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I mini gialli dei dettati 2
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Metodo Montessori e anziani fragili Didattica
Le abilità interculturali costituiscono la base delle altre competenze, per questo è importante trovare i giusti strumenti per valutarle efficacemente.
Il problema della valutazione degli alunni nella scuola è di grande attualità. In questi anni più volte sono stati messi in discussione il sistema di valutazione, i criteri su cui si basa e i suoi strumenti applicativi. La valutazione degli apprendimenti delle alunne e degli alunni che frequentano la scuola primaria è stata rivista alla luce di un impianto valutativo che supera il concetto di voto numerico e introduce il giudizio descrittivo per ciascuna delle discipline previste dalle Indicazioni nazionali per il curricolo, educazione civica compresa.  Oltre alle varie competenze disciplinari e linguistiche, uno dei principali obiettivi attesi è lo sviluppo della competenza interculturale. Dal documento pubblicato sulla «Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea» il 4 giugno 2018 si evince che, pur essendo le competenze ritenute tutte di pari importanza, «elementi quali il pensiero critico, la risoluzione di problemi, il lavoro di squadra, le abilità comunicative e negoziali, le abilità analitiche, la creatività e le abilità interculturali sottendono a tutte le competenze chiave» (4.6.2018 IT, «Gazzetta ufficiale dell’Unione europea» C 189/7). Le «abilità interculturali», dunque, rientrano tra le basi fondamentali per lo sviluppo delle altre competenze.  A questo punto dovremmo chiederci: come possiamo valutare i nostri alunni in attività di tipo interculturale? Quali strumenti e principi dobbiamo utilizzare? Servono, infatti, soprattutto nuovi strumenti: rubriche valutative che tengano conto del percorso di ciascun alunno, guardando a lui/lei come a un individuo partecipe e attivo nella scuola e nella società. I dati rilevati devono essere confrontati e, in base al giudizio dell’insegnante, va stabilito il livello di acquisizione per ogni componente specifico della vasta competenza interculturale: si tratta, ad esempio, di valutare negli studenti la capacità di pensiero critico, il livello di partecipazione alle attività, i prodotti realizzati, l’interesse dimostrato, l’originalità degli interventi.
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Metodo Montessori e anziani fragili Didattica
Esempi di cittadinanza attiva dentro e fuori la scuola per diventare membri consapevoli della comunità
Da quando nella scuola si parla di educazione alla cittadinanza gli insegnanti si sono trovati di fronte una sorta di «materia» sui generis, incerta tra la dimensione disciplinare vera e propria e il costituirsi come esperienza trasversale nella quale s’intrecciano aspetti cognitivi, affettivi, motivazionali e conoscenze, competenze, valori e comportamenti. In modo simile, ciò è accaduto nella lunga storia dell’educazione ambientale e alla sostenibilità. Qual è quindi lo scenario nel quale si trova oggi la scuola che deve formare bambini e ragazzi come cittadini consapevoli?  Credo che il cittadino consapevole sia colui che ha una postura, un modo di essere e di pensare legato al sapersi muovere nello spazio comune: prestare ascolto al mondo che ci circonda, essere vigili su quello che ci accade, interagire con gli altri con empatia, prestando fiducia. Quello che bambini e ragazzi chiedono, in modo sempre più consapevole, è di entrare davvero nell’ambiente di vita quotidiano, con i conflitti reali, le cose che non vanno o quelle che invece sono in buon equilibrio. Questo è l’ambiente di vita che merita di essere preso in considerazione attraverso progetti e azioni dove i bambini siano autenticamente presenti. Prendiamo ad esempio il giardino scolastico o il parchetto pubblico lì vicino, che per i bambini e le bambine è uno spazio importante: per molti di loro rappresenta lo spazio privilegiato per sperimentare l’autonomia nelle relazioni con i compagni e costruire un rapporto positivo, interessato, curioso e consapevole con il mondo naturale che li circonda.  