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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Psicologia
Anna Maria Taroni, arteterapeuta e designer, risponde alla suggestione “Che tipo di insegnamento hai tratto dalla pandemia?”
La pandemia come esperienza traumatica, inaspettata, non prevedibile. Una quotidianità improvvisamente scossa, rovesciata, capovolta. Un’enorme occasione per ricostruire in modo differente ciò che non corrispondeva più alla nostra persona. Grazie anche al lavoro come arteterapeuta, ho potuto raccogliere domande provenienti da tante persone che giravano attorno ad un nodo altrettanto traumatico: quello di incontrar-si. Incontrar-si, nel senso profondo di dire sì a se stessi, incontrandosi, guardandosi, conoscendosi, accarezzando le proprie paure, angosce, fragilità. Con le spalle al muro, immersi in un silenzio assordante, in un tempo sconosciuto e senza certezza alcuna, chiusi fra quattro mura, senza scuse, con gli impegni azzerati, le agende improvvisamente vuote, con le sue pagine spaventosamente bianche, impossibilitati a trovare una via di evasione, ci siamo dovuti guardare allo specchio, senza possibilità di rifuggire. Un’occasione d’oro per rimettere in fila le priorità della vita, prendersi cura di sé, coltivare il proprio giardino interiore, conoscere le sue sfumature, odori e sapori. Giardino che per crescere richiede potature, innesti e semine nuove. Non c’era più la scusa del “non ho tempo”, “devo fare”. Per la prima volta ci siamo trovati ad avere tempo. Siamo stati chiamati a potare, a sporcarci le mani arando la terra, per prepararla al nuovo che verrà. Chi ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani, inizia a vedere le nuove piantine che ora crescono. Piante simbolo di progettualità e futuro. Coltivando questo giardino interiore, c’è stata la straordinaria scoperta che non esiste solo un fuori, ma ciò che ci rende preziosi è il nostro dentro, che va conosciuto, attraversato, abitato e non rifuggito.  Abbiamo imparato a stare, ad attendere, ad abitare un tempo dilatato e ad attraversare le grandi domande, a farci domande, abbiamo ritrovato un dialogo interiore. Abbiamo conosciuto ancora meglio chi abita sotto al nostro stesso tetto, abbiamo avuto la possibilità di fare un pezzo di cammino a distanze ravvicinate o in alcuni casi a enormi distanze, alimentando il desiderio dell’incontro. Finalmente le risposte giuste non erano su internet, perché non c’era una risposta giusta e altre sbagliate, ma c'era una ricerca. Improvvisamente ci si è riscoperti soggetti, dove gli oggetti non riuscivano più a tacitare le angosce: l’unico modo era quello di guardarsi e ascoltarsi. Con le spalle al muro, inchiodati nella nostra posizione, abbiamo iniziato a viaggiare fra le nostre terre inesplorate, conoscendoci e anche scoprendoci. La pandemia ci ha offerto la grande possibilità di riprendere in mano la nostra storia. C’è chi questa sfida l’ha accetta, c’è chi l’ha rifuggita perché potare è una scelta, arare la terra richiede cambiamento di prospettiva, piantare un albero impone una visione e progettualità verso il futuro. Tutte azioni che chiedono di uscire dal virtuale per tornare finalmente connessi con la realtà circostante, quella concreta.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia età evolutiva
Usare questo approccio terapeutico di psicoterapia integrata per il superamento degli eventi traumatici può rivelarsi utile anche in età evolutiva
