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I mini gialli dei dettati 2
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Natura e oggetto del lavoro sociale, una professione diversa da tutte le altre proprio per la “materia” che tratta
Un confronto tra professioni mediche e professioni sociali Il lavoro sociale, oltre a essere definito analiticamente nella propria suddivisione interna, può anche essere compreso per «contrapposizione» esterna. In particolare, si definisce in contrasto all’altra importante, e forse più popolare, area di aiuto, che è quella sanitaria (o clinica). Che cosa distingue le sopracitate professioni sociali, prese nel loro insieme, dalle professioni mediche tradizionali risulta intuitivamente evidente. Ma non altrettanto chiara è la distinzione rispetto a professioni come la psicologia clinica e la psicoterapia, le quali aderiscono al modello medico ma si occupano della riparazione di disagi psicologici e comportamentali apparentemente simili, se non identici, a quelli di cui si occupa il lavoro sociale. La cura di un malato di mente può essere responsabilità di operatori sanitari (il medico psichiatra, l’infermiere, lo psicologo esperto di riabilitazione comportamentale, ecc.) oppure di operatori sociali, come l’assistente sociale o l’educatore professionale. E quindi dov’è la differenza? Volendo abbozzare un minimo di ragionamento epistemologico ci si dovrebbe chiedere: qual è il differente oggetto? Due diverse accezioni del termine “cura” Nel linguaggio anglosassone specializzato, il termine «cura» è espresso in due differenti accezioni, a seconda che si voglia indicare la cura sanitaria o quella sociale. Nel primo caso si usa il vocabolo curing, che significa curare con l’intenzione di guarire. Nel secondo si usa il termine caring, che significa curare con l’intenzione di migliorare la qualità di vita, a prescindere dalla persistenza o meno della patologia (o della sua stessa esistenza ab origine). Lo sforzo di guarire implica sempre la ricerca di una precisa malattia (diagnosi) e di qui la ricerca (o la semplice attivazione) di un preciso corrispondente procedimento riparativo (trattamento). Lo schema diagnosi/trattamento caratterizza il modello medico, un filtro logico che, qualora trasferito nel sociale, semplifica in genere la complessità delle situazioni di disagio sociale talora al punto da oscurarle. Spesso le professioni sociali hanno fatto proprio tale incongruo modello per una sorta di attrazione inconscia, sostenuta in parte dalla maggiore semplicità cognitiva di tale approccio e in parte dal suo più alto status intrinseco. Al cuore del lavoro sociale: l’azione coordinata di più soggetti per una finalità condivisa Il lavoro sociale è un modo di guardare ai problemi sociali senza il filtro della patologia. Non si nega che molte manifestazioni di disagio sociale siano connesse a (o causate da) qualche evidente anomalia strutturale formalmente diagnosticabile, cioè qualche malattia, come ad esempio una psicosi, o una dipendenza psicofisica, o un deficit sensoriale, ecc. Ma anche in tali casi, quando la patologia «c’è» senza dubbio — diciamo così per semplificare, chiedendo venia ai costruzionisti —, l’operatore sociale, pur tenendone conto, la «bypassa» con la mente e mette a fuoco una realtà sovrastante di altro ordine: appunto il sociale di cui parliamo. L’operatore sociale ha il dovere di mettere a fuoco il sociale, altrimenti non si capisce perché possieda proprio quel nome preciso, e non un altro qualsiasi. Sfortunatamente si tratta di una percezione non proprio intuitiva, ma che non richiede tuttavia un’eccessiva propensione analitica, solo un minimo di attenzione in più. Il concetto che ci aiuta in tale percezione è quello di «azione intersoggettiva dotata di senso», caro ai fenomenologi. Il sociale di cui parliamo può essere appunto descritto come azione finalizzata di più persone interconnesse nel perseguimento di scopi condivisi, considerati dagli agenti degni di essere raggiunti in vista del loro stesso benessere. Entro questa cornice concettuale potremmo osservare situazioni correlate a malattie sanitarie anche gravi (per esempio, una malattia di Alzheimer) che tuttavia non costituiscono problema