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I mini gialli dei dettati 2
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Soltanto percorsi di cura che coinvolgano l’intera famiglia, tenendo conto della situazione complessiva e mettendo al centro dell’attenzione il minore, possono risultare funzionali in situazioni di grave conflittualità familiare
È molto probabile che adolescenti esposti da anni a situazioni di grave conflittualità familiare (o imprigionati in situazioni relazionali gravemente disfunzionali, che poi esitano in pesante conflittualità e processi separativi estremamente difficili) si presentino all’attenzione dei Servizi con comportamenti devianti e/o quadri psicopatologici che comportano l’incanalamento in percorsi di cura determinati dal «sintomo». Le situazioni più comuni che si riscontrano sono quelle di adolescenti suicidari, dipendenti da sostanze stupefacenti, affetti da sintomatologie ossessivocompulsive e così via. Inquadrando i ragazzi in percorsi di cura legati al «sintomo», tuttavia, rischiamo di dimenticare che si tratta di ragazzi che, immersi in situazioni di grave conflittualità familiare, hanno trovato strategie per sopravvivere a situazioni insostenibili e potremmo essere indotti a progettare percorsi di cura che sottovalutano l’importanza della famiglia che hanno alle spalle e che possono costituirsi come ulteriore fattore di rischio in queste già delicate situazioni. Deve essere, invece, ribadita con forza la necessità di attivare percorsi di cura familiari, che mettano al centro i minori, ma prevedano un forte coinvolgimento degli adulti. Prese in carico frammentate, che non partano da una lettura unificata del problema e non condividano un progetto di aiuto coerente, sono da ritenersi particolarmente controindicate, in quanto passibili di aumentare la conflittualità che già caratterizza queste difficili situazioni. All’interno dei percorsi di cura che devono essere attivati in questi casi, gli adolescenti possono essere davvero dei protagonisti importanti. Possono capire, riflettere, interloquire in modo utile con i loro genitori, con una profondità che spesso stupisce anche l’operatore. Ma da soli non ce la fanno, hanno bisogno che i genitori capiscano, almeno un po’, che diano il loro contributo, magari limitato. Dietro ad atteggiamenti aggressivi e ribelli, magari squalificanti l’intervento dell’adulto, possono essere davvero generosi e capaci di valorizzare quello che i genitori riescono a mettere in campo. Pensiero, energie, creatività, capacità di dar vita a relazioni di partnership, propensione a collaborare in rete quando altri operatori sono presenti sulla scena sono requisiti indispensabili per intervenire efficacemente in questi casi. È, inoltre, fondamentale non dimenticare di monitorare la quantità e la qualità del pericolo cui l’adolescente è esposto, sia in termini di possibili violenze a lui dirette, sia in termini di comportamenti a rischio da lui direttamente agiti. In alcuni casi, infatti, è possibile che la gravità della situazione richieda la messa in atto di interventi protettivi e di tutela e che il percorso di aiuto, pur essendo irrinunciabile, da solo non sia sufficiente.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Quattro esperti di psicologia ci spiegano in cosa consiste la «prosopoagnosia», ossia il deficit nel riconoscimento di volti ed emozioni e perché la riabilitazione di questo tipo di disturbo è importante
I volti umani sono stimoli visivi di notevole importanza per le implicazioni di tipo relazionale che la loro elaborazione comporta. Attraverso l’osservazione di un volto umano possiamo desumere numerose informazioni — l’età, il genere, la direzione dello sguardo, le emozioni espresse, la sollecitudine e l’interesse — e possiamo identificare quella particolare persona distinguendola da altre. Una persona può, ovviamente, essere identificata anche utilizzando altre caratteristiche, quali la voce, la postura, la forma del corpo, ma, sicuramente, il volto umano è la principale chiave di accesso per l’identificazione. La capacità di estrarre queste informazioni velocemente (in termini di frazioni di secondo) è fondamentale per le interazioni sociali e ha probabilmente giocato un ruolo chiave nella sopravvivenza dei nostri antenati. Una serie di studi ha corroborato l’ipotesi dell’esistenza fin dalla nascita di un sistema percettivo di base per l’elaborazione dei volti, che si sviluppa e diviene sempre più specifico grazie all’esperienza. Nonostante la precocità dello sviluppo di questo sistema, esso è molto flessibile e matura completamente, per diventare pienamente simile a quello dell’adulto, solo durante l’adolescenza. Questo suggerisce che il sistema di elaborazione dei volti abbia una certa plasticità e che, quindi, almeno in certe circostanze, ci sia la possibilità di migliorare tale abilità in individui che presentano specifici deficit di riconoscimento dei volti con protocolli mirati di riabilitazione. Che cos’è la «prosopagnosia» e qual è la sua origine Il deficit selettivo nel riconoscimento dei volti è denominato «prosopagnosia». La prosopoagnosia può essere acquisita, ossia intervenuta dopo la normale acquisizione delle abilità percettive di elaborazione dei volti in seguito a danno cerebrale (solitamente a livello della regione temporo-occipitale), oppure congenita e/o evolutiva. Prosopagnosia congenita e prosopagnosia evolutiva sono termini spesso utilizzati come sinonimi. Possiamo però definire la prosopagnosia congenita come un deficit specifico nell’elaborazione dei volti presente fin dall’infanzia in individui senza alcuna evidente lesione cerebrale o disturbo del neurosviluppo, mentre la prosopagnosia evolutiva è una condizione presente dalla nascita, ma connessa a un evidente danno cerebrale precoce o disturbo del neurosviluppo. Le difficoltà che incontrano le persone con prosopoagnosia Un bambino con prosopagnosia congenita può avere difficoltà a riconoscere i propri compagni di classe, chiamandoli con nomi sbagliati, comportarsi con persone estranee come se fossero familiari e