Integrare la terapia EMDR nella pratica professionale può rivelarsi impegnativo. La sensazione iniziale di imbarazzo e poca familiarità con alcuni suoi passaggi fa sì che spesso i clinici esitino nell’avviare il modello. Ciò può risultare ancora più sfidante per i terapeuti che si occupano di età evolutiva, specialmente se abituati a un approccio poco direttivo e a interpretare ciò che il bambino fa mentre gioca.Il fatto che non esistano sufficienti ricerche sulla terapia EMDR nel settore dell’infanzia non significa in alcun modo che essa sia controindicata.  In realtà, anche i bambini molto piccoli rispondono bene a tutte le fasi dell’EMDR.  Pertanto, dopo aver intrapreso la formazione di base, l’utilizzo del modello con un bambino richiede, in primo luogo, esperienza e formazione nel lavoro con l’età evolutiva. In seguito, il terapeuta deve introdurre abilità cliniche appositamente progettate per i bambini, che rendano possibile adattare le parti del protocollo all’interno di una cornice evolutiva appropriata al singolo soggetto. Distillare le parti della terapia EMDR con tecniche di terapia del gioco o di arte terapiarisulta efficace con tutti i pazienti, e in particolar modo con i più piccoli.Nonostante la terapia EMDR sia scandita da otto fasi, il processo di psicoterapia è in realtà spesso circolare, con il clinico che ha bisogno di tornare a fasi precedenti quando nuove reti mnestiche diventano accessibili e attivate, e di conseguenza emergono maggiori informazioni.Ad esempio, dopo aver raccolto un’anamnesi completa e creato un piano di trattamento, il terapeuta potrebbe apprendere informazioni nuove e/o più dettagliate sulla storia del paziente durante la fase di assessment. In base a ciò, potrebbe stabilire che questi ha bisogno di ulteriori risorse per tollerare la rielaborazione delle nuove informazioni. Il ritorno alla fase di preparazione per creare nuove risorse avviene di frequente con i bambini, che cambiano esperimentano il mondo con grande rapidità. Potenziare le risorse del paziente lo aiuta a tollerare le fasi di rielaborazione del trauma e a giungere a una risoluzione adattiva dei sintomi. La terapia EMDR è spesso imprevedibile e sorprendente, poiché terapeuta e paziente scoprono insieme come quest’ultimo abbia sperimentato e consolidato l’evento traumatico. Spesso emerge un grosso «pezzo mancante» che spiega perché l’evento si sia incapsulato nella memoria dell’individuo e non si sia risolto attraverso il naturale processo di guarigione. In ogni fase della terapia EMDR il clinico deve essere consapevole del fatto che i bambini elaborano in modi peculiari ed è chiamato a seguire il loro particolare processo di guarigione.  È qui che egli può integrare gli strumenti che fanno già parte del suo bagaglio professionale. La capacità di ascoltare, entrare in sintonia e usare abilità cliniche facilita il processo di trattamento. Inoltre, il terapeuta deve operare una traduzione dal linguaggio degli adulti a quello dei bambini, essenziale per il processo, per tutte le otto fasi EMDR.I terapeuti specializzati nell’età evolutiva potrebbero essere tentati di interpretare ciò che il bambino pensa o prova; tuttavia, con l’EMDR è utile seguire la guida del paziente e aderire al protocollo attuandolo in un modo per lui comprensibile.I giovani pazienti potrebbero aver bisogno di assistenza per esprimere ciò che stanno sperimentando: è quindi compito del terapeuta infantile aiutare il bambino a trovare le parole e/o i modi per esprimere se stesso; tuttavia, i clinici devono stare attenti a non istruire troppo e a non influenzare i significati personali. Usare domande non ingannevoli che iniziano con «Mi chiedo» può essere utile per insegnare al bambino che non c’è una risposta giusta e che la sua esperienza è quello che conta; il contributo dei genitori è importante, mala sua esperienza è ciò che dirige il trattamento. È su questo principio che si fonda la terapia EMDR con bambini e adolescenti.
