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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Didattica
Inclusione e dispersione scolastica dalla scuola di Barbiana ai nostri giorni
Nel 2017 la lettera di don Milani ha compiuto cinquant’anni dalla sua pubblicazione e su questo meraviglioso lavoro sono state nuovamente puntati alcuni riflettori che forse nel tempo erano stati spenti. Alcune di queste luci hanno contribuito a una rilettura della lettera nell’ottica di un dialogo con il nostro presente: la narrazione di quella particolare esperienza presenta in nuce alcuni importanti temi trasversali alla storia dell’educazione, temi che non occorre attualizzare (magari con forzature) ma già assolutamente attuali. Dobbiamo anche notare che negli ultimi anni in campo educativo e linguistico abbiamo assistito alla riscoperta sia di alcune figure e dei loro relativi lavori pioneristici, non soltanto letterari ma anche scientifici: da una parte questo significa che il passato non smette di darci coordinate e spunti per affrontare il presente, dall’altra anche che stanno riemergendo alcuni problemi o nodi epistemologici del nostro “passato storico” non ancora del tutto superati. Questo deve spingerci inevitabilmente a compiere una riflessione sulla didattica di oggi, sui problemi di ieri e le prospettive di domani. La Scuola di Barbiana: uno sguardo al passato Nel dicembre del 1962 venne varata una riforma scolastica che istituì la scuola media unificata: la scuola dell’obbligo veniva elevata fino ai 14 anni di età, tuttavia la situazione non cambiò radicalmente la realtà, poiché la dispersione scolastica rimase alta e soltanto chi aveva i mezzi economici per farlo, proseguiva la carriera scolastica. È in questo contesto sociale che nasce la scuola di Barbiana, un “esperimento” portato avanti da don Milani. Già a questo punto salta subito alla nostra attenzione uno dei nodi cruciali del nostro oggi: le leggi in ambito didattico a tutela degli studenti e l’incontro-scontro tra l’applicazione e la loro effettiva efficacia nel quadro della variegata quotidianità in cui sono immersi insegnanti, famiglie e studenti. L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha riportato improvvisamente nel lessico utilizzato dal dibattito comune sul mondo della scuola termini che hanno semanticamente a che fare con il “divario economico”. Eravamo già abituati a ‘bilanci’, oppure a ‘fondi’, ma ci siamo ritrovati nuovamente davanti a ‘dispersione scolastica’, ‘diseguaglianza economica’, ‘sperequazione dei mezzi’ e molto altro. Questo non perché il problema si potesse considerare risolto in Italia, bensì perché tra le emergenze è stata considerata negli ultimi anni come meno urgente, a fronte del grande lavoro dei cosiddetti “insegnanti di frontiera”. I primi risultati del monitoraggio per la didattica online lanciato dal ministero dell’istruzione ha portato alla nostra attenzione dei dati preoccupanti che non possiamo ignorare e con i quali dobbiamo fare i conti per proporre delle soluzioni valide. Si tratta, in estrema sintesi, di un problema già preesistente che in questo momento, date le nuove modalità del fare scuola, accentua il rapporto tra divario economico e divario nell’apprendimento. Ecco perché possiamo proporre un’altra direttrice da percorrere in questa rilettura della lettera oggi: c’è una dispersione scolastica che si basa su motivi economici (che, come si diceva, la didattica a distanza con il suo bisogno di strumenti digitali sta riportando alla nostra attenzione) ma c’è anche un tipo di dispersione che avviene silenziosamente attraverso l’esclusione sistematica di elementi “problematici”, insomma di tutti quegli studenti che subiscono lo stigma del “diverso” con accezione negativa e che abbandonano gli studi sotto il peso della loro percepita inadeguatezza. Seppur in quadro sociale differente dal nostro si trovava ad avere a che fare con problemi analoghi, Cosa proponeva don Milani? Educazione affettiva e di comunità Don Lorenzo era incapace di incasellare le persone entro classi sociali, vedeva solo