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I mini gialli dei dettati 2
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Come il metodo Relational Social work può aiutarci nell’accompagnare le comunità nel prendersi cura di sé
Quando si parla di lavoro sociale di comunità ci si riferisce a quell’ambito di intervento professionale del Social Work che si occupa di fronteggiare preoccupazioni a valenza collettiva. L’operatore impegnato in questo livello di lavoro è consapevole che, per svolgere il proprio ruolo al meglio, non dovrà muoversi in solitudine, studiando i bisogni della comunità e proponendo progettazioni che possano risolvere il problema. Dovrà piuttosto chiedere aiuto a quella stessa comunità cui si riferisce, guardando ai suoi membri come a degli alleati preziosi nel processo di fronteggiamento. La comunità, infatti, possiede un proprio sapere: ha un’idea del benessere cui auspica, ha una propria consapevolezza dei problemi o dei rischi che sta vivendo, conosce quello che è già stato realizzato o tentato, è in grado di individuare i processi di attivazione già in essere. È importante, quindi, che l’operatore si agganci a questo sapere per ricevere e dare un aiuto ai membri di quella comunità, come lui, preoccupati e disponibili. Il metodo Relational Social Work suggerisce alcuni passi operativi che possono guidare l’operatore sociale a facilitare questo processo affinché sia un lavoro realmente partecipato e reciproco. Le caratteristiche fondamentali del lavoro sociale di comunità. Partecipazione: viene presentata come condizione necessaria per lo sviluppo di progetti sociali di comunità, è sempre libera e volontaria. Gli operatori sociali che desiderano lavorare con le comunità, o che sono chiamati a farlo, non possono imporre idee, interventi o progettazioni. È fondamentale, quindi, che il professionista possa, prima di iniziare una progettazione, individuare e agganciarsi a quei moti spontanei di contrasto ai problemi sociali che, anche se talvolta deboli o nascosti, sempre esistono nelle comunità. Reciprocità: un operatore sociale che voglia lavorare con una comunità non solo si mette a servizio di questa per aiutarla ad andare verso la condizione di benessere auspicata, ma anche si lascia aiutare dai suoi stessi membri nel comprendere come meglio fare per accompagnarli in questo percorso che è per definizione indeterminato. È questo un sapere che l’operatore non possiede tecnicamente, che non può acquisire perfezionandosi nella sua formazione, ma di cui ha bisogno per progettare e realizzare sensati interventi a beneficio di una pluralità di persone in relazione tra loro. L’operatore di comunità dal canto suo metterà a disposizione quel sapere professionale utile ai membri della comunità per lavorare al meglio in modo orientato; connetterà persone e risorse presenti nella comunità e guiderà riflessivamente il processo alla luce di un metodo. In questo modo membri della comunità e professionisti impareranno reciprocamente come lavorare insieme per il bene di altri oltre a sé; nascerà un processo di aiuto e di empowerment reciproco. Alla luce di questi presupposti il metodo Relational Social Work fornisce chiare indicazioni che permettono all’operatore sociale di facilitare processi in grado di riconoscere e connettere le risorse presenti nelle comunità, in vista di un lavoro riflessivo, aperto e congiunto per il fronteggiamento di problemi sociali. Quattro passi da seguire per un lavoro sociale di comunità. I quattro passi del metodo che potrà seguire l’operatore possono essere così riassunti: 1. L’operatore inizia, o approfondisce, la conoscenza della comunità: la vive, la studia, incontra i suoi membri, dialoga ed entra in relazione con loro. Obiettivo: individuare quelle persone disponibili e motivate ad aiutarlo per migliorare il benessere di quella comunità. 2. L’operatore connette queste singole persone e le incontra per aiutarle a definire la direzione verso la quale si vuole andare. Obiettivo: facilitare la nascita di un gruppo guida del progetto, ovvero un insieme di persone, membri della comunità accomunati da una finalità progettuale condivisa. Questo gruppo aiuterà e si farà aiutare dall’operatore nell’intero processo. 3. L’operatore sociale e il gruppo guida individuano altri membri della comunità disponibili ad attivarsi per il raggiungimento di quella data finalità: li incontrano, li conoscono e chiedono loro consiglio e aiuto: insieme si definisce il progetto. Obiettivo: catalizzare una rete di fronteggiamento di comunità (o più reti) che possa aiutare il gruppo guida nella progettazione collettiva: eventualmente ricorrendo a processi decisionali strutturati (ad esempio: World Cafè, Dialoghi Comunitari di Rete, Photo Voice, Community Visioning, etc.) si pianificheranno azioni e interventi a beneficio dell’intera comunità. 