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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Psicologia
Finalità terapeutica e principali tecniche di un approccio che aiuta a focalizzarsi sui processi cognitivi disfunzionali che alimentano la sofferenza
L’approccio metacognitivo – basato su una teoria introdotta da Adrian Wells e Gerald Matthews - è rivolto in particolar modo al Disturbo d’Ansia Generalizzato, al Disturbo da Stress Post-Traumatico, al Disturbo Ossessivo-Compulsivo e al Disturbo Depressivo Maggiore, e si focalizza sui processi cognitivi disfunzionali che alimentano la sofferenza, differenziandosi così dalla terapia cognitiva standard, orientata all’individuazione e modificazione dei contenuti cognitivi distorti fonte delle reazioni emotive e dei comportamenti problematici. Secondo il modello metacognitivo i processi di rimuginio, ruminazione e monitoraggio della minaccia definiscono uno stile di coping denominato CAS (Cognitive Attentional Syndrome). Quando si attiva il CAS la persona rimane intrappolata e assorbita in una spirale di pensieri ed emozioni dolorose e autoperpetuanti, che non le consentono di utilizzare strategie più adattive ed efficaci. La finalità terapeutica L’obiettivo terapeutico è quindi quello di modificare le modalità con cui il paziente si relaziona ai propri pensieri e alle credenze che sviluppa su di essi (dette credenze metacognitive). Tali credenze possono essere di due tipi: quelle legate all’utilità di preoccuparsi, ruminare e controllare (credenze metacognitive positive) e quelle relative all’incontrollabilità e alla pericolosità dei propri pensieri (credenze metacognitive negative). Le principali tecniche Le tecniche di cui si avvale questo approccio non sono finalizzate alla distrazione dai propri eventi interni, ma aiutano la persona a distanziarsi da essi e ad imparare a stare in contatto con pensieri e credenze indipendentemente dal loro contenuto. Il Training Attentivo (ATT – Attention Training Technique), per esempio, aiuta il paziente ad “allenare” la propria attenzione dirigendola intenzionalmente in modo selettivo o ampliato su degli stimoli. La Detached Mindfulness(DM), che consta di almeno dieci tecniche, consente al paziente di sospendere le attività mentali di elaborazione concettuale e lo aiuta a considerare il pensiero negativo come un semplice evento mentale transitorio, a viverlo come tale senza reagire ad esso. Si tratta dunque di un approccio promettente, con solide basi di ricerca scientifica, che entra nel mondo delle cosiddette terapie cognitivo comportamentali di terza generazione, perché interviene primariamente sui processi cognitivi disfunzionali, anziché focalizzarsi sui contenuti mentali. Un approccio che merita approfondimento da parte di tutti i professionisti che operano nel campo della salute mentale secondo un approccio cognitivo-comportamentale.   Adrian Wells, ideatore della MCT, al X Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva Dal 13 al 16 maggio 2021 a Roma si svolgerà il decimo Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva (International Congress of Cognitive Psychotherapy) a cui parteciperà anche Adrian Wells noto in Italia per aver scritto il volume “Terapia metacognitiva dei disturbi d'ansia e della depressione”.