mostrare difficoltà a riconoscere anche persone di famiglia specialmente se cambiano caratteristiche esterne del loro volto (ad esempio, il taglio di capelli). La prosopagnosia può avere, infatti, un profondo impatto durante l’infanzia, quando può creare difficoltà nel fare amicizia e nel partecipare ad attività sociali, portando a un aumento dei livelli di ansia e accrescendo il rischio di trovarsi in situazioni potenzialmente pericolose derivanti dall’affidarsi erroneamente a sconosciuti. I bambini con prosopagnosia possono avere problemi di sviluppo sociale e presentare deficit di funzionamento sociale simili a quelli osservati negli individui con Disturbi dello Spettro Autistico, con i quali spesso sono confusi durante l’iter diagnostico. In individui adulti con prosopagnosia congenita, sono presenti disturbi di ansia cronica, senso di colpa, sensazione di imbarazzo, fallimento e una specifica paura per le situazioni sociali. Questi disturbi vengono attribuiti dalle persone con prosopagnosia proprio al loro continuo fallimento nel riconoscimento dei volti. Le difficoltà che incontrano le persone con prosopoagnosia Il 2-2,9% della popolazione potrebbe essere affetto da prosopagnosia congenita e, considerando che questo deficit può avere un effetto devastante per la vita sociale di una persona, quello della riabilitazione è un problema clinico rilevante che, sfortunatamente, ha ricevuto poca attenzione. Un training specifico per la riabilitazione dei deficit dell’elaborazione e del riconoscimento dei volti, sviluppato facendo riferimento al modello cognitivo di Bruce e Young (1986), si focalizza sul miglioramento delle capacità di esplorazione delle caratteristiche interne dei volti (in primis, gli occhi). Considerata, inoltre, l’associazione presente negli individui con Disturbi dello Spettro Autistico tra difficoltà di riconoscimento dei volti e difficoltà di riconoscimento delle emozioni, il training prevede anche compiti volti a migliorare la capacità di riconoscere le emozioni.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia età adulta
Che cosa sono e come si svolgono gli interventi di teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica
Cosa sono i disturbi dell’alimentazione? Cos’è la teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica? Perché la teoria transdiagnostica è utile nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione? Cos’è la CBT-E? Come si svolge un intervento di CBT-E? Quali sono le fasi della CBT-E? Cos’è la CBT-E multistep? Come valutare un paziente tramite la CBT-E multistep? Quali le tipologie di trattamento CBT-E multistep tra cui scegliere e perché? È necessaria una specifica formazione specifica per attuare trattamenti di CBT-E e CBT-E multistep?     Cosa sono i disturbi dell’alimentazione? I disturbi dell’alimentazione sono tra i più comuni problemi di salute che affliggono le adolescenti e le giovani donne dei paesi occidentali. Producono spesso gravi danni alla salute fisica e al funzionamento psicosociale e aumentano il rischio di morte prematura. Nonostante le numerose ricerche eseguite, le loro cause non sono ancora note e alcune volte sono molto difficili da curare. Il DSM-V li differenzia in anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da binge-eating e disturbo dell’alimentazione non altrimenti specificato (NAS).     Cos’è la teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica? La teoria cognitivo-comportamentale è stata la più influente nel produrre trattamenti basati sull’evidenza nell’ambito dei disturbi dell’alimentazione. La teoria è stata estesa a tutte le forme di disturbi dell’alimentazione di gravità clinica e per tale motivo è stata definita “transdiagnostica”. Tale teoria è principalmente focalizzata sui processi di mantenimento della psicopatologia dei disturbi dell’alimentazione che sono più rilevanti per spiegare le caratteristiche cliniche del disturbo, piuttosto che sulla diagnosi DSM. In breve, la teoria descrive l’egosintonicità e il perché il disturbo si mantiene.     Perché la teoria transdiagnostica è utile nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione? La teoria è supportata da numerose evidenze; inoltre descrive in modo chiaro i meccanismi postulati di mantenimento della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione che forniscono un punto di riferimento per i terapeuti e i pazienti. La natura transdiagnostica della teoria e la sua attenzione alla psicopatologia che opera nei pazienti, aiuta a superare gli stretti criteri diagnostici del DSM. La terapia derivata da questa, affrontando i meccanismi di mantenimento proposti, si è dimostrata la più efficace nel trattamento ambulatoriale dei pazienti con bulimia nervosa e altri disturbi dell’alimentazione con un IMC > 17,5, e molto promettente per quelli affetti da anoressia nervosa.     Cos’è la CBT-E? La CBT-E, acronimo di Cognitive Behavioral Therapy – enhanced, consiste in una terapia cognitivo comportamentale “migliorata”, in cui la formulazione transdiagnostica ne rappresenta uno degli strumenti fondamentali. Vengono cioè tenute in conto le caratteristiche psicopatologiche, l’egosintonicità e il perché del mantenimento della patologia; non c’è un focus sulla diagnosi. Tale formulazione può essere adattata con minime modifiche a tutte le categorie diagnostiche di questi disturbi, o meglio alle manifestazioni individuali della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione, e fornisce una guida da condividere con i pazienti sui processi che dovranno essere affrontati dal trattamento.     Come si svolge un intervento di CBT-E? La CBT-E può essere somministrata in due forme: “focalizzata”, che affronta esclusivamente i processi di mantenimento specifici della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione e “allargata”, che affronta con moduli specifici uno o più dei tre meccanismi di mantenimento aggiuntivi proposti dalla teoria cognitivo-comportamentale transdiagnostica (il perfezionismo clinico, la bassa autostima nucleare e le difficoltà interpersonali). La CBT-E prevede due intensità di trattamento: una di 20 sedute da eseguirsi in 20 settimane per i pazienti con un IMC > 17,5; un’altra di 40 sedute da svolgersi in 40 settimane per quelli con un IMC < 17,5.     