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I mini gialli dei dettati 2
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Risultati trovati: 21
Search-ME - Erickson 1 Tutela dei minori
La mia esperienza di assistente sociale in un gruppo di auto/mutuo aiuto
Nato su iniziativa di un’assistente sociale per promuovere relazioni informali di aiuto, il gruppo di auto/mutuo aiuto denominato «La solitudine rosa» è stato realizzato nella città di Seveso (Milano) con l’obiettivo di dare sostegno a mamme in condizioni di fragilità. Le difficoltà che si trovavano ad affrontare queste mamme erano legate a uno stato di solitudine genitoriale, personale, familiare o relazionale in senso più ampio. Lo stato di solitudine materna assume la forma di ansia e disagio e va a incidere significativamente sul benessere non solo di queste donne, ma di tutto il nucleo familiare. L’esperienza, progettata con la collaborazione della Caritas del territorio, è consistita in otto incontri di gruppo in cui l’essenza e le dinamiche dell’auto/mutuo aiuto si sono messe in moto facilitando il circolare di segreti, pezzi di vita e dolori con sempre maggiore libertà. Il mio ruolo all’interno del gruppo è stato quello di facilitatrice, oltre che di partecipante come membro. La mia esperienza di assistente sociale nei servizi mi ha aiutata a guidare il gruppo, cercando di accogliere, valorizzare, fermare alcuni istanti, dare voce ai silenzi. Altre volte è stato il gruppo a indicarmi la strada da percorrere. Ho potuto vivere e accompagnare un processo in cui è sbocciato ciò che di forte e bello è insito in ciascuna donna, nonostante storie familiari dolorose. Le loro risorse hanno saputo intrecciarsi con naturalezza al punto da costruire vere e proprie relazioni informali d’aiuto. La pesante e diversa solitudine su cui è nato il gruppo non è sicuramente risolta, ma l’ho vista rendersi più morbida, più tollerabile, più leggera perché magari alleviata da un semplice caffè condiviso con qualcuno. Per questa ragione affermo di aver vissuto la magica produzione di qualcosa di prezioso i cui prodotti necessari alla lavorazione sono stati genuini, gratuiti, da sempre di proprietà dell’uomo: dal semplice stare assieme e condividere le proprie storie di vita sono nate relazioni significative sul piano umano che hanno prodotto benessere.   Questa esperienza ha modificato il mio modo di essere assistente sociale nei servizi, ha liberato in me nuove energie, mi ha fatto dono di nuovi occhi e nuove orecchie arricchendo tanto il mio “io” professionale quanto quello personale. Addentrandomi in questa esperienza innovativa di sostegno alla genitorialità, nel ritorno nella mia realtà professionale mi sono sempre più concessa la possibilità di immaginare di poter percorrere con le famiglie strategie diverse, non in sostituzione a quelle già in corso, ma in maniera armonicamente complementare. Ognuno di noi si porta una famiglia dentro. A volte noi operatori siamo troppo impegnati a tutelare, troppo oberati di lavoro e urgenze, da non riuscire a vedere davvero come stanno le famiglie, arrivando a dimenticare che cultura della tutela è prima di tutto cultura della relazione.
