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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Area motorio-prassica
Come promuovere lo sviluppo cognitivo, emotivo-relazionale e motorio attraverso la psicomotricità
La psicomotricità non è semplicemente un gioco libero o un’attività motoria spontanea, ma è una disciplina che, considerando il corpo come canale privilegiato di azione, interazione e osservazione, studia e accompagna lo sviluppo della persona fin dalla prima infanzia, favorendo il giusto equilibrio tra le diverse aree di sviluppo: cognitiva, emotivo-relazionale e motoria. La psicomotricità riconosce ai bambini una grande libertà di azione nello spazio del gioco: è possibile sperimentare da soli, ma anche riconoscersi nel gioco del compagno, imitandolo. È possibile giocare in coppia, costruire una famiglia o diventare un villaggio. Ciascuna di queste dimensioni relazionali, compresa quella dell’incontro e dell’alleanza tra bambini e bambine, va a dare valore e significato all'incontro psicomotorio, rendendolo ogni giorno una nuova avventura.   La strutturazione dell’incontro è parte fondamentale nella seduta psicomotoria, tanto quanto i materiali scelti e lo scenario. L’evoluzione e il susseguirsi di azioni regolari e riconoscibili creano l’ossatura stabile e «sicura» attorno alla quale si sviluppa l’incontro di psicomotricità che con l’accompagnamento attento e accurato dello/a psicomotricista assume gradualmente la forma di un vero e proprio racconto.   Il mezzo principale con cui il bambino ci parla di sé e ci racconta la sua storia è il gioco. Il gioco è una delle principali attività dei bambini, grazie al quale essi allenano la sfera emotiva, cognitiva, motoria e relazionale. I grandi cuboni psicomotori (oppure dei cuscini) possono essere alti boschi o montagne da attraversare e superare; carte di consistenza diversa (carta da pacchi, delle uova di Pasqua, ecc.) possono essere laghi ghiacciati da superare strisciando; tavoli, tunnel e piccoli anfratti possono essere grotte buie da esplorare. Oltre a esperienze sensomotorie è evidente come esperienze di questo tipo stimolino anche l’aspetto emotivo. Le altezze, il buio, i disequilibri, i tuffi non possono che chiamare in causa vissuti come: coraggio, paura, affermazione, rassicurazione e tanto altro. 
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Search-ME - Erickson 2 Sanità
Come intervenire e come affrontarle
Due donne su dieci soffrono di un disturbo affettivo durante la gravidanza e nel corso del primo anno dopo il parto. Oltre il 75% di queste donne non ricevono una diagnosi e un’attenzione adeguata. La mancata presa in carico di queste situazioni ha conseguenze significative sulla madre, sul bambino e sulla società in generale. Sulla base dell’esperienza clinica in psicologia materna perinatale, possiamo evidenziare le seguenti cinque situazioni di fragilità emotiva come meritevoli di attenzione, per intervenire in tempo prevenendo l’insorgenza di disturbi emotivi veri e propri. 1. Adattarsi ai cambiamenti che avvengono durante la gravidanza e il postparto non è facile Come tutte le fasi di transizione della vita, diventare mamma e papà può portare con sé fatiche e difficoltà anche inaspettate. Il mito della maternità come il momento più bello della vita, di amore assoluto tra madre e figlio non è realistico, per cui non ambire ad essere per forza felice, ad avere tutto sotto controllo, che tutto sia perfetto come te lo eri immaginato.   