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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Relazioni
L’autrice Elisabetta Mauti racconta come funziona il libro-gioco per imparare a litigare “come si deve”
La moderna pedagogia insegna che litigare fa bene (come dice il titolo di un famoso libro di Daniele Novara), perché il litigio consente ai bambini di esercitarsi allo scontro e, se ben gestito, di crescere e di sperimentare diverse modalità relazionali. Certo, la lite non è la strada migliore per relazionarsi, ma dovrebbe rappresentare un passaggio da superare per arrivare, pian piano, a modelli di interazione più evoluti. Ma come fare per rendere il litigio occasione di crescita? Un buono strumento è quello della parola, grazie alla quale l’adulto ragiona con il suo bambino sugli effetti del litigio: ciò che produce fuori e dentro di lui. Il libro “Ha cominciato lui!” permette ai bambini, seguendo le avventure del piccolo Tito e dei suoi fratelli, di fare quello che non sono in grado di mettere in atto quando le stesse cose capitano a loro, ossia riderci sopra e prendere le distanze. Si tratta di un libro-gioco, con tante decisioni da prendere. Ciascuna di esse conduce a un bivio, dove il giovane lettore dovrà decidere che strada prendere, contraddistinta da cartellini di diverso colore. Una scelta multipla di alternative aspetta il lettore che riceverà un feedback sui suoi comportamenti. Sarà sempre possibile tornare indietro, compiere una scelta differente, modificare il percorso della storia. La presenza dell’adulto è importante, per capire insieme cosa è possibile fare in ogni situazione, senza per questo limitare le proprie scelte, ma anzi spingendosi ogni volta a vedere che cosa potrebbe succedere cambiando percorso. Nel libro, come nella vita, le strategie sono tante; alcune portano il protagonista a muoversi in modo indipendente, altre a trovare un accordo o un compromesso, altre ancora a combattere contro i nemici o perfino a darsela a gambe! Già sapere che la prima reazione non è l’unica strada possibile aiuta i bambini a ragionare in un mondo ricco di sfumature e di possibilità. Il gioco riesce davvero quando saranno capaci di fare loro queste strategie e — alla bisogna — «esportarle» anche a scuola, con gli amici o con i fratelli. Tutto è pretesto per costruire un legame con il nostro bambino, fatto di parole e suggerimenti, finalizzati sempre a ragionare insieme sul mondo e sul modo migliore per affrontarlo. Questo libro vuole essere uno strumento per giocare insieme e divertirsi, mettendo allo stesso tempo a fattore comune idee, ipotesi e ragionamenti per spingere i giovani lettori a trovare sempre nuove alternative. Ecco l’inizio del libro “Ha cominciato lui!” e le prima scelte...   #immaginare
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Search-ME - Erickson 2 Didattica
Come gestire efficacemente il comportamento degli alunni in classe
II comportamento di un bambino all’interno di una classe dipende da molte cose. Un bambino si comporta in un certo modo per la sua intelligenza, il suo temperamento, la sua motivazione, la sua capacità (o incapacità) di controllare le emozioni, il modo con cui è educato in famiglia. Inoltre, si comporta in un certo modo a seconda di come l’insegnante si rivolge a lui. A seconda delle richieste, più o meno facili, più o meno chiare, che gli fa. Naturalmente, dato che stiamo parlando di un bambino inserito in una classe, il suo comportamento dipende molto anche da quello degli altri bambini, dal fatto che i compagni siano tranquilli e silenziosi oppure agitati e aggressivi. COME CLASSIFICARE I COMPORTAMENTI A volte, forse per fare un po’ di ordine nelle nostre teste, siamo portati a classificare queste cause in interne e esterne. Questo modo di ragionare però, dal punto di vista pratico, ci porta poco lontano. Forse è più utile classificare le cause dei comportamenti degli allievi in un altro modo. Ci sono cause sulle quali l’insegnante non ha controllo. È certo, ad esempio, che una famiglia più attenta produrrebbe un allievo più adeguato, ma l’insegnante ha gli strumenti per modificare una famiglia? Certamente no. CONSEGNE E OBIETTIVI CHIARI Per l’insegnante, dunque, è più utile provare a cambiare il proprio comportamento per migliorare quello del suo allievo, piuttosto che arrovellarsi e dannarsi su questioni