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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Tutela dei minori
Suggerimenti e riflessioni per il curatore speciale
Il curatore speciale è il professionista che fornisce rappresentanza legale ai minori nei procedimenti civili, quando i loro diritti non possono più essere rappresentati, promossi o difesi dai genitori, insieme o singolarmente. Si tratta di un ruolo estremamente delicato, che presenta sfide molto simili a quelle che si accompagnano ad altre professioni nell’ambito della tutela. L’obiettivo minimo di un incontro tra curatore speciale e il minore, nei casi in cui si decida in maniera positiva sull’opportunità di questo incontro, è quello di una comunicazione al bambino circa il procedimento in corso. Questa comunicazione precede ogni possibile presentazione del curatore al suo beneficiario, poiché ne costituisce la premessa logica. Anche il professionista più esperto sa che un buon incontro deve essere preparato con grande accuratezza e precisione. Programmare con accuratezza un incontro non significa avere risposte a tutte le domande. Significa aver formulato quante più domande sensate possibili sui suoi obiettivi, sui significati e le intenzioni. Essersi posti il problema di cosa significa e cosa può significare per il bambino, non in base a una qualche regola aurea oggettiva, ma in relazione agli elementi contingenti e attuali emersi nello studio del caso. Preparare un incontro significa prima di tutto porre mente al luogo e al tempo in cui esso si svolgerà. Un altro aspetto fondamentale circa la presentazione del curatore al minore riguarda il tipo di informazioni che il minore potrebbe aver già ricevuto al riguardo. Così come è fondamentale che il curatore speciale conosca quali informazioni il bambino abbia già condiviso o ricevuto circa il procedimento civile in suo favore, così da legare ogni comunicazione sul punto a una base di esperienze, stati d’animo e conoscenze già condivise, nello stesso modo è di centrale importanza che il curatore concordi con gli operatori psicosociali ogni comunicazione al minore circa il suo ruolo e l’imminente incontro con lui. Potrà essere il curatore stesso, in tal modo, a indicare esattamente la «formula» con la quale chiede di essere introdotto al bambino. Spesso il bambino ha bisogno di sapere cosa sa già di lui il curatore probabilmente tanto quanto ha bisogno di sapere chi è. I due campi di conoscenza appartengono allo stesso dominio. Quali sono gli elementi conoscitivi della storia del minore, noti al curatore, che egli si sente di condividere con lui per fargli capire da quale punto osserva la sua storia?  La domanda attiene a un aspetto che c’entra con il tema dell’identità, che è soprattutto un problema di collocazioni valoriali e di senso. Nel momento in cui si decide di incontrare un minore si deve assumere a pieno la responsabilità del fatto che questo evento — l’incontro — deve avere necessariamente un carattere di apertura e di reciprocità. Il professionista che non sia disponibile a questa dimensione o che sappia di non essere in grado di governarla bene farebbe meglio a rinunciare a priori all’incontro, poiché esso rischierebbe di avere una connotazione — nel migliore dei casi — fortemente frustrante, quando non decisamente fonte di disorientamento, rabbia e inquietudine per il minore. Affrontare l’incontro con una disposizione reciproca significa dunque preordinare, prevedere uno spazio e un momento nel quale il bambino ha la possibilità di poter fare domande o esprimere i propri commenti. Naturalmente le modalità e i contenuti che connotano questo spazio varieranno di caso in caso.Tuttavia, lo spazio della reciprocità è ineludibile ed è talmente importante che il professionista — anche al termine di un incontro mostratosi ricco di scambi, chiaro e positivo nei contenuti — dovrebbe avere cura di ricordare al minore che quello spazio di reciprocità non si esaurisce in quel tempo dato, ma che può avere un seguito. La reciprocità non è dunque un insieme di buone maniere, una specie di galateo del buon comunicatore. Attiene a una disposizione a mettersi in gioco in un tempo e in un luogo, che è una condizione fondamentale per dar voce al minore nei procedimenti che lo riguardano.
