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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Sociale
Che cosa cambia con la "Legge Iori"?
Il primo gennaio 2018, dopo un lungo iter parlamentare,, è entrata in vigore la «Legge Iori» che dà riconoscimento e tutela alle figure professionali di educatore socio-pedagogico e di pedagogista. Si tratta di una disposizione importante, che diventa il punto di riferimento per migliaia di studenti, laureati e per chi già lavora in ambito educativo. Abbiamo raccolto una serie di domande frequenti per capire che cosa cambia. 1. Quale titolo di Laurea occorre per essere Educatori? La Legge stabilisce che l’esercizio della professione di educatore professionale socio-pedagogico è subordinato al possesso del diploma di un corso di Laurea nella classe di Laurea L-19 (Scienze dell’educazione e della formazione), indipendentemente dalla denominazione che ogni ateneo o corso di Laurea le attribuisca. Ciò che conta è soltanto la classe L-19.   2. Quale titolo di Laurea occorre per essere Pedagogisti? Il titolo di Pedagogista è attribuito a seguito del rilascio di un diploma di Laurea abilitante nelle classi di Laurea magistrale LM-50 – Programmazione e gestione dei servizi educativi, LM-57 – Scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua, LM-85 – Scienze pedagogiche, LM-93 – Teorie e metodologie dell’e-learning e della media education ed equipollenti.   3. È valido anche il possesso di una Laurea quadriennale VO (vecchio ordinamento) o in Pedagogia? I vecchi corsi di Laurea sono equipollenti all’attuale Laurea magistrale (3+2) e consentono l’accesso ai ruoli di Pedagogista. Per le equipollenze si vedano il Decreto interministeriale del giugno 1998 (Gazzetta Ufficiale del 21 luglio 1998) e l’articolo 13, comma 7 del Decreto MIUR 270/2004   4. In quali ambiti si svolgerà il lavoro educativo e pedagogico? Nel comma 594 si precisa che l’educatore professionale socio-pedagogico e il pedagogista operano nei servizi e nei presidi socio-educativi e socio-assistenziali, nei confronti di persone di ogni età, prioritariamente nei seguenti ambiti: educativo e formativo; scolastico; socio-assistenziale, limitatamente agli aspetti socioeducativi; della genitorialità e della famiglia; culturale; giudiziario; ambientale; sportivo e motorio; dell’integrazione e della cooperazione internazionale.   5. È previsto un esame di Stato abilitante? No. Tutte le classi di Laurea magistrale, ed equipollenti, indicate nel testo di Legge sono abilitanti all’esercizio della professione di pedagogista. Il comma 595 stabilisce che la Laurea magistrale in Scienze pedagogiche, ed equipollenti, è abilitante e non occorrerà sostenere alcun ulteriore esame di abilitazione. L’abilitazione si intende riconosciuta anche a chi ha già conseguito il titolo (Vecchio o Nuovo ordinamento), prima dell’entrata in vigore della Legge.   6. La Legge prevede la costituzione di un albo o un ordine? Nel comma 594 leggiamo che «ai sensi della Legge del 14 gennaio 2013, n. 4, le professioni di educatore professionale socio-pedagogico e di pedagogista sono comprese nell’ambito delle professioni non organizzate in ordini o collegi». Le due figure potranno essere normate ai sensi della Legge 4 del 2013, ferma restando la possibilità di iscriversi ad associazioni di categoria professionali.   7. Il titolo ha valore all’estero? Sì.  Il comma 595 prevede questo: «La formazione universitaria dell’educatore professionale socio-pedagogico e del pedagogista è funzionale al raggiungimento di idonee conoscenze, abilità e competenze educative rispettivamente del livello 6 e del livello 7 del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente, di cui alla raccomandazione 2017/C 189/03 del Consiglio, del 22 maggio 2017. Ciò significa che il pedagogista è un professionista di livello apicale e può dirigere strutture o servizi educativi, mentre l’educatore, di livello 6, può coordinare gruppi di lavoro.   8. Potrò lavorare in ambito socio sanitario? Negli ambiti indicati dalla Legge è stato eliminato il contesto sociosanitario, poiché questa era una delle condizioni per poter approvare la Legge. Tuttavia, non è esplicitamente escluso e, pertanto, si prevede la possibilità di recuperarlo, sia facendo riferimento al socio-assistenziale e all’attività motoria (contenuti nella Legge al comma 594), sia sulla base di una specifica possibile richiesta da parte delle strutture socio-sanitarie. In altri termini, la struttura può richiedere, per attività socio-pedagogiche, la presenza di un educatore socio-pedagogico.   