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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Adolescenza
Di fronte a storie così complesse gli operatori devono essere creativi, costruire spazi di ascolto, saper accogliere rabbia e abbandono. Soprattutto in questo periodo.
Lavorare con i ragazzi adolescenti nell’ambito dei servizi che si occupano di tutela minori significa, molto spesso, avere a che fare con minori che si proiettano verso l’età adulta con alle spalle delle storie complesse e dolorose, caratterizzate da abbandoni, trascuratezza e traumi non sempre completamente curati. Sono ragazzi che reagiscono alle diverse esperienze di vita passata con rabbia, tristezza, apatia o nervosismo e che, anche nei casi in cui riconoscono che un aiuto potrebbe garantire loro dei benefici, faticano ad accoglierlo senza prima aver messo a dura prova chi tenta di offrirglielo. A questo si è inoltre aggiunta, negli ultimi mesi di emergenza sanitaria, la sfida connessa alla necessità di costruire delle relazioni con i ragazzi attraverso contatti “a distanza” e spesso mediati da uno schermo. Costruire una relazione, tra passato e futuro Anche quando ci sono dei familiari autenticamente preoccupati per loro, che cercano di sostenerli nel ricevere un aiuto esterno, quella spinta all’autonomia che è propria dell’adolescenza rischia di vanificare lo sforzo. Come possono gli operatori sociali entrare in relazione con questi ragazzi? Come possono sperare di costruire con loro un’autentica relazione d’aiuto che possa sostenerli nel fronteggiare la sfida del futuro, riparando alcuni eventi del loro passato? La storia di Marta Marta era una ragazza di 15 anni per la quale la scuola aveva segnalato al servizio una forte preoccupazione relativa ai suoi comportamenti: alternava infatti giornate in cui era particolarmente provocatoria nei confronti dei professori e dei compagni; ad altri in cui era quasi completamente apatica o, addirittura, interrompeva la frequenza delle lezioni. Quando ho incontrato Marta per la prima volta, ricordo che il colloquio presso il mio ufficio era durato pochissimo ed era stato costellato di insulti e parolacce nei miei confronti. Dopo quella volta Marta non si è più presentata ai colloqui e solo saltuariamente rispondeva alle mie telefonate. Non sapendo come poter entrare in relazione con lei, ho quindi iniziato, in accordo con la sua mamma e a fronte di un flebile assenso che mi aveva dato Marta telefonicamente, ad andare a casa sua per incontrarla. Sono stata a casa di Marta tutte le settimane per sei mesi. Inizialmente mi accoglieva in pigiama, con le tapparelle abbassate e la televisione accesa. Parlava molto poco e in alcuni momenti si arrabbiava molto e mi invitava ad uscire. Avevo quindi fatto un patto con lei: avrebbe potuto interrompere il colloquio nel caso in cui non si sentisse di portarlo avanti, ma avrebbe continuato a farmi salire in casa. Dopo circa due anni da quel primo incontro, Marta durante un colloquio in ufficio in cui mi raccontava della scuola superiore che stava frequentando e delle attività svolte presso il centro diurno, mi ha riportato quanto per lei fosse stato importante che io fossi andata a casa sua quando ci siamo conosciute. È stato faticoso entrare in relazione con Marta, aveva una storia complessa alle spalle e costruire dei rapporti di fiducia per lei era molto difficoltoso. Tante volte nei primi sei mesi di conoscenza con lei, mi sono ripetuta che avrei potuto segnalare in tribunale le mie preoccupazioni e proporre per lei degli interventi, ma sapevo che nessuno di questi avrebbe potuto sortire degli effetti senza che lei ci credesse. Uno spazio di ascolto autentico Lavorare con gli adolescenti significa riconoscerli, accoglierli in tutti gli aspetti (anche contraddittori) del loro carattere, offrire loro uno spazio di ascolto autentico, di vicinanza e