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Search-ME - Erickson 2 Psicologia
Come affrontare con consapevolezza ed efficacia il lavoro di sostegno alle vittime
Le restrizioni imposte a tutela della salute pubblica durante la fase del lookdown, per le vittime di violenza di genere hanno comportato una improvvisa sovraesposizione al rischio. La casa è per loro il luogo meno sicuro. I dati raccolti negli ultimi mesi evidenziano un aumento del numero di chiamate al 1522, il Numero Nazionale di pubblica utilità contro la violenza (+73% rispetto allo stesso periodo nell’anno precedente) e, contemporaneamente, una deflessione del numero di denunce raccolte dalle forze di polizia per reati connessi alla violenza di genere (Fonti: Istat e Ministero dell’Interno). Si è dunque registrato un aumento del pericolo percepito e, conseguentemente, del bisogno di orientamento attraverso il contatto con un servizio gratuito e facilmente accessibile come il 1522, ma è contemporaneamente aumentato il sommerso e le donne sembrano aver sentito meno praticabile l’opportunità di allontanarsi in sicurezza dal maltrattante. Vediamo dunque alcune criticità che andranno tenute in considerazione per affrontare con consapevolezza ed efficacia il lavoro di sostegno alle vittime nel prossimo periodo. L’impatto della violenza cronica e le risorse necessarie per il futuro Per le donne che subiscono violenza dal proprio partner il lookdown ha amplificato una condizione tipica dell’abuso domestico: l’isolamento. Questo stato di cose ha prodotto non soltanto un maggiore rischio di escalation culminanti in violenze fisiche gravi, ma soprattutto un aumento di quelle microviolenze che costellano con cronicità la vita quotidiana. Parallelamente, per molte donne è aumentato il carico mentale e pragmatico legato alla cura della casa (totalmente delegato a loro, nella maggioranza dei casi) e dei figli, da affiancare, per altro, nella didattica a distanza. Nei prossimi tempi incontreremo dunque donne ancor più provate da traumi complessi, legati cioè non ad un singolo accadimento estremo e lesivo, ma alla tossicità cronica di un contesto relazionale. Inoltre, le ricadute della pandemia sul mondo del lavoro stanno riducendo ancora di più le già limitate opportunità di indipendenza economica con un’incidenza profonda sia sul presente che sulle aspettative per il futuro, accrescendo il senso di impotenza e riducendo la speranza e l’investimento nel futuro da parte delle vittime. In questa nuova fase sarà decisivo implementare organicamente su tutto il territorio nazionale gli strumenti di sostegno economico e relazionale alle donne che affrontano percorsi di uscita dalla violenza e facilitare, quando necessario, l’accesso gratuito e prioritario a percorsi di supporto psicologico e/o psicoterapeutico specifici. Bambini e bambine vittime di violenza assistita: l’urgenza di esperienze di protezione Come tutti i /le bambini/e, anche i/le figli di donne vittime di violenza, con la chiusura delle scuole hanno vissuto una destabilizzante sospensione della propria routine quotidiana, perdendo una importante esperienza di continuità e affidabilità. Ma per le vittime di violenza assistita questa improvvisa interruzione protrattasi anche oltre la fase 1 ha comportato la perdita di uno dei pochi spazi liberi dalla logica della violenza, un contesto relazionale sano in cui potersi permettere di essere bambini/e o adolescenti. Questi bambini/e e questi/e ragazzi/e in moltissimi casi vivono in famiglia una condizione di adultizzazione precoce che letteralmente li distoglie dalla propria infanzia o adolescenza. Sono cioè cronicamente intenti a prevedere e a volte a prevenire le possibili esplosioni di violenza, si impegnano a proteggere la propria madre oppure si sentono impotenti, ma egualmente preoccupati. Non va poi dimenticato che le vittime di violenza assistita possono manifestare il loro disagio anche attraverso difficoltà scolastiche e problemi nell’apprendimento che la didattica a distanza certamente non ha aiutato a superare, esponendo anzi ad un maggiore rischio di povertà educativa. Nel prossimo periodo incontreremo dunque bambini/e e adolescenti la cui sofferenza traumatica è stata amplificata dalla riduzione di esperienze protettive e dalla perdita del contatto diretto con spazi educativi “sentinella”, cioè potenzialmente in grado di rilevare il loro disagio e attivare processi di aiuto e tutela. È quindi assolutamente urgente trovare modalità per consentire ai bambini di ri-abitare in sicurezza questi contesti e sostenerli con competenza nel riappropriarsene. Professionisti e professioniste: sostenere chi sostiene e dare corpo alle reti Chi a vario titolo è impegnato/a sul campo in molti casi sta affrontando vissuti complessi di frustrazione, impotenza e, in generale, una condizione di stress legata anche all’aver vissuto personalmente alcune delle implicazioni della pandemia (deprivazione di contatti sociali durante il lookdown, instabilità economica ecc.). Il momento attuale richiede un grande impegno non solo nell’affiancamento diretto delle vittime, ma anche nel dar voce ai loro bisogni attraverso l’interlocuzione continua con le istituzioni e fra istituzioni. Nella fase attuale, il rischio è quello di rinunciare a spazi di pensiero e cura delle relazioni fra operatrici/tori in nome dell’urgenza o della scarsità di risorse in termini di tempo e denaro. La conseguenza è uno schiacciamento sul fare che sacrifica la cura delle relazioni fra professionisti/e e servizi. Proprio adesso è invece quanto mai necessario non sottovalutare l’importanza del lavoro di rete e degli spazi di riflessione, formazione e supervisione dedicati allo sviluppo dei gruppi di lavoro per tutelare il benessere dei/lle professionisti/e e garantire azioni ancora efficaci e generative a sostegno delle donne e dei/lle loro figli/e.
