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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Didattica
Come gestire efficacemente il comportamento degli alunni in classe
II comportamento di un bambino all’interno di una classe dipende da molte cose. Un bambino si comporta in un certo modo per la sua intelligenza, il suo temperamento, la sua motivazione, la sua capacità (o incapacità) di controllare le emozioni, il modo con cui è educato in famiglia. Inoltre, si comporta in un certo modo a seconda di come l’insegnante si rivolge a lui. A seconda delle richieste, più o meno facili, più o meno chiare, che gli fa. Naturalmente, dato che stiamo parlando di un bambino inserito in una classe, il suo comportamento dipende molto anche da quello degli altri bambini, dal fatto che i compagni siano tranquilli e silenziosi oppure agitati e aggressivi. COME CLASSIFICARE I COMPORTAMENTI A volte, forse per fare un po’ di ordine nelle nostre teste, siamo portati a classificare queste cause in interne e esterne. Questo modo di ragionare però, dal punto di vista pratico, ci porta poco lontano. Forse è più utile classificare le cause dei comportamenti degli allievi in un altro modo. Ci sono cause sulle quali l’insegnante non ha controllo. È certo, ad esempio, che una famiglia più attenta produrrebbe un allievo più adeguato, ma l’insegnante ha gli strumenti per modificare una famiglia? Certamente no. CONSEGNE E OBIETTIVI CHIARI Per l’insegnante, dunque, è più utile provare a cambiare il proprio comportamento per migliorare quello del suo allievo, piuttosto che arrovellarsi e dannarsi su questioni che non può cambiare. Tra le tantissime cose che dipendono dall’insegnante, c’è la coerenza delle consegne e la chiarezza degli obiettivi. Quando l’insegnante ha obiettivi chiari e ragionevoli per ogni suo allievo, li esplicita in modo semplice, così che ognuno possa capire bene cosa ci si aspetta da lui; gratifica tutti i bambini tutte le volte che raggiungono o per lo meno si avvicinano all’obiettivo; smette di gratificarli in modo sistematico se un obiettivo è stato raggiunto e inizia ad alzare l’asticella per aiutare gli allievi a raggiungere nuovi obiettivi: quando un insegnante si comporta in questo modo, le cose, nella classe, andranno più o meno per il verso giusto. ESISTONO CLASSI DOVE VA TUTTO BENE? Forse esistono, anche se gli psicologi non le conoscono perché in quelle classi nessuno chiede il loro intervento. Di sicuro ne esistono molte dove non tutto va bene. In quelle classi può essere utile cercare di migliorare i comportamenti dei bambini servendosi di metodi più sistematici e più rigorosi. La token economy è uno di questi. La token economy non fa che riprendere i due concetti che abbiamo visto fin qui e dar loro una struttura più solida. Il concetto numero uno si riferisce a tutto ciò che l’insegnante può fare prima del comportamento di un allievo: stabilire e comunicare al bambino obiettivi chiari, personalizzati e ragionevoli. Il concetto numero due si riferisce a tutto ciò che l’insegnante può fare dopo il comportamento di un allievo: rinforzarlo (con molta convinzione!) quando è corretto, punirlo (con moltissime cautele!) quando non lo è. NEL Q-TALK AL CONVEGNO Nel corso del Convegno “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale” in programma a Rimini il 15 novembre esamineremo, attraverso esempi pratici, i metodi di intervento di matrice cognitivo comportamentale – in particolare la token economy e l'apprendimento cooperativo – per affrontare i comportamenti problematici degli allievi in classe: disattenzione, cattive relazioni con i compagni, atteggiamenti oppositivi nei confronti degli insegnanti, aggressività.  
