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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Didattica
L'intervento di Daniela Lucangeli e degli altri relatori al Convegno
Nella seconda giornata di lavori del convegno “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, molti relatori con expertise diversi si sono alternati al microfono, affrontando temi diversi. Tanti, come tante sono le sfide che deve affrontare oggi l’educazione. Ecco qualche passaggio dei loro interventi. Daniela Lucangeli (Università degli Studi di Padova) Emozioni e circuito della ricompensa nell’età digitale: dipendere o desiderare? «Oggi parliamo di questo oggetto, dello smartphone. È l’oggetto più venduto al mondo, lo sapevate? È più venduto persino delle bottiglie d’acqua. È stato calcolato che, ogni giorno, noi tocchiamo il nostro cellulare 2.600 volte. Siamo diventati dipendenti dai nostri smartphone, da questi device riceviamo in tutti i momenti notifiche che attivano il sistema della dopamina del nostro cervello. Due anni fa nel DSM,  il manuale dei disturbi psichiatrici, è comparsa improvvisamente una sigla: “internet addiction”. “Addiction” è una parola adoperata comunemente con riferimento alle droghe. Da un po’ di tempo esistono anche l’ “internet addiction” e la “device addiction”. E se questo sta accadendo a noi adulti, chiediamoci che cosa sta accadendo ai nostri figli, bambini e adolescenti. Questi device che creano dipendenza sono in grado di modificare tutte le strutture connettomiche del nostro cervello. Sono diventati un’estensione del nostro io, a cui ci rivolgiamo in ogni istante alla ricerca di microdosi di dopamina per il nostro sistema delle ricompense. Abbiamo il cellulare in mano mentre siamo a passeggiare, mentre stiamo con i nostri figli, mentre giochiamo con loro. Ora dobbiamo capire che un conto è giocare con un bambino con un obiettivo educativo a fianco lui, perché questo rende più plastico il nostro sistema cognitivo, e un conto è sostituire la presenza umana con un comodo sistema di levetta della dopamina. La tecnologia è il futuro se abbiamo l’umano che non si lascia percorrere da rischi che nemmeno conosce e sono rischi che vanno dalla disprogrammazione cellulare alla dipendenza alla perdita della libertà. Questa non è una predica, è un alert. Quando c'è un pericolo così grande, non si possono dire i fattori positivi, prima occorre fermare il rischio e poi riprendere le strade educative. Non sto facendo una battaglia sulla debolezza della tecnologia. Anzi, la tecnologia ci ha sostituito. Io sto facendo una battaglia in cui vi chiedo aiuto per ritornare a dare forza all'umano. Ciascuno di noi in questo momento è nella condizione di scegliere la non dipendenza per sé, per i suoi figli e per i figli di tutti».  Carlo Scataglini (insegnante di sostegno, L’Aquila) con Irene Galli (studentessa e scrittrice, Firenze) e Carolina Raspanti (scrittrice e attrice, Lugo di Romagna) Il sostegno che vorrei, l’inclusione che vorrei. Voci di scuola vissuta e viva «Carlo Scataglini chiede a Irene Galli e Carolina Raspanti, due ragazze protagoniste del libro “Giù per la salita - La vita raccontata da uomini e donne con Sindrome di Down”, che sostegno vorrebbero. Irene: «Io vorrei stare in classe. Io quando sto in classe sto bene. Con il sostegno vorrei che il mio insegnante non mi stesse appiccicato addosso. Io qui a Rimini sono venuta da sola, senza la mia mamma. Lei doveva andare a Roma, quindi sono venuta da sola. Per me l’inclusione è non lasciare indietro nessuno». Carolina: «La scuola è importante per ognuno di noi, per la nostra crescita e la nostra maturità. Agli insegnanti vorrei dire d non mollare mai, di non abbattersi mai, di andare sempre avanti a muso duro. E soprattutto: mai escludere, mai isolare, mai lasciare i ragazzi da soli. Rendere le persone partecipi, attive, dinamiche, e fare in modo che diano quanto hanno dentro». Carlo Scataglini conclude il dialogo con una riflessione personale: «Sei anni fa ho scritto un libro: “Il sostegno è un caos calmo – E io non cambio mestiere”. Sei anni dopo, la penso ancora nello stesso modo, io non cambio mestiere. Ma adesso vorrei che cambiasse lui, il sostegno. Vorrei un sostegno diffuso, non più sostegno, ma sostegni. Sostegno, a cominciare dai dirigenti scolastici. Un sostegno in cui non esista più la delega, ma in cui tutti i docenti si sentano parte di un percorso condiviso. Un sostegno degli insegnanti del consiglio di classe, appunto, che finalmente sappiano come muoversi perché hanno preso in carico il problema e hanno la giusta formazione. Perché conoscono le tecniche operative di facilitazione e semplificazione e non dimenticano mai che gli alunni della loro classe sono 25, non uno di meno». Franco Lorenzoni (Casa-laboratorio di Cenci, Amelia) La necessità di educare controvento. Quale cultura e quali domande per educare oggi? «Sono convinto che ognuno di noi porti dentro tante identità, congelate, che hanno bisogno di essere massaggiate e accarezzate per essere scongelate. Io penso che ci sia una scuola freezer dove tutto è congelato, dove quando abbiamo una identità è sempre quella, e siamo trattati per quella identità che rimane ferma, sempre quella. E poi c'è una scuola forno, dove tutto si trasforma, dove la farina e l'acqua diventano pane o dolce. É difficile fare la scuola forno ma è quella che dobbiamo fare. Se noi ci accontentiamo di ciò che è fermo e congelato non andiamo da nessuna parte. Se riusciamo