dal punto di vista specifico del lavoro sociale, qualora la capacità di azione dei soggetti coinvolti in quella specifica contingenza (il malato stesso per qualche parte, alcuni familiari o amici o alcuni specialisti professionali, ecc.) risulti adeguata a un fronteggiamento sufficiente della stessa, secondo il loro stesso giudizio. Viceversa è possibile individuare situazioni in cui non vi è alcuna malattia riscontrabile entro i parametri della sanità, e tuttavia è ben evidente anche all’occhio del profano una disfunzione sociale eclatante, attribuibile appunto alla carente capacità di azione dei soggetti coinvolti. Tutti gli agenti potrebbero essere abili, per così dire, sul piano della struttura psicofisica sottostante, rimanendo tuttavia deficitaria l’azione «sensata» emergente. È questo il caso ad esempio di situazioni di devianza, come quella di un minore non gestito dalle sue relazioni di vita che entra nel circuito penale; oppure di situazioni di conflitto relazionale all’interno della famiglia; o ancora, considerando realtà a valenza collettiva, situazioni di deprivazione socioculturale in ambienti svantaggiati, e così via. Il lavoro dei professionisti del sociale tra empowerment e rel-azione Il lavoro sociale come disciplina/prassi intenzionale studia e sostiene la capacità di azione tecnica dei professionisti del sociale. Questa azione si esplica tuttavia nel sostenere e potenziare («empower») la capacità di azione naturale delle persone direttamente o indirettamente interessate allo stesso benessere di cui il professionista, per dovere d’ufficio, deve occuparsi. Di azione si tratta quando parliamo di ciò che fa il professionista e di azione si tratta quando ci riferiamo alle persone coinvolte, sue interlocutrici. È evidente allora che il lavoro sociale, occupandosi di come un’azione possa stimolare e orientare altre azioni, sia nella sua essenza più fine rel-azione sociale. La relazione richiama l’idea della circolarità e della reciprocità degli influssi in entrambe le parti coinvolte, parti che, quando si parla di relazioni sociali, sono appunto soggetti umani agenti. Le distinzioni legate ai differenti status/ruoli in capo ai differenti soggetti non vengono del tutto superate, ma si sfumano. Questa teoria ha importanti implicazioni sul piano operativo, al punto da staccare il lavoro sociale dalla base dei mestieri tradizionali, e farne un corpus a sé. Tutte le professioni conosciute hanno una caratura tecnologica, avendo esse un oggetto statico che attira la manipolazione esterna dell’operatore esperto. Il lavoro sociale non è una tecnologia perché non ha oggetto, o meglio ha un oggetto epistemologico che è l’esatto contrario di ciò che tale termine lascia intendere. L’oggetto del lavoro sociale è una pluralità di soggetti (una rete) e quindi di autonome fonti di azione intersecantisi. In concreto, ciò vuole dire che gli utenti «non esistono» essendo essi, quando li si vede come agenti, degli «operatori» di benessere in qualche grado (che sfortunatamente a volte è un grado basso, ma mai completamente nullo). L’utente e le persone che si trovano in relazione con lui sono coterapeuti rispetto all’operatore che ufficialmente avrebbe in mano l’aiuto. A sua volta l’operatore risulta «coutente», cioè bisognoso di integrazioni esterne rispetto alla sua capacità di azione, la quale è sempre strutturalmente inadatta a perseguire scopi o a sviluppare progetti di azione per via autoreferenziale. Quando c’è di mezzo il benessere intersoggettivo, i suddetti scopi o progetti non possono mai essere del tutto coincidenti con quelli di un singolo individuo, nemmeno se questo è in una posizione di potere tale da farlo sentire autorizzato a pensare in tal modo. Quando gli scopi non sono condivisi, quando il potere d’azione (empowerment) non è ripartito tra gli agenti, i dinamismi relazionali finalizzati al bene comune si inceppano e lasciano campo aperto ai problemi sociali di vario ordine.
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Search-ME - Erickson 1 Autismo e disabilità
Le persone fragili sono quelle con maggiori difficoltà occupazionali, in particolar modo nei periodi di crisi. Com’è opportuno impostare l’accompagnamento lavorativo per loro?