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Search-ME - Erickson 2 Psicologia
Come le nuove tecnologie hanno cambiato il nostro rapporto con gli altri
Restare da soli — a volte — può essere un piacere, ma la tecnologia e i social network hanno cambiato le regole che governano le nostre vite pubbliche e private, modificando anche il modo in cui viviamo le nostre esperienze di isolamento e di solitudine. Il gruppo di ricerca dell’Australian Relationship Queensland ha rivelato che tra tecnologia e solitudine esiste un collegamento reale: più del 42% della popolazione del Queensland ha dichiarato di utilizzare almeno quattro strumenti di comunicazione web (Facebook, Twitter, blog, e-mail) ma ha lamentato al contempo di sentirsi più solo durante i periodi di uso dei social network. Sempre secondo queste ricerche, il «tasso di solitudine» muta al variare dell’età: la fascia 25-34 anni, per esempio, è quella che avverte di più la solitudine, la fascia 18-24 anni è quella che ne accusa di meno.   La tecnologia ha prodotto nuove forme di socialità che stanno limitando la nostra intimità e trasformando le nostre esistenze. È una socialità molto legata allo strumento che determina, a causa dell’uso prolungato che ne facciamo (televisione, telefono cellulare, social network), in modo preponderante, la nostra vita di relazione e sociale   Anche se viviamo spesso ed esclusivamente in rapporto agli altri, ci troviamo sempre più soli con noi stessi. Se Anton Čechov sosteneva, a cavallo tra Ottocento e Novecento, che la vera felicità è impossibile senza la solitudine, bisogna valutare, nel millennio in corso, se possiamo considerare la «solitudine del networker» alla pari di quella vissuta e sperimentata dagli esseri umani prima dell’avvento di Internet, dei social media, degli smartphone e dei tablet. Così facendo andremo a ridefinire la socialità moderna e i modi con cui gli uomini agiscono per stabilire tra di loro relazioni sociali e vincere la loro solitudine individuale. Tutti sono online, ma la folla (una massa oggi rappresentata da miliardi di utenti con un loro profilo Facebook, Twitter, LinkedIn) che frequenta i social network non garantisce il superamento di quello stato di chiusura e isolamento che l’uomo moderno sperimenta. Le evidenze fin qui rilevate non danno risposte definitive al dubbio se sia la solitudine a spingere  le persone a usare sempre più la tecnologia o se sia invece quest’ultima a portare le persone a isolarsi sempre di più e a sperimentare nuove forme di ritiro. Probabilmente sono vere entrambe le possibilità: le nuove tecnologie ridefiniscono la solitudine che viviamo offrendoci nuove opportunità ma anche nuove angosce e frustrazioni.  
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Search-ME - Erickson 3 Psicologia
L’innovativo approccio, ideato dallo psicoterapeuta newyorkese Jeffrey Young, per il trattamento dei disturbi della personalità
La Schema Therapy muove i suoi passi ormai più di 30 anni fa grazie a Jeffrey Young all’interno del quadro delle terapie per il disturbo Borderline di Personalità. La novità di questo approccio è stata quella di combinare le tecniche di Terapia Cognitivo Comportamentale, con elementi derivati dalla teoria dell’attaccamento, dalla Gestalt, dalle terapie interpersonali e psicodinamiche con l’obiettivo di aiutare le persone con problematiche psicologiche radicate. Perché è proprio dalle radici che la Schema Therapy parte, grazie al concetto di Schema Maladattivo Precoce che può essere definito come l’insieme di “pattern di vita pervasivi, che influenzano cognizioni, emozioni, memoria, percezioni sociali e pattern interazionali e comportamentali” (definizione che lo stesso Arntz scrive in un suo libro edito nel 2013). Gli Schemi Maladattivi Precoci si strutturano durante l’infanzia e tendono a essere presenti durante tutta la vita. Riflettono quindi l’ambiente infantile in cui si sono sviluppati, ma la loro natura disfunzionale appare evidente solo in periodi della vita successivi a quello in cui si sono formati, proprio quando l’individuo continua a perpetrare lo Schema nelle interazioni con altre persone. Gli Schemi hanno origine dal fatto che uno o più dei Bisogni Emotivi Primari dell’essere umano non vengono soddisfatti e non permettono quindi alla persona di riconoscere, sentire e soddisfare le proprie esigenze emotive. A seguito dell’attivazione degli Schemi, la persona svilupperà risposte (Stili di Coping) che hanno come obiettivo quello di risolvere le problematiche che lo Schema produce. Molto spesso però, questi stili di coping, anziché aiutare a risolvere i problemi e affrontare in modo funzionale le difficoltà, possono risultare, a loro volta, disfunzionali o maladattivi. Un particolare Schema si può poi associare a una gamma di differenti comportamenti o esperienze emotive o cognitive. Il concetto di Mode è stato quindi sviluppato da Young proprio per spiegare e descrivere questi fenomeni. Attraverso il concetto di Mode la persona avrà più facilità a comprendere i propri comportamenti e i propri sentimenti accedendo a una dimensione egodistonica rispetto al proprio comportamento problematico. I Mode possono essere più facilmente riconosciuti o affrontati rispetto agli Schemi ed è per questo che molto del lavoro terapeutico si fa proprio con queste parti. L’obiettivo della Schema Therapy sarà quindi quello di aiutare la persona a riconoscere il proprio funzionamento e aiutarla a identificare più chiaramente i propri bisogni per trovare delle modalità funzionali e adattive per soddisfarli. Per un approfondimento si rimanda al libro “Schema Therapy. La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi della personalità” edito da Erickson.   X Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva  Dal 18 al 21 giugno 2020 si svolgerà a Roma il 10° Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva (ICCP) che vedrà la partecipazione di molti relatori di rilevanza internazionale, tra cui Arnoud Arntz, uno dei massimi esponenti mondiali della Schema Therapy (Department of Clinical Psychology, University of Amsterdam). Durante il suo intervento, Arntz esplorerà nello specifico le caratteristiche e il trattamento dedicato a persone con diagnosi di Disturbo di Personalità Evitante, Dipendente o Ossessivo Compulsivo (ex cluster C).
