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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
Per mettere in campo interventi efficaci è necessario l'impegno di tutte le figure che lavorano in questo ambito.
Quando si parla di violenza maschile contro le donne si sentono spesso anche altre espressioni, come violenza domestica e violenza di genere. L’espressione violenza domestica fa riferimento al fatto che, secondo dati a livello globale, le donne subiscono abusi soprattutto tra le mura di casa, ossia in quello che dovrebbe essere il più protettivo e sicuro dei contesti. La violenza di genere fa riferimento alle motivazioni culturali e alle dinamiche relazionali che sono alla base della violenza maschile contro le donne.   L’inclusione del concetto di genere nelle definizioni internazionali di violenza contro le donne è stata una conquista storica. Nella Convenzione di Istanbul – ratificata dall’Italia nel 2013 – si definisce così la violenza contro le donne: «…una violazione dei diritti umani e una forma di discri­minazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono su­scettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata». QUALCHE DATO SUL FENOMENO Nel mondo, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, 1 donna su 3 (il 35% delle donne della popolazione mondiale) ha subìto nel corso della vita una forma di violenza da parte di un uomo. Un femminicidio su 4 è compiuto dal partner.    In Italia 6 milioni 788 mila donne nel corso della propria vita hanno subìto violenza fisica o sessuale da parte di un uomo (fonte Istat). Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Nove volte su 10 il crimine non viene denunciato e una donna su 4 non parla con nessuno della violenza subita. Sono 14 mila le donne che ogni anno si rivolgono ai centri antiviolenza italiani: 7 su 10 sono cittadine italiane, così come italiani sono la maggioranza degli aggressori (72%). (Fonte: D.i.Re, www.direcontrolaviolenza.it)   Ogni tre giorni viene uccisa una donna. Secondo il rapporto Eures, nel 2018  sono state uccise 130 donne all’anno. In 2 casi su 3 l’assassino è il partner o l’ex.   VIOLENZA NON SOLO FISICA A differenza di quanto il senso comune suggerisce, non è affatto necessario aggredire il corpo per mantenere qualcuno in uno stato di soggezione. In una relazione caratterizzata dal controllo, la violenza fisica ha un ruolo decisamente marginale, mentre centrali sono strategie più sottili, come, ad esempio, le ingerenze sul modo in cui la vittima affronta la propria vita quotidiana, l’isolamento o altre forme di manipolazione affettiva che includono l’uso di una comunicazione seduttiva e ambigua e l’induzione di idee di incapacità.    Le micro-violenze preparano alle forme più esplicite di abuso. Le percosse compaiono solo se e quando il terreno è stato preparato e rappresentano un’opzione che può anche rivelarsi superflua.   Quel che fa di un legame una relazione d’abuso non è dunque l’alta frequenza di numerosi e variegati comportamenti violenti o la presenza di azioni particolarmente efferate, ma una dinamica di pretesa e di controllo potenzialmente in grado di condizionare la vita della vittima e di danneggiarne profondamente l’autostima.