il singolo immerso in una comunità, e quando giunge nel piccolo villaggio a pochi chilometri da Vicchio, fonda la scuola che si configura fin da subito come alternativa radicale a quella tradizionale: programmi condivisi con gli allievi, orari modellati sullo stile di vita dei piccoli studenti (allora anche lavoratori) e una didattica completamente ripensata e adattata alle esigenze degli alunni per essere utile e funzionale per la loro vita (si parla già di competenze tecniche e risorse cognitive per far fronte alle sfide concrete della vita). Con uno sguardo fisso sulla persona, il primo luogo dell’educazione era la vita affettiva: una volta create delle relazioni, la classe diventava una vera e propria società che “allenava” i suoi componenti ad una vita vissuta con la consapevolezza di appartenente ad una comunità nella quale non c’erano e non potevano esserci distinzioni di classe, caratteristiche, inclinazioni o d’età. “Abbiamo ventitré maestri, escluso i sette più piccoli, tutti gli altri insegnano a quelli minori di loro…” Così ciascuno partecipava col proprio contributo attivo al processo educativo, e sempre secondo le proprie capacità: una concezione estremamente innovativa e in largo anticipo rispetto al nostro presente che soltanto a partire dal 2012 ha riconosciuto e iniziato a sperimentare questa metodologia didattica che ci ricorda tanto la nostra “flipped classroom” o approccio peer to peer. Neurodiversità e teoria del genio Il racconto prosegue poi attraverso due figure, due “tipologie” di studenti (Pierino e Gianni) rappresentanti ideali di milioni di apprendenti. Non per questo però don Milani dimentica le tante sfumature offerte dalla singolarità umana (oggi diremmo neurodiversità) che rendono necessaria una didattica realmente inclusiva, capace cioè di cogliere e trasmettere la differenza come ricchezza e la difficoltà come sfida. Ecco l’immagine di quel mondo variegato ed eterogeneo di studenti che richiedono garanzie che non possono essere date solo ed esclusivamente dall’applicazione delle leggi, per quanto fondamentali. “Consegnandomi un tema con un quattro lei mi disse: scrittori si nasce, non si diventa. Ma intanto prende lo stipendio come insegnante d’italiano. La teoria del genio è un’invenzione borghese. Nasce da razzismo e pigrizia mescolati insieme” Con espressioni chiare e incisive si racconta tutta la fatica di chi si oppone ad una scuola che “cura i sani e respinge i malati” facendo in questo modo naufragare il più alto obiettivo del processo educativo scolastico. Quanti i ragazzi che ancora oggi vengono considerati inadatti agli studi, liquidati semplicemente come pigri, nascondo in realtà ben altre difficoltà che spesso tardano ad essere riconosciute: si tratti di svantaggio economico o socio-culturale, di motivi ambientali, biologici o ancora di disturbi evolutivi. Quanti gli stereotipi che ancora permangono e che inducono, ad esempio, a pensare all’apprendimento di determinate discipline in funzione della “predisposizione” o come un “dono di natura”.(Abbiamo affrontato questo argomento anche qui) Ieri e oggi: educazione linguistica come strumento inclusivo Per raggiungere quella che oggi noi chiamiamo inclusione scolastica Don Milani aveva una sola risposta: solo chi riesce ad esprimersi e a comprendere l’espressione altrui è veramente su un piano di parità rispetto agli altri, sono la parola e il suo possesso ciò che accomunano gli uomini. Ovviamente intendendo per “PAROLA” qualsiasi lingua, linguaggio o sistema di comunicazione con l’altro da me. Ecco quindi che “Lettera a una professoressa” fa dell’educazione linguistica lo strumento privilegiato per il raggiungimento dell’inclusione scolastica, un racconto corale che vede l’interazione di studenti (i protagonisti), insegnante (la voce narrante) e genitori (i destinatari dell’opera): i tre elementi fondamentali per quella che oggi definiamo la “presa in carico globale dello studente”. Certamente l’educazione linguistica in sé oggi non fornisce agli studenti i mezzi economici necessari per dotarsi di strumenti tecnologici, di