a mettere insieme tutte le componenti che possono produrre il saporito, e che se messe insieme sono profumate, abbiamo compiuto il nostro compito. Sapere e sapore hanno molto a che fare tra di loro». Eva Pigliapoco e Ivan Sciapeconi (insegnanti e formatori, Modena) L’inclusione è una storia dolce «Circa 15 anni fa abbiamo inserito nelle nostre classi, eravamo in prima, una bimba ganese sorda, che comunicava ancora male con la LIS, la lingua italiana dei segni. Noi insegnanti eravamo ignoranti in materia e ci siamo attivati tutti, organizzando un percorso serale che coinvolgesse tutti noi adulti, dai docenti, ai genitori, al personale della segreteria, ai bidelli. Poi abbiamo inserito nel curriculum delle due classi parallele in cui lavoravamo insieme tre ore settimanali di LIS per 5 anni, in modo che tutti i bambini potessero comunicare con la bambina sorda tramite la LIS. È stata un’esperienza forte, che ha lasciato il segno nei bambini, e ce ne siamo accorti solo in un secondo momento, come sempre capita nelle storie belle di inclusione. È stata un’esperienza utilissima per Maddalena, una bambina intelligente che non riusciva a partire con la letto-scrittura e poi si è sbloccata con la dattilogia, le lettere dell’alfabeto delle mani. È stata un’esperienza utile per Maria, una bambina molto chiusa che è riuscita a uscire dalla sua timidezza . È stata un’esperienza utilissima anche per Gennaro, un bambino che rischiava di essere bocciato alle scuole medie, quando i suoi compagni di classe che gli suggerivano sotto il banco con le mani. Gli abbiamo fornito un’arma segreta! L’inclusione è una storia dolce perché è l’unico modo per far stare bene tutti, anche se spesso è faticosa, è sicuramente faticosa, però noi ce la possiamo fare, non dobbiamo mollare».  Arianna Saulini (Advocacy Manager, Save the Children Italia) 20 novembre 2019: la convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza compie trent’anni! Conquiste e sfide per il futuro «Nei ragazzi che abbiamo intervistato colpisce il fatto che molti di loro non hanno desideri e sogni nel cassetto per il futuro, crescono e vivono nei quartieri e non hanno possibilità di uscire dal contesto che vivono in quel momento. Crescere con il riscaldamento globale è un dato, non allarmismo. Coloro che sono nati dopo il 2000 stanno vivendo gli anni più caldi dal 1800 a oggi. Il movimento che è nato intorno a Greta e di cui si inizia a parlare tanto non è solo allarmismo. La cosa fondamentale che ha fatto Greta con il suo movimento è stato dimostrare che i minori sono soggetti di diritto, come riconosce la convenzione ONU, che auspica la loro partecipazione a tutti i contesti della vita: dalla famiglia, alla scuola, all’ambito sociale». Maria Luisa Iavarone (Università degli Studi di Napoli Parthenope) Dalle colpe dei minori alle responsabilità degli adulti: il modello A.R.T.U.R. come intervento di pedagogia civile «Noi oggi siamo in grado, grazie a una quantità di dati strabordante, di individuare i predittori del rischio di devianza che vengono da indicatori già stabilizzati. Oggi nascere in un determinato quartiere con un determinato cap, ti espone inesorabilmente a un destino che per un terzo è già scritto. Se vogliamo avere un approccio che sia multifocale rispetto alla prevenzione del rischio, dobbiamo dotarci di lenti più capaci di mettere in luce questi percorsi, ad esempio creando una anagrafe del rischio, accompagnando i minori che vivono e sperimentano situazioni difficili perché provenienti da famiglie fragili». Roberta Caldin (Università degli Studi di Bologna). Educazione 0-6 anni e inclusione scolastica: un bilancio a due anni dalla pubblicazione dei D. Lgs. 65-66/2017 «Se siamo costruttori dell'identità dell'altro, e cominciamo invece fin dall'infanzia a dire che i bambini con disabilità sono malati e che sarà solo lo psicologo a curarsi di loro, questa identità è medicalizzata e sanitarizzata e non sarà mai un’identità competente, ma un’identità che viene riportata alla riparazione del danno, a qualcosa che è rotto e che è da aggiustare. Qualcosa che quindi che costringe tutti noi che lavoriamo nei processi inclusivi a tornare indietro, per fare in modo che anche l'altro, colui con il quale lavoro, abbia una identità non negata, come dice Andrea Canevaro, ma abbia una identità competente, la cui competenza dipende però dal nostro sguardo e dal livello di progettualità che noi siamo in grado di dare loro» John Lochman (University of Alabama) Rabbia e aggressività in bambini e adolescenti: risultati e prospettive dell’intervento cognitivo-comportamentale «Negli ultimi 40 anni sono stato ricercatore e ho studiato bambini con comportamenti aggressivi in famiglia o a scuola. L'aggressività nei bambini è un problema, perché è stabile. Quando vi è un bambino molto aggressivo a 8 - 9 anni, la probabilità che l'aggressività continui successivamente è molto alta. Sono bambini che successivamente possono peggiorare e adottare comportamenti violenti, criminali o abusare di sostanze. Nel corso degli anni abbiamo sviluppato vari interventi cognitivo - comportamentali per questi bambini. Recentemente abbiamo lavorato sul coping power con questi bambini. Attraverso una serie di studi sull'efficacia, abbiamo visto che i bambini che ricevono un trattamento di coping power hanno un’aggressività ridotta, un tasso di criminalità ridotto e anche un uso di sostanze ridotto. E la cosa positiva è che questi risultati sono stabili nel tempo».
