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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Psicologia
Quali sono i principali effetti psicologici della quarantena? Come possiamo reagire e che cosa possiamo fare per stare meglio?
In questi giorni sul coronavirus è stato scritto di tutto e di più, ma poco è stato detto riguardo alle pesanti ripercussioni emotive che ciò che stiamo vivendo in questi giorni può avere. Non parlo dell'incremento delle paure ossessive di contaminazione o dello stato di confusione, incertezza, sgomento, preoccupazione che tutti noi stiamo vivendo, chi più chi meno. Mi riferisco alle conseguenze dei drastici cambiamenti nello stile di vita e nella libertà individuale che sono connessi alle restrizioni più che giustamente imposte dal governo per arginare il contagio. Da un giorno all'altro ci ritroviamo a non poter godere della presenza dei nostri amati, almeno che non siano conviventi, a non poter frequentare gli amici, a rinunciare alle relazioni con gli altri, che per gli esseri umani sono la principale fonte di piacere oltreché di conforto, soprattutto in caso di necessità. E tutti in questo momento ne avremmo più necessità del solito. Chi ne fa più le spese Fidanzati che non possono abbracciarsi per settimane, genitori e nonni che non possono incontrare i propri figli o nipoti, e viceversa, anziani che vivono in residenze sanitarie assistite o case di riposo che non posso ricevere visite, amici che non possono frequentarsi, in generale tutti coloro che vivono da soli (buona parte degli italiani), nutrendosi soltanto di relazioni esterne alle mura domestiche, che si ritrovano isolati. Per questi ultimi, ancor più se anziani, la cosa è particolarmente grave. “State a casa”, che è l’imperativo di queste settimane, significa state soli, deprivati di contatti umani e affettivi, oltreché di tutte le attività di svago e fonte di benessere (sport, giochi, spettacoli, feste, cinema, teatri, circoli, club, associazioni e così via). La convivenza forzata peggiore dell’isolamento Ancora peggio può essere stare forzatamente a casa ove vi siano situazioni complesse e non serene, come nel caso di coppie conflittuali o addirittura di violenze domestiche, di separati in casa, di convivenza in spazi ristretti e via dicendo. Per tutte queste persone recarsi ogni giorno al lavoro, la sera al bar o al pub, a prendere un aperitivo o a fare shopping con l’amico o l’amica, ritagliarsi del tempo per fuggire dai propri parenti, amati o amanti, sono attività che garantiscono l’equilibrio psicologico. Non poterle fare rischia seriamente di far saltare l’equilibrio, magari già precario. Cosa e quanto può aiutarci a ridurre l’impatto dell’isolamento Fortunatamente abbiamo mezzi tecnologici che ci aiutano a percepire un po’ meno la distanza fisica, e se non l’hanno già fatto sarà il momento in cui i nonni impareranno a fare la videochiamata Whatsapp ai nipoti. Sappiamo però quanto le relazioni mediate dalla tecnologia non siano assolutamente in grado di sostituire quelle vis à vis, a maggior ragione dove il contatto fisico è elemento essenziale della relazione stessa (abbracci, baci, carezze, sessualità, ecc.). Abbiamo anche libri, televisione, internet, cartoni animati e serie tv. Ma è difficile che questi possano riempire il vuoto che le deprivazioni relazionali lasciano. Cosa comporta tutto questo? Per alcuni solo normali sentimenti di solitudine, vuoto, tristezza, mancanza, che chiaramente si uniscono alle preoccupazioni per la salute e le finanze che imperano in questo periodo. Stati transitori, pesanti ma sopportabili. Stati con cui occorre stare in contatto, ma che per certi versi ci sono utili a capire cosa è veramente importante per noi, che ci daranno modo di ripartire con le idee più chiare e apprezzando al massimo ciò che prima davamo per scontato. Per altri, con meno risorse pratiche e di fronteggiamento emotivo, le perdite di cui sopra possono comportare una importante caduta depressiva, che non è scontato si risolva spontaneamente nel momento in cui la situazione tornerà alla normalità. Negli anziani a rischio la deprivazione di stimoli sociali e la perdita delle routine giornaliere può anche favorire il processo di deterioramento cognitivo verso la demenza senile. Cosa possiamo fare per stare e far stare meglio Sostituiamo il messaggio scritto con una telefonata, o meglio ancora con una videochiamata, organizziamo conference call non solo con i colleghi di lavoro per mandare avanti l’azienda o l’ufficio, ma anche con amici e parenti. Avviamo all’uso dei social network, magari