Quali sono le fasi della CBT-E? La CBT-E ha quattro fasi ben definite: La Fase Uno è una fase iniziale, intensiva, durante la quale gli appuntamenti sono due alla settimana. Gli scopi sono ingaggiare la paziente nella terapia e nel cambiamento, creare insieme a lei una formulazione personalizzata, fornire un’educazione pertinente ed introdurre due potenti procedure della CBT-E rilevanti per tutte le pazienti con Disturbi dell’Alimentazione: “pesarsi in seduta” e “mangiare regolarmente”. Viene data al paziente una teoria per leggere il problema, per poter far lavorare il paziente stesso su ciò che è effettivamente percepito come un problema dal paziente stesso. La Fase Due è una breve fase di transizione in cui il terapeuta e la paziente fanno la revisione del lavoro svolto, rivedono i progressi fatti, identificano gli ostacoli al cambiamento, modificano la formulazione secondo le necessità e pianificano la Fase Tre. La Fase Tre è il corpo principale del trattamento e il suo scopo è quello di affrontare i meccanismi più importanti di mantenimento del Disturbo dell’Alimentazione della paziente. La conduzione varia da paziente a paziente. Ci sono otto appuntamenti con cadenza settimanale. La Fase Quattro è la fase finale del trattamento e l’attenzione si sposta al futuro. Ci sono due obiettivi principali: assicurarsi che i cambiamenti siano mantenuti (nelle 20 settimane seguenti no a quando sarà tenuto l’incontro di revisione) e ridurre i rischi di ricaduta a lungo termine. Gli appuntamenti sono pianificati ad intervalli di due settimane.     Cos’è la CBT-E multistep? L’idea principale che ha portato a progettare la CBT-E multistep è stata quella di ampliare l’applicabilità clinica della CBT-E ambulatoriale. Per raggiungere questo obiettivo ambizioso, la CBT-E multistep, rispetto alla CBT-E standard, ha introdotto tre modifiche sostanziali: l’approccio a passi successivi (multistep); l’équipe multidisciplinare “non eclettica” alcune nuove procedure nei livelli più intensivi di cura, come per esempio l’alimentazione assistita e le sedute di grupp Essa comprende trattamenti disposti in passi empirici, logici e successivi basati sul costo, sull’intrusività e sulle prospettive di esito. In questo scenario, la CBT-E multistep introduce un approccio originale che si caratterizza per applicare la stessa teoria e le medesime strategie e procedure terapeutiche ai diversi livelli di cura. L’unica differenza tra la CBT-E somministrata ai vari passi è la sua intensità, minore per i pazienti ambulatoriali, massima per quelli ricoverati.     Come valutare un paziente tramite la CBT-E multistep? La fase di valutazione e preparazione richiede due sedute, ma nei pazienti ambivalenti a volte è necessario eseguire delle sedute aggiuntive. Le sedute di valutazione e preparazione hanno i seguenti obiettivi: stabilire la natura e la gravità del disturbo dell’alimentazione dei pazienti; valutare se la CBT-E multistep è appropriata e, in caso affermativo, decidere l’intensità di cura informando questi ultimi sugli aspetti principali del trattamento; incoraggiare gli stessi a sfruttare al massimo l’opportunità di superare il disturbo dell’alimentazione valutare la presenza di ostacoli che potrebbero influenzare negativamente il trattamento. Durante la prima seduta si dovrà ad esempio, valutare l’atteggiamento dei pazienti verso la seduta, condividerne gli scopi, valutare la natura e gravità del disturbo, ecc., mentre durante la seconda seduta si prenderanno decisioni in merito all’intensità e alla tipologia del trattamento.     Quali le tipologie di trattamento CBT-E multistep tra cui scegliere e perché? CBT-E ambulatoriale, consigliata per tutti i pazienti. CBT-E ambulatoriale intensiva, sviluppata come alternativa meno costosa al day-hospital per i pazienti che non rispondono al trattamento ambulatoriale standard. CBT-E ospedaliera, indicata per i pazienti con disturbi dell’alimentazione che non hanno risposto a trattamenti ambulatoriali ben condotti e per quelli con rischio fisico non gestibile a livello ambulatoriale.     È necessaria una specifica formazione specifica per attuare trattamenti di CBT-E e CBT-E multistep? In situazioni di day hospital e ricovero, il terapeuta collabora sempre con altri psicologi, medici, dietisti, infermieri. Si parla quindi di équipe multidisciplinare. Quando il trattamento è somministrato da più professionisti (es. CBT-E ambulatoriale intensiva o ospedaliera), tutti i professionisti coinvolti (medici, psichiatri, psicoterapeuti, dietisti e infermieri) ricevono una formazione completa nella CBT-E prima di unirsi all’équipe. Questa permette agli stessi di continuare a mantenere il loro specifico ruolo professionale, ma di condividere la stessa filosofia (la teoria transdiagnostica e la CBT-E) e di utilizzare un linguaggio comune con i pazienti. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia
Domande e risposte su uno dei principali trattamenti evidence based per affrontare i disturbi di personalità
Che cos’è la Schema Therapy? Schema Therapy e Contextual Schema Therapy: quali differenze Per quali patologie è indicata la Contextual Schema Therapy? Qual è l’obiettivo della Contextual Schema Therapy? Cosa sono i mode nella Contextual Schema Therapy? Quali sono le fasi del progetto di Contextual Schema Therapy? Quanto dura un percorso di Contextual Schema Therapy? Cos’è la tecnica delle sedie? Si possono fare sedute di Schema Therapy online?     