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Search-ME - Erickson 2 Società e cittadinanza
Le sfide urgenti della nostra scuola analizzate dal maestro Franco Lorenzoni
Franco Lorenzoni, maestro di scuola primaria da quarant’anni, insegna a Giove, in Umbria e presso la casa-laboratorio di Cenci ad Amelia, un centro di sperimentazione educativa fondato da lui nel 1980, dove si occupa di formazione per adulti e ragazzi di tutte le età. È anche autore, con vari titoli al suo attivo che raccontano le sue esperienze educative con i bambini. Nella pratica didattica considera centrale il dialogo con i suoi alunni, ponendosi come obiettivo quello di costruire insieme un percorso formativo fatto di domande e risposte, esperimenti e verifiche sul campo. Franco Lorenzoni sarà relatore al convegno “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale” con due interventi sulla necessità di “educare controvento” e di costruire contesti educativi accoglienti. Proponiamo qui un’anticipazione della sua riflessione riguardo alle sfide urgenti che deve affrontare la scuola oggi nel nostro Paese.  «Abbiamo davanti a noi due domande che non possiamo eludere: Come costruire una società aperta e tollerante, capace di accogliere migrazioni di vasta portata con conseguenti trasformazioni culturali? Come comportarci con il surriscaldamento globale che già colpisce vaste zone del sud del mondo, sapendo che “risolvere la crisi climatica è la sfida più grande e complessa che l’Homo sapiens abbia mai dovuto affrontare”, come ripete con efficacia e convinzione Greta Thunberg? All’origine della nostra cultura, nelle prime scuole filosofiche dell’antica Grecia, chi insegnava e studiava non si limitava a elaborare e trasmettere conoscenze, ma cercava di sperimentarle su di sé, nel proprio corpo e nelle relazioni con gli altri. Prima che studio, la filosofia era esercizio, pratica. Nell’educare oggi abbiamo bisogno di una coerenza di comportamenti difficile da realizzare, che possiamo alimentare solo da una ricerca continua e dal metterci in gioco, trasformando in modo radicale i contesti educativi che abitiamo». In un articolo pubblicato da Internazionale ad aprile 2019, Franco Lorenzoni ha approfondito il significato della sfida lanciata da Greta Thunberg alla scuola. «Lo sciopero a oltranza di Greta Thunberg lo scorso agosto e i suoi venerdì di astensione dalle lezioni hanno colpito l’immaginazione di centinaia di migliaia di studenti in tutto il mondo. La ragazza non sta fondando una nuova scuola filosofica ma chiede, nel modo ultimativo che sanno avere gli adolescenti, un cambiamento radicale nel modo in cui la società si relaziona con la conoscenza. Chiede di svegliarci e di agire di conseguenza. Chi crede nella funzione dell’educazione non può non interrogarsi su tutto questo. Forse, nelle nostre scuole dovremmo immaginare di fare qualcos’altro ogni venerdì, provando a ragionare con radicalità e senza bugie su quali pratiche e comportamenti siano compatibili con il futuro di un pianeta abitabile per tutti. È una strada difficile, che appare quasi impossibile percorrere, ma le domande che pone Greta Thunberg sono ineludibili, perché mai con tanta evidenza come in questo caso capire è cambiare. E non cambiare vuol dire non aver capito, alla faccia del gran parlare di competenze».
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Search-ME - Erickson 3 Società e cittadinanza
Spunti di riflessione dalla European Conference on Educational Research di Amburgo
Dal 3 al 6 settembre 2019 si è tenuto il tradizionale appuntamento annuale con la Conferenza ECER - European Conference on Educational Research dell’Associazione europea di ricerca educativa (EERA), quest’anno ospitata presso l’Università di Amburgo. Si tratta di uno dei principali appuntamenti per tutti coloro che si occupano di ricerca in ambito educativo il cui focus, quest’anno, era dedicato all’“Educazione in un’era di rischio – Il ruolo della ricerca educativa per il futuro”. L'obiettivo principale di questo evento è quello di creare una comunità inclusiva all’interno della quale conoscere, condividere, confrontarsi, discutere e promuovere le più recenti novità