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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
Una risorsa preziosa sia per chi presta aiuto, sia per gli anziani assistiti
Chi si prende cura di un anziano non autosufficiente, oltre all’impegno fisico, va spesso incontro a vissuti di smarrimento, solitudine, isolamento. Talvolta, quando l’anziano non autosufficiente è un familiare, può essere necessario anche fare delle scelte drastiche, come ad esempio lasciare o ridurre l’attività lavorativa, ed è molto difficile riuscire a mantenere legami amicali e relazioni sociali. Le stesse persone anziane, nel momento in cui si rendono conto di perdere l’autonomia, soprattutto se questo avviene in maniera graduale, possono provare sentimenti di grave smarrimento, rabbia, rifiuto dei supporti, oppure depressione. In questi casi, sia per i caregiver che per le persone anziane, può essere molto utile la partecipazione a gruppi di auto/mutuo aiuto, ossia a quei gruppi in cui persone che si trovano ad affrontare la stessa problematica si incontrano per condividere le proprie esperienze. La forza di questi gruppi consiste principalmente nel fatto che le persone che si incontrano per condividere le proprie esperienze, oltre ad essere «portatori» di una difficoltà, diventano al contempo portatori di un sapere che può diventare prezioso per altri che vivono una condizione simile.   Nei percorsi con gli anziani non autosufficienti e le loro famiglie, il gruppo risponde al fondamentale bisogno di non sentirsi soli di fronte al dolore e alla sofferenza, aiuta il caregiver a prendersi cura dell’anziano e, al contempo, si prende cura di lui. I benefici che sia i caregiver che le persone anziani non autosufficienti possono ricavare dalla partecipazione a gruppi di auto/mutuo aiuto sono numerosi. Qui di seguito abbiamo provato a riassumere i principali: Nel gruppo ciascuno può esprimere liberamente i suoi sentimenti, anche quelli ritenuti «inconfessabili» (rabbia, vergogna, disperazione ecc.) perché si trova in un ambiente rispettoso e non giudicante Nel gruppo ci si sente accolti e compresi profondamente, dal momento che si vive una condizione simile («Tu mi puoi capire davvero») Nel gruppo è possibile stabilire nuovi legami, che spesso si trasformano in esperienze molto profonde di amicizia e supporto reciproco, talora anche molto concreto Il gruppo consente uno scambio di informazioni su percorsi, procedure, servizi, di cui non è sempre facile venire a conoscenza e, in tanti casi, l’esperienza pregressa può davvero essere una fonte preziosa di notizie per altri Il gruppo aiuta a compiere scelte, anche difficili, relative alla gestione dei propri familiari e/o a tutto ciò che comporta la condizione di non autosufficienza Il gruppo valorizza le «competenze esperienziali» che si sono acquisite nel corso del tempo: infatti, chi è davvero esperto della non autosufficienza se non chi quotidianamente sperimenta e affronta questa situazione L’articolo completo a cura di Francesca Corradini (Gruppo di Ricerca Relational Social Work Università Cattolica di Milano) è disponibile sul numero di febbraio 2018 della rivista Erickson Lavoro Sociale.