4. Operatore e gruppo guida aiuteranno la rete di fronteggiamento a mettere in campo le strategie ipotizzate, realizzandole con il contributo di tutti e monitorandole nel tempo. Obiettivo: guidare la comunità a lavorare in modo congiunto, osservando ciò che viene realizzato ed accompagnarla nel riflettere sul cambiamento prodotto, nel ridefinire quanto necessario, anche in vista di progettazioni future. Alcuni consigli di lettura Il Lavoro Sociale di Comunità passo dopo passo. Metodologia e strumenti per progetti a valenza collettiva. Il testo approfondisce i 4 passi metodologici indicati dal metodo Relational Social Work per facilitare progetti sociali di comunità. Per ogni fase oltre alla spiegazione teorica, è possibile trovare esempi tratti da progetti realmente realizzati, box degli accorgimenti, schede di documentazione e strumenti concreti che possono guidare l’operatore in tutto il processo di coinvolgimento della comunità. Il lavoro sociale di comunità. Come costruire progetti partecipati. Il testo è l’edizione italiana di uno dei manuali più famosi di community social work a livello internazionale. Pur facendo riferimento al contesto anglosassone, l’autore fornisce preziose indicazioni pratiche per tutti gli operatori che lavorano o vogliono lavorare per e con le comunità. Partendo dai principali approcci di community work indicati dalla letteratura internazionale, Twelvetrees illustra i principi alla base di questo ambito di lavoro e le sue dimensioni, per poi fornire una guida per il lavoro sul campo. Comunità e democrazia nei quartieri. Un'ipotesi di lavoro per attivare processi partecipativi e generativi di cittadinanza nei quartieri e nei paesi. Il lavoro sociale è strettamente connesso al livello del policy making: da esso è influenzato e condizionato, ma allo stesso tempo il sapere che deriva e matura sul campo può ispirare le scelte e gli orientamenti politici. I quartieri e i legami di prossimità tra i cittadini costituiscono i primi elementi da cui si genera e si rigenera un cambiamento che punta non solo a prevenire le emergenze sociali, ma anche a restituire a ognuno la possibilità di esercitare la propria responsabilità sociale e politica nella città. “Comunità e democrazia nei quartieri” facendo propria una nuova visione di welfare che, partendo dal basso, punta a coinvolgere tutte le dimensioni della vita delle persone, propone politiche sociali che si interessano all’intera comunità a partire dai quartieri. Sulla base dell’esperienza maturata nel concreto sviluppo di comunità viene proposto un nuovo paradigma dialogico-relazionale in grado di farsi carico degli aspetti più essenziali della società, ma capace anche, in questo modo, di incidere più profondamente sulla dimensione politica della stessa.
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Natura e oggetto del lavoro sociale, una professione diversa da tutte le altre proprio per la “materia” che tratta
Un confronto tra professioni mediche e professioni sociali Il lavoro sociale, oltre a essere definito analiticamente nella propria suddivisione interna, può anche essere compreso per «contrapposizione» esterna. In particolare, si definisce in contrasto all’altra importante, e forse più popolare, area di aiuto, che è quella sanitaria (o clinica). Che cosa distingue le sopracitate professioni sociali, prese nel loro insieme, dalle professioni mediche tradizionali risulta intuitivamente evidente. Ma non altrettanto chiara è la distinzione rispetto a professioni come la psicologia clinica e la psicoterapia, le quali aderiscono al modello medico ma si occupano della riparazione di disagi psicologici e comportamentali apparentemente simili, se non identici, a quelli di cui si occupa il lavoro sociale. La cura di un malato di mente può essere responsabilità di operatori sanitari (il medico psichiatra, l’infermiere, lo psicologo esperto di riabilitazione comportamentale, ecc.) oppure di operatori sociali, come l’assistente sociale o l’educatore professionale. E quindi dov’è la differenza? Volendo abbozzare un minimo di ragionamento epistemologico ci si dovrebbe chiedere: qual è il differente oggetto? Due diverse accezioni del termine “cura” Nel linguaggio anglosassone specializzato, il termine «cura» è espresso in due differenti accezioni, a seconda che si voglia indicare la cura sanitaria o quella sociale. Nel primo caso si usa il vocabolo curing, che significa curare con l’intenzione di guarire. Nel secondo si usa il termine caring, che significa curare con l’intenzione di migliorare la qualità di vita, a prescindere dalla persistenza o meno della patologia (o della sua stessa esistenza ab origine). Lo sforzo di guarire implica sempre la ricerca di una precisa malattia (diagnosi) e di qui la ricerca (o la semplice attivazione) di un preciso corrispondente procedimento riparativo (trattamento). Lo schema diagnosi/trattamento caratterizza il modello medico, un filtro logico che, qualora trasferito nel sociale, semplifica in genere la complessità delle situazioni di