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I mini gialli dei dettati 2
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a Psicologia
La paura di contaminarsi o di essersi contaminato e aver contratto il virus in circolazione in questo momento è normale, utile e adattiva.
Il confine tra tutto ciò e la comparsa di alcuni disturbi psicologici quali il disturbo ossessivo-compulsivo e l’ipocondria (ansia di malattia) è sfumato.  Quello che sta succedendo nel mondo obbliga tutti noi a prendere precauzioni igieniche estreme cui non eravamo abituati, per timore di contaminarsi e magari contaminare altre persone a noi care, soprattutto se anziane e a rischio. La preoccupazione per la nostra e altrui salute è inevitabilmente molto aumentata rispetto al solito, e sfido chiunque abbia starnutito o tossito in questi giorni a non aver pensato per un attimo di aver preso il Coronavirus, oppure sia passato troppo vicino a qualche estraneo a non essersi preoccupato che questi potesse essere infetto. Tutto ciò – anche se ci fa vivere meno tranquilli - è normale, utile e funzionale, perché ci spinge ad attenerci a una serie di precauzioni che possono salvare vite umane e contenere l’epidemia. Si tratta di una di quelle tante situazioni in cui l’ansia è adattiva, ovvero utile alla sopravvivenza della specie. Ansia sana e ansia patologica Ma qual è il confine tra l’ansia “buona” e l’ansia patologica, di cui soffrono tutti coloro che hanno un cosiddetto disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) da contaminazione o un disturbo d’ansia di malattia (quella che un tempo di chiamava ipocondria)? Le preoccupazioni ossessive di contaminazione tipiche del DOC si attivano al di là del ragionevole pericolo e soprattutto permangono nonostante le precauzioni prese, tormentando la persona con dubbi del tipo “E se…” pressoché infiniti, portandola di conseguenza a veri e propri estenuanti rituali di lavaggio e disinfezione di se stessi e degli oggetti che vanno oltre a qualsivoglia raccomandazione basata su fondamenti scientifici.  L’uso di igienizzanti, saponi, alcol e quant’altro, nonché l’evitamento di tutto ciò che può essere potenzialmente contaminato diventano comportamenti portati all’estremo e che non trovano fine, rendendo la vita molto faticosa, poiché la certezza assoluta di non entrare in contatto con agenti patogeni non arriva mai e quel margine di incertezza, anche minimo, non è accettabile. Allo stesso modo chi ha un disturbo d’ansia di malattia si preoccupa in modo eccessivo e irrazionale di non essere sano e, in questo caso specifico, di aver preso il Coronavirus. Così ogni minimo segnale corporeo, anche un mal di testa, diventa fonte di angosciosa preoccupazione, se non di una vera e propria convinzione di essere malati. Ciò porta a richieste di rassicurazione mediche e non solo, ma soprattutto a un’attenzione eccessiva a tutto ciò che accade nel corpo che amplifica la percezione che qualcosa non vada, alimentando l’ansia. Per non parlare delle ricerche compulsive su Internet riguardo ai sintomi più remoti e nascosti del Covid-19 come di qualunque altra malattia. Cercando bene bene, uno che abbiamo lo troveremo sicuramente! Cosa sta accadendo a chi già soffriva di un disturbo ossessivo o ipocondriaco Avendo l’onore di dirigere il Centro di Eccellenza per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (CEDOC) di Firenze, ho un osservatorio che mi consente di monitorare cosa sta accadendo a molte decine di pazienti che abbiamo in carico e che soffrivano ben prima dell’avvento del Coronavirus dei disturbi sopra descritti. La cosa apparentemente bizzarra è che coloro che soffrono di un DOC da contaminazione non solo non sono necessariamente peggiorati, ma alcuni stanno soggettivamente meglio, sia perché si sentono meno “strani” e meno malati (quindi meno oggetto di stigma e giudizio altrui) nel compiere tutti i rituali che il disturbo richiede loro, sia perché sono ufficialmente autorizzati dalla reclusione forzata ad evitare l’esposizione a ciò che solitamente più li spaventa (es., mezzi o bagni pubblici, ambienti con molte persone, ecc.). Ciò non toglie, ahimè, che questo interrompa il loro processo di guarigione che invece passa attraverso la graduale riduzione degli evitamenti e delle compulsioni, per cui più avanti dovranno fare i conti con un disturbo ancor più consolidato. Ci sono poi coloro che ne hanno sofferto in passato, riuscendo a superare il problema, e che magari in questa fase possono avere una riacutizzazione dei sintomi. Se la passano un po’ peggio gli ipocondriaci, molti dei