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I mini gialli dei dettati 2
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Il valore dell’ascolto e le pratiche attuabili nella vita quotidiana per migliorare le proprie capacità di ascolto
“L’intelligenza è l’abilità grazie alla quale si può intraprendere e mantenere una determinata direzione, adattarsi a nuove situazioni e mantenere la capacità di criticare le proprie azioni” (Alfred Binet) Nessuno ci insegna ad ascoltare e spesso non siamo buoni ascoltatori. È una competenza che non ci preoccupiamo di allenare. Invece ad ascoltare si impara. Ed è utile, perché più di qualunque altra attività, ci collega alla vita. Noi tutti vogliamo essere ascoltati. L’ascolto è un bellissimo regalo, perché quando sentiamo di avere l’attenzione di qualcuno ci sentiamo importanti, ci sentiamo confermati, ci sentiamo amati. Ogni interazione, ogni scambio, ci offre l’opportunità di far sentire le persone “riconosciute” e questo non è solo interessante… è potente, significativo e umanamente nutriente. Parlare di ascolto significa parlare di comunicazione, di una forma “superiore” di comunicazione, perché senza l’uno l’altra è poco efficace. Senza qualcuno che ascolta, lo scambio è difficile. Ascoltare infatti non è la capacità di sentire le parole, ma è l’arte di capirne il significato, è l’arte di restituirne il senso e di far sentire le persone comprese. A questa fase del processo si dedica spesso poca attenzione: la nostra scelta di ascoltare, invece, di fatto è un messaggio: comunica interesse, attenzione, disponibilità di tempo ed energie. È in grado di restituire a chi parla una misura del significato e dell’importanza che le riserviamo. Se scelgo di ascoltare, in altre parole, esprimo considerazione. Ma cosa avviene quando mettiamo in campo questa competenza? Se la dovessimo radiografare recuperandone le azioni, riconosceremmo i seguenti passaggi:  riceviamo informazioni tramite i sensi, in particolare l’udito e la vista diamo un significato alle informazioni in arrivo decidiamo come comportarci in base alle informazioni ricevute: cosa pensare, come agire rispondiamo a ciò che abbiamo ascoltato. Sembra semplice ma in ognuno di questi passaggi entrano in gioco molte dimensioni che dipendono dalla nostra esperienza, dalla nostra storia e dalle nostre emozioni: è facile selezionare, distorcere, interpretare un messaggio. Come migliorare le nostre abitudini di ascolto? Ci sono tre domande a cui possiamo rispondere se vogliamo diventare ascoltatori competenti. L’intenzione: quale ascoltatore vuoi diventare? Dato che ascoltare in modo attivo, esplorativo, empatico non è automatico, è necessario saper considerare la propria volontà, cioè prendere una decisione rispetto all’assunzione di un comportamento. Trovate ed utilizzate una frase da dire a voi stessi che possa aiutarvi a tenere fermo questo obiettivo e a tradurlo nella pratica quotidiana: “ascolta attentamente”, “cerca di capire”, “concentrati!” possono essere utili esempi per costruire e trovare le condizioni per applicare l’ascolto. Definisci quale ascoltatore vuoi essere e sviluppa un dialogo interiore utile a diventarlo. Che ascoltatore sei e cosa ti manca? La proposta qui è di provare a tracciare, onestamente, un profilo della nostra attuale situazione: realisticamente, che ascoltatore sono? Quali sono i miei punti di forza, quali i punti critici? Chiedete feedback alle persone che vi conoscono per comporre il quadro: la vostra opinione soltanto potrebbe non essere sufficiente. Cercate di capire quali sono le azioni da programmare per favorire lo sviluppo della vostra competenza d’ascolto. L’allenamento: fai un po’ ogni giorno. Si cambia cambiando, non parlando di cambiamento. Per favorire il cambiamento è necessario sapere quale direzione la nostra evoluzione deve prendere. È utile quindi definire,e scrivere, il nostro obiettivo di miglioramento, indicandolo in modo chiaro e specifico: “voglio ascoltare di più” è un obiettivo generico e non aiuta la crescita. Individua tre abitudini da cambiare e tre comportamenti che vorresti fare tuoi, che vorresti agire per migliorare il tuo ascolto. Chiediti cosa ti manca. Se aggiungi devi fare spazio. E poi impegnati nei passi che hai scelto, metti in atto ciò che hai previsto. Fallo anche solo un po’, ma fallo ogni giorno. Solo così riuscirai a sviluppare una competenza nella logica del: fai/impara - fai/impara - fai/impara. Imparare senza fare non serve; fare senza imparare non aiuta a progredire. Se avrai costanza nell’applicare ed esercitarti, dopo poco ti sentirai pronto per qualcosa di più impegnativo… ti accorgerai allora di essere diventato un ascoltatore più capace.  