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Search-ME - Erickson 2 Anziani
Come mediare tra dignità, relazioni, cure efficaci
Un segmento importante dei servizi rivolti alle persone anziane è entrato in crisi: la tragedia del Covid-19 ha lasciato segni molto pesanti nell’organizzazione delle residenze, segni che non potranno essere cancellati con interventi di superficie. È quindi necessario prevedere profonde modificazioni dell’organizzazione dell’assistenza a chi è vecchio e fragile, perché queste strutture possano continuare a servire il paese in un settore delicatissimo della convivenza nelle comunità. Lo scopo principale è rispettare la dignità di ogni persona, indipendentemente dall’età, conservare gli equilibri all’interno delle famiglie (le relazioni), essere contenitori di cure adeguate alle specifiche esigenze di chi soffre per le malattie, la perdita dell’autosufficienza, le fragilità sia di ordine somatico che psicosociale. La dignità dell’anziano Un punto fondamentale riguarda la dignità del singolo anziano; viene collocata al primo posto in questo breve elenco, perché il rispetto della persona in tutte le sue dinamiche è premessa indiscutibile a qualsiasi progetto concreto. Nessun motivo organizzativo, nessuna contingenza, per quanto temporanea, potrà permettere di avvicinare l’anziano come un insieme di bisogni, invece che come contenitore vivo di volontà, di speranze, di relazioni, talvolta anche di povertà e di disperazione. Il rispetto della complessità - caratteristica fondante dell’umano - non premette approcci segmentari; la dignità dell’anziano non dipende dalla volontà degli altri, ma è un valore indiscutibile, legato all’essenza di essere persona. Quindi non è mai contrattabile; o viene accettata come premessa o non è lecito instaurare alcun rapporto. La presa in carico della persona Il secondo motivo conduttore nella logica di una residenza che voglia realizzare un servizio è la funzione di presa in carico della persona, in modo che la famiglia possa essere sollevata dal compito di strutturare l’assistenza per chi non è in grado di organizzarsi da solo. Le residenze per anziani devono svolgere una funzione di sostituzione per compiti che la famiglia non sa eseguire; ciò riguarda sia aspetti di aspetti di assistenza al soma, sia di assistenza psicologica. La famiglia non è più capace, oltre un certo grado di complessità, di svolgere una funzione adeguata; la struttura residenziale sa invece come accompagnare il malato e la sua famiglia, garantendo una vicinanza tecnicamente valida nei momenti di crisi e, allo stesso tempo, garantendo una qualità della vita che permetta all’ospite di vivere senza stress e senza sofferenze e alla sua famiglia di osservarne serenamente le giornate, senza perdite e senza dolore. La cura Il terzo motivo è la cura. La residenza deve garantire una cura adeguata, che si sviluppa in interventi specifici, che derivano da una visione complessiva dei bisogni dell’ospite. Cura inizia con una valutazione accurata e ripetuta dei principali motivi di sofferenza; poi cura significa farsi carico delle principali malattie ed evitare i momenti di solitudine che possono rende insostenibile una giornata. Cura è occuparsi dell’ospite e del suo caregiver, impegnandosi anche a rimarginare le ferite psicologiche, incominciando dai frequentemente diffusi sensi di colpa. Cura è essere vicini a chi soffre, con gentilezza, generosità, intelligenza, cultura professionale: doti che il personale delle RSA ha saputo mostrare al massimo nel corso della recente drammatica pandemia.
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Search-ME - Erickson 3 Lavoro sociale
Una strategia per rendere migliori i luoghi di cura per le persone anziane
La demenza, patologia cronica e degenerativa per cui al momento non ci sono cure farmacologiche, ci pone davanti a grandi fatiche e nello stesso tempo opportunità dal punto di vista della cura. Infatti è proprio là dove la cura non è possibile che dobbiamo costruire il «prendersi cura». Queste persone, che perdono ogni giorno qualche abilità, ma che anche ogni giorno stanno nel mondo con ricordi, emozioni, desideri, ci pongono davanti a grandi questioni, come: qual è il limite tra sicurezza e contenzione? Quando vanno utilizzati i sistemi di tutela e protezione? Sappiamo che la «contenzione» non è soltanto legare una persona con demenza “così non si fa del male”; contenzione è anche chiudere le porte degli armadi personali a chiave, non far indossare gli occhiali, non aver nulla da fare o da guardare e così via.  Una delle strategie che favoriscono la limitazione ed eliminazione della contenzione è il ricorso al Metodo Gentlecare, che riconosce la valenza curativa dell’ambiente come luogo protesico, per il quale il benessere dell’individuo è raggiungibile mediante la correlazione dinamica di tre componenti: le persone, la programmazione delle attività, lo spazio fisico.  Negli ultimi anni, con buona produzione di evidenze scientifiche, si è notevolmente incrementata la ricerca sugli interventi psicosociali orientati a promuovere il benessere e la qualità di vita delle persone con demenza e dei loro familiari e anche del personale. Per togliere dobbiamo aggiungere. Per togliere — limiti, contenzioni, spondine, farmaci — dobbiamo aggiungere — tempo, attività, colori, stimoli, verde, parole, sguardi occhi negli occhi, cerchi tra persone, consapevolezza intesa come possibilità di scelta tra uno stimolo e una risposta. La soggettività dell’anziano passa attraverso la soggettività di tutte le persone che operano in un Servizio, perché tutti abbiamo bisogno di essere visti. La contenzione si elimina quindi attraverso pratiche professionali che alimentano la soggettività e la partecipazione di tutte le persone che abitano la comunità di cura e si concretizza attraverso spazi di parola che siano spazi di pensiero che diventa azione, con interventi su più livelli, fra cui: Gruppi di narrazione condivisa tra anziani Progetti individuali elaborati in vere riunioni interprofessionali, in cui le persone si mettono attorno a un tavolo e si confrontano Raccolta della biografia degli anziani con i familiari e gli anziani stessi e condivisione delle storie di vita tra il personale Percorsi di formazione, aggiornamento e supervisione per il personale. Si tratta in estrema sintesi di una questione di fiducia, connessa all’importanza di essere visti, di fidarsi e di affidarsi, di essere consapevoli, di costruire legami e costruire comunità.