provenienti dalla ricerca educativa. L’intento è quello di non rimanere ancorati all’interno del proprio contesto, ma ampliare gli orizzonti evidenziando similitudini e differenze che caratterizzano il panorama educativo internazionale da varie prospettive. La conferenza riunisce ricercatori esperti ma anche giovani ricercatori emergenti (ai quali è dedicata una specifica giornata pre-conferenza), sviluppando e promuovendo il dialogo libero, aperto e la discussione critica su aspetti teorici, metodologici, novità dalla ricerca scientifica applicata nonché su aspetti etici legati alla ricerca in questo settore. UN MONDO IN RAPIDA EVOLUZIONE Il tema scelto per questa edizione “Educazione in un’era di rischio – Il ruolo della ricerca educativa per il futuro” parte dalla considerazione che il mondo globalizzato in cui viviamo, in continua e rapida evoluzione, è sempre più percepito come a rischio e instabile. Guerre, violenza, catastrofi ambientali e umanitarie, crisi politiche ed economiche, instabilità del mercato del lavoro, ecc. sono fenomeni le cui notizie ci giungono quotidianamente, anche grazie al ruolo dei media. Il divario tra ricchi e poveri continua a crescere esponenzialmente. La migrazione internazionale, che è in parte una conseguenza di questi fenomeni, porta a drastici cambiamenti sociali nei territori coinvolti. Le vecchie certezze sono messe in discussione, portando incertezza e ambiguità in relazione alla coesione sociale, alla stabilità politica e alla pace duratura. Il modello geografico, politico ed economico dell'Europa che, ormai a partire dalla seconda guerra mondiale, è sinonimo di sicurezza e stabilità è diventato anch’esso incerto. Tale incertezza si manifesta anche nella vita quotidiana dei singoli individui, nelle famiglie, nel proprio lavoro e nella professione e, non meno, nei diversi contesti educativi.  Non di rado i social network mettono drammaticamente in evidenza questi aspetti. IL RUOLO DEI SISTEMI EDUCATIVI  Una reale e mirata attenzione a tutto questo è quindi una necessità della massima rilevanza, soprattutto per i sistemi di istruzione in tutto il mondo, in quanto sono proprio loro ad essere chiamati come responsabili nel fornire agli studenti le abilità e le competenze per vivere e agire in determinate condizioni sociali. Non è facile prevedere quali saranno le condizioni future partendo dall’attuale era di forte rischio; i processi educativi sono proprio quelli che forse più di altri ne risentono in termini di sviluppo, carenza di risorse, instabilità e incertezza. Ecco allora che è urgente anche una ridefinizione di quelle che sono le abilità e le competenze realmente utili e funzionali per affrontare questa complessa situazione. È fondamentale delineare chiaramente in che modo i sistemi educativi - anche quando si trovano ad operare in condizioni di incertezza - possono fornire una base sicura per lo sviluppo continuo di abilità e competenze adeguate. Non mai come in questa era abbiamo necessità di avere “promesse” che vanno assolutamente mantenute e che si evolvano nella direzione di “certezze” da parte dei sistemi e delle istituzioni educative nei confronti delle generazioni future. In tutto questo è quindi urgente ripensare anche a quale sia il ruolo dell'educazione stessa e della ricerca educativa nell'affrontare le problematiche già evidenti e cercare di contrastare quelle emergenti, provando anche a cogliere quelli che sono gli aspetti comuni e trasversali ai vari contesti. In questa prospettiva, la ricerca educativa assume quindi un ruolo significativo nel riflettere su tutto questo, cercando di trovare le proposte e le soluzioni più efficaci ed efficienti. La ricerca educativa possiede ormai solidi impianti teorico-metodologici e strumenti per esaminare empiricamente i presupposti e per fornire conoscenza vera evidence based. I vari contributi presentati a ECER 2019, pur nella loro diversità e peculiarità, hanno messo in evidenza come la ricerca e la pratica educativa siano in grado di fornire concrete opportunità di convivenza sostenibile, pacifica ed equa, dove la diversità non è temuta, ma anzi è accolta e valorizzata in tutte le sue diverse forme.
