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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Società e cittadinanza
Le sfide urgenti della nostra scuola analizzate dal maestro Franco Lorenzoni
Franco Lorenzoni, maestro di scuola primaria da quarant’anni, insegna a Giove, in Umbria e presso la casa-laboratorio di Cenci ad Amelia, un centro di sperimentazione educativa fondato da lui nel 1980, dove si occupa di formazione per adulti e ragazzi di tutte le età. È anche autore, con vari titoli al suo attivo che raccontano le sue esperienze educative con i bambini. Nella pratica didattica considera centrale il dialogo con i suoi alunni, ponendosi come obiettivo quello di costruire insieme un percorso formativo fatto di domande e risposte, esperimenti e verifiche sul campo. Franco Lorenzoni sarà relatore al convegno “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale” con due interventi sulla necessità di “educare controvento” e di costruire contesti educativi accoglienti. Proponiamo qui un’anticipazione della sua riflessione riguardo alle sfide urgenti che deve affrontare la scuola oggi nel nostro Paese.  «Abbiamo davanti a noi due domande che non possiamo eludere: Come costruire una società aperta e tollerante, capace di accogliere migrazioni di vasta portata con conseguenti trasformazioni culturali? Come comportarci con il surriscaldamento globale che già colpisce vaste zone del sud del mondo, sapendo che “risolvere la crisi climatica è la sfida più grande e complessa che l’Homo sapiens abbia mai dovuto affrontare”, come ripete con efficacia e convinzione Greta Thunberg? All’origine della nostra cultura, nelle prime scuole filosofiche dell’antica Grecia, chi insegnava e studiava non si limitava a elaborare e trasmettere conoscenze, ma cercava di sperimentarle su di sé, nel proprio corpo e nelle relazioni con gli altri. Prima che studio, la filosofia era esercizio, pratica. Nell’educare oggi abbiamo bisogno di una coerenza di comportamenti difficile da realizzare, che possiamo alimentare solo da una ricerca continua e dal metterci in gioco, trasformando in modo radicale i contesti educativi che abitiamo». In un articolo pubblicato da Internazionale ad aprile 2019, Franco Lorenzoni ha approfondito il significato della sfida lanciata da Greta Thunberg alla scuola. «Lo sciopero a oltranza di Greta Thunberg lo scorso agosto e i suoi venerdì di astensione dalle lezioni hanno colpito l’immaginazione di centinaia di migliaia di studenti in tutto il mondo. La ragazza non sta fondando una nuova scuola filosofica ma chiede, nel modo ultimativo che sanno avere gli adolescenti, un cambiamento radicale nel modo in cui la società si relaziona con la conoscenza. Chiede di svegliarci e di agire di conseguenza. Chi crede nella funzione dell’educazione non può non interrogarsi su tutto questo. Forse, nelle nostre scuole dovremmo immaginare di fare qualcos’altro ogni venerdì, provando a ragionare con radicalità e senza bugie su quali pratiche e comportamenti siano compatibili con il futuro di un pianeta abitabile per tutti. È una strada difficile, che appare quasi impossibile percorrere, ma le domande che pone Greta Thunberg sono ineludibili, perché mai con tanta evidenza come in questo caso capire è cambiare. E non cambiare vuol dire non aver capito, alla faccia del gran parlare di competenze».
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
Per mettere in campo interventi efficaci è necessario l'impegno di tutte le figure che lavorano in questo ambito.