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Search-ME - Erickson 4 Psicologia
Che cos’è, da cosa dipende e come si può migliorare secondo il modello dell’Emotional Schema Therapy
La regolazione delle emozioni è un’abilità complessa che permette all’individuo di modulare gli stati emotivi in maniera adattiva, in risposta a stimoli significativi provenienti dall’ambiente. Nonostante sia un’abilità innata, la capacità di regolare le emozioni è profondamente influenzata da vulnerabilità biologiche e dalle prime interazioni del bambino, le quali, in contesti di sviluppo sano, permettono la strutturazione di processi di regolazione emotiva funzionali ed efficaci. Al contrario, l’essere esposti ad ambienti di sviluppo difficili e invalidanti, può portare a strategie di regolazione emotiva disfunzionali, che possono esitare in processi di soppressione ed inibizione emotiva, e in quella che viene definita “disregolazione emotiva”. Ad esempio, una persona cresciuta in un contesto supportivo, potrebbe vivere un rimprovero del proprio capo con ansia, tristezza e vergogna, sperimentando una risposta somatica sgradevole, senza però mettere in discussione l’immagine di sé, e gestendo il comprensibile disagio in maniera efficace, sfruttando il momento difficile come un’occasione di crescita. Un’altra persona, se nata in un ambiente familiare invalidante, potrebbe vivere la stessa situazione come una conferma della propria inadeguatezza, percepire un’intensa attivazione emotiva, ed esplodere in un pianto disperato, in agiti rabbiosi o in processi di ruminazione/rimuginio pervasivi e invalidanti. La risposta emotiva alla sofferenza: quando è necessario l’intervento psicoterapeutico? È ormai accettato come l’inibizione emotiva e la disregolazione emotiva siano dei costrutti transdiagnostici centrali in diverse forme di psicopatologia, strettamente connessi a comportamenti problematici e ad alti livelli di sofferenza. Proprio in virtù della loro rilevanza, le abilità di regolazione emotiva rappresentano uno degli aspetti da considerare nella fase di assessment e di concettualizzazione del caso, e quindi nell’intervento psicoterapeutico. Nel tempo, infatti, la psicoterapia cognitivo-comportamentale, nelle sue diverse declinazioni, ha dedicato sempre più attenzione alle strategie di inibizione e alle difficoltà di regolazione emotiva, sviluppando modelli teorici e di trattamento basati sia su vere e proprie tecniche attentive e comportamentali, che su interventi mirati a lavorare sulla relazione che la persona ha con i propri processi e stati mentali problematici. La regolazione emotiva secondo l’Emotional Schema Therapy di Robert Leahy Robert Leahy mette al centro dei processi di regolazione emotiva quello che viene definito l’Emotional Schema Model (ESM). Un ESM rappresenta il modo in cui la persona percepisce, interpreta, valuta e risponde alle proprie e altrui emozioni. Poiché ogni essere umano sperimenta stati emotivi dolorosi, Leahy sottolinea, in linea con l’approccio metacognitivo di Wells, come sia il rapporto che ognuno di noi ha con i propri vissuti emotivi a fare la differenza tra la sofferenza fisiologica a cui ogni essere umano è per natura esposto e lo sviluppo di psicopatologia. Le teorie che ognuno di noi ha sui propri vissuti emotivi possono infatti generare strategie di regolazione emotiva problematiche come la soppressione, la ruminazione, l'evitamento, che possono gettare la persona in una spirale che alimenta e mantiene lo stato di sofferenza.  L’Emotional Schema Therapy (EST) proposta da Leahy si concentra, quindi, sulle interpretazioni soggettive dei propri stati emotivi, cercando di portare alla luce la teoria specifica che la persona ha delle proprie emozioni, con lo scopo di modificarla e di consolidare nuove strategie adattive di regolazione emotiva.   Robert Leahy, direttore dell’American Institute for Cognitive Therapy, al X Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva Dal 13 al 16 maggio 2021 si svolgerà a Roma il 10° Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva (ICCP) che vedrà la partecipazione di molti relatori di rilevanza internazionale, come il dott. Robert L. Leahy, direttore dell’American Institute for Cognitive Therapy di New York e professore associato di psicologia clinica presso il Dipartimento di Psichiatria del Weill Cornell Medical College, noto in Italia per aver scritto il volume “La regolazione delle emozioni in psicoterapia”, pubblicato nel 2018 da Erickson.