Enrica Tomasi (executive e life coach certificate, formatrice e consulente aziendale), sarà docente all’evento formativo “L’ascolto nella relazione d’aiuto” in programma sabato 11 marzo in modalità online .me-text ul li { font-size: 22px; line-height: 34px; } .me-text ol li { font-size: 22px; line-height: 34px; } #testo-destra{ text-align: right !important; }
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Search-ME - Erickson 1 Autismo e disabilità
Le persone fragili sono quelle con maggiori difficoltà occupazionali, in particolar modo nei periodi di crisi. Com’è opportuno impostare l’accompagnamento lavorativo per loro?
Per una persona con disabilità, fragile, vulnerabile, svantaggiata, che dir si voglia, a occupabilità complessa, l’inclusione lavorativa e sociale in un ambiente ordinario di lavoro, in azienda profit, in una cooperativa, o in un ente pubblico, è un obiettivo auspicabile ma sempre più difficile da raggiungere. Tra il 70 e l’80% delle persone inoccupate/disoccupate, anche dopo ripetute azioni orientative, formative, di tirocinio e accompagnamento al lavoro non viene assunto e per chi ottiene una occupazione il più delle volte è un part-time, a tempo determinato, per periodi brevi. Il problema si aggrava in periodi di crisi, come il precedente dal 2008 ad oggi e come l’attuale, per emergenza pandemica e concomitante/successiva crisi economica e occupazionale generalizzata, che ci accompagnerà per un lungo arco temporale. In queste critiche circostanze, chi rischia di più, con una permanente estromissione dal mercato del lavoro, sono le situazioni liminali/marginali, ovvero le persone che già in periodi ordinari hanno difficoltà occupazionali per mancanza dei requisiti richiesti dalle aziende. Inoltre, con il cambiamento tecnologico, informatico, robotico dei processi produttivi progressivamente caleranno in quantità e qualità i lavori compatibili per queste persone, verranno generate nuove professioni a più elevata specializzazione, raggiungibili solo da una qualificata minoranza, con un incremento delle persone disoccupate e una maggiore competizione tra coloro che si dovranno contendere decrescenti opportunità e impieghi sempre più degradati, precari, mal retribuiti. Se aumentano i disoccupati e con lo sviluppo tecnologico progressivamente andranno a calare sia il tempo sia le possibilità di lavoro, soprattutto per chi ha una occupabilità complessa, non può essere che sia il vuoto esistenziale, anomico, di perdita di identità, di dignità, di sussistenza del «non lavoro», nella sua accezione negativa, a prevalere. Va allora rivisto e cambiato il «paradigma della centralità del lavoro», risignificando quello che adesso viene considerato «non lavoro». «Risignificare il tempo di non lavoro» per queste persone può volere dire consentire loro di avere una base economica sulla quale fare affidamento per una esistenza dignitosa, promuovendo le stesse persone a coltivare la propria crescita culturale, la propria capacitazione (anche con l’istruzione e la formazione, informale non formale-formale), stimolandole a coinvolgersi in azioni di pubblica utilità, in modo non obbligato, per soggettivo, motivato interesse e impegno socialmente riconosciuto. L’ambito nel quale può avvenire tale conversione di senso, di utilità e di rinascimento sociale, non è il «mercato» né il «profit», che hanno logiche prestazionali, di scambio economico e strumentale, indifferenti alle, quando non espulsive delle, risorse umane non efficienti e convenienti. Non è il «pubblico» che, al di là delle lodevoli «intenzioni equitarie» e di presidio del bene collettivo, non riesce ad accogliere le specificità soggettive con modalità inedite, innovative, personalizzate/individualizzate e si trova in