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I mini gialli dei dettati 2
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia
Quali sono le fasi del processo terapeutico volte all’elaborazione dei ricordi traumatici.
La terapia EMDR  (Eye Movement Desentization and Reprocessing), adottata da un numero sempre crescente di psicoterapeuti in tutto il mondo e basata sul modello di elaborazione adattiva dell’Informazione (AIP), è un metodo terapeutico evidence-based che permette l’elaborazione dei ricordi traumatici immagazzinati in modo disfunzionale all’interno del sistema di memoria.  Grazie alla desensibilizzazione e rielaborazione del ricordo traumatico l’EMDR allevia la sofferenza emotiva e permette la riformulazione delle credenze negative del paziente.  Nella strutturazione del piano terapeutico EMDR , gli obiettivi sono il consolidamento delle risorse del paziente e l’identificazione di target basati sui tre assi temporali di passato, presente e futuro. Nel passato si collocano i ricordi precoci alla base del disturbo attuale; nel presente i trigger attuali che riattivano tale materiale; nel futuro le risposte future che il paziente vorrebbe attuare. L’obiettivo delle otto fasi del piano terapeutico è quello di raggiungere una completa elaborazione dell’evento traumatico.  Fase 1: anamnesi del paziente La fase iniziale è un momento importante per l’accoglienza del paziente e della sua sofferenza e per la costruzione di un adeguato clima di alleanza e di fiducia. Il suo obiettivo è comprendere a fondo il quadro clinico del paziente, utile per delineare un piano terapeutico adeguato e per formulare degli obiettivi terapeutici condivisi. Il primo passo è dunque quello della raccolta anamnestica, che nella terapia EMDR ha il duplice scopo di valutare l’idoneità del paziente all’elaborazione del materiale traumatico e di identificare i potenziali target che andranno a costituire lo scheletro del piano terapeutico.  Fase 2: preparazione L’elaborazione dei ricordi traumatici deve avvenire all’interno di un contesto sicuro e di una relazione terapeutica caratterizzata dalla fiducia: è pertanto importante che il clinico informi in modo chiaro ed esaustivo il paziente riguardo quello che potrebbe accadere durante il corso del processo terapeutico, come ad esempio la forte attivazione emotiva che può emergere nella fase di elaborazione dei ricordi traumatici. L’obiettivo della fase 2 è quindi illustrare nel dettaglio al paziente la procedura EMDR e insegnargli alcune tecniche di rilassamento utili per gestire i momenti di forte attivazione.  Fase 3: assessment di ogni target Questa fase è caratterizzata dalla rielaborazione vera e propria dell’evento traumatico. Affinché si possa giungere alla completa elaborazione del ricordo traumatico, è importante che durante questa fase vengano attivati tutti i canali sensoriali coinvolti al momento in cui l’evento si è verificato in quanto, come ben si sa, le memorie non elaborate lasciano una traccia anche a livello corporeo.  Fase 4: desensibilizzazione Giunti a questo punto, il paziente è pronto e attrezzato per elaborare attivamente il ricordo traumatico. L’obiettivo in questa fase è quindi ridurre la sofferenza in relazione allo stimolo-target precedentemente selezionato.  Fase 5: installazione della cognizione positiva L’obiettivo principale di questa fase è installare la cognizione positiva, al fine di sostituire la credenza negativa originale e aumentare nel paziente il senso di autostima e di autoefficacia. Una volta installata la cognizione positiva, nel momento in cui il paziente richiamerà alla memoria l’evento traumatico, legherà ad esso tale affermazione autoriferita positiva e sarà perciò in grado di dare nuovo valore ai significati fino ad allora associati all’evento, rimodellando il suo sistema di credenze. Fase 6: scansione corporea La scansione corporea consiste nel chiedere al paziente di «percorrere» il proprio corpo, dalla testa ai piedi, come con uno scanner, focalizzando l’attenzione su qualunque segnale arrivi da esso. Se durante la scansione il paziente avverte delle tensioni in alcune parti del corpo, il lavoro si focalizzerà su quelle sensazioni per elaborarle fino a quando cesseranno di generare fastidio. Alla fine di questa fase il paziente deve poter rievocare il ricordo elaborato senza che ad esso si accompagnino tensioni corporee o sensazioni negative. Fase 7: conclusione La settima fase è l’ultima prima della conclusione della seduta e con essa il terapeuta