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Search-ME - Erickson 2 Concorsi e professioni della scuola
L'importanza di utilizzare e adattare metodologie didattiche evidence based
Negli ultimi 10 anni è andata affermandosi sempre più nel mondo anglosassone una “cultura dell’evidenza”  che promuove, anche nel contesto educativo, l’utilizzo di strategie e metodi basati sulle conoscenze offerte da metodi di ricerca scientifici. L’applicazione dell’approccio evidence based è partita inizialmente in ambito medico, per poi estendersi all’ambito delle scienze sociali e dell’educazione. Anche nel nostro Paese la evidence based education sta ricevendo un’attenzione crescente.   IL RUOLO DELLE METODOLOGIE DIDATTICHE EVIDENCE BASED Margo Mastropieri e Thomas Scruggs, professori emeriti alla George Mason University (USA) e relatori al CONVEGNO ERICKSON “LA QUALITÀ DELL’INCLUSIONE SCOLASTICA E SOCIALE”, hanno approfondito il ruolo delle metodologie didattiche evidence based utilizzate con alunni con Bisogni Educativi Speciali attraverso uno studio qualitativo portato a termine nel 2016 e intitolato “Personalizing Research: Special Educator’s Awareness of Evidence based Practice” (Mary Guckert, Margo A. Mastropieri e Thomas E. Scruggs).    NON TUTTI I DOCENTI LE CONOSCONO Da questo studio, condotto su un campione di docenti americani specializzati nel sostegno attraverso interviste semistrutturate, la disamina di lavori realizzati in classe e i rapporti analitici scritti dai ricercatori in seguito alle interviste agli insegnanti, è emerso che, pur tra docenti altamente specializzati, il livello di conoscenza delle metodologie didattiche evidence based è molto variabile. I docenti più preparati sulla ricerca tendevano a utilizzare, fare affidamento e condividere spesso i risultati delle ricerca nella loro didattica. I docenti mediamente preparati usavano e condividevano la ricerca senza continuità e senza farci affidamento costante. I docenti meno preparati sulla ricerca la usavano e condividevano poco nella loro didattica e non ci facevano molto affidamento. Lo studio indica perciò che l’affidamento e il ricorso alla ricerca nella pratica didattica è direttamente proporzionale al livello di conoscenza e consapevolezza della ricerca stessa.   DALLA CONOSCENZA DELLA STRATEGIA ALLA PERSONALIZZAZIONE In più, quello che emerge dallo studio condotto da Mastropieri e Scruggs è che il livello di conoscenza della ricerca in ambito didattico condiziona anche la capacità di personalizzarne efficacemente l’applicazione in classe, adattandola alle esigenze dei propri alunni, e in particolare a quelli con Bisogni Educativi Speciali. Tra i docenti presi in esame dallo studio, quelli più preparati sulla ricerca riuscivano a personalizzarla facendo in modo che il suo impatto sull’apprendimento da parte di alunni con BES fosse positivo. I docenti mediamente preparati personalizzavano la ricerca, senza però riuscire a ottenere risultati indiscutibilmente positivi. I docenti meno preparati sulla ricerca la personalizzavano, ma con risultati scarsi o nulli sull’apprendimento degli alunni. Dallo studio emerge perciò che la comprensione da parte dei docenti degli aspetti essenziali di una strategia didattica evidence based è fondamentale ai fini di una sua applicazione personalizzata efficace.  
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Search-ME - Erickson 3 Didattica
Lo spettro di chi non crede nell’inclusione e il ghost-buster di ricerca, evidenze, buone prassi
Si è aperta oggi la 12esima edizione del convegno Erickson “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, con la partecipazione di oltre 150 relatori ed esperti di fama nazionale e internazionale, provenienti da ambiti diversi, che portano le loro esperienze e visioni per offrire spunti di riflessione a una platea di oltre quattromila persone. Ecco alcuni passaggi degli interventi dei relatori alla prima giornata di convegno, durante la sessione plenaria. Dario Ianes (Libera Università di Bolzano e co-fondatore di Erickson) Lo spettro dell’incluso-scetticismo si aggira per l’Europa… ma non a Rimini  «Gli inclusio-scettici sono quelli che non credono che l’inclusione sia possibile, quelli che non credono che una scuola inclusiva sia possibile, quelli che credono che se una scuola inclusiva si potesse in qualche maniera realizzare non sarebbe comunque utile, positiva, efficace per i bisogni reali degli alunni e delle alunne con disabilità. Questi spettri che si aggirano per l’Europa in questi giorni a Rimini non ci sono, li stiamo allontanando. Per controbattere alle tesi degli inclusio-scettici possiamo fare molte cose, cose molto concrete. Prima cosa: raccogliere evidenze. Noi abbiamo bisogno di evidenze, abbiamo bisogno di dati. Evidenze non sono solo dati empirici fatti dalla ricerca, le evidenze sono le buone prassi, le cose concrete che facciamo che vanno documentate, tesaurizzate, vanno diffuse. Questo è un nostro compito fondamentale. Le buone prassi non vanno chiuse in un cassetto e lasciate lì. Dobbiamo svilupparle e poi diffonderle in tutti i modi possibili». Massimo Faggioli (IUL-Università Telematica degli Studi) Il progetto Expert Teacher «“Expert Teacher” è un progetto sviluppato da Erickson che viene da lontano perché ormai sono tre anni che ne parliamo. È un progetto su cui abbiamo ragionato a lungo anche all’INDIRE che riguarda la creazione di profili di docenti esperti e la certificazione di questi profili. È un progetto molto importante e ambizioso perché nella scuola in cui viviamo le competenze crescono spesso attraverso la consuetudine, l’esperienza, ma non esistono quadri di riferimento. Mi riferisco soprattutto alle figure di sistema, a quello che potremmo definire “middle management scolastico”». Susanna Tamaro (scrittrice) Alzare lo sguardo. Il diritto di crescere, il dovere di educare «Oggi è difficile fare leggere i bambini, oggi nelle scuole primaria si fa fare l'analisi del testo, è una cosa da università! Secondo me, bisogna fare leggere cose che appassionino. “Cuore di ciccia” è un libro che furoreggia da 30 anni, i bambini lo amano, lo rileggono, se lo regalano. Se il libro è noioso non c'è speranza. Sibilla Aleramo viene imparata a memoria ma dopo vade retro. Fate leggere anche Fabio Volo, o un libro sul calcio, perché l'importante è la lettura. Bisogna andare incontro all'interesse dei ragazzi, perché se scopri che la lettura è bella, impari a leggere. Io detestavo il Verga. Verga non si può imporre a 15 anni, lo farà chi sceglierà Lettere all'università. Bisogna andare incontro con intelligenza alle passioni dei ragazzi».   