contrazione di risorse, spesso appesantito da logiche burocratiche. Fondamentale invece potrebbe essere la collaborazione del pubblico con il terzo settore. Il terzo settore, infatti, solidale con i più svantaggiati, è l’ambito elettivo più promettente per la conversione auspicata, perché agisce secondo reciprocità, investimento fiduciario, scambio simbolico, nella produzione di beni relazionali e, in prospettiva, con possibilità di impiego retribuito delle persone meno occupabili nel profit tramite l’imprenditoria sociale della economia cosiddetta civile, rappresentata ad esempio dalle cooperative sociali di tipo B (di inserimento lavorativo).
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Search-ME - Erickson 2 Anziani
Come mediare tra dignità, relazioni, cure efficaci
Un segmento importante dei servizi rivolti alle persone anziane è entrato in crisi: la tragedia del Covid-19 ha lasciato segni molto pesanti nell’organizzazione delle residenze, segni che non potranno essere cancellati con interventi di superficie. È quindi necessario prevedere profonde modificazioni dell’organizzazione dell’assistenza a chi è vecchio e fragile, perché queste strutture possano continuare a servire il paese in un settore delicatissimo della convivenza nelle comunità. Lo scopo principale è rispettare la dignità di ogni persona, indipendentemente dall’età, conservare gli equilibri all’interno delle famiglie (le relazioni), essere contenitori di cure adeguate alle specifiche esigenze di chi soffre per le malattie, la perdita dell’autosufficienza, le fragilità sia di ordine somatico che psicosociale. La dignità dell’anziano Un punto fondamentale riguarda la dignità del singolo anziano; viene collocata al primo posto in questo breve elenco, perché il rispetto della persona in tutte le sue dinamiche è premessa indiscutibile a qualsiasi progetto concreto. Nessun motivo organizzativo, nessuna contingenza, per quanto temporanea, potrà permettere di avvicinare l’anziano come un insieme di bisogni, invece che come contenitore vivo di volontà, di speranze, di relazioni, talvolta anche di povertà e di disperazione. Il rispetto della complessità - caratteristica fondante dell’umano - non premette approcci segmentari; la dignità dell’anziano non dipende dalla volontà degli altri, ma è un valore indiscutibile, legato all’essenza di essere persona. Quindi non è mai contrattabile; o viene accettata come premessa o non è lecito instaurare alcun rapporto. La presa in carico della persona Il secondo motivo conduttore nella logica di una residenza che voglia realizzare un servizio è la funzione di presa in carico della persona, in modo che la famiglia possa essere sollevata dal compito di strutturare l’assistenza per chi non è in grado di organizzarsi da solo. Le residenze per anziani devono svolgere una funzione di sostituzione per compiti che la famiglia non sa eseguire; ciò riguarda sia aspetti di aspetti di assistenza al soma, sia di assistenza psicologica. La famiglia non è più capace, oltre un certo grado di complessità, di svolgere una funzione adeguata; la struttura residenziale sa invece come accompagnare il malato e la sua famiglia, garantendo una vicinanza tecnicamente valida nei momenti di crisi e, allo stesso tempo, garantendo una qualità della vita che permetta all’ospite di vivere senza stress e senza sofferenze e alla sua famiglia di osservarne serenamente le giornate, senza perdite e senza dolore. La cura Il terzo motivo è la cura. La residenza deve garantire una cura adeguata, che si sviluppa in interventi specifici, che derivano da una visione complessiva dei bisogni dell’ospite. Cura inizia con una valutazione accurata e ripetuta dei principali motivi di sofferenza; poi cura significa farsi carico delle principali malattie ed evitare i momenti di solitudine che possono rende insostenibile una giornata. Cura è occuparsi dell’ospite e del suo caregiver, impegnandosi anche a rimarginare le ferite psicologiche, incominciando dai frequentemente diffusi sensi di colpa. Cura è essere vicini a chi soffre, con gentilezza, generosità, intelligenza, cultura professionale: doti che il personale delle RSA ha saputo mostrare al massimo nel corso della recente drammatica pandemia.