si assicura che il paziente si trovi in una condizione ottimale di equilibrio prima di congedarlo. Il paziente deve lasciare la stanza di terapia con la sensazione di aver raggiunto un obiettivo importante e di avere un pieno controllo della situazione. Per questo può essere utile rievocare insieme a lui le tecniche di autocontrollo e rilassamento illustrate durante la fase 2 e che potrà usare da solo qualora ne senta il bisogno. Fase 8: rivalutazione In questa fase il terapeuta si assicura che tutti i traguardi raggiunti nella seduta precedente siano stabili e consolidati. Se, invece, nella seduta precedente il ricordo non era stato elaborato completamente, in questa fase viene ripreso e si prosegue con il lavoro su di esso fino a raggiungere la completa elaborazione.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Quattro esperti di psicologia ci spiegano in cosa consiste la «prosopoagnosia», ossia il deficit nel riconoscimento di volti ed emozioni e perché la riabilitazione di questo tipo di disturbo è importante
I volti umani sono stimoli visivi di notevole importanza per le implicazioni di tipo relazionale che la loro elaborazione comporta. Attraverso l’osservazione di un volto umano possiamo desumere numerose informazioni — l’età, il genere, la direzione dello sguardo, le emozioni espresse, la sollecitudine e l’interesse — e possiamo identificare quella particolare persona distinguendola da altre. Una persona può, ovviamente, essere identificata anche utilizzando altre caratteristiche, quali la voce, la postura, la forma del corpo, ma, sicuramente, il volto umano è la principale chiave di accesso per l’identificazione. La capacità di estrarre queste informazioni velocemente (in termini di frazioni di secondo) è fondamentale per le interazioni sociali e ha probabilmente giocato un ruolo chiave nella sopravvivenza dei nostri antenati. Una serie di studi ha corroborato l’ipotesi dell’esistenza fin dalla nascita di un sistema percettivo di base per l’elaborazione dei volti, che si sviluppa e diviene sempre più specifico grazie all’esperienza. Nonostante la precocità dello sviluppo di questo sistema, esso è molto flessibile e matura completamente, per diventare pienamente simile a quello dell’adulto, solo durante l’adolescenza. Questo suggerisce che il sistema di elaborazione dei volti abbia una certa plasticità e che, quindi, almeno in certe circostanze, ci sia la possibilità di migliorare tale abilità in individui che presentano specifici deficit di riconoscimento dei volti con protocolli mirati di riabilitazione. Che cos’è la «prosopagnosia» e qual è la sua origine Il deficit selettivo nel riconoscimento dei volti è denominato «prosopagnosia». La prosopoagnosia può essere acquisita, ossia intervenuta dopo la normale acquisizione delle abilità percettive di elaborazione dei volti in seguito a danno cerebrale (solitamente a livello della regione temporo-occipitale), oppure congenita e/o evolutiva. Prosopagnosia congenita e prosopagnosia evolutiva sono termini spesso utilizzati come sinonimi. Possiamo però definire la prosopagnosia congenita come un deficit specifico nell’elaborazione dei volti presente fin dall’infanzia in individui senza alcuna evidente lesione cerebrale o disturbo del neurosviluppo, mentre la prosopagnosia evolutiva è una condizione presente dalla nascita, ma connessa a un evidente danno cerebrale precoce o disturbo del neurosviluppo. Le difficoltà che incontrano le persone con prosopoagnosia Un bambino con prosopagnosia congenita può avere difficoltà a riconoscere i propri compagni di classe, chiamandoli con nomi sbagliati, comportarsi con persone estranee come se fossero familiari e mostrare difficoltà a riconoscere anche persone di famiglia specialmente se cambiano caratteristiche esterne del loro volto (ad esempio, il taglio di capelli). La prosopagnosia può avere, infatti, un profondo impatto durante l’infanzia, quando può creare difficoltà nel fare amicizia e nel partecipare ad attività sociali, portando a un aumento dei livelli di ansia e accrescendo il rischio di trovarsi in situazioni potenzialmente pericolose derivanti dall’affidarsi erroneamente a sconosciuti. I bambini con prosopagnosia possono avere problemi di sviluppo sociale e presentare deficit di funzionamento sociale simili a quelli osservati negli individui con Disturbi dello Spettro Autistico, con i quali spesso sono confusi durante l’iter diagnostico. In individui adulti con prosopagnosia congenita, sono presenti disturbi di ansia