Quando si parla di violenza maschile contro le donne si sentono spesso anche altre espressioni, come violenza domestica e violenza di genere. L’espressione violenza domestica fa riferimento al fatto che, secondo dati a livello globale, le donne subiscono abusi soprattutto tra le mura di casa, ossia in quello che dovrebbe essere il più protettivo e sicuro dei contesti. La violenza di genere fa riferimento alle motivazioni culturali e alle dinamiche relazionali che sono alla base della violenza maschile contro le donne.   L’inclusione del concetto di genere nelle definizioni internazionali di violenza contro le donne è stata una conquista storica. Nella Convenzione di Istanbul – ratificata dall’Italia nel 2013 – si definisce così la violenza contro le donne: «…una violazione dei diritti umani e una forma di discri­minazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono su­scettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata». QUALCHE DATO SUL FENOMENO Nel mondo, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, 1 donna su 3 (il 35% delle donne della popolazione mondiale) ha subìto nel corso della vita una forma di violenza da parte di un uomo. Un femminicidio su 4 è compiuto dal partner.    In Italia 6 milioni 788 mila donne nel corso della propria vita hanno subìto violenza fisica o sessuale da parte di un uomo (fonte Istat). Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Nove volte su 10 il crimine non viene denunciato e una donna su 4 non parla con nessuno della violenza subita. Sono 14 mila le donne che ogni anno si rivolgono ai centri antiviolenza italiani: 7 su 10 sono cittadine italiane, così come italiani sono la maggioranza degli aggressori (72%). (Fonte: D.i.Re, www.direcontrolaviolenza.it)   Ogni tre giorni viene uccisa una donna. Secondo il rapporto Eures, nel 2018  sono state uccise 130 donne all’anno. In 2 casi su 3 l’assassino è il partner o l’ex.   VIOLENZA NON SOLO FISICA A differenza di quanto il senso comune suggerisce, non è affatto necessario aggredire il corpo per mantenere qualcuno in uno stato di soggezione. In una relazione caratterizzata dal controllo, la violenza fisica ha un ruolo decisamente marginale, mentre centrali sono strategie più sottili, come, ad esempio, le ingerenze sul modo in cui la vittima affronta la propria vita quotidiana, l’isolamento o altre forme di manipolazione affettiva che includono l’uso di una comunicazione seduttiva e ambigua e l’induzione di idee di incapacità.    Le micro-violenze preparano alle forme più esplicite di abuso. Le percosse compaiono solo se e quando il terreno è stato preparato e rappresentano un’opzione che può anche rivelarsi superflua.   Quel che fa di un legame una relazione d’abuso non è dunque l’alta frequenza di numerosi e variegati comportamenti violenti o la presenza di azioni particolarmente efferate, ma una dinamica di pretesa e di controllo potenzialmente in grado di condizionare la vita della vittima e di danneggiarne profondamente l’autostima.
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Search-ME - Erickson 3 Società e cittadinanza
Abbiamo ripercorso alcune tappe delle nostra storia con Fabio Folgheraiter, docente all’Università Cattolica di Milano e co-fondatore Erickson
Nel 1984 grazie all’intuizione degli psicologi Dario Ianes e Fabio Folgheraiter è nata Erickson, per diffondere in tutta Italia una cultura dell’inclusione.   Professor Folgheraiter, che cosa vi ha spinto nel 1984 a fondare un Centro studi, che nel corso degli anni è cresciuto diventando una Casa editrice e un centro di formazione punto di riferimento nell’ambito dell’educazione, della didattica, della psicologia e del lavoro sociale? Quello che possiamo dire oggi, andando indietro con il pensiero a 35 anni fa, è che sicuramente non potevamo pensare allora che la nostra iniziativa giovanile avrebbe avuto uno sviluppo simile. Quando siamo partiti eravamo concentrati sulle singole opere che ci capitava di scrivere o che trovavamo interessanti nella vasta letteratura internazionale. Giorno per giorno, pensavamo di finire il libro che avevamo tra le mani oppure di tradurre il libro di qualche collega straniero che ci aveva colpito e che credevamo utile per gli operatori italiani della scuola o dei servizi sociali. Pensavamo a pubblicare un libro alla volta. Contestualmente in genere organizzavamo anche grandi convegni e corsi di formazione di livello nazionale per presentare meglio i concetti nuovi introdotti con i libri.  Procedevamo passo dopo passo incoraggiati dai risultati a volte completamente inaspettati che il mercato riservava alle nostre iniziative. In partenza il campo disciplinare era quello della grave disabilità, con particolare attenzione ai metodi educativi che avrebbero potuto facilitare il lavoro degli insegnanti e degli educatori extrascolastici che avevano responsabilità per l’inclusione scolastica e sociale per queste persone. Poi ci siamo allargati ad ambiti diversi e ad altre discipline rispetto alla psicopedagogia e alla psicologia, come le politica di welfare e il lavoro sociale. Nel corso di questi 35 anni, quali sono stati i successi e i principali aspetti innovativi che Erickson ha introdotto per promuovere l’inclusione e una nuova visione di welfare? Inizialmente eravamo concentrati sugli aspetti tecnico metodologici delle pratiche professionali socio-educative, per mostrare agli operatori “come fare” a gestire situazioni complesse o per allora completamente insolite, come l’educazione dei bambini con disabilità nei contesti scolastici.  