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Search-ME - Erickson 5 Psicologia
Un grave gap a cui il Governo dovrebbe porre rimedio.
Su Lancet Psychiatry un gruppo di 42 esperti mondiali che hanno formato la International Covid-19 Suicide Prevention Research Collaboration ha recentemente lanciato l’allarme. È facilmente prevedibile, e non credo serva spiegarne i motivi, che ciò che è accaduto e sta accadendo in Italia e nel mondo porti a un rapido incremento nei prossimi mesi di disturbi da stress post-traumatico, ansia per le malattie, disturbi ossessivo-compulsivi, abuso di sostanze, depressione e forse persino tassi di suicidio. Ci troveremo presto di fronte a un’emergenza psicologica senza precedenti, almeno nelle ultime decadi, frutto delle conseguenze dirette del Covid-19, come la paura per la propria e altrui incolumità, i lutti subiti, i traumi a cui è esposto il personale sanitario in prima linea. Ma anche delle conseguenze indirette, quelle che toccano tutti. Basti pensare alla grave deprivazione sociale degli ultimi due mesi, alle pesantissime ripercussioni economiche e occupazionali derivanti dal lockdown, al senso di privazione della libertà personale, alle enormi incertezze sul futuro, ai problemi di coppia che la quarantena ha scatenato, alle difficoltà nel gestire i figli con le scuole chiuse. Il peggio è passato o deve ancora venire? Dal punto di vista psicologico temo purtroppo che le peggiori conseguenze debbano ancora arrivare. Al momento viviamo tutti in uno stato di sospensione, preoccupati primariamente per la salute che passa giustamente avanti a tutto, in attesa della fine di questo periodo così strano e impensabile fino a poco tempo fa, al punto che non riusciamo del tutto a realizzarlo. È come se avessimo premuto il tasto pausa. La nostra vita è bloccata e di conseguenza lo sono anche le nostre emozioni, con cui abbiamo un contatto solo parziale. Per fortuna, direi, altrimenti piomberemmo in uno stato di disperazione che ci renderebbe insopportabile una condizione come quella attuale. Sfruttiamo un meccanismo di difesa psicologico che ci consente di non soffrire troppo per l’assenza dei nostri cari, per la mancanza di attività piacevoli, per l’isolamento sociale. Arriverà un momento, penso e spero a brevissimo, in cui torneremo a una presunta normalità. Quel momento che tutti agogniamo, ma in cui ci renderemo conto che molte cose non sono più come prima, che certi equilibri sono irrimediabilmente rotti. E realizzando davvero ciò che è accaduto e soprattutto le conseguenze che si porta e si porterà dietro, entreremo in contatto con le conseguenti emozioni: tristezza, rabbia, ansia, disperazione, senso di vuoto, angoscia. Da qui a sviluppare una qualche forma di psicopatologia (o al ricadervi se ne avevamo sofferto in passato) il passo è breve. Il bisogno di terapie psicologiche Tutto ciò comporterà un aumento del bisogno di terapie psicologiche che siano in grado di alleviare la sofferenza, facilitare l’adattamento e la resilienza, contrastare i meccanismi che favoriscono la genesi e il mantenimento della patologia psichica. Gli strumenti non mancano, i professionisti neanche. Viviamo in un paese in cui ci sono circa 60.000 psicologi attivi, di cui oltre la metà ha una specializzazione in psicoterapia. Ci sono terapie sufficientemente brevi, con comprovata efficacia, in parte erogabili anche online. Se anche la domanda di cure psicologiche aumentasse esponenzialmente non mancherebbe l’offerta pronta a rispondervi. E la maggior parte delle persone che soffrono di problemi psicologici potrebbe trarne grande giovamento. Qual è allora il vero problema del momento? Che le psicoterapie hanno un costo, poiché si tratta di servizi di alta specializzazione per i quali sono richieste una laurea, un tirocinio, un’abilitazione professionale, un corso almeno quadriennale di specializzazione post-lauream, oltre a continuo aggiornamento, formazione e