cronica, senso di colpa, sensazione di imbarazzo, fallimento e una specifica paura per le situazioni sociali. Questi disturbi vengono attribuiti dalle persone con prosopagnosia proprio al loro continuo fallimento nel riconoscimento dei volti. Le difficoltà che incontrano le persone con prosopoagnosia Il 2-2,9% della popolazione potrebbe essere affetto da prosopagnosia congenita e, considerando che questo deficit può avere un effetto devastante per la vita sociale di una persona, quello della riabilitazione è un problema clinico rilevante che, sfortunatamente, ha ricevuto poca attenzione. Un training specifico per la riabilitazione dei deficit dell’elaborazione e del riconoscimento dei volti, sviluppato facendo riferimento al modello cognitivo di Bruce e Young (1986), si focalizza sul miglioramento delle capacità di esplorazione delle caratteristiche interne dei volti (in primis, gli occhi). Considerata, inoltre, l’associazione presente negli individui con Disturbi dello Spettro Autistico tra difficoltà di riconoscimento dei volti e difficoltà di riconoscimento delle emozioni, il training prevede anche compiti volti a migliorare la capacità di riconoscere le emozioni.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia età adulta
Domande e risposte sull’approccio terapeutico di psicoterapia integrata per il superamento degli eventi traumatici
Che cos’è l’EMDR? EMDR (Eye Movement Desentization and Reprocessing) è un approccio terapeutico di psicoterapia integrata che sfrutta i movimenti oculari per il trattamento del trauma e dello stress. L’obiettivo della psicoterapia EMDR è quello di collegare il disagio del presente agli aspetti non integrati dell’esperienza traumatica del passato per poi scollegarli nuovamente, finalmente liberi di «lasciare il passato nel passato». Come funziona EMDR? Il trattamento EMDR si articola in un protocollo classico di otto fasi: anamnesi, preparazione, assessment, desensibilizzazione, installazione, scansione corporea, chiusura e rivalutazione. Inoltre, il piano di lavoro con EMDR si sviluppa nelle tre dimensioni temporali del passato, presente e futuro. Confrontandola con la CBT, si è evidenziato come EMDR sia molto più rapida nel raggiungere l’obiettivo. Per quali traumi è indicata EMDR? Gli eventi traumatici che EMDR è capace di trattare sono: i grandi traumi, i cosiddetti «traumi T», provocati da eventi che nell’arco di un solo accadimento hanno un forte impatto sulle capacità di risposta dell’individuo (come un terremoto o un incidente automobilistico), riuscendo a provocare il disturbo da stress post-traumatico PTSD; i «piccoli traumi» o «traumi t», cioè quelle esperienze soggettivamente disturbanti che sono caratterizzate da una percezione di pericolo, anche se non così intensa come quella che si prova nel caso di PTSD. EMDR si è rivelata efficace con il PTSD, ma anche con disturbi d’ansia, incidenti stradali, depressione, maltrattamenti psicologici e fisici, violenza assistita, abuso sessuale, trascuratezza, dissociazione della personalità, traumi legati alla condizione di rifugiato e richiedente asilo. Perché EMDR funziona? L’EMDR, per mezzo dei movimenti oculari, stimola, in modo alternato, i due emisferi cerebrali, destro e sinistro. La stimolazione alternata dei due emisferi facilita la comunicazione, interrotta dal trauma, tra le reti neurali dell’emisfero sinistro e quelle del destro. EMDR ripristina l’equilibrio tra i due emisferi cerebrali, entrambi necessari per l’elaborazione dei ricordi disfunzionali. Il destro è infatti in grado di rievocare e monitorare le emozioni, mentre il sinistro è responsabile della loro elaborazione cognitiva. Chi può fare EMDR? L’utilizzo dell’EMDR da parte del professionista è riservato allo psicologo abilitato alla professione con specializzazione in Psicoterapia.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia età adulta
Che cosa sono e come si svolgono gli interventi di teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica
Cosa sono i disturbi dell’alimentazione? Cos’è la teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica? Perché la teoria transdiagnostica è utile nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione? Cos’è la CBT-E? Come si svolge un intervento di CBT-E? Quali sono le fasi della CBT-E? Cos’è la CBT-E multistep? Come valutare un paziente tramite la CBT-E multistep? Quali le tipologie di trattamento CBT-E multistep tra cui scegliere e perché? È necessaria una specifica formazione specifica per attuare trattamenti di CBT-E e CBT-E multistep?     Cosa sono i disturbi dell’alimentazione? I disturbi dell’alimentazione sono tra i più comuni problemi di salute che affliggono le adolescenti e le giovani donne dei paesi occidentali. Producono spesso gravi danni alla salute fisica e al funzionamento psicosociale e aumentano il rischio di morte prematura. Nonostante le numerose ricerche eseguite, le loro cause non sono ancora note e alcune volte sono molto difficili da curare. Il DSM-V li differenzia in anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da binge-eating e disturbo dell’alimentazione non altrimenti specificato (NAS).     Cos’è la teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica? La teoria cognitivo-comportamentale è stata la più influente nel produrre trattamenti basati sull’evidenza nell’ambito dei disturbi dell’alimentazione. La teoria è stata estesa a tutte le forme di disturbi dell’alimentazione di gravità clinica e per tale motivo è stata definita “transdiagnostica”. Tale teoria è principalmente focalizzata sui processi di mantenimento della psicopatologia dei disturbi dell’alimentazione che sono più rilevanti per spiegare le caratteristiche cliniche del disturbo, piuttosto che sulla diagnosi DSM. In breve, la teoria descrive l’egosintonicità e il perché il disturbo si mantiene.     Perché la teoria transdiagnostica è utile nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione? La teoria è supportata da numerose evidenze; inoltre descrive in modo chiaro i meccanismi postulati di mantenimento della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione che forniscono un punto di riferimento per i terapeuti e i pazienti. La natura transdiagnostica della teoria e la sua attenzione alla psicopatologia che opera nei pazienti, aiuta a superare gli stretti criteri diagnostici del DSM. La terapia derivata da questa, affrontando i meccanismi di mantenimento proposti, si è dimostrata la più efficace nel trattamento ambulatoriale dei pazienti con bulimia nervosa e altri disturbi dell’alimentazione con un IMC > 17,5, e molto promettente per quelli affetti da anoressia nervosa.     Cos’è la CBT-E? La CBT-E, acronimo di Cognitive Behavioral Therapy – enhanced, consiste in una terapia cognitivo comportamentale “migliorata”, in cui la formulazione transdiagnostica ne rappresenta uno degli strumenti fondamentali. Vengono cioè tenute in conto le caratteristiche psicopatologiche, l’egosintonicità e il perché del mantenimento della patologia; non c’è un focus sulla diagnosi. Tale formulazione può essere adattata con minime modifiche a tutte le categorie diagnostiche di questi disturbi, o meglio alle manifestazioni individuali della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione, e fornisce una guida da condividere con i pazienti sui processi che dovranno essere affrontati dal trattamento.     Come si svolge un intervento di CBT-E? La CBT-E può essere somministrata in due forme: “focalizzata”, che affronta esclusivamente i processi di mantenimento specifici della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione e “allargata”, che affronta con moduli specifici uno o più dei tre meccanismi di mantenimento aggiuntivi proposti dalla teoria cognitivo-comportamentale transdiagnostica (il perfezionismo clinico, la bassa autostima nucleare e le difficoltà interpersonali). La CBT-E prevede due intensità di trattamento: una di 20 sedute da eseguirsi in 20 settimane per i pazienti con un IMC > 17,5; un’altra di 40 sedute da svolgersi in 40 settimane per quelli con un IMC < 17,5.     Quali sono le fasi della CBT-E? La CBT-E ha quattro fasi ben definite: La Fase Uno è una fase iniziale, intensiva, durante la quale gli appuntamenti sono due alla settimana. Gli scopi sono ingaggiare la paziente nella terapia e nel cambiamento, creare insieme a lei una formulazione personalizzata, fornire un’educazione pertinente ed introdurre due potenti procedure della CBT-E rilevanti per tutte le pazienti con Disturbi dell’Alimentazione: “pesarsi in seduta” e “mangiare regolarmente”. Viene data al paziente una teoria per leggere il problema, per poter far lavorare il paziente stesso su ciò che è effettivamente percepito come un problema dal paziente stesso. La Fase Due è una breve fase di transizione in cui il terapeuta e la paziente fanno la revisione del lavoro svolto, rivedono i progressi fatti, identificano gli ostacoli al cambiamento, modificano la formulazione secondo le necessità e pianificano la Fase Tre. La Fase Tre è il corpo principale del trattamento e il suo scopo è quello di affrontare i meccanismi più importanti di mantenimento del Disturbo dell’Alimentazione della paziente. La conduzione varia da paziente a paziente. Ci sono otto appuntamenti con cadenza settimanale. La Fase Quattro è la fase finale del trattamento e l’attenzione si sposta al futuro. Ci sono due obiettivi principali: assicurarsi che i cambiamenti siano mantenuti (nelle 20 settimane seguenti no a quando sarà tenuto l’incontro di revisione) e ridurre i rischi di ricaduta a lungo termine. Gli appuntamenti sono pianificati ad intervalli di due settimane.     