temporaneo, anche i più restii, che non hanno o hanno abbandonato il proprio profilo Facebook o Instagram. Coltiviamo le relazioni sociali in ogni modo, magari dedichiamo il tempo libero a riprendere quelle che avevamo abbandonato. Questo è il momento di chiamare la vecchia amica che non sentiamo da mesi o anni, di passare una serata al telefono anziché su Netflix, di mantenersi “connessi” e vicini pur stando lontani, facendo sentire agli altri la nostra vicinanza e ricercandola attivamente. E se questo non basta? Occorre monitorare il proprio umore, cogliendone i segnali di un significativo abbassamento: irritabilità, tristezza, sonno ridotto o disturbato, apatia, pensieri catastrofici, solo per fare alcuni esempi. Allo stesso modo è bene prestare attenzione allo stato di salute psicologica dei nostri cari, soprattutto delle persone più a rischio ed aiutarle a ridurre in ogni modo possibile la percezione di isolamento e alienazione. Ove si ravvisino segnali di franchi disturbi depressivi o ansiosi è bene cercare di intervenire precocemente, cercando l’aiuto di uno psicoterapeuta cognitivo comportamentale, molti dei quali disponibili anche a sedute online, almeno temporaneamente. Nei casi più importanti o dove la psicoterapia non sia possibile o sostenibile è bene allertare il medico di base, che valuterà se e come avviare la persona a una terapia farmacologica di supporto.
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I consigli e le raccomandazioni degli psicologi per affrontare l’emergenza
L’attuale emergenza sanitaria,, causata dalla diffusone del nuovo coronavirus, ci ha catapultati in una situazione totalmente nuova con evidenti cambiamenti sulle nostre abitudini di vita. Tutto ciò sta avendo un notevole impatto sulla mente e sui comportamenti delle persone che a tutto ciò reagiscono in modo differente. C’è chi tende a sottovalutare il problema mettendo in atto azioni poco responsabili e non curanti delle conseguenze che possono avere sull’espansione del contagio e chi invece è emotivamente sopraffatto da questa condizione tanto da sviluppare forti paure o addirittura panico. É normale essere in ansia? Come ricorda Albert Ellis, psicologo clinico celebre per  la Rational-Emotive Therapy, provare ansia è del tutto normale; l’ansia è appropriata, positiva e utile alla nostra sopravvivenza se basata su una paura reale e razionale, in quanto le sensazioni di disagio che la caratterizzano portano alla consapevolezza che sta, o potrebbe accadere, qualcosa di spiacevole e ciò porta la persona ad agire per evitare che ciò succeda.  Talvolta però l’ansia diventa sproporzionata e perde la sua funzionalità portando a forme di panico o fobia, a un calo delle difese biologiche dell’organismo e a comportamenti irrazionali e controproducenti (Ellis, 2013). Nell’attuale periodo questi si possono manifestare, ad esempio, attraverso la ricerca compulsiva di notizie trascurando l’autorevolezza delle fonti o i dati oggettivi sul fenomeno, oppure ignorando le misure messe in atto dal governo italiano per limitare il più possibile l’espandersi del contagio.  Come evitare che l’ansia si trasformi in panico? In questo momento tutti noi siamo di fronte a un problema reale che non bisogna fare l’errore di sottovalutare senza però cadere in un circolo vizioso fatto di paure, pensieri e comportamenti irragionevoli col pericolo di danneggiare sé stessi e gli altri. Cosa fare quindi per evitare la diffusione del panico collettivo pur considerando il rischio oggettivo che caratterizza la situazione attuale?  L’Esecutivo Nazionale dell’Ordine degli Psicologi è intervenuto a questo proposito dando indicazioni alle Autorità, agli psicologi e ai cittadini (CNOP, Vademecum per i cittadini, 26 febbraio 2020, consultabile qui: http://www.psy.it/gli-psicologi-sul-coronavirus). Con queste si afferma innanzitutto l’importanza di seguire le direttive delle autorità pubbliche tra cui le azioni di prevenzione proposte dall'Istituto Superiore di Sanità. Si raccomanda poi di affidarsi a fonti informative ufficiali evitando la ricerca morbosa di informazioni e di considerare il Coronavirus come un fenomeno collettivo e non individuale per questo è necessario che ognuno di noi si impegni ad agire in modo responsabile non solo per salvaguardare sé stesso ma anche gli altri. Infatti come afferma il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi “un atteggiamento psicologico valido può aiutare non solo chi lo attua ma anche gli altri, innescando un circuito virtuoso, e aumentando il quoziente di resilienza dei singoli, della famiglia, della comunità”.