9. Gli educatori che già lavorano ma sono privi della Laurea L-19, perderanno il loro posto di lavoro? No, la Legge non ha valore retroattivo. Chi lavora non perderà il suo impiego. Ma vi sono alcune gradualità legate all’anzianità di servizio e ai titoli I commi 597 e il 598 prevedono due possibilità. A) Chi lavora avendo maturato 20 anni di lavoro con contratto a tempo indeterminato, oppure chi ha 50 anni di età e almeno 10 di lavoro consegue automaticamente la qualifica senza fare alcun corso, ritenendo che l’esperienza maturata sia sufficiente garanzia di professionalità. B) Può acquisire la qualifica di educatore socio- pedagogico attraverso 60 CFU erogati soltanto dalle università (non frequentare corsi che promettono il titolo, al di fuori delle università!): – chi già lavora avendo superato un concorso pubblico; – chi ha svolto attività di educatore per non meno di tre anni, anche non continuativi; – chi è in possesso di diploma rilasciato entro l’anno scolastico 2001/2002 da un istituto magistrale o da una scuola magistrale. Infine, nel comma 599 si afferma che non possono essere licenziati o retrocessi nelle mansioni gli educatori socio-sanitari o socio-pedagogici che lavorano da un periodo minimo di dodici mesi, anche non continuativi (documentati con autocertificazione); potranno cioè continuare a svolgere il lavoro nel medesimo servizio, o ente anche senza Laurea, ma se decidessero di farsi assumere da altro ente sarà richiesta la Laurea.   10. L’acquisizione dei 60 CFU è obbligatoria? NO. I 60 CFU sono un’opportunità e una sicurezza, ma non sono obbligatori. Possono essere utili per chi pensa di cambiare lavoro o città e preferisce assicurarsi la qualifica di educatore, e va sottolineato che si tratta di una qualifica (conseguita annualmente) e non di una Laurea.   11. Quando posso frequentare questo corso? Il 60 CFU sono conseguibili in un anno a scelta entro tre anni dall’entrata in vigore della Legge e saranno ripetuti per tre anni consecutivi a partire dall’anno accademico 2018-19. Per uniformare l’erogazione dei corsi di 60 CFU (da effettuarsi preferibilmente online per andare incontro alle esigenze di lavoro), i Direttori dei Dipartimenti di Scienze dell’educazione stanno concordando una linea comune per evitare difformità di contenuti e di costi nei diversi atenei.   12. Chi ha conseguito una Laurea triennale diversa dalla L-19 e una Laurea magistrale tra quelle indicate per il titolo di Pedagogista può esercitare anche il ruolo di Educatore professionale socio-pedagogico, oltre a quello di Pedagogista? La Circolare di imminente pubblicazione dovrebbe aggiungere al comma 595 delle norme transitorie la specifica indicazione seguente: chi è in possesso di titolo per svolgere attività di Pedagogista può svolgere anche attività di Educatore. In ogni caso, chi ha acquisito CFU necessari per accedere a una LM pedagogica si presume abbia dovuto dimostrare di possedere conoscenze idonee. In via transitoria si attribuisce pertanto la qualifica di Pedagogista a chi sia in possesso di una delle LM indicate nel comma 595, anche se proviene da LT diversa dalla L19.   13. Le norme transitorie indicate per gli educatori sono valide anche per i pedagogisti? La Circolare ministeriale di imminente pubblicazione chiarisce anche questo. Infatti, nei commi 598 e 599 ciò che è previsto per gli educatori avrà valore anche per i pedagogisti. Ciò al fine di salvaguardare le persone che attualmente svolgono il lavoro di pedagogista, pur in possesso di altro titolo. Ovviamente ciò vale solo per il pregresso e non per le nuove assunzioni.   14. Che cosa cambierà dal punto di vista salariale in seguito alla nuova legge? La risposta non può essere fornita dalla legge, ma certamente la figura professionale consente ora di normare anche i compensi e di aprire trattative sindacali.   15. La legge vale solo per gli enti pubblici o anche per le cooperative sociali o altri enti del terzo settore? La Circolare di imminente uscita dovrebbe aggiungere, al termine del comma 59, «Quanto sopra affermato ha validità sia per gli enti pubblici sia per gli Enti del Terzo settore».   16. E gli educatori che lavorano negli asili nido o nelle scuole dell’infanzia devono possedere i requisiti indicati dalla legge? Preciso a riguardo che il lavoro educativo nei nidi non è normato dalla legge in oggetto; i titoli sono pertanto indicati nel D.leg. 65/2017 - Sistema integrato di educazione e istruzione 0-6 anni.