La realtà quotidiana di una donna in gravidanza o nel postparto è diversa dai cartelloni pubblicitari o dall’immagine ideale che ti eri prefigurata…e sai che c’è? Che questo è normale, la realtà non va sempre come ci piacerebbe e questo vale anche per la maternità. 2. Gli sbalzi d’umore, la labilità emotiva e l’ansia nel periodo perinatale possono essere normali, ma non sottovalutare come ti senti Se in gravidanza o dopo il parto ti senti triste, angosciata, ansiosa, se hai pensieri che ti preoccupano o che ti assillano tanto da procurarti ansia, evitamento, insonnia, e se questa condizione permane inalterata nel tempo per più di due settimane, parlane con il tuo compagno, e rivolgiti ad un professionista esperto di psicologia clinica e psicopatologia perinatale. È possibile che ciò sia dovuto ad un momento di stress reattivo ad eventi specifici o ai cambiamenti della maternità, ma potrebbe anche essere l’inizio di una difficoltà più importante che può, se trascurata, sfociare in un disturbo emotivo perinatale.   3. Attenzione ai fattori di rischio per la psicopatologia perinatale, non tutto passa da solo Ricorda che se hai sofferto di un disturbo d’ansia o depressivo o di altri disturbi psichici hai un maggior rischio di insorgenza di disturbi affettivi in gravidanza e /o nel postparto. Questo vale anche se i tuoi genitori, fratelli o nonni hanno sofferto di questo tipo di disturbi. Inoltre avere una relazione di coppia non soddisfacente, una gravidanza non desiderata o a rischio, eventi di vita stressanti, un lutto perinatale, scarso supporto sociale e del partner sono tutti fattori di ulteriore rischio che possono esporti all’insorgere di disturbi affettivi perinatali quali disturbi depressivi o disturbi d’ansia. Se ti trovi in una di queste situazioni, non rimandare, non tutto passa da solo. Parla con il tuo compagno di come ti senti, rivolgiti all’ostetrica, al medico, e ad un operatore esperto di psicologia clinica e psicopatologia perinatale. 4. Non esiste solo la depressione postpartum Per alcune donne sia in gravidanza che nel dopo parto si scatenano ansie e pensieri difficili da gestire ed accettare, ossessioni, attacchi di panico, vere e proprie fobie, difficoltà nel legame o nella gestione quotidiana del bambino, paura del parto e altre paure apparentemente esagerate e immotivate. Tutte queste situazioni spesso non coincidono con la diagnosi di depressione postpartum, ma assolutamente non vanno trascurate o ignorate perché hanno importanti conseguenze sulla salute mentale della mamma, del bambino e dell’intera famiglia. In tutte queste situazioni è importante che ciascuna di voi abbia la possibilità di poter parlare di quello che le sta accadendo e che possa chiedere e ricevere aiuto. 5. Tra mamma e bambino non è sempre amore a prima vista Per alcune donne la gravidanza e/o il postparto si configurano come un momento magico, ma per altre l’esperienza è ben diversa.   Ci possono essere sentimenti contrastanti sia verso la gravidanza che verso il bambino, spesso si tratta della sana ambivalenza che caratterizza ogni rapporto affettivo.   Ma se vi sembra di avere un rifiuto per il bimbo che portate in grembo o se dopo il parto vi sentite confuse dai sentimenti di rifiuto che a tratti provate verso vostro figlio, se avete paura di poter fare dei gesti inconsulti parlatene con il vostro compagno, con chi sentite che non vi giudica, ma se non vi sentite meglio non esitate a contattare un professionista esperto di psicologia clinica e psicopatologia perinatale. Vi potrà aiutare a capire di che aiuto avete bisogno e a rimettere ordine nel groviglio dei vostri affetti e delle vostre paure.