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Search-ME - Erickson 4 Lavoro sociale
Testimonianze e ricerca scientifica per contrastare un fenomeno ancora attuale e diffuso
Oltre 40 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di schiavitù. Nel 70% dei casi sono donne o bambine. I 10 Paesi in cui il fenomeno è più significativo sono Corea del Nord, Eritrea, Burundi, Repubblica Centrafricana, Afghanistan, Mauritania, Sudan del Sud, Pakistan, Cambogia, Iran. Le forme di schiavitù sono riconducibili a matrimoni forzati (oltre 15 milioni di persone) e lavoro forzato (quasi 25 milioni di persone) che si concretizzano nella compravendita di uomini, donne e bambini, violenza, minacce, coercizione. Questi i dati più evidenti che emergono dal Global Slavery Index 2018, un importante report curato dalla Walk Free Foundation. La schiavitù in Italia: cosa dice il report Global Slavery Index? In Italia sono presenti circa 145.000 schiavi, numero che ci colloca al 122° posto sui 167 Paesi analizzati ma che allo stesso tempo ci spinge a non sottovalutare il fenomeno. Il report offre anche un’altra lettura: quanto i prodotti importati nel nostro Paese sono realizzati da lavoratori in condizioni di schiavitù? Si stima che nel 2015 abbiamo acquistato oltre 7 miliardi di dollari di prodotti a rischio, prevalentemente importati da Cina e India, nei settori dell’abbigliamento, della tecnologia (computer, cellulari), dell’alimentazione (cacao, bestiame, pesce). Ma l’Italia è anche segnalata come uno dei 7 Paesi del G20 che hanno intrapreso azioni normative per contrastare le forme di sfruttamento lavorativo nella catena produttiva. L’impegno di Sunitha Krishnan e l’attivismo di Lisa Kristine Sono diverse le testimonianze di persone che si battono per combattere la schiavitù. Una di queste viene da Sunitha Krishnan, attivista indiana che da adolescente è stata vittima di stupro e che attraverso l’organizzazione Prajwala di cui è co-fondatrice, cerca di strappare bambini e donne dalle maglie dello sfruttamento sessuale attraverso il reinserimento sociale e lavorativo. Sunitha invita le persone a parlare di questo tema per creare consapevolezza e sensibilità. Invita anche a interrogarsi su un meccanismo sottile e ipocrita che – da una parte – porta a parlare di schiavitù nei film, nei documentari, negli eventi delle organizzazioni filantropiche ma – dall’altra – rende difficile accettare queste bambine e donne nei “nostri” luoghi, come colleghe di lavoro o compagne di classe dei nostri figli. Anche Lisa Kristine, fotografa e attivista americana, è impegnata nel contrasto alla schiavitù: attraverso lo strumento della fotografia cerca di testimoniare le condizioni di molti lavoratori/schiavi in diverse zone del mondo. Kristine mette in evidenza la situazione in cui si trovano queste persone, spesso bambini, che vengono costrette a lavorare senza alcun riconoscimento e che vivono e muoiono nell’invisibilità. Eliminare la schiavitù entro il 2030 Un’altra esperienza particolarmente significativa viene dal mondo della ricerca scientifica: il Rights Lab dell’Università di Nottingham ha infatti catalizzato gli sforzi di oltre 100 studiosi e ricercatori, appartenenti ad ambiti disciplinari diversi, per contribuire all’ambizioso obiettivo delle Nazioni Unite di eliminare la schiavitù entro il 2030 (Sustainable Development Goals, 2015). Tra le molte azioni di questo gruppo di ricercatori va sottolineata la costruzione del più ampio archivio a livello internazionale che raccoglie le testimonianze delle persone che hanno vissuto la schiavitù sulla loro pelle. Uno strumento che consente anche di impostare nuove e sistematiche strategie per prevenire ed eliminare la schiavitù proprio a partire dalle soluzioni che i diretti interessati hanno messo in campo, facendo sentire la loro voce e restituendo valore alle loro competenze esperienziali.