che non può cambiare. Tra le tantissime cose che dipendono dall’insegnante, c’è la coerenza delle consegne e la chiarezza degli obiettivi. Quando l’insegnante ha obiettivi chiari e ragionevoli per ogni suo allievo, li esplicita in modo semplice, così che ognuno possa capire bene cosa ci si aspetta da lui; gratifica tutti i bambini tutte le volte che raggiungono o per lo meno si avvicinano all’obiettivo; smette di gratificarli in modo sistematico se un obiettivo è stato raggiunto e inizia ad alzare l’asticella per aiutare gli allievi a raggiungere nuovi obiettivi: quando un insegnante si comporta in questo modo, le cose, nella classe, andranno più o meno per il verso giusto. ESISTONO CLASSI DOVE VA TUTTO BENE? Forse esistono, anche se gli psicologi non le conoscono perché in quelle classi nessuno chiede il loro intervento. Di sicuro ne esistono molte dove non tutto va bene. In quelle classi può essere utile cercare di migliorare i comportamenti dei bambini servendosi di metodi più sistematici e più rigorosi. La token economy è uno di questi. La token economy non fa che riprendere i due concetti che abbiamo visto fin qui e dar loro una struttura più solida. Il concetto numero uno si riferisce a tutto ciò che l’insegnante può fare prima del comportamento di un allievo: stabilire e comunicare al bambino obiettivi chiari, personalizzati e ragionevoli. Il concetto numero due si riferisce a tutto ciò che l’insegnante può fare dopo il comportamento di un allievo: rinforzarlo (con molta convinzione!) quando è corretto, punirlo (con moltissime cautele!) quando non lo è. NEL Q-TALK AL CONVEGNO Nel corso del Convegno “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale” in programma a Rimini il 15 novembre esamineremo, attraverso esempi pratici, i metodi di intervento di matrice cognitivo comportamentale – in particolare la token economy e l'apprendimento cooperativo – per affrontare i comportamenti problematici degli allievi in classe: disattenzione, cattive relazioni con i compagni, atteggiamenti oppositivi nei confronti degli insegnanti, aggressività.  
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Search-ME - Erickson 3 Didattica
Come ripartire alla grande da dove ci eravamo lasciati
L’inizio del nuovo anno scolastico è il momento migliore per porre al centro dell’attenzione di alunni e insegnanti il benessere relazionale e lo sviluppo delle abilità sociali. I nostri alunni tornano a scuola carichi di emozioni e aspettative, con un bagaglio di esperienze, avventure, amicizie, conoscenze che la lunga pausa estiva ha lasciato loro. Ognuno ha vissuto la sua estate: c’è chi si è frequentato, chi non si è più visto, chi ha provato nostalgia per qualche compagno, chi proprio non aveva voglia di riprendere con la solita routine. Alle volte il gruppo cambia: qualcuno si trasferisce lontano e qualcuno di nuovo arriva nel quartiere.  COSA FARE NELLE PRIME SETTIMANE DI SCUOLA In questo periodo è importante dedicare tempo a riconsolidare le relazioni e il clima di classe, per lavorare poi con serenità nella costruzione delle diverse competenze richieste dal curricolo. Il tempo dell’accoglienza e della cura alla relazione è un tempo funzionale all’apprendimento; se risulta più facile programmare attività volte a questo obiettivo nelle prime settimane, è nella costanza degli interventi che il gruppo sviluppa la capacità di lavorare in sinergia e in modo funzionale, come una grande macchina complessa fatta di ingranaggi diversi ma proprio per questo importanti gli uni per gli altri. I bambini e le bambine passano gran parte del loro tempo nella scuola, l’interazione e convivenza con più compagni caratterizza le intense giornate di attività dentro e fuori dall’aula.  L’incremento della complessità nella gestione delle classi è esperienza quotidiana e innegabile di ogni insegnante che, con più o meno consapevolezza, si trova a «tessere i fili» in una trama a diversi e intrecciati ancoraggi - alunni, famiglia, comunità, colleghi, istituzione scolastica, contenuti di apprendimento, motivazione, bisogni educativi speciali - con grande delicatezza per mantenere un equilibrio che è spesso instabile.  BENESSERE (E MALESSERE) A SCUOLA Le recenti ricerche, condotte in Italia da una Commissione ministeriale che si occupa del benessere (e malessere) a scuola, confermano l’alert lanciato dall’OMS rispetto a una sempre più precoce condizione di vulnerabilità dell’umore e della sfera emozionale nei bambini e che prosegue nei gradi successivi con una demotivazione scolastica importante.  