220
Data di pubblicazione: 01/2014
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Gli e-book Erickson sono realizzati in formato .epub, codificati e criptati con Adobe DRM (Digital Rights Management). Per poter leggere senza problemi gli e-book protetti dalla tecnologia DRM, è necessario possedere un...

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Lettura: è necessario avere un programma da installare sul computer, come Adobe Digital Editions: è gratuito ed è scaricabile a questo indirizzo. Terminata l'installazione, consigliamo di autorizzare il programma ad accedere all’ID Adobe.
L’E-book può essere letto su dispositivi Ios, Android, Kobo e Sony Reader.
Per maggiori informazioni vedi la Guida alla lettura degli E-BOOK.

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Operatore socio-assistenziale / socio sanitario Disabilità
Contenuti
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Presentazione (T. Daniele)

Prima parte: Un mondo da conoscere
- Premessa 
- Capire la cecità (Eliminare l’equivoco; Rovesciare l’ottica; Esiste la normalità?; Unici e irripetibili; Pregiudizi; Il giogo dell’esclusione; Immagini; Non discriminare i sensi; L’altro te stesso)
- Come rapportarsi a chi non vede (Terribili e grotteschi; Non parlare di corda in casa dell’impiccato; Reagire alle avversità; Perché ricorrere alla resilienza; Credere in se stessi; Valutare con obiettività; Individuare la giusta rotta; Disponibilità al cambiamento)
- Ricominciare dal futuro (Evitare gli azzardi; Non chiudersi in una gabbia; Prima persona, poi cieco; Prendere bene le misure; Ristrutturare; Adottare una nuova prospettiva; Il piacere della reciprocità; Cosa ti può insegnare un cieco?)
- La cassetta degli attrezzi (Riconoscere le differenze; Sentirsi liberi; L’importanza della relazione; Uscire dalle proprie scarpe; Saper ascoltare e saper comunicare; La pretesa di essere capiti; Quel che un cieco può fare da solo; Qualche utile accorgimento)

Seconda parte: Dispiegare le vele
- Premessa
- Riscoprirsi vivi (L’ultimo giorno in cui ho visto; Saper reagire)
- Muoversi nelle paludi (Quando la palude diventa esclusione; Mi hanno detto che non posso; Gli ostacoli si affrontano, oppure si aggirano)
- Spiccare il volo (A scuola dove voglio; Un successo che sorprende)
- «Normali» conquiste (Ordine e buona memoria; Obiettivo autonomia)
- Darsi misura (Aiuto reciproco; Quando un cieco si aiuta da solo)
- Capire e capirsi (Davvero non ti vedo?; Consapevolmente genitori; Accomunati da una causa)
- Fino a piacersi (L’ingegno creativo; Se il lavoro non mi basta; Viaggiare in quattro sensi)
- L’essenziale è invisibile agli occhi

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Data di pubblicazione: 01/2014
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