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Incontri con gli autori
Incontri con gli autori
Martedì 4 giugno
La Libreria Erickson - Roma
Presentazione del libro
Search-ME - Erickson 3 Sociale
Dal welfare «provvidenza» al welfare «tutti nella stessa barca»
Scandagliando la letteratura e il pensiero contemporaneo, mi pare che sia possibile concepire lo Stato sociale (vale a dire la responsabilità pubblica in ordine al welfare) secondo tre codici alternativi: a) Il codice del welfare «provvidenza» Ti salviamo noi! b) Il codice del welfare «supermercato» Salvatevi voi! c) Il codice del welfare «tutti nella stessa barca» Salviamoci assieme! Il welfare «provvidenza» Il welfare «provvidenza» ci riporta allo schema classico socialdemocratico o burocratico. Lo Stato con tutti i suoi servizi, anche convenzionati, dice al cittadino: «Vi salviamo noi!». Di fronte ai problemi esistenziali, dice:   Tu aspetta e vedrai che io Pubblica amministrazione mi accorgerò dei tuoi problemi e te li risolverò. Addirittura forse già me ne accorgerò ancora prima che essi insorgano. Farò prevenzione e, perciò, tu ora non avrai neanche il fastidio di ringraziarmi.   Se siamo d’accordo nel dire che questo è lo schema di pensiero del vecchio Welfare state (un welfare a sussidiarietà rovesciata), dobbiamo riconoscere che al fondo esso permane dentro molti modelli che pretendono di superarlo. Non è solo una fissa dei servizi pubblici. Lo troviamo ancora incarnato nelle mentalità della maggioranza dei professionisti attuali e di molte organizzazioni di Terzo settore. Il welfare «supermercato» Il welfare «supermercato» è invece conforme allo schema neoliberale/ commerciale. Lo Stato dice ai cittadini: «Salvatevi voi!». Di fronte ai problemi esistenziali, dice:   Stai attento tu, alla tua vita. Se hai un problema, arrangiati, ovvero compra le prestazioni che ti servono; se non hai i soldi usa quelli dei miei trasferimenti monetari (sussidi, pensioni, indennità, ecc.) ed eventualmente io integrerò con «buoni» o voucher e persino ti farò affiancare da un case manager per personalizzare le prestazioni, aiutandoti a comprare quelle giuste. Questa ideologia ha agito come un detonatore sui Welfare state occidentali e nordici in particolare (si pensi alla riforma Thatcher nel Regno Unito). Di fatto esse hanno generato modi di pensare e soluzioni pratiche (modelli) che hanno irrorato di cinismo e di menefreghismo gli schemi della protezione sociale. Il valore del denaro è stato messo davanti al senso ultimo di quelle prassi. Il pensiero liberista è drasticamente contrapposto al «welfare di Stato». Se andiamo a vedere bene, tuttavia, è evidente che anch’esso, con l’enfasi sull’erogazione delle prestazioni standard, riproduce la dicotomia «salvatore/disgraziato» tipica di schemi assistenziali paternalisti e clinici.  Il welfare «tutti nella stessa barca» Il welfare «tutti nella stessa barca» è invece conforme a uno schema di reciprocità relazionale. Lo Stato (in questo caso davvero «sociale») dice al cittadino: «Ci salviamo assieme!» (siamo tutti in difficoltà). Di fronte ai problemi esistenziali, effonde culturalmente questa intuizione:   La vita umana è unica e preziosa e infine tragica per tutti. Chi ha avuto la sventura di trascorrerla patendo gravi problemi, ha avuto anche la fortuna di sperimentarla nel suo senso più profondo e intimo. Come dice Pascal, «solo chi sa che cosa vuol dire essere miserabile è un grande uomo». Dunque, io Stato mi adopererò per costruire le condizioni organizzative e strategiche affinché le pietre scartate (gli utenti e le famiglie) siano davvero testate d’angolo o comunque pietre utili, come tutte, per costruire assieme con le istituzioni il senso di un «vivere comune» adeguato e sobrio. Questo genere di pensiero parte dalla constatazione che le difficoltà e i disagi ci siano in ogni uomo e in ogni organizzazione, dunque anche dentro i sistemi di welfare. Questo paradigma direbbe pertanto che i sistemi organizzati per le cure umane possono funzionare (restituire effettivamente queste cure) solo se accettano culturalmente e organizzativamente di «farsi curare» dalle persone curate. Questo sarebbe senz’altro un modo dirompente e davvero nuovo di pensare al welfare. Impegno davvero nuovo e ragguardevole sarebbe di consentire istituzionalmente che l’umanità delle persone sofferenti si potesse tradurre in pratiche sociali (umanamente, finanziariamente e managerialmente) perseguibili.