quali in questo periodo sono drasticamente peggiorati. Vivono tormentati dal dubbio di aver preso il virus e hanno aumentato così l’attenzione ai segnali di presunto malessere e l’utilizzo improprio degli strumenti volti a cercare informazioni e rassicurazioni riguardo ai propri sintomi percepiti. In generale, lo stress cui tutti siamo sottoposti in questo periodo, per una serie di motivi che vanno dall’isolamento sociale, alle preoccupazioni economiche e lavorative, passando per la mancanza di attività piacevoli e molte altre deprivazioni, tende a far peggiorare qualunque tipo di psicopatologia (in particolar modo se di tipo depressivo), per cui può incidere negativamente anche sul DOC e l’ansia per le malattie. Cosa potrebbe accadere in futuro a chi era a rischio La comparsa improvvisa, dilagante e così minacciosa di un virus ha avuto indubbiamente un impatto traumatico sulla maggior parte delle persone che fino a “ieri” vivevano sufficientemente serene senza preoccuparsi oltremodo per le malattie o la contaminazione. Questo impatto lascerà indubbiamente un segno, una memoria indelebile, con un aumento collettivo della percezione di vulnerabilità dell’essere umano. È quindi ragionevole aspettarsi che nel prossimo futuro, a emergenza reale finita e quando potenzialmente potremmo tornare ai livelli di guardia di prima, vedremo un aumento di persone che sviluppano timori ossessivi di contaminazione e mantengono livelli di ansia per le malattie sopra la norma, disfunzionali e impattanti sulla loro qualità di vita. Non ne ho la certezza, e spero di sbagliarmi, ma se così fosse chi come noi si occupa nello specifico di valutare e trattare queste forme psicopatologiche dovrà attrezzarsi per venire incontro a un numero di richieste di aiuto superiore a prima. Come proteggersi dal Coronavirus senza perdere la testa Molti si chiederanno se sia in qualche modo possibile proteggersi adeguatamente dal virus, attenendosi alle attuali e future precauzioni che ci verranno raccomandate dagli scienziati, ma senza rischiare di scivolare in qualche forma di disagio psicologico. Uno dei modi migliori è quello di evitare di esporsi eccessivamente alle notizie riguardo all’andamento dell’epidemia, di parlarne e sentirne parlare meno possibile, quel tanto che basta (possono essere sufficienti 5 minuti al giorno) per avere gli aggiornamenti essenziali sullo stato dei fatti. Per il resto è bene concentrarsi su altro, che sia studio, lavoro, tv, giardinaggio, cucina o qualunque altra attività di svago. Occorre poi rispettare le norme previste per legge quando si esce (es. stare a distanza di un metro dagli altri, indossare la mascherina se previsto, lavarsi le mani al rientro, ecc.), finché saranno dovute, ma non travisarle secondo una logica de “il più è sempre meglio del meno”. Un metro non devono diventare tre, i lavaggi di mani non devono essere troppo frequenti (soprattutto se non si esce), né troppo lunghi (massimo 40 secondi) e non devono esser fatti con prodotti troppo aggressivi. È dovuto misurarsi la febbre se non si sta bene, ma se questa non supera i 37.5 e non vi sono altri sintomi tipici del Coronavirus (secondo le fonti scientificamente attendibili e il parere del medico curante) non serve prestare costantemente attenzione a come stiamo, né tantomeno cercare informazioni su Internet o altrove per cercare di capire se il nostro non possa essere uno dei casi paucisintomatici. Ciò aumenta solo il rimuginio sulla malattia, i livelli di ansia, la percezione soggettiva di malessere e di conseguenza il dubbio. Ancora una volta concentrarsi su altro è estremamente più funzionale. Per chi si sente a rischio Per coloro che sentono di star perdendo un po’ il controllo dei propri livelli di ansia, che vivono questo momento non solo con il normale stress connesso alle importanti limitazioni alla nostra libertà e spontaneità, ma con un importante ed eccessivo aumento delle paure di contaminazione e dei comportamenti atti a prevenirla, oppure del timore ossessivo e irrazionale di essere affetti dal Coronavirus senza saperlo, posso suggerire intanto un paio di letture che possono essere di grande aiuto: “Vincere le ossessioni” di cui sono l’autore e “La paura della malattie” di Asmundson e Taylor. Se queste non dovessero bastare, se vi accorgeste di essere a rischio di scivolare in un disturbo psicologico come conseguenza dell’epidemia in atto, o se conoscete qualcuno al quale vostro avviso sta accadendo qualcosa del genere, è bene rivolgersi a qualificati psicoterapeuti con alta specializzazione sul DOC e sulla paura delle malattie.