Sono moltissimi i progetti delle scuole che prendono in considerazione i giardini come occasioni didattiche, ma non si tratta solo di pulire le aree verdi o di aggiustare gli arredi urbani. La collaborazione tra persone, enti e istituzioni porta a risultati concreti, che permettono di sperimentare la soddisfazione di aver costruito un servizio utile alla comunità e riqualificato il “bene comune”.  Quello che fa davvero la differenza nei diversi progetti è partire dai bambini, da quello che fanno nei momenti liberi, da quello che scopriamo di loro osservandoli in modo attento e consapevole, metodicamente. Il giardino scolastico Già nel lontano 1999 nelle scuole primarie Ciari e Garibaldi di Casalecchio di Reno (Bo), dopo un lungo lavoro di progettazione e realizzazione partecipata con tutta la comunità scolastica, si è arrivati alla riqualificazione dello spazio scolastico esterno in collaborazione con il Comune, poi aperto a tutti, nell’ottica di gestione del “bene comune”. I bambini hanno così scoperto che per realizzare un sogno condiviso bisogna andare a fondo nella comprensione delle visioni altrui, del buon senso e delle regole, del fattibile e del non realizzabile. La comunità educante Con lo stesso modo di intendere la partecipazione e l’idea di comunità educante, attraverso un Patto di collaborazione gli ospiti di un centro di salute mentale a Ravenna, i famigliari, le tre scuole vicine, la parrocchia e il Comune si sono attivati per trasformare e rendere vitale lo spazio esterno al centro di cura. Nel 2011 è stato poi inaugurato il nuovo Giardino dedicato a Franco Basaglia, rendendo concreta l’idea che contaminando le competenze cliniche con il tessuto comunitario tutto il mondo può diventare terapeutico, e che sia possibile seminare interesse verso l’utilizzo del verde pubblico come tecnica di partecipazione attiva di una comunità alla realizzazione della salute pubblica. Soluzioni condivise per problemi comuni Un’altra grande opportunità di fare educazione civica sono i Pedibus, diffusi a macchia d’olio in moltissime scuole. È stato il caso di un altro progetto nel comune di Cesena, che ha visto coinvolti il Comune, i bambini della scuola, i ragazzi ospiti della casa di accoglienza «La Fenice» e cittadini volontari nella riqualificazione del sottopassaggio che doveva condurre i bambini a scuola.  Il risultato non è stato solo quello di rendere bello uno spazio e rallegrare i passanti: l’esperienza ha rinforzato la coesione, il senso di appartenenza alla comunità e di responsabilità, la collaborazione attiva e la percezione di poter intervenire sulla realtà. Si è messa in pratica quella che Schenetti e Guerra definiscono «un’educazione che parta dai problemi legati al territorio locale, percepiti come rilevanti dai bambini e dagli adulti di riferimento, cercando di mantenere un rapporto continuativo tra scuola e territorio». Per ritrovare una scuola oltre la scuola ogni percorso di apprendimento non può che nascere dal desiderio. È ciò che ci spinge a iniziare qualsiasi cammino ed è ciò ci fa guardare al futuro con maggior fiducia, perché aprire uno spiraglio alla possibilità di immaginare ci fa costruire un ponte verso il futuro. Dobbiamo farci guidare dai bambini: inesauribile fonte di immaginazione e di soluzioni inedite.
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Search-ME - Erickson 1 Società e cittadinanza
Un e-book gratuito, esemplare per chiarezza e fruibilità, per tutte le persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender, e per coloro che vogliono supportarle nella loro ricerca del benessere e nella battaglia per l’uguaglianza di diritti.