Molte nostre opere hanno fornito le basi per grandi cambiamenti di atteggiamento e di capacità operative, penso al successo di un vecchio libro dal titolo “Matematica pratica” per le persone con disabilità intellettiva, un libro sull’educazione di bambini con sindrome di Down, un libro pionieristico sulla valutazione/diagnosi delle varie disabilità.  Parallelamente abbiamo fornito spunti operativi nuovi nel campo delle capacità di rapporto interpersonale e di gestione di colloqui di aiuto: abbiamo tradotto un libro classico per la pratica del counseling di un grande autore francese (Roger Mucchielli) e un manuale altrettanto rilevante a livello internazionale per la gestione dei colloqui terapeutici nel campo delle tossicodipendenze (Il colloquio di motivazione di Miller e Rollnick). Un lavoro molto incisivo sul piano culturale siamo riusciti a farlo anche nel campo dei servizi sociali, dove con una serie di opere molto apprezzate abbiamo introdotto l’idea del “lavoro di rete” che per allora era decisamente avveniristica e che ora è per così dire il pane quotidiano di tutti gli operatori sociali.   Guardiamo al futuro, quale sarà il ruolo di Erickson nei prossimi anni? Come allora anche oggi siamo impegnati a dominare il presente che editorialmente è molto più complesso e incerto di allora. Negli anni ‘80 la romantica carta era l’unica possibilità su cui si poteva veicolare il pensiero. Ora con il digitale stanno evolvendo strumenti e mezzi espressivi di inaudite potenzialità che ancora non si comprende come possano stabilmente incardinarsi nell’editoria, la quale inevitabilmente sarà molto diversa da quella cui siamo abituati.  Come diceva Sant'Agostino, il futuro non esiste ma si può scorgere in segnali ben piantati nel presente. Certamente anche per il futuro la nostra Casa editrice sarà tenacemente impegnata a continuare e a rafforzare, adeguandola alle possibilità dei tempi, la sua primaria  mission culturale e imprenditoriale, in una duplice direzione. Da un lato vogliamo continuare ad offrire ai professionisti del mondo della scuola e del sociale il pensiero teorico e metodologico emergente a livello internazionale. Dall’altro, la grande esperienza maturata in Italia sui temi dell’inclusione scolastica e sociale ci consentirà di sviluppare l’apertura ai mercati esteri dei nostri prodotti editoriali, “restituendo” ai contesti internazionali più sensibili (Brasile, Cina, India) le conoscenze tecniche e scientifiche che negli ultimi decenni si sono rivelate importanti in Italia.
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Search-ME - Erickson 4 Società e cittadinanza
Un quadro sullo stato di salute generale di bambini, adolescenti e ragazzi nel nostro Paese
Oggi si celebra la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: una giornata nata per ricordare in tutto il mondo l’adozione della convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Si tratta di un documento fondamentale, adottato oggi da quasi tutti i Paesi del mondo, che ha permesso di riconoscere i bambini e i ragazzi come titolari di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici. Per fare il punto di quale sia oggi la situazione dell’infanzia e dell’adolescenza, con particolare riferimento al nostro Paese, abbiamo sentito la voce di tre esperte, intervenute nei giorni scorsi al convegno Erickson “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”: Arianna Saulini (Advocacy Manager, Save the Children Italia), Maria Luisa Iavarone (docente universitaria Università di Napoli Parthenope) e Rachele Furfaro (fondatrice e dirigente delle Scuole Internazionali “Dalla parte dei bambini” e presidente della Fondazione FOQUS). Ascoltiamo le loro riflessioni. Come sapete quest'anno la convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza compie 30 anni. Cosa è avvenuto in Italia in questi 30 anni? Abbiamo creato una serie di istituzioni, ora abbiamo un garante per l'infanzia e l'adolescenza, c'è una commissione parlamentare, sono state fatte delle leggi per tutelare e proteggere i minori, ci sono stati miglioramenti in termini di salute e accesso all'istruzione e tante altre conquiste. Il quadro che ci troviamo oggi tuttavia è ancora sfidante sotto molti punti di vista. In Italia oggi un milione e 200 mila bambini vivono in povertà assoluta. Questo vuole dire che vivono in famiglie che non riescono a riscaldare in maniera adeguata i propri appartamenti, che il pasto proteico viene consumato solo a scuola, dove ci sono le mense. I dati ci dicono che dal 2006 al 2017 la povertà è