accompagnarli nel vedere che gli adulti possono essere un supporto, un riferimento ed un sostegno, anche quando le loro storie li portano a pensarla diversamente. Bisogna essere operatori creativi nell’avere a che fare con i ragazzi adolescenti, uscire dagli schemi e immaginarsi delle strategie per costruire con loro una relazione che sia accogliente e che rispetti le loro esigenze. In questo periodo, anche l’utilizzo delle piattaforme per i contatti a distanza può diventare un’occasione per entrare in relazione con loro, in maniera differente dal passato. Raggiungerli nei loro spazi domestici, comunicare con loro rimanendo nella propria stanza o alla propria scrivania di casa, potrebbe rappresentare un’occasione per sperimentare vicinanza, senza essere intimoriti dalla possibilità che vedano il nostro animale domestico che ci si avvicina mentre parliamo. Tanti casi diversi Nel lavoro in Tutela Minori questa è forse una delle maggiori sfide che gli operatori sociali possono incontrare e che necessariamente richiede un notevole sforzo anche quando le energie e il tempo a disposizione sono pochi, mentre è alto il rischio di vivere dei fallimenti. Le modalità con cui le storie dei ragazzi arrivano ai Servizi sono estremamente differenziate: per alcuni l’autorità giudiziaria si sta occupando di valutare quanto i genitori siano in grado di prendersi cura di loro, per altri invece si sono aperti dei procedimenti di tipo amministrativo o penali, per comportamenti a rischio o per reati che hanno commesso; altri ancora invece arrivano su segnalazione delle scuole, dei vicini di casa, dei medici o dei servizi specialistici i quali, preoccupati per i loro comportamenti hanno ritenuto potesse essere necessario un supporto. Parola d’ordine: reciprocità Qualunque sia la cornice, rimane il fatto che gli operatori sociali siano chiamati ad avviare un lavoro che deve necessariamente coinvolgerli e renderli protagonisti dell’aiuto. Tanto è importante infatti che i minori vengano sempre coinvolti nei percorsi di presa in carico da parte dei professionisti, quanto risulta fondamentale che questo avvenga se i minori in questione sono degli adolescenti. Perché è solo attraverso la costruzione di una relazione di fiducia e fondata sulla reciprocità che con loro sarà possibile costruire un percorso che possano sentire come proprio e dal quale possano farsi coinvolgere.
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
La mia esperienza di assistente sociale in un gruppo di auto/mutuo aiuto
Nato su iniziativa di un’assistente sociale per promuovere relazioni informali di aiuto, il gruppo di auto/mutuo aiuto denominato «La solitudine rosa» è stato realizzato nella città di Seveso (Milano) con l’obiettivo di dare sostegno a mamme in condizioni di fragilità. Le difficoltà che si trovavano ad affrontare queste mamme erano legate a uno stato di solitudine genitoriale, personale, familiare o relazionale in senso più ampio. Lo stato di solitudine materna assume la forma di ansia e disagio e va a incidere significativamente sul benessere non solo di queste donne, ma di tutto il nucleo familiare. L’esperienza, progettata con la collaborazione della Caritas del territorio, è consistita in otto incontri di gruppo in cui l’essenza e le dinamiche dell’auto/mutuo aiuto si sono messe in moto facilitando il circolare di segreti, pezzi di vita e dolori con sempre maggiore libertà. Il mio ruolo all’interno del gruppo è stato quello di facilitatrice, oltre che di partecipante come membro. La mia esperienza di assistente sociale nei servizi mi ha aiutata a guidare il gruppo, cercando di accogliere, valorizzare, fermare alcuni istanti, dare voce ai silenzi. Altre volte è stato il gruppo a indicarmi la strada da percorrere. Ho potuto vivere e accompagnare un processo in cui è sbocciato ciò che di forte e bello è insito in ciascuna donna, nonostante storie familiari