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Search-ME - Erickson 2 Cultura
Dal welfare «provvidenza» al welfare «tutti nella stessa barca»
Scandagliando la letteratura e il pensiero contemporaneo, mi pare che sia possibile concepire lo Stato sociale (vale a dire la responsabilità pubblica in ordine al welfare) secondo tre codici alternativi: a) Il codice del welfare «provvidenza» Ti salviamo noi! b) Il codice del welfare «supermercato» Salvatevi voi! c) Il codice del welfare «tutti nella stessa barca» Salviamoci assieme! Il welfare «provvidenza» Il welfare «provvidenza» ci riporta allo schema classico socialdemocratico o burocratico. Lo Stato con tutti i suoi servizi, anche convenzionati, dice al cittadino: «Vi salviamo noi!». Di fronte ai problemi esistenziali, dice:   Tu aspetta e vedrai che io Pubblica amministrazione mi accorgerò dei tuoi problemi e te li risolverò. Addirittura forse già me ne accorgerò ancora prima che essi insorgano. Farò prevenzione e, perciò, tu ora non avrai neanche il fastidio di ringraziarmi.   Se siamo d’accordo nel dire che questo è lo schema di pensiero del vecchio Welfare state (un welfare a sussidiarietà rovesciata), dobbiamo riconoscere che al fondo esso permane dentro molti modelli che pretendono di superarlo. Non è solo una fissa dei servizi pubblici. Lo troviamo ancora incarnato nelle mentalità della maggioranza dei professionisti attuali e di molte organizzazioni di Terzo settore. Il welfare «supermercato» Il welfare «supermercato» è invece conforme allo schema neoliberale/ commerciale. Lo Stato dice ai cittadini: «Salvatevi voi!». Di fronte ai problemi esistenziali, dice:   Stai attento tu, alla tua vita. Se hai un problema, arrangiati, ovvero compra le prestazioni che ti servono; se non hai i soldi usa quelli dei miei trasferimenti monetari (sussidi, pensioni, indennità, ecc.) ed eventualmente io integrerò con «buoni» o voucher e persino ti farò affiancare da un case manager per personalizzare le prestazioni, aiutandoti a comprare quelle giuste. Questa ideologia ha agito come un detonatore sui Welfare state occidentali e nordici in particolare (si pensi alla riforma Thatcher nel Regno Unito). Di fatto esse hanno generato modi di pensare e soluzioni pratiche (modelli) che hanno irrorato di cinismo e di menefreghismo gli schemi della protezione sociale. Il valore del denaro è stato messo davanti al senso ultimo di quelle prassi. Il pensiero liberista è drasticamente contrapposto al «welfare di Stato». Se andiamo a vedere bene, tuttavia, è evidente che anch’esso, con l’enfasi sull’erogazione delle prestazioni standard, riproduce la dicotomia «salvatore/disgraziato» tipica di schemi assistenziali paternalisti e clinici.  Il welfare «tutti nella stessa barca» Il welfare «tutti nella stessa barca» è invece conforme a uno schema di reciprocità relazionale. Lo Stato (in questo caso davvero «sociale») dice al cittadino: «Ci salviamo assieme!» (siamo tutti in difficoltà). Di fronte ai problemi esistenziali, effonde culturalmente questa intuizione:   La vita umana è unica e preziosa e infine tragica per tutti. Chi ha avuto la sventura di trascorrerla patendo gravi problemi, ha avuto anche la fortuna di sperimentarla nel suo senso più profondo e intimo. Come dice Pascal, «solo chi sa che cosa vuol dire essere miserabile è un grande uomo». Dunque, io Stato mi adopererò per costruire le condizioni organizzative e strategiche affinché le pietre scartate (gli utenti e le famiglie) siano davvero testate d’angolo o comunque pietre utili, come tutte, per costruire assieme con le istituzioni il senso di un «vivere comune» adeguato e sobrio. Questo genere di pensiero parte dalla constatazione che le difficoltà e i disagi ci siano in ogni uomo e in ogni organizzazione, dunque anche dentro i sistemi di welfare. Questo paradigma direbbe pertanto che i sistemi organizzati per le cure umane possono funzionare (restituire effettivamente queste cure) solo se accettano culturalmente e organizzativamente di «farsi curare» dalle persone curate. Questo sarebbe senz’altro un modo dirompente e davvero nuovo di pensare al welfare. Impegno davvero nuovo e ragguardevole sarebbe di consentire istituzionalmente che l’umanità delle persone sofferenti si potesse tradurre in pratiche sociali (umanamente, finanziariamente e managerialmente) perseguibili.