Che cos’è la Schema Therapy? La Schema Therapy è uno dei principali trattamenti evidence-based per il trattamento dei disturbi di personalità. Questo modello si fonda su due concetti cardine: Schema, ovvero una rappresentazione di sé, la modalità attraverso la quale ciascuno si rappresenta. È una rappresentazione fatta di emozioni, sensazioni, ricordi e che dà agli individui il senso di sé. Gli schemi nascono nel nostro ambiente di sviluppo, non solo genitoriale, ma allargato al contesto socioculturale che ci circonda. Stile di coping, cioè lo stile comportamentale utilizzato per gestire il dolore causato da bisogni base che in infanzia non hanno trovato risposta (bisogno di attaccamento e bisogno di riconoscimento). Vengono individuati 3 fondamentali stili di coping: Resa allo schema, dove ci si comporta come se lo schema fosse vero. Se lo schema è di fallimento, il soggetto si comporterà in coerenza con questo schema di fallimento/incapacità; Stile evitante, dove non vengono intraprese azioni al fine di evitare l’attivazione dello schema; Ipercompensazione dello schema, in cui il comportamento è dettato dall’agire al contrario dello schema (per esempio, se lo schema è di fallimento, l’individuo attuerà un comportamento di infallibilità, autonomia).     Schema Therapy e Contextual Schema Therapy: quali differenze Nel tempo sono nate nuove diramazioni della Schema Therapy: quella per gruppi, per coppie, per età evolutiva. Un’evoluzione molto importante è stata quella verso la Contextual Schema Therapy, che pone l’attenzione alle terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione, concentrandosi maggiormente sugli elementi del processo terapeutico più che sul contenuto tipico del cognitivismo. Per una semplificazione in termini di utilizzo da parte dei terapeuti, i 5 bisogni di base individuati da Young vengono ristrutturati in due bisogni primari che diventano centrali: il bisogno di attaccamento ed il bisogno di riconoscimento. Inizialmente la Schema Therapy faceva riferimento a 18 schemi. Già nel 2003 Young stesso iniziò a parlare di “mode”. È un concetto assimilabile al concetto di stato mentale: più schemi attivi possono generare più stili di coping che sfociano nello stato mentale della persona; è lo stato mentale ad orientare il comportamento e la modalità di percezione dell’altro, che viene letto e visto alla luce degli schemi e del mode in cui la persona si trova. I mode vengono classificati in gruppi, di cui i principali sono il mode bambino, i mode critici e doverizzanti, i mode di coping, ed il mode dell’adulto funzionale (quest’ultimo è quello che viene proposto in terapia). La CST vede il cuore della terapia e dell’approccio nel mode bambino, che a sua volta si suddivide in mode vulnerabile e mode arrabbiato. I bisogni fondamentali si trovano in linea generale in un continuum tra bisogno di attaccamento e riconoscimento, i due bisogni di base. Se l’equilibrio in questo continuum manca propendendo per uno solo, si attivano i mode critici e doverizzanti per rispondere ad un bisogno. Nella vita adulta però questi mode generano conflitto. Si sviluppano quindi i mode di coping, che ricalcano le naturali reazioni di qualsiasi essere vivente di fronte alla minaccia (attacco, fuga, freezing, overo mode di ipercompensazione, sottomissione, evitamento passivo – distacco - o attivo - indugiare in comportamenti ripetitivi, dipendenze).     Per quali patologie è indicata la Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy nasce per trattare i disturbi della personalità. È un approccio che richiede molto tempo e quindi non è il gold standard quando ci sono altre terapie efficaci e funzionali per un paziente (es. disturbo di panico). Si può utilizzare anche con pazienti che non hanno un disturbo di personalità, ma che hanno già fatto terapie senza trovare benefici. In questi casi è possibile, infatti, che ci sia una struttura di personalità che impatta molto le esperienze attuali.     Qual è l’obiettivo della Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy ha come scopo quello di sostenere la parte sana del paziente, il “mode dell’adulto funzionale”. Quando il paziente entra nel mode bambino trova direttamente il mode critico e doverizzante che aveva a suo tempo adottato in mancanza di risposta ai bisogni di base. La terapia, attraverso il terapeuta e il modello fornito dal terapeuta, porta il paziente alla costruzione di una figura di adulto sano che egli interiorizza “detronizzando” le parti critiche e doverizzanti. Il terapeuta diventa un modello sano relazionale che il paziente fa proprio. Si costruiscono nuovi stili di mode/coping per gestire in modo sano i bisogni.     Cosa sono i mode nella Contextual Schema Therapy? Il concetto di “mode” è simile a quello di stato mentale: più schemi possono generare più stili di coping che sfociano nello stato mentale della persona. Il mode è lo stato mentale che orienta il comportamento e la modalità di percezione dell’altro. I principali mode individuati dalla Contextual Schema Therapy sono il mode bambino, i mode critici e doverizzanti, i mode di coping, ed il mode dell’adulto funzionale.     Quali sono le fasi del progetto di Contextual Schema Therapy? Esistono prevalentemente due fasi: la fase di assessment e la fase di trattamento. Nella fase di assessment, si fa una valutazione in cui si cerca di individuare gli schemi, i mode, e se ne costruisce una mappa. La pianificazione del trattamento viene condivisa con il paziente e dipende fortemente dalla personalità del paziente stesso: non c’è un modello di pianificazione standard.     Quanto dura un percorso di Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy dura un minimo di 2 anni. È un percorso lungo proprio perché ci sono delle dinamiche interne radicate, costruite tempo fa e che quindi richiedono tempo per essere sostituite dall’adulto funzionale.     Cos’è la tecnica delle sedie? In Schema Therapy manca il setting tipico delle scrivanie. Il paziente ed il terapeuta sono dalla stessa parte e interagiscono. Nella tecnica delle sedie, ogni sedia rappresenta un mode, ed il paziente, sedendosi su una data sedia, assume il punto di vista di quel mode per comprenderlo. L’adulto sano invece sta in piedi, fianco a fianco, perché viene dato potere all’adulto funzionale, che può muovere le sedie /mode per gestirle meglio. La prospettiva dello stare in piedi è importante: fisicamente muoversi muove anche le idee e le prospettive.     Si possono fare sedute di Schema Therapy online? Nonostante sia preferibile lavorare in studio, il periodo storico che stiamo vivendo ha richiesto ai terapeuti creatività per attuare sedute online. Occorrono delle attenzioni specifiche, come posizionare correttamente il pc per riprendere interamente la scena. L’online dà comunque delle opportunità, rispetto alle sedute in presenza, come la possibilità di vedere sé stessi nella telecamera e far diventare quella immagine di noi stessi un mode. L’elemento fondamentale è la creatività. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia età adulta