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Search-ME - Erickson 3 Rivista Lavoro Sociale
I risultati della II indagine nazionale e la necessità di un sistema di monitoraggio
Tra luglio 2019 e maggio 2020, l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza da CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia) ha avviato un’indagine su scala nazionale per monitorare i fenomeni di violenza sui minori, coinvolgendo i Comuni già coinvolti in una precedente indagine del 2015, per un totale di 196 Comuni che hanno preso parte all’iniziativa. La somministrazione dell’indagine è avvenuta tramite piattaforma online e i dati raccolti sono stati individuati a partire da una preliminare definizione del maltrattamento riconosciuta dall’Autorità Garante e classificata in: 1) maltrattamento fisico; 2) maltrattamento psicologico; 3) violenza sessuale; 4) trascuratezza/patologia delle cure; 5) violenza assistita. I risultati dell’indagine Il primo dato di peso della nuova indagine è il numero di bambini e adolescenti in carico ai Servizi in Italia: 45 su 1.000 minorenni residenti, per un totale stimato di 401.766 minorenni. I dati riportano anche una distribuzione non uniforme sul territorio nazionale, dove nel Nord Italia i Servizi Sociali hanno in carico più minorenni che nel resto del Paese: su 1.000 minorenni residenti, al Nord in 58 sono in carico ai Servizi, al Centro in 40, al Sud in 29. Per quanto riguarda il genere dei minorenni in carico, mediamente sono più maschi che femmine (ogni 1.000 bambini/ragazzi residenti, 46 sono in carico ai Servizi; ogni 1.000 bambine/ ragazze residenti, 42 sono in carico ai Servizi). C’è anche una differenza in termini di età di accesso ai Servizi, dove la fascia 0-5 anni sembra essere quella più penalizzata. Dei circa 402.000 minorenni in carico ai Servizi sul territorio nazionale, si stima che 77.493 (193 minorenni ogni 1.000 in carico ai Servizi) siano vittime di maltrattamento. I minorenni più esposti ai maltrattamenti Guardando al numero complessivo dei minorenni maltrattati in carico ai Servizi, le femmine sono più maltrattate dei maschi. Inoltre, i minorenni stranieri sono più esposti dei minorenni italiani (la percentuale di minorenni stranieri in carico ai Servizi per maltrattamento è il triplo di quella degli italiani). I maltrattamenti subiti All’interno dell’indagine, è stato chiesto ai Servizi dei Comuni coinvolti di esplicitare la principale forma di maltrattamento subita dai minorenni in carico. La patologia delle cure (che comprende anche l’incuria e la trascuratezza) è la tipologia prevalente (40,7%), seguita da violenza assistita (32,4%), maltrattamento psicologico (14,1%), maltrattamento fisico (9,6%), abuso sessuale (3,5%). Tra i motivi di presa in carico dei minori, mentre il maltrattamento fisico viene indicato come la prima motivazione alla base di questa scelta, l’abuso sessuale e il maltrattamento psicologico vengono indicati come motivazioni meno frequenti, segno anche di una certa difficoltà a riconoscere la presenza e i segnali di queste forme di violenza. Questa seconda indagine condotta dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza da CISMAI ha tra i suoi punti di forza quello di essere un primo esperimento di monitoraggio del maltrattamento minorile in Italia, che aiuta a mettere maggiormente a fuoco il fenomeno del maltrattamento minorile in Italia. L’articolo completo “Violenza minorile in Italia” è disponibile sul numero di agosto 2021 della rivista Erickson “Lavoro sociale”
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Search-ME - Erickson 4 Rivista Lavoro Sociale
L’utilizzo di Facebook nel lavoro sociale con bambini, ragazzi e famiglie