dolorose. Le loro risorse hanno saputo intrecciarsi con naturalezza al punto da costruire vere e proprie relazioni informali d’aiuto. La pesante e diversa solitudine su cui è nato il gruppo non è sicuramente risolta, ma l’ho vista rendersi più morbida, più tollerabile, più leggera perché magari alleviata da un semplice caffè condiviso con qualcuno. Per questa ragione affermo di aver vissuto la magica produzione di qualcosa di prezioso i cui prodotti necessari alla lavorazione sono stati genuini, gratuiti, da sempre di proprietà dell’uomo: dal semplice stare assieme e condividere le proprie storie di vita sono nate relazioni significative sul piano umano che hanno prodotto benessere.   Questa esperienza ha modificato il mio modo di essere assistente sociale nei servizi, ha liberato in me nuove energie, mi ha fatto dono di nuovi occhi e nuove orecchie arricchendo tanto il mio “io” professionale quanto quello personale. Addentrandomi in questa esperienza innovativa di sostegno alla genitorialità, nel ritorno nella mia realtà professionale mi sono sempre più concessa la possibilità di immaginare di poter percorrere con le famiglie strategie diverse, non in sostituzione a quelle già in corso, ma in maniera armonicamente complementare. Ognuno di noi si porta una famiglia dentro. A volte noi operatori siamo troppo impegnati a tutelare, troppo oberati di lavoro e urgenze, da non riuscire a vedere davvero come stanno le famiglie, arrivando a dimenticare che cultura della tutela è prima di tutto cultura della relazione.
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Search-ME - Erickson 3 Tutela dei minori
Suggerimenti e riflessioni per il curatore speciale
Il curatore speciale è il professionista che fornisce rappresentanza legale ai minori nei procedimenti civili, quando i loro diritti non possono più essere rappresentati, promossi o difesi dai genitori, insieme o singolarmente. Si tratta di un ruolo estremamente delicato, che presenta sfide molto simili a quelle che si accompagnano ad altre professioni nell’ambito della tutela. L’obiettivo minimo di un incontro tra curatore speciale e il minore, nei casi in cui si decida in maniera positiva sull’opportunità di questo incontro, è quello di una comunicazione al bambino circa il procedimento in corso. Questa comunicazione precede ogni possibile presentazione del curatore al suo beneficiario, poiché ne costituisce la premessa logica. Anche il professionista più esperto sa che un buon incontro deve essere preparato con grande accuratezza e precisione. Programmare con accuratezza un incontro non significa avere risposte a tutte le domande. Significa aver formulato quante più domande sensate possibili sui suoi obiettivi, sui significati e le intenzioni. Essersi posti il problema di cosa significa e cosa può significare per il bambino, non in base a una qualche regola aurea oggettiva, ma in relazione agli elementi contingenti e attuali emersi nello studio del caso. Preparare un incontro significa prima di tutto porre mente al luogo e al tempo in cui esso si svolgerà. Un altro aspetto fondamentale circa la presentazione del curatore al minore riguarda il tipo di informazioni che il minore potrebbe aver già ricevuto al riguardo. Così come è fondamentale che il curatore speciale conosca quali informazioni il bambino abbia già condiviso o ricevuto circa il procedimento civile in suo favore, così da legare ogni comunicazione sul punto a una base di esperienze, stati d’animo e conoscenze già condivise, nello stesso modo è di centrale importanza che il curatore concordi con gli operatori psicosociali ogni comunicazione al minore circa il suo ruolo e l’imminente incontro con lui. Potrà essere il curatore stesso, in tal modo, a indicare esattamente la «formula» con la quale chiede di essere introdotto al bambino. Spesso il bambino ha bisogno di sapere cosa sa già di lui il curatore probabilmente tanto quanto ha bisogno di sapere chi è. I due campi di conoscenza appartengono allo stesso dominio. Quali sono gli elementi conoscitivi della storia del minore, noti al curatore, che egli si sente di condividere con lui per fargli capire da quale punto osserva la sua storia?  