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Search-ME - Erickson 3 Cultura
Il documentario sulla vita di Martina Caironi e Piergiorgio Cattani premiato agli Italian Paralympic Awards 2019
Due persone con storie diverse, ma che si trovano entrambe a confrontarsi con un evento sconvolgente, che inevitabilmente incide sul loro percorso di vita. Da una parte, un incidente in moto che porta all’amputazione di una gamba. Dall’altra, una patologia invalidante come la distrofia. Due eventi che potrebbero annientare una persona, ma ai quali i due protagonisti riescono a reagire positivamente, senza chiudersi in se stessi, anzi inventandosi o reinventandosi dei percorsi controcorrente e a trovare una propria, peculiare e felice, realizzazione.   Le due persone in questione sono Martina Caironi, atleta paralimpica con protesi alla gamba sinistra, vincitrice di numerose medaglie alle Paralimpiadi e ai mondiali paralimpici sia nei 100 metri che nel salto in lungo, e Piergiorgio Cattani, scrittore, giornalista e direttore del portale www.unimondo.org, da un po’ di tempo attivo anche in politica.   Dalle loro storie è nato un documentario: “Niente sta scritto” di Marco Zuin, già conosciuto e premiato a livello internazionale per altri lavori di regia. Il messaggio di “Niente sta scritto” è che la vita riserva sorprese, positive e negative, ma che, grazie alle persone, alle relazioni, ai desideri, ai sogni, all’impegno concreto e anche alle difficoltà impreviste, anche un’esistenza segnata da eventi sconvolgenti, come una malattia o un incidente, può dipanarsi secondo i propri desideri. Nulla è scontato, nel bene e nel male, “Niente sta scritto”, come dice Lawrence d’Arabia nell’omonimo kolossal del 1962.   Il documentario “Niente sta scritto” è stato a sua volta apprezzato ed è in attesa di essere premiato giovedì 13 giugno durante la Cerimonia degli Italian Paralympic Awards 2019. Siamo felici, come Erickson, di aver partecipato alla realizzazione di questo progetto.  
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Search-ME - Erickson 4 Lavoro e organizzazioni
Che cosa cambia con la "Legge Iori"?
Il primo gennaio 2018, dopo un lungo iter parlamentare,, è entrata in vigore la «Legge Iori» che dà riconoscimento e tutela alle figure professionali di educatore socio-pedagogico e di pedagogista. Si tratta di una disposizione importante, che diventa il punto di riferimento per migliaia di studenti, laureati e per chi già lavora in ambito educativo. Abbiamo raccolto una serie di domande frequenti per capire che cosa cambia. 1. Quale titolo di Laurea occorre per essere Educatori? La Legge stabilisce che l’esercizio della professione di educatore professionale socio-pedagogico è subordinato al possesso del diploma di un corso di Laurea nella classe di Laurea L-19 (Scienze dell’educazione e della formazione), indipendentemente dalla denominazione che ogni ateneo o corso di Laurea le attribuisca. Ciò che conta è soltanto la classe L-19.   2. Quale titolo di Laurea occorre per essere Pedagogisti? Il titolo di Pedagogista è attribuito a seguito del rilascio di un diploma di Laurea abilitante nelle classi di Laurea magistrale LM-50 – Programmazione e gestione dei servizi educativi, LM-57 – Scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua, LM-85 – Scienze pedagogiche, LM-93 – Teorie e metodologie dell’e-learning e della media education ed equipollenti.   