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Search-ME - Erickson 3 Lavoro sociale
Chi è? Quali sono le sue competenze? In quali ambiti opera? Facciamo il punto sulle caratteristiche di questa figura professionale.
L’Esperto/a in Europrogettazione è un/una professionista specializzato/a nel campo della progettazione, gestione e valutazione di progetti finanziati dai fondi europei, come ad esempio i fondi strutturali e di investimento europei (ESI) e il programma di ricerca e innovazione dell'Unione europea Horizon Europe. Dunque, ha un’alta qualificazione e specializzazione: svolge un ruolo chiave nella realizzazione di progetti finanziati dall'Unione europea, aiutando le organizzazioni a ottenere finanziamenti e a gestire con successo questo tipo di progetti. Quali sono le competenze dell’Esperto/a in Europrogettazione? In quali ambiti opera e/o può operare? Perché la sua figura è necessaria e importante? Quali approcci e metodologie applica? Quali sono gli elementi fondamentali per la sua formazione e aggiornamento professionale? La proposta formativa Erickson Esperto/a in Europrogettazione In che modo il titolo di Esperto/a in Europrogettazione può aiutare il/la professionista nel mondo del lavoro /o nell’ambito in cui opera?     Quali sono le competenze dell’Esperto/a in Europrogettazione? Questa figura professionale possiede una conoscenza approfondita dei programmi e delle politiche dell'Unione europea, nonché delle procedure amministrative e finanziarie per la gestione dei finanziamenti europei. Nello specifico, attraverso le sue competenze, è in grado di identificare le opportunità di finanziamento europeo per le organizzazioni pubbliche e private; elaborare proposte progettuali coerenti con le politiche e le priorità dell'Unione europea; definire budget e piani di finanziamento dettagliati, compresi gli aspetti amministrativi e finanziari della gestione del progetto; coordinare e gestire il progetto, assicurandosi che sia implementato in modo efficace e che venga rispettato il calendario; monitorare e valutare l'efficacia di tale progetto preparando report e documenti di rendicontazione.   In quali ambiti opera e/o può operare? Il suo coinvolgimento riguarda molteplici settori e progetti, a seconda delle opportunità di finanziamento disponibili e delle esigenze delle organizzazioni che richiedono il suo supporto. I principali ambiti in cui può essere previsto il suo ingaggio sono i seguenti:  Ricerca e innovazione: l'Unione europea finanzia numerose attività di ricerca e innovazione attraverso il programma Horizon Europe. In questo ambito, l'esperto/a in europrogettazione può collaborare con università, istituti di ricerca, aziende e altre organizzazioni per identificare le opportunità di finanziamento e sviluppare proposte progettuali per la realizzazione di progetti di ricerca e sviluppo. Ambiente e sviluppo sostenibile: l'Unione europea promuove progetti per la tutela dell'ambiente e la promozione dello sviluppo sostenibile attraverso i suoi programmi di finanziamento. L'esperto/a in europrogettazione può collaborare con organizzazioni attive nel settore ambientale, come ad esempio associazioni di volontariato, enti pubblici, organizzazioni non governative e imprese, per elaborare proposte progettuali e gestire i finanziamenti ottenuti. Sviluppo locale e coesione territoriale: l'Unione europea promuove il sostegno allo sviluppo economico e sociale delle regioni dell'UE attraverso i suoi fondi strutturali e di investimento. In questo ambito, l'esperto/a in europrogettazione può collaborare con autorità locali, camere di commercio, consorzi di imprese e altre organizzazioni per identificare le opportunità di finanziamento e sviluppare progetti volti al miglioramento delle infrastrutture e dei servizi locali. Istruzione e formazione: l'Unione europea finanzia attività di istruzione e formazione attraverso il programma Erasmus+. In questo ambito, l'esperto/a in europrogettazione può collaborare con istituti di formazione, scuole, università e altre organizzazioni per sviluppare progetti volti a promuovere la mobilità degli studenti, la formazione professionale e lo scambio di buone pratiche.   