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Soltanto percorsi di cura che coinvolgano l’intera famiglia, tenendo conto della situazione complessiva e mettendo al centro dell’attenzione il minore, possono risultare funzionali in situazioni di grave conflittualità familiare
È molto probabile che adolescenti esposti da anni a situazioni di grave conflittualità familiare (o imprigionati in situazioni relazionali gravemente disfunzionali, che poi esitano in pesante conflittualità e processi separativi estremamente difficili) si presentino all’attenzione dei Servizi con comportamenti devianti e/o quadri psicopatologici che comportano l’incanalamento in percorsi di cura determinati dal «sintomo». Le situazioni più comuni che si riscontrano sono quelle di adolescenti suicidari, dipendenti da sostanze stupefacenti, affetti da sintomatologie ossessivocompulsive e così via. Inquadrando i ragazzi in percorsi di cura legati al «sintomo», tuttavia, rischiamo di dimenticare che si tratta di ragazzi che, immersi in situazioni di grave conflittualità familiare, hanno trovato strategie per sopravvivere a situazioni insostenibili e potremmo essere indotti a progettare percorsi di cura che sottovalutano l’importanza della famiglia che hanno alle spalle e che possono costituirsi come ulteriore fattore di rischio in queste già delicate situazioni. Deve essere, invece, ribadita con forza la necessità di attivare percorsi di cura familiari, che mettano al centro i minori, ma prevedano un forte coinvolgimento degli adulti. Prese in carico frammentate, che non partano da una lettura unificata del problema e non condividano un progetto di aiuto coerente, sono da ritenersi particolarmente controindicate, in quanto passibili di aumentare la conflittualità che già caratterizza queste difficili situazioni. All’interno dei percorsi di cura che devono essere attivati in questi casi, gli adolescenti possono essere davvero dei protagonisti importanti. Possono capire, riflettere, interloquire in modo utile con i loro genitori, con una profondità che spesso stupisce anche l’operatore. Ma da soli non ce la fanno, hanno bisogno che i genitori capiscano, almeno un po’, che diano il loro contributo, magari limitato. Dietro ad atteggiamenti aggressivi e ribelli, magari squalificanti l’intervento dell’adulto, possono essere davvero generosi e capaci di valorizzare quello che i genitori riescono a mettere in campo. Pensiero, energie, creatività, capacità di dar vita a relazioni di partnership, propensione a collaborare in rete quando altri operatori sono presenti sulla scena sono requisiti indispensabili per intervenire efficacemente in questi casi. È, inoltre, fondamentale non dimenticare di monitorare la quantità e la qualità del pericolo cui l’adolescente è esposto, sia in termini di possibili violenze a lui dirette, sia in termini di comportamenti a rischio da lui direttamente agiti. In alcuni casi, infatti, è possibile che la gravità della situazione richieda la messa in atto di interventi protettivi e di tutela e che il percorso di aiuto, pur essendo irrinunciabile, da solo non sia sufficiente.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Quattro esperti di psicologia ci spiegano in cosa consiste la «prosopoagnosia», ossia il deficit nel riconoscimento di volti ed emozioni e perché la riabilitazione di questo tipo di disturbo è importante
I volti umani sono stimoli visivi di notevole importanza per le implicazioni di tipo relazionale che la loro elaborazione comporta. Attraverso l’osservazione di un volto umano possiamo desumere numerose informazioni — l’età, il genere, la direzione dello sguardo, le emozioni espresse, la sollecitudine e l’interesse — e possiamo identificare quella particolare persona distinguendola da altre. Una persona può, ovviamente, essere identificata anche utilizzando altre caratteristiche, quali la voce, la postura, la forma del corpo, ma, sicuramente, il volto umano è la principale chiave di accesso per l’identificazione. La capacità di estrarre queste informazioni velocemente (in termini di frazioni di secondo) è fondamentale per le interazioni sociali e ha probabilmente giocato un ruolo chiave nella sopravvivenza dei nostri antenati. Una serie di studi ha corroborato l’ipotesi dell’esistenza fin dalla nascita di un sistema percettivo di base per l’elaborazione dei volti, che si sviluppa e diviene sempre più specifico grazie all’esperienza. Nonostante la precocità dello sviluppo di questo sistema, esso è molto flessibile e matura completamente, per diventare pienamente simile a quello