3. È valido anche il possesso di una Laurea quadriennale VO (vecchio ordinamento) o in Pedagogia? I vecchi corsi di Laurea sono equipollenti all’attuale Laurea magistrale (3+2) e consentono l’accesso ai ruoli di Pedagogista. Per le equipollenze si vedano il Decreto interministeriale del giugno 1998 (Gazzetta Ufficiale del 21 luglio 1998) e l’articolo 13, comma 7 del Decreto MIUR 270/2004   4. In quali ambiti si svolgerà il lavoro educativo e pedagogico? Nel comma 594 si precisa che l’educatore professionale socio-pedagogico e il pedagogista operano nei servizi e nei presidi socio-educativi e socio-assistenziali, nei confronti di persone di ogni età, prioritariamente nei seguenti ambiti: educativo e formativo; scolastico; socio-assistenziale, limitatamente agli aspetti socioeducativi; della genitorialità e della famiglia; culturale; giudiziario; ambientale; sportivo e motorio; dell’integrazione e della cooperazione internazionale.   5. È previsto un esame di Stato abilitante? No. Tutte le classi di Laurea magistrale, ed equipollenti, indicate nel testo di Legge sono abilitanti all’esercizio della professione di pedagogista. Il comma 595 stabilisce che la Laurea magistrale in Scienze pedagogiche, ed equipollenti, è abilitante e non occorrerà sostenere alcun ulteriore esame di abilitazione. L’abilitazione si intende riconosciuta anche a chi ha già conseguito il titolo (Vecchio o Nuovo ordinamento), prima dell’entrata in vigore della Legge.   6. La Legge prevede la costituzione di un albo o un ordine? Nel comma 594 leggiamo che «ai sensi della Legge del 14 gennaio 2013, n. 4, le professioni di educatore professionale socio-pedagogico e di pedagogista sono comprese nell’ambito delle professioni non organizzate in ordini o collegi». Le due figure potranno essere normate ai sensi della Legge 4 del 2013, ferma restando la possibilità di iscriversi ad associazioni di categoria professionali.   7. Il titolo ha valore all’estero? Sì.  Il comma 595 prevede questo: «La formazione universitaria dell’educatore professionale socio-pedagogico e del pedagogista è funzionale al raggiungimento di idonee conoscenze, abilità e competenze educative rispettivamente del livello 6 e del livello 7 del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente, di cui alla raccomandazione 2017/C 189/03 del Consiglio, del 22 maggio 2017. Ciò significa che il pedagogista è un professionista di livello apicale e può dirigere strutture o servizi educativi, mentre l’educatore, di livello 6, può coordinare gruppi di lavoro.   8. Potrò lavorare in ambito socio sanitario? Negli ambiti indicati dalla Legge è stato eliminato il contesto sociosanitario, poiché questa era una delle condizioni per poter approvare la Legge. Tuttavia, non è esplicitamente escluso e, pertanto, si prevede la possibilità di recuperarlo, sia facendo riferimento al socio-assistenziale e all’attività motoria (contenuti nella Legge al comma 594), sia sulla base di una specifica possibile richiesta da parte delle strutture socio-sanitarie. In altri termini, la struttura può richiedere, per attività socio-pedagogiche, la presenza di un educatore socio-pedagogico.   9. Gli educatori che già lavorano ma sono privi della Laurea L-19, perderanno il loro posto di lavoro? No, la Legge non ha valore retroattivo. Chi lavora non perderà il suo impiego. Ma vi sono alcune gradualità legate all’anzianità di servizio e ai titoli I commi 597 e il 598 prevedono due possibilità. A) Chi lavora avendo maturato 20 anni di lavoro con contratto a tempo indeterminato, oppure chi ha 50 anni di età e almeno 10 di lavoro consegue automaticamente la qualifica senza fare alcun corso, ritenendo che l’esperienza maturata sia sufficiente garanzia di professionalità. B) Può acquisire la qualifica di educatore socio- pedagogico attraverso 60 CFU erogati soltanto dalle università (non frequentare corsi che promettono il titolo, al di fuori delle università!): – chi già