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Search-ME - Erickson 2 Psicologia
Dopo i lunghi mesi di isolamento e di DAD, alcuni spunti di riflessione per i professionisti che lavorano con bambini e ragazzi con disturbi di comportamento
Pietro Muratori è psicologo e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, esperto di problemi di comportamento in età evolutiva. In questo articolo, si rivolge ai professionisti che si occupano di disturbi del comportamento per offrire loro qualche suggerimento su come portare avanti il lavoro con bambini e ragazzi dopo l’emergenza Covid, mettendo a frutto anche alcune opportunità emerse durante il lockdown. Gli spunti di riflessione che voglio condividere fanno riferimento in particolare alla fascia di età compresa tra i 5 e i 11 anni, periodo precedente all’inizio della fase della prima adolescenza. La seduta con la mascherina In seduta sarà necessario far portare al bambino la “mascherina” e questo sarà una regola. I bambini con problemi di comportamento, si sa, non amano le regole, anche quelle essenziali per la vita con gli altri. È, quindi, fondamentale coinvolgerli: inventiamo con loro storie sul virus e sull’uso dei dispositivi, coloriamo insieme la mascherina o attacchiamoci sopra degli adesivi per renderla il più personale possibile e premiamo il bambino a intervalli di tempo regolari per l’impegno nell’uso continuativo della mascherina. Scegliamo il premio in modo che il bambino possa condividere con noi un interesse, un video o un momento di gioco: ricordiamoci sempre che è il calore umano che viene offerto dall’adulto al bambino che aiuta quest’ultimo ad interiorizzare una regola. La video-comunicazione La Didattica a Distanza ha portato molte famiglie ad avvicinarsi alle piattaforme di video-comunicazione, dandoci la possibilità di mantenere questo canale per le terapie con i genitori. Se utilizzato in modo etico e con spirito non-giudicante, ciò potrebbe offrirci numerosi vantaggi: coinvolgere entrambi i genitori in seduta sarebbe più semplice, avendo la possibilità di connettersi senza doversi spostare fisicamente; saremmo in grado anche di essere coinvolti in prima persona nella strutturazione dell’ambiente domestico del bambino. Riguardo a questo secondo punto è bene ricordare come la generalizzazione delle abilità apprese in terapia è uno dei limiti possibili della Terapia Cognitivo Comportamentale. Fare sedute con i genitori connessi da casa può essere un’occasione per ovviare a tale limitazione, migliorando la qualità della vita del nucleo familiare e l’alleanza terapeutica. Ad esempio, potremo osservare insieme ai genitori come hanno strutturato alcuni ambienti domestici (la stanza dove il figlio fa la lezione, quella dove gioca o quella dove va a dormire) e lentamente aiutarli a cucire le caratteristiche di questi ambienti al fine che queste rispondano meglio ai bisogni unici dei loro bambini. L’incontro con insegnanti e genitori In queste fasi di sovraccarico per la scuola, alle prese con la didattica a distanza, spesso è stato difficile stabilire un contatto con gli insegnanti o valutare come effettivamente stessero procedendo gli apprendimenti e il comportamento dei bambini. Cerchiamo, appena possibile, di organizzare un incontro che coinvolga gli insegnanti e la famiglia dei bambini che seguiamo. Partiamo dai punti di forza che sono emersi nel bambino e nel suo contesto durante la Didattica a distanza, dalle risorse che è riuscito ad utilizzare in una situazione tanto particolare quanto estraniante. Riconosciamo, insieme a insegnanti e genitori anche le oggettive difficoltà incontrate. Questo riconoscimento darà a tutti la possibilità di tornare a fare progetti per il futuro e di ricordarsi come la capacità di fare rete sia la risorsa essenziale perché questi progetti diano i frutti sperati».
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Search-ME - Erickson 3 Psicologia
Il ruolo fondamentale che giocano pazienti e famiglie nei percorsi di cura dei disturbi neuropsichici
Il sistema di cura per i disturbi neuropsichici in età evolutiva in Italia è spesso dispersivo, intempestivo e a corto di risorse. Molti bambini e famiglie non riescono ad accedere agli interventi terapeutici e riabilitativi di cui necessitano e, quando invece ciò accade, succede spesso che si creino incomprensioni e tensioni tra operatori sanitari, da una parte, utenti e famiglie dall’altra, che finiscono con l’interferire sia sul processo di cura che sui suoi esiti. Non stupisce che i dati internazionali evidenzino che la maggior parte dei percorsi nell’ambito della salute mentale infantile si interrompe per decisione unilaterale della famiglia o del soggetto, molto prima che il percorso possa essere considerato concluso dal punto di vista