Perché la sua figura è necessaria e importante? È una figura necessaria perché i finanziamenti europei rappresentano un'opportunità significativa per molte organizzazioni, ma richiedono un elevato livello di competenza e conoscenza per essere ottenuti e gestiti in modo efficace. Infatti, l’esperto/a in europrogettazione ha una conoscenza specializzata e approfondita dei programmi europei, delle procedure di finanziamento e delle modalità di gestione dei progetti, perciò può fornire un importante supporto tecnico perché le procedure e le attività richieste dall’Unione europea in questo senso sono complesse (es. preparazione dei report di monitoraggio, la gestione dei costi e la redazione di documenti amministrativi). ‘Esperto/a in Europrogettazione può essere considerata una garanzia di successo: i finanziamenti europei sono molto competitivi e il tasso di successo nella presentazione di proposte progettuali è spesso basso, quindi le competenze dell’esperto/a in europrogettazione possono aumentare significativamente le probabilità di successo di un'organizzazione nella presentazione di una proposta progettuale competitiva e nella gestione efficace del progetto dopo che esso è stato finanziato. Infine, le organizzazioni che collaborano con questo esperto/a possono accedere a un'ampia gamma di opportunità di finanziamento europeo, che altrimenti potrebbero essere al di fuori della loro portata. Ciò significa che possono espandere le loro attività e aumentare la loro capacità di raggiungere gli obiettivi che si prefiggono.   Quali approcci e metodologie applica? L'esperto/a in Europrogettazione che si forma con Erickson applica un approccio che garantisce una progettazione e gestione efficace dei progetti finanziati dall'Unione europea: il Logical Framework Approach (LFA), un approccio strutturato alla progettazione dei progetti, basato sull'identificazione dei problemi, degli obiettivi, delle attività e dei risultati. Questa figura utilizza spesso il LFA per definire in modo chiaro gli obiettivi e le attività del progetto e per garantire la coerenza tra di essi. L'utilizzo di un approccio strutturato e sistematico è in grado di garantire il successo del progetto e la sostenibilità dei risultati ottenuti.   Quali sono gli elementi fondamentali per la sua formazione e aggiornamento professionale? La formazione e l'aggiornamento professionale costituiscono elementi fondamentali perché permettono di mantenere le competenze necessarie per affrontare le sfide sempre nuove e complesse che caratterizzano questo contesto di lavoro. In particolare è importante che l’esperto/a in europrogettazione abbia accesso ad un aggiornamento continuo sui programmi europei, le loro modalità di finanziamento, i criteri di selezione dei progetti e le normative europee che regolano la progettazione, la gestione e la valutazione dei progetti finanziati dall'Unione europea.   