una connessione stabile, di pc o un tablet. Questo è piuttosto ciò che ci aspettiamo possa garantire lo Stato e ciò per cui si stanno adoperando a vari livelli le istituzioni. Tuttavia l’educazione inclusiva può essere il tasto che permette di accendere un monitor, un cellulare o un modem: la motivazione con la quale lo studente deciderà di usare quegli strumenti e di farlo al meglio, consapevole dell’occasione che gli si presenta e della grande possibilità che l’adesione al patto educativo può rappresentare per la sua vita. Gli strumenti sono fondamentali, soprattutto in tempi di DaD, e tutti noi impegnati nell’ambito dell’educazione e della didattica ci auguriamo che presto “gli esclusi” vengano raggiunti, dobbiamo però essere anche ben consapevoli che uno strumento non può essere garanzia del suo utilizzo e del raggiungimento dell’obiettivo per cui è stato fornito: senza la volontà e senza l’agire consapevole di ciascun attore del processo educativo, nessuno strumento da solo potrà traghettarci verso il futuro. Abbiamo bisogno di mezzi, ma abbiamo anche bisogno di sapere dove andare con quei mezzi: il docente è sempre quel Virgilio - guida indispensabile - senza il quale nessun navigatore satellitare avrebbe potuto condurre Dante “a riveder le stelle”.
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Search-ME - Erickson 2 Prima infanzia
Un recente rapporto di Save The Children mostra il ruolo fondamentale dei servizi educativi per l’infanzia. La nostra opinione: puntare anche sul sostegno alla genitorialità
Quando si parla di povertà educativa non ci si riferisce solo alla privazione del diritto allo studio, ma alla mancanza ben più sostanziale di opportunità educative e di sviluppo per il minore.  Si tratta, quindi, di un concetto complesso che investe diverse dimensioni - scolastica, culturale, relazionale, formativa - e che, molto spesso, agisce di generazione in generazione, innescando, insieme al disagio economico, un circolo vizioso che si auto alimenta.   L’INDAGINE DI SAVE THE CHILDREN  Data l’importanza e l’incidenza del fenomeno, anche in Italia, Save the Children ha deciso di condurre, tra marzo e giugno 2019, un’indagine pilota esplorativa, attraverso l’utilizzo dello strumento IDELA (International Development and Early Learning Assessment), che ha coinvolto 653 bambini di età compresa fra i 3 e i 5 anni in 10 città e provincie italiane proprio per analizzare le disuguaglianze educative in Italia, a partire dalla prima infanzia, e i fattori che le determinano.      I risultati emersi, di recente pubblicati nel rapporto “Il miglior inizio" . Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita” conferma quanto rilevato da numerosi studi internazionali, ovvero che le disuguaglianze si sviluppano già nei primissimi anni di vita e ben prima della scuola dell’obbligo.     LE DISUGUAGLIANZE NON SONO IRREVERSIBILI Come Ricerca&Sviluppo Erickson, basandoci anche più recenti scoperte neuroscientifiche siamo convinti che le disuguaglianze e la povertà educativa fortunatamente non sono inevitabili né irreversibili. Le basi neurobiologiche delle competenze del bambino, infatti, risentono delle opportunità offerte dall’ambiente in cui il bambino cresce, tra cui la qualità delle relazioni e delle interazioni, con genitori, caregivers e altri bambini, e l’accesso equo a strutture educative di qualità. Le politiche e i servizi per la cura e l’educazione nella prima infanzia possono, infatti, interrompere il circolo vizioso, andando a colmare il gap di competenza che si instaura in bambini appartenenti a famiglie in condizioni svantaggiate. Situazioniche influiscono sulla possibilità di investimento economico per l’educazione e sulla qualità del tempo trascorso con i figli.   