La domanda attiene a un aspetto che c’entra con il tema dell’identità, che è soprattutto un problema di collocazioni valoriali e di senso. Nel momento in cui si decide di incontrare un minore si deve assumere a pieno la responsabilità del fatto che questo evento — l’incontro — deve avere necessariamente un carattere di apertura e di reciprocità. Il professionista che non sia disponibile a questa dimensione o che sappia di non essere in grado di governarla bene farebbe meglio a rinunciare a priori all’incontro, poiché esso rischierebbe di avere una connotazione — nel migliore dei casi — fortemente frustrante, quando non decisamente fonte di disorientamento, rabbia e inquietudine per il minore. Affrontare l’incontro con una disposizione reciproca significa dunque preordinare, prevedere uno spazio e un momento nel quale il bambino ha la possibilità di poter fare domande o esprimere i propri commenti. Naturalmente le modalità e i contenuti che connotano questo spazio varieranno di caso in caso.Tuttavia, lo spazio della reciprocità è ineludibile ed è talmente importante che il professionista — anche al termine di un incontro mostratosi ricco di scambi, chiaro e positivo nei contenuti — dovrebbe avere cura di ricordare al minore che quello spazio di reciprocità non si esaurisce in quel tempo dato, ma che può avere un seguito. La reciprocità non è dunque un insieme di buone maniere, una specie di galateo del buon comunicatore. Attiene a una disposizione a mettersi in gioco in un tempo e in un luogo, che è una condizione fondamentale per dar voce al minore nei procedimenti che lo riguardano.
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Search-ME - Erickson 4 Psicologia
Come affrontare con consapevolezza ed efficacia il lavoro di sostegno alle vittime
Le restrizioni imposte a tutela della salute pubblica durante la fase del lookdown, per le vittime di violenza di genere hanno comportato una improvvisa sovraesposizione al rischio. La casa è per loro il luogo meno sicuro. I dati raccolti negli ultimi mesi evidenziano un aumento del numero di chiamate al 1522, il Numero Nazionale di pubblica utilità contro la violenza (+73% rispetto allo stesso periodo nell’anno precedente) e, contemporaneamente, una deflessione del numero di denunce raccolte dalle forze di polizia per reati connessi alla violenza di genere (Fonti: Istat e Ministero dell’Interno). Si è dunque registrato un aumento del pericolo percepito e, conseguentemente, del bisogno di orientamento attraverso il contatto con un servizio gratuito e facilmente accessibile come il 1522, ma è contemporaneamente aumentato il sommerso e le donne sembrano aver sentito meno praticabile l’opportunità di allontanarsi in sicurezza dal maltrattante. Vediamo dunque alcune criticità che andranno tenute in considerazione per affrontare con consapevolezza ed efficacia il lavoro di sostegno alle vittime nel prossimo periodo. L’impatto della violenza cronica e le risorse necessarie per il futuro Per le donne che subiscono violenza dal proprio partner il lookdown ha amplificato una condizione tipica dell’abuso domestico: l’isolamento. Questo stato di cose ha prodotto non soltanto un maggiore rischio di escalation culminanti in violenze fisiche gravi, ma soprattutto un aumento di quelle microviolenze che costellano con cronicità la vita quotidiana. Parallelamente, per molte donne è aumentato il carico mentale e pragmatico legato alla cura della casa (totalmente delegato a loro, nella maggioranza dei casi) e dei figli, da affiancare, per altro, nella didattica a distanza. Nei prossimi tempi incontreremo