dell’adulto, solo durante l’adolescenza. Questo suggerisce che il sistema di elaborazione dei volti abbia una certa plasticità e che, quindi, almeno in certe circostanze, ci sia la possibilità di migliorare tale abilità in individui che presentano specifici deficit di riconoscimento dei volti con protocolli mirati di riabilitazione. Che cos’è la «prosopagnosia» e qual è la sua origine Il deficit selettivo nel riconoscimento dei volti è denominato «prosopagnosia». La prosopoagnosia può essere acquisita, ossia intervenuta dopo la normale acquisizione delle abilità percettive di elaborazione dei volti in seguito a danno cerebrale (solitamente a livello della regione temporo-occipitale), oppure congenita e/o evolutiva. Prosopagnosia congenita e prosopagnosia evolutiva sono termini spesso utilizzati come sinonimi. Possiamo però definire la prosopagnosia congenita come un deficit specifico nell’elaborazione dei volti presente fin dall’infanzia in individui senza alcuna evidente lesione cerebrale o disturbo del neurosviluppo, mentre la prosopagnosia evolutiva è una condizione presente dalla nascita, ma connessa a un evidente danno cerebrale precoce o disturbo del neurosviluppo. Le difficoltà che incontrano le persone con prosopoagnosia Un bambino con prosopagnosia congenita può avere difficoltà a riconoscere i propri compagni di classe, chiamandoli con nomi sbagliati, comportarsi con persone estranee come se fossero familiari e mostrare difficoltà a riconoscere anche persone di famiglia specialmente se cambiano caratteristiche esterne del loro volto (ad esempio, il taglio di capelli). La prosopagnosia può avere, infatti, un profondo impatto durante l’infanzia, quando può creare difficoltà nel fare amicizia e nel partecipare ad attività sociali, portando a un aumento dei livelli di ansia e accrescendo il rischio di trovarsi in situazioni potenzialmente pericolose derivanti dall’affidarsi erroneamente a sconosciuti. I bambini con prosopagnosia possono avere problemi di sviluppo sociale e presentare deficit di funzionamento sociale simili a quelli osservati negli individui con Disturbi dello Spettro Autistico, con i quali spesso sono confusi durante l’iter diagnostico. In individui adulti con prosopagnosia congenita, sono presenti disturbi di ansia cronica, senso di colpa, sensazione di imbarazzo, fallimento e una specifica paura per le situazioni sociali. Questi disturbi vengono attribuiti dalle persone con prosopagnosia proprio al loro continuo fallimento nel riconoscimento dei volti. Le difficoltà che incontrano le persone con prosopoagnosia Il 2-2,9% della popolazione potrebbe essere affetto da prosopagnosia congenita e, considerando che questo deficit può avere un effetto devastante per la vita sociale di una persona, quello della riabilitazione è un problema clinico rilevante che, sfortunatamente, ha ricevuto poca attenzione. Un training specifico per la riabilitazione dei deficit dell’elaborazione e del riconoscimento dei volti, sviluppato facendo riferimento al modello cognitivo di Bruce e Young (1986), si focalizza sul miglioramento delle capacità di esplorazione delle caratteristiche interne dei volti (in primis, gli occhi). Considerata, inoltre, l’associazione presente negli individui con Disturbi dello Spettro Autistico tra difficoltà di riconoscimento dei volti e difficoltà di riconoscimento delle emozioni, il training prevede anche compiti volti a migliorare la capacità di riconoscere le emozioni.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia età adulta
Domande e risposte sull’approccio terapeutico di psicoterapia integrata per il superamento degli eventi traumatici
Che cos’è l’EMDR? EMDR (Eye Movement Desentization and Reprocessing) è un approccio terapeutico di psicoterapia integrata che sfrutta i movimenti oculari per il trattamento del trauma e dello stress. L’obiettivo della psicoterapia EMDR è quello di collegare il disagio del presente agli aspetti non integrati dell’esperienza traumatica del passato per poi scollegarli nuovamente, finalmente liberi di «lasciare il passato nel passato». Come funziona EMDR? Il trattamento EMDR si articola in un protocollo classico di otto fasi: anamnesi, preparazione, assessment, desensibilizzazione, installazione, scansione corporea, chiusura e rivalutazione. Inoltre, il piano di lavoro con EMDR si sviluppa nelle tre dimensioni temporali del passato, presente e futuro. Confrontandola con la CBT, si è evidenziato come EMDR sia molto più rapida nel raggiungere l’obiettivo. Per quali traumi è indicata EMDR? Gli eventi traumatici che EMDR è capace di trattare