Che cosa accade e che cosa cambia in una famiglia, in una classe, in un gruppo di amiche e amici in cui una ragazza o un ragazzo comunichi il proprio orientamento omosessuale o la propria identità di genere non conforme? Quali sono le sfide che i giovani gay, le giovani lesbiche, bisessuali e transgender si trovano ad affrontare nel processo di acquisizione della propria autoconsapevolezza come persone integrali che amano persone dello stesso sesso o che non si riconoscono nel genere a loro assegnato alla nascita? Questa guida, realizzata da genitori per genitori e da insegnanti per insegnanti, risponde alle domande di insegnanti, genitori, amici, ma anche, prima di tutto, delle stesse persone gay, lesbiche e transgender, adolescenti e giovani adulti, offrendosi come supporto nella comprensione e nella formazione di una personalità matura e equilibrata proprio perché non gravata da interdetti, pregiudizi e menzogne. Per scaricare e leggere l’ebook clicca qui Chi ha piacere di avere una copia cartacea può contattare una delle innumerevoli sedi presenti sul territorio nazionale il cui elenco si trova al link: https://www.agedonazionale.org/sedi-territoriali-aggiornate
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Search-ME - Erickson 2 Società e cittadinanza
Un quadro sullo stato di salute generale di bambini, adolescenti e ragazzi nel nostro Paese
Oggi si celebra la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: una giornata nata per ricordare in tutto il mondo l’adozione della convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Si tratta di un documento fondamentale, adottato oggi da quasi tutti i Paesi del mondo, che ha permesso di riconoscere i bambini e i ragazzi come titolari di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici. Per fare il punto di quale sia oggi la situazione dell’infanzia e dell’adolescenza, con particolare riferimento al nostro Paese, abbiamo sentito la voce di tre esperte, intervenute nei giorni scorsi al convegno Erickson “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”: Arianna Saulini (Advocacy Manager, Save the Children Italia), Maria Luisa Iavarone (docente universitaria Università di Napoli Parthenope) e Rachele Furfaro (fondatrice e dirigente delle Scuole Internazionali “Dalla parte dei bambini” e presidente della Fondazione FOQUS). Ascoltiamo le loro riflessioni. Come sapete quest'anno la convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza compie 30 anni. Cosa è avvenuto in Italia in questi 30 anni? Abbiamo creato una serie di istituzioni, ora abbiamo un garante per l'infanzia e l'adolescenza, c'è una commissione parlamentare, sono state fatte delle leggi per tutelare e proteggere i minori, ci sono stati miglioramenti in termini di salute e accesso all'istruzione e tante altre conquiste. Il quadro che ci troviamo oggi tuttavia è ancora sfidante sotto molti punti di vista. In Italia oggi un milione e 200 mila bambini vivono in povertà assoluta. Questo vuole dire che vivono in famiglie che non riescono a riscaldare in maniera adeguata i propri appartamenti, che il pasto proteico viene consumato solo a scuola, dove ci sono le mense. I dati ci dicono che dal 2006 al 2017 la povertà è cresciuta per i ragazzi fino ai 17 anni. Inoltre, di fronte a una popolazione minorile sempre in calo per la decrescita demografica, anche la spesa per l'infanzia e l'adolescenza è in calo, con forti differenze regionali. Se guardiamo quanto viene speso per le famiglie, per le misure di sostegno, non siamo tra i primi Paesi nel mondo, e soprattutto abbiamo una forte differenziazione territoriale. La politica si sta accorgendo ora di quanto poco si investa nell'infanzia e nell'adolescenza, e di quanto ci sia bisogno. A febbraio il nostro governo ha incontrato il comitato ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e una delle raccomandazioni fatte riguarda proprio le differenze territoriali, cioè il comitato ONU ha raccomandato all'Italia di porre rimedio alle forti discriminazioni che ci sono nel nostro Paese su base regionale, per cui nascere in un comune o quartiere di una determinata città fa la differenza per un bambino rispetto alle sue possibilità di accedere ai servizi e quindi di poter godere al massimo delle opportunità offerte. Secondo l'atlante dell'infanzia a rischi, di “Save the children”, esiste una stretta correlazione tra condizioni economiche difficili e rischio sociale. Si tratta di una correlazione allarmante, se consideriamo che in Italia oltre 1 milione e 200 mila bambini (12,5%) vivono in condizioni di povertà̀ materiale. Questi bambini hanno, rispetto ai loro coetanei, una maggiore probabilità di fallimento scolastico, di lasciare precocemente la scuola e di non raggiungere i livelli minimi di apprendimento. Oltre la metà di loro non legge libri e più del 40% non fa sport. La povertà educativa è correlata con la dispersione scolastica. Da questo punto di vista, nel nostro Paese le cose sono peggiorate negli ultimi dieci anni. Infatti oggi abbiamo tassi di dispersione