Una precedente analisi di Save the Children del 2018, aveva già dimostrato, infatti, come i bambini più svantaggiati, che hanno, però, frequentato il nido o un servizio per l’infanzia, abbiano molte più probabilità di raggiungere un livello minimo di competenza, in adolescenza, rispetto ai coetanei che non hanno avuto la medesima opportunità. Tale probabilità, inoltre, aumenta in base al numero di anni di frequenza di tali servizi. Ciò che è allarmante è come in Italia  il nido sia accessibile solo a 1 bambino su 4, e di questi, solo il 12,3% frequenta un asilo pubblico. Sono proprio i bambini più svantaggiati a usufruirne meno. Fortunatamente, però, l’accesso alla scuola dell’infanzia, che in Italia accoglie il 92,6% dei bambini tra i 3 e i 6 anni, supera l’obiettivo UE del 90% di copertura.   L’IMPORTANZA DEL WELFARE   Secondo il report, poi, i servizi di cura ed educativi per la prima infanzia dovrebbero essere complementari a interventi di welfare a supporto della genitorialità e dell’occupazione femminile, di modo che le opportunità educative di svolgere attività culturali di qualità (lettura condivisa, giochi all’aperto con i genitori, visita al museo, partecipazione a concerti musicali, etc.) si manifestino anche a casa e ad opera di entrambi i genitori. Come Ricerca&Sviluppo Erickson riteniamo sia fondamentale garantire la partecipazione, durante la primissima infanzia, a programmi strutturati di cura ed educazione che siano equi, accessibili, ma anche integrati con le politiche di welfare a sostegno della genitorialità. Poiché i servizi educativi, da soli, difficilmente possono contrastare la povertà educativa.   In molte regioni, iniziative in tal senso sono già avviate. Ciò che ora è importante è favorirne il consolidamento e la diffusione sull’intero territorio nazionale, come abbiamo espresso anche nel corso del recente rel="noopener noreferrer" Convegno Nazionale 0-3 “Partiamo dal nido!”
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Search-ME - Erickson 3 Saggistica
Che cosa ci ha fatto capire e cosa impareremo dal coronavirus?
La terribile pandemia da coronavirus avrà implicazioni inimmaginabili sulla tenuta e le prospettive di vita del nostro Paese. Gli assetti della intera civiltà occidentale saranno scossi: non solo il settore della Sanità, ma anche tutti sistemi di Welfare saranno colpiti duramente. Si configura una crisi violenta, di proporzioni mai viste, ed enormi saranno quindi anche i cambiamenti che ci attendono.  Al netto delle orribili sofferenze, inevitabilmente ci si aprono davanti “insegnamenti” preziosi, per quanto ben volentieri ne avremmo fatto a meno. Nell’incertezza generale, possiamo almeno guardare in faccia la realtà e per quanto possibile leggerla dentro. Di fronte a ciò che sta succedendo, infatti, tutti noi studenti, operatori sociali, docenti e ricercatori di Social work, non possiamo non cercare di cogliere un senso profondo di verità. Di fronte a questo, dobbiamo migliorare in serietà di pensiero e in generosità d’azione. La crisi pandemica richiede un fronteggiamento attivo e, per quanto possibile, pervaso di senso civico. La tenuta e l’efficacia delle misure di welfare, per contenere un problema massivo, dipende dalla intelligenza e dalla forza che l’intera società riesce tendenzialmente ad esprimere (si parla a tal proposito di welfare societario).  Facilmente questa idea può essere fraintesa: delegare troppe responsabilità di welfare alla società civile così intesa vuol dire delegittimare le faticose conquiste dello stato sociale. Ma, come appare evidente in questo momento di crisi, il solo sistema di welfare istituzionale non renda ragione di tutte le forze in campo quando la partita del welfare (della “sicurezza” esistenziale) si fa dura. La società può richiamare dal suo “grande otre” altre forze e convogliarle sulle prioritarie necessità del benessere (in primis: la salvaguardia della vita). Nella crisi attuale abbiamo potuto vedere che non solo il Welfare pensa al welfare, bensì tutto il Paese. Tra le più ammirevoli espressioni del “welfare societario”: il volontariato organizzato, che in queste settimane è impegnato nelle sue molteplici forme - il volontariato sanitario, il volontariato di prossimità o di quartiere, il volontariato degli operatori di strada, il volontariato dei medici professionisti. In questo contesto, gli operatori sociali hanno la speciale responsabilità