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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Psicologia
I ritirati sociali, pur avendone l’opportunità, non escono di casa. Che cos’è il ritiro sociale e come si manifesta in bambini e ragazzi
Siamo all’inizio di maggio, il sole e la natura inseguono la primavera, stagione ideale per gite ed escursioni, e noi? Le indicazioni governative ci parlano di fase 2 dell’emergenza Coronavirus, una graduale ripresa delle attività, con prudenza riprenderemo a uscire di casa. Alcuni, finalmente, si scuotono dal torpore dell’isolamento sociale, e, tra mille incertezze, riprendono a considerare il ritorno alla vita sociale e lavorativa. L’essere umano, in generale, non ama essere costretto a vivere in isolamento sociale, è spontaneamente motivato a dirigersi verso gli altri, sia per riprendere le sue abitudini ma soprattutto perchè è animale sociale come ci ricorda il filosofo greco Aristotele (IV sec A.C.) nella “Politica”. Se ciò è consueto per molti, abbiamo chi fa eccezione. Esistono, infatti, persone che pur avendone l’opportunità non escono di casa: sono i ritirati sociali. Una complessa condizione con implicazioni biologiche, psicologiche e sociali studiata da decenni in psicologia evolutiva. Infatti, ci sono bambini che prediligono astenersi dal contatto sociale. Tre possibili profili di ritiro sociale nei bambini Le ricerche ci consegnano almeno tre profili possibili di ritiro sociale nell’infanzia: “Vorrei ma non posso”: ci riferiamo a quei bambini con motivazione sociale che reagiscono inibendosi al contatto con gli altri, oppure, entrano in ansia all’idea di incontrare gli altri. Per anni abbiamo parlato di fobia scolare per definire quei bambini che all’entrare in classe (pensiamo alla materna) iniziano a piangere e chiedere alla maestra di tornare a casa dalla mamma. Esperienza abbastanza diffusa ma che distingue chi, nel tempo, nonostante gli sforzi congiunti di genitori e insegnanti mantiene questo atteggiamento. La timidezza è l’aspetto temperamentale che accompagna queste situazioni, molte delle quali fortunatamente, si risolvono abbastanza presto. “Vorrei ma mi sento inadeguato”: ci riferiamo a bambini con minore motivazione sociale e che al contatto con gli altri si inibiscono, perdendo presto la motivazione all’incontro. Sono più problematici nell’inserimento scolastico e richiedono un adeguato sostegno da parte delle famiglie e degli insegnanti. L’evitamento è l’aspetto comportamentale che li caratterizza, motivo per cui spesso si rifugiano nel gioco solitario, non riuscendo proprio a inserirsi nelle attività di gruppo. La reazione degli altri bambini è spesso di giudizio e di scherno, cosicché questi ragazzi presto imparano il valore semantico della parola diverso, e tali si sentiranno per tutta la vita, attribuendosi così la propria inadeguatezza a stare con gli altri. “Sono solo e... punto”: ci riferiamo a bambini solitari con nessuna motivazione sociale e che si astengono dal contatto con gli altri. Prediligono il gioco solitario, pur seguendo le attività scolastiche proposte e prediligono eseguirle minimizzando i contatti con gli altri. L’anedonia è l’aspetto caratteristico: non provare interesse particolare nel partecipare alla quotidianità e ai rituali sociali. Se queste, ci dicono gli studiosi, sono le condizioni di partenza, quali saranno le traiettorie di sviluppo per questi bambini? Gli studi ci parlano per il primo gruppo di una possibile evoluzione verso quadri clinici di ansia sociale, per il secondo gruppo di quadri clinici di depressione, per il terzo gruppo rimane la curiosità di vedere l’evoluzione di individui asociali non tutti sofferenti di quadri clinici. Ma il clinico spesso perde queste importanti tracce evolutive e si affida a quadri clinici già consolidati ma successivi Il ritiro sociale negli adolescenti Prima di questo, e recentemente, ci sono evidenze di forme di ritiro sociale nell’adolescente. Il termine, ormai di casa nei social, è Hikikomori, dal giapponese “hiko” ovvero tirare, e “komoru” ovvero ritirarsi, che descrive individui, spesso giovani, che hanno scelto di isolarsi dalla società, per motivi personali e/o ambientali. Se l’isolarsi, magari per periodi brevi,corrisponde a forme di esperienza che l'adolescente fa rispetto al mondo degli adulti e delle loro consuetudini (anche educative), in questi casi, ci dicono i ricercatori, si va oltre i 6 mesi: le consuetudini e le attività sociali si perdono, si rimane a casa, ci si confina attivamente nella propria stanza e si rimane in contatto con il resto del mondo tramite il PC, Tablet, Smartphone collegato alla rete. Lo studio di queste situazioni, ormai presenti in tutti i Paesi, da parte dei ricercatori e dei clinici, fa sì che i terapeuti stanno ricevendo maggiori richieste di familiari per aiutare i loro figli ad uscire di casa, “possono ma non vogliono” è