scolastica che sono peggiore del 2008. Il prezzo più alto della crisi economica partita nel 2008 è stato pagato da bambini e ragazzi da 0 a 17 anni, che hanno il rischio maggiore di impoverirsi rispetto agli over 65 enni. Questi bambini e ragazzi sono quelli più esposti al rischio di incorrere in condotte devianti. Oggi abbiamo la possibilità di mettere a fuoco i comportamenti pre-devianti dei ragazzi, grazie ai dati che esistono, a partire da quelli di “Save the children” a salire fino all’Istat. Questi dati ci raccontano che i ragazzi che vivono in determinate condizioni ambientali, che hanno determinate appartenenze, genitori con un basso livello di istruzione, che vivono in determinati quartieri, che hanno parenti in continuità criminale, sono tutti ragazzi su cui possiamo formulare un modello predittivo di prevenzione del rischio.  Ed è quello che stiamo cercando di fare con l’associazione culturale ARTUR (Adulti Responsabili per un Territorio Uniti contro il Rischio): contrastare le condotte devianti con la creazione di una anagrafe del rischio. Non abbiamo bisogno di andare a prendere i ragazzi per strada quando sono in giro con il coltello, noi sappiamo già chi sono e dobbiamo andare a intercettarli prima perché quei destini non siano già scritti, e le loro storie già segnate. «Porterò un esempio di vita, che sto seguendo da ormai 7 anni ed è ciò che abbiamo fatto con la fondazione FOQUS nei quartieri spagnoli di Napoli. Quello che abbiamo fatto è stato occupare uno spazio vuoto, un ex monastero di circa 10 mila metri quadrati, che abbiamo trasformato in una comunità produttiva, creativa, di cura e formazione della persona.  In questa zona della città di Napoli vivono in un kmq 50 mila persone che hanno smesso di pensare che un cambiamento è possibile e il 10% dei bambini di tutta Napoli. Qui si registra il più alto rischio di devianza in età precoce, con un’evasione scolastica al 34% nei ragazzi tra gli 8 e i 14 anni e il 30% di delinquenza tra gli stessi ragazzi. Nello spazio che abbiamo raccolto vuoto, abbiamo progettato e sostenuto la formazione di giovani e donne verso esperienze di autoimprenditorialità creando nuova occupazione e nuova impresa. Abbiamo dato il via alla prima esperienza di asilo nido dei quartieri spagnoli, che attrae anche bambini che vengono da altri ambienti sociali e zone della città. Dopo l’esperienza del nido sono nati altri progetti di contrasto alla povertà educativa, con l’obiettivo di ampliare l’offerta dei servizi educativi. Vorrei semplicemente dire che in uno spazio che fino al 2012 era vuoto, oggi tutti i giorni entrano 1.500 bambini e ragazzi. Qui ospitiamo l’accademia di belle arti che ha portato lì due interi corsi per condividere il progetto; abbiamo una scuola notarile; ospitiamo un giornale, il Napolista, una galleria d'arte. In questi spazi abbiamo creato 168 posti di lavoro, nel contesto di una città che non riesce a assicurare lavoro. Lo racconto perché penso che se tanti di noi riuscissero a traslare i principi che si portano nella scuola, in luoghi che sono chiusi e che stanno depauperandosi perché non vengono abitati, se riuscissimo a abitarli credo che potremmo creare molte comunità in tutta Italia inclusive».
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Search-ME - Erickson 3 Società e cittadinanza
Una sfida educativa per la scuola italiana ai tempi della pandemia
Disuguaglianza nel mondo La disuguaglianza nel mondo continua ad aumentare e si allarga la forbice tra ricchi e poveri. Secondo il World Social Report 2020 di UNDESA, la disuguaglianza nel mondo è cresciuta negli ultimi 30 anni, in particolare nei paesi ad alto e medio sviluppo. Più del 70% della popolazione mondiale vive in paesi dove la disuguaglianza è in crescita, e nel 60% dei paesi la quota di ricchezza concentrata nelle mani dell’1% più ricco della popolazione è aumentata. Sono diminuite le diseguaglianze tra paesi, ma continuano ad aumentare le disuguaglianze all’interno dei paesi, segnale del fatto che sono pochi i governi nazionali che danno priorità alla definizione di politiche che affrontino le cause strutturali della disuguaglianza. Saskia Sassen, sociologa ed economista statunitense, nota per le sue analisi sulla globalizzazione ed i processi transnazionali, sostiene che la disuguaglianza non è un effetto collaterale del modello economico attuale fondato sulla finanziarizzazione e sulla concentrazione di ricchezze, ma piuttosto uno strumento di cui il sistema economico si serve. Sassen parla di un sistema economico che persegue una logica di espulsione ed esclusione, piuttosto che di inclusione. Secondo la studiosa, “l’economia politica globale dei nostri giorni ci pone di fronte a un nuovo, allarmante problema: l’emergere della logica dell’espulsione”. Ciò significa che “siamo di fronte a una serie - imponente e diversificata - di espulsioni … Potrei citare il crescente numero degli indigenti; degli sfollati nei paesi poveri ammassati nei campi profughi formali o informali; dei discriminati e