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Le restrizioni imposte dai recenti decreti per contrastare l’epidemia ci obbligano a rinunciare alle relazioni sociali e a buona parte delle attività gratificanti che danno senso alle nostre giornate
Chi più, chi meno, tutti abbiamo vissuto momenti di noia transitori, ma mai come in questi giorni molti sono costretti a ridurre drasticamente le proprie relazioni e le proprie attività, entrando così in contatto con stati di noia molto più intensi e difficilmente tollerabili. Per alcune persone, le frenetiche e super-impegnate giornate che avevano fino a una settimana fa o poco più, servivano anche a colmare un drammatico e angosciante senso di vuoto, che con le limitazioni cui tutti siamo sottoposti in questo periodo può prendere il sopravvento, creando grande sofferenza e aumento del rischio di adottare comportamenti problematici. In cosa consiste il senso di vuoto Descrivere una sensazione che per definizione indica qualcosa che non c’è non è per niente semplice. In effetti il senso di vuoto è un’esperienza umana universale, ma che per taluni diventa una sensazione di smarrimento, di devitalizzazione, di insoddisfazione cronica, di mancanza di scopi, di senso e significato della vita, di una chiara percezione di sé. Spesso infatti sperimentiamo il vuoto quando non abbiamo (o non abbiamo più) un obiettivo a cui ambire. Solitamente esso si associa a una sorta di “smania”, di frenesia e di agitazione che non hanno una chiara spiegazione. Un bisogno di far qualcosa pur di uscire dal quel “buco nero” dove nulla ha senso e non entrare in contatto con sé stessi, con una specie di mostro interno, e con emozioni quali paura, angoscia, tristezza, rabbia, colpa. La componente fisica del senso di vuoto Il senso di vuoto è qualcosa di molto viscerale, viene percepito a livello corporeo proprio come se ci mancasse qualcosa dentro, come se fossimo incompleti. Non a caso, esso viene istintivamente gestito con comportamenti, il più delle volte disfunzionali, che hanno un’azione sul corpo e generano sensazioni fisiche forti: abbuffate, sessualità estrema o promiscua, esercizio fisico compulsivo, sport estremi e a rischio, gioco d’azzardo, guida spericolata, uso di alcol o sostanze (soprattutto la cocaina), abuso di farmaci, talvolta perfino gesti autolesivi non con l’intenzione reale di farsi del male, ma per percepire sensazioni corporee intense come il dolore. L’obiettivo non è mangiare, allenarsi, divertirsi o fare sesso. Tutto è finalizzato a percepire un’elevata attivazione fisiologica per uscire da questo insostenibile stato di assenza di scopi e ricercare la pienezza interna. Accettare il senso di vuoto è infatti più difficile che accettare il dolore fisico o qualunque altra emozione negativa. Senso di vuoto e psicopatologia Questa sensazione, normale e comune entro certi limiti, è particolarmente presente in chi soffre di alcuni disturbi di personalità, quali primo fra tutti il disturbo borderline, ma anche il narcisistico e il dipendente. Si riscontra inoltre molto spesso in chi manifesta sintomi di alimentazione incontrollata, con “fame nervosa” e abbuffate, come nel cosiddetto “binge eating”. Si amplifica infine quando l’umore si abbassa, fino al vero e proprio episodio depressivo, in cui essa si associa ad apatia, incapacità di prendere decisioni, disinteresse per ciò che un tempo appassionava, oltre che a tristezza, irritabilità, disturbi del sonno, inappetenza o disregolazione alimentare, calo del desiderio sessuale, e così via. E il rischio di sperimentare un abbassamento del tono dell’umore in questo periodo di deprivazione emotiva forzata, sia per la pesante riduzione delle relazioni sociali che per l’impossibilità di svolgere buona parte delle attività quotidiane piacevoli o gratificanti, è alto. Perfino lo shopping, che molti usano per “riempirsi” e gratificarsi, e non tanto per reale necessità, ci è negato. Come gestire il senso di vuoto Mai come adesso, quindi, abbiamo bisogno di trovare dei modi per colmare il vuoto senza cadere in comportamenti disfunzionali. Fumare di più, usare