Giacomo Mazzariol (scrittore) Vedere e scegliere di amare. Io e mio fratello con un cromosoma in più «Il mio rapporto con mio fratello Giò che ha quasi 17 anni, è stata la sorpresa più bella che io ho avuto in questa piccola parte della mia vita. Ho solo 22 anni. Parlare un po’ di me e un po’ di lui l’ho fatto tante volte. Adesso è uscito il film “Mio fratello rincorre i dinosauri”. Io sono il tipo di fratello che lo carica sulle spalle e salta la siepe perché è troppo alta per lui, quando cado ci sfracelliamo al suolo, mia madre muore secca sul colpo! Non sono una persona “educativa”, anzi. La protezione che posso dare adesso a mio fratello è di linguaggio. Quello che faccio io è un lavoro sugli sguardi, sui corridoi, sui commentini, le sgomitate, insomma tutte le relazioni, tutta quella che è la vita al di là della scuola e che crea pregiudizio, una risatina in più. Bisogna cercare di ridere con una persona, anziché di una persona. Che è il problema delle relazioni a scuola». Serenella Besio (Università degli Studi di Bergamo) Il diritto al piacere del gioco per tutti «Il gioco è importante. Se ne è occupata anche l’ONU che ha istituito il diritto al gioco per il bambino, che deve essere assicurato per tutti i bambini. Implicitamente questo ci dice: se il bambino non gioca, non si sviluppa nel modo migliore possibile. Anche il bambino con disabilità deve poter giocare per il piacere stesso del gioco, proprio come gli altri bambini. In particolare, non deve essere sovrastato da attività ludiformi, attività riabilitative rivestite da una patina ludica che non sono gioco in sé». Alessandro Zanchettin (Dipartimento di scienze dell’educazione Università degli Studi di Bologna) Conoscere e apprendere il mondo attraverso il teatro «Negli anni Settanta il teatro era entrato in maniera importante a scuola nella sperimentazione di didattiche innovative. Successivamente, si è perso un po’, non il teatro in sé ma la sua pratica a scuola, diventando un’attività extra-curricolare. Ora sarebbe necessaria una riflessione per aprire nuovi spazi per la teatralità all'interno di altri setting della scuola. Il teatro aiuta ad imparare molte cose. Ad esempio, ad apprendere in una dimensione di gruppo, una cosa che non è affatto semplice, perché le dinamiche che si creano all'interno di un gruppo, delle relazioni, sono spesso legate a grandi difficoltà, addirittura generano emozioni negative che non si riescono a esprimere. Cercare soluzioni a queste difficoltà per la convivenza è uno degli elementi interessanti che si potrebbero sviluppare all'interno di una pratica teatrale non fuori dagli ambienti scolastici, ma dentro agli ambienti di apprendimento dove si impara a stare insieme». Camillo Bortolato (pedagogista e insegnante, ideatore del Metodo Analogico intuitivo) La straordinaria normalità del Metodo Analogico «Perché i bambini non battono ciglio quando sono davanti a un computer e devono fare cose difficili, mentre a scuola con noi vanno in catalessi? Perché la scuola è troppo lenta per loro. I bambini oggi hanno bisogno di vedere tutto, di istantaneità e non di gradualità. Perciò a scuola dobbiamo buttarci anche noi con i bambini, come fa l’anatra con i suoi piccoli quando li porta a nuotare per la prima volta. Si butta, e va avanti, senza frenare nessuno con le sue preoccupazioni».
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Search-ME - Erickson 4 Didattica
La mozione finale della dodicesima edizione del Convegno "La Qualità dell'inclusione scolastica e sociale"
Giusto a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, quando si pensava perfino alla fine della storia e a una società aperta e libera, l’epoca attuale segna invece venti di separazione, rancore, odio tali da mettere in discussione quel patrimonio civile che l’inclusione sociale ed economica si prometteva. Chi come noi si occupa dell’infinita varietà delle differenze conosce molto bene i muri che separano ed escludono non solo attraverso barriere materiali, ma soprattutto con quelle immateriali e culturali che considerano l’inclusione e l’autorealizzazione di ogni essere umano come romantica utopia. Per questo dobbiamo allargare lo sguardo dalla scuola al mondo, riconoscendo che tra i due è in gioco, oggi, una scommessa di civiltà e di democrazia. Al proposito non è un caso che perfino sulla drammatica esperienza umana della senatrice a vita Liliana Segre, bambina ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, si arrivi ad intimidazioni e a polemiche incivili. Appunto, i muri mentali che sembrano rinascere. Ecco perché rivolgiamo a Liliana Segre un grazie profondo per i valori che ci insegna e per come intende abbattere i muri del pregiudizio, del razzismo, dell’intolleranza. Allargando lo sguardo. Al 12° Convegno Erickson “La qualità dell’inclusione scolastica e sociale” sono presenti 4.000 persone che si occupano di educazione inclusiva come scelta di civiltà e di valore. Sono presenti insegnanti di sostegno, curriculari, dirigenti scolastici, educatori, genitori, professionisti della pedagogia, della clinica, del sociale, studiosi e studenti. Tutti insieme a confronto e in ricerca per costruire una comunità che non frappone muri tra professioni e poteri, ma cerca ponti, terreni comuni per il medesimo destino: rendere migliore per tutti questa confusa epoca del nostro Paese che oscilla tra pregiudizi, scorciatoie assistenzialistiche, corporativismi, un’epoca dove pare dominare il “si salvi chi può” e non invece opportunità e autorealizzazione per tutti. Abbattere muri è il filo conduttore del nostro impegno. Che per noi è superare opacità, incertezze, ritardi che rischiano di rendere fragile la nostra esperienza inclusiva e di riprodurre ritorni al passato di pratiche educative, selettive e separative. 