perseguitati nei paesi ricchi depositati nelle prigioni; dei lavoratori i cui corpi sono distrutti dal lavoro e resi superflui a un’età troppo giovane; della popolazione attiva considerata in eccesso che vive nei ghetti e negli slum. Ma anche gli imprenditori ‘fuori mercato’ o le famiglie senza casa per un pignoramento. E potrei aggiungere le parti della biosfera espulse dal loro spazio vitale a causa delle tecniche estrattive o dell’accaparramento di terre”. La pandemia in atto ha imposto uno stop temporaneo all’economia globale. Alla crisi sanitaria ha fatto seguito una crisi economica e sociale senza precedenti, provocata dalla interruzione temporanea delle attività produttive, dei commerci internazionali e degli scambi sociali e culturali. Innestandosi su un sistema economico globale che generava sviluppo e ricchezza, ma anche disuguaglianze e povertà, la pandemia non è stata occasione per aprire una seria riflessione sul sistema economico globale ed il modello di sviluppo ad esso sotteso. Non sembra aver rappresentato uno stimolo al cambiamento nella direzione indicata dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, ma sta contribuendo a fare registrare un ulteriore arretramento, con la crescita della povertà e delle diseguaglianze e la possibile messa in stand by degli obiettivi volti alla sostenibilità sociale e ambientale. In questo contesto, molti bambini e bambine, ragazzi e ragazze rischiano di essere vittime del sistema di espulsione di cui parla Sassen. Nel rapporto “Proteggiamo i bambini. Whatever it takes”, Save the Children sottolinea come i minori siano “particolarmente esposti alle conseguenze negative innescate dalla pandemia a livello globale. Il loro diritto a crescere in salute, ad imparare, ad essere protetti da abusi e violenze e ad essere parte attiva della vita sociale è seriamente compromesso. La crisi non è ancora alle nostre spalle, ma a partire dai diversi dati disponibili appare già evidente che, a causa degli effetti che la pandemia sta avendo e continuerà ad avere a livello globale sulla loro vita, sul loro accesso alle cure mediche e a una corretta nutrizione, sul loro diritto all’educazione, sulla loro partecipazione alla vita sociale e quindi sul loro futuro, molti bambini rischiano di essere lasciati indietro”. Disuguaglianza e povertà in Italia Le disuguaglianze in Italia, anche prima dell’abbattersi della pandemia da Covid-19, erano particolarmente radicate. A livello globale, l’Italia ha livelli di diseguaglianza minori rispetto a paesi come Stati Uniti e Australia, ma a livello europeo la situazione è molto differente e l’Italia rientra tra i paesi con maggiore disuguaglianza nei redditi. In Europa, il dato medio del coefficiente Gini (indice compreso tra 0 e 100 che misura le disuguaglianze nei redditi: più è basso il valore, minori sono le disuguaglianze nei redditi; più alto il valore, maggiore il divario) per il 2019 è 30,7. L’Italia è settima su 28 paesi europei per livello di diseguaglianze. Insieme a Regno Unito (valore dell’indice 33,5 nel 2018, dato 2019 non disponibile) e Spagna (indice Gini 33), l’Italia (indice Gini 32,8), è il paese dell’Europa occidentale con i livelli più alti di disuguaglianza. Il report “Disuguitalia 2021” di Oxfam Italia registra che a metà 2019, il top 10% (in termini patrimoniali) della popolazione italiana possedeva oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Allo scoppio dell’emergenza sanitaria il grado di resilienza economica delle famiglie italiane era estremamente diversificato, con poco più del 40% degli italiani in condizioni di povertà finanziaria, ovvero senza risparmi accumulati sufficienti per vivere, in assenza di reddito o altre entrate, sopra la soglia di povertà relativa per oltre tre mesi. I dati Istat relativi al 2020 rilevano che, dopo il miglioramento registrato nel 2019, la povertà assoluta è tornata ad aumentare in Italia, raggiungendo il livello più elevato dal 2005, cioè da quando l’Istat ha cominciato a effettuare le attuali rilevazioni attraverso le serie storiche. Poco più di 2 milioni di famiglie (7,7% del totale, in aumento rispetto al 6,4% del 2019) pari a oltre 5,6 milioni di individui (9,4%, dal 7,7% dell’anno precedente) risultano in una condizione di povertà assoluta – ovvero incapaci di accedere a beni e servizi ritenuti essenziali per mantenere uno standard di vita "minimamente accettabile". I dati Istat evidenziano inoltre che sono soprattutto le famiglie con figli minori ad essere in difficoltà, considerando che l'incidenza della povertà assoluta passa dal 9,2% all'11,6%, dopo il miglioramento registrato nel 2019, così come le famiglie più numerose, visto che i dati Istat segnalano un aumento di oltre quattro punti, passando dal 16,2% al 20,7%, per quelle con almeno cinque persone. La dimensione reddituale, tuttavia, non è sufficiente da sola a spiegare lo stato di benessere degli individui. Determinanti imprescindibili per una vita dignitosa sono la salute, l’accesso a un’istruzione di qualità, la disponibilità di