dunque donne ancor più provate da traumi complessi, legati cioè non ad un singolo accadimento estremo e lesivo, ma alla tossicità cronica di un contesto relazionale. Inoltre, le ricadute della pandemia sul mondo del lavoro stanno riducendo ancora di più le già limitate opportunità di indipendenza economica con un’incidenza profonda sia sul presente che sulle aspettative per il futuro, accrescendo il senso di impotenza e riducendo la speranza e l’investimento nel futuro da parte delle vittime. In questa nuova fase sarà decisivo implementare organicamente su tutto il territorio nazionale gli strumenti di sostegno economico e relazionale alle donne che affrontano percorsi di uscita dalla violenza e facilitare, quando necessario, l’accesso gratuito e prioritario a percorsi di supporto psicologico e/o psicoterapeutico specifici. Bambini e bambine vittime di violenza assistita: l’urgenza di esperienze di protezione Come tutti i /le bambini/e, anche i/le figli di donne vittime di violenza, con la chiusura delle scuole hanno vissuto una destabilizzante sospensione della propria routine quotidiana, perdendo una importante esperienza di continuità e affidabilità. Ma per le vittime di violenza assistita questa improvvisa interruzione protrattasi anche oltre la fase 1 ha comportato la perdita di uno dei pochi spazi liberi dalla logica della violenza, un contesto relazionale sano in cui potersi permettere di essere bambini/e o adolescenti. Questi bambini/e e questi/e ragazzi/e in moltissimi casi vivono in famiglia una condizione di adultizzazione precoce che letteralmente li distoglie dalla propria infanzia o adolescenza. Sono cioè cronicamente intenti a prevedere e a volte a prevenire le possibili esplosioni di violenza, si impegnano a proteggere la propria madre oppure si sentono impotenti, ma egualmente preoccupati. Non va poi dimenticato che le vittime di violenza assistita possono manifestare il loro disagio anche attraverso difficoltà scolastiche e problemi nell’apprendimento che la didattica a distanza certamente non ha aiutato a superare, esponendo anzi ad un maggiore rischio di povertà educativa. Nel prossimo periodo incontreremo dunque bambini/e e adolescenti la cui sofferenza traumatica è stata amplificata dalla riduzione di esperienze protettive e dalla perdita del contatto diretto con spazi educativi “sentinella”, cioè potenzialmente in grado di rilevare il loro disagio e attivare processi di aiuto e tutela. È quindi assolutamente urgente trovare modalità per consentire ai bambini di ri-abitare in sicurezza questi contesti e sostenerli con competenza nel riappropriarsene. Professionisti e professioniste: sostenere chi sostiene e dare corpo alle reti Chi a vario titolo è impegnato/a sul campo in molti casi sta affrontando vissuti complessi di frustrazione, impotenza e, in generale, una condizione di stress legata anche all’aver vissuto personalmente alcune delle implicazioni della pandemia (deprivazione di contatti sociali durante il lookdown, instabilità economica ecc.). Il momento attuale richiede un grande impegno non solo nell’affiancamento diretto delle vittime, ma anche nel dar voce ai loro bisogni attraverso l’interlocuzione continua con le istituzioni e fra istituzioni. Nella fase attuale, il rischio è quello di rinunciare a spazi di pensiero e cura delle relazioni fra operatrici/tori in nome dell’urgenza o della scarsità di risorse in termini di tempo e denaro. La conseguenza è uno schiacciamento sul fare che sacrifica la cura delle relazioni fra professionisti/e e servizi. Proprio adesso è invece quanto mai necessario non sottovalutare l’importanza del lavoro di rete e degli spazi di riflessione, formazione e supervisione dedicati allo sviluppo dei gruppi di lavoro per tutelare il benessere dei/lle professionisti/e e garantire azioni ancora efficaci e generative a sostegno delle donne e dei/lle loro figli/e.