È esperienza quotidiana dell’insegnante essere sollecitato nel suo ruolo educativo a rispondere con efficacia a diversificate difficoltà: gestione dei conflitti, mediazione di comunicazioni difficili, sostegno ai bambini e bambine che non sanno rispondere adeguatamente in situazione di frustrazione, risposte a comportamenti oppositivi, problematicità che emergono per le più svariate motivazioni.  Si riscontrano sempre più bisogni differenziati nei bambini e nelle bambine, non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche da quello emotivo-affettivo e dell’autocontrollo. La scuola ha dunque il compito di trovare strumenti efficaci e consapevoli capaci di dare risultati per lo sviluppo delle competenze formative, per il benessere e per la vita dei suoi alunni.  L’IMPORTANZA DELLE LIFE SKILLS Riuscire a far lavorare costruttivamente i bambini e le bambine insieme è un traguardo, non un punto di partenza, come spesso si pensa; in molti casi, per l’impostazione attuale della società e della famiglia, la scuola diventa il primo luogo dove i bambini e le bambine interagiscono in uno spazio sociale regolamentato e quindi bisogna aiutarli anche a raggiungere le competenze sociali.  Per usare le parole di Kurt Lewin, «il gruppo è qualcosa di più, o meglio dire, qualcosa di diverso, della somma delle singole parti». Strumento prezioso per questo obiettivo sono le life skills, competenze sociali e relazionali che permettono agli alunni di affrontare in modo efficiente le esigenze di vita quotidiana e che sono state riconosciute nel 1993 dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel documento Life skills education in schools, come tecniche privilegiate per la promozione dell’educazione alla salute a partire dall’ambito scolastico. Inoltre, queste competenze aderiscono in pieno a due importanti punti chiave della didattica inclusiva: attivazione della risorsa compagni ed emozioni-variabili psicologiche nell’apprendimento.  
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Search-ME - Erickson 4 Genitori e figli
Una prima analisi dell’impatto della pandemia sulla vita dei bambini evidenzia un aumento del rischio di maltrattamenti, disagio psicologico, separazioni dalla famiglia ed esclusione sociale
La pandemia da Covid-19 e le misure conseguenti per limitare la diffusione del virus hanno modificato l’ambiente di vita dei bambini portando a un possibile aumento di rischi diretto su di loro. L’Unicef, nel documento Protezione dei bambini durante la pandemia di coronavirus (2019), ha descritto in modo puntuale l’impatto della pandemia sui bambini da un punto di vista socio-ecologico. A livello di singolo bambino, c’è da considerare un possibile aumento di rischio di abusi, di maggiore negligenza e disattenzione da parte degli adulti di riferimento; può verificarsi anche un incremento di atteggiamenti violenti rivolti verso i bambini e un conseguente aumento di disagio psicologico con ovvie conseguenze negative sullo sviluppo. A livello familiare sono segnalati come motivo di allerta anche le eventuali separazioni del bambino dalla famiglia per motivi sanitari o per altre cause, può verificarsi un accesso più limitato alle forme di supporto sociale, l’aumento del disagio psicologico dei genitori o dei caregiver e l’incremento di episodi di violenza domestica. All’interno del nucleo familiare può anche accadere una sospensione o una riduzione dei mezzi di sostentamento per problemi lavorativi dei genitori in relazione alla pandemia, una temporanea interruzione di relazioni familiari importanti e di sostegno, come quelle con i nonni, e può emergere una paura molto forte rispetto alla malattia. A livello di comunità è segnalata una generale perdita di fiducia gli uni negli altri, ma anche in chi gestisce la comunità. A livello di società può verificarsi una lotta per l’approvvigionamento di risorse limitate, ma anche una minore possibilità di accesso ai servizi di supporto, all’istruzione e agli ambienti di gioco. A livello di norme socio-culturali si possono anche verificare episodi di stigmatizzazione di persone appartenenti a particolari etnie o che hanno contratto il virus. Sempre nel