supervisione. Inoltre, come per ogni prestazione sanitaria erogata in ambito primariamente privatistico, la psicoterapia costa tanto di più quanto maggiore è la qualità del servizio offerto e l’esperienza del professionista a cui ci si rivolge. Dunque, chi desidera un aiuto professionale e qualificato deve mettere in conto un importante esborso, peraltro continuativo (non una-tantum) e neanche coperto dalla maggior parte delle assicurazioni sanitarie. È possibile accedere a servizi di psicoterapia gratuiti? In questo momento particolare molti professionisti offrono le proprie prestazioni di assistenza psicologica a titolo volontario. Recentemente la Protezione Civile stessa ha lanciato un numero verde per il supporto psicologico ai cittadini, coordinando una rete di volontari messi a disposizione da alcune società scientifiche di psicoterapia. Si tratta tuttavia di servizi temporanei, che offrono la possibilità di effettuare un numero molto limitato di colloqui, forse utili a contenere l’emergenza, ma che non possono certo sostituirsi a un effettivo percorso di cura, che richiede continuità nel tempo per mesi, talvolta anni. Una volta terminati i colloqui gratuiti, i colleghi che ravvisano segnali di una conclamata forma di psicopatologia non potranno far altro che suggerire a chi li ha contattati di proseguire un percorso di psicoterapia a pagamento. Idealmente la psicoterapia dovrebbe essere tra le prestazioni offerte dal Servizio Sanitario Nazionale. Ma purtroppo gli investimenti pubblici su questi servizi sono stati drasticamente ridotti soprattutto negli ultimi vent’anni. Cosa ne consegue? Nei prossimi mesi probabilmente avremo un aumento importante della forbice tra il bisogno di terapie psicologiche e la capacità di coloro che ne abbisognano di potersele permettere. Le principali conseguenze del Coronavirus saranno infatti di ordine economico. In molti dovranno metter mano ai propri risparmi, ammesso che ne abbiano. Le spese superflue, che però garantivano un margine di benessere (es. vacanze, sport, vestiti, ecc.) subiranno una inevitabile contrazione. Molte attività non riapriranno i battenti o si ridimensioneranno e di conseguenza molte persone perderanno il lavoro. Tutti elementi che potrebbero contribuire a incrementare la sofferenza psicologica, soprattutto in soggetti predisposti. Da qui il paradosso: le difficoltà economiche saranno sia una delle cause del malessere psicologico, sia il principale motivo per cui alcune persone non potranno permettersi di spendere per ottenere l’aiuto necessario a recuperare il proprio benessere. La soluzione? Tenendo conto che gli psicoterapeuti sono dei professionisti, spesso altamente qualificati, che hanno investito e investono molto per la propria formazione, i servizi di psicoterapia di qualità non potranno mai essere gratuiti o “low cost”, tranne in casi eccezionali e di emergenza come questo, per brevi e circoscritti periodi. Non appena l’emergenza sanitaria sarà cessata, le psicoterapie torneranno giustamente ad avere un costo analogo a quello di qualunque altra prestazione medico-specialistica. Ma probabilmente sarà proprio quello il momento in cui ce ne sarà più bisogno. Sarebbe quindi importante non fare affidamento soltanto sui servizi psicologici, temporanei e su base volontaria attivati in fase di emergenza, facendo leva sul senso civico dei nostri colleghi. Piuttosto, così come ci si sta giustamente ponendo il problema dell’urgenza di reclutare personale medico, infermieristico ed educativo, occorrerebbe destinare fondi adeguati al Servizio Sanitario Nazionale per assumere un significativo numero di psicologi ed esser pronti a rispondere alla grande richiesta di psicoterapie che ci sarà nei prossimi mesi e anni.
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a Psicologia
La paura di contaminarsi o di essersi contaminato e aver contratto il virus in circolazione in questo momento è normale, utile e adattiva.