Quali sono le caratteristiche di questo disturbo e come affrontarlo con un approccio integrato per il trattamento dei Disturbi di Personalità
Cos’è il Disturbo Narcisistico di Personalità? Quali sono i sottotipi del Disturbo Narcisistico di Personalità? Come si valuta il Disturbo Narcisistico di Personalità? Cos’è Terapia Metacognitiva Interpersonale? Qual è l’obiettivo della Terapia Metacognitiva Interpersonale nel trattamento del Disturbo Narcisistico di Personalità? Quali sono i passaggi di un intervento di Terapia Metacognitiva Interpersonale? Come curare il Disturbo Narcisistico di Personalità con la Terapia Metacognitiva Interpersonale?     Cos’è il Disturbo Narcisistico di Personalità? Il Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) è un disturbo di personalità caratterizzato da: mancanza di un autentico interesse per il mondo e le persone, con stati mentali soggiacenti di vuoto e un generale impoverimento affettivo; una capacità danneggiata di costruire relazioni interpersonali; un egocentrismo smisurato, accompagnato da una preoccupazione eccessiva per il proprio valore personale e per le questioni di competizione e di rango; un bisogno smodato di riconoscimenti da parte degli altri. Il DNP è un processo dinamico che si muove lungo tentativi di regolazione patologica dell’autostima.     Quali sono i sottotipi del Disturbo Narcisistico di Personalità? Il DNP si distingue in due principali sottotipi: overt e covert, o grandioso e vulnerabile. Considerando che, tanto la grandiosità quanto la vulnerabilità, possono esprimersi in modo manifesto (overt) o nascosto (covert), Pincus e Lukowitsky (2010) hanno proposto di distinguere i due fenotipi grandioso/vulnerabile dalle modalità di espressione overt/covert.     Come si valuta il Disturbo Narcisistico di Personalità? A sottolineare il dibattito ancora aperto sulla fenomenologia del DNP, esiste una vasta quantità di scale e interviste per la sua valutazione. In generale, al fine di ottenere una buona valutazione di un paziente che si presenta alle cure, è importante utilizzare un approccio multi-metodo, per sopperire ai limiti di affidabilità che presentano i self-report (es. Narcissistic Personality Inventory NPI), le interviste (es. SIDP-IV e SCID-5-PD) o le scale di osservazione (es. Level of Personality Functioning Scale LPFS), utilizzate singolarmente. Una valutazione basata esclusivamente su un unico metodo potrebbe, quindi, non riuscire a fornire una comprensione esaustiva della patologia di personalità del paziente narcisista.     Cos’è Terapia Metacognitiva Interpersonale? La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) è un approccio integrato per il trattamento dei Disturbi di Personalità (DP). La TMI si propone come intervento integrativo sviluppato per suggerire un ragionamento clinico, nella cornice di riferimento del cognitivismo clinico, che possa guidare la pianificazione e la strutturazione del trattamento dei DP. La TMI comprende quindi un’accurata psicodiagnosi, una psicoterapia individuale focalizzata sulla metacognizione, gruppi psicoeducativi, skills training, mindfulness, riunioni cliniche e di supervisione settimanali e, se necessario, interventi domiciliari, farmacoterapia e altri interventi specifici.     Qual è l’obiettivo della Terapia Metacognitiva Interpersonale nel trattamento del Disturbo Narcisistico di Personalità? L’obiettivo strategico è quello di migliorare le abilità metacognitive al fine di padroneggiare gli stati mentali problematici fonte di sofferenza soggettiva e/o di problemi nelle relazioni interpersonali.     Quali sono i passaggi di un intervento di Terapia Metacognitiva Interpersonale? Il trattamento può essere schematicamente suddiviso in 5 passaggi focalizzati sulle differenti funzioni metacognitive. Non si tratta di una procedura rigida, scandita da parametri temporali o da un numero di sedute preciso, ma dal livello metacognitivo di base e da quello che man mano viene raggiunto: Sviluppare il monitoraggio degli stati. Sviluppare una visione integrata delle transizioni degli stati mentali e dei loro legami. Sviluppare o potenziare la capacità di considerare la natura rappresentazionale dei pensieri. Promuovere l’abilità di decentramento, in modo da aumentare la consapevolezza del ruolo del paziente nel determinare i processi interpersonali disfunzionali in cui è coinvolto. In ogni fase il terapeuta lavora per aiutare il paziente a costruire una continuità autobiografica in cui emergono, in una narrazione coerente, i suoi problemi e come li ha di solito gestiti e/o padroneggiati.     Come curare il Disturbo Narcisistico di Personalità con la Terapia Metacognitiva Interpersonale? Esempio di terapia per punti: Gestione del ciclo interpersonale problematico di distacco e di quello competitivo. Nella prima fase della terapia, dedicata alla ricostruzione degli stati mentali e alla psicoeducazione sulle emozioni, i pazienti si sentono ascoltati e compresi, capiscono il carattere universalmente umano e condivisibile dei loro vissuti, sentendosi quindi meno diversi e patologici. Ricostruzione degli stati mentali problematici e sviluppo del monitoraggio. Ci si scontra con le difficoltà nel monitorare i propri bisogni affettivi, tipica di questi pazienti. Risultano di particolare utilità le classiche tecniche di indagine della terapia cognitiva (ad esempio, gli ABC), che mirano a focalizzare l’attenzione sui pensieri e le emozioni che costituiscono gli stati mentali durante specifici episodi di vita. Sviluppo del decentramento e miglioramento dell’efficacia interpersonale. Inserimento in un gruppo di skills training per il ritiro sociale. Danno la possibilità di affrontare nel dettaglio, attraverso la psicoeducazione, la discussione di gruppo e il role play, diversi aspetti della metacognizione e delle abilità interpersonali, lasciando alla terapia individuale la possibilità di concentrarsi sugli stati mentali attivi in seduta e che mantengono la sofferenza del paziente. Incremento della consapevolezza del proprio ruolo nel creare cicli interpersonali. Nelle fasi avanzate della terapia è possibile aiutare il paziente a comprendere il proprio ruolo nel creare dinamiche interpersonali problematiche. Questa consapevolezza può essere utilizzata per gestire le relazioni extra terapeutiche e raggiungere momenti di piacevole condivisione. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia età adulta