lavora avendo superato un concorso pubblico; – chi ha svolto attività di educatore per non meno di tre anni, anche non continuativi; – chi è in possesso di diploma rilasciato entro l’anno scolastico 2001/2002 da un istituto magistrale o da una scuola magistrale. Infine, nel comma 599 si afferma che non possono essere licenziati o retrocessi nelle mansioni gli educatori socio-sanitari o socio-pedagogici che lavorano da un periodo minimo di dodici mesi, anche non continuativi (documentati con autocertificazione); potranno cioè continuare a svolgere il lavoro nel medesimo servizio, o ente anche senza Laurea, ma se decidessero di farsi assumere da altro ente sarà richiesta la Laurea.   10. L’acquisizione dei 60 CFU è obbligatoria? NO. I 60 CFU sono un’opportunità e una sicurezza, ma non sono obbligatori. Possono essere utili per chi pensa di cambiare lavoro o città e preferisce assicurarsi la qualifica di educatore, e va sottolineato che si tratta di una qualifica (conseguita annualmente) e non di una Laurea.   11. Quando posso frequentare questo corso? Il 60 CFU sono conseguibili in un anno a scelta entro tre anni dall’entrata in vigore della Legge e saranno ripetuti per tre anni consecutivi a partire dall’anno accademico 2018-19. Per uniformare l’erogazione dei corsi di 60 CFU (da effettuarsi preferibilmente online per andare incontro alle esigenze di lavoro), i Direttori dei Dipartimenti di Scienze dell’educazione stanno concordando una linea comune per evitare difformità di contenuti e di costi nei diversi atenei.   12. Chi ha conseguito una Laurea triennale diversa dalla L-19 e una Laurea magistrale tra quelle indicate per il titolo di Pedagogista può esercitare anche il ruolo di Educatore professionale socio-pedagogico, oltre a quello di Pedagogista? La Circolare di imminente pubblicazione dovrebbe aggiungere al comma 595 delle norme transitorie la specifica indicazione seguente: chi è in possesso di titolo per svolgere attività di Pedagogista può svolgere anche attività di Educatore. In ogni caso, chi ha acquisito CFU necessari per accedere a una LM pedagogica si presume abbia dovuto dimostrare di possedere conoscenze idonee. In via transitoria si attribuisce pertanto la qualifica di Pedagogista a chi sia in possesso di una delle LM indicate nel comma 595, anche se proviene da LT diversa dalla L19.   13. Le norme transitorie indicate per gli educatori sono valide anche per i pedagogisti? La Circolare ministeriale di imminente pubblicazione chiarisce anche questo. Infatti, nei commi 598 e 599 ciò che è previsto per gli educatori avrà valore anche per i pedagogisti. Ciò al fine di salvaguardare le persone che attualmente svolgono il lavoro di pedagogista, pur in possesso di altro titolo. Ovviamente ciò vale solo per il pregresso e non per le nuove assunzioni.   14. Che cosa cambierà dal punto di vista salariale in seguito alla nuova legge? La risposta non può essere fornita dalla legge, ma certamente la figura professionale consente ora di normare anche i compensi e di aprire trattative sindacali.   15. La legge vale solo per gli enti pubblici o anche per le cooperative sociali o altri enti del terzo settore? La Circolare di imminente uscita dovrebbe aggiungere, al termine del comma 59, «Quanto sopra affermato ha validità sia per gli enti pubblici sia per gli Enti del Terzo settore».   16. E gli educatori che lavorano negli asili nido o nelle scuole dell’infanzia devono possedere i requisiti indicati dalla legge? Preciso a riguardo che il lavoro educativo nei nidi non è normato dalla legge in oggetto; i titoli sono pertanto indicati nel D.leg. 65/2017 - Sistema integrato di educazione e istruzione 0-6 anni.