sostanze, abbuffarsi di cibo o stordirsi con l’alcol serve solo a breve termine. Dopo qualche ora il senso di vuoto sarà ancora maggiore. Prima di tutto abbiamo bisogno di imparare a fare i conti col vuoto, a starci in contatto per quanto sia una sensazione orribile, a galleggiarci senza fare niente, perché più ci agitiamo e più rischiamo di affogarci, come un naufrago in mezzo al mare. Visto poi che il senso di vuoto si riduce solo con azioni in grado di generare sensazioni fisiche intense, o comunque di impegnarci a livello manuale e corporeo, dobbiamo pianificare le nostre giornate inserendovi una buona parte di attività molto pratiche e interattive. Tradotto in pratica? Evitiamo quindi non solo fumo, alcol, sostanze, abbuffate, gioco d’azzardo e così via, ma anche di passare troppo tempo davanti alla TV, ad ascoltare musica, a leggere giornali o navigare passivamente su Internet, peggio ancora se leggendo di tutto e di più sul virus. In generale evitiamo per quanto possibile tutto ciò che non ci impegna attivamente e se possibile anche manualmente. Questo è il tempo di fare le pulizie di Pasqua (peraltro non così lontana), di dedicarsi alla cucina (magari congelando tutto per poi mangiarlo in futuro, quando avremo meno tempo di prepararlo), di rimettersi in forma fisicamente o quantomeno di mantenere l’allenamento fisico (facendo esercizi in casa), di suonare il nostro strumento preferito (o di imparare a farlo con l’aiuto del web), di frequentare un corso online che richieda attività pratiche ed esercitazioni, di apprendere o migliorare le strategie di meditazione mindfulness. Sono solo esempi, chi più ne ha più ne metta. Naturalmente tutto questo associato al tentativo di mantenere (o anche recuperare), nei limiti del possibile, quanti più contatti possibile, come ho già consigliato in questo articolo. Perché niente amplifica il vuoto come la sensazione di solitudine.
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Finalità terapeutica e principali tecniche di un approccio che aiuta a focalizzarsi sui processi cognitivi disfunzionali che alimentano la sofferenza
L’approccio metacognitivo – basato su una teoria introdotta da Adrian Wells e Gerald Matthews - è rivolto in particolar modo al Disturbo d’Ansia Generalizzato, al Disturbo da Stress Post-Traumatico, al Disturbo Ossessivo-Compulsivo e al Disturbo Depressivo Maggiore, e si focalizza sui processi cognitivi disfunzionali che alimentano la sofferenza, differenziandosi così dalla terapia cognitiva standard, orientata all’individuazione e modificazione dei contenuti cognitivi distorti fonte delle reazioni emotive e dei comportamenti problematici. Secondo il modello metacognitivo i processi di rimuginio, ruminazione e monitoraggio della minaccia definiscono uno stile di coping denominato CAS (Cognitive Attentional Syndrome). Quando si attiva il CAS la persona rimane intrappolata e assorbita in una spirale di pensieri ed emozioni dolorose e autoperpetuanti, che non le consentono di utilizzare strategie più adattive ed efficaci. La finalità terapeutica L’obiettivo terapeutico è quindi quello di modificare le modalità con cui il paziente si relaziona ai propri pensieri e alle credenze che sviluppa su di essi (dette credenze metacognitive). Tali credenze possono essere di due tipi: quelle legate all’utilità di preoccuparsi, ruminare e controllare (credenze metacognitive positive) e quelle relative all’incontrollabilità e alla pericolosità dei propri pensieri (credenze metacognitive negative). Le principali tecniche Le tecniche di cui si avvale questo approccio non sono finalizzate alla distrazione dai propri eventi interni, ma aiutano la persona a distanziarsi da essi e ad imparare a stare in contatto con pensieri e credenze indipendentemente dal loro contenuto. Il Training Attentivo (ATT – Attention Training Technique), per esempio, aiuta il paziente ad “allenare” la propria attenzione dirigendola intenzionalmente in modo selettivo o ampliato su degli stimoli. La Detached Mindfulness(DM), che consta di almeno dieci tecniche, consente al paziente di sospendere le attività