La proposta formativa Erickson Esperto/a in Europrogettazione Il corso ha una durata di 18 ore e si svolge completamente online. È una proposta altamente mirata e operativa che adotta la metodologia del learning by doing, coinvolgendo i partecipanti in un project work in cui hanno l’opportunità di perfezionare le conoscenze in materia di progettazione europea a partire dall'analisi del programma di finanziamento e dei principali documenti. Attraverso la simulazione i partecipanti hanno la possibilità di sperimentarsi nella gestione delle principali fasi della progettazione con particolare riferimento alla definizione del quadro logico di intervento, della scheda progettuale e la definizione del budget di progetto. Per maggiori informazioni sulla proposta formativa Erickson scrivi a formazione@erickson.it   In che modo il titolo di Esperto/a in Europrogettazione può aiutare il/la professionista nel mondo del lavoro /o nell’ambito in cui opera? Il titolo di esperto/a in europrogettazione permette di dare credito alla conoscenza delle tecniche di progettazione e un approccio strategico ai finanziamenti dell’Unione europea tipiche di questa figura, sempre più richiesta nel mondo del lavoro. Infatti, le organizzazioni sono alla ricerca di figure di questo tipo che possono permettere di ottenere finanziamenti europei e che gestiscano con competenza ed efficienza i progetti strutturati e implementati grazie a questi finanziamenti. .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario{ z-index: 10; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem !important; text-decoration: none !important; font-weight: bold !important; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);} .me-text ul li { font-size: 22px; line-height: 34px; } .me-text ol li { font-size: 22px; line-height: 34px; } @media (max-width: 576px){ .me-text ul li { font-size: 19px; line-height: 28px; } .me-text ol li { font-size: 19px; line-height: 28px; } }
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Perché accogliere è importante, la distanza tra teoria e pratica e la teoria sociale del benessere spiegati da Fabio Folgheraiter, docente ed esperto di lavoro sociale
Come ogni anno, la Giornata Internazionale del Servizio Sociale propone un tema importante di riflessione: “Contro ogni barriera o privilegio, insieme” recita il suggestivo titolo scelto che ci ricorda la nostra collettiva responsabilità di accogliere la diversità. Il senso di comunità e solidarietà, l’apertura fiduciosa all’Altro e l’accoglienza degli estranei entro i confini o gli spazi della propria vita sono infatti valori primari da perseguire sempre. Anche di fronte agli ultimi tragici naufragi avvenuti nel Mediterraneo – gli ennesimi – che purtroppo provano ancora una volta che tante vite umane avrebbero potuto essere salvate, è impensabile chiudere gli occhi e non scrivere e discutere dell’importanza dell’accoglienza. Accoglienza significa aver fiducia, confidare che il Mondo nonostante tutto sia buono. Significa disponibilità ad aprirsi in un sorriso, un abbraccio, una telefonata. L’accoglienza ci fa aprire la porta della nostra casa – e i nostri porti – a chi suona al campanello, quand’anche pure non sia atteso, o gradito. Significa essere ecologici nel profondo, avere un animo che ci rende interessati all’ambiente tutto: alla salute di ogni cosa che ci circondi, che siano esseri viventi – umani e non umani – o esseri inorganici come l’aria, l’acqua, i ghiacciai, persino i rifiuti plastici riciclati del nostro consumismo, ecc., perché l’ambiente ci sostiene, ci nutre, ci protegge, ci fa da medico (ci cura), ma ad una condizione: che anche noi, a nostra volta, lo sosteniamo, lo nutriamo, lo proteggiamo, gli facciamo da medico (lo curiamo). “Non fare all’ambiente ciò che non vorresti che l’ambiente facesse a te” – potrebbe suonare ora, ai nostri tempi, la