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Search-ME - Erickson 5 Lavoro sociale
Intervista a Jonathan Scourfield, docente di Lavoro Sociale alla Cardiff University
Può sembrare una questione ovvia, ma diverse ricerche mostrano che nei servizi per i minori e le famiglie, gli operatori tendono a coinvolgere soprattutto le madri. I motivi che portano a questa situazione sono diversi, a partire dal fatto che la cura dei figli viene spesso concepita come una prerogativa femminile. Invece, nei percorsi di tutela, il coinvolgimento dei padri è indispensabile nell’interesse dei minori. Professor Scourfield, qual è la relazione che si instaura tra padre e figlio? «Sono ormai numerosi gli studi che hanno indagato la relazione tra le modalità dell’essere padre e gli esiti sui figli e il loro sviluppo, in una duplice direzione: da un lato una “buona” paternità è associata a un benessere emotivo del figlio che perdura sino all’età adulta; dall’altro, vi sono alcuni esiti critici legati alla paternità.  Ad esempio, alcune ricerche dimostrano come figli di padri con percorsi di criminalità abbiano una più alta probabilità di compiere reati». L’influenza dei padri sul benessere dei figli è l’argomentazione fondamentale per promuoverne e sostenerne la partecipazione. Come comportarsi quando il padre può avere un’influenza negativa? «In questi casi è fondamentale un’attenta valutazione. Sarebbe un errore, infatti, escluderlo definitivamente e a priori dalla riflessione. Nonostante questi padri pongano i propri figli in situazioni di rischio, potrebbero avere anche il potenziale per il cambiamento. I padri dovrebbero quindi essere coinvolti nei piani di cura dei figli: le indagini mostrano che sono davvero poche le situazioni in cui la completa separazione dei bambini dai propri padri corrisponde all’interesse del minore». Perché i padri vengono poco coinvolti nei percorsi di tutela dei propri figli? «Non esiste un’unica risposta. L’ostilità e la riluttanza volte a mascherarne la vulnerabilità, una concezione della cura come qualcosa che attiene alla dimensione femminile (concezione presente nei uomini quanto negli operatori), sono solo alcuni dei fattori che ostacolano la partecipazione dei padri. Esiste quindi ampio spazio per migliorare il lavoro con i padri, per fare davvero la differenza nella vita dei bambini e dei ragazzi, ma ci dev’essere la consapevolezza che i servizi hanno ancora una lunga strada da percorrere, partire dalle fondamenta della cultura delle organizzazioni basata primariamente sul coinvolgimento delle madri».
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Search-ME - Erickson 6 Tutela dei minori
Il coinvolgimento di bambini e ragazzi nei procedimenti di tutela che li riguardano risulta indispensabile per il loro benessere emotivo e per la buona riuscita dei percorsi di aiuto
La tutela dei minori è uno degli ambiti più complessi del lavoro sociale. Chi opera nel campo della tutela minorile, infatti, è chiamato a mettere in atto interventi che incidono notevolmente sulla vita delle persone coinvolte, minorenni e adulti. Spesso gli operatori si trovano a cercare di andare incontro a bisogni e diritti di difficile conciliazione e a prendere decisioni controverse. In qualsiasi processo di aiuto che veda la presenza di un minore, è importante adottare un approccio che promuova il coinvolgimento attivo del minore stesso, bambino o ragazzo che sia, oltreché della famiglia di provenienza, in modo da arrivare alle soluzione più adatte per quel bambino e quella famiglia. Ma cosa dicono i bambini e i ragazzi a proposito delle loro esperienze di partecipazione? Ricerche empiriche condotte a livello internazionale mostrano che la maggior parte dei bambini e ragazzi intervistati ha riferito di aver avuto ridotte possibilità — in alcuni casi nulle — di partecipare alle decisioni che riguardavano la loro vita durante il percorso di presa in carico presso i servizi sociali e di tutela minorile. I bambini hanno riportato di essersi sentiti poco informati rispetto a quanto stava accadendo, di non aver compreso i motivi per cui si era reso necessario l’intervento degli