sono: i grandi traumi, i cosiddetti «traumi T», provocati da eventi che nell’arco di un solo accadimento hanno un forte impatto sulle capacità di risposta dell’individuo (come un terremoto o un incidente automobilistico), riuscendo a provocare il disturbo da stress post-traumatico PTSD; i «piccoli traumi» o «traumi t», cioè quelle esperienze soggettivamente disturbanti che sono caratterizzate da una percezione di pericolo, anche se non così intensa come quella che si prova nel caso di PTSD. EMDR si è rivelata efficace con il PTSD, ma anche con disturbi d’ansia, incidenti stradali, depressione, maltrattamenti psicologici e fisici, violenza assistita, abuso sessuale, trascuratezza, dissociazione della personalità, traumi legati alla condizione di rifugiato e richiedente asilo. Perché EMDR funziona? L’EMDR, per mezzo dei movimenti oculari, stimola, in modo alternato, i due emisferi cerebrali, destro e sinistro. La stimolazione alternata dei due emisferi facilita la comunicazione, interrotta dal trauma, tra le reti neurali dell’emisfero sinistro e quelle del destro. EMDR ripristina l’equilibrio tra i due emisferi cerebrali, entrambi necessari per l’elaborazione dei ricordi disfunzionali. Il destro è infatti in grado di rievocare e monitorare le emozioni, mentre il sinistro è responsabile della loro elaborazione cognitiva. Chi può fare EMDR? L’utilizzo dell’EMDR da parte del professionista è riservato allo psicologo abilitato alla professione con specializzazione in Psicoterapia.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia età adulta
Che cosa sono e come si svolgono gli interventi di teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica
Cosa sono i disturbi dell’alimentazione? Cos’è la teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica? Perché la teoria transdiagnostica è utile nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione? Cos’è la CBT-E? Come si svolge un intervento di CBT-E? Quali sono le fasi della CBT-E? Cos’è la CBT-E multistep? Come valutare un paziente tramite la CBT-E multistep? Quali le tipologie di trattamento CBT-E multistep tra cui scegliere e perché? È necessaria una specifica formazione specifica per attuare trattamenti di CBT-E e CBT-E multistep?     Cosa sono i disturbi dell’alimentazione? I disturbi dell’alimentazione sono tra i più comuni problemi di salute che affliggono le adolescenti e le giovani donne dei paesi occidentali. Producono spesso gravi danni alla salute fisica e al funzionamento psicosociale e aumentano il rischio di morte prematura. Nonostante le numerose ricerche eseguite, le loro cause non sono ancora note e alcune volte sono molto difficili da curare. Il DSM-V li differenzia in anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da binge-eating e disturbo dell’alimentazione non altrimenti specificato (NAS).     Cos’è la teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica? La teoria cognitivo-comportamentale è stata la più influente nel produrre trattamenti basati sull’evidenza nell’ambito dei disturbi dell’alimentazione. La teoria è stata estesa a tutte le forme di disturbi dell’alimentazione di gravità clinica e per tale motivo è stata definita “transdiagnostica”. Tale teoria è principalmente focalizzata sui processi di mantenimento della psicopatologia dei disturbi dell’alimentazione che sono più rilevanti per spiegare le caratteristiche cliniche del disturbo, piuttosto che sulla diagnosi DSM. In breve, la teoria descrive l’egosintonicità e il perché il disturbo si mantiene.     Perché la teoria transdiagnostica è utile nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione? La teoria è supportata da numerose evidenze; inoltre descrive in modo chiaro i meccanismi postulati di mantenimento della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione che forniscono un punto di riferimento per i terapeuti e i pazienti. La natura transdiagnostica della teoria e la sua attenzione alla psicopatologia che opera nei pazienti, aiuta a superare gli stretti criteri diagnostici del DSM. La terapia derivata da questa, affrontando i meccanismi di mantenimento proposti, si è dimostrata la più efficace nel trattamento ambulatoriale dei pazienti con bulimia nervosa e altri disturbi dell’alimentazione con un IMC > 17,5, e molto promettente per quelli affetti da anoressia nervosa.     