cresciuta per i ragazzi fino ai 17 anni. Inoltre, di fronte a una popolazione minorile sempre in calo per la decrescita demografica, anche la spesa per l'infanzia e l'adolescenza è in calo, con forti differenze regionali. Se guardiamo quanto viene speso per le famiglie, per le misure di sostegno, non siamo tra i primi Paesi nel mondo, e soprattutto abbiamo una forte differenziazione territoriale. La politica si sta accorgendo ora di quanto poco si investa nell'infanzia e nell'adolescenza, e di quanto ci sia bisogno. A febbraio il nostro governo ha incontrato il comitato ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e una delle raccomandazioni fatte riguarda proprio le differenze territoriali, cioè il comitato ONU ha raccomandato all'Italia di porre rimedio alle forti discriminazioni che ci sono nel nostro Paese su base regionale, per cui nascere in un comune o quartiere di una determinata città fa la differenza per un bambino rispetto alle sue possibilità di accedere ai servizi e quindi di poter godere al massimo delle opportunità offerte. Secondo l'atlante dell'infanzia a rischi, di “Save the children”, esiste una stretta correlazione tra condizioni economiche difficili e rischio sociale. Si tratta di una correlazione allarmante, se consideriamo che in Italia oltre 1 milione e 200 mila bambini (12,5%) vivono in condizioni di povertà̀ materiale. Questi bambini hanno, rispetto ai loro coetanei, una maggiore probabilità di fallimento scolastico, di lasciare precocemente la scuola e di non raggiungere i livelli minimi di apprendimento. Oltre la metà di loro non legge libri e più del 40% non fa sport. La povertà educativa è correlata con la dispersione scolastica. Da questo punto di vista, nel nostro Paese le cose sono peggiorate negli ultimi dieci anni. Infatti oggi abbiamo tassi di dispersione scolastica che sono peggiore del 2008. Il prezzo più alto della crisi economica partita nel 2008 è stato pagato da bambini e ragazzi da 0 a 17 anni, che hanno il rischio maggiore di impoverirsi rispetto agli over 65 enni. Questi bambini e ragazzi sono quelli più esposti al rischio di incorrere in condotte devianti. Oggi abbiamo la possibilità di mettere a fuoco i comportamenti pre-devianti dei ragazzi, grazie ai dati che esistono, a partire da quelli di “Save the children” a salire fino all’Istat. Questi dati ci raccontano che i ragazzi che vivono in determinate condizioni ambientali, che hanno determinate appartenenze, genitori con un basso livello di istruzione, che vivono in determinati quartieri, che hanno parenti in continuità criminale, sono tutti ragazzi su cui possiamo formulare un modello predittivo di prevenzione del rischio.  Ed è quello che stiamo cercando di fare con l’associazione culturale ARTUR (Adulti Responsabili per un Territorio Uniti contro il Rischio): contrastare le condotte devianti con la creazione di una anagrafe del rischio. Non abbiamo bisogno di andare a prendere i ragazzi per strada quando sono in giro con il coltello, noi sappiamo già chi sono e dobbiamo andare a intercettarli prima perché quei destini non siano già scritti, e le loro storie già segnate. «Porterò un esempio di vita, che sto seguendo da ormai 7 anni ed è ciò che abbiamo fatto con la fondazione FOQUS nei quartieri spagnoli di Napoli. Quello che abbiamo fatto è stato occupare uno spazio vuoto, un ex monastero di circa 10 mila metri quadrati, che abbiamo trasformato in una comunità produttiva, creativa, di cura e formazione della persona.  In questa zona della città di Napoli vivono in un kmq 50 mila persone che hanno smesso di pensare che un cambiamento è possibile e il 10% dei bambini di tutta Napoli. Qui si registra il più alto rischio di devianza in età precoce, con un’evasione scolastica al 34% nei ragazzi tra gli 8 e i 14 anni e il 30% di delinquenza tra gli stessi ragazzi. Nello spazio che abbiamo raccolto vuoto, abbiamo progettato e sostenuto la formazione di giovani e donne verso esperienze di autoimprenditorialità creando nuova occupazione e nuova impresa. Abbiamo dato il via alla prima esperienza di asilo nido dei quartieri spagnoli, che attrae anche bambini che vengono da altri ambienti sociali e zone della città. Dopo l’esperienza del nido sono nati altri progetti di contrasto alla povertà educativa, con l’obiettivo di ampliare l’offerta dei servizi educativi. Vorrei semplicemente dire che in uno spazio che fino al 2012 era vuoto, oggi tutti i giorni entrano 1.500 bambini e ragazzi. Qui ospitiamo l’accademia di belle arti che ha portato lì due interi corsi per condividere il progetto; abbiamo una scuola notarile; ospitiamo un giornale, il Napolista, una galleria d'arte. In questi spazi abbiamo creato 168 posti di lavoro, nel contesto di una città che non riesce a assicurare lavoro. Lo racconto perché penso che se tanti di noi riuscissero a traslare i principi che si portano nella scuola, in luoghi che sono chiusi e che stanno depauperandosi perché non vengono abitati, se riuscissimo a abitarli credo che potremmo creare molte comunità in tutta Italia inclusive».