Cos’è la CBT-E multistep? L’idea principale che ha portato a progettare la CBT-E multistep è stata quella di ampliare l’applicabilità clinica della CBT-E ambulatoriale. Per raggiungere questo obiettivo ambizioso, la CBT-E multistep, rispetto alla CBT-E standard, ha introdotto tre modifiche sostanziali: l’approccio a passi successivi (multistep); l’équipe multidisciplinare “non eclettica” alcune nuove procedure nei livelli più intensivi di cura, come per esempio l’alimentazione assistita e le sedute di grupp Essa comprende trattamenti disposti in passi empirici, logici e successivi basati sul costo, sull’intrusività e sulle prospettive di esito. In questo scenario, la CBT-E multistep introduce un approccio originale che si caratterizza per applicare la stessa teoria e le medesime strategie e procedure terapeutiche ai diversi livelli di cura. L’unica differenza tra la CBT-E somministrata ai vari passi è la sua intensità, minore per i pazienti ambulatoriali, massima per quelli ricoverati.     Come valutare un paziente tramite la CBT-E multistep? La fase di valutazione e preparazione richiede due sedute, ma nei pazienti ambivalenti a volte è necessario eseguire delle sedute aggiuntive. Le sedute di valutazione e preparazione hanno i seguenti obiettivi: stabilire la natura e la gravità del disturbo dell’alimentazione dei pazienti; valutare se la CBT-E multistep è appropriata e, in caso affermativo, decidere l’intensità di cura informando questi ultimi sugli aspetti principali del trattamento; incoraggiare gli stessi a sfruttare al massimo l’opportunità di superare il disturbo dell’alimentazione valutare la presenza di ostacoli che potrebbero influenzare negativamente il trattamento. Durante la prima seduta si dovrà ad esempio, valutare l’atteggiamento dei pazienti verso la seduta, condividerne gli scopi, valutare la natura e gravità del disturbo, ecc., mentre durante la seconda seduta si prenderanno decisioni in merito all’intensità e alla tipologia del trattamento.     Quali le tipologie di trattamento CBT-E multistep tra cui scegliere e perché? CBT-E ambulatoriale, consigliata per tutti i pazienti. CBT-E ambulatoriale intensiva, sviluppata come alternativa meno costosa al day-hospital per i pazienti che non rispondono al trattamento ambulatoriale standard. CBT-E ospedaliera, indicata per i pazienti con disturbi dell’alimentazione che non hanno risposto a trattamenti ambulatoriali ben condotti e per quelli con rischio fisico non gestibile a livello ambulatoriale.     È necessaria una specifica formazione specifica per attuare trattamenti di CBT-E e CBT-E multistep? In situazioni di day hospital e ricovero, il terapeuta collabora sempre con altri psicologi, medici, dietisti, infermieri. Si parla quindi di équipe multidisciplinare. Quando il trattamento è somministrato da più professionisti (es. CBT-E ambulatoriale intensiva o ospedaliera), tutti i professionisti coinvolti (medici, psichiatri, psicoterapeuti, dietisti e infermieri) ricevono una formazione completa nella CBT-E prima di unirsi all’équipe. Questa permette agli stessi di continuare a mantenere il loro specifico ruolo professionale, ma di condividere la stessa filosofia (la teoria transdiagnostica e la CBT-E) e di utilizzare un linguaggio comune con i pazienti. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia
Domande e risposte su uno dei principali trattamenti evidence based per affrontare i disturbi di personalità