dei clinici. Di fronte a criticità tanto rilevanti, sembra chiaro che il sistema di cura debba cambiare, mettendo al centro i bisogni e i valori degli utenti e delle famiglie. Per fare questo è necessario che il sistema si doti di strategie attive per la promozione della partecipazione da parte del paziente e della sua famiglia. La partecipazione è cruciale nell’ambito della salute mentale poiché i processi trasformativi che avvengono in questo campo sono sempre legati a cambiamenti attivi di qualche aspetto rilevante della vita del paziente e della sua famiglia. Nell’ambito della salute neuropsichica la terapia non è qualcosa che semplicemente ricevi o che ti è somministrato, ma qualcosa che fai. Ciò implica che le terapie più efficaci siano anche quelle che si accompagnano a un coinvolgimento attivo, libero, consapevole e responsabile degli utenti e delle famiglie. Promuovere partecipazione dunque è già promuovere un esito positivo poiché senza un coinvolgimento attivo nella cura è assai probabile che la cura sarà inefficace. Una lunga tradizione di studi in ambito sanitario e psicosociale ha ormai posto in evidenza con estrema chiarezza che la promozione della partecipazione non può essere affidata alla sensibilità dei singoli professionisti. Essa richiede un preciso mandato di sistema, attiene a un modo di concepire il rapporto tra il sistema di cura e gli utenti, non banalmente (o comunque non solo) allo stile relazionale e comunicativo degli operatori e degli utenti. Un sistema che operi dando scarso valore alla partecipazione degli utenti sarà governato dalla convinzione che il valore che nel contatto con l’utente definisce sempre la migliore opzione trattamentale è il principio di beneficialità in base a criteri sanitari (per esempio il profilo di efficacia di un farmaco o l’indicazione per un certo percorso trattamentale standardizzato). Su questo valore infatti si radica l’idoneità di una certa cura o intervento psicosociale sulla base delle linee guida e delle buone pratiche. Un sistema che tenti di operare in una chiave partecipativa riconosce invece che il valore della beneficialità in base a criteri sanitari è solo uno dei valori in campo, che intrattiene una dialettica attiva con altri valori cruciali. La promozione della partecipazione riguarda dunque la ridefinizione della gerarchia in base alla quale operiamo scelte in ambito sanitario, poiché effettuare percorsi di cura significa attraversare processi di conoscenza nei quali devono essere prese decisioni, per aiutare le persone a orientarsi verso una trasformazione attiva di qualche aspetto rilevante della loro vita.
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Search-ME - Erickson 4 Psicologia
Abbiamo chiesto a Gabriele Melli, direttore di IPSICO di Firenze, alcuni consigli su come scegliere la scuola di specializzazione in psicoterapia
Il 10 ottobre si celebra la Giornata Nazionale della Psicologia: una giornata, patrocinata dal Ministero della Salute, che ha lo scopo di valorizzare e far conoscere maggiormente ai cittadini le potenzialità della Psicologia come scienza e come professione. In occasione di questa giornata, abbiamo chiesto a Gabriele Melli, direttore dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva (IPSICO) di Firenze – una scuola quadriennale di specializzazione in psicoterapia riconosciuta dal MIUR – di illustrarci uno dei possibili sbocchi della Laurea in Psicologia, ossia la scelta della scuola di specializzazione in psicoterapia. Dott. Melli, potrebbe dare qualche consiglio a chi si è laureato in psicologia su come scegliere una scuola di specializzazione in psicoterapia? Quali sono gli aspetti cruciali da valutare per capire se è la scuola “giusta” per noi? La scelta di una scuola di psicoterapia è un momento molto delicato perché presumibilmente orienta il futuro professionale del neo-laureato. Non esiste la scuola giusta in assoluto, ma a mio avviso è fondamentale orientarsi su scuole ben radicate sul territorio di appartenenza, che abbiano alle spalle un centro clinico e un corpo adeguato di docenti e supervisori effettivamente presenti in sede.  