Per una persona con disabilità, fragile, vulnerabile, svantaggiata, che dir si voglia, a occupabilità complessa, l’inclusione lavorativa e sociale in un ambiente ordinario di lavoro, in azienda profit, in una cooperativa, o in un ente pubblico, è un obiettivo auspicabile ma sempre più difficile da raggiungere. Tra il 70 e l’80% delle persone inoccupate/disoccupate, anche dopo ripetute azioni orientative, formative, di tirocinio e accompagnamento al lavoro non viene assunto e per chi ottiene una occupazione il più delle volte è un part-time, a tempo determinato, per periodi brevi. Il problema si aggrava in periodi di crisi, come il precedente dal 2008 ad oggi e come l’attuale, per emergenza pandemica e concomitante/successiva crisi economica e occupazionale generalizzata, che ci accompagnerà per un lungo arco temporale. In queste critiche circostanze, chi rischia di più, con una permanente estromissione dal mercato del lavoro, sono le situazioni liminali/marginali, ovvero le persone che già in periodi ordinari hanno difficoltà occupazionali per mancanza dei requisiti richiesti dalle aziende. Inoltre, con il cambiamento tecnologico, informatico, robotico dei processi produttivi progressivamente caleranno in quantità e qualità i lavori compatibili per queste persone, verranno generate nuove professioni a più elevata specializzazione, raggiungibili solo da una qualificata minoranza, con un incremento delle persone disoccupate e una maggiore competizione tra coloro che si dovranno contendere decrescenti opportunità e impieghi sempre più degradati, precari, mal retribuiti. Se aumentano i disoccupati e con lo sviluppo tecnologico progressivamente andranno a calare sia il tempo sia le possibilità di lavoro, soprattutto per chi ha una occupabilità complessa, non può essere che sia il vuoto esistenziale, anomico, di perdita di identità, di dignità, di sussistenza del «non lavoro», nella sua accezione negativa, a prevalere. Va allora rivisto e cambiato il «paradigma della centralità del lavoro», risignificando quello che adesso viene considerato «non lavoro». «Risignificare il tempo di non lavoro» per queste persone può volere dire consentire loro di avere una base economica sulla quale fare affidamento per una esistenza dignitosa, promuovendo le stesse persone a coltivare la propria crescita culturale, la propria capacitazione (anche con l’istruzione e la formazione, informale non formale-formale), stimolandole a coinvolgersi in azioni di pubblica utilità, in modo non obbligato, per soggettivo, motivato interesse e impegno socialmente riconosciuto. L’ambito nel quale può avvenire tale conversione di senso, di utilità e di rinascimento sociale, non è il «mercato» né il «profit», che hanno logiche prestazionali, di scambio economico e strumentale, indifferenti alle, quando non espulsive delle, risorse umane non efficienti e convenienti. Non è il «pubblico» che, al di là delle lodevoli «intenzioni equitarie» e di presidio del bene collettivo, non riesce ad accogliere le specificità soggettive con modalità inedite, innovative, personalizzate/individualizzate e si trova in contrazione di risorse, spesso appesantito da logiche burocratiche. Fondamentale invece potrebbe essere la collaborazione del pubblico con il terzo settore. Il terzo settore, infatti, solidale con i più svantaggiati, è l’ambito elettivo più promettente per la conversione auspicata, perché agisce secondo reciprocità, investimento fiduciario, scambio simbolico, nella produzione di beni relazionali e, in prospettiva, con possibilità di impiego retribuito delle persone meno occupabili nel profit tramite l’imprenditoria sociale della economia cosiddetta civile, rappresentata ad esempio dalle cooperative sociali di tipo B (di inserimento lavorativo).