Che cos’è la Schema Therapy? Schema Therapy e Contextual Schema Therapy: quali differenze Per quali patologie è indicata la Contextual Schema Therapy? Qual è l’obiettivo della Contextual Schema Therapy? Cosa sono i mode nella Contextual Schema Therapy? Quali sono le fasi del progetto di Contextual Schema Therapy? Quanto dura un percorso di Contextual Schema Therapy? Cos’è la tecnica delle sedie? Si possono fare sedute di Schema Therapy online?     Che cos’è la Schema Therapy? La Schema Therapy è uno dei principali trattamenti evidence-based per il trattamento dei disturbi di personalità. Questo modello si fonda su due concetti cardine: Schema, ovvero una rappresentazione di sé, la modalità attraverso la quale ciascuno si rappresenta. È una rappresentazione fatta di emozioni, sensazioni, ricordi e che dà agli individui il senso di sé. Gli schemi nascono nel nostro ambiente di sviluppo, non solo genitoriale, ma allargato al contesto socioculturale che ci circonda. Stile di coping, cioè lo stile comportamentale utilizzato per gestire il dolore causato da bisogni base che in infanzia non hanno trovato risposta (bisogno di attaccamento e bisogno di riconoscimento). Vengono individuati 3 fondamentali stili di coping: Resa allo schema, dove ci si comporta come se lo schema fosse vero. Se lo schema è di fallimento, il soggetto si comporterà in coerenza con questo schema di fallimento/incapacità; Stile evitante, dove non vengono intraprese azioni al fine di evitare l’attivazione dello schema; Ipercompensazione dello schema, in cui il comportamento è dettato dall’agire al contrario dello schema (per esempio, se lo schema è di fallimento, l’individuo attuerà un comportamento di infallibilità, autonomia).     Schema Therapy e Contextual Schema Therapy: quali differenze Nel tempo sono nate nuove diramazioni della Schema Therapy: quella per gruppi, per coppie, per età evolutiva. Un’evoluzione molto importante è stata quella verso la Contextual Schema Therapy, che pone l’attenzione alle terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione, concentrandosi maggiormente sugli elementi del processo terapeutico più che sul contenuto tipico del cognitivismo. Per una semplificazione in termini di utilizzo da parte dei terapeuti, i 5 bisogni di base individuati da Young vengono ristrutturati in due bisogni primari che diventano centrali: il bisogno di attaccamento ed il bisogno di riconoscimento. Inizialmente la Schema Therapy faceva riferimento a 18 schemi. Già nel 2003 Young stesso iniziò a parlare di “mode”. È un concetto assimilabile al concetto di stato mentale: più schemi attivi possono generare più stili di coping che sfociano nello stato mentale della persona; è lo stato mentale ad orientare il comportamento e la modalità di percezione dell’altro, che viene letto e visto alla luce degli schemi e del mode in cui la persona si trova. I mode vengono classificati in gruppi, di cui i principali sono il mode bambino, i mode critici e doverizzanti, i mode di coping, ed il mode dell’adulto funzionale (quest’ultimo è quello che viene proposto in terapia). La CST vede il cuore della terapia e dell’approccio nel mode bambino, che a sua volta si suddivide in mode vulnerabile e mode arrabbiato. I bisogni fondamentali si trovano in linea generale in un continuum tra bisogno di attaccamento e riconoscimento, i due bisogni di base. Se l’equilibrio in questo continuum manca propendendo per uno solo, si attivano i mode critici e doverizzanti per rispondere ad un bisogno. Nella vita adulta però questi mode generano conflitto. Si sviluppano quindi i mode di coping, che ricalcano le naturali reazioni di qualsiasi essere vivente di fronte alla minaccia (attacco, fuga, freezing, overo mode di ipercompensazione, sottomissione, evitamento passivo – distacco - o attivo - indugiare in comportamenti ripetitivi, dipendenze).     Per quali patologie è indicata la Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy nasce per trattare i disturbi della personalità. È un approccio che richiede molto tempo e quindi non è il gold standard quando ci sono altre terapie efficaci e funzionali per un paziente (es. disturbo di panico). Si può utilizzare anche con pazienti che non hanno un disturbo di personalità, ma che hanno già fatto terapie senza trovare benefici. In questi casi è possibile, infatti, che ci sia una struttura di personalità che impatta molto le esperienze attuali.     Qual è l’obiettivo della Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy ha come scopo quello di sostenere la parte sana del paziente, il “mode dell’adulto funzionale”. Quando il paziente entra nel mode bambino trova direttamente il mode critico e doverizzante che aveva a suo tempo adottato in mancanza di risposta ai bisogni di base. La terapia, attraverso il terapeuta e il modello fornito dal terapeuta, porta il paziente alla costruzione di una figura di adulto sano che egli interiorizza “detronizzando” le parti critiche e doverizzanti. Il terapeuta diventa un modello sano relazionale che il paziente fa proprio. Si costruiscono nuovi stili di mode/coping per gestire in modo sano i bisogni.     