di portare fiducia e speranza nelle situazioni buie della vita delle persone e delle comunità. Il social worker è l’operatore del cambiamento sociale, colui che coinvolge le persone e le aiuta a visualizzare e desiderare i piccoli o grandi cambiamenti auspicabili per sé e per i loro cari. Ecco: in una situazione così, si potrebbe dire, si fa presto a parlare di speranza! Si fa presto a delegare al Sociale la promozione di tale pregiatissimo valore. In tali condizioni, l’operatore sociale non può sdrammatizzare situazioni che sono tragiche. Deve partire dal quel dato di fatto, dall’accettazione della realtà quando anch’essa fosse (anzi: proprio quanto più essa fosse) spaventosa. Non è utile ignorare né la paura nè l‘angoscia. Non è rispettoso e neppure serve al lato pratico. E’ solo poggiando su tale sentimento che il social worker può pensare di poter essere accolto nel dolore altrui e di poter contribuire a contrattaccarlo progettando cambiamenti condivisi. Nella tragedia del coronavirus, l’operatore del sociale sollecita speranza, ma senza negare o fraintendere la paura.
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Search-ME - Erickson 4 Società e cittadinanza
Un quadro sullo stato di salute generale di bambini, adolescenti e ragazzi nel nostro Paese
Oggi si celebra la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: una giornata nata per ricordare in tutto il mondo l’adozione della convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Si tratta di un documento fondamentale, adottato oggi da quasi tutti i Paesi del mondo, che ha permesso di riconoscere i bambini e i ragazzi come titolari di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici. Per fare il punto di quale sia oggi la situazione dell’infanzia e dell’adolescenza, con particolare riferimento al nostro Paese, abbiamo sentito la voce di tre esperte, intervenute nei giorni scorsi al convegno Erickson “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”: Arianna Saulini (Advocacy Manager, Save the Children Italia), Maria Luisa Iavarone (docente universitaria Università di Napoli Parthenope) e Rachele Furfaro (fondatrice e dirigente delle Scuole Internazionali “Dalla parte dei bambini” e presidente della Fondazione FOQUS). Ascoltiamo le loro riflessioni. Come sapete quest'anno la convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza compie 30 anni. Cosa è avvenuto in Italia in questi 30 anni? Abbiamo creato una serie di istituzioni, ora abbiamo un garante per l'infanzia e l'adolescenza, c'è una commissione parlamentare, sono state fatte delle leggi per tutelare e proteggere i minori, ci sono stati miglioramenti in termini di salute e accesso all'istruzione e tante altre conquiste. Il quadro che ci troviamo oggi tuttavia è ancora sfidante sotto molti punti di vista. In Italia oggi un milione e 200 mila bambini vivono in povertà assoluta. Questo vuole dire che vivono in famiglie che non riescono a riscaldare in maniera adeguata i propri appartamenti, che il pasto proteico viene consumato solo a scuola, dove ci sono le mense. I dati ci dicono che dal 2006 al 2017 la povertà è cresciuta per i ragazzi fino ai 17 anni. Inoltre, di fronte a una popolazione minorile sempre in calo per la decrescita demografica, anche la spesa per l'infanzia e l'adolescenza è in calo, con forti differenze regionali. Se guardiamo quanto viene speso per le famiglie, per le misure di sostegno, non siamo tra i primi Paesi nel mondo, e soprattutto abbiamo una forte differenziazione territoriale. La politica si sta accorgendo ora di quanto poco si investa nell'infanzia e nell'adolescenza, e di quanto ci sia bisogno. A febbraio il nostro governo ha incontrato il comitato ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e una delle raccomandazioni fatte riguarda proprio le differenze territoriali, cioè il comitato ONU ha raccomandato all'Italia di porre rimedio alle forti discriminazioni che ci sono nel nostro Paese su base regionale, per cui nascere in un comune o quartiere di una determinata città fa la differenza per un bambino rispetto alle sue