disagio sociale talora al punto da oscurarle. Spesso le professioni sociali hanno fatto proprio tale incongruo modello per una sorta di attrazione inconscia, sostenuta in parte dalla maggiore semplicità cognitiva di tale approccio e in parte dal suo più alto status intrinseco. Al cuore del lavoro sociale: l’azione coordinata di più soggetti per una finalità condivisa Il lavoro sociale è un modo di guardare ai problemi sociali senza il filtro della patologia. Non si nega che molte manifestazioni di disagio sociale siano connesse a (o causate da) qualche evidente anomalia strutturale formalmente diagnosticabile, cioè qualche malattia, come ad esempio una psicosi, o una dipendenza psicofisica, o un deficit sensoriale, ecc. Ma anche in tali casi, quando la patologia «c’è» senza dubbio — diciamo così per semplificare, chiedendo venia ai costruzionisti —, l’operatore sociale, pur tenendone conto, la «bypassa» con la mente e mette a fuoco una realtà sovrastante di altro ordine: appunto il sociale di cui parliamo. L’operatore sociale ha il dovere di mettere a fuoco il sociale, altrimenti non si capisce perché possieda proprio quel nome preciso, e non un altro qualsiasi. Sfortunatamente si tratta di una percezione non proprio intuitiva, ma che non richiede tuttavia un’eccessiva propensione analitica, solo un minimo di attenzione in più. Il concetto che ci aiuta in tale percezione è quello di «azione intersoggettiva dotata di senso», caro ai fenomenologi. Il sociale di cui parliamo può essere appunto descritto come azione finalizzata di più persone interconnesse nel perseguimento di scopi condivisi, considerati dagli agenti degni di essere raggiunti in vista del loro stesso benessere. Entro questa cornice concettuale potremmo osservare situazioni correlate a malattie sanitarie anche gravi (per esempio, una malattia di Alzheimer) che tuttavia non costituiscono problema dal punto di vista specifico del lavoro sociale, qualora la capacità di azione dei soggetti coinvolti in quella specifica contingenza (il malato stesso per qualche parte, alcuni familiari o amici o alcuni specialisti professionali, ecc.) risulti adeguata a un fronteggiamento sufficiente della stessa, secondo il loro stesso giudizio. Viceversa è possibile individuare situazioni in cui non vi è alcuna malattia riscontrabile entro i parametri della sanità, e tuttavia è ben evidente anche all’occhio del profano una disfunzione sociale eclatante, attribuibile appunto alla carente capacità di azione dei soggetti coinvolti. Tutti gli agenti potrebbero essere abili, per così dire, sul piano della struttura psicofisica sottostante, rimanendo tuttavia deficitaria l’azione «sensata» emergente. È questo il caso ad esempio di situazioni di devianza, come quella di un minore non gestito dalle sue relazioni di vita che entra nel circuito penale; oppure di situazioni di conflitto relazionale all’interno della famiglia; o ancora, considerando realtà a valenza collettiva, situazioni di deprivazione socioculturale in ambienti svantaggiati, e così via. Il lavoro dei professionisti del sociale tra empowerment e rel-azione Il lavoro sociale come disciplina/prassi intenzionale studia e sostiene la capacità di azione tecnica dei professionisti del sociale. Questa azione si esplica tuttavia nel sostenere e potenziare («empower») la capacità di azione naturale delle persone direttamente o indirettamente interessate allo stesso benessere di cui il professionista, per dovere d’ufficio, deve occuparsi. Di azione si tratta quando parliamo di ciò che fa il professionista e di azione si tratta quando ci riferiamo alle persone coinvolte, sue interlocutrici. È evidente allora che il lavoro sociale, occupandosi di come un’azione possa stimolare e orientare altre azioni, sia nella sua essenza più fine rel-azione sociale. La relazione richiama l’idea della circolarità e della reciprocità degli influssi in entrambe le parti coinvolte, parti che, quando si parla di relazioni sociali, sono appunto soggetti umani agenti. Le distinzioni legate ai differenti status/ruoli in capo ai differenti soggetti non vengono del tutto superate, ma si sfumano. Questa teoria ha importanti implicazioni sul piano operativo, al punto da staccare il lavoro sociale dalla base dei mestieri tradizionali, e farne un corpus a sé. Tutte le professioni conosciute hanno una caratura tecnologica, avendo esse un oggetto statico che attira la manipolazione esterna dell’operatore esperto. Il lavoro sociale non è una tecnologia perché non ha oggetto, o meglio ha un oggetto epistemologico che è l’esatto contrario di ciò che tale termine lascia intendere. L’oggetto del lavoro sociale è una pluralità di soggetti (una rete) e quindi di autonome fonti di azione intersecantisi. In concreto, ciò vuole dire che gli utenti «non esistono» essendo essi, quando li si vede come agenti, degli «operatori» di benessere in qualche grado (che sfortunatamente a volte è un grado basso, ma