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Search-ME - Erickson 5 Lavoro sociale
Al recente convegno “Affrontare la violenza sulle donne” (Trento, 18 e 19 ottobre) la filosofa statunitense si è interrogata sul concetto di consenso quando si parla di violenza sessuale
La voce di Susan Brison è una voce  importante nel dibattito sulla violenza contro le donne perché integra profonde riflessioni teoriche con l’esperienza di violenza che lei stessa ha vissuto sulla propria pelle. Infatti, nel 1990, durante una passeggiata mattutina venne aggredita alle spalle, picchiata, violentata, strangolata, creduta morta e lasciata a terra incosciente. Nel suo libro Aftermath. Violence and the remaking of a self, Brison racconta di come questo abbia distrutto il suo mondo e la sua identità. Le sue riflessioni, oltre a toccare il suo personale percorso di recovery, forniscono un’esplorazione interdisciplinare dei concetti di trauma, di ricostruzione del sé, di autonomia, di comunità.  E Susan Brison parte proprio dal trauma per evidenziare quanto esso tronchi passato e presente e precluda la possibilità di immaginare un futuro. Una via di uscita (seppure non risolutiva) è testimoniare quanto è accaduto, in modo da integrare la violenza subita nella propria storia. Questa testimonianza può anche aiutare a riflettere sui significati di questioni più ampie: non solo comprendere il trauma, ma anche interrogarsi su quello che si può fare e su come si vorrebbe vivere. Susan Brison è anche protagonista di un’interessante lezione magistrale Sexual Violence, Social Meanings, and Narrative Selves disponibile su Youtube. Tra le riflessioni che la studiosa propone in questo speech è particolarmente interessante quella relativa al “consenso”, un concetto molto utilizzato in tutti i contesti in cui si affronta la violenza (da quello preventivo a quello giuridico).  Susan Brison, pur sottolineando l’importanza di affrontare il tema del consenso, chiede fortemente di metterlo in discussione a partire da alcune domande provocatorie: quando parliamo di furto, forse diciamo che esso si definisce in base al consenso o meno da parte della persona derubata? O se parliamo di un omicidio, teniamo conto della possibilità che la vittima possa acconsentire a una sorta di “suicidio assistito”? In questi casi il consenso è una possibilità che non teniamo neppure in considerazione: semplicemente perché dovremmo porci la questione? Il furto e l’omicidio sono reati di per sé e la responsabilità è di chi li commette. Quando invece si parla di stupro sembra tutto diverso. Spesso infatti il consenso viene proposto come l’unico elemento per distinguere tra un rapporto sessuale e una violenza. Questo però ha delle gravi implicazioni. Prima di tutto, si rinforza una visione distorta del rapporto sessuale, come se fosse in fin dei conti una “violenza autorizzata” che dipende dalla bravura dell’uomo nell’“ottenere il permesso”.  Inoltre, ci si focalizza esclusivamente sulla vittima, sul suo stato mentale, sulla sua responsabilità e non sul fatto che lo stupro sia di per sé un atto disumano. In terzo luogo, focalizzarsi sul consenso porta a vedere lo stupro come un singolo accadimento distogliendo lo sguardo dal contesto sociale in cui si realizza, caratterizzato da pesanti discriminazioni di genere. Dal pensiero di Susan Brison, così come da quello di altre studiose e professioniste, emerge ancora una volta quanto la riflessione sulle “parole” (stupro, consenso, rapporto sessuale…) non costituisca un semplice esercizio di ragionamento ma definisca in tutto e per tutto la realtà. Infatti il significato che diamo a determinati concetti e termini influenza direttamente e concretamente la vita delle donne che hanno subito violenza: pensiamo solo a quanto esso possa condizionare l’azione dei professionisti nei percorsi di aiuto sociale e psicologico, in ambito sanitario, nelle aule di Tribunale, nelle scuole e nelle comunità.