Cos’è la CBT-E? La CBT-E, acronimo di Cognitive Behavioral Therapy – enhanced, consiste in una terapia cognitivo comportamentale “migliorata”, in cui la formulazione transdiagnostica ne rappresenta uno degli strumenti fondamentali. Vengono cioè tenute in conto le caratteristiche psicopatologiche, l’egosintonicità e il perché del mantenimento della patologia; non c’è un focus sulla diagnosi. Tale formulazione può essere adattata con minime modifiche a tutte le categorie diagnostiche di questi disturbi, o meglio alle manifestazioni individuali della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione, e fornisce una guida da condividere con i pazienti sui processi che dovranno essere affrontati dal trattamento.     Come si svolge un intervento di CBT-E? La CBT-E può essere somministrata in due forme: “focalizzata”, che affronta esclusivamente i processi di mantenimento specifici della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione e “allargata”, che affronta con moduli specifici uno o più dei tre meccanismi di mantenimento aggiuntivi proposti dalla teoria cognitivo-comportamentale transdiagnostica (il perfezionismo clinico, la bassa autostima nucleare e le difficoltà interpersonali). La CBT-E prevede due intensità di trattamento: una di 20 sedute da eseguirsi in 20 settimane per i pazienti con un IMC > 17,5; un’altra di 40 sedute da svolgersi in 40 settimane per quelli con un IMC < 17,5.     Quali sono le fasi della CBT-E? La CBT-E ha quattro fasi ben definite: La Fase Uno è una fase iniziale, intensiva, durante la quale gli appuntamenti sono due alla settimana. Gli scopi sono ingaggiare la paziente nella terapia e nel cambiamento, creare insieme a lei una formulazione personalizzata, fornire un’educazione pertinente ed introdurre due potenti procedure della CBT-E rilevanti per tutte le pazienti con Disturbi dell’Alimentazione: “pesarsi in seduta” e “mangiare regolarmente”. Viene data al paziente una teoria per leggere il problema, per poter far lavorare il paziente stesso su ciò che è effettivamente percepito come un problema dal paziente stesso. La Fase Due è una breve fase di transizione in cui il terapeuta e la paziente fanno la revisione del lavoro svolto, rivedono i progressi fatti, identificano gli ostacoli al cambiamento, modificano la formulazione secondo le necessità e pianificano la Fase Tre. La Fase Tre è il corpo principale del trattamento e il suo scopo è quello di affrontare i meccanismi più importanti di mantenimento del Disturbo dell’Alimentazione della paziente. La conduzione varia da paziente a paziente. Ci sono otto appuntamenti con cadenza settimanale. La Fase Quattro è la fase finale del trattamento e l’attenzione si sposta al futuro. Ci sono due obiettivi principali: assicurarsi che i cambiamenti siano mantenuti (nelle 20 settimane seguenti no a quando sarà tenuto l’incontro di revisione) e ridurre i rischi di ricaduta a lungo termine. Gli appuntamenti sono pianificati ad intervalli di due settimane.     Cos’è la CBT-E multistep? L’idea principale che ha portato a progettare la CBT-E multistep è stata quella di ampliare l’applicabilità clinica della CBT-E ambulatoriale. Per raggiungere questo obiettivo ambizioso, la CBT-E multistep, rispetto alla CBT-E standard, ha introdotto tre modifiche sostanziali: l’approccio a passi successivi (multistep); l’équipe multidisciplinare “non eclettica” alcune nuove procedure nei livelli più intensivi di cura, come per esempio l’alimentazione assistita e le sedute di grupp Essa comprende trattamenti disposti in passi empirici, logici e successivi basati sul costo, sull’intrusività e sulle prospettive di esito. In questo scenario, la CBT-E multistep introduce un approccio originale che si caratterizza per applicare la stessa teoria e le medesime strategie e procedure terapeutiche ai diversi livelli di cura. L’unica differenza tra la CBT-E somministrata ai vari passi è la sua intensità, minore per i pazienti ambulatoriali, massima per quelli ricoverati.     Come valutare un paziente tramite la CBT-E multistep? La fase di valutazione e preparazione richiede due sedute, ma nei pazienti ambivalenti a volte è necessario eseguire delle sedute aggiuntive. Le sedute di valutazione e preparazione hanno i seguenti obiettivi: stabilire la natura e la gravità del disturbo dell’alimentazione dei pazienti; valutare se la CBT-E multistep è appropriata e, in caso affermativo, decidere l’intensità di cura informando questi ultimi sugli aspetti principali del trattamento; incoraggiare gli stessi a sfruttare al massimo l’opportunità di superare il disturbo dell’alimentazione valutare la presenza di ostacoli che potrebbero influenzare negativamente il trattamento. Durante la prima seduta si dovrà ad esempio, valutare l’atteggiamento dei pazienti verso la seduta, condividerne gli scopi, valutare la natura e gravità del disturbo, ecc., mentre durante la seconda seduta si prenderanno decisioni in merito all’intensità e alla tipologia del trattamento.     