mai completamente nullo). L’utente e le persone che si trovano in relazione con lui sono coterapeuti rispetto all’operatore che ufficialmente avrebbe in mano l’aiuto. A sua volta l’operatore risulta «coutente», cioè bisognoso di integrazioni esterne rispetto alla sua capacità di azione, la quale è sempre strutturalmente inadatta a perseguire scopi o a sviluppare progetti di azione per via autoreferenziale. Quando c’è di mezzo il benessere intersoggettivo, i suddetti scopi o progetti non possono mai essere del tutto coincidenti con quelli di un singolo individuo, nemmeno se questo è in una posizione di potere tale da farlo sentire autorizzato a pensare in tal modo. Quando gli scopi non sono condivisi, quando il potere d’azione (empowerment) non è ripartito tra gli agenti, i dinamismi relazionali finalizzati al bene comune si inceppano e lasciano campo aperto ai problemi sociali di vario ordine.
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Search-ME - Erickson 1 Autismo e disabilità
Le persone fragili sono quelle con maggiori difficoltà occupazionali, in particolar modo nei periodi di crisi. Com’è opportuno impostare l’accompagnamento lavorativo per loro?
Per una persona con disabilità, fragile, vulnerabile, svantaggiata, che dir si voglia, a occupabilità complessa, l’inclusione lavorativa e sociale in un ambiente ordinario di lavoro, in azienda profit, in una cooperativa, o in un ente pubblico, è un obiettivo auspicabile ma sempre più difficile da raggiungere. Tra il 70 e l’80% delle persone inoccupate/disoccupate, anche dopo ripetute azioni orientative, formative, di tirocinio e accompagnamento al lavoro non viene assunto e per chi ottiene una occupazione il più delle volte è un part-time, a tempo determinato, per periodi brevi. Il problema si aggrava in periodi di crisi, come il precedente dal 2008 ad oggi e come l’attuale, per emergenza pandemica e concomitante/successiva crisi economica e occupazionale generalizzata, che ci accompagnerà per un lungo arco temporale. In queste critiche circostanze, chi rischia di più, con una permanente estromissione dal mercato del lavoro, sono le situazioni liminali/marginali, ovvero le persone che già in periodi ordinari hanno difficoltà occupazionali per mancanza dei requisiti richiesti dalle aziende. Inoltre, con il cambiamento tecnologico, informatico, robotico dei processi produttivi progressivamente caleranno in quantità e qualità i lavori compatibili per queste persone, verranno generate nuove professioni a più elevata specializzazione, raggiungibili solo da una qualificata minoranza, con un incremento delle persone disoccupate e una maggiore competizione tra coloro che si dovranno contendere decrescenti opportunità e impieghi sempre più degradati, precari, mal retribuiti. Se aumentano i disoccupati e con lo sviluppo tecnologico progressivamente andranno a calare sia il tempo sia le possibilità di lavoro, soprattutto per chi ha una occupabilità complessa, non può essere che sia il vuoto esistenziale, anomico, di perdita di identità, di dignità, di sussistenza del «non lavoro», nella sua accezione negativa, a prevalere. Va allora rivisto e cambiato il «paradigma della centralità del lavoro», risignificando quello che adesso viene considerato «non lavoro». «Risignificare il tempo di non lavoro» per queste persone può volere dire consentire loro di avere una base economica sulla quale fare affidamento per una esistenza dignitosa, promuovendo le stesse persone a coltivare la propria crescita culturale, la propria capacitazione (anche con l’istruzione e la formazione, informale non formale-formale), stimolandole a coinvolgersi in azioni di pubblica utilità, in modo non obbligato, per soggettivo, motivato interesse e impegno socialmente riconosciuto. L’ambito nel quale può avvenire tale conversione di senso, di utilità e di rinascimento sociale, non è il «mercato» né il «profit», che hanno logiche prestazionali, di scambio economico e strumentale, indifferenti alle, quando non espulsive delle, risorse umane non efficienti e convenienti. Non è il «pubblico» che, al di là delle lodevoli «intenzioni equitarie» e di presidio del bene collettivo, non riesce ad accogliere le specificità soggettive con modalità inedite, innovative, personalizzate/individualizzate e si trova in contrazione di risorse, spesso appesantito da logiche burocratiche. Fondamentale invece potrebbe essere la collaborazione del pubblico con il terzo settore. Il terzo settore, infatti, solidale con i più svantaggiati, è l’ambito elettivo più promettente per la conversione auspicata, perché agisce secondo reciprocità, investimento fiduciario, scambio simbolico, nella produzione di beni relazionali e, in prospettiva, con possibilità di impiego retribuito delle persone meno occupabili nel profit tramite l’imprenditoria sociale della economia cosiddetta civile, rappresentata ad esempio dalle cooperative sociali di tipo B (di inserimento lavorativo).
