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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
Ripartiamo dalla bellezza degli spazi in cui lavorare, progettare, giocare per condizionare in modo positivo l’esperienza del vivere
Ho trovato il senso di questa dicotomia umana in una frase attribuita ad una donna straordinaria: Edith Stein. “Ogni persona deve scegliere se camminerà nella luce dell’altruismo creativo o nel buio dell’egoismo distruttivo”. (Sinclair J.,Edith Stein .Una rosa d’inverno) Questo della luce è un tema ricorsivo in molti personaggi più o meno famosi e anche molto diversi fra loro: potremmo considerarla una metafora della Bellezza. Mauro Berruto è stato allenatore della nazionale di Pallavolo. Gli viene proposto di formare una squadra con un gruppo di ospiti di un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Detta una sola condizione: l’attività si deve svolgere non in una palestra qualsiasi ma nel Palasport di Montichiari, bellissimo. Volevo creare intorno a quegli uomini delle condizioni di eccellenza: la rete, quella bella, i palloni ufficiali, le magliette di allenamento preparate negli spogliatoi, tutte le luci accese. Insomma tutto era perfetto, pulito, ordinato, luminoso. Ci allenammo per circa sei mesi pieni di emozioni che crescevano di allenamento in allenamento. Mai una defezione, mai una rinuncia. Io, in qualità di allenatore ero parte della coreografia: la differenza lo aveva fatto il luogo, la sua bellezza li aveva trasformati. Un report indicava che le necessità di psicofarmaci di quelle persone erano clamorosamente diminuite. Avevo imparato che la bellezza di ciò che ci circonda incide sul nostro comportamento. Adriano Olivetti eredita dal padre una fabbrica che nella sua austerità è molto bella ma lui ha altre idee: dice che non vuole lavorare nel buio e che lo spazio deve essere adatto per gli operai e non viceversa. La luce deve entrare in fabbrica. La bellezza si esprime perché entra luce. Afferma che “bisogna reintrodurre la bellezza nella società in vari modi e uno di questi è portare la bellezza negli oggetti ma che per produrre bellezza è necessario lavorare in un luogo di bellezza. Se devi tornarci è bene che il luogo sia bello! Ma non basta perché è convinto che sia necessario andare oltre l’orizzonte del possibile e la Bellezza è un orizzonte del possibile e quindi è necessario che l’uomo viva in armonia anche con il paesaggio e possa prendersi cura del territorio. Cambiano gli attori, le finalità, i tempi e i luoghi, ma il filo conduttore è sempre lo stesso: un’attenzione particolare nella costruzione e nella gestione degli spazi in cui vivere, lavorare, progettare, giocare. In altre parole è fondamentale aver cura del contesto. “L’essere umano sviluppa un progetto appoggiato da un paesaggio, che è un contesto capace di interagire, fornendo una base di appoggio ampia e quindi capace di sostenere un progetto ampiamente evolutivo” come afferma Andrea Canevaro. Credo che una buonissima “base d’appoggio” possa essere la Bellezza che rende possibile la sensazione positiva di benessere che può condizionare positivamente l’esperienza del vivere. Ma c’è di più: la bellezza ha in sé anche la forza di contrastare la rassegnazione, la paura “non ci può salvare, non ci può redimere, né tanto meno può eliminare il dolore o mettere a freno la morte. La bellezza ci salverà e ci salva tutt’ora dal mostro della disperazione. (Z.Bauman, A.Heller, La bellezza (non) ci salverà). Ma c’è anche un nesso fra bellezza e giustizia: C’è un legame che non può essere disgiunto, e ciò che è bello, se vuole essere etico e non cosmetico, non può prescindere dalla tensione costante ad essere anche giusto" (Murgia M. Futuro interiore.) Insomma, per andare oltre la sofferenza e per non avere più bisogno di eroi, bisogna affidarsi alla Bellezza.