Quali le tipologie di trattamento CBT-E multistep tra cui scegliere e perché? CBT-E ambulatoriale, consigliata per tutti i pazienti. CBT-E ambulatoriale intensiva, sviluppata come alternativa meno costosa al day-hospital per i pazienti che non rispondono al trattamento ambulatoriale standard. CBT-E ospedaliera, indicata per i pazienti con disturbi dell’alimentazione che non hanno risposto a trattamenti ambulatoriali ben condotti e per quelli con rischio fisico non gestibile a livello ambulatoriale.     È necessaria una specifica formazione specifica per attuare trattamenti di CBT-E e CBT-E multistep? In situazioni di day hospital e ricovero, il terapeuta collabora sempre con altri psicologi, medici, dietisti, infermieri. Si parla quindi di équipe multidisciplinare. Quando il trattamento è somministrato da più professionisti (es. CBT-E ambulatoriale intensiva o ospedaliera), tutti i professionisti coinvolti (medici, psichiatri, psicoterapeuti, dietisti e infermieri) ricevono una formazione completa nella CBT-E prima di unirsi all’équipe. Questa permette agli stessi di continuare a mantenere il loro specifico ruolo professionale, ma di condividere la stessa filosofia (la teoria transdiagnostica e la CBT-E) e di utilizzare un linguaggio comune con i pazienti. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia
Domande e risposte su uno dei principali trattamenti evidence based per affrontare i disturbi di personalità
Che cos’è la Schema Therapy? Schema Therapy e Contextual Schema Therapy: quali differenze Per quali patologie è indicata la Contextual Schema Therapy? Qual è l’obiettivo della Contextual Schema Therapy? Cosa sono i mode nella Contextual Schema Therapy? Quali sono le fasi del progetto di Contextual Schema Therapy? Quanto dura un percorso di Contextual Schema Therapy? Cos’è la tecnica delle sedie? Si possono fare sedute di Schema Therapy online?     Che cos’è la Schema Therapy? La Schema Therapy è uno dei principali trattamenti evidence-based per il trattamento dei disturbi di personalità. Questo modello si fonda su due concetti cardine: Schema, ovvero una rappresentazione di sé, la modalità attraverso la quale ciascuno si rappresenta. È una rappresentazione fatta di emozioni, sensazioni, ricordi e che dà agli individui il senso di sé. Gli schemi nascono nel nostro ambiente di sviluppo, non solo genitoriale, ma allargato al contesto socioculturale che ci circonda. Stile di coping, cioè lo stile comportamentale utilizzato per gestire il dolore causato da bisogni base che in infanzia non hanno trovato risposta (bisogno di attaccamento e bisogno di riconoscimento). Vengono individuati 3 fondamentali stili di coping: Resa allo schema, dove ci si comporta come se lo schema fosse vero. Se lo schema è di fallimento, il soggetto si comporterà in coerenza con questo schema di fallimento/incapacità; Stile evitante, dove non vengono intraprese azioni al fine di evitare l’attivazione dello schema; Ipercompensazione dello schema, in cui il comportamento è dettato dall’agire al contrario dello schema (per esempio, se lo schema è di fallimento, l’individuo attuerà un comportamento di infallibilità, autonomia).     Schema Therapy e Contextual Schema Therapy: quali differenze Nel tempo sono nate nuove diramazioni della Schema Therapy: quella per gruppi, per coppie, per età evolutiva. Un’evoluzione molto importante è stata quella verso la Contextual Schema Therapy, che pone l’attenzione alle terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione, concentrandosi maggiormente sugli elementi del processo terapeutico più che sul contenuto tipico del cognitivismo. Per una semplificazione in termini di utilizzo da parte dei terapeuti, i 5 bisogni di base individuati da Young vengono ristrutturati in due bisogni primari che diventano centrali: il bisogno di attaccamento ed il bisogno di riconoscimento. Inizialmente la Schema Therapy faceva riferimento a 18 schemi. Già nel 2003 Young stesso iniziò a parlare di “mode”. È un concetto assimilabile al concetto di stato mentale: più schemi attivi possono generare più stili di coping che sfociano nello stato mentale della persona; è lo stato mentale ad orientare il comportamento e la modalità di percezione dell’altro, che viene letto e visto alla luce degli schemi e del mode in cui la persona si trova. I mode vengono classificati in gruppi, di cui i principali sono il mode bambino, i mode critici e