Il confine tra tutto ciò e la comparsa di alcuni disturbi psicologici quali il disturbo ossessivo-compulsivo e l’ipocondria (ansia di malattia) è sfumato.  Quello che sta succedendo nel mondo obbliga tutti noi a prendere precauzioni igieniche estreme cui non eravamo abituati, per timore di contaminarsi e magari contaminare altre persone a noi care, soprattutto se anziane e a rischio. La preoccupazione per la nostra e altrui salute è inevitabilmente molto aumentata rispetto al solito, e sfido chiunque abbia starnutito o tossito in questi giorni a non aver pensato per un attimo di aver preso il Coronavirus, oppure sia passato troppo vicino a qualche estraneo a non essersi preoccupato che questi potesse essere infetto. Tutto ciò – anche se ci fa vivere meno tranquilli - è normale, utile e funzionale, perché ci spinge ad attenerci a una serie di precauzioni che possono salvare vite umane e contenere l’epidemia. Si tratta di una di quelle tante situazioni in cui l’ansia è adattiva, ovvero utile alla sopravvivenza della specie. Ansia sana e ansia patologica Ma qual è il confine tra l’ansia “buona” e l’ansia patologica, di cui soffrono tutti coloro che hanno un cosiddetto disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) da contaminazione o un disturbo d’ansia di malattia (quella che un tempo di chiamava ipocondria)? Le preoccupazioni ossessive di contaminazione tipiche del DOC si attivano al di là del ragionevole pericolo e soprattutto permangono nonostante le precauzioni prese, tormentando la persona con dubbi del tipo “E se…” pressoché infiniti, portandola di conseguenza a veri e propri estenuanti rituali di lavaggio e disinfezione di se stessi e degli oggetti che vanno oltre a qualsivoglia raccomandazione basata su fondamenti scientifici.  L’uso di igienizzanti, saponi, alcol e quant’altro, nonché l’evitamento di tutto ciò che può essere potenzialmente contaminato diventano comportamenti portati all’estremo e che non trovano fine, rendendo la vita molto faticosa, poiché la certezza assoluta di non entrare in contatto con agenti patogeni non arriva mai e quel margine di incertezza, anche minimo, non è accettabile. Allo stesso modo chi ha un disturbo d’ansia di malattia si preoccupa in modo eccessivo e irrazionale di non essere sano e, in questo caso specifico, di aver preso il Coronavirus. Così ogni minimo segnale corporeo, anche un mal di testa, diventa fonte di angosciosa preoccupazione, se non di una vera e propria convinzione di essere malati. Ciò porta a richieste di rassicurazione mediche e non solo, ma soprattutto a un’attenzione eccessiva a tutto ciò che accade nel corpo che amplifica la percezione che qualcosa non vada, alimentando l’ansia. Per non parlare delle ricerche compulsive su Internet riguardo ai sintomi più remoti e nascosti del Covid-19 come di qualunque altra malattia. Cercando bene bene, uno che abbiamo lo troveremo sicuramente! Cosa sta accadendo a chi già soffriva di un disturbo ossessivo o ipocondriaco Avendo l’onore di dirigere il Centro di Eccellenza per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (CEDOC) di Firenze, ho un osservatorio che mi consente di monitorare cosa sta accadendo a molte decine di pazienti che abbiamo in carico e che soffrivano ben prima dell’avvento del Coronavirus dei disturbi sopra descritti. La cosa apparentemente bizzarra è che coloro che soffrono di un DOC da contaminazione non solo non sono necessariamente peggiorati, ma alcuni stanno soggettivamente meglio, sia perché si sentono meno “strani” e meno malati (quindi meno oggetto di stigma e giudizio altrui) nel compiere tutti i rituali che il disturbo richiede loro, sia perché sono ufficialmente autorizzati dalla reclusione forzata ad evitare l’esposizione a ciò che solitamente più li spaventa (es., mezzi o bagni pubblici, ambienti con molte persone, ecc.). Ciò non toglie, ahimè, che questo interrompa il loro processo di guarigione che invece passa attraverso la graduale riduzione degli evitamenti e delle compulsioni, per cui più avanti dovranno fare i conti con un disturbo ancor più consolidato. Ci sono poi coloro che ne hanno sofferto in passato, riuscendo a superare il problema, e che magari in questa fase possono avere una riacutizzazione dei sintomi. Se la passano un po’ peggio gli ipocondriaci, molti dei quali in questo periodo sono drasticamente peggiorati. Vivono tormentati dal dubbio di aver preso il virus e hanno aumentato così l’attenzione ai segnali di presunto