1) INCLUSIONE È LO SGUARDO IN AVANTI Il dibattito pedagogico sul destino del nostro sistema formativo segnala nuovi muri culturali, amplificati dai medi, circa il dovere di tornare a bocciare, di esaltare la lezione frontale, e il mito della vecchia grammatica e del riassunto. Segnali preoccupanti di un dibattito che volta lo sguardo all’indietro e non pensa futuro. Tutti segni di fragilità, prima di tutto culturali, che minano l’idea di una scuola inclusiva capace di accogliere e integrare tra loro tutte le eterogeneità umane. Sottostante all’emergere di critiche all’inclusione, c’è un’idea e ci sono pratiche che hanno al centro le discipline, la selezione, una didattica trasmissiva e rigida che non rispetta le unicità di ogni singola persona di essere, apprendere, relazionarsi. 2) UNA PROFESSIONE INCLUSIVA Solo uno sguardo autenticamente professionale può allargare lo sguardo sul governo dei processi di innovazione e riforma per superare le fragilità del presente e realizzare quello che da anni chiediamo: formazione iniziale per tutti sulla didattica inclusiva come pratica normale e di tutti, che non riguarda solo l’insegnante di sostegno; formazione in servizio, obbligatoria e costante nel tempo; formazione dei Dirigenti Scolastici come loro competenza strutturale non accessoria; sviluppo dell’autonomia didattica e della flessibilità dei curricoli; progettazione didattico-educativa soprattutto nella Scuola Secondaria con tempi e spazi adeguati; una filosofia contrattuale della scuola che valorizza gli insegnanti nella misura in cui tutela i diritti degli studenti; docente di sostegno come partner strutturale dello sviluppo di una classe inclusiva, in cui l’atto dell’intervento didattico a favore di tutti gli alunni, è competenza di tutti i docenti; il riconoscimento che ogni alunno, in rapporto alla propria condizione, ha diritto ad una relazione che sviluppi e solleciti i potenziali con didattiche individualizzate idonee, anche speciali, ma mai escludenti e/o isolanti. Dunque, ci aspettiamo molto dalla Politica perché sciolga i molti nodi irrisolti, per andare oltre ai molti pregiudizi e ostacoli corporativi.  3) RIPRENDIAMOCI LA PEDAGOGIA Le tendenze in atto sull’interpretazione di ogni difficoltà umana in chiave clinica e certificativa ha prodotto un confuso apparato gestionale dove domina la burocrazia sanitaria e non una logica integrata di analisi della funzionalità di ogni persona. L’ICF non è entrato ancora, non solo nei documenti formali, ma anche nella cultura antropologica di interpretazione della vita umana. La pedagogia si occupa di persone nella loro dimensione bio-psico-sociale, non di sintomi né di terapie palingenetiche.  4) ALLARGHIAMO LA SQUADRA La fragilità di sistema delle risorse di personale è giunta ormai a livelli di guardia. Tra docenti di sostegno senza titolo, mobilità caotica del personale, la presenza di altre professionalità mal connesse alla realizzazione di una comunità educante organica, l’esito è di un’inclusione spesso precaria, in cui l’eccellenza sembra dipendere dal caso più che da una visione sistemica. Vi sono questioni di natura contrattuale, di programmazione seria della formazione e gestione delle risorse che va sanata. Troppo spesso ancora abbiamo l’impressione che i bambini siano più pretesto per i posti che un progetto educativo di qualità. Questo per quanto riguarda i docenti. È giunto però il momento di andare oltre e di avere il coraggio di proporre nuove forme istituzionali e organizzative anche per le altre figure professionali che gravitano nella scuola per l’inclusione. Per questo condividiamo le ipotesi di lavoro a cui stanno lavorando alcuni membri della commissione scuola dell’ANCI su due figure professionale strategiche: gli educatori professionali per l’autonomia, anche in relazione alla recente legge Iori. Va decisamente superata la loro condizione di essere considerati “accessori di copertura”, realizzando invece una loro utilizzazione, sia dentro che fuori la scuola, come “ponti” in grado di creare relazioni significanti costruendo autonomia. Quindi, non un optional affidato ai Comuni con metodi casuali e realizzati nelle logiche degli appalti sociali. L’internalizzazione di questa professione come organica al sistema formativo pubblico, è un obiettivo importante. Supererebbe il cottimo di una professione lasciata al caso e favorirebbe un lavoro di comunità integrato, non costerebbe nulla, se non il trasferimento di fondi da un’amministrazione a un’altra. La maturazione di un profilo professionale più maturo nelle attività di assistenza di base affidato doverosamente ai collaboratori scolastici, con una competenza e formazione specifica che superi anche la confusione presente in alcuni territori con gli OSS, immaginando un profilo di collaboratore che potrebbe essere denominato OSE (Operatore socio-educativo, garantendo quindi più organicità e professionalità. 5) PER UNA GOVERNANCE LOCALE INCLUSIVA Dobbiamo riconoscere che si stanno logorando le relazioni tra scuola, servizi sociali, sanitari e famiglie in ordine a una comune realizzazione del “Progetto di vita” per ogni persona. Impacci burocratici, ma anche difficoltà culturali e pregiudizi, lasciano la scuola spesso da sola o attorniata da controparti. È indispensabile un salto di qualità: l’approccio multidisciplinare e il dialogo multiprofessionale è la premessa perché l’inclusione funzioni. 6) SPAZIO ALLA RICERCA E ALLA DOCUMENTAZIONE Troppo spesso le nostre opinioni sulla qualità dell’inclusione sono più di carattere personale o episodico che più rigorosamente scientifiche. Inoltre, la raccolta e la disseminazione delle cosiddette buone prassi, sono aleatorie. Anche i sistemi di valutazione dell’inclusione sono al momento incerti. È indispensabile aprire una stagione, più intensa e strutturata, di ricerca pedagogica e di ricerca didattica svolta non solo dal sistema universitario per avere un quadro più realistico e meno enfatico di come va l’inclusione e per cogliere le fragilità ed eccellenze presenti ai diversi livelli. Ciò servirebbe anche a replicare con i fatti agli inclusio-scettici che in Europa, e anche in Italia, non credono nella scuola inclusiva.