Cosa sono i mode nella Contextual Schema Therapy? Il concetto di “mode” è simile a quello di stato mentale: più schemi possono generare più stili di coping che sfociano nello stato mentale della persona. Il mode è lo stato mentale che orienta il comportamento e la modalità di percezione dell’altro. I principali mode individuati dalla Contextual Schema Therapy sono il mode bambino, i mode critici e doverizzanti, i mode di coping, ed il mode dell’adulto funzionale.     Quali sono le fasi del progetto di Contextual Schema Therapy? Esistono prevalentemente due fasi: la fase di assessment e la fase di trattamento. Nella fase di assessment, si fa una valutazione in cui si cerca di individuare gli schemi, i mode, e se ne costruisce una mappa. La pianificazione del trattamento viene condivisa con il paziente e dipende fortemente dalla personalità del paziente stesso: non c’è un modello di pianificazione standard.     Quanto dura un percorso di Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy dura un minimo di 2 anni. È un percorso lungo proprio perché ci sono delle dinamiche interne radicate, costruite tempo fa e che quindi richiedono tempo per essere sostituite dall’adulto funzionale.     Cos’è la tecnica delle sedie? In Schema Therapy manca il setting tipico delle scrivanie. Il paziente ed il terapeuta sono dalla stessa parte e interagiscono. Nella tecnica delle sedie, ogni sedia rappresenta un mode, ed il paziente, sedendosi su una data sedia, assume il punto di vista di quel mode per comprenderlo. L’adulto sano invece sta in piedi, fianco a fianco, perché viene dato potere all’adulto funzionale, che può muovere le sedie /mode per gestirle meglio. La prospettiva dello stare in piedi è importante: fisicamente muoversi muove anche le idee e le prospettive.     Si possono fare sedute di Schema Therapy online? Nonostante sia preferibile lavorare in studio, il periodo storico che stiamo vivendo ha richiesto ai terapeuti creatività per attuare sedute online. Occorrono delle attenzioni specifiche, come posizionare correttamente il pc per riprendere interamente la scena. L’online dà comunque delle opportunità, rispetto alle sedute in presenza, come la possibilità di vedere sé stessi nella telecamera e far diventare quella immagine di noi stessi un mode. L’elemento fondamentale è la creatività. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia età adulta
Quali sono le caratteristiche di questo disturbo e come affrontarlo con un approccio integrato per il trattamento dei Disturbi di Personalità
Cos’è il Disturbo Narcisistico di Personalità? Quali sono i sottotipi del Disturbo Narcisistico di Personalità? Come si valuta il Disturbo Narcisistico di Personalità? Cos’è Terapia Metacognitiva Interpersonale? Qual è l’obiettivo della Terapia Metacognitiva Interpersonale nel trattamento del Disturbo Narcisistico di Personalità? Quali sono i passaggi di un intervento di Terapia Metacognitiva Interpersonale? Come curare il Disturbo Narcisistico di Personalità con la Terapia Metacognitiva Interpersonale?     Cos’è il Disturbo Narcisistico di Personalità? Il Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) è un disturbo di personalità caratterizzato da: mancanza di un autentico interesse per il mondo e le persone, con stati mentali soggiacenti di vuoto e un generale impoverimento affettivo; una capacità danneggiata di costruire relazioni interpersonali; un egocentrismo smisurato, accompagnato da una preoccupazione eccessiva per il proprio valore personale e per le questioni di competizione e di rango; un bisogno smodato di riconoscimenti da parte degli altri. Il DNP è un processo dinamico che si muove lungo tentativi di regolazione patologica dell’autostima.     Quali sono i sottotipi del Disturbo Narcisistico di Personalità? Il DNP si distingue in due principali sottotipi: overt e covert, o grandioso e vulnerabile. Considerando che, tanto la grandiosità quanto la vulnerabilità, possono esprimersi in modo manifesto (overt) o nascosto (covert), Pincus e Lukowitsky (2010) hanno proposto di distinguere i due fenotipi grandioso/vulnerabile dalle modalità di espressione overt/covert.     