Ognuno inoltre deve orientarsi sull’approccio psicoterapeutico che sente più vicino ai propri interessi e alle proprie preferenze, ma con un occhio al mercato e a quello che richiede, alla vicinanza maggiore possibile con il mondo medico/scientifico, altrimenti il rischio è di investire tanto in una formazione non spendibile lavorativamente. Suggerisco infine, al di là dell’approccio scelto, di preferire le scuole che abbiano un chiaro e definito modello di riferimento, con solida storia alle spalle e ricerca a supporto a livello internazionale. Quali persone si possono definire “psicoterapeuti”? Solo coloro che hanno frequentato una scuola di specializzazione in psicoterapia e hanno quindi ottenuto un diploma di specializzazione in psicoterapia? Assolutamente sì, questo per legge. Anche gli specializzandi non possono definirsi psicoterapeuti, né “psicoterapeuti in formazione”, nonostante esercitino attività di psicoterapia sotto supervisione. L’unico titolo spendibile fino al conseguimento del diploma finale di specializzazione rilasciato da una scuola riconosciuta dal MIUR è quello di Psicologo o Medico. Quali sono le prospettive di lavoro future per uno psicoterapeuta formato al termine della scuola di specializzazione in psicoterapia? Come già accennato a mio avviso molto dipende in primis dal tipo di approccio psicoterapeutico. È indubbio infatti che alcuni modelli clinici siano più attuali, scientificamente basati, efficaci in tempi relativamente brevi e di conseguenza meglio “vendibili”. Visto inoltre che il lavoro dello psicoterapeuta è nel 95% dei casi di tipo libero-professionale, l’intraprendenza del singolo terapeuta, le sue capacità “imprenditoriali”, la disponibilità a collaborare a progetti di ricerca, la conoscenza della lingua inglese, sono tutti elementi che aumentano la probabilità di ricavarsi uno spazio.  Fondamentale è anche trovare una propria area di iper-specializzazione, anziché rimanere uno “psicoterapeuta generico”. Infine aiutano molto i contatti con le strutture territoriali che lo studente può essersi costruito durante gli anni di scuola. Questo è il motivo per cui serve far affidamento su scuole di specializzazione ben radicate sul territorio e con alle spalle importanti centri clinici.
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Soltanto percorsi di cura che coinvolgano l’intera famiglia, tenendo conto della situazione complessiva e mettendo al centro dell’attenzione il minore, possono risultare funzionali in situazioni di grave conflittualità familiare
È molto probabile che adolescenti esposti da anni a situazioni di grave conflittualità familiare (o imprigionati in situazioni relazionali gravemente disfunzionali, che poi esitano in pesante conflittualità e processi separativi estremamente difficili) si presentino all’attenzione dei Servizi con comportamenti devianti e/o quadri psicopatologici che comportano l’incanalamento in percorsi di cura determinati dal «sintomo». Le situazioni più comuni che si riscontrano sono quelle di adolescenti suicidari, dipendenti da sostanze stupefacenti, affetti da sintomatologie ossessivocompulsive e così via. Inquadrando i ragazzi in percorsi di cura legati al «sintomo», tuttavia, rischiamo di dimenticare che si tratta di ragazzi che, immersi in situazioni di grave conflittualità familiare, hanno trovato strategie per sopravvivere a situazioni insostenibili e potremmo essere indotti a progettare percorsi di cura che sottovalutano l’importanza della famiglia che hanno alle spalle e che possono costituirsi come ulteriore fattore di rischio in queste già delicate situazioni. Deve essere, invece, ribadita con forza la necessità di attivare percorsi di cura familiari, che mettano al centro i minori, ma prevedano un forte coinvolgimento degli adulti. Prese in carico frammentate, che non partano da una lettura unificata del problema e non condividano un progetto di aiuto coerente, sono da ritenersi particolarmente controindicate, in quanto passibili di aumentare la conflittualità che già caratterizza queste difficili situazioni. All’interno dei percorsi di cura che devono essere attivati in questi casi, gli adolescenti possono essere davvero dei protagonisti importanti. Possono capire, riflettere, interloquire in modo utile con i loro genitori, con una profondità che spesso stupisce anche l’operatore. Ma da soli non ce la fanno, hanno bisogno che i genitori capiscano, almeno un po’, che diano il loro contributo, magari limitato. Dietro ad atteggiamenti aggressivi e ribelli, magari squalificanti l’intervento dell’adulto, possono essere davvero generosi e capaci di valorizzare quello che i genitori riescono a mettere in campo. Pensiero, energie, creatività, capacità di dar vita a relazioni di partnership, propensione a collaborare in rete quando altri operatori sono presenti sulla scena sono requisiti indispensabili per intervenire efficacemente in questi casi. È, inoltre, fondamentale non dimenticare di monitorare la quantità e la qualità del pericolo cui l’adolescente è esposto, sia in termini di possibili violenze a lui dirette, sia in termini di comportamenti a rischio da lui direttamente agiti. In alcuni casi, infatti, è possibile che la gravità della situazione richieda la messa in atto di interventi protettivi e di tutela e che il percorso di aiuto, pur essendo irrinunciabile, da solo non sia sufficiente.
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