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Come il metodo Relational Social work può aiutarci nell’accompagnare le comunità nel prendersi cura di sé
Quando si parla di lavoro sociale di comunità ci si riferisce a quell’ambito di intervento professionale del Social Work che si occupa di fronteggiare preoccupazioni a valenza collettiva. L’operatore impegnato in questo livello di lavoro è consapevole che, per svolgere il proprio ruolo al meglio, non dovrà muoversi in solitudine, studiando i bisogni della comunità e proponendo progettazioni che possano risolvere il problema. Dovrà piuttosto chiedere aiuto a quella stessa comunità cui si riferisce, guardando ai suoi membri come a degli alleati preziosi nel processo di fronteggiamento. La comunità, infatti, possiede un proprio sapere: ha un’idea del benessere cui auspica, ha una propria consapevolezza dei problemi o dei rischi che sta vivendo, conosce quello che è già stato realizzato o tentato, è in grado di individuare i processi di attivazione già in essere. È importante, quindi, che l’operatore si agganci a questo sapere per ricevere e dare un aiuto ai membri di quella comunità, come lui, preoccupati e disponibili. Il metodo Relational Social Work suggerisce alcuni passi operativi che possono guidare l’operatore sociale a facilitare questo processo affinché sia un lavoro realmente partecipato e reciproco. Le caratteristiche fondamentali del lavoro sociale di comunità. Partecipazione: viene presentata come condizione necessaria per lo sviluppo di progetti sociali di comunità, è sempre libera e volontaria. Gli operatori sociali che desiderano lavorare con le comunità, o che sono chiamati a farlo, non possono imporre idee, interventi o progettazioni. È fondamentale, quindi, che il professionista possa, prima di iniziare una progettazione, individuare e agganciarsi a quei moti spontanei di contrasto ai problemi sociali che, anche se talvolta deboli o nascosti, sempre esistono nelle comunità. Reciprocità: un operatore sociale che voglia lavorare con una comunità non solo si mette a servizio di questa per aiutarla ad andare verso la condizione di benessere auspicata, ma anche si lascia aiutare dai suoi stessi membri nel comprendere come meglio fare per accompagnarli in questo percorso che è per definizione indeterminato. È questo un sapere che l’operatore non possiede tecnicamente, che non può acquisire perfezionandosi nella sua formazione, ma di cui ha bisogno per progettare e realizzare sensati interventi a beneficio di una pluralità di persone in relazione tra loro. L’operatore di comunità dal canto suo metterà a disposizione quel sapere professionale utile ai membri della comunità per lavorare al meglio in modo orientato; connetterà persone e risorse presenti nella comunità e guiderà riflessivamente il processo alla luce di un metodo. In questo modo membri della comunità e professionisti impareranno reciprocamente come lavorare insieme per il bene di altri oltre a sé; nascerà un processo di aiuto e di empowerment reciproco. Alla luce di questi presupposti il metodo Relational Social Work fornisce chiare indicazioni che permettono all’operatore sociale di facilitare processi in grado di riconoscere e connettere le risorse presenti nelle comunità, in vista di un lavoro riflessivo, aperto e congiunto per il fronteggiamento di problemi sociali. Quattro passi da seguire per un lavoro sociale di comunità. I quattro passi del metodo che potrà seguire l’operatore possono essere così riassunti: 1. L’operatore inizia, o approfondisce, la conoscenza della comunità: la vive, la studia, incontra i suoi membri, dialoga ed entra in relazione con loro. Obiettivo: individuare quelle persone disponibili e motivate ad aiutarlo per migliorare il benessere di quella comunità. 2. L’operatore connette queste singole persone e le incontra per aiutarle a definire la direzione verso la quale si vuole andare. Obiettivo: facilitare la nascita di un gruppo guida del progetto, ovvero un insieme di persone, membri della comunità accomunati da una finalità progettuale condivisa. Questo gruppo aiuterà e si farà aiutare dall’operatore nell’intero processo. 3. L’operatore sociale e il gruppo guida individuano altri membri della comunità disponibili ad attivarsi per il raggiungimento di quella data finalità: li incontrano, li conoscono e chiedono loro consiglio e aiuto: insieme si definisce il progetto. Obiettivo: catalizzare una rete di fronteggiamento di comunità (o più reti) che possa aiutare il gruppo guida nella progettazione collettiva: eventualmente ricorrendo a processi decisionali strutturati (ad esempio: World Cafè, Dialoghi Comunitari di Rete, Photo Voice, Community Visioning, etc.) si pianificheranno azioni e interventi a beneficio dell’intera comunità. 4. Operatore e gruppo guida aiuteranno la rete di fronteggiamento a mettere in campo le strategie ipotizzate, realizzandole con il contributo di tutti e monitorandole nel tempo. Obiettivo: guidare la comunità a lavorare in modo congiunto, osservando ciò che viene realizzato ed accompagnarla nel riflettere sul cambiamento prodotto, nel ridefinire quanto necessario, anche in vista di progettazioni future. Alcuni consigli di lettura Il Lavoro Sociale di Comunità passo dopo passo. Metodologia e strumenti per progetti a valenza collettiva. Il testo approfondisce i 4 passi metodologici indicati dal metodo Relational Social Work per facilitare progetti sociali di comunità. Per ogni fase oltre alla spiegazione teorica, è possibile trovare esempi tratti da progetti realmente realizzati, box degli accorgimenti, schede di documentazione e strumenti concreti che possono guidare l’operatore in tutto il processo di coinvolgimento della comunità. Il