famosa massima biblica. Se una “teoria” deve insistere a predicare bene, è facile che la “pratica” razzoli male. Le persone ascoltano, ma l’animo non s’inzuppa. Ecco perché è necessario allora ripetere all’infinito le cose. Gli stessi teorici a volte, dopo aver parlato a favore di qualcosa, istintivamente fanno diversamente. Che cosa dice, ad esempio, la teoria sociale a proposito del nostro benessere?Il benessere – dicono i sociologi – emerge dalla disponibilità alle relazioni sociali. In altre parole, tale godimento interiore dipende da una “sana” interazione con l’ambiente, dove per ambiente si intenda la comunità degli esseri umani. Il cosiddetto “sociale”. Non solo al benessere dei prati, dei boschi e degli animali che li abitano noi dobbiamo guardare per star bene, bensì allo star bene delle altre persone – dei tanti nostri simili che ci vivono attorno.  Sul piano astratto non ci sono dubbi: è così. Sul piano pratico invece: non ci siamo. Lo vediamo ad ogni tornata elettorale: il sentimento di tante persone – forse maggioritario – esprime l’idea contraria. L’istinto porta tanti di noi a chiudere le porte di fronte alla diversità, a difenderci impauriti, a rivendicare il nostro stile di vita come “migliore” e a disprezzare quello degli altri, togliendoci il gusto di andare a conoscerli e apprezzarli, se non proprio a farseli amici. La teoria dell’accoglienza, essendo così dura da digerire, è dunque falsa? No. Significa che la questione è più complessa.  Innanzitutto, va da sé che ogni apertura fiduciosa dovrebbe sempre essere eseguita con prudenza: non l’apertura a tutto e a tutti porta benessere; qualche volta può essere il contrario, come dare totale fiducia a un truffatore. L’apertura e la chiusura, in sé, sono manovre entrambe al contempo giuste e sbagliate. Purtroppo, molte volte è il nostro inconscio, più che la capacità di giudizio, a dettare la linea. L’istinto di chiusura di fronte alla diversità è forzato spesso da paure irragionevoli o nevrotiche, cioè da una patologica sottovalutazione della propria forza. Un anziano che chiudendosi in casa non vuole aprire a nessuno (nemmeno a un volontario di Caritas che viene a vedere come sta) è convinto di essere una povera preda in balìa di chiunque, anche dei propri benefattori. Teme solo il male che può arrivare dal contatto. Mette fuori le unghie e si rinserra.  Un’altra fonte di chiusura è al contrario l’arroganza di sentirsi superiori. Spesso aggravata da futili motivi, come percepire un senso di sicurezza perché il colore della propria pelle è conforme a quello prevalente. Talvolta il senso di superiorità invece è scaturito da convinzioni pseudo-morali, ad esempio, pensare che l’altro non si meriti la mia attenzione perché l’ho visto comportarsi, secondo il mio giudizio, da sciocco o da irresponsabile.  Impulsi di superiorità scattano anche per motivi “funzionali”, vale a dire perché qualcosa nell’altro “non funziona” (ha una disabilità, è malato, menomato, demente, senza fissa dimora, malvestito, ecc.). Il disprezzo per l’altro può nascondersi anche sotto le buone intenzioni. Chi accoglie con grande generosità a volte può partire, senza accorgersene, dal micidiale presupposto della pietà. L’altro è uno che merita di essere aiutato e “accolto” perché … è un povero disgraziato. “Ma niente paura” – sembra dire quel buono – “ecco che ci sono io!”. Come Donna Prassede, egli sente davvero di essere moralmente superiore. E qui casca tutto. Ogni “accoglienza” che svaluti l’accolto, che dietro il sorriso e le moine nasconda l’inconscio piacere di sentirsi migliori, è l’altra faccia (quella “buona”) della mancanza di rispetto.