documento Protezione dei bambini durante la pandemia di coronavirus, sono elencati i rischi per l’infanzia riscontrati durante la pandemia: Maltrattamenti fisici ed emotivi. A causa della chiusura delle scuole e dei servizi dell’infanzia e della contingente necessità dei genitori di continuare a lavorare è possibile che si verifichi una minore supervisione da parte degli adulti sui bambini con conseguenti rischi per la salute fisica e la loro sicurezza, oltre che per il loro benessere psicologico. Violenza di genere. È anche possibile che si verifichi un aumento delle violenze sessuali o dello sfruttamento sessuale dei bambini. Aumento del disagio psico-sociale. Le misure di isolamento, la scarsa comprensione di quello che sta succedendo, il difficile accesso ai servizi di salute mentale possono portare i bambini a sperimentare l’angoscia rispetto a quello che sta accadendo. Questa angoscia può essere anche resa più acuta a causa di episodi di malattia o di ospedalizzazione se non addirittura di morte di persone care. Questo può anche portare a un peggioramento delle situazioni di pregresso malessere. Aumento del lavoro minorile. A causa della diminuzione del reddito familiare e della chiusura della scuola, in alcune società può crescere l’impiego e lo sfruttamento di minori in lavori non appropriati all’età. Aumento delle separazioni dei minori dalle proprie famiglie. Durante questa pandemia è successo che i bambini abbiano dovuto separarsi da membri importanti della loro famiglia a causa di episodi di malattia e ospedalizzazione o di quarantena di questi. Inoltre, alcune famiglie hanno preferito mandare i propri figli a stare con parenti in zone meno colpite dal virus. Questo ha portato a separazioni dolorose o, per alcuni bambini, a dover essere collocati in strutture residenziali per minori con conseguente impatto sul loro benessere. Esclusione sociale. Durante la pandemia da Covid-19 alcuni individui o gruppi di individui sospettati di essere infetti sono stati stigmatizzati ed esclusi. Inoltre, le famiglie più vulnerabili hanno sperimentato una drastica diminuzione nell’aiuto ricevuto da servizi di competenza. È bene essere consapevoli dei vari livelli rispetto ai quali l’emergenza sanitaria ha avuto un impatto sulla vita dei bambini, per monitorare l’insorgere di situazioni di maggiore malessere, per accompagnare i bambini a una giusta elaborazione della situazione che stanno vivendo e per guidarli a un ritorno a una nuova normalità, quando il virus sarà, possibilmente, sconfitto o perlomeno arginato.
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Search-ME - Erickson 5 Genitori e figli
Gianluca Daffi, esperto in problematiche educative, spiega ai genitori alcune strategie semplici applicabili quotidianamente con i bambini tra i 6 e gli 11 anni per un’educazione amorevole, rispettosa e coerente
Vostro figlio non si alzerebbe mai dal letto la mattina? Continua a rimandare il momento dei compiti? Litiga con il fratello per il programma da vedere in TV? Nelle situazioni di attrito con i figli, di solito noi genitori reagiamo con un rimprovero ad alta voce o un ordine imperioso, in modo da risolvere il problema il più velocemente possibile e senza discussioni. Ma lo stile impositivo non ha ricadute positive a lungo termine sugli stessi comportamenti. La riflessione che ho maturato è che i nostri figli sono maggiormente disposti ad ascoltarci se prima abbiamo manifestato per loro un autentico interesse, se ci siamo confrontati serenamente per capirli meglio o per trovare insieme una soluzione condivisa. Nel libro “Genitori rispettosi e rispettati” analizzo 20 situazioni comportamentali tipiche di ogni bambino/a di età tra i 6 e gli 11 anni nel contesto familiare. Sono momenti di routine quotidiana che, con varie sfumature, tutti i genitori si trovano ad affrontare. Ciascuna delle 20 situazioni descritte si apre con una tavola illustrata, seguita da una trattazione che tocca i seguenti punti: Cosa facciamo di solito: le azioni/reazioni classiche dei genitori; Le difficoltà del genitore: spiegazione del disagio dei genitori, che spesso non sanno come fare; I pensieri da tenere sotto controllo: quali sono gli atteggiamenti sbagliati dei genitori da non mettere in campo. I punti di forza del bambino: da tenere presenti, sempre. Che cosa fare: i suggerimenti, ispirati al buon