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Search-ME - Erickson 3 Sanità
Come condurre un’osservazione all’interno del gruppo
Nel suo lavoro con i bambini, lo psicomotricista, formato all’osservazione attenta del singolo individuo, rivolge l’attenzione verso precisi parametri relativi al corpo in movimento, in relazione allo spazio, al tempo, ai materiali e all’altro. Condurre un’osservazione completa del bambino implica però anche osservare le dinamiche relazionali che emergono all’interno del gruppo dei pari. Ilgruppo dei pari, infatti, offre una ricchezza di situazioni relazionali che lo psicomotricista può utilizzare per avvicinarsi maggiormente al mondo espressivo del bambino. Nelle dinamiche di gruppo emergono molte situazioni che consentono di osservare lo sviluppo del bambino, la sua personalità e i suoi conflitti interni. Com’è possibile condurre un’osservazione delle dinamiche relazionali con i pari all’interno di un gruppo? Ecco alcuni riferimenti indicativiper orientare una possibile osservazione.   • La modalità di entrata in relazione Si riferisce a come il bambino si attiva nel gruppo nella scelta dell’altro: se è lui a scegliere, o come viene scelto da un compagno, se ricerca la relazione con l’altro, se viene rifiutato, eccetera. • La modalità di mantenimento della relazione L’attenzione si sposta su come e attraverso quale via corporea si mantiene la relazione con l’altro e per quanto tempo, ad esempio attraverso il mantenimento dello sguardo o l’uso della parola. • Il tempo della relazione Facciamo riferimento alle modalità con cui il bambino mantiene la relazione: per un tempo breve/lungo, il ritmo degli scambi si presenta veloce/lento, si presentano rotture, discontinuità o continuità. • La tipologia di relazione Si tratta qui invece di definire l’ampiezza del contesto relazionale in cui il bambino tende a sperimentarsi: vengono ricercate prevalentemente situazioni di coppia, di triade, di piccolo o di grande gruppo. • La qualità della relazione Le relazioni possono dispiegarsi lungo differenti polarità: dalla collaborazione all’oppositività, dall’assumere ruoli propositivi all’essere ricettivi alle proposte altrui, dall’assumere posizioni attive o passive… • Le modalità dell’interazione La tipologia di interazione può inoltre assumere connotazioni di esclusività, inibizione, conflittualità, trasgressione, tirannia, adesione, dipendenza, o essere autoreferenziata.   • La gestione della frustrazione Le reazioni del bambino in relazione alle frustrazioni possono manifestarsi in modo esplosivo (rabbia, opposizione, sfida) o determinare ritiro dall’azione (rinuncia, pianto, isolamento) o, infine, generare capacità di adattamento e/o richieste di tipo rassicurativo all’adulto. • La gestione del conflitto Le reazioni emotive al conflitto possono manifestarsi con comportamenti di evitamento/rinuncia, di scontro/mediazione, di alleanze pro o contro pari, oppure con richieste di intervento da parte dell’adulto. • La tipologia di gioco prevalente Qui si tratta di riflettere sulle modalità ludico-espressive maggiormente percorse nel gioco dal bambino (ad esempio: sensomotorie, simboliche, narrative), sulle loro caratteristiche e sulla relativa attivazione. • I ruoli emergenti nel gruppo Diventa significativo rilevare le costanti relative alla scelta di ruolo e le variazioni che subiscono nell’evoluzione del gioco. Particolare attenzione va dedicata a cogliere l’assunzione di ruoli (leader, gregari, leader complementari), a osservare i bambini non ricercati, quelli esclusi, quelli soli e la fissità di ruolo. • L’adattamento al gruppo Comprende gli aspetti legati all’adattamento al contesto: il rispetto delle regole, del materiale, il livello di ascolto, l’adeguamento dei singoli al ritmo e ai tempi complessivi del gruppo, le modalità di inizio e di chiusura delle attività. • L’espressione e la regolazione delle emozioni Si fa riferimento agli aspetti di riconoscimento, espressione e regolazione emotiva, con particolare attenzione alle situazioni in cui si manifestano nel gruppo difficoltà legate al contenimento e al mantenimento del livello del gioco. • Le tematiche emergenti Nei gruppi si possono rilevare aspetti quali: l’esplorazione sensoriale, il riconoscimento, l’affermazione di sé, i conflitti, l’opposizione, il contenimento, l’espressione delle emozioni, il confronto, la competizione, il piacere della collaborazione, ecc.