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Search-ME - Erickson 4 Lavoro sociale
Gli 8 principi suggeriti dall’economista Elinor Ostrom per la coprogettazione sociale
Le esperienze di coprogettazione sociale che si sono fatte strada successivamente alla legge n. 328 del 2000 in cui è previsto che la titolarità e la responsabilità della produzione di servizi sociali non siano più esclusiva dell’ente pubblico, hanno incontrato molteplici resistenze e difficoltà nella loro realizzazione. Questo tipo di esperienze rappresentano bene la declinazione degli studi e dei modelli elaborati da Elinor Ostrom, premio Nobel dell’economia nel 2009, sul tema della «governance delle risorse collettive». Dopo aver analizzato molte esperienze di gestione di risorse collettive, la Ostrom è arrivata a definire otto Principi Progettuali ricorrenti che spiegano il successo delle esperienze analizzate e che possono costituire un valido riferimento per lo sviluppo delle esperienze di coprogettazione. Ecco quali sono questi principi: 1. Chiara definizione fisica dei confini I confini della coprogettazione devono essere definiti in modo sostenibile, sia con riferimento all’ampiezza del contesto territoriale interessato che relativamente alle problematiche sociali affrontabili con la coprogettazione che con l’individuazione di coloro che possono usufruire delle risorse collettive costituite dai servizi prodotti in coprogettazione e messi a disposizione della comunità. 2. Congruenza tra le regole di appropriazione e di fornitura e le condizioni locali Il secondo principio sottolinea l’esigenza di stabilire chiari indirizzi per orientare l’utilizzazione delle risorse messe a disposizione per l’attuazione del welfare locale. A partire dalle specificità economiche e sociali del contesto territoriale, la realizzazione di servizi in coprogettazione deve fondarsi su un congruente equilibrio tra le risorse impiegate per garantire un adeguato accesso ai servizi dei cittadini (appropriazione) e quelle utilizzate per sostenere la produzione stessa dei servizi (fornitura). Questo tema è cruciale per lo sviluppo del sistema di welfare locale, in quanto sono da regolare interessi non immediatamente convergenti.  3. Metodi di decisione collettiva È importante che l’indirizzo democratico e partecipativo della coprogettazione strutturi processi decisionali improntati alla collegialità. I produttori e gli utilizzatori dei servizi realizzati, devono poter contribuire a definire, e all'occorrenza modificare, le regole che orientano la  funzionalità complessiva del sistema operativo istituito dalla coprogettazione stessa. 4. Controllo Poiché la coprogettazione si realizza attraverso un sistema di relazioni non gerarchizzato, occorre individuare un soggetto che eserciti la responsabilità del controllo, come un organismo collegiale di direzione della coprogettazione, che dovrà in particolare controllare le modalità con cui sono utilizzate le risorse collettive e i comportamenti di coloro che usufruiscono dei servizi rispondendo del loro operato alla comunità. 5. Sanzioni progressive La necessità di proteggere la coprogettazione implica l’applicazione di sanzioni a coloro che violano norme operative condivise. Questo principio evidenzia la necessità di esercitare in modo rigoroso le funzioni di responsabilità gestionale anche in situazioni critiche. 6. Meccanismi di risoluzione dei conflitti Il sesto principio sollecita l’attivazione di dispositivi per trattare in modo rapido e precoce i conflitti che possono insorgere tra destinatari di servizi o tra destinatari e operatori. Considerando le tensioni conflittuali tipiche delle esperienze di produzione di servizi, lo sviluppo di competenze e di metodologie dedicate al loro trattamento costituisce un requisito essenziale per fare in modo che la coprogettazione possa proporsi come prospettiva capace di sviluppare un welfare relazionale. 7. Riconoscimento dei diritti di organizzarsi Il settimo principio richiama la necessità di promuovere la partecipazione dei cittadini e dei destinatari dei servizi in attività di verifica e indirizzo della coprogettazione, riconoscendo loro rappresentanze e favorendo l’espressione di loro contributi. 