senso, all’equilibrio, alla pazienza e, nello stesso tempo, alla coerenza, con la consapevolezza che un’ottima risposta da parte degli adulti porterà a ottimi risultati, magari non nell’immediato, ma sicuramente a lungo termine. ...e se non dovesse funzionare?: ulteriori consigli, anche pratici, per affrontare quello specifico problema con altre semplici strategie. Ecco un esempio di situazione quotidiana in cui ci si può trovare con i figli, quando noi genitori riceviamo delle risposte aggressive o insultanti. Cosa facciamo di solito Ci irritiamo Accentuiamo la nostra offesa per l’insulto ricevuto Usiamo espressioni di disapprovazione Suscitiamo il suo senso di colpa Le difficoltà del genitore Per qualche genitore non è facile accettare che il figlio possa provare sentimenti negativi nei suoi confronti. Sono frequenti commenti del tipo: «Se a sei anni risponde in questo modo, figuriamoci come mi tratterà quando ne avrà diciotto!». Dinanzi alla prospettiva di una deriva irreparabile, la principale difficoltà è mantenere una certa lucidità e pensare che abbiamo ancora tempo ed energie per riflettere e intervenire: non dobbiamo agire d’impulso e sull’onda delle emozioni. I pensieri da tenere sotto controllo L’ingiuria del «piccolo» nei confronti del «grande» risuona alle nostre orecchie come un reato di lesa maestà. Come si permette mio figlio di rivolgersi a me in questo modo? Non conosce la gratitudine? E se tutto ciò, invece, non avesse nulla a che fare con il rispetto? Fraintendiamo il concetto di riconoscenza dimenticandoci che, da ormai quasi un secolo, i padri e le madri danno gratuitamente ai figli con l’unica speranza di vederli crescere «sani e forti». Una delle premesse su cui lavorare è proprio questa: l’ubbidienza, fortunatamente, non è più l’unico modo in cui un figlio dimostra di riconoscere un ruolo ai propri genitori. I punti di forza del bambino I bambini sono molto sensibili ai modelli genitoriali: sono quindi predisposti ad apprendere attraverso l’esempio piuttosto che attraverso le prediche. Che cosa fare Siamo abituati a utilizzare il time out come punizione. Eppure, esiste un modo positivo di impiegare tale strategia che, in casi come questo, potrebbe risultare estremamente utile. Ipotizziamo che al nostro bambino scappi un insulto: ci irritiamo, ma cerchiamo di non esplodere. Proviamo a trattenerci e a dire: «Le parole che hai usato danno parecchio fastidio a papà, sento che sono davvero molto arrabbiato. Siccome non voglio litigare con te e mi sembra che anche tu in questo momento sia nervoso, vado cinque minuti a calmarmi nella mia stanza. Quando sarò più tranquillo, tornerò!». Mostrare al bambino come mettersi da soli in time out è un ottimo metodo. Ancora meglio sarebbe descrivere il proprio time out. Che cosa fa il papà per recuperare la sua serenità? Si siede sulla poltrona e ascolta della musica? Si stende sul letto e legge un libro? Va in cucina e si prepara un tè? I bambini sono sempre molto incuriositi dalle pratiche utilizzate dagli adulti per ritrovare la pace e, spesso, cercano di riprodurle. Di fronte a un altro insulto, invece di spedire il bambino in camera sua, usate una frase come questa: «Vuoi andare nel tuo spazio speciale per recuperare un po’ di calma? Io ho proprio bisogno di andare nel mio per qualche minuto. Ci vediamo qui tra poco, tutti e due più tranquilli. Che dici?». Non guasterebbe accompagnare l’invito con una carezza o un bacio. Vi potreste stupire dell’effetto di questa strategia. ...e se non dovesse funzionare? Se vostro figlio non mostrasse alcun desiderio di recarsi nel proprio spazio di time out, non disperate. Comunicategli comunque che, in situazioni come questa, voi avete la necessità di allontanarvi per ritrovare una maggiore serenità. Se state giocando a carte e, come può capitare dopo aver perso, il bimbo vi urla in faccia: «Hai barato, stupido!», fategli notare che quella parola non vi piace, che vi sentite alterati per averla udita e che, se non vi assentate qualche minuto, potreste litigare. Ecco perché adesso andrete in cucina e vi preparerete un bel tè. Forse questo comportamento non servirà come modello d’azione per il bimbo, ma rientra comunque tra le conseguenze: se tratti male una persona non puoi aspettarti che abbia voglia di giocare ancora con te e, forse, potrebbe essere necessario porgere delle scuse.