possibilità di accedere ai servizi e quindi di poter godere al massimo delle opportunità offerte. Secondo l'atlante dell'infanzia a rischi, di “Save the children”, esiste una stretta correlazione tra condizioni economiche difficili e rischio sociale. Si tratta di una correlazione allarmante, se consideriamo che in Italia oltre 1 milione e 200 mila bambini (12,5%) vivono in condizioni di povertà̀ materiale. Questi bambini hanno, rispetto ai loro coetanei, una maggiore probabilità di fallimento scolastico, di lasciare precocemente la scuola e di non raggiungere i livelli minimi di apprendimento. Oltre la metà di loro non legge libri e più del 40% non fa sport. La povertà educativa è correlata con la dispersione scolastica. Da questo punto di vista, nel nostro Paese le cose sono peggiorate negli ultimi dieci anni. Infatti oggi abbiamo tassi di dispersione scolastica che sono peggiore del 2008. Il prezzo più alto della crisi economica partita nel 2008 è stato pagato da bambini e ragazzi da 0 a 17 anni, che hanno il rischio maggiore di impoverirsi rispetto agli over 65 enni. Questi bambini e ragazzi sono quelli più esposti al rischio di incorrere in condotte devianti. Oggi abbiamo la possibilità di mettere a fuoco i comportamenti pre-devianti dei ragazzi, grazie ai dati che esistono, a partire da quelli di “Save the children” a salire fino all’Istat. Questi dati ci raccontano che i ragazzi che vivono in determinate condizioni ambientali, che hanno determinate appartenenze, genitori con un basso livello di istruzione, che vivono in determinati quartieri, che hanno parenti in continuità criminale, sono tutti ragazzi su cui possiamo formulare un modello predittivo di prevenzione del rischio.  Ed è quello che stiamo cercando di fare con l’associazione culturale ARTUR (Adulti Responsabili per un Territorio Uniti contro il Rischio): contrastare le condotte devianti con la creazione di una anagrafe del rischio. Non abbiamo bisogno di andare a prendere i ragazzi per strada quando sono in giro con il coltello, noi sappiamo già chi sono e dobbiamo andare a intercettarli prima perché quei destini non siano già scritti, e le loro storie già segnate. «Porterò un esempio di vita, che sto seguendo da ormai 7 anni ed è ciò che abbiamo fatto con la fondazione FOQUS nei quartieri spagnoli di Napoli. Quello che abbiamo fatto è stato occupare uno spazio vuoto, un ex monastero di circa 10 mila metri quadrati, che abbiamo trasformato in una comunità produttiva, creativa, di cura e formazione della persona.  In questa zona della città di Napoli vivono in un kmq 50 mila persone che hanno smesso di pensare che un cambiamento è possibile e il 10% dei bambini di tutta Napoli. Qui si registra il più alto rischio di devianza in età precoce, con un’evasione scolastica al 34% nei ragazzi tra gli 8 e i 14 anni e il 30% di delinquenza tra gli stessi ragazzi. Nello spazio che abbiamo raccolto vuoto, abbiamo progettato e sostenuto la formazione di giovani e donne verso esperienze di autoimprenditorialità creando nuova occupazione e nuova impresa. Abbiamo dato il via alla prima esperienza di asilo nido dei quartieri spagnoli, che attrae anche bambini che vengono da altri ambienti sociali e zone della città. Dopo l’esperienza del nido sono nati altri progetti di contrasto alla povertà educativa, con l’obiettivo di ampliare l’offerta dei servizi educativi. Vorrei semplicemente dire che in uno spazio che fino al 2012 era vuoto, oggi tutti i giorni entrano 1.500 bambini e ragazzi. Qui ospitiamo l’accademia di belle arti che ha portato lì due interi corsi per condividere il progetto; abbiamo una scuola notarile; ospitiamo un giornale, il Napolista, una galleria d'arte. In questi spazi abbiamo creato 168 posti di lavoro, nel contesto di una città che non riesce a assicurare lavoro. Lo racconto perché penso che se tanti di noi riuscissero a traslare i principi che si portano nella scuola, in luoghi che sono chiusi e che stanno depauperandosi perché non vengono abitati, se riuscissimo a abitarli credo che potremmo creare molte comunità in tutta Italia inclusive».