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Search-ME - Erickson 2 Didattica
Come ripartire alla grande da dove ci eravamo lasciati
L’inizio del nuovo anno scolastico è il momento migliore per porre al centro dell’attenzione di alunni e insegnanti il benessere relazionale e lo sviluppo delle abilità sociali. I nostri alunni tornano a scuola carichi di emozioni e aspettative, con un bagaglio di esperienze, avventure, amicizie, conoscenze che la lunga pausa estiva ha lasciato loro. Ognuno ha vissuto la sua estate: c’è chi si è frequentato, chi non si è più visto, chi ha provato nostalgia per qualche compagno, chi proprio non aveva voglia di riprendere con la solita routine. Alle volte il gruppo cambia: qualcuno si trasferisce lontano e qualcuno di nuovo arriva nel quartiere.  COSA FARE NELLE PRIME SETTIMANE DI SCUOLA In questo periodo è importante dedicare tempo a riconsolidare le relazioni e il clima di classe, per lavorare poi con serenità nella costruzione delle diverse competenze richieste dal curricolo. Il tempo dell’accoglienza e della cura alla relazione è un tempo funzionale all’apprendimento; se risulta più facile programmare attività volte a questo obiettivo nelle prime settimane, è nella costanza degli interventi che il gruppo sviluppa la capacità di lavorare in sinergia e in modo funzionale, come una grande macchina complessa fatta di ingranaggi diversi ma proprio per questo importanti gli uni per gli altri. I bambini e le bambine passano gran parte del loro tempo nella scuola, l’interazione e convivenza con più compagni caratterizza le intense giornate di attività dentro e fuori dall’aula.  L’incremento della complessità nella gestione delle classi è esperienza quotidiana e innegabile di ogni insegnante che, con più o meno consapevolezza, si trova a «tessere i fili» in una trama a diversi e intrecciati ancoraggi - alunni, famiglia, comunità, colleghi, istituzione scolastica, contenuti di apprendimento, motivazione, bisogni educativi speciali - con grande delicatezza per mantenere un equilibrio che è spesso instabile.  BENESSERE (E MALESSERE) A SCUOLA Le recenti ricerche, condotte in Italia da una Commissione ministeriale che si occupa del benessere (e malessere) a scuola, confermano l’alert lanciato dall’OMS rispetto a una sempre più precoce condizione di vulnerabilità dell’umore e della sfera emozionale nei bambini e che prosegue nei gradi successivi con una demotivazione scolastica importante.  È esperienza quotidiana dell’insegnante essere sollecitato nel suo ruolo educativo a rispondere con efficacia a diversificate difficoltà: gestione dei conflitti, mediazione di comunicazioni difficili, sostegno ai bambini e bambine che non sanno rispondere adeguatamente in situazione di frustrazione, risposte a comportamenti oppositivi, problematicità che emergono per le più svariate motivazioni.  Si riscontrano sempre più bisogni differenziati nei bambini e nelle bambine, non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche da quello emotivo-affettivo e dell’autocontrollo. La scuola ha dunque il compito di trovare strumenti efficaci e consapevoli capaci di dare risultati per lo sviluppo delle competenze formative, per il benessere e per la vita dei suoi alunni.  L’IMPORTANZA DELLE LIFE SKILLS Riuscire a far lavorare costruttivamente i bambini e le bambine insieme è un traguardo, non un punto di partenza, come spesso si pensa; in molti casi, per l’impostazione attuale della società e della famiglia, la scuola diventa il primo luogo dove i bambini e le bambine interagiscono in uno spazio sociale regolamentato e quindi bisogna aiutarli anche a raggiungere le competenze sociali.  Per usare le parole di Kurt Lewin, «il gruppo è qualcosa di più, o meglio dire, qualcosa di diverso, della somma delle singole parti». Strumento prezioso per questo obiettivo sono le life skills, competenze sociali e relazionali che permettono agli alunni di affrontare in modo efficiente le esigenze di vita quotidiana e che sono state riconosciute nel 1993 dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel documento Life skills education in schools, come tecniche privilegiate per la promozione dell’educazione alla salute a partire dall’ambito scolastico. Inoltre, queste competenze aderiscono in pieno a due importanti punti chiave della didattica inclusiva: attivazione della risorsa compagni ed emozioni-variabili psicologiche nell’apprendimento.  