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Search-ME - Erickson 5 Anziani
Un nuovo approccio alla demenza
Maria Montessori e i suoi metodi educativi sono di solito associati all’infanzia e, in effetti, la prima scuola Montessori a Roma era dedicata ai bambini in età prescolare. Tuttavia, nel corso del tempo, i suoi metodi sono stati applicati a una fascia di età che va dai bambini nella prima infanzia (18 mesi) agli adolescenti (fino ai 18 anni). Mai valori, le tecniche e il sapere di Maria Montessori sono di eccezionale rilevanza anche per il trattamento delle persone con demenza.   Una domanda che spesso sorge quando viene discusso il binomio Metodo Montessori e Alzheimer è: «Significa che trattate gli anziani come bambini?». La risposta è, ovviamente: «No!». Non si possono trattare gli anziani con rispetto, dignità e uguaglianza se li si considera bambini. Questi valori di Maria Montessori ci guidano costantemente. Lei trattava i bambini come persone, vedendo ognuno di essi come un essere unico e speciale. E questo è il modo in cui dobbiamo trattare le persone con demenza: riconoscendo a ognuna di loro origini, contesto, interessi e capacità peculiari.   Diversi elementi chiave del Metodo Montessori possono applicarsi direttamente alla cura della demenza.   Il primo è che fornire scelte è essenziale. Alle persone con demenza dovrebbe essere data la possibilità di fare scelte nel corso della giornata, e ogni interazione con una persona con demenza è un’opportunità per fornire scelte. Molto importante è anche dimostrare sempre cosa volete che una persona faccia prima di chiederle di farlo. Questo è un punto semplice ma di eccezionale importanza. Spiegare solo a voce a una persona — con o senza demenza — come fare qualcosa è un cattivo modo di insegnare e spesso porta a fallimento e frustrazione. Come «un’immagine vale mille parole», così una dimostrazione ne vale diecimila. Inoltre, dobbiamo essere sicuri che la persona abbia la capacità di fare ciò che le stiamo per chiedere. Spesso, ciò significa modificare il compito o i materiali per adattarsi a problemi fisici e/o cognitivi.   Un altro elemento chiave del Metodo Montessori è conoscere l’individuo. Quali sono i punti di forza di una persona, le sue preferenze e il suo contesto? Di cosa ha paura? Quali valori rispetta?   Meglio conosciamo e capiamo una persona, meglio siamo in grado di fornire un ambiente e dei compiti che siano coinvolgenti e significativi. Un elemento essenziale di un ambiente adatto per le persone con demenza è che esse devono sentire di appartenere a una comunità e di svolgere al suo interno ruoli significativi.
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Search-ME - Erickson 6 Dipendenze
I rischi legati all’abuso nei ragazzi e il ruolo degli educatori
Oggi i disturbi dell’umore, come gli stati d’ansia e di depressione, non appartengono più a una vita adulta in cui i circuiti psicologici profondi risultano affaticati, ma si sono precocizzati. Ossia, con sempre maggiore frequenza, toccano i nostri figli, i nostri ragazzi.    Dai dati emerge che i nostri adolescenti hanno delle vulnerabilità che è necessario affrontare fin da subito. All’interno di questo quadro si collocano anche le nuove dipendenze, che non sono solo le dipendenze dal gioco e dai social, ma anche da una tecnologia che è diventata il nostro interfaccia con il mondo. Dati recenti mostrano infatti come sia pervasivo l’utilizzo della tecnologia da parte dei giovani. Mediamente i ragazzi italiani trascorrono 2,6 ore al giorno su Internet. Sempre i dati ci dicono che noi picchiettiamo sul nostro smartphone circa 2.600 volte al giorno.   Ora, non è possibile dare un giudizio univoco, positivo o negativo, sull’impatto delle nuove tecnologie sulle menti dei ragazzi, ma è imprescindibile uno spirito critico su come questo possa influenzare lo sviluppo cognitivo e identitario. In che cosa il digitale è pericoloso, a livello emotivo? Il numero di volte in cui apriamo, ogni giorno, i nostri device digitali, ci mostra come stiamo instaurando un sistema quasi artificioso di collegamento umano. A livello di neurofunzioni questo sta portando a una vera e propria dipendenza del sistema dopaminergico, ossia il sistema di rinforzo, per cui ogni volta che arriva un messaggio, questo a livello neurofisiologico funziona come il rinforzo che noi andiamo a cercare. Togliercelo induce ansia, preoccupazione, alert, stress, disturbi del sonno, bisogno di essere connessi…  Togliere ai ragazzi lo smartphone vuol dire isolarli da un mondo complessissimo e allargatissimo rispetto a quello che avevano, ma anche dal  circuito di tutti i rinforzi che noi come esseri umani andiamo a cercare, distaccandoli da tutto il sistema che riguarda il proprio sé e la propria esistenza. Per poter accompagnare i ragazzi nella crescita, è dunque indispensabile che gli educatori conoscano cosa c’è di potenziale nell’uso dei device digitali, ma anche quanto c’è di rischio.   Daniela Lucangeli affronterà questo tema nel corso del CONVEGNO ERICKSON “LA QUALITÀ DELL’INCLUSIONE SCOLASTICA E SOCIALE”
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