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Search-ME - Erickson 5 Società e cittadinanza
Come emerso da una ricerca di Wilkinson e Pickett, più un paese è diseguale, più i problemi sociali si aggravano per tutti, a partire dai bambini.
Richard Wilkinson, studioso inglese che ha svolto importanti attività di ricerca nel campo delle diseguaglianze sociali, ha aperto nuove prospettive rispetto al legame tra ricchezza di una nazione e benessere dei cittadini. Dalle sue riflessioni emergono importanti implicazioni rispetto alle politiche sociali e al contesto in cui si sviluppano i disagi sociali che incrociamo quotidianamente nei servizi. Wilkinson parte dal presupposto che l’indice di ricchezza di una nazione non permetta di stabilire quanto i cittadini che vivono su quel territorio stiano «bene». Quello che conta, invece, è il grado di diseguaglianza economica presente tra i cittadini.  In una ricerca del 2007 pubblicata sul British Medical Journal, Wilkinson affronta il tema del benessere dei bambini. Partendo dall’indice UNICEF — che tiene conto di diversi fattori tra cui se i bambini hanno un dialogo con i genitori, se hanno libri a casa, se sono vaccinati, se sono vittime di bullismo — Wilkinson e Pickett hanno stabilito che i bambini stanno peggio in società più ineguali. E sempre rispetto a questa misura di benessere, non c’è relazione con il reddito nazionale pro capite. Ancora una volta, quindi, non conta la ricchezza complessiva, ma il divario che spacca un Paese tra chi è ricco e chi è povero.  Gli esiti di questa spaccatura possono avere conseguenze importanti sull’ istruzione di bambini e ragazzi. Dalle analisi di Wilkinson basate su dati internazionali provenienti dall’indagine PISA (Programme for International Student Assessment) - che valuta il livello di istruzione attraverso la somministrazione di test standardizzati a studenti di 15 anni in vari Paesi del mondo - i punteggi delle competenze di lettura e matematica risultano più bassi nei Paesi in cui sono presenti maggiori diseguaglianze. Rendimento e tassi di abbandono scolastico sono quindi influenzati dal livello di disparità economica presente nel Paese. Tuttavia gli effetti del divario economico si evidenziano ancora prima che il bambino cominci ad andare a scuola in quanto vanno a riflettersi sul suo sviluppo attraverso l’impatto sulla qualità della vita e sulle relazioni familiari. Le diseguaglianze sociali infatti incidono già nella prima infanzia, periodo fondamentale per la crescita cerebrale e per l’apprendimento del bambino. Condizioni familiari caratterizzate da povertà e stress non forniscono un contesto sociale adeguato in cui i bambini possono crescere serenamente, con esiti negativi sul loro sviluppo cognitivo, fisico, emotivo e sociale. Nelle società con più disparità economica anche le relazioni familiari peggiorano, con un’evidente crescita dei tassi di divorzio e più frequenti episodi di violenza all’interno della famiglia. Alla luce di quanto emerge dalle sue ricerche, Wilkinson sostiene che è possibile lavorare per una società migliore, in quanto anche una minuscola diminuzione della diseguaglianza, può migliorare la vita di tutti.