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Search-ME - Erickson 2 Società e cittadinanza
Spunti di riflessione dalla European Conference on Educational Research di Amburgo
Dal 3 al 6 settembre 2019 si è tenuto il tradizionale appuntamento annuale con la Conferenza ECER - European Conference on Educational Research dell’Associazione europea di ricerca educativa (EERA), quest’anno ospitata presso l’Università di Amburgo. Si tratta di uno dei principali appuntamenti per tutti coloro che si occupano di ricerca in ambito educativo il cui focus, quest’anno, era dedicato all’“Educazione in un’era di rischio – Il ruolo della ricerca educativa per il futuro”. L'obiettivo principale di questo evento è quello di creare una comunità inclusiva all’interno della quale conoscere, condividere, confrontarsi, discutere e promuovere le più recenti novità provenienti dalla ricerca educativa. L’intento è quello di non rimanere ancorati all’interno del proprio contesto, ma ampliare gli orizzonti evidenziando similitudini e differenze che caratterizzano il panorama educativo internazionale da varie prospettive. La conferenza riunisce ricercatori esperti ma anche giovani ricercatori emergenti (ai quali è dedicata una specifica giornata pre-conferenza), sviluppando e promuovendo il dialogo libero, aperto e la discussione critica su aspetti teorici, metodologici, novità dalla ricerca scientifica applicata nonché su aspetti etici legati alla ricerca in questo settore. UN MONDO IN RAPIDA EVOLUZIONE Il tema scelto per questa edizione “Educazione in un’era di rischio – Il ruolo della ricerca educativa per il futuro” parte dalla considerazione che il mondo globalizzato in cui viviamo, in continua e rapida evoluzione, è sempre più percepito come a rischio e instabile. Guerre, violenza, catastrofi ambientali e umanitarie, crisi politiche ed economiche, instabilità del mercato del lavoro, ecc. sono fenomeni le cui notizie ci giungono quotidianamente, anche grazie al ruolo dei media. Il divario tra ricchi e poveri continua a crescere esponenzialmente. La migrazione internazionale, che è in parte una conseguenza di questi fenomeni, porta a drastici cambiamenti sociali nei territori coinvolti. Le vecchie certezze sono messe in discussione, portando incertezza e ambiguità in relazione alla coesione sociale, alla stabilità politica e alla pace duratura. Il modello geografico, politico ed economico dell'Europa che, ormai a partire dalla seconda guerra mondiale, è sinonimo di sicurezza e stabilità è diventato anch’esso incerto. Tale incertezza si manifesta anche nella vita quotidiana dei singoli individui, nelle famiglie, nel proprio lavoro e nella professione e, non meno, nei diversi contesti educativi.  Non di rado i social network mettono drammaticamente in evidenza questi aspetti. IL RUOLO DEI SISTEMI EDUCATIVI  Una reale e mirata attenzione a tutto questo è quindi una necessità della massima rilevanza, soprattutto per i sistemi di istruzione in tutto il mondo, in quanto sono proprio loro ad essere chiamati come responsabili nel fornire agli studenti le abilità e le competenze per vivere e agire in determinate condizioni sociali. Non è facile prevedere quali saranno le condizioni future partendo dall’attuale era di forte rischio; i processi educativi sono proprio quelli che forse più di altri ne risentono in termini di sviluppo, carenza di risorse, instabilità e incertezza. Ecco allora che è urgente anche una ridefinizione di quelle che sono le abilità e le competenze realmente utili e funzionali per affrontare questa complessa situazione. È fondamentale delineare chiaramente in che modo i sistemi educativi - anche quando si trovano ad operare in condizioni di incertezza - possono fornire una base sicura per lo sviluppo continuo di abilità e competenze adeguate. Non mai come in questa era abbiamo necessità di avere “promesse” che vanno assolutamente mantenute e che si evolvano nella direzione di “certezze” da parte dei sistemi e delle istituzioni educative nei confronti delle generazioni future. In tutto questo è quindi urgente ripensare anche a quale sia il ruolo dell'educazione stessa e della ricerca educativa nell'affrontare le problematiche già evidenti e cercare di contrastare quelle emergenti, provando anche a cogliere quelli che sono gli aspetti comuni e trasversali ai vari contesti. In questa prospettiva, la ricerca educativa assume quindi un ruolo significativo nel riflettere su tutto questo, cercando di trovare le proposte e le soluzioni più efficaci ed efficienti. La ricerca educativa possiede ormai solidi impianti teorico-metodologici e strumenti per esaminare empiricamente i presupposti e per fornire conoscenza vera evidence based. I vari contributi presentati a ECER 2019, pur nella loro diversità e peculiarità, hanno messo in evidenza come la ricerca e la pratica educativa siano in grado di fornire concrete opportunità di convivenza sostenibile, pacifica ed equa, dove la diversità non è temuta, ma anzi è accolta e valorizzata in tutte le sue diverse forme.
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Search-ME - Erickson 3 Società e cittadinanza
L’impatto del Coronavirus sulla comunità LGBT* è un tema poco discusso ma fonte di un prezioso insegnamento Mindful, che parla al cuore di tutti.