Come si valuta il Disturbo Narcisistico di Personalità? A sottolineare il dibattito ancora aperto sulla fenomenologia del DNP, esiste una vasta quantità di scale e interviste per la sua valutazione. In generale, al fine di ottenere una buona valutazione di un paziente che si presenta alle cure, è importante utilizzare un approccio multi-metodo, per sopperire ai limiti di affidabilità che presentano i self-report (es. Narcissistic Personality Inventory NPI), le interviste (es. SIDP-IV e SCID-5-PD) o le scale di osservazione (es. Level of Personality Functioning Scale LPFS), utilizzate singolarmente. Una valutazione basata esclusivamente su un unico metodo potrebbe, quindi, non riuscire a fornire una comprensione esaustiva della patologia di personalità del paziente narcisista.     Cos’è Terapia Metacognitiva Interpersonale? La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) è un approccio integrato per il trattamento dei Disturbi di Personalità (DP). La TMI si propone come intervento integrativo sviluppato per suggerire un ragionamento clinico, nella cornice di riferimento del cognitivismo clinico, che possa guidare la pianificazione e la strutturazione del trattamento dei DP. La TMI comprende quindi un’accurata psicodiagnosi, una psicoterapia individuale focalizzata sulla metacognizione, gruppi psicoeducativi, skills training, mindfulness, riunioni cliniche e di supervisione settimanali e, se necessario, interventi domiciliari, farmacoterapia e altri interventi specifici.     Qual è l’obiettivo della Terapia Metacognitiva Interpersonale nel trattamento del Disturbo Narcisistico di Personalità? L’obiettivo strategico è quello di migliorare le abilità metacognitive al fine di padroneggiare gli stati mentali problematici fonte di sofferenza soggettiva e/o di problemi nelle relazioni interpersonali.     Quali sono i passaggi di un intervento di Terapia Metacognitiva Interpersonale? Il trattamento può essere schematicamente suddiviso in 5 passaggi focalizzati sulle differenti funzioni metacognitive. Non si tratta di una procedura rigida, scandita da parametri temporali o da un numero di sedute preciso, ma dal livello metacognitivo di base e da quello che man mano viene raggiunto: Sviluppare il monitoraggio degli stati. Sviluppare una visione integrata delle transizioni degli stati mentali e dei loro legami. Sviluppare o potenziare la capacità di considerare la natura rappresentazionale dei pensieri. Promuovere l’abilità di decentramento, in modo da aumentare la consapevolezza del ruolo del paziente nel determinare i processi interpersonali disfunzionali in cui è coinvolto. In ogni fase il terapeuta lavora per aiutare il paziente a costruire una continuità autobiografica in cui emergono, in una narrazione coerente, i suoi problemi e come li ha di solito gestiti e/o padroneggiati.     Come curare il Disturbo Narcisistico di Personalità con la Terapia Metacognitiva Interpersonale? Esempio di terapia per punti: Gestione del ciclo interpersonale problematico di distacco e di quello competitivo. Nella prima fase della terapia, dedicata alla ricostruzione degli stati mentali e alla psicoeducazione sulle emozioni, i pazienti si sentono ascoltati e compresi, capiscono il carattere universalmente umano e condivisibile dei loro vissuti, sentendosi quindi meno diversi e patologici. Ricostruzione degli stati mentali problematici e sviluppo del monitoraggio. Ci si scontra con le difficoltà nel monitorare i propri bisogni affettivi, tipica di questi pazienti. Risultano di particolare utilità le classiche tecniche di indagine della terapia cognitiva (ad esempio, gli ABC), che mirano a focalizzare l’attenzione sui pensieri e le emozioni che costituiscono gli stati mentali durante specifici episodi di vita. Sviluppo del decentramento e miglioramento dell’efficacia interpersonale. Inserimento in un gruppo di skills training per il ritiro sociale. Danno la possibilità di affrontare nel dettaglio, attraverso la psicoeducazione, la discussione di gruppo e il role play, diversi aspetti della metacognizione e delle abilità interpersonali, lasciando alla terapia individuale la possibilità di concentrarsi sugli stati mentali attivi in seduta e che mantengono la sofferenza del paziente. Incremento della consapevolezza del proprio ruolo nel creare cicli interpersonali. Nelle fasi avanzate della terapia è possibile aiutare il paziente a comprendere il proprio ruolo nel creare dinamiche interpersonali problematiche. Questa consapevolezza può essere utilizzata per gestire le relazioni extra terapeutiche e raggiungere momenti di piacevole condivisione. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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