Come ricordano gli studiosi McAuliffe e Nipperess: «I social sono un mondo contestato che mette in luce molte sfide, la maggior parte delle quali ricadono nel campo dell’etica». Una critica comune che viene mossa al lavoro sociale è che questo non sia in grado di tenere il passo con i rapidi cambiamenti dei social, creando dei dilemmi etici importanti. Diversi codici etici e deontologici collocano in una «zona grigia» questo utilizzo dei social da parte degli assistenti sociali e la maggior parte di loro afferma che la decisione di accedere ai profili social diventa una scelta individuale che varia da situazione a situazione. Dove manca un codice e/o politiche al riguardo, i ricercatori suggeriscono di procedere alla loro elaborazione, perché, anche dove sono presenti, a volte non sono sufficienti a contenere possibili pratiche eticamente discutibili. Anche quando un assistente sociale definisce non accettabile l’utilizzo dei social per osservare il profilo di una persona, di fatto potrebbe decidere di farlo, come ha spiegato questa operatrice sociale nella ricerca condotta da Todd Sage e Melanie Sage: «Mi sono ritrovata a cercare degli utenti sui social, soprattutto coloro che avevano interrotto la relazione di aiuto. Sentivo che non era etico, ma ho continuato a guardare il profilo e credo che molti operatori della tutela minori facciano lo stesso». Su questa facilità di accesso alle informazioni gli operatori si dividono tra chi è favorevole e chi è contrario all’uso dei social. Le posizioni a favore sostengono, ad esempio, che guardare i profili dei genitori di un bambino o dei fratelli o anche dei possibili genitori affidatari fornisce una maggiore tutela del minore. Altri sostengono che in un approccio orientato ai fattori di rischio, l’utilizzo dei social è un ulteriore strumento, tra gli altri disponibili, per effettuare un assessment completo del nucleo familiare, mettendo in secondo piano la privacy e la riservatezza delle persone coinvolte in favore di una maggiore sicurezza per i bambini e i ragazzi. Dall’altro lato, chi è contrario si focalizza meno su un’azione di controllo e sottolinea come, anche con l’autorizzazione della persona, l’utilizzo dei social possa inficiare l’instaurarsi di una relazione di aiuto basata sulla fiducia e la reciprocità. Infatti, l’assistente sociale attraverso i social potrebbe farsi un’idea sbagliata della persona, in quanto molte volte i post pubblicati possono esagerare o travisare la realtà. Questa realtà virtuale, quindi, può mettere in discussione la veridicità delle informazioni pubblicate e mettere in seria difficoltà la relazione di aiuto tra l’operatore e la persona, o portare l’operatore a utilizzare Facebook come uno strumento di valutazione per verificare la coerenza tra l’utente di Facebook e l’utente conosciuto di persona. L’articolo completo “Social (net)work” è disponibile sul numero di agosto 2021 della rivista Erickson “Lavoro sociale”
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Search-ME - Erickson 5 Rivista Lavoro Sociale
Prevenzione, protezione e tutela dei minori
È noto in Italia il problema della mancanza di un sistema informativo nazionale che rilevi il fenomeno del maltrattamento e permetta un flusso di dati aggiornato sui minori in carico ai servizi, sui processi di intervento e i relativi esiti, ma nella bozza del V Piano nazionale d’azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva, attualmente in corso di approvazione, è inserita la proposta, già in fase avanzata, di sviluppare il sistema informativo nazionale sui bambini (SINBA) per ovviare a questa problematica. Nel frattempo, l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza ha avviato la II Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia. Risultati e prospettive, dalla quale risulta che 401.766 minori siano in carico ai servizi sociali in Italia (pari a 45 minori su 1.000 residenti). Di questi 77.493 sarebbero in carico per questioni riferibili a maltrattamento, negligenza e abuso, ossia il 19% circa. Risulterebbero 324.273 bambini, ossia una netta maggioranza, nella presa in carico (che sarebbe meglio definire «presa in cura») non per problematiche ascrivibili al maltrattamento, ma per problemi che spesso implicano povertà materiale e/o sociale e/o educativa, problemi di salute mentale o di dipendenza dei genitori, conflitti intrafamiliari, esposizione alla violenza domestica, disturbi comportamentali o di apprendimento, ecc Si osserva cioè una connessione ricorrente tra povertà e vulnerabilità, tra lo svantaggio materiale, lo svantaggio sociale e la probabilità di essere segnalati e presi in carico dai servizi di protezione, in particolare per motivi relativi alla negligenza familiare. L’articolo completo “Sostenere la genitorialità” è disponibile sul numero di agosto 2021 della rivista Erickson “Lavoro sociale”