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Search-ME - Erickson 4 Sanità
Un nuovo approccio alla demenza
Maria Montessori e i suoi metodi educativi sono di solito associati all’infanzia e, in effetti, la prima scuola Montessori a Roma era dedicata ai bambini in età prescolare. Tuttavia, nel corso del tempo, i suoi metodi sono stati applicati a una fascia di età che va dai bambini nella prima infanzia (18 mesi) agli adolescenti (fino ai 18 anni). Mai valori, le tecniche e il sapere di Maria Montessori sono di eccezionale rilevanza anche per il trattamento delle persone con demenza.   Una domanda che spesso sorge quando viene discusso il binomio Metodo Montessori e Alzheimer è: «Significa che trattate gli anziani come bambini?». La risposta è, ovviamente: «No!». Non si possono trattare gli anziani con rispetto, dignità e uguaglianza se li si considera bambini. Questi valori di Maria Montessori ci guidano costantemente. Lei trattava i bambini come persone, vedendo ognuno di essi come un essere unico e speciale. E questo è il modo in cui dobbiamo trattare le persone con demenza: riconoscendo a ognuna di loro origini, contesto, interessi e capacità peculiari.   Diversi elementi chiave del Metodo Montessori possono applicarsi direttamente alla cura della demenza.   Il primo è che fornire scelte è essenziale. Alle persone con demenza dovrebbe essere data la possibilità di fare scelte nel corso della giornata, e ogni interazione con una persona con demenza è un’opportunità per fornire scelte. Molto importante è anche dimostrare sempre cosa volete che una persona faccia prima di chiederle di farlo. Questo è un punto semplice ma di eccezionale importanza. Spiegare solo a voce a una persona — con o senza demenza — come fare qualcosa è un cattivo modo di insegnare e spesso porta a fallimento e frustrazione. Come «un’immagine vale mille parole», così una dimostrazione ne vale diecimila. Inoltre, dobbiamo essere sicuri che la persona abbia la capacità di fare ciò che le stiamo per chiedere. Spesso, ciò significa modificare il compito o i materiali per adattarsi a problemi fisici e/o cognitivi.   Un altro elemento chiave del Metodo Montessori è conoscere l’individuo. Quali sono i punti di forza di una persona, le sue preferenze e il suo contesto? Di cosa ha paura? Quali valori rispetta?   Meglio conosciamo e capiamo una persona, meglio siamo in grado di fornire un ambiente e dei compiti che siano coinvolgenti e significativi. Un elemento essenziale di un ambiente adatto per le persone con demenza è che esse devono sentire di appartenere a una comunità e di svolgere al suo interno ruoli significativi.
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Search-ME - Erickson 5 Comunicazione e linguaggio
Il punto sulla diffusione e sulle possibili evoluzioni dei disturbi del linguaggio in età evolutiva
I disturbi del linguaggio rappresentano i disturbi più frequenti tra i 2 e i 6 anni di vita e quasi il 40% degli invii in valutazione ai Servizi territoriali. I disturbi primari del linguaggio (ovvero quelli che non sono secondari ad altre patologie, congenite o acquisite) hanno una diffusione del 5-7% in età prescolare e tendono a ridursi nel tempo con una prevalenza dell’1-2% in età scolare. Da un punto di vista descrittivo, i disturbi del linguaggio, così come quelli della comunicazione, presentano un insieme di quadri sindromici caratterizzati da difficoltà differenti per qualità e gravità nella comprensione, produzione e uso del linguaggio. Il deficit, infatti, può essere presente, contemporaneamente e con diverso livello di compromissione, in una o in più componenti linguistiche (lessico, semantica, sintassi).  La traiettoria evolutiva del disturbo (ovvero il suo cambiamento nel tempo) può quindi essere molto differente secondo la gravità, la pervasività e la persistenza dei vari deficit linguistici. In particolare, sembra molto importante distinguere il ritardo dal disturbo di linguaggio. Esiste, infatti, una percentuale molto alta di bambini (13-20%) detti «parlatori tardivi» o late talker (ovvero bambini che hanno uno sviluppo del linguaggio espressivo più lento), che, in assenza di deficit uditivi, cognitivi, relazionali, hanno difficoltà ad acquisire il linguaggio a 24/36 mesi, periodo in cui la maggior parte dei coetanei già utilizza, invece, il linguaggio per comunicare e per costruire le proprie conoscenze sul mondo. Molti di questi bambini iniziano a parlare più tardi ma rientrano successivamente in un range di normalità. Altri bambini, invece, consolidano questo ritardo che evolve in veri e propri disturbi di linguaggio. L’età di 3 anni costituisce una sorta di spartiacque tra i bambini parlatori tardivi e i bambini con un probabile disturbo specifico di linguaggio. La presenza di una produzione ancora non adeguata dovrà necessariamente essere valutata con un’attenta visita specialistica, che escluda problemi di natura neurologica, psicopatologica o sensoriale (al riguardo in presenza di un ritardo di comprensione o di produzione è sempre indicata l’esecuzione di un esame audiometrico, in particolare se nella storia del bambino si rilevano otiti ricorrenti). La comprensione del linguaggio dell’adulto, in ogni caso, rappresenta un parametro fondamentale per i tempi di un eventuale intervento. In questo caso, si possono tranquillamente aspettare i 36 mesi di età per richiedere una valutazione. In caso contrario, è necessario che i genitori si attivino immediatamente per richiedere una valutazione specialistica.