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Search-ME - Erickson 5 Società e cittadinanza
Abbiamo ripercorso alcune tappe delle nostra storia con Fabio Folgheraiter, docente all’Università Cattolica di Milano e co-fondatore Erickson
Nel 1984 grazie all’intuizione degli psicologi Dario Ianes e Fabio Folgheraiter è nata Erickson, per diffondere in tutta Italia una cultura dell’inclusione.   Professor Folgheraiter, che cosa vi ha spinto nel 1984 a fondare un Centro studi, che nel corso degli anni è cresciuto diventando una Casa editrice e un centro di formazione punto di riferimento nell’ambito dell’educazione, della didattica, della psicologia e del lavoro sociale? Quello che possiamo dire oggi, andando indietro con il pensiero a 35 anni fa, è che sicuramente non potevamo pensare allora che la nostra iniziativa giovanile avrebbe avuto uno sviluppo simile. Quando siamo partiti eravamo concentrati sulle singole opere che ci capitava di scrivere o che trovavamo interessanti nella vasta letteratura internazionale. Giorno per giorno, pensavamo di finire il libro che avevamo tra le mani oppure di tradurre il libro di qualche collega straniero che ci aveva colpito e che credevamo utile per gli operatori italiani della scuola o dei servizi sociali. Pensavamo a pubblicare un libro alla volta. Contestualmente in genere organizzavamo anche grandi convegni e corsi di formazione di livello nazionale per presentare meglio i concetti nuovi introdotti con i libri.  Procedevamo passo dopo passo incoraggiati dai risultati a volte completamente inaspettati che il mercato riservava alle nostre iniziative. In partenza il campo disciplinare era quello della grave disabilità, con particolare attenzione ai metodi educativi che avrebbero potuto facilitare il lavoro degli insegnanti e degli educatori extrascolastici che avevano responsabilità per l’inclusione scolastica e sociale per queste persone. Poi ci siamo allargati ad ambiti diversi e ad altre discipline rispetto alla psicopedagogia e alla psicologia, come le politica di welfare e il lavoro sociale. Nel corso di questi 35 anni, quali sono stati i successi e i principali aspetti innovativi che Erickson ha introdotto per promuovere l’inclusione e una nuova visione di welfare? Inizialmente eravamo concentrati sugli aspetti tecnico metodologici delle pratiche professionali socio-educative, per mostrare agli operatori “come fare” a gestire situazioni complesse o per allora completamente insolite, come l’educazione dei bambini con disabilità nei contesti scolastici.  Molte nostre opere hanno fornito le basi per grandi cambiamenti di atteggiamento e di capacità operative, penso al successo di un vecchio libro dal titolo “Matematica pratica” per le persone con disabilità intellettiva, un libro sull’educazione di bambini con sindrome di Down, un libro pionieristico sulla valutazione/diagnosi delle varie disabilità.  Parallelamente abbiamo fornito spunti operativi nuovi nel campo delle capacità di rapporto interpersonale e di gestione di colloqui di aiuto: abbiamo tradotto un libro classico per la pratica del counseling di un grande autore francese (Roger Mucchielli) e un manuale altrettanto rilevante a livello internazionale per la gestione dei colloqui terapeutici nel campo delle tossicodipendenze (Il colloquio di motivazione di Miller e Rollnick). Un lavoro molto incisivo sul piano culturale siamo riusciti a farlo anche nel campo dei servizi sociali, dove con una serie di opere molto apprezzate abbiamo introdotto l’idea del “lavoro di rete” che per allora era decisamente avveniristica e che ora è per così dire il pane quotidiano di tutti gli operatori sociali.   Guardiamo al futuro, quale sarà il ruolo di Erickson nei prossimi anni? Come allora anche oggi siamo impegnati a dominare il presente che editorialmente è molto più complesso e incerto di allora. Negli anni ‘80 la romantica carta era l’unica possibilità su cui si poteva veicolare il pensiero. Ora con il digitale stanno evolvendo strumenti e mezzi espressivi di inaudite potenzialità che ancora non si comprende come possano stabilmente incardinarsi nell’editoria, la quale inevitabilmente sarà molto diversa da quella cui siamo abituati.  Come diceva Sant'Agostino, il futuro non esiste ma si può scorgere in segnali ben piantati nel presente. Certamente anche per il futuro la nostra Casa editrice sarà tenacemente impegnata a continuare e a rafforzare, adeguandola alle possibilità dei tempi, la sua primaria  mission culturale e imprenditoriale, in una duplice direzione. Da un lato vogliamo continuare ad offrire ai professionisti del mondo della scuola e del sociale il pensiero teorico e metodologico emergente a livello internazionale. Dall’altro, la grande esperienza maturata in Italia sui temi dell’inclusione scolastica e sociale ci consentirà di sviluppare l’apertura ai mercati esteri dei nostri prodotti editoriali, “restituendo” ai contesti internazionali più sensibili (Brasile, Cina, India) le conoscenze tecniche e scientifiche che negli ultimi decenni si sono rivelate importanti in Italia.