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Search-ME - Erickson 5 didattica per competenze
Come assegnare i compiti e organizzare le attività in un’ottica per competenze
Programmare per competenze è diventato un leitmotiv nel lessico didattico più recente. Per riprendere le parole del pedagogista Grant Wiggins: «si tratta di accertare non ciò che lo studente sa, ma ciò che sa fare con ciò che sa». È questa la sfida con cui la scuola è chiamata a confrontarsi nel passaggio da una «scuola delle conoscenze» a una «scuola delle competenze». Ecco una serie di compiti a forte valenza analogica, che possono essere estremamente utili per consolidare e accrescere competenze di tipo diverso, oltre che per utilizzare, reperire, organizzare conoscenze e abilità. Invece che chiedere: «Studiati l’antico Egitto, in particolare il culto dei morti, la prossima volta ti interrogo», potremmo porre la questione in questo modo: «Tu sei il faraone Ramses II e vuoi dare disposizioni per quando morirai: monumento funerario, trattamento del corpo, cerimonia funebre, arredi funerari, conservazione del corpo e della tomba, ecc. Scrivi il tuo testamento, che leggerai alla classe, che rappresenta la corte dei tuoi dignitari, che avranno il compito di eseguire le tue volontà.» L’alunno dovrà certamente studiare ugualmente, ma gli viene chiesto di organizzare il proprio apprendimento in una comunicazione contestualizzata e finalizzata. Potremmo chiedere: «Studiati il Messico, la prossima settimana ti interrogo», oppure: «Tu sei un tour operator e devi convincere noi 25 della classe a comprare tutti un biglietto per il Messico. Tieni presente, però, che ciascuno di noi è interessato a cose diverse: chi la cultura, chi la storia, chi il paesaggio, chi l’economia, chi lo svago… Trova le argomentazioni e gli elementi perché tutti noi, pur con interessi diversi, saremo convinti a partire per il Messico. La prossima settimana riunirai i clienti e illustrerai le ragioni che consigliano di partire. Puoi usare cartelloni, foto, diapositive, filmati, PowerPoint e tutti gli strumenti e le informazioni che riterrai più utili». Il compito esemplificato obbliga l’alunno a reperire le informazioni più adatte, organizzarle in categorie, trasformarle in un prodotto comunicativo persuasivo efficace, magari di tipo multimediale ed effettuare una comunicazione pubblica di tipo espositivo-argomentativo. Come facilmente si comprende, è un compito che può assegnare l’insegnante di geografia «nelle sue ore», ma che offre spunti di riflessione e di valutazione all’intero gruppo docente.
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Search-ME - Erickson 6 Pedagogia
Le riflessioni di alcuni insegnanti e autori Erickson in occasione della Giornata Mondiale degli insegnanti
Chi crede nel valore dell’educazione sa che quello di insegnante è uno dei lavori più delicati e allo stesso tempo più importanti del mondo. Assieme a chi la pensa così ci siamo anche noi di Erickson. In occasione della Giornata Mondiale degli insegnanti che si celebra il 5 ottobre, abbiamo chiesto ad alcuni docenti e autori Erickson una riflessione su cosa significhi essere insegnante oggi. Ecco che cosa ci hanno raccontato.   «Molti anni fa, agli inizi della mia professione, da ventenne universitaria, mi trovai catapultata  in una scuola elementare (allora si chiamava così); lì  incontrai una “maestra”, di quelle storiche per quella scuola… mi guardò,  mi abbracciò e mi disse sottovoce: “Vedrai questo è il più bel mestiere del mondo… Coraggio!” Sono passati quasi 40 anni da allora, ma non ho mai dimenticato quell'abbraccio e quelle parole… molte cose nel frattempo sono cambiate nella scuola, nelle famiglie, negli studenti, e il “mestiere” dell’insegnante è diventato sempre più complesso e complicato. E molte volte mi sono chiesta, spesso alla fine di una estenuante giornata scolastica, se quelle parole oggi avessero ancora un senso. Be' tutte le volte la mia risposta è stata sempre quella: Sì!!  Essere un insegnante, anche oggi, non è solo la cosa più bella del mondo, essere un insegnante significa, oggi più che mai, avere il grande potere e la grande responsabilità di aiutare i bambini a cambiare il mondo e a rincorrere i propri sogni, fornendo loro gli strumenti necessari per farlo!» Giuseppina Gentili «Vicino a casa mia, nell'Oregon, c'è una piccola città fantasma del vecchio West e, al centro di questa città, c'è l'edificio della scuola. Avete presente la Casa nella Prateria? O la Signora del West? Una di quelle, con la campana e la stufa a legna, esattamente una di quelle. Reliquia di un tempo in cui insegnare voleva dire "sapere" e "trasmettere il sapere", e l'insegnante era il custode della conoscenza al quale ci si rivolgeva per imparare. Reliquia di ieri. Oggi l'insegnante, nella trasmissione del sapere, ha un'agguerrita concorrenza nei mezzi di comunicazione, nei media, negli strumenti digitali che mettono qualsiasi contenuto e informazione alla portata di tutti, alla distanza di un click. Cosa significa, dunque, essere insegnante oggi? Me lo sono chiesta spesso. Un vecchio proverbio dice che "L'insegnante non riempie un vaso, ma accende un fuoco". Credo che una delle possibili risposte stia proprio lì. La differenza tra quello che ci può dare Google (o Wikipedia, o quello che volete voi) e