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Search-ME - Erickson 6 Prima infanzia
Un recente rapporto di Save The Children mostra il ruolo fondamentale dei servizi educativi per l’infanzia. La nostra opinione: puntare anche sul sostegno alla genitorialità
Quando si parla di povertà educativa non ci si riferisce solo alla privazione del diritto allo studio, ma alla mancanza ben più sostanziale di opportunità educative e di sviluppo per il minore.  Si tratta, quindi, di un concetto complesso che investe diverse dimensioni - scolastica, culturale, relazionale, formativa - e che, molto spesso, agisce di generazione in generazione, innescando, insieme al disagio economico, un circolo vizioso che si auto alimenta.   L’INDAGINE DI SAVE THE CHILDREN  Data l’importanza e l’incidenza del fenomeno, anche in Italia, Save the Children ha deciso di condurre, tra marzo e giugno 2019, un’indagine pilota esplorativa, attraverso l’utilizzo dello strumento IDELA (International Development and Early Learning Assessment), che ha coinvolto 653 bambini di età compresa fra i 3 e i 5 anni in 10 città e provincie italiane proprio per analizzare le disuguaglianze educative in Italia, a partire dalla prima infanzia, e i fattori che le determinano.      I risultati emersi, di recente pubblicati nel rapporto “Il miglior inizio" . Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita” conferma quanto rilevato da numerosi studi internazionali, ovvero che le disuguaglianze si sviluppano già nei primissimi anni di vita e ben prima della scuola dell’obbligo.     LE DISUGUAGLIANZE NON SONO IRREVERSIBILI Come Ricerca&Sviluppo Erickson, basandoci anche più recenti scoperte neuroscientifiche siamo convinti che le disuguaglianze e la povertà educativa fortunatamente non sono inevitabili né irreversibili. Le basi neurobiologiche delle competenze del bambino, infatti, risentono delle opportunità offerte dall’ambiente in cui il bambino cresce, tra cui la qualità delle relazioni e delle interazioni, con genitori, caregivers e altri bambini, e l’accesso equo a strutture educative di qualità. Le politiche e i servizi per la cura e l’educazione nella prima infanzia possono, infatti, interrompere il circolo vizioso, andando a colmare il gap di competenza che si instaura in bambini appartenenti a famiglie in condizioni svantaggiate. Situazioniche influiscono sulla possibilità di investimento economico per l’educazione e sulla qualità del tempo trascorso con i figli.   Una precedente analisi di Save the Children del 2018, aveva già dimostrato, infatti, come i bambini più svantaggiati, che hanno, però, frequentato il nido o un servizio per l’infanzia, abbiano molte più probabilità di raggiungere un livello minimo di competenza, in adolescenza, rispetto ai coetanei che non hanno avuto la medesima opportunità. Tale probabilità, inoltre, aumenta in base al numero di anni di frequenza di tali servizi. Ciò che è allarmante è come in Italia  il nido sia accessibile solo a 1 bambino su 4, e di questi, solo il 12,3% frequenta un asilo pubblico. Sono proprio i bambini più svantaggiati a usufruirne meno. Fortunatamente, però, l’accesso alla scuola dell’infanzia, che in Italia accoglie il 92,6% dei bambini tra i 3 e i 6 anni, supera l’obiettivo UE del 90% di copertura.   L’IMPORTANZA DEL WELFARE   Secondo il report, poi, i servizi di cura ed educativi per la prima infanzia dovrebbero essere complementari a interventi di welfare a supporto della genitorialità e dell’occupazione femminile, di modo che le opportunità educative di svolgere attività culturali di qualità (lettura condivisa, giochi all’aperto con i genitori, visita al museo, partecipazione a concerti musicali, etc.) si manifestino anche a casa e ad opera di entrambi i genitori. Come Ricerca&Sviluppo Erickson riteniamo sia fondamentale garantire la partecipazione, durante la primissima infanzia, a programmi strutturati di cura ed educazione che siano equi, accessibili, ma anche integrati con le politiche di welfare a sostegno della genitorialità. Poiché i servizi educativi, da soli, difficilmente possono contrastare la povertà educativa.   In molte regioni, iniziative in tal senso sono già avviate. Ciò che ora è importante è favorirne il consolidamento e la diffusione sull’intero territorio nazionale, come abbiamo espresso anche nel corso del recente rel="noopener noreferrer" Convegno Nazionale 0-3 “Partiamo dal nido!”
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