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Intervista a Jonathan Scourfield, docente di Lavoro Sociale alla Cardiff University
Può sembrare una questione ovvia, ma diverse ricerche mostrano che nei servizi per i minori e le famiglie, gli operatori tendono a coinvolgere soprattutto le madri. I motivi che portano a questa situazione sono diversi, a partire dal fatto che la cura dei figli viene spesso concepita come una prerogativa femminile. Invece, nei percorsi di tutela, il coinvolgimento dei padri è indispensabile nell’interesse dei minori. Professor Scourfield, qual è la relazione che si instaura tra padre e figlio? «Sono ormai numerosi gli studi che hanno indagato la relazione tra le modalità dell’essere padre e gli esiti sui figli e il loro sviluppo, in una duplice direzione: da un lato una “buona” paternità è associata a un benessere emotivo del figlio che perdura sino all’età adulta; dall’altro, vi sono alcuni esiti critici legati alla paternità.  Ad esempio, alcune ricerche dimostrano come figli di padri con percorsi di criminalità abbiano una più alta probabilità di compiere reati». L’influenza dei padri sul benessere dei figli è l’argomentazione fondamentale per promuoverne e sostenerne la partecipazione. Come comportarsi quando il padre può avere un’influenza negativa? «In questi casi è fondamentale un’attenta valutazione. Sarebbe un errore, infatti, escluderlo definitivamente e a priori dalla riflessione. Nonostante questi padri pongano i propri figli in situazioni di rischio, potrebbero avere anche il potenziale per il cambiamento. I padri dovrebbero quindi essere coinvolti nei piani di cura dei figli: le indagini mostrano che sono davvero poche le situazioni in cui la completa separazione dei bambini dai propri padri corrisponde all’interesse del minore». Perché i padri vengono poco coinvolti nei percorsi di tutela dei propri figli? «Non esiste un’unica risposta. L’ostilità e la riluttanza volte a mascherarne la vulnerabilità, una concezione della cura come qualcosa che attiene alla dimensione femminile (concezione presente nei uomini quanto negli operatori), sono solo alcuni dei fattori che ostacolano la partecipazione dei padri. Esiste quindi ampio spazio per migliorare il lavoro con i padri, per fare davvero la differenza nella vita dei bambini e dei ragazzi, ma ci dev’essere la consapevolezza che i servizi hanno ancora una lunga strada da percorrere, partire dalle fondamenta della cultura delle organizzazioni basata primariamente sul coinvolgimento delle madri».