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Search-ME - Erickson 6 Lavoro sociale
Al recente convegno “Affrontare la violenza sulle donne” (Trento, 18 e 19 ottobre) la filosofa statunitense si è interrogata sul concetto di consenso quando si parla di violenza sessuale
La voce di Susan Brison è una voce  importante nel dibattito sulla violenza contro le donne perché integra profonde riflessioni teoriche con l’esperienza di violenza che lei stessa ha vissuto sulla propria pelle. Infatti, nel 1990, durante una passeggiata mattutina venne aggredita alle spalle, picchiata, violentata, strangolata, creduta morta e lasciata a terra incosciente. Nel suo libro Aftermath. Violence and the remaking of a self, Brison racconta di come questo abbia distrutto il suo mondo e la sua identità. Le sue riflessioni, oltre a toccare il suo personale percorso di recovery, forniscono un’esplorazione interdisciplinare dei concetti di trauma, di ricostruzione del sé, di autonomia, di comunità.  E Susan Brison parte proprio dal trauma per evidenziare quanto esso tronchi passato e presente e precluda la possibilità di immaginare un futuro. Una via di uscita (seppure non risolutiva) è testimoniare quanto è accaduto, in modo da integrare la violenza subita nella propria storia. Questa testimonianza può anche aiutare a riflettere sui significati di questioni più ampie: non solo comprendere il trauma, ma anche interrogarsi su quello che si può fare e su come si vorrebbe vivere. Susan Brison è anche protagonista di un’interessante lezione magistrale Sexual Violence, Social Meanings, and Narrative Selves disponibile su Youtube. Tra le riflessioni che la studiosa propone in questo speech è particolarmente interessante quella relativa al “consenso”, un concetto molto utilizzato in tutti i contesti in cui si affronta la violenza (da quello preventivo a quello giuridico).  Susan Brison, pur sottolineando l’importanza di affrontare il tema del consenso, chiede fortemente di metterlo in discussione a partire da alcune domande provocatorie: quando parliamo di furto, forse diciamo che esso si definisce in base al consenso o meno da parte della persona derubata? O se parliamo di un omicidio, teniamo conto della possibilità che la vittima possa acconsentire a una sorta di “suicidio assistito”? In questi casi il consenso è una possibilità che non teniamo neppure in considerazione: semplicemente perché dovremmo porci la questione? Il furto e l’omicidio sono reati di per sé e la responsabilità è di chi li commette. Quando invece si parla di stupro sembra tutto diverso. Spesso infatti il consenso viene proposto come l’unico elemento per distinguere tra un rapporto sessuale e una violenza. Questo però ha delle gravi implicazioni. Prima di tutto, si rinforza una visione distorta del rapporto sessuale, come se fosse in fin dei conti una “violenza autorizzata” che dipende dalla bravura dell’uomo nell’“ottenere il permesso”.  Inoltre, ci si focalizza esclusivamente sulla vittima, sul suo stato mentale, sulla sua responsabilità e non sul fatto che lo stupro sia di per sé un atto disumano. In terzo luogo, focalizzarsi sul consenso porta a vedere lo stupro come un singolo accadimento distogliendo lo sguardo dal contesto sociale in cui si realizza, caratterizzato da pesanti discriminazioni di genere. Dal pensiero di Susan Brison, così come da quello di altre studiose e professioniste, emerge ancora una volta quanto la riflessione sulle “parole” (stupro, consenso, rapporto sessuale…) non costituisca un semplice esercizio di ragionamento ma definisca in tutto e per tutto la realtà. Infatti il significato che diamo a determinati concetti e termini influenza direttamente e concretamente la vita delle donne che hanno subito violenza: pensiamo solo a quanto esso possa condizionare l’azione dei professionisti nei percorsi di aiuto sociale e psicologico, in ambito sanitario, nelle aule di Tribunale, nelle scuole e nelle comunità.
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