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Search-ME - Erickson 2 Rivista Lavoro Sociale
Il sostegno tra pari nel mondo virtuale
Certamente l’utilizzo della tecnologia per organizzare e implementare un gruppo di auto-mutuo aiuto (AMA) ha dei limiti, ma nel complesso è possibile promuovere lo sviluppo delle dinamiche dell’auto-mutuo aiuto anche online. Innanzitutto, il gruppo AMA è una risorsa di informazioni importanti: ogni componente grazie alla sua esperienza ha delle informazioni concrete e ipoteticamente utili che può condividere con gli altri membri, ad esempio informazioni sui servizi esistenti, sulle risorse disponibili, sulle possibilità che offre il territorio per quel tipo di bisogno, ecc. Questo è un aspetto che emerge all’interno dei gruppi AMA online: può essere sia un limite, perché le informazioni possono non valere per aree territoriali differenti; ma può essere anche un valore aggiunto per il gruppo che conosce altre realtà, altre modalità che potrebbero essere replicate anche nei loro territori di appartenenza, ampliando il bacino di informazioni e possibilità. Inoltre, un elemento fondante del gruppo AMA è quello di avere una buona dialettica interna: il gruppo deve essere un luogo (anche se virtuale) in cui tutti sanno di poter liberamente dire la loro e discutere con altrettanta libertà le opinioni degli altri. All’interno del gruppo è fondamentale che si riescano ad affrontare anche argomenti delicati e difficili, quegli argomenti che solitamente portano i membri a prendere parte a un gruppo. I membri, infatti, solitamente hanno la necessità di confrontarsi su argomenti che faticano a far emergere in conversazioni con persone che non condividono un’esperienza simile alla loro per paura di non essere comprese o addirittura giudicate Tutto ciò permette ai membri di sentirsi sulla stessa barca virtuale, di provare la sensazione di avere qualcosa in comune. Questo non significa che il gruppo AMA online possa sostituire una relazione in presenza, ha dei limiti che vanno riconosciuti: la difficoltà nell’utilizzo della tecnologia, la necessità di avere un dispositivo che ha un costo rilevante, lo scambio dinamico più complesso, la maggiore difficoltà di comprendere il non verbale, ecc. È importante però riconoscerne il valore e le potenzialità, con la consapevolezza che in molti casi, se i gruppi non fossero organizzati online, i membri non sarebbero stati in grado di incontrarsi (caregiver, persone con una disabilità, anziani fragili, ecc.), quindi tutti i benefici che i membri del gruppo hanno sperimentato non sarebbero stati ottenuti. L’articolo completo “Auto-mutuo aiuto online” è disponibile sul numero di settembre 2021 della rivista Erickson “Lavoro sociale”
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Search-ME - Erickson 3 Rivista Lavoro Sociale
Un’esperienza di supervisione online con assistenti sociali durante l’emergenza sanitaria
Le conseguenze dirette e indirette dell’emergenza sanitaria legata alla diffusione del virus SARS-CoV-2 hanno posto i servizi per l’aiuto di fronte a sfide inedite, nelle quali gli assistenti sociali hanno dovuto compiere enormi sforzi operativi e personali. Nell’incertezza estrema che ha caratterizzato i primi mesi della pandemia, avviatasi a marzo 2020, gli operatori si sono scontrati con differenti priorità di bisogni, in sistemi organizzativi spesso saltati in aria, con nuove modalità di lavoro e carichi stravolti. Il protrarsi nel tempo di questa situazione destabilizzante ha sicuramente gravato sui professionisti in campo. È in questa seconda fase che l’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali è stato in grado di intercettare la fatica e il disagio della professione: al fine di sostenere i più coinvolti nella gestione delle conseguenze dell’emergenza da Covid-19, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali ha messo a disposizione dei propri iscritti, a titolo gratuito attraverso un apposito bando, percorsi specifici di supervisione da remoto. Il Centro Studi Erickson, in collaborazione con il Centro di ricerca Relational