una abitazione adeguata, l’accesso a un impiego con condizioni di lavoro dignitose, il grado di riconoscimento da parte della collettività del proprio ruolo e delle proprie aspirazioni. Oxfam Italia evidenzia come la pandemia abbia potentemente esacerbato gli ampi divari preesistenti lungo tali dimensioni: vecchie vulnerabilità multidimensionali si sono acuite e assommate a nuove fragilità, con conseguenze allarmanti per il benessere dei cittadini, l’inclusione e la coesione sociale. Povertà minorile e povertà educativa in Italia L’aumento della povertà assoluta tra i minori è uno dei risultati più drammatici della crisi in atto. Save The Children lancia un allarme sottolineando che in Italia, dove già prima dell’emergenza legata al COVID-19 si registravano percentuali di deprivazione economica e materiale e di povertà educativa dei minori tra le più alte d’Europa, gli effetti della crisi economica e della limitazione delle opportunità educative sui bambini sono molto preoccupanti. I dati dell’Istat relativi al 2020 evidenziano che oggi, in Italia, 1 milione e 346 mila minori vivono in condizioni di povertà assoluta, ben 209 mila in più rispetto all’anno precedente. Questo vuol dire che in Italia si trova in questa condizione il 13,4% dei bambini e dei ragazzi, per un aumento di ben 2 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione. All’incremento della povertà economica tende a corrispondere un incremento altrettanto consistente di quella che Save the Children definisce povertà educativa, ovvero della “condizione che priva i bambini delle possibilità di apprendere, sperimentare, far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni” . Save the Children evidenzia come la povertà educativa fosse già molto diffusa in Italia, prima dell’emergenza: lo confermano i dati sulla dispersione scolastica (la percentuale di Early School Leavers si attestava, in Italia, intorno al 14% da circa 5 anni). Inoltre, circa un quarto degli studenti di 15 anni non raggiungeva le competenze minime in matematica, lettura e scienze, misurate attraverso i test OCSE PISA, con differenze sostanziali, dovute alla condizione economica delle famiglie e al territorio di residenza. Quasi la metà degli adolescenti di 15 anni, infatti, che provengono da nuclei familiari appartenenti al quintile socioeconomico più basso, non raggiungeva le competenze minime in matematica (40,6%), in lettura (42%) e in scienze (38,3%); tra i coetanei appartenenti al primo quintile, con condizioni socioeconomiche nettamente migliori, tale percentuale scendeva a circa un decimo. Save the Children sottolinea inoltre che la povertà educativa non riguarda solo la scuola, ma tutte le sfere di crescita dei bambini e degli adolescenti. Bambini e bambine, ragazzi e ragazze con l’emergenza non hanno subìto esclusivamente una pur grave perdita nell’apprendimento e nelle competenze scolastiche, ma sono stati anche privati del gioco, del movimento e delle possibilità di interazione in presenza con i coetanei. Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, sottolinea: “La povertà minorile colpisce tutte le dimensioni di vita di un bambino, dalla salute all'educazione, non condiziona solo il suo presente ma pregiudica il suo sviluppo. Non possiamo permettere che il prezzo della crisi sia pagato dai più piccoli, sbarrando le porte al loro futuro”. Oggi occorre quindi un deciso intervento strategico per proteggere i bambini e gli adolescenti da un doppio rischio: da una parte l’aumento della povertà minorile, legato all’impoverimento delle famiglie, e, dall’altra, l’aumento della dispersione scolastica, esplicita ed implicita, e della povertà educativa. Questi temi verranno affrontati nel Convegno Internazionale di Erickson “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, che vedrà ospite Saskia Sassen (23 novembre), ed una Q Talk il 13 novembre con Carlotta Bellomi (Save The Children Italia), Roberta Caldin (Università di Bologna), Luca Decembrotto (Università di Bologna) e Gianluca Argentin (Università Milano Bicocca) Bibliografia UNDESA, “World Social Report 2020” Sassen, “Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale”, Il Mulino 2018 Save The Children Italia, “Proteggiamo i bambini. Whatever it takes”, 2020 Openpolis, “Le diseguaglianze nei redditi delle famiglie in Italia”, 16 febbraio 2021 Oxfam Italia, “Disuguitalia”, 2021 Istat, “Torna crescere la povertà assoluta. Le statistiche dell’Istat sulla povertà. Anno 2020”, 16 giugno 2021 Save The Children Italia, “Dati Istat: oltre un milione e trecentomila minori in povertà assoluta uno degli effetti più drammatici della crisi”, Comunicato stampa 4 marzo 2021 Save The Children, “La scuola che verrà. Attese, incertezze e sogni all’avvio del nuovo anno scolastico”, settembre 2020
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Search-ME - Erickson 4 Società e cittadinanza
L’impatto del Coronavirus sulla comunità LGBT* è un tema poco discusso ma fonte di un prezioso insegnamento Mindful, che parla al cuore di tutti.