Domande e risposte sull’intervento psicoterapeutico ideato da Albert Ellis
Cos’è la REBT? Perché si parla di “cliente” e non di “paziente”? Quali aspetti delle emozioni vengono tenuti in considerazione nella Terapia Razionale Emotiva Comportamentale? Quali sono le caratteristiche distintive della REBT rispetto alla terapia cognitivo comportamentale tradizionale? L’ABC delle emozioni: di cosa si tratta? Cosa si intende per ‘razionale’ o ‘irrazionale’ in REBT? Come è strutturato un intervento REBT? Come si individua l’ABC, il problema principale? Quali tecniche si utilizzano per educare il cliente alla comprensione del rapporto tra pensieri ed emozioni? Quali tecniche si utilizzano per la messa in discussione dei pensieri? Quali sono le tipologie di homework?     Cos’è la REBT? La Terapia Razionale Emotiva Comportamentale (REBT) è un intervento psicoterapeutico basata su alcuni principi fondamentali. L’individuo reagisce principalmente alla rappresentazione cognitiva degli eventi più che agli eventi in sé. Le emozioni disfunzionali sono influenzate prevalentemente da convinzioni irrazionali ed è possibile identificare e codificare le principali modalità di pensiero irrazionale. Le emozioni hanno un valore legato alla sopravvivenza della specie. Per superare emozioni e comportamenti disfunzionali è possibile ricorrere a modalità di pensiero razionali. I metodi cognitivi vanno integrati costruttivamente con metodi comportamentali. La REBT è una psicoterapia attiva e direttiva: è il terapeuta, infatti, a dare una struttura a ciascuna seduta, mentre il cliente fornisce i contenuti. Inoltre, è il terapeuta a «dirigere il gioco», in quanto sa dove guidare il cliente, ma lo fa in modo estremamente socratico.     Perché si parla di “cliente” e non di “paziente”? Il termine “cliente”, di uso comune anche nella letteratura clinica inglese, viene sostituito al termine “paziente”, che invece può risultare troppo medicalizzante, così come a quello “utente”, riferibile principalmente all’ambito statalista.     Quali aspetti delle emozioni vengono tenuti in considerazione nella Terapia Razionale Emotiva Comportamentale? Aspetto fenomenologico: come l’emozione fa sentire, le sensazioni (piacevoli o spiacevoli) associate a essa. Aspetto sociale: ciò che un’emozione comunica ad altre persone. Aspetto fisiologico: l’attivazione neurovegetativa, l’arousal, che in alcune emozioni disfunzionali potrà essere più elevato. Aspetto comportamentale: il tipo di azione che deriva da una certa emozione. Di questi quattro aspetti dell’emozione, solo quello fisiologico riguarda la dimensione quantitativa, mentre gli altri costituiscono la dimensione qualitativa. Se un’emozione presenta almeno tre degli aspetti negativi che abbiamo considerato può essere senz’altro considerata nociva, ossia disfunzionale.     Quali sono le caratteristiche distintive della REBT rispetto alla terapia cognitivo comportamentale tradizionale? Differenziazione tra cognizioni inferenziali e cognizioni valutative. Secondo la REBT, non basta individuare come una persona interpreta la realtà per comprendere il suo stato d’animo, ma è necessario identificare anche il modo in cui valuta ciò che ha interpretato. Diverso ABC dell’emozione. Nella CBT tradizionale viene di solito adottato un modello ABC dell’emozione che colloca al punto B tutto ciò che è cognitivo, ossia che riguarda il modo di pensare di un individuo. Nella REBT, invece, al punto B vengono collocate solo cognizioni di tipo valutativo, mentre le cognizioni interpretative vengono agganciate all’evento attivante, quindi collocate al punto A. Classificazione delle categorie irrazionali di pensiero. La REBT ha identificato in modo preciso quali sono i più comuni pensieri irrazionali, classificandoli in quattro differenti categorie. Nella CBT tradizionale, spesso il termine «irrazionale» viene esteso in modo improprio a tutti i modi di pensare disfunzionali, mentre nella REBT, quando si parla di pensieri irrazionali, ci si riferisce solo a cognizioni di tipo valutativo. Identificazione del meta-problema. Il secondo problema, che deriva dal primo, viene chiamato meta-problema e, frequentemente, diventa un grande ostacolo per il superamento del problema primario, in quanto il turbamento creato dal meta-problema può rendere molto difficile, per un cliente, impegnarsi efficacemente per il superamento del problema primario. Al di fuori della REBT, nessun altro approccio cognitivo-comportamentale ha messo in evidenza il ruolo svolto dal meta-problema. Metodo strutturato e articolato per la messa in discussione dei pensieri disfunzionali. La CBT tradizionale privilegia come modalità di ristrutturazione cognitiva una messa in discussione dei pensieri disfunzionali basata su argomentazioni di tipo empirico. Nella REBT, oltre a una linea di argomentazione empirica, si utilizzano altre due linee di argomentazione: quella logica e quella funzionale, rendendo la messa in discussione dei pensieri irrazionali piuttosto strutturata e articolata e, quindi, più semplice da apprendere e da mettere in pratica con risultati molto efficaci. Rilevanza della fase educativa della terapia. Mentre in alcuni approcci cognitivo-comportamentali la fase educativa della psicoterapia viene essenzialmente confinata