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Search-ME - Erickson 6 Disturbi del linguaggio
Intervista a Luigi Marotta, logopedista IRCSS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e vicepresidente dell’Associazione Scientifica Logopedisti Italiani
Negli ultimi anni, il lavoro del logopedista dell’età evolutiva, così come quello di tutti gli operatori del mondo sanitario, è stato interessato da una serie di cambiamenti importanti, che hanno riguardato sia l’approccio scientifico alla medicina che il sistema organizzativo del Servizio Sanitario Nazionale. Nuove e impegnative sfide attendono la professione del logopedista anche nei prossimi anni. Cerchiamo di fare il punto della situazione con uno dei maggiori esperti in questo settore a livello nazionale. Dott. Marotta, quali cambiamenti hanno interessato il lavoro del logopedista dell’età evolutiva negli ultimi anni? «Il primo è culturale, dovuto alla Medicina Basata sulle Evidenze che ha rivoluzionato il mondo scientifico, tanto nella pratica quanto nella teoria, modificando profondamente sia i principi sia gli orientamenti nel complesso scenario della riabilitazione. Il secondo, strettamente legato alla prima, è rappresentato dalla sempre maggiore specializzazione necessaria nell’affrontare i disturbi del neurosviluppo». Quali sono i disturbi di interesse logopedico più diffusi tra i bambini in Italia? «I disturbi del neurosviluppo più diffusi sono senz’altro quelli di linguaggio e di comunicazione, seguiti dai disturbi specifici di apprendimento e dai disturbi dello spettro autistico. Queste “etichette” diagnostiche, però, racchiudono al loro interno una molteplicità di situazioni patologiche, differenti fra loro per comorbidità (più disturbi presenti contemporaneamente), gravità (livelli differenti di deficit) e pervasività (più tipologie di deficit presenti all’interno dello stesso disturbo). Ciò richiede al professionista una grande competenza e sensibilità clinica per scegliere le priorità e le modalità dell’intervento». Quali sono le principali difficoltà che incontra il logopedista nel suo lavoro con i bambini? «In questi anni la difficoltà principale, a mio avviso, è rappresentata dal cambiamento organizzativo del Servizio Sanitario Nazionale, sempre meno presente a livello territoriale, sia per quanto riguarda la medicina della prevenzione, sia per quanto l’erogazione dei servizi di riabilitazione, che tra l’altro varia da regione a regione e anche all’interno di una stessa regione. Questo ha portato a una frammentazione di quella che doveva essere una “rete” di servizio che garantiva anche una collaborazione tra S.S.N., Scuola e professionisti privati».   Quali sfide si prospettano per la professione nei prossimi anni? «Le sfide saranno senz’altro “culturali” e “sociali”. Innanzitutto riguarderanno l’approccio ai disturbi del neurosviluppo, che non dovrà essere, come a volte accade, incentrato sul “sintomo”.  Dovrà, invece, intervenire sui processi cognitivi che consentono l’apprendimento di un’abilità, tenendo conto e interagendo con i contesti (famiglia, scuola e società) che favoriscono lo sviluppo globale del bambino. Questo richiede un vero e proprio cambiamento culturale e una formazione sempre più scientifica, ma che non perda di vista le caratteristiche intrinseche di una professione legata alla relazione di aiuto come la nostra».
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