lavoro sociale di comunità. Come costruire progetti partecipati. Il testo è l’edizione italiana di uno dei manuali più famosi di community social work a livello internazionale. Pur facendo riferimento al contesto anglosassone, l’autore fornisce preziose indicazioni pratiche per tutti gli operatori che lavorano o vogliono lavorare per e con le comunità. Partendo dai principali approcci di community work indicati dalla letteratura internazionale, Twelvetrees illustra i principi alla base di questo ambito di lavoro e le sue dimensioni, per poi fornire una guida per il lavoro sul campo. Comunità e democrazia nei quartieri. Un'ipotesi di lavoro per attivare processi partecipativi e generativi di cittadinanza nei quartieri e nei paesi. Il lavoro sociale è strettamente connesso al livello del policy making: da esso è influenzato e condizionato, ma allo stesso tempo il sapere che deriva e matura sul campo può ispirare le scelte e gli orientamenti politici. I quartieri e i legami di prossimità tra i cittadini costituiscono i primi elementi da cui si genera e si rigenera un cambiamento che punta non solo a prevenire le emergenze sociali, ma anche a restituire a ognuno la possibilità di esercitare la propria responsabilità sociale e politica nella città. “Comunità e democrazia nei quartieri” facendo propria una nuova visione di welfare che, partendo dal basso, punta a coinvolgere tutte le dimensioni della vita delle persone, propone politiche sociali che si interessano all’intera comunità a partire dai quartieri. Sulla base dell’esperienza maturata nel concreto sviluppo di comunità viene proposto un nuovo paradigma dialogico-relazionale in grado di farsi carico degli aspetti più essenziali della società, ma capace anche, in questo modo, di incidere più profondamente sulla dimensione politica della stessa.
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Per chi opera in ambito socio-sanitario, padroneggiare competenze trasversali come l’empatia, l’ascolto attivo, l’autoconsapevolezza e l’autoefficacia è importante per rispondere con efficacia ai bisogni di utenti e caregiver
In ambito socio-sanitario vi è un bisogno diffuso di accrescere le capacità dell’individuo in un’ottica di empowerment che si rifletta anche in ambito professionale. Capacità come il saper comunicare con efficacia, l’affrontare con armonia le relazioni interpersonali, l’esprimersi con chiarezza, il saper ascoltare le altre persone, il saper trovare un punto di incontro tra le proprie e le altrui esigenze fanno parte del saper essere e saper stare nella relazione. L’operatore del socio-sanitario entra sempre in rapporto con l’utente per fornirgli prestazioni e informazioni senza pensare che le informazioni, spesso più importanti delle prestazioni, devono essere fornite in modo attento perché altrimenti le prestazioni divengono un episodio slegato dal resto o acquistano un significato diverso, alle volte vuoto. La tecnica (il saper fare) e come si fornisce la tecnica (il saper essere) sono strettamente correlate. Quando si fa una iniezione o si cambia il letto, si assiste la persona durante il pasto, la si cambia, o si fornisce una informazione di carattere clinico — ossia anche quando l’operatore socio-sanitario ritiene di dover svolgere un ruolo esclusivamente esecutivo —, persino in quel caso si tratta di qualcosa che va ben oltre la mera esecuzione di un compito, anche per lo «sguardo» dell’utente su come svolgiamo quelle azioni e come gliele trasferiamo: uno sguardo distratto, un modo freddo e distaccato, un modo direttivo, impersonale, standardizzato promuovono reazioni diverse. Per questo l’analisi della relazione e la conseguente proposta di azione diventano fondamentali. Le tecniche di counseling come l’empatia, la congruenza, l’autenticità, la consapevolezza dei propri valori, sensazioni, opinioni e pensieri, la disponibilità verso l’altro, la curiosità, la conoscenza, l’interesse divengono i tasselli fondamentali di costruzione della relazione senza i quali lo scambio si svuota e tecnicizza. In questo senso, la terapia rogersiana centrata sul cliente estesa all’azione educativa della scuola credo sia un importante spunto per comprendere come dovrebbe essere l’approccio dell’operatore in ambito socio-sanitario nel suo rapporto centrato sull’utente per promuovere il suo saper stare. Nell’azione educativa la terapia rogersiana diviene pedagogia della non-direttività centrata sullo studente. La «lezione» in senso lato — o meglio la tipica «sequenza didattica» di Rogers — segue questo sviluppo: l’insegnante presenta la tematica di un determinato corso; si mostra il materiale di lettura e si suggeriscono opportune tecniche di studio; gli studenti svolgono attività di ricerca sulla traccia del materiale preparato per loro, procedono all’autovalutazione del lavoro compiuto ed esaminano le reazioni personali. In sostanza, l’accento viene posto non più sull’insegnamento ma sull’apprendimento, non deve essere il maestro a cambiare l’alunno ma è l’individuo che si cambia mentre apprende. La nondirettività non è quindi il lasciar fare nello spontaneismo disordinato, ma è al contrario un’autorità volta a lasciar esprimere le potenzialità degli alunni che cerca di superare non l’autorità, ma il potere della funzione docente. Trasponendo questo processo nel rapporto operatore/utente, l’aspetto da cui si dovrebbe partire è quello di mettere quest’ultimo nella condizione di apprendere dalla situazione che sta vivendo. L’operatore si fa facilitatore, fornendo indicazioni e predisponendo il contesto e l’utente, sulla base del suo bagaglio conoscitivo, del suo tempo e della sua necessità, si muove ed elabora gradualmente l’apprendimento su di sé e sul suo bisogno.