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Una figura con funzioni organizzative, amministrative, tecniche e relazionali, molto importante per mantenere un buon raccordo tra livello operativo e livello dirigenziale
Nei Servizi di welfare, la finalità generale dei coordinatori è «guidare l’équipe di professionisti nel lavoro di cura con persone, famiglie, gruppi e comunità in situazione di difficoltà, all’interno di articolati contesti organizzativi espressione dei sistemi di welfare, nel quadro delle politiche sociali e socio-sanitarie di riferimento». I coordinatori sono chiamati a svolgere funzioni diverse, tutte importanti per il funzionamento e lo sviluppo del Servizio. Riferendoci alla pratica operativa, coloro che coordinano rispondono alle seguenti funzioni: – organizzative: si riferiscono all’attivazione e alla cura di tutti i processi che permettono al Servizio di esistere e di svolgere la propria attività entro un contesto organizzativo e socio-territoriale, anche in collaborazione con altre istituzioni; – amministrative: si concretizzano in attività di rendicontazione e documentazione che in genere rientrano nell’espressione accountability,e sostengono processi di erogazione, allocazione e distribuzione delle risorse; – tecnico-metodologiche: attengono alla necessità di guidare e sostenere l’équipe nella riflessione sulla pratica operativa; – di networking: si esprimono in attività di comunicazione, sviluppo, facilitazione e connessione delle relazioni, sia all’interno del Servizio che all’esterno. Nei Servizi di welfare il coordinatore occupa una posizione centrale tra il livello amministrativo-politico e quello della pratica operativa. L’espressione middle-management si riferisce al livello intermedio che intercorre tra le figure apicali dirigenziali e gli operatori sociali che svolgono fieldwork practice. In relazione alle differenze che caratterizzano le forme gestionali dei Servizi di welfare, coloro che coordinano l’équipe possono essere manager, ossia rispondere direttamente a un organo o a un referente politico-amministrativo (come l’assessore, il Consiglio di amministrazione), oppure possono rispondere al livello manageriale (come a un dirigente o un responsabile di Servizio). In quest’ultimo caso, il coordinatore di équipe si colloca su un piano di middle-management, tra il livello dirigenziale e quello di fieldwork practice. Questa posizione intermedia è tanto complessa quanto preziosa. Il coordinatore è in una posizione di subordinazione alla parte politica-amministrativa o manageriale e da essa riceve piani strategici, obiettivi aziendali, vincoli. Al contempo, i coordinatori devono restituire al livello sovrastante informazioni importanti con l’auspicio che possano dare direzione e sensibilità alle azioni decisionali. Queste informazioni riguardano principalmente i bisogni dell’utenza e dei cittadini, il grado di accessibilità del Servizio, le procedure e i regolamenti interni, le esigenze dei professionisti. Gli operatori hanno bisogno di essere informati e aggiornati sulle scelte e sulle logiche di coloro che guidano l’organizzazione, e parimenti questi ultimi devono essere sensibilizzati attraverso gli input dei professionisti che conoscono i bisogni dell’utenza e del territorio. I processi di un’organizzazione devono quanto più possibile corrispondere alle direttive della parte dirigenziale, ai bisogni degli operatori, dell’utenza e della comunità di riferimento, e non andrebbero rappresentati come antitetici ma contigui, pur con le dovute differenze. Qualunque sia la ripartizione gerarchica all’interno dell’Organizzazione, dobbiamo immaginare che i diversi livelli non siano a compartimenti stagni, ma che siano penetrabili e idealmente collegati da relazioni di scambio. Anche quando il rapporto tra il livello operativo e quello della dirigenza non è fluido come si vorrebbe, il coordinatore deve provare ad alimentare un canale di comunicazione e di riflessione. Questa funzione, seppur faticosa e complessa, è importante per evitare che le micro-culture della dirigenza e dei professionisti si allontanino o si scindano sollevando tensioni e problemi in termini di riconoscimento e appartenenza. Queste situazioni possono prendere la forma di vere e proprie crisi che portano gli operatori a vivere un conflitto valoriale, fino a operare una netta e dolorosa scissione tra i valori e i principi in cui credono e quelli a cui si devono attenere quando agiscono nelle relazioni di aiuto per conto di un’organizzazione. Dal 20 maggio 2022 al 20 maggio 2023, Erickson propone il “Master in Coordinamento di servizi ed equipe multiprofessionali”: un percorso formativo in dieci moduli, di cui sei verranno svolti in streaming, mentre altri quattro si potranno seguire sia in streaming che in presenza presso la sede Erickson di Trento.
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