alla fase iniziale del percorso terapeutico, nella REBT essa viene estesa a buona parte della psicoterapia. La definizione degli obiettivi. La REBT dà particolare rilievo alla definizione accurata degli obiettivi emotivi e comportamentali da raggiungere per ogni problematica che il cliente presenta. Questi obiettivi vengono concordati con il cliente attraverso un suo coinvolgimento attivo e non imposti dallo psicoterapeuta. L’assegnazione di homework. Assegnare al cliente attività da svolgere tra una seduta e l’altra è una pratica condivisa da tutte le terapie cognitivo comportamentali. Ciò che però è particolare nella REBT è l’applicazione di strategie atte a garantire l’esecuzione, da parte del cliente, di tali prescrizioni. Inoltre, vi sono alcuni homework che sono tipici della REBT, in quanto creati all’interno di questa prassi psicoterapeutica, ad esempio, esercizi anti-vergogna ed esercizi di assunzione di rischio.     L’ABC delle emozioni: di cosa si tratta? L’ABC delle emozioni fa riferimento al modello dell’emozione di Ellis, fondatore della REBT. Il punto A sta per Evento Attivante: include qualsiasi evento interno o esterno su cui l’individuo dirige la sua attenzione, e comprende quindi anche ricordi e immagini mentali. Include anche le interpretazioni e le inferenze riguardanti l’evento attivante. Un esempio di punto A potrebbe essere «Affrontare un esame ritenendo che probabilmente andrà male». Il punto B sta per Sistema di Convinzioni o Base Mentale, e include le cognizioni valutative dell’individuo collegate all’evento attivante che si manifestano come convinzioni razionali o irrazionali. Un esempio di punto B potrebbe essere «Devo assolutamente superare questo esame, sarebbe una cosa orrenda non superarlo». Il punto C sta a indicare le Reazioni Emotive e Comportamentali dell’individuo determinate dalle elaborazioni cognitive che sono presenti al punto B, piuttosto che dall’evento attivante di per sé. È importante ricordare che il punto C comprende non solo emozioni, ma anche comportamenti e, talvolta, anche pensieri. Due punti ulteriori possono espandere il modello ABC: Il punto D consiste nella ristrutturazione del pensiero che avviene quando le reazioni emotive e comportamentali (C) sono disfunzionali. Il punto E ovvero a un nuovo modo di pensare che questa volta produrrà reazioni emotive e comportamentali funzionali (corrispondente al punto C in caso di risposte già funzionali).     Cosa si intende per ‘razionale’ o ‘irrazionale’ in REBT? Nella REBT il termine razionale viene invece usato per definire il modo di pensare e non la persona. Il pensiero razionale ha quindi queste caratteristiche: è flessibile e non estremo; è congruente con la realtà oggettiva; ha una sua consistenza logica; facilita il conseguimento del proprio benessere e dei propri scopi. Nella REBT, quindi, il concetto di razionalità riguarda le caratteristiche intrinseche al tipo di ragionamento e ha un aspetto pragmatico. All’opposto, il pensiero irrazionale è rigido ed estremo; è in contraddizione con la realtà oggettiva; presenta illogicità; ostacola il conseguimento del proprio benessere e dei propri scopi. Il pensiero irrazionale viene riassunto in quattro categorie: pretese assolute (doverizzazioni – bisogni assoluti); catastrofismo; bassa tolleranza alla frustrazione (insopportabilità); giudizi globali su di sé e sugli altri (svalutazione – condanna)     Come è strutturato un intervento REBT? La prima seduta di trattamento non corrisponde di solito al primo contatto con il cliente. Ci saranno già stati altri incontri per una conoscenza e una presa in carico del cliente e per un eventuale assessment strumentale con somministrazione di apposite scale. Nella REBT viene sconsigliato un lungo assessment che si protragga per più di 2-3 incontri, così come viene sconsigliato di «bombardare» il cliente con un numero eccessivo di questionari. Si cerca anche di evitare una lunga indagine archeologica sulle esperienze remote che potrebbe trasmettergli l’attribuzione di una funzione eccessivamente importante del passato sul suo problema attuale. Durante la prima seduta, dopo aver identificato i punti A e C del problema esposto dal cliente, si termina con l’assegnazione del primo homework. Questo spesso consiste nel richiedere al cliente la compilazione di un Diario delle emozioni, in cui egli monitorerà le proprie reazioni emotive, l’intensità in cui le ha esperite e la situazione in cui si trovava al momento. In breve, si tratta di monitorare le componenti A e C dell’episodio emotivo. Dopo la prima seduta, per gran parte del percorso terapeutico la struttura delle sedute successive diventerà più articolata, in quanto verranno inclusi la verifica dell’homework e la messa in discussione dei pensieri, oltre ad altre tecniche cognitive, emotive e comportamentali. Attuare l’intervento psicoterapeutico secondo un modello strutturato è di aiuto sia per il cliente sia per il terapeuta. Il cliente familiarizzerà presto con questo metodo di procedere e si sentirà più a suo agio sapendo, in linea generale, cosa lo aspetta in ogni seduta. La REBT si differenzia notevolmente dalle più tradizionali forme di terapia non direttiva.     