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Una figura con funzioni organizzative, amministrative, tecniche e relazionali, molto importante per mantenere un buon raccordo tra livello operativo e livello dirigenziale
Nei Servizi di welfare, la finalità generale dei coordinatori è «guidare l’équipe di professionisti nel lavoro di cura con persone, famiglie, gruppi e comunità in situazione di difficoltà, all’interno di articolati contesti organizzativi espressione dei sistemi di welfare, nel quadro delle politiche sociali e socio-sanitarie di riferimento». I coordinatori sono chiamati a svolgere funzioni diverse, tutte importanti per il funzionamento e lo sviluppo del Servizio. Riferendoci alla pratica operativa, coloro che coordinano rispondono alle seguenti funzioni: – organizzative: si riferiscono all’attivazione e alla cura di tutti i processi che permettono al Servizio di esistere e di svolgere la propria attività entro un contesto organizzativo e socio-territoriale, anche in collaborazione con altre istituzioni; – amministrative: si concretizzano in attività di rendicontazione e documentazione che in genere rientrano nell’espressione accountability,e sostengono processi di erogazione, allocazione e distribuzione delle risorse; – tecnico-metodologiche: attengono alla necessità di guidare e sostenere l’équipe nella riflessione sulla pratica operativa; – di networking: si esprimono in attività di comunicazione, sviluppo, facilitazione e connessione delle relazioni, sia all’interno del Servizio che all’esterno. Nei Servizi di welfare il coordinatore occupa una posizione centrale tra il livello amministrativo-politico e quello della pratica operativa. L’espressione middle-management si riferisce al livello intermedio che intercorre tra le figure apicali dirigenziali e gli operatori sociali che svolgono fieldwork practice. In relazione alle differenze che caratterizzano le forme gestionali dei Servizi di welfare, coloro che coordinano l’équipe possono essere manager, ossia rispondere direttamente a un organo o a un referente politico-amministrativo (come l’assessore, il Consiglio di amministrazione), oppure possono rispondere al livello manageriale (come a un dirigente o un responsabile di Servizio). In quest’ultimo caso, il coordinatore di équipe si colloca su un piano di middle-management, tra il livello dirigenziale e quello di fieldwork practice. Questa posizione intermedia è tanto complessa quanto preziosa. Il coordinatore è in una posizione di subordinazione alla parte politica-amministrativa o manageriale e da essa riceve piani strategici, obiettivi aziendali, vincoli. Al contempo, i coordinatori devono restituire al livello sovrastante informazioni importanti con l’auspicio che possano dare direzione e sensibilità alle azioni decisionali. Queste informazioni riguardano principalmente i bisogni dell’utenza e dei cittadini, il grado di accessibilità del Servizio, le procedure e i regolamenti interni, le esigenze dei professionisti. Gli operatori hanno bisogno di essere informati e aggiornati sulle scelte e sulle logiche di coloro che guidano l’organizzazione, e parimenti questi ultimi devono essere sensibilizzati attraverso gli input dei professionisti che conoscono i bisogni dell’utenza e del territorio. I processi di un’organizzazione devono quanto più possibile corrispondere alle direttive della parte dirigenziale, ai bisogni degli operatori, dell’utenza e della comunità di riferimento, e non andrebbero rappresentati come antitetici ma contigui, pur con le dovute differenze. Qualunque sia la ripartizione gerarchica all’interno dell’Organizzazione, dobbiamo immaginare che i diversi livelli non siano a compartimenti stagni, ma che siano penetrabili e idealmente collegati da relazioni di scambio. Anche quando il rapporto tra il livello operativo e quello della dirigenza non è fluido come si vorrebbe, il coordinatore deve provare ad alimentare un canale di comunicazione e di riflessione. Questa funzione, seppur faticosa e complessa, è importante per evitare che le micro-culture della dirigenza e dei professionisti si allontanino o si scindano sollevando tensioni e problemi in termini di riconoscimento e appartenenza. Queste situazioni possono prendere la forma di vere e proprie crisi che portano gli operatori a vivere un conflitto valoriale, fino a operare una netta e dolorosa scissione tra i valori e i principi in cui credono e quelli a cui si devono attenere quando agiscono nelle relazioni di aiuto per conto di un’organizzazione. Dal 20 maggio 2022 al 20 maggio 2023, Erickson propone il “Master in Coordinamento di servizi ed equipe multiprofessionali”: un percorso formativo in dieci moduli, di cui sei verranno svolti in streaming, mentre altri quattro si potranno seguire sia in streaming che in presenza presso la sede Erickson di Trento.