Chiunque noi siamo, possiamo guardare a ciò che ci affligge con gentilezza amorevole e rivelare a noi stessi quel che davvero aspiriamo a diventare, per aprirci a un futuro più vero. Capita, durante questa reclusione forzata e necessaria, di patire forte la mancanza di qualcosa. Talvolta è un’abitudine consolidata: caffè e cornetto a colazione nel bar preferito, il sole che bacia il viso di prima mattina, lo shopping al negozio prediletto, l’aperitivo con gli amici a sera con le chiacchiere e il vino che scintilla nei calici. Talvolta ci manca qualcosa d’altro, qualcosa di remoto che aggancia il corpo ma punta al cuore: il sorriso all'edicolante al mattino appena fuori dalla metropolitana, la stretta di mano al termine di una riunione, l’abbraccio all'amico di sempre, la passeggiata con i cani al parco e le parole scambiate tra i proprietari. Un bacio, uno sguardo celato che allaccia un’intesa segreta; il profumo di un’amante al mattino, dopo una notte in cui abbiamo sganciato i freni. Cose che abbiamo perso d’improvviso. Ovvietà che più di una volta abbiamo dato per scontate e che oggi ci mancano moltissimo, alla luce del cambio forzoso di prospettiva. E così, il mio pensiero corre alla comunità LGBT*, alla quale io devo più di una riflessione e più di un insegnamento.  In questa reclusione prolungata, che ci costa fatica e costante riadattamento, a mio parere torna di aiuto proprio l’esperienza di resistenza e di resilienza delle persone LGBT* che ho conosciuto. Amici, colleghi, pazienti che hanno consolidato nel tempo la capacità di mantenersi saldi, riuscendo a immaginare il futuro oltre le incertezze e le paure temporanee. Un futuro maturato dentro un presente spesso difficile, dove la quotidianità non è ovvia ma va espugnata con tenacia e tenerezza. Un bacio furtivo scambiato sotto il sole, una mano intrecciata per qualche istante tra la folla, un bimbo con due mamme, un filo di mascara e la barba fatta di fresco, un tacco dodici dopo un giorno al lavoro in giacca e cravatta. Libertà che costano impegno, valore d’animo e coraggio; che necessitano di pazienza e fiducia, perché non sono gratuite ma guadagnate togliendo spazio al pregiudizio, al preconcetto, alla vita guidata dal pilota automatico, alla supposizione che esista una normalità alla quale la diversità si oppone minacciosamente. Fare spazio, farsi avanti, dichiararsi, uscire allo scoperto: sono azioni che contrappongono alla certezza e alla velocità sociale, lo scoprimento lento e la disposizione d’animo a sopportare i disagi, le contrarietà e trovare il momento giusto per diventare quello che, in silenzio e di nascosto, si è. In questo momento il tempo si è allungato e lo spazio per riflettere, di conseguenza, si è amplificato notevolmente. Così, scrivendo queste considerazioni, ho pensato anche molto all’epidemia di HIV e AIDS degli anni Ottanta e Novanta. Allora, malgrado lo stigma caduto sulla comunità reputata responsabile della diffusione, il comportamento delle persone LGBT* è stato determinante nel contenimento e nell’impegno per la tutela reciproca e la protezione. L’idea di “fare gruppo”, nel senso di creare famiglie elettive di amici nelle case private, dove sostenersi a vicenda, è stata essenziale e risolutiva: come mostra con grande sensibilità e perizia la serie tv Pose. L’esempio dato è stato di onestà e collaborazione: le virtù dell’essere umano come espressione di civiltà, cortesia e correttezza. Questo momento, a mio parere, ha cambiato la percezione che la comunità LGBT* rimandava all’esterno, rendendo possibile lo sviluppo di una politica specificamente LGBT*, volta all'affermazione di diritti di cui, inevitabilmente, oggi beneficiamo tutti. Se ci stiamo chiedendo cosa facciano le persone LGBT* in questo momento e come vivano le difficoltà della clausura, proviamo ad accorciare le distanze. Sono quel medico che si spende in corsia e ha saltato il pasto, l’autista del bus che è ancora di turno, la maestra dei nostri figli che si connette da casa per la lezione, l’imprenditore che è fermo e pensa ai suoi dipendenti, il musicista che fa concerti online, il banchista di farmacia, la barista, l’operaia in cassa integrazione, i vicini di casa che piangono a notte dopo aver coricato i bambini, stanchi e spaventati come noi. E sono anche coloro che un tempo hanno cercato autonomia e deciso di lasciare la propria casa per essere liberi di esprimersi, affrontando viaggi lunghi e distacchi perché vittime di famiglie non accoglienti e di un tessuto sociale discriminatorio. Oggi, alcuni di loro hanno dovuto far rientro a casa: sono giovani e ancora non godono della maturità economica sufficiente a sostentarsi in quarantena senza appoggi. E, perché giovani e dipendenti, sono i più fragili e tornano improvvisamente