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Search-ME - Erickson 5 Sociale
Dalla giustizia sociale allo sviluppo delle capacità residue
Che aiuto può dare il lavoro sociale agli anziani fragili e alle loro famiglie? La risposta a questa domanda può sembrare una banalità. Infatti, se pensiamo a cosa fanno in concreto gli assistenti sociali, gli educatori, gli operatori socio-assistenziali, ci vengono subito in mente funzioni legate all’assicurare direttamente o indirettamente assistenza concreta alla persona (aiutarla a nutrirsi, tenersi pulita, gestire le varie incombenze domestiche, seguire le indicazioni dei sanitari sulle varie terapie da effettuare) e, se la persona è ancora abbastanza lucida, al “farle compagnia”. Questa risposta non è sbagliata, ma è molto parziale e rischia di portare a dei fraintendimenti.   Ci sono anche dei "valori profondi" ai quali dovrebbero far riferimento i professionisti dell'aiuto per un “buon” lavoro sociale con gli anziani e le loro famiglie. Ecco quali sono. 1. Agire per promuovere giustizia sociale e comprensione intergenerazionale 2. Opporsi agli stereotipi nei confronti degli anziani 3. Impegnarsi per il rispetto dei diritti umani delle persone anziane 4. Avere una visione plurale dell’età anziana e dell’invecchiamento 5. Comprendere l’oppressione molteplice che si può subire 6. Dare valore all’esperienza soggettiva degli anziani 7. Promuovere una visione riflessiva dell’invecchiamento 8. Valorizzare prospettive differenti 9. Lavorare in modo creativo per promuovere le capacità residue delle persone anziane
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Search-ME - Erickson 6 Tutela dei minori e famiglie fragili
Suggerimenti e riflessioni per il curatore speciale
Il curatore speciale è il professionista che fornisce rappresentanza legale ai minori nei procedimenti civili, quando i loro diritti non possono più essere rappresentati, promossi o difesi dai genitori, insieme o singolarmente. Si tratta di un ruolo estremamente delicato, che presenta sfide molto simili a quelle che si accompagnano ad altre professioni nell’ambito della tutela. L’obiettivo minimo di un incontro tra curatore speciale e il minore, nei casi in cui si decida in maniera positiva sull’opportunità di questo incontro, è quello di una comunicazione al bambino circa il procedimento in corso. Questa comunicazione precede ogni possibile presentazione del curatore al suo beneficiario, poiché ne costituisce la premessa logica. Anche il professionista più esperto sa che un buon incontro deve essere preparato con grande accuratezza e precisione. Programmare con accuratezza un incontro non significa avere risposte a tutte le domande. Significa aver formulato quante più domande sensate possibili sui suoi obiettivi, sui significati e le intenzioni. Essersi posti il problema di cosa significa e cosa può significare per il bambino, non in base a una qualche regola aurea oggettiva, ma in relazione agli elementi contingenti e attuali emersi nello studio del caso. Preparare un incontro significa prima di tutto porre mente al luogo e al tempo in cui esso si svolgerà. Un altro aspetto fondamentale circa la presentazione del curatore al minore riguarda il tipo di informazioni che il minore potrebbe aver già ricevuto al riguardo. Così come è fondamentale che il curatore speciale conosca quali informazioni il bambino abbia già condiviso o ricevuto circa il procedimento civile in suo favore, così da legare ogni comunicazione sul punto a una base di esperienze, stati d’animo e conoscenze già condivise, nello stesso modo è di centrale importanza che il curatore concordi con gli operatori psicosociali ogni comunicazione al minore circa il suo ruolo e l’imminente incontro con lui. Potrà essere il curatore stesso, in tal modo, a indicare esattamente la «formula» con la quale chiede di essere introdotto al bambino. Spesso il bambino ha bisogno di sapere cosa sa già di lui il curatore probabilmente tanto quanto ha bisogno di sapere chi è. I due campi di conoscenza appartengono allo stesso dominio. Quali sono gli elementi conoscitivi della storia del minore, noti al curatore, che egli si sente di condividere con lui per fargli capire da quale punto osserva la sua storia?  La domanda attiene a un aspetto che c’entra con il tema dell’identità, che è soprattutto un problema di collocazioni valoriali e di senso. Nel momento in cui si decide di incontrare un minore si deve assumere a pieno la responsabilità del fatto che questo evento — l’incontro — deve avere necessariamente un carattere di apertura e di reciprocità. Il professionista che non sia disponibile a questa dimensione o che sappia di non essere in grado di governarla bene farebbe meglio a rinunciare a priori all’incontro, poiché esso rischierebbe di avere una connotazione — nel migliore dei casi — fortemente frustrante, quando non decisamente fonte di disorientamento, rabbia e inquietudine per il minore. Affrontare l’incontro con una disposizione reciproca significa dunque preordinare, prevedere uno spazio e un momento nel quale il bambino ha la possibilità di poter fare domande o esprimere i propri commenti. Naturalmente le modalità e i contenuti che connotano questo spazio varieranno di caso in caso.Tuttavia, lo spazio della reciprocità è ineludibile ed è talmente importante che il professionista — anche al termine di un incontro mostratosi ricco di scambi, chiaro e positivo nei contenuti — dovrebbe avere cura di ricordare al minore che quello spazio di reciprocità non si esaurisce in quel tempo dato, ma che può avere un seguito. La reciprocità non è dunque un insieme di buone maniere, una specie di galateo del buon comunicatore. Attiene a una disposizione a mettersi in gioco in un tempo e in un luogo, che è una condizione fondamentale per dar voce al minore nei procedimenti che lo riguardano.
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