8. Organizzazioni articolate su più livelli Infine, l’ottavo principio pone l’attenzione sulla dimensione organizzativa della coprogettazione, richiamando la necessità di sviluppare adeguate articolazioni proporzionate all’ampiezza dei contesti territoriali e alla molteplicità dei temi sociali affrontati. In particolare, quando la coprogettazione affronta diverse problematiche sociali in contesti territoriali ampi, per garantire le necessarie cooperazioni e valorizzare le autonomie operative dei diversi soggetti occorre sviluppare un’articolazione organizzativa su più livelli concentrici. Pensare allo sviluppo del welfare locale in una logica di coprogettazione implica quindi immaginarsi soluzioni organizzative capaci di consolidare il suo valore come bene comune e di assumere le complessità inerenti alle relazioni tra i diversi soggetti coinvolti nella produzione e nell’utilizzazione dei servizi. Le esperienze di coprogettazione avviate e quelle che in numero crescente stanno nascendo possono trarre importanti spunti da questi studi, che forniscono una valida cornice teorica di riferimento per lo sviluppo di esperienze di welfare locale fondate su nuove forme di autogoverno, capaci di costruire, come sostiene Elinor Ostrom, una terza via tra le logiche stataliste e quelle di mercato.
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Search-ME - Erickson 5 Lavoro sociale
Fabio Folgheraiter, esperto di welfare e servizi sociali, illustra il modello del “lavoro di comunità”
Con la riduzione delle risorse a disposizione per il welfare e l’aumento della complessità della domanda di prestazioni sociali, in atto da tempo in Italia, anche i modelli di intervento sociale hanno subito dei profondi mutamenti.   Tra questi modelli, anche in Italia si sta diffondendo il lavoro sociale di comunità (o “community social work”), che ha lo scopo di favorire l’assolvimento trasversale di funzioni e compiti di rilevanza sociale con il coinvolgimento di famiglie, associazioni e comunità, in una prospettiva di lavoro relazionale.    A spiegarci meglio il modello del lavoro sociale di comunità è Fabio Folgheraiter, professore di Metodologia del lavoro sociale all’Università Cattolica di Milano. Professor Folgheraiter, quali sono le caratteristiche fondamentali del lavoro sociale di comunità? In due parole si può dire che il lavoro sociale di comunità è una prospettiva operativa che privilegia il lavoro con gruppi/associazioni di cittadini rispetto al lavoro sui singoli casi bisognosi di terapie o aiuto individualizzati.  Si tratta dunque di una strategica apertura del raggio di azione di un intervento di aiuto: s'irradia in una dimensione collettiva prendendo in considerazione i bisogni di una pluralità di persone accomunate da bisogni/preoccupazioni comuni e coinvolgendo sempre quelle stesse persone interessate (ovvero una loro significativa rappresentanza) nelle azioni necessarie a portare a buon fine i progetti per "risolvere" i problemi condivisi. Con la crisi che tocca i Servizi, ragionare in un'ottica di community social work può rappresentare una vera opportunità? La tendenza italiana più recente a sviluppare progetti di lavoro nei quartieri e nelle comunità locali deriva certamente dall'evidenza che le modalità più convenzionali, chiuse e unidirezionali, di affrontare i problemi sociali - evidenza drammaticamente accentuata dalla restrizione delle risorse disponibili e dal taglio dei fondi alla spesa sociale - faticano a sostenersi e giustificarsi fino in fondo. Che questo modo possa davvero rappresentare un'alternativa fattibile, è da vedere. Siamo in presenza comunque di uno stile di pensiero e di azione certamente più sofisticato e intelligente, al punto che i suoi principi possono essere trasferiti anche nei modi di lavoro di caso più convenzionale, come ben sanno quanti si ispirano al Metodo relazionale (Relational social work).   Fabio Folgheraiter interverrà al Convegno “Progettare comunità. Nuovi strumenti per il community work e l’animazione dei territori” , in programma il 13 e 14 dicembre 2019, nella sede Erickson di Trento.
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