operatori sociali e quali cambiamenti avrebbero dovuto aspettarsi nella loro vita. Solo in pochi casi i bambini e ragazzi hanno riferito di essersi sentiti ascoltati e di aver avuto l’opportunità di esprimere il proprio punto di vista, nonostante ciò hanno avuto la sensazione che il loro contributo non fosse stato opportunamente valorizzato e tenuto in considerazione nelle decisioni prese successivamente. Studi teorici e dati di ricerca confermano che i bambini e ragazzi desiderano partecipare attivamente ai momenti in cui gli adulti, a maggior ragione se operatori, sono chiamati a prendere delle decisioni che potrebbero incidere sulla loro vita ed essere informati in merito a quanto deciso e alle motivazioni alla base di tali scelte. Quando i bambini e i ragazzi hanno la percezione che il loro punto di vista sia stato preso seriamente in considerazione dagli operatori riferiscono di sentirsi bene, più tranquilli e più valorizzati. Questa sensazione positiva è confermata anche nei casi in cui i loro desideri non siano stati considerati realizzabili dagli operatori, che però si sono premurati di ascoltare il punto di vista dei più piccoli e spiegare loro le ragioni che hanno condotto a un’altra scelta. La possibilità di dire la propria opinione e di partecipare ai processi decisionali che li riguardano ha un effetto positivo non solo sui più piccoli in termini di incremento di autostima ed empowerment ma anche sulla definizione e implementazione di interventi più rispondenti ai bisogni del bambino o ragazzo per cui sono stati pensati. In questo modo, i progetti avranno esiti migliori e le azioni messe in atto saranno maggiormente accettate dai bambini e dai ragazzi stessi. Quando questo non viene garantito, i bambini e ragazzi riferiscono di sentirsi tristi, esclusi, ignorati e trascurati dagli adulti che dovrebbero occuparsi di loro e garantire il loro benessere. Bambini e ragazzi che hanno avuto la sensazione che le questioni per loro importanti venissero messe in secondo piano o addirittura ignorate hanno riferito di aver tentato di esercitare comunque le proprie scelte, ribellandosi alle decisioni prese e boicottando gli interventi attivati. In una ricerca condotta nel 2011, i giovani intervistati hanno riportato la percezione che, se fossero stati ascoltati in merito al proprio progetto di vita, ci sarebbero state maggiori possibilità di una buona riuscita del collocamento scelto per loro, di una migliore relazione con i propri operatori ed esiti più positivi in ambito scolastico. I bambini e i ragazzi quindi chiedono di partecipare, di essere informati e di poter dire la loro opinione quando gli operatori sono chiamati a prendere importanti decisioni che potrebbero avere un impatto sulla loro vita. Le modalità di partecipazione dovrebbero tenere in considerazione l’età dei bambini, il loro grado di maturità e le loro competenze comunicative. Anche i più piccoli possono avere uno spazio di coinvolgimento e partecipazione; è importante però individuare strumenti e modalità per facilitare l’espressione del loro punto di vista, in base all’età. La buona relazione tra bambino/ragazzo e operatore sembra essere l’elemento più importante per garantire la fattiva partecipazione dei più piccoli: dal punto di vista dei bambini e dei ragazzi una buona relazione dischiude spazi per sentirsi liberi di esprimere ciò che si pensa, sapendo che quanto detto verrà preso seriamente in considerazione, mentre dal punto di vista degli operatori è utile per avere più elementi per valutare e comprendere la situazione di benessere/malessere in cui si trova il bambino o il ragazzo. Nonostante l’elevato livello di discrezionalità tutt’oggi presente nelle prassi di lavoro con bambini e ragazzi, riflessioni teoriche, studi empirici ed esperienze sul campo testimoniano che i bambini e i ragazzi hanno una certa competenza riguardo alla propria situazione di vita e hanno importanti cose da dire agli adulti in merito a cosa li fa stare bene, ai rischi che corrono e alle preoccupazioni che hanno, nonché ai progetti e agli interventi pensati per loro.
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