Chiunque noi siamo, possiamo guardare a ciò che ci affligge con gentilezza amorevole e rivelare a noi stessi quel che davvero aspiriamo a diventare, per aprirci a un futuro più vero. Capita, durante questa reclusione forzata e necessaria, di patire forte la mancanza di qualcosa. Talvolta è un’abitudine consolidata: caffè e cornetto a colazione nel bar preferito, il sole che bacia il viso di prima mattina, lo shopping al negozio prediletto, l’aperitivo con gli amici a sera con le chiacchiere e il vino che scintilla nei calici. Talvolta ci manca qualcosa d’altro, qualcosa di remoto che aggancia il corpo ma punta al cuore: il sorriso all'edicolante al mattino appena fuori dalla metropolitana, la stretta di mano al termine di una riunione, l’abbraccio all'amico di sempre, la passeggiata con i cani al parco e le parole scambiate tra i proprietari. Un bacio, uno sguardo celato che allaccia un’intesa segreta; il profumo di un’amante al mattino, dopo una notte in cui abbiamo sganciato i freni. Cose che abbiamo perso d’improvviso. Ovvietà che più di una volta abbiamo dato per scontate e che oggi ci mancano moltissimo, alla luce del cambio forzoso di prospettiva. E così, il mio pensiero corre alla comunità LGBT*, alla quale io devo più di una riflessione e più di un insegnamento.  In questa reclusione prolungata, che ci costa fatica e costante riadattamento, a mio parere torna di aiuto proprio l’esperienza di resistenza e di resilienza delle persone LGBT* che ho conosciuto. Amici, colleghi, pazienti che hanno consolidato nel tempo la capacità di mantenersi saldi, riuscendo a immaginare il futuro oltre le incertezze e le paure temporanee. Un futuro maturato dentro un presente spesso difficile, dove la quotidianità non è ovvia ma va espugnata con tenacia e tenerezza. Un bacio furtivo scambiato sotto il sole, una mano intrecciata per qualche istante tra la folla, un bimbo con due mamme, un filo di mascara e la barba fatta di fresco, un tacco dodici dopo un giorno al lavoro in giacca e cravatta. Libertà che costano impegno, valore d’animo e coraggio; che necessitano di pazienza e fiducia, perché non sono gratuite ma guadagnate togliendo spazio al pregiudizio, al preconcetto, alla vita guidata dal pilota automatico, alla supposizione che esista una normalità alla quale la diversità si oppone minacciosamente. Fare spazio, farsi avanti, dichiararsi, uscire allo scoperto: sono azioni che contrappongono alla certezza e alla velocità sociale, lo scoprimento lento e la disposizione d’animo a sopportare i disagi, le contrarietà e trovare il momento giusto per diventare quello che, in silenzio e di nascosto, si è. In questo momento il tempo si è allungato e lo spazio per riflettere, di conseguenza, si è amplificato notevolmente. Così, scrivendo queste considerazioni, ho pensato anche molto all’epidemia di HIV e AIDS degli anni Ottanta e Novanta. Allora, malgrado lo stigma caduto sulla comunità reputata responsabile della diffusione, il comportamento delle persone LGBT* è stato determinante nel contenimento e nell’impegno per la tutela reciproca e la protezione. L’idea di “fare gruppo”, nel senso di creare famiglie elettive di amici nelle case private, dove sostenersi a vicenda, è stata essenziale e risolutiva: come mostra con grande sensibilità e perizia la serie tv Pose. L’esempio dato è stato di onestà e collaborazione: le virtù dell’essere umano come espressione di civiltà, cortesia e correttezza. Questo momento, a mio parere, ha cambiato la percezione che la comunità LGBT* rimandava all’esterno, rendendo possibile lo sviluppo di una politica specificamente LGBT*, volta all'affermazione di