Social Work, ha quindi proposto “Prendiamoci cura di me”, un progetto di supervisione volto a promuovere il benessere di tanti colleghi e colleghe interessati. Il percorso si è ispirato a due idee generali: sostenere gli assistenti sociali nel proteggere la propria persona e il proprio operato è essenziale per promuovere pratiche di intervento congruenti con i principi cardine della professione che sono sanciti a livello nazionale dal Codice deontologico (CNOAS, 2020), e a livello internazionale dalla definizione mondiale di Social work (IASSW e IFSW, 2014) e dal Codice etico internazionale (IFSW, 2018); gli assistenti sociali, come singoli professionisti e come comunità professionale, hanno le competenze e le risorse per aiutarsi reciprocamente, contribuendo ad azioni di care che hanno una ricaduta sul proprio benessere, ma anche su quello delle organizzazioni nelle quali lavorano e, non da ultimo, delle persone, delle famiglie e delle comunità che sostengono. Il progetto ha previsto la costituzione di 5 gruppi di supervisione online che hanno visto la partecipazione di 37 assistenti sociali provenienti da tutta Italia e impegnati in diversi ambiti e servizi, sia pubblici che del privato sociale. Oltre alla partecipazione ai gruppi è stato offerto un sostegno personale, tramite la possibilità di colloqui individuali, e la partecipazione a un webinar sul lavoro di gruppo nel Social Work durante i periodi di grande emergenza. Le tre supervisori coinvolte sono assistenti sociali, con esperienza di ricerca, non solo nella formazione accademica, accomunate dalla condivisione dell’approccio metodologico al lavoro sociale relazionale e dall’adesione ad alcuni principi imprescindibili che hanno guidato l’esperienza di gruppo: la riservatezza, la valorizzazione e il rispetto delle differenze, l’autodeterminazione e l’empowerment, la reciprocità. L’articolo completo “Manutenzione per le scialuppe di salvataggio” è disponibile sul numero di settembre 2021 della rivista Erickson “Lavoro sociale”
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Search-ME - Erickson 4 Rivista Lavoro Sociale
Perché promuovere l’emancipazione richiede una riflessione sul rischio
Nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità si afferma l’importanza di rispettare la volontà delle persone con disabilità e di restituire loro la voce in merito alle scelte che le riguardano. Quindi, la Convenzione riconosce alle persone con disabilità il diritto di scegliere. Sostenere il diritto alla scelta delle persone con disabilità è un’idea ampiamente condivisa tra gli operatori sociali. Ma come si realizza in pratica il diritto alla scelta? E, in particolare, che cosa è in gioco nella relazione tra operatori sociali e persone con disabilità? L’approccio della coprogettazione risponde all’esigenza di rimettere al centro la volontà delle persone con disabilità e il loro progetto di vita, rendendo l’operatore un esperto che accompagna e non che si sostituisce all’altro nel definire cosa fare e perché. Co-progettare significa assumersi dei rischi in modo consapevole e condiviso e tollerare l’incertezza rispetto a quello che può accadere. Siamo convinti che l’operatore che vuole promuovere l’emancipazione di una persona con disabilità e accompagnarla a una vita il più indipendente possibile debba avere la capacità di assumere una riflessione sul rischio e debba essere capace di tollerare l’incertezza; questi due aspetti, però, non devono essere considerati dall’operatore come una sua esclusiva responsabilità nella pratica del lavoro sociale. Se siamo d’accordo sul fatto che nessun progresso possa essere raggiunto senza che vi sia da parte di chi lo auspica un mettersi alla prova, un procedere per tentativi ed errori, allora bisogna anche dire che questo sperimentarsi è compito non solo dell’operatore, ma dell’intera rete che sostiene la persona e della persona stessa. L’articolo completo “Co-progettare la vita indipendente” è disponibile sul numero di settembre 2021 della rivista Erickson “Lavoro sociale”
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