a essere isolati. Che fare? A chi soffre perché si trova a indossare una maschera, sia la mascherina che protegge dal virus o una maschera di finzione che protegge dall’omofobia e dalla violenza, rispondo con la pratica Mindful della gentilezza amorevole. Abbiamo tutto il diritto e la responsabilità di comunicare a noi stessi ogni sofferenza, ogni fatica, ogni paura. Abbiamo il dovere di proferirci stanchi, di sentirci profondamente soli. Ma non facciamolo con linguaggio della rabbia, del giudizio, dell’accusa o del rancore. Proviamo a farlo con il linguaggio dell’amore. Amore per noi stessi, per primi; accoglienza amorevole per la rabbia che sale, per l’accusa che punta il dito, per il giudizio da accantonare sì, ma con comprensione per il modo in cui sorge e le ragioni per cui ferisce. Proviamo anche a viaggiare con l’immaginazione e pensare al mondo e a tutte le creature che lo abitano come legate da una lunga corda. Cominciamo da un esempio pratico: la mano che ha colto il frutto che ora state mangiando e la vostra sono legate da una corda, così come il sole che scalda il frutteto, la terra e chi l’ha coltivata. La Mindfulness chiama questa corda interdipendenza: cioè la mancanza di autonomia che lega il mondo e i suoi abitanti gli uni agli altri. L’interessenza è il passo successivo, la comprensione intuitiva e profonda al contempo, che io non esisto se non esiste tutto quello che mi ha portato alla vita e mi trattiene alla sopravvivenza. Ne è espressione questa stessa pandemia, che toglie il respiro ma viaggia nel respiro del mondo, quel soffio prezioso e vitale che ci mette gli uni accanto agli altri di continuo, mentre sediamo su un aereo e raggiungiamo mete sognate, mentre in ogni polo del mondo ascoltiamo la stessa musica, guardiamo le medesime serie tv e seguiamo le tendenze globali della moda. Nessuno è solo, neppure dietro a una maschera. Togliamola quando possibile, nella riservatezza di uno spazio sicuro, e troviamo quiete nel respiro. Con gentilezza amorevole accogliamo quel che c’è, qui e ora. Respiriamo. Come la gemma che promette il fiore, siamo già quello che vogliamo diventare. Il termine LGBT* è l’acronimo internazionale a oggi più utilizzato di “lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender”. L’asterisco apposto a destra sottintende tutte le persone con altre identità sessuali, che non sono trascritte per semplice brevità e a cui mi riferisco nei pensieri e nel testo.
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Search-ME - Erickson 4 Lavoro sociale
Testimonianze e ricerca scientifica per contrastare un fenomeno ancora attuale e diffuso
Oltre 40 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di schiavitù. Nel 70% dei casi sono donne o bambine. I 10 Paesi in cui il fenomeno è più significativo sono Corea del Nord, Eritrea, Burundi, Repubblica Centrafricana, Afghanistan, Mauritania, Sudan del Sud, Pakistan, Cambogia, Iran. Le forme di schiavitù sono riconducibili a matrimoni forzati (oltre 15 milioni di persone) e lavoro forzato (quasi 25 milioni di persone) che si concretizzano nella compravendita di uomini, donne e bambini, violenza, minacce, coercizione. Questi i dati più evidenti che emergono dal Global Slavery Index 2018, un importante report curato dalla Walk Free Foundation. La schiavitù in Italia: cosa dice il report Global Slavery Index? In Italia sono presenti circa 145.000 schiavi, numero che ci colloca al 122° posto sui 167 Paesi analizzati ma che allo stesso tempo ci spinge a non sottovalutare il fenomeno. Il report offre anche un’altra lettura: quanto i prodotti importati nel nostro Paese sono realizzati da lavoratori in condizioni di schiavitù? Si stima che nel 2015 abbiamo acquistato oltre 7 miliardi di dollari di prodotti a rischio, prevalentemente importati da Cina e India, nei settori dell’abbigliamento, della tecnologia (computer, cellulari), dell’alimentazione (cacao, bestiame, pesce). Ma l’Italia è anche segnalata come uno dei 7 Paesi del G20 che hanno intrapreso azioni normative per contrastare le forme di sfruttamento lavorativo nella catena produttiva. L’impegno di Sunitha Krishnan e l’attivismo di Lisa Kristine Sono diverse le testimonianze di persone che si battono per combattere la schiavitù. Una di queste viene da Sunitha Krishnan, attivista indiana che da adolescente è stata vittima di stupro e che attraverso l’organizzazione Prajwala di cui è co-fondatrice, cerca di strappare bambini e donne dalle maglie dello sfruttamento sessuale attraverso il reinserimento sociale e lavorativo. Sunitha invita le persone a parlare di questo tema per creare consapevolezza e sensibilità. Invita anche a interrogarsi su un meccanismo sottile e ipocrita che – da una parte – porta a parlare di schiavitù nei film, nei