quello che ci può dare un insegnante è esattamente questa: se il primo riempie, il secondo accende. Insegnare oggi, per me, non dovrebbe essere solo fornire solide basi culturali, ma significa soprattutto risvegliare l'interesse nei ragazzi, far divampare quell'incendio di curiosità, entusiasmo e voglia di conoscere che, una volta acceso, li accompagnerà per tutta la loro vita. In altre parole, fare quello che nessun media digitale potrà mai fare. I contenuti potranno prenderli dove vorranno, ma la voglia di conoscere cose nuove e di allargare i loro orizzonti, potrà trasmetterla solo un buon insegnante». Lara Carnovali «Essere insegnanti oggi, in un momento in cui la scuola è per necessità obbligata a rivedersi e modificarsi, è una sfida motivante. L’insegnante ha necessità di essere in primo luogo un abile costruttore di relazioni. Se usiamo una metafora, l’insegnante si trova all’interno di una complessa e intricata ragnatela e ha il compito quotidiano di “tessere i fili in una trama a diversi e intrecciati ancoraggi”: gli alunni, la/le famiglia/famiglie, la comunità, i colleghi, l’istituzione scolastica, i contenuti di apprendimento, la motivazione, i processi attivati e i bisogni educativi speciali. Ognuno di questi ancoraggi va connesso con gli altri e l’insegnante ha proprio il compito di lavorare con grande delicatezza per mantenere un equilibrio che non sempre è stabile. Non si può infatti toccare un ancoraggio/filo senza che il movimento sia percepito anche dagli altri perché la ragnatela è in stretta interdipendenza; dunque ogni azione, pensiero, comunicazione vanno pensati e progettati lasciando poco spazio alla casualità e all’improvvisazione. Potrebbe sembrare faticoso, è lo è davvero molto quando si entra nella professione mettendo ogni parte di sé e ogni competenza presente. Sapere di poter fare “la differenza” in quello che è il futuro dei propri alunni, e quindi lavorare non per il qui ed ora, ma per il domani e per la globalità, oltre a richiedere un’assunzione di grande responsabilità, è anche altamente motivante. Questa è la bellezza dell’insegnamento». Desirèe Rossi   «Quest’anno sei in prima. I sorrisi sono ancora da latte e le finestrelle sono poche. I bambini dicono cose buffe, ma non ti puoi permettere di ridere perché sono seri, loro. Tutto molto rassicurante, ti dici, tutto come una volta. Eppure lo sai bene che non è così. I bambini che hai davanti saranno gli adulti del 2045-2050, date da romanzo di fantascienza. E questo non suona poi così rassicurante. Che cosa vuol dire fare l’insegnante oggi? Immaginare la fantascienza, probabilmente questo. Vivi in un piccolo osservatorio (piccolo in termini anagrafici, ovviamente) e hai a che fare con un futuro difficile da immaginare. Non puoi prevedere quale rapporto, questi bambini, avranno con le conoscenze. Quali tecnologie dovranno gestire e quale umanesimo tutto questo potrà far nascere. Puoi solo puntare a sviluppare competenze sufficientemente solide per affrontare i cambiamenti che (di questo sì, sei sicuro) ci saranno. Sei nella navicella di un romanzo di fantascienza e navighi a vista, superi asteroide dopo asteroide e ci si diverte come dei matti. Perché è un po’ come per Colombo: non c’è niente di meglio che essere visionari per scoprire nuove rotte e nuovi tesori». Ivan Sciapeconi e Eva Pigliapoco   «Il docente della scuola attuale deve possedere competenze disciplinari, psico pedagogiche, metodologico-didattiche, organizzative e relazionali, ma deve anche essere in grado di attuare una regolazione continua  della propria progettazione  in base alle risposte degli alunni, dell’insegnante stesso e  del mutamento del contesto al fine di riconoscere, accogliere e valorizzare  tutte le differenze individuali per trasformarle in opportunità di apprendimento. Tutto questo risulta possibile solo se l’insegnante riesce a diventare il costruttore di un ambiente di apprendimento in cui si diventa competenti insieme, in cui ognuno si mette in gioco, avendo ben chiari i propri limiti e le proprie potenzialità.  L’insegnante deve anche essere una guida in grado di aiutare gli studenti a connettere il sapere con l’esperienza quotidiana, a servirsi di strumenti efficaci, a costruirsi strategie operative e a riscoprire l’importanza dell’impegno e della fatica. Solo dando senso “al fare scuola” innovando, sperimentando e agganciando le conoscenze proposte ai contesti di vita reale si può incrementare la motivazione ad apprendere, che risulta essere uno dei fondamenti del successo formativo, finalità imprescindibile per un docente alle prese con la scuola attuale, vista con un organismo complicato interconnesso con molteplici aspetti della società». Elisabetta Grassi «Essere insegnanti oggi vuol dire essere fonte di ispirazione: un promotore di cultura a cui i bambini possano attingere ciò di cui hanno bisogno. L’insegnante deve accendere la scintilla dell’interesse dove manca ed essere capace di coltivare gli interessi che gli studenti manifestano, mettendo la sua competenza e professionalità al servizio del discente. Credo fortemente che il ruolo dell’insegnante debba essere quello di sostegno all’apprendimento, e che il suo scopo sia quello di creare un ambiente di apprendimento sereno e ricco di stimoli. L’obiettivo che mi prefiggo per ogni mio alunno è quello che