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
Una risorsa preziosa sia per chi presta aiuto, sia per gli anziani assistiti
Chi si prende cura di un anziano non autosufficiente, oltre all’impegno fisico, va spesso incontro a vissuti di smarrimento, solitudine, isolamento. Talvolta, quando l’anziano non autosufficiente è un familiare, può essere necessario anche fare delle scelte drastiche, come ad esempio lasciare o ridurre l’attività lavorativa, ed è molto difficile riuscire a mantenere legami amicali e relazioni sociali. Le stesse persone anziane, nel momento in cui si rendono conto di perdere l’autonomia, soprattutto se questo avviene in maniera graduale, possono provare sentimenti di grave smarrimento, rabbia, rifiuto dei supporti, oppure depressione. In questi casi, sia per i caregiver che per le persone anziane, può essere molto utile la partecipazione a gruppi di auto/mutuo aiuto, ossia a quei gruppi in cui persone che si trovano ad affrontare la stessa problematica si incontrano per condividere le proprie esperienze. La forza di questi gruppi consiste principalmente nel fatto che le persone che si incontrano per condividere le proprie esperienze, oltre ad essere «portatori» di una difficoltà, diventano al contempo portatori di un sapere che può diventare prezioso per altri che vivono una condizione simile.   Nei percorsi con gli anziani non autosufficienti e le loro famiglie, il gruppo risponde al fondamentale bisogno di non sentirsi soli di fronte al dolore e alla sofferenza, aiuta il caregiver a prendersi cura dell’anziano e, al contempo, si prende cura di lui. I benefici che sia i caregiver che le persone anziani non autosufficienti possono ricavare dalla partecipazione a gruppi di auto/mutuo aiuto sono numerosi. Qui di seguito abbiamo provato a riassumere i principali: Nel gruppo ciascuno può esprimere liberamente i suoi sentimenti, anche quelli ritenuti «inconfessabili» (rabbia, vergogna, disperazione ecc.) perché si trova in un ambiente rispettoso e non giudicante Nel gruppo ci si sente accolti e compresi profondamente, dal momento che si vive una condizione simile («Tu mi puoi capire davvero») Nel gruppo è possibile stabilire nuovi legami, che spesso si trasformano in esperienze molto profonde di amicizia e supporto reciproco, talora anche molto concreto Il gruppo consente uno scambio di informazioni su percorsi, procedure, servizi, di cui non è sempre facile venire a conoscenza e, in tanti casi, l’esperienza pregressa può davvero essere una fonte preziosa di notizie per altri Il gruppo aiuta a compiere scelte, anche difficili, relative alla gestione dei propri familiari e/o a tutto ciò che comporta la condizione di non autosufficienza Il gruppo valorizza le «competenze esperienziali» che si sono acquisite nel corso del tempo: infatti, chi è davvero esperto della non autosufficienza se non chi quotidianamente sperimenta e affronta questa situazione L’articolo completo a cura di Francesca Corradini (Gruppo di Ricerca Relational Social Work Università Cattolica di Milano) è disponibile sul numero di febbraio 2018 della rivista Erickson Lavoro Sociale.
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