diritti di cui, inevitabilmente, oggi beneficiamo tutti. Se ci stiamo chiedendo cosa facciano le persone LGBT* in questo momento e come vivano le difficoltà della clausura, proviamo ad accorciare le distanze. Sono quel medico che si spende in corsia e ha saltato il pasto, l’autista del bus che è ancora di turno, la maestra dei nostri figli che si connette da casa per la lezione, l’imprenditore che è fermo e pensa ai suoi dipendenti, il musicista che fa concerti online, il banchista di farmacia, la barista, l’operaia in cassa integrazione, i vicini di casa che piangono a notte dopo aver coricato i bambini, stanchi e spaventati come noi. E sono anche coloro che un tempo hanno cercato autonomia e deciso di lasciare la propria casa per essere liberi di esprimersi, affrontando viaggi lunghi e distacchi perché vittime di famiglie non accoglienti e di un tessuto sociale discriminatorio. Oggi, alcuni di loro hanno dovuto far rientro a casa: sono giovani e ancora non godono della maturità economica sufficiente a sostentarsi in quarantena senza appoggi. E, perché giovani e dipendenti, sono i più fragili e tornano improvvisamente a essere isolati. Che fare? A chi soffre perché si trova a indossare una maschera, sia la mascherina che protegge dal virus o una maschera di finzione che protegge dall’omofobia e dalla violenza, rispondo con la pratica Mindful della gentilezza amorevole. Abbiamo tutto il diritto e la responsabilità di comunicare a noi stessi ogni sofferenza, ogni fatica, ogni paura. Abbiamo il dovere di proferirci stanchi, di sentirci profondamente soli. Ma non facciamolo con linguaggio della rabbia, del giudizio, dell’accusa o del rancore. Proviamo a farlo con il linguaggio dell’amore. Amore per noi stessi, per primi; accoglienza amorevole per la rabbia che sale, per l’accusa che punta il dito, per il giudizio da accantonare sì, ma con comprensione per il modo in cui sorge e le ragioni per cui ferisce. Proviamo anche a viaggiare con l’immaginazione e pensare al mondo e a tutte le creature che lo abitano come legate da una lunga corda. Cominciamo da un esempio pratico: la mano che ha colto il frutto che ora state mangiando e la vostra sono legate da una corda, così come il sole che scalda il frutteto, la terra e chi l’ha coltivata. La Mindfulness chiama questa corda interdipendenza: cioè la mancanza di autonomia che lega il mondo e i suoi abitanti gli uni agli altri. L’interessenza è il passo successivo, la comprensione intuitiva e profonda al contempo, che io non esisto se non esiste tutto quello che mi ha portato alla vita e mi trattiene alla sopravvivenza. Ne è espressione questa stessa pandemia, che toglie il respiro ma viaggia nel respiro del mondo, quel soffio prezioso e vitale che ci mette gli uni accanto agli altri di continuo, mentre sediamo su un aereo e raggiungiamo mete sognate, mentre in ogni polo del mondo ascoltiamo la stessa musica, guardiamo le medesime serie tv e seguiamo le tendenze globali della moda. Nessuno è solo, neppure dietro a una maschera. Togliamola quando possibile, nella riservatezza di uno spazio sicuro, e troviamo quiete nel respiro. Con gentilezza amorevole accogliamo quel che c’è, qui e ora. Respiriamo. Come la gemma che promette il fiore, siamo già quello che vogliamo diventare. Il termine LGBT* è l’acronimo internazionale a oggi più utilizzato di “lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender”. L’asterisco apposto a destra sottintende tutte le persone con altre identità sessuali, che non sono trascritte per semplice brevità e a cui mi riferisco nei pensieri e nel testo.
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