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Search-ME - Erickson 6 Rivista Lavoro Sociale
La relazione educativa e le forme di controllo
Nel compito di controllo dell’utilizzo dei mezzi digitali da parte dei ragazzi all’interno delle comunità per minori, un’équipe educativa non può affidarsi esclusivamente a mezzi tecnici, per quanto raffinati essi siano. Avere il controllo totale rimane un’illusione ed è facile finire nei guai per effetto delle zone d’ombra: occorre bilanciare l’equazione con l’alleanza educativa. È importante discutere del «problema» con il ragazzo e farlo crescere in consapevolezza e capacità di uso responsabile delle cose. Ad esempio, potrebbe essere utile prevedere un progetto educativo con un’iniziale e momentanea «privazione» dei dispositivi con accesso alla rete, accompagnato da un percorso formativo per la crescita di responsabilità. Questa soluzione può essere inserita in un sistema di token economy in cui, compiendo le azioni appropriate, il ragazzo si guadagna i «punti di merito» necessari per «sbloccare» l’uso dei dispositivi. Tale soluzione aiuterà l’équipe educativa a valutare quale sia il momento appropriato in cui il ragazzo possa ricominciare a utilizzare internet e il cellulare in maniera corretta. In quel momento sarà importante spiegare al ragazzo tutti i mezzi di controllo che verranno impiegati. Un altro aspetto fondamentale è tenere conto dei sistemi che già sono in atto per legge: età minima di accesso ai servizi, sistemi di parental control che aiutino a filtrare i contenuti, indicazioni PEGI per i giochi. In prospettiva, è utile agire in piena alleanza con i familiari e quindi entrare in possesso di una delega dei genitori, che mantengono la responsabilità. Nella delega è meglio specificare le tipologie di controllo di cui la struttura intende avvalersi, evidenziando in che modo queste tecniche agiscano nell’interesse del minore. È bene che il contenuto del testo sia condiviso con il ragazzo e faccia parte di un vero e proprio patto educativo stretto in alleanza con il minore. Nel patto è fondamentale stabilire delle fasce orarie nelle quali è consentito l’uso dei dispositivi, favorendo le pratiche di controllo. Sembra buona prassi, anche, differenziare l’uso del cellulare per modalità e disponibilità temporale tra chi è agli inizi del suo percorso e chi invece ha maturato consapevolezza e responsabilità. In alcuni casi, inoltre, le nuove tecnologie possono fornire soluzioni aggiuntive agli educatori per le funzioni di assistenza e vigilanza. Una soluzione potrebbe essere quella di attivare i cellulari, consegnati ai ragazzi, mediante un’account aziendale in modo da poter accedere ai servizi di geolocalizzazione in caso di allontanamento non autorizzato, oppure avere la possibilità di bloccare il dispositivo in caso di uso illecito, oltre al fatto di poter accedere a una serie di dati sull’uso del dispositivo che facilitano le operazioni di controllo. L’uso della rete è ormai una parte importante nella vita delle persone e tale proporzione potrebbe aumentare per le generazioni che stiamo aiutando a crescere, di conseguenza anche lo spazio educativo che dedichiamo a queste tematiche deve crescere. È quindi centrale la funzione di controllo da parte degli adulti ed è anche un obbligo stabilito dalla legge. La trasparenza delle azioni di controllo non crea semplicemente disincentivo ma, se usata in maniera corretta, aiuta la relazione educativa, perché «se ne parla» e si riflette assieme. Per questo nel Progetto Educativo Individualizzato è utile programmare un cammino di crescita del ragazzo in cui a una maggiore assunzione di responsabilità corrisponda un uso più libero e disinvolto (ed anche più felice) dei dispositivi social. L’articolo completo “L’uso dei social nelle comunità per minori” è disponibile sul numero di agosto 2021 della rivista Erickson “Lavoro sociale”
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