documentari, negli eventi delle organizzazioni filantropiche ma – dall’altra – rende difficile accettare queste bambine e donne nei “nostri” luoghi, come colleghe di lavoro o compagne di classe dei nostri figli. Anche Lisa Kristine, fotografa e attivista americana, è impegnata nel contrasto alla schiavitù: attraverso lo strumento della fotografia cerca di testimoniare le condizioni di molti lavoratori/schiavi in diverse zone del mondo. Kristine mette in evidenza la situazione in cui si trovano queste persone, spesso bambini, che vengono costrette a lavorare senza alcun riconoscimento e che vivono e muoiono nell’invisibilità. Eliminare la schiavitù entro il 2030 Un’altra esperienza particolarmente significativa viene dal mondo della ricerca scientifica: il Rights Lab dell’Università di Nottingham ha infatti catalizzato gli sforzi di oltre 100 studiosi e ricercatori, appartenenti ad ambiti disciplinari diversi, per contribuire all’ambizioso obiettivo delle Nazioni Unite di eliminare la schiavitù entro il 2030 (Sustainable Development Goals, 2015). Tra le molte azioni di questo gruppo di ricercatori va sottolineata la costruzione del più ampio archivio a livello internazionale che raccoglie le testimonianze delle persone che hanno vissuto la schiavitù sulla loro pelle. Uno strumento che consente anche di impostare nuove e sistematiche strategie per prevenire ed eliminare la schiavitù proprio a partire dalle soluzioni che i diretti interessati hanno messo in campo, facendo sentire la loro voce e restituendo valore alle loro competenze esperienziali.
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Search-ME - Erickson 5 Lavoro sociale
Per mettere in campo interventi efficaci è necessario l'impegno di tutte le figure che lavorano in questo ambito.
Quando si parla di violenza maschile contro le donne si sentono spesso anche altre espressioni, come violenza domestica e violenza di genere. L’espressione violenza domestica fa riferimento al fatto che, secondo dati a livello globale, le donne subiscono abusi soprattutto tra le mura di casa, ossia in quello che dovrebbe essere il più protettivo e sicuro dei contesti. La violenza di genere fa riferimento alle motivazioni culturali e alle dinamiche relazionali che sono alla base della violenza maschile contro le donne.   L’inclusione del concetto di genere nelle definizioni internazionali di violenza contro le donne è stata una conquista storica. Nella Convenzione di Istanbul – ratificata dall’Italia nel 2013 – si definisce così la violenza contro le donne: «…una violazione dei diritti umani e una forma di discri­minazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono su­scettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata». QUALCHE DATO SUL FENOMENO Nel mondo, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, 1 donna su 3 (il 35% delle donne della popolazione mondiale) ha subìto nel corso della vita una forma di violenza da parte di un uomo. Un femminicidio su 4 è compiuto dal partner.    In Italia 6 milioni 788 mila donne nel corso della propria vita hanno subìto violenza fisica o sessuale da parte di un uomo (fonte Istat). Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Nove volte su 10 il crimine non viene denunciato e una donna su 4 non parla con nessuno della violenza subita. Sono 14 mila le donne che ogni anno si rivolgono ai centri antiviolenza italiani: 7 su 10 sono cittadine italiane, così come italiani sono la maggioranza degli aggressori (72%). (Fonte: D.i.Re, www.direcontrolaviolenza.it)   Ogni tre giorni viene uccisa una donna. Secondo il rapporto Eures, nel 2018  sono state uccise 130 donne all’anno. In 2 casi su 3 l’assassino è il partner o l’ex.   VIOLENZA NON SOLO FISICA A differenza di quanto il senso comune suggerisce, non è affatto necessario aggredire il corpo per mantenere qualcuno in uno stato di soggezione. In una relazione caratterizzata dal controllo, la violenza fisica ha un ruolo decisamente marginale, mentre centrali sono strategie più sottili, come, ad esempio, le ingerenze sul modo in cui la vittima affronta la propria vita quotidiana, l’isolamento o altre forme di manipolazione affettiva che includono l’uso di una comunicazione seduttiva e ambigua e l’induzione di idee di incapacità.    Le micro-violenze preparano alle forme più esplicite di abuso. Le percosse compaiono solo se e quando il terreno è stato preparato e rappresentano un’opzione che può anche rivelarsi superflua.   Quel che fa di un legame una relazione d’abuso non è dunque l’alta frequenza di numerosi e variegati comportamenti violenti o la presenza di azioni particolarmente efferate, ma una dinamica di pretesa e di controllo potenzialmente in grado di condizionare la vita della vittima e di danneggiarne profondamente l’autostima.