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Search-ME - Erickson 6 Società e cittadinanza
Come emerso da una ricerca di Wilkinson e Pickett, più un paese è diseguale, più i problemi sociali si aggravano per tutti, a partire dai bambini.
Richard Wilkinson, studioso inglese che ha svolto importanti attività di ricerca nel campo delle diseguaglianze sociali, ha aperto nuove prospettive rispetto al legame tra ricchezza di una nazione e benessere dei cittadini. Dalle sue riflessioni emergono importanti implicazioni rispetto alle politiche sociali e al contesto in cui si sviluppano i disagi sociali che incrociamo quotidianamente nei servizi. Wilkinson parte dal presupposto che l’indice di ricchezza di una nazione non permetta di stabilire quanto i cittadini che vivono su quel territorio stiano «bene». Quello che conta, invece, è il grado di diseguaglianza economica presente tra i cittadini.  In una ricerca del 2007 pubblicata sul British Medical Journal, Wilkinson affronta il tema del benessere dei bambini. Partendo dall’indice UNICEF — che tiene conto di diversi fattori tra cui se i bambini hanno un dialogo con i genitori, se hanno libri a casa, se sono vaccinati, se sono vittime di bullismo — Wilkinson e Pickett hanno stabilito che i bambini stanno peggio in società più ineguali. E sempre rispetto a questa misura di benessere, non c’è relazione con il reddito nazionale pro capite. Ancora una volta, quindi, non conta la ricchezza complessiva, ma il divario che spacca un Paese tra chi è ricco e chi è povero.  Gli esiti di questa spaccatura possono avere conseguenze importanti sull’ istruzione di bambini e ragazzi. Dalle analisi di Wilkinson basate su dati internazionali provenienti dall’indagine PISA (Programme for International Student Assessment) - che valuta il livello di istruzione attraverso la somministrazione di test standardizzati a studenti di 15 anni in vari Paesi del mondo - i punteggi delle competenze di lettura e matematica risultano più bassi nei Paesi in cui sono presenti maggiori diseguaglianze. Rendimento e tassi di abbandono scolastico sono quindi influenzati dal livello di disparità economica presente nel Paese. Tuttavia gli effetti del divario economico si evidenziano ancora prima che il bambino cominci ad andare a scuola in quanto vanno a riflettersi sul suo sviluppo attraverso l’impatto sulla qualità della vita e sulle relazioni familiari. Le diseguaglianze sociali infatti incidono già nella prima infanzia, periodo fondamentale per la crescita cerebrale e per l’apprendimento del bambino. Condizioni familiari caratterizzate da povertà e stress non forniscono un contesto sociale adeguato in cui i bambini possono crescere serenamente, con esiti negativi sul loro sviluppo cognitivo, fisico, emotivo e sociale. Nelle società con più disparità economica anche le relazioni familiari peggiorano, con un’evidente crescita dei tassi di divorzio e più frequenti episodi di violenza all’interno della famiglia. Alla luce di quanto emerge dalle sue ricerche, Wilkinson sostiene che è possibile lavorare per una società migliore, in quanto anche una minuscola diminuzione della diseguaglianza, può migliorare la vita di tutti.
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