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Search-ME - Erickson 3 Relazioni
L’autrice Elisabetta Mauti racconta come funziona il libro-gioco per imparare a litigare “come si deve”
La moderna pedagogia insegna che litigare fa bene (come dice il titolo di un famoso libro di Daniele Novara), perché il litigio consente ai bambini di esercitarsi allo scontro e, se ben gestito, di crescere e di sperimentare diverse modalità relazionali. Certo, la lite non è la strada migliore per relazionarsi, ma dovrebbe rappresentare un passaggio da superare per arrivare, pian piano, a modelli di interazione più evoluti. Ma come fare per rendere il litigio occasione di crescita? Un buono strumento è quello della parola, grazie alla quale l’adulto ragiona con il suo bambino sugli effetti del litigio: ciò che produce fuori e dentro di lui. Il libro “Ha cominciato lui!” permette ai bambini, seguendo le avventure del piccolo Tito e dei suoi fratelli, di fare quello che non sono in grado di mettere in atto quando le stesse cose capitano a loro, ossia riderci sopra e prendere le distanze. Si tratta di un libro-gioco, con tante decisioni da prendere. Ciascuna di esse conduce a un bivio, dove il giovane lettore dovrà decidere che strada prendere, contraddistinta da cartellini di diverso colore. Una scelta multipla di alternative aspetta il lettore che riceverà un feedback sui suoi comportamenti. Sarà sempre possibile tornare indietro, compiere una scelta differente, modificare il percorso della storia. La presenza dell’adulto è importante, per capire insieme cosa è possibile fare in ogni situazione, senza per questo limitare le proprie scelte, ma anzi spingendosi ogni volta a vedere che cosa potrebbe succedere cambiando percorso. Nel libro, come nella vita, le strategie sono tante; alcune portano il protagonista a muoversi in modo indipendente, altre a trovare un accordo o un compromesso, altre ancora a combattere contro i nemici o perfino a darsela a gambe! Già sapere che la prima reazione non è l’unica strada possibile aiuta i bambini a ragionare in un mondo ricco di sfumature e di possibilità. Il gioco riesce davvero quando saranno capaci di fare loro queste strategie e — alla bisogna — «esportarle» anche a scuola, con gli amici o con i fratelli. Tutto è pretesto per costruire un legame con il nostro bambino, fatto di parole e suggerimenti, finalizzati sempre a ragionare insieme sul mondo e sul modo migliore per affrontarlo. Questo libro vuole essere uno strumento per giocare insieme e divertirsi, mettendo allo stesso tempo a fattore comune idee, ipotesi e ragionamenti per spingere i giovani lettori a trovare sempre nuove alternative. Ecco l’inizio del libro “Ha cominciato lui!” e le prima scelte...   #immaginare
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Search-ME - Erickson 4 Difficoltà di linguaggio
Come funziona e quali alterazioni può presentare in caso di disturbi
Le rappresentazioni mentali di oggetti, persone, azioni, contesti, ecc. consentono al bambino di sviluppare il linguaggio, in particolare nella sua componente semantico-lessicale. Il sistema semantico e quello lessicale Il sistema semantico comprende le conoscenze apprese sul mondo: agendo nella relazione con gli oggetti e integrando le afferenze provenienti dal mondo esterno (5 sensi) e dal proprio corpo (propriocezione), il bambino riesce ad astrarre caratteristiche e a formare categorie gerarchiche tra i concetti e le parole ad essi connesse. Il sistema semantico, dunque le conoscenze, si sviluppa indipendentemente dall’etichetta lessicale; tuttavia, la possibilità di apprendere nuove parole è facilitata dalla capacità di inserirle in una categoria di appartenenza (semantica). Il lessico, infatti, viene appreso associando parole a immagini mentali. Il sistema lessicale, che si suddivide in lessico passivo o di input (parole di cui la persona conosce il significato, ma che non necessariamente utilizza nell’esprimersi) e lessico attivo o di output (parole che la persona usa), è specifico per ciascuna lingua e cambia da individuo a individuo in quanto dipende dal suo stile cognitivo, dal contesto socio-culturale e dai suoi interessi. disturbi specifici di linguaggio, dove la compromissione riguarda prevalentemente il sistema lessicale; ritardi cognitivi e disturbi dello spettro autistico, in cui si ha un alterato sviluppo semantico che influenza quello lessicale; danni cerebrali (traumi cranici, ictus, ecc.), in cui possono essere compromessi uno o entrambi i sistemi.   Le principali conseguenze dei disturbi del linguaggio In presenza di disturbi semantico-lessicali, le conseguenze funzionali maggiormente osservabili sono: linguaggio caratterizzato da anomie, cioè difficoltà nel recuperare la parola corretta, con possibile comparsa di circonlocuzioni (il bambino inizia a descrivere l’oggetto di cui in quel momento non ricorda il nome); parafasie semantiche, per cui il bambino recupera una parola diversa da quella corretta ma della stessa categoria semantica (ad esempio «mela» per «pera»); indicazione di categoria superordinata (ad esempio «frutta» per «pera») o sottoordinata (ad esempio «gatto» per «animali»); difficoltà nella fluenza verbale per categoria semantica, per cui il bambino non riesce a reperire il lessico inerente una specifica categoria (ad esempio dire tutti i frutti che gli vengono in mente, gli oggetti che servono per tagliare, oggetti che sono rettangolari, ecc).
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