mentali di elaborazione concettuale e lo aiuta a considerare il pensiero negativo come un semplice evento mentale transitorio, a viverlo come tale senza reagire ad esso. Si tratta dunque di un approccio promettente, con solide basi di ricerca scientifica, che entra nel mondo delle cosiddette terapie cognitivo comportamentali di terza generazione, perché interviene primariamente sui processi cognitivi disfunzionali, anziché focalizzarsi sui contenuti mentali. Un approccio che merita approfondimento da parte di tutti i professionisti che operano nel campo della salute mentale secondo un approccio cognitivo-comportamentale.   Adrian Wells, ideatore della MCT, al X Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva Dal 18 al 21 giugno 2020 a Roma si svolgerà il decimo Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva (International Congress of Cognitive Psychotherapy) a cui parteciperà anche Adrian Wells noto in Italia per aver scritto il volume “Terapia metacognitiva dei disturbi d'ansia e della depressione”.
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Che cos’è, da cosa dipende e come si può migliorare secondo il modello dell’Emotional Schema Therapy
La regolazione delle emozioni è un’abilità complessa che permette all’individuo di modulare gli stati emotivi in maniera adattiva, in risposta a stimoli significativi provenienti dall’ambiente. Nonostante sia un’abilità innata, la capacità di regolare le emozioni è profondamente influenzata da vulnerabilità biologiche e dalle prime interazioni del bambino, le quali, in contesti di sviluppo sano, permettono la strutturazione di processi di regolazione emotiva funzionali ed efficaci. Al contrario, l’essere esposti ad ambienti di sviluppo difficili e invalidanti, può portare a strategie di regolazione emotiva disfunzionali, che possono esitare in processi di soppressione ed inibizione emotiva, e in quella che viene definita “disregolazione emotiva”. Ad esempio, una persona cresciuta in un contesto supportivo, potrebbe vivere un rimprovero del proprio capo con ansia, tristezza e vergogna, sperimentando una risposta somatica sgradevole, senza però mettere in discussione l’immagine di sé, e gestendo il comprensibile disagio in maniera efficace, sfruttando il momento difficile come un’occasione di crescita. Un’altra persona, se nata in un ambiente familiare invalidante, potrebbe vivere la stessa situazione come una conferma della propria inadeguatezza, percepire un’intensa attivazione emotiva, ed esplodere in un pianto disperato, in agiti rabbiosi o in processi di ruminazione/rimuginio pervasivi e invalidanti. La risposta emotiva alla sofferenza: quando è necessario l’intervento psicoterapeutico? È ormai accettato come l’inibizione emotiva e la disregolazione emotiva siano dei costrutti transdiagnostici centrali in diverse forme di psicopatologia, strettamente connessi a comportamenti problematici e ad alti livelli di sofferenza. Proprio in virtù della loro rilevanza, le abilità di regolazione emotiva rappresentano uno degli aspetti da considerare nella fase di assessment e di concettualizzazione del caso, e quindi nell’intervento psicoterapeutico. Nel tempo, infatti, la psicoterapia cognitivo-comportamentale, nelle sue diverse declinazioni, ha dedicato sempre più attenzione alle strategie di inibizione e alle difficoltà di regolazione emotiva, sviluppando modelli teorici e di trattamento basati sia su vere e proprie tecniche attentive e comportamentali, che su interventi mirati a lavorare sulla relazione che la persona ha con i propri processi e stati mentali problematici. La regolazione emotiva secondo l’Emotional Schema Therapy di Robert Leahy Robert Leahy mette al centro dei processi di regolazione emotiva quello che viene definito l’Emotional Schema Model (ESM). Un ESM rappresenta il modo in cui la persona percepisce, interpreta, valuta e risponde alle proprie e altrui emozioni. Poiché ogni essere umano sperimenta stati emotivi dolorosi, Leahy sottolinea, in linea con l’approccio metacognitivo di Wells, come sia il rapporto che ognuno di noi ha con i propri vissuti emotivi a fare la differenza tra la sofferenza fisiologica a cui ogni essere umano è per natura esposto e lo sviluppo di psicopatologia. Le teorie che ognuno di noi ha sui propri vissuti emotivi possono infatti generare strategie di regolazione emotiva problematiche come la soppressione, la ruminazione, l'evitamento, che possono gettare la persona in una spirale che alimenta e mantiene lo stato di sofferenza.  