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Search-ME - Erickson 6 Società e cittadinanza
Le sfide urgenti della nostra scuola analizzate dal maestro Franco Lorenzoni
Franco Lorenzoni, maestro di scuola primaria da quarant’anni, insegna a Giove, in Umbria e presso la casa-laboratorio di Cenci ad Amelia, un centro di sperimentazione educativa fondato da lui nel 1980, dove si occupa di formazione per adulti e ragazzi di tutte le età. È anche autore, con vari titoli al suo attivo che raccontano le sue esperienze educative con i bambini. Nella pratica didattica considera centrale il dialogo con i suoi alunni, ponendosi come obiettivo quello di costruire insieme un percorso formativo fatto di domande e risposte, esperimenti e verifiche sul campo. Franco Lorenzoni sarà relatore al convegno “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale” con due interventi sulla necessità di “educare controvento” e di costruire contesti educativi accoglienti. Proponiamo qui un’anticipazione della sua riflessione riguardo alle sfide urgenti che deve affrontare la scuola oggi nel nostro Paese.  «Abbiamo davanti a noi due domande che non possiamo eludere: Come costruire una società aperta e tollerante, capace di accogliere migrazioni di vasta portata con conseguenti trasformazioni culturali? Come comportarci con il surriscaldamento globale che già colpisce vaste zone del sud del mondo, sapendo che “risolvere la crisi climatica è la sfida più grande e complessa che l’Homo sapiens abbia mai dovuto affrontare”, come ripete con efficacia e convinzione Greta Thunberg? All’origine della nostra cultura, nelle prime scuole filosofiche dell’antica Grecia, chi insegnava e studiava non si limitava a elaborare e trasmettere conoscenze, ma cercava di sperimentarle su di sé, nel proprio corpo e nelle relazioni con gli altri. Prima che studio, la filosofia era esercizio, pratica. Nell’educare oggi abbiamo bisogno di una coerenza di comportamenti difficile da realizzare, che possiamo alimentare solo da una ricerca continua e dal metterci in gioco, trasformando in modo radicale i contesti educativi che abitiamo». In un articolo pubblicato da Internazionale ad aprile 2019, Franco Lorenzoni ha approfondito il significato della sfida lanciata da Greta Thunberg alla scuola. «Lo sciopero a oltranza di Greta Thunberg lo scorso agosto e i suoi venerdì di astensione dalle lezioni hanno colpito l’immaginazione di centinaia di migliaia di studenti in tutto il mondo. La ragazza non sta fondando una nuova scuola filosofica ma chiede, nel modo ultimativo che sanno avere gli adolescenti, un cambiamento radicale nel modo in cui la società si relaziona con la conoscenza. Chiede di svegliarci e di agire di conseguenza. Chi crede nella funzione dell’educazione non può non interrogarsi su tutto questo. Forse, nelle nostre scuole dovremmo immaginare di fare qualcos’altro ogni venerdì, provando a ragionare con radicalità e senza bugie su quali pratiche e comportamenti siano compatibili con il futuro di un pianeta abitabile per tutti. È una strada difficile, che appare quasi impossibile percorrere, ma le domande che pone Greta Thunberg sono ineludibili, perché mai con tanta evidenza come in questo caso capire è cambiare. E non cambiare vuol dire non aver capito, alla faccia del gran parlare di competenze».
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