sia autonomo, motivato, curioso e creativo. Queste sono abilità e competenze che lo accompagneranno per tutta la vita». Giuditta Gottardi «Per un’insegnante della primaria essere insegnante oggi vuol dire andare ogni mattina a scuola con il pensiero che nel pomeriggio ci saranno riunioni su riunioni e poi si andrà a casa pieni di freddo e svuotati di energie. Il messaggio di chi segue il metodo analogico è che si può cambiare la scuola solo nella propria classe ed è un’operazione già difficilissima perché, più che di pensieri comporta un cambiamento di sentimenti profondi. Solo in  questa prospettiva  è possibile lavorare in  serenità, anche se tutto intorno è un mare oscuro di tempesta. Naturalmente bambini permettendo». Camillo Bortolato «Il mio lavoro è fare il maestro di scuola Primaria, un lavoro prezioso per lasciarlo degenerare nella dialettica della politica e nelle chiacchiere ideologiche. È importante per me  importantissimo, per  ridurlo ai tempi di vacanza, ai concetti aziendali delle performances e della valutazione. È troppo prezioso per me, per pensare di poter  contrattare  qualche ora di lavoro, qualche soldo in più senza preoccuparsi della qualità della proposta educativa e didattica o per essere macchiato dalle conversazioni dei gruppi whatsapp dei genitori. Fare l'insegnante oggi è provare l'ebbrezza di sentirsi in mezzo alle correnti ascensionali,  difficili da trovare, ma che ti porteranno lontano senza preoccuparti di scegliere la meta nell'infinito spazio della conoscenza. Ci vuole passione e commozione per capire le intime emozioni e desideri dei tuoi alunni, di  ognuno dei tuoi alunni. Ci vuole pazienza per vedere fiorire nei loro sguardi il sorriso della soddisfazione per avere compreso. Ci vuole carisma per vincere gli incanti di voci che dicono “meglio altro che questo luogo”». Fausto Amenta «Essere insegnante oggi vuol dire prima di tutto essere inclusivi e privi di pregiudizi. Se ripenso ai dialoghi che a volte si potevano ascoltare venti anni fa in Sala Insegnanti, mi vengono in mente alcune frasi del tipo: “Che classaccia la Prima A di quest’anno, proprio a me doveva capitare?”. Oppure, viceversa: “La Prima A di quest’anno non è niente male, per fortuna, è proprio una bella classetta!”. Cosa determinava le fortune o le sfortune di una classe? L’essere “classaccia” oppure “bella classetta”? Ecco, essere inclusivi e privi di pregiudizi significa proprio evitare qualunque catalogazione degli alunni in categorie rigide e immutabili. L’insegnante di oggi deve essere aperto, dinamico e deve possedere quello sguardo sottile che gli consente di scoprire talenti e risorse. È un lavoro, quello dell’insegnante, che va all'attacco con coraggio e intraprendenza, senza tatticismi difensivi per evitare il peggio. Va all’attacco per cercare il meglio in ciascuno degli studenti che vivono nella classe e dà loro fiducia, li incoraggia, li aiuta e chiede loro aiuto. Questo è il lavoro degli insegnanti oggi: far sentire gli studenti importanti, indispensabili, protagonisti. Essere insegnanti vuol dire occuparsi di persone, non solo di contenuti scolastici. Occuparsi di tutti, senza lasciare mai indietro nessuno, nemmeno uno solo!». Carlo Scataglini «Essere insegnanti significa dare il buon esempio mostrandosi onesti, leali, alleati e assertivi, ricordarci che per aspettarci rispetto e ascolto sta a noi per primi donarli se vogliamo la loro fiducia, la loro sincerità dobbiamo in primis offrirle. Essere insegnanti oggi significa non trascurare l’importanza delle regole, non imponendole ma condividendone il senso. Stare dalla parte della debolezza, della fatica ad apprendere, dell’esuberanza, senza etichettare i comportamenti fuori dall'ordinario ma cercandone le spiegazioni e offrendo aiuto. Essere insegnanti oggi significa fare gioco di squadra con le famiglie, per fare fronte comune ad una società in cambiamento. Essere insegnanti oggi in un mondo di apparenze infine, significa valorizzare l’imperfezione, senza nascondere le proprie imperfezioni». Valeria Razzini   «Stiamo consegnando ai bambini di oggi cose molto diverse da quelle che ci consegnarono i nostri padri: stiamo bruciando risorse che mandano gli ecosistemi al collasso in cambio di uno sviluppo che comunque resta ingiusto, perché lascia ancora sopravvivere 4 miliardi di persone con meno di 120 dollari al mese. Noi adulti siamo coscienti che abbiamo sbagliato qualcosa ma non sappiamo esattamente cosa. Per Greta Thunberg siamo all’inizio di un’estinzione di massa ed abbiamo rubato la speranza dei ragazzi. È proprio difficile pretendere di essere un educatore di fronte ad una ragazza di 16 anni che, parlando all’ONU, dimostra più logica dei governanti. Ma possiamo farcela! Possiamo ricominciare da ciò che rende la vita degna di essere vissuta e cambiare modo di alzarsi la mattina. Da oggi io vorrei dire ai miei ragazzi: “Non ho nulla da insegnarti oltre alla voglia di rincorrere la bellezza, la scienza, la giustizia, l’amicizia insieme a coloro che vorranno farlo con me”. Se il mio lavoro è stare con i ragazzi, io correrò con loro. Saranno sempre nei miei occhi, non li giudicherò se non lo vorranno, non li obbligherò mai a fare cose che non desiderano. Non li educherò: ci educheremo a vicenda». Maurizio Maglioni
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