L’Emotional Schema Therapy (EST) proposta da Leahy si concentra, quindi, sulle interpretazioni soggettive dei propri stati emotivi, cercando di portare alla luce la teoria specifica che la persona ha delle proprie emozioni, con lo scopo di modificarla e di consolidare nuove strategie adattive di regolazione emotiva.   Robert Leahy, direttore dell’American Institute for Cognitive Therapy, al X Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva Dal 18 al 21 giugno 2020 si svolgerà a Roma il 10° Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva (ICCP) che vedrà la partecipazione di molti relatori di rilevanza internazionale, come il dott. Robert L. Leahy, direttore dell’American Institute for Cognitive Therapy di New York e professore associato di psicologia clinica presso il Dipartimento di Psichiatria del Weill Cornell Medical College, noto in Italia per aver scritto il volume “La regolazione delle emozioni in psicoterapia”, pubblicato nel 2018 da Erickson.
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Come le nuove tecnologie hanno cambiato il nostro rapporto con gli altri
Restare da soli — a volte — può essere un piacere, ma la tecnologia e i social network hanno cambiato le regole che governano le nostre vite pubbliche e private, modificando anche il modo in cui viviamo le nostre esperienze di isolamento e di solitudine. Il gruppo di ricerca dell’Australian Relationship Queensland ha rivelato che tra tecnologia e solitudine esiste un collegamento reale: più del 42% della popolazione del Queensland ha dichiarato di utilizzare almeno quattro strumenti di comunicazione web (Facebook, Twitter, blog, e-mail) ma ha lamentato al contempo di sentirsi più solo durante i periodi di uso dei social network. Sempre secondo queste ricerche, il «tasso di solitudine» muta al variare dell’età: la fascia 25-34 anni, per esempio, è quella che avverte di più la solitudine, la fascia 18-24 anni è quella che ne accusa di meno.   La tecnologia ha prodotto nuove forme di socialità che stanno limitando la nostra intimità e trasformando le nostre esistenze. È una socialità molto legata allo strumento che determina, a causa dell’uso prolungato che ne facciamo (televisione, telefono cellulare, social network), in modo preponderante, la nostra vita di relazione e sociale   Anche se viviamo spesso ed esclusivamente in rapporto agli altri, ci troviamo sempre più soli con noi stessi. Se Anton Čechov sosteneva, a cavallo tra Ottocento e Novecento, che la vera felicità è impossibile senza la solitudine, bisogna valutare, nel millennio in corso, se possiamo considerare la «solitudine del networker» alla pari di quella vissuta e sperimentata dagli esseri umani prima dell’avvento di Internet, dei social media, degli smartphone e dei tablet. Così facendo andremo a ridefinire la socialità moderna e i modi con cui gli uomini agiscono per stabilire tra di loro relazioni sociali e vincere la loro solitudine individuale. Tutti sono online, ma la folla (una massa oggi rappresentata da miliardi di utenti con un loro profilo Facebook, Twitter, LinkedIn) che frequenta i social network non garantisce il superamento di quello stato di chiusura e isolamento che l’uomo moderno sperimenta. Le evidenze fin qui rilevate non danno risposte definitive al dubbio se sia la solitudine a spingere  le persone a usare sempre più la tecnologia o se sia invece quest’ultima a portare le persone a isolarsi sempre di più e a sperimentare nuove forme di ritiro. Probabilmente sono vere entrambe le possibilità: le nuove tecnologie ridefiniscono la solitudine che viviamo offrendoci nuove opportunità ma anche nuove angosce e frustrazioni.  
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