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Search-ME - Erickson 6 Genitori e figli
I risultati degli studi che hanno indagato l’emotività dei bambini durante la pandemia, con qualche suggerimento per i genitori per aiutare i figli a vivere la situazione attuale
La pandemia da Covid-19, oltre a modificare l’ambiente di vita dei bambini, ha tinto le giornate dei bambini di emozioni negative, che poco dovrebbero avere a che fare con l’infanzia. Studi condotti a livello nazionale hanno indagato le emozioni più frequentemente provate dai bambini durante la pandemia. Le emozioni provate con maggiore frequenza dai bambini durante la pandemia Le indagini hanno riportato come maggiormente frequenti alcune emozioni come l’angoscia, l’ansia da separazione e l’irritabilità. L’ angoscia è legata all’ansia e alla paura per la salute fisica, propria, di genitori e di parenti, accompagnata dal timore di possibili ospedalizzazioni e/o di morte di persone care. I bambini che hanno vissuto il ricovero in ospedale o la quarantena di persone care, se non addirittura la loro morte, hanno sicuramente sperimentato emozioni ancora forti e traumatiche. Provare ansia o preoccupazione in una situazione come quella che abbiamo vissuto è fisiologico. Tuttavia, quando il timore supera una certa soglia, può portare a una compromissione del proprio benessere. Gli studi condotti hanno poi riscontrato un incremento dell’ansia da separazione. Anche questo stato emotivo è fisiologico perché quando i bambini sono spaventati cercano la loro base sicura, che generalmente sono i genitori o i caregiver, per essere da loro protetti e rassicurati. Durante questa pandemia è però anche successo che, per motivi sanitari o lavorativi, i bambini siano stati separati dalle proprie figure di riferimento. In questo caso l’angoscia che si è generata è sicuramente stata molto intensa. Un’altra emozione riportata spesso nelle indagini è l’irritabilità. Le ricerche non approfondiscono le radici di questa irritabilità. Tuttavia i motivi per cui i bambini possono essere arrabbiati sono tanti: assenza da un giorno all’altro di figure importanti come i nonni, impossibilità di andare al parco giochi, chiusura delle scuole, divieto di poter vedere gli amici… È normale che i bambini si sentano arrabbiati se non possono fare ciò che prima facevano quotidianamente, è però importante che sappiano o apprendano a manifestare questa emozione in modo appropriato e a sfogarla senza fare del male a qualcuno (o a sé) e senza distruggere qualcosa. Le indagini riportano anche la presenza di altre manifestazioni di disagio frequenti, come difficoltà di concentrazione o di attenzione e problemi legati al sonno. Cosa si può fare per alleviare il malessere dei bambini? Gli studi sul benessere dei bambini durante la pandemia sottolineano con forza il ruolo della famiglia nel determinare una migliore capacità di sopportazione della situazione da parte dei bambini. Risulta quindi fondamentale prendersi cura dei genitori e dei caregiver, anche fornendo loro indicazioni chiare su come supportare i propri figli in questo periodo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2020) ha diffuso un documento con alcune considerazioni relative alla salute mentale della popolazione, in cui è presente un paragrafo specifico sui bambini e su come aiutarli a vivere questa situazione nel modo migliore possibile. I suggerimenti proposti dal documento sono i seguenti: Aiutare i bambini a esprimere le proprie emozioni di ansia o tristezza in modo positivo, anche attraverso il gioco e il disegno. Cercare il più possibile di mantenere i bambini vicini alle loro famiglie. Evitare quindi separazioni che non siano necessarie Cercare di mantenere all’interno della famiglia le routine abituali o, se la situazione lo richiede, crearne di nuove adatte alla nuova quotidianità. Cercare di spiegare ai bambini in modo appropriato all’età quello che sta succedendo, rispondendo alle loro domande e contenendo le loro paure. Ricordarsi che i bambini guardano ai propri genitori o caregiver come esempi per comprendere come gestire le emozioni e le preoccupazioni nei momenti di stress.
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