malessere e l’utilizzo improprio degli strumenti volti a cercare informazioni e rassicurazioni riguardo ai propri sintomi percepiti. In generale, lo stress cui tutti siamo sottoposti in questo periodo, per una serie di motivi che vanno dall’isolamento sociale, alle preoccupazioni economiche e lavorative, passando per la mancanza di attività piacevoli e molte altre deprivazioni, tende a far peggiorare qualunque tipo di psicopatologia (in particolar modo se di tipo depressivo), per cui può incidere negativamente anche sul DOC e l’ansia per le malattie. Cosa potrebbe accadere in futuro a chi era a rischio La comparsa improvvisa, dilagante e così minacciosa di un virus ha avuto indubbiamente un impatto traumatico sulla maggior parte delle persone che fino a “ieri” vivevano sufficientemente serene senza preoccuparsi oltremodo per le malattie o la contaminazione. Questo impatto lascerà indubbiamente un segno, una memoria indelebile, con un aumento collettivo della percezione di vulnerabilità dell’essere umano. È quindi ragionevole aspettarsi che nel prossimo futuro, a emergenza reale finita e quando potenzialmente potremmo tornare ai livelli di guardia di prima, vedremo un aumento di persone che sviluppano timori ossessivi di contaminazione e mantengono livelli di ansia per le malattie sopra la norma, disfunzionali e impattanti sulla loro qualità di vita. Non ne ho la certezza, e spero di sbagliarmi, ma se così fosse chi come noi si occupa nello specifico di valutare e trattare queste forme psicopatologiche dovrà attrezzarsi per venire incontro a un numero di richieste di aiuto superiore a prima. Come proteggersi dal Coronavirus senza perdere la testa Molti si chiederanno se sia in qualche modo possibile proteggersi adeguatamente dal virus, attenendosi alle attuali e future precauzioni che ci verranno raccomandate dagli scienziati, ma senza rischiare di scivolare in qualche forma di disagio psicologico. Uno dei modi migliori è quello di evitare di esporsi eccessivamente alle notizie riguardo all’andamento dell’epidemia, di parlarne e sentirne parlare meno possibile, quel tanto che basta (possono essere sufficienti 5 minuti al giorno) per avere gli aggiornamenti essenziali sullo stato dei fatti. Per il resto è bene concentrarsi su altro, che sia studio, lavoro, tv, giardinaggio, cucina o qualunque altra attività di svago. Occorre poi rispettare le norme previste per legge quando si esce (es. stare a distanza di un metro dagli altri, indossare la mascherina se previsto, lavarsi le mani al rientro, ecc.), finché saranno dovute, ma non travisarle secondo una logica de “il più è sempre meglio del meno”. Un metro non devono diventare tre, i lavaggi di mani non devono essere troppo frequenti (soprattutto se non si esce), né troppo lunghi (massimo 40 secondi) e non devono esser fatti con prodotti troppo aggressivi. È dovuto misurarsi la febbre se non si sta bene, ma se questa non supera i 37.5 e non vi sono altri sintomi tipici del Coronavirus (secondo le fonti scientificamente attendibili e il parere del medico curante) non serve prestare costantemente attenzione a come stiamo, né tantomeno cercare informazioni su Internet o altrove per cercare di capire se il nostro non possa essere uno dei casi paucisintomatici. Ciò aumenta solo il rimuginio sulla malattia, i livelli di ansia, la percezione soggettiva di malessere e di conseguenza il dubbio. Ancora una volta concentrarsi su altro è estremamente più funzionale. Per chi si sente a rischio Per coloro che sentono di star perdendo un po’ il controllo dei propri livelli di ansia, che vivono questo momento non solo con il normale stress connesso alle importanti limitazioni alla nostra libertà e spontaneità, ma con un importante ed eccessivo aumento delle paure di contaminazione e dei comportamenti atti a prevenirla, oppure del timore ossessivo e irrazionale di essere affetti dal Coronavirus senza saperlo, posso suggerire intanto un paio di letture che possono essere di grande aiuto: “Vincere le ossessioni” di cui sono l’autore e “La paura della malattie” di Asmundson e Taylor. Se queste non dovessero bastare, se vi accorgeste di essere a rischio di scivolare in un disturbo psicologico come conseguenza dell’epidemia in atto, o se conoscete qualcuno al quale vostro avviso sta accadendo qualcosa del genere, è bene rivolgersi a qualificati psicoterapeuti con alta specializzazione sul DOC e sulla paura delle malattie.
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