Come si individua l’ABC, il problema principale? Di solito il cliente esordisce riportando la parte A del problema, oppure la parte C, ad esempio «Non riesco ad andare d’accordo con i miei colleghi di lavoro», oppure «Mi sento a disagio quando sono con persone che non conosco». Compito del terapeuta è definire in modo dettagliato le caratteristiche dell’evento attivante, identificare in modo preciso le reazioni emotive e comportamentali del cliente e infine individuare le sue modalità disfunzionali di pensiero. Assessment punto C. Alcune domande per far emergere la reazione emotiva (C) del cliente potrebbero essere: «Quando le è successo questo, come si è sentita?» «Che stato d’animo ha provato dentro di sé in quella situazione?». È da ricordare che al punto C non troviamo solo emozioni, ma anche comportamenti: pertanto il terapeuta dovrà far emergere anche cosa fa il cliente, come agisce, quando prova un determinato stato d’animo. Emozioni e comportamenti sono strettamente collegati. A volte inavvertitamente il terapeuta potrebbe rivolgere al cliente domande che comunicano una concezione di tipo A C dell’emozione (l’evento attivante causa l’emozione). Ad esempio: «Questa cosa come l’ha fatta sentire?» «Che stato d’animo hanno provocato in lei le parole di…». Questo va accuratamente evitato, per non consolidare nel cliente una visione erronea delle sue emozioni. Domande alternative e più proficue potrebbero essere: «Come si è sentita riguardo a questo?» «Che stato d’animo ha provato quando le è stato detto questo?». Rivolgendosi al cliente, si eviterà di usare l’espressione «emozione disfunzionale», ma la si potrà sostituire con l’espressione emozione nociva, enfatizzando l’aspetto controproducente di una certa reazione emotiva che non aiuta a stare bene e non facilita la soluzione del problema. Assessment punto A. Non dobbiamo considerare il punto A come qualcosa di esclusivamente esterno alla persona; al contrario, bisogna tener presente che l’evento attivante può essere costituito anche da ricordi e immagini mentali. Nel cercare di ricostruire i dettagli riguardanti l’evento attivante, bisogna quindi considerare che nel modello della REBT esso include sia la realtà oggettiva (quello che è veramente accaduto e che qualsiasi osservatore esterno potrebbe confermare), che le interpretazioni soggettive, ossia il significato particolare attribuito dal cliente a tale evento o situazione.     Quali tecniche si utilizzano per educare il cliente alla comprensione del rapporto tra pensieri ed emozioni? È importante trasmettere quanto prima al cliente una corretta visione delle sue emozioni, portandolo a comprendere il rapporto tra pensiero ed emozione. Fin tanto che il cliente non si renderà conto di come il suo modo di pensare influenza le sue emozioni e il suo comportamento non riuscirà a comprendere l’importanza di indagare sui suoi pensieri. Spiegazione diretta: si ricorrerà a metafore o ad esempi di vario genere per far comprendere al cliente che l’evento attivante non causa direttamente la reazione emotiva e comportamentale. Spiegazione socratica: un modo per far comprendere al cliente che è B e non A a determinare C consiste nel chiedergli se conosce altre persone che nella sua stessa situazione non provano la medesima emozione; un’altra modalità socratica per spiegare il rapporto tra B e C consiste nel far rievocare al cliente un’emozione del passato, collegata a una situazione particolare che adesso è associata a un’emozione diversa. il ruolo svolto dal pensiero può essere fatto comprendere al cliente mettendo a confronto due diversi modi di pensare relativamente alla stessa situazione. Presentando al cliente una situazione ipotetica di fronte alla quale può assumere due diversi tipi di pensiero, non sarà difficile portarlo a constatare l’impatto che questi pensieri possono avere sulle sue emozioni. L’influenza del passato: il passato può fornire informazioni sulla storia di apprendimento dei pensieri irrazionali, ma il ruolo del terapeuta non è certo quello di cambiare il passato del cliente, bensì quello di aiutarlo a liberarsi dai modi di pensare dannosi che ha appreso in passato.     Quali tecniche si utilizzano per la messa in discussione dei pensieri? La messa in discussione, detta anche dissuasione cognitiva, è la parte più complessa della ristrutturazione cognitiva. Nell’ambito della REBT, per ristrutturazione cognitiva si intende quel processo attraverso cui l’individuo sostituisce modalità di pensiero collegate a reazioni emotive e comportamentali disfunzionali con altre modalità di pensiero in grado di elicitare emozioni e comportamenti adattivi. Questo processo avviene attraverso due fasi. Messa in discussione dei pensieri irrazionali. Nel corso delle varie sedute di psicoterapia il terapeuta, affrontando i vari ABC che emergono, aiuterà il cliente a rendere sempre più deboli i pensieri irrazionali collegati a specifiche situazioni problematiche. Riformulazione razionale. La riformulazione razionale è la seconda fase della ristrutturazione cognitiva. A meno che il cliente non disponga di nuovi modi di pensare con cui sostituire i suoi convincimenti irrazionali, egli continuerà a rimanere aggrappato ai propri modi di pensare, per quanto dannosi possano essere. Un errore in cui il terapeuta può incorrere nel corso della ristrutturazione cognitiva è quello di proporre al cliente un nuovo pensiero razionale alternativo già preconfezionato. In questo caso il rischio è che il cliente non senta come suo il pensiero, che perciò avrà poca influenza sul suo stato d’animo. È invece molto più efficace procedere in modo evocativo, invitando il cliente a trovare un modo di pensare alternativo, in base agli elementi emersi nel corso della messa in discussione.     Quali sono le tipologie di homework? Compiti di auto-osservazione scritti, utili per far aumentare nel cliente la consapevolezza di certi eventi sia interni (covert) che esterni (overt). Attività di lettura (biblioterapia): consiste nel prescrivere la lettura di determinati libri, opuscoli, articoli su specifici argomenti attinenti il problema del cliente. Lo scopo è quello di consolidare quanto già discusso in seduta o preparare il cliente a ciò che verrà discusso successivamente. Compiti di ascolto. Lo scopo di questi materiali è quello di consentire al cliente di familiarizzare con la visione razionale-emotiva di determinati problemi che lo coinvolgono. Esercizi comportamentali e immaginativi, che consistono nel prescrivere al cliente l’applicazione, tra una seduta e l’altra, di alcune tecniche comportamentali e immaginative. Lo scopo è quello di rendere il cambiamento cognitivo del cliente più «viscerale», e non solo intellettuale, allenandolo ad agire in un modo che va contro i suoi vecchi modi di pensare dannosi e allenandolo, attraverso l’immaginazione, ad assumere una diversa prospettiva, più razionale. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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