doverizzanti, i mode di coping, ed il mode dell’adulto funzionale (quest’ultimo è quello che viene proposto in terapia). La CST vede il cuore della terapia e dell’approccio nel mode bambino, che a sua volta si suddivide in mode vulnerabile e mode arrabbiato. I bisogni fondamentali si trovano in linea generale in un continuum tra bisogno di attaccamento e riconoscimento, i due bisogni di base. Se l’equilibrio in questo continuum manca propendendo per uno solo, si attivano i mode critici e doverizzanti per rispondere ad un bisogno. Nella vita adulta però questi mode generano conflitto. Si sviluppano quindi i mode di coping, che ricalcano le naturali reazioni di qualsiasi essere vivente di fronte alla minaccia (attacco, fuga, freezing, overo mode di ipercompensazione, sottomissione, evitamento passivo – distacco - o attivo - indugiare in comportamenti ripetitivi, dipendenze).     Per quali patologie è indicata la Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy nasce per trattare i disturbi della personalità. È un approccio che richiede molto tempo e quindi non è il gold standard quando ci sono altre terapie efficaci e funzionali per un paziente (es. disturbo di panico). Si può utilizzare anche con pazienti che non hanno un disturbo di personalità, ma che hanno già fatto terapie senza trovare benefici. In questi casi è possibile, infatti, che ci sia una struttura di personalità che impatta molto le esperienze attuali.     Qual è l’obiettivo della Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy ha come scopo quello di sostenere la parte sana del paziente, il “mode dell’adulto funzionale”. Quando il paziente entra nel mode bambino trova direttamente il mode critico e doverizzante che aveva a suo tempo adottato in mancanza di risposta ai bisogni di base. La terapia, attraverso il terapeuta e il modello fornito dal terapeuta, porta il paziente alla costruzione di una figura di adulto sano che egli interiorizza “detronizzando” le parti critiche e doverizzanti. Il terapeuta diventa un modello sano relazionale che il paziente fa proprio. Si costruiscono nuovi stili di mode/coping per gestire in modo sano i bisogni.     Cosa sono i mode nella Contextual Schema Therapy? Il concetto di “mode” è simile a quello di stato mentale: più schemi possono generare più stili di coping che sfociano nello stato mentale della persona. Il mode è lo stato mentale che orienta il comportamento e la modalità di percezione dell’altro. I principali mode individuati dalla Contextual Schema Therapy sono il mode bambino, i mode critici e doverizzanti, i mode di coping, ed il mode dell’adulto funzionale.     Quali sono le fasi del progetto di Contextual Schema Therapy? Esistono prevalentemente due fasi: la fase di assessment e la fase di trattamento. Nella fase di assessment, si fa una valutazione in cui si cerca di individuare gli schemi, i mode, e se ne costruisce una mappa. La pianificazione del trattamento viene condivisa con il paziente e dipende fortemente dalla personalità del paziente stesso: non c’è un modello di pianificazione standard.     Quanto dura un percorso di Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy dura un minimo di 2 anni. È un percorso lungo proprio perché ci sono delle dinamiche interne radicate, costruite tempo fa e che quindi richiedono tempo per essere sostituite dall’adulto funzionale.     Cos’è la tecnica delle sedie? In Schema Therapy manca il setting tipico delle scrivanie. Il paziente ed il terapeuta sono dalla stessa parte e interagiscono. Nella tecnica delle sedie, ogni sedia rappresenta un mode, ed il paziente, sedendosi su una data sedia, assume il punto di vista di quel mode per comprenderlo. L’adulto sano invece sta in piedi, fianco a fianco, perché viene dato potere all’adulto funzionale, che può muovere le sedie /mode per gestirle meglio. La prospettiva dello stare in piedi è importante: fisicamente muoversi muove anche le idee e le prospettive.     Si possono fare sedute di Schema Therapy online? Nonostante sia preferibile lavorare in studio, il periodo storico che stiamo vivendo ha richiesto ai terapeuti creatività per attuare sedute online. Occorrono delle attenzioni specifiche, come posizionare correttamente il pc per riprendere interamente la scena. L’online dà comunque delle opportunità, rispetto alle sedute in presenza, come la possibilità di vedere sé stessi nella telecamera e far diventare quella immagine di noi stessi un mode. L’elemento fondamentale è la creatività. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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