la frase ricorrente in questi casi. Quando dobbiamo pensare al ritiro sociale come manifestazione di un disturbo psichico? Esistono quadri morbosi dove questo è un aspetto importante e parte della gravità della patologia: psicosi e disturbi dello spettro autistico. Nel primo caso, ci riferiamo, a condizioni in cui la manifestazione dell’esordio psicotico è legata a forme di distacco, anedonia, apatia, piuttosto che a idee deliranti e allucinazioni. La perdita di interesse sociale è spesso una delle manifestazioni iniziali di questi quadri clinici e solo il riconoscimento di questi, insieme ad alcuni sintomi di deficit cognitivi, possono indirizzare alla diagnosi di psicosi. Nel caso dei disturbi dello spettro autistico, le forme tipiche di autismo (perdita del contatto oculare, della comunicazione e comprensione sociale) sono, in alcuni individui, associate a manifestazioni di inibizione nel rapporto sociale, e questo può avvenire sia nell’infanzia sia nella giovane età adulta. Altre manifestazioni del ritiro sociale le possiamo ritrovare in alcuni quadri clinici di depressione come manifestazione connessa sia alla perdita di uno status sociale e di un legame importante a cui non si riesce a reagire, sia alla perdita brusca di interessi perseguiti prima dell’evento morboso. La nostra esperienza clinica ci ricorda anche le forme di ansia sociale, di cui si parlava all’inizio, per alcune situazioni d’esordio in età adulta. Infine, ultimi nella descrizione ma non ultimi per importanza, i quadri clinici di disturbi di personalità. La personalità evitante, così vicina alle manifestazioni del ritiro sociale, ci conduce a individui con costante percezione soggettiva di estraneità nelle relazioni e di non appartenenza sociale: sono coloro che percepiscono sé stessi negativamente (“diverso, inadeguato”) e degli altri temono il giudizio, il rifiuto e l’esclusione dal gruppo. Il distacco sociale è la regola che non gli impedisce di provare una gamma di emozioni (“paura, imbarazzo,rabbia, tristezza”) a conferma di doversi rassegnare a vivere una vita grama. La condizione umana, inoltre, li rende negativi al confronto con gli altri per la minore participazione sociale ma, sopratutto, l’impossibilità di raggiungere, con soddisfazione, gli obiettivi comuni di vita nell’ambito sentimentale, lavorativo, amicale. Il riconoscimento e l’opportuna valutazione del ritiro sociale nei diversi quadri clinici descritti orientano il clinico nell’approntare specifici interventi terapeutici e di gestione migliore del problema: uscire di casa a questo punto sarà possibile.
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Search-ME - Erickson 2 Psicologia
Anna Maria Taroni, arteterapeuta e designer, risponde alla suggestione “Che tipo di insegnamento hai tratto dalla pandemia?”
La pandemia come esperienza traumatica, inaspettata, non prevedibile. Una quotidianità improvvisamente scossa, rovesciata, capovolta. Un’enorme occasione per ricostruire in modo differente ciò che non corrispondeva più alla nostra persona. Grazie anche al lavoro come arteterapeuta, ho potuto raccogliere domande provenienti da tante persone che giravano attorno ad un nodo altrettanto traumatico: quello di incontrar-si. Incontrar-si, nel senso profondo di dire sì a se stessi, incontrandosi, guardandosi, conoscendosi, accarezzando le proprie paure, angosce, fragilità. Con le spalle al muro, immersi in un silenzio assordante, in un tempo sconosciuto e senza certezza alcuna, chiusi fra quattro mura, senza scuse, con gli impegni azzerati, le agende improvvisamente vuote, con le sue pagine spaventosamente bianche, impossibilitati a trovare una via di evasione, ci siamo dovuti guardare allo specchio, senza possibilità di rifuggire. Un’occasione d’oro per rimettere in fila le priorità della vita, prendersi cura di sé, coltivare il proprio giardino interiore, conoscere le sue sfumature, odori e sapori. Giardino che per crescere richiede potature, innesti e semine nuove. Non c’era più la scusa del “non ho tempo”, “devo fare”. Per la prima volta ci siamo trovati ad avere tempo. Siamo stati chiamati a potare, a sporcarci le mani arando la terra, per prepararla al nuovo che verrà. Chi ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani, inizia a vedere le nuove piantine che ora crescono. Piante simbolo di progettualità e futuro. Coltivando questo giardino interiore, c’è stata la straordinaria scoperta che non esiste solo un fuori, ma ciò che ci rende preziosi è il nostro dentro, che va conosciuto, attraversato, abitato e non rifuggito.  Abbiamo imparato a stare, ad attendere, ad abitare un tempo dilatato e ad attraversare le grandi domande, a farci domande, abbiamo ritrovato un dialogo interiore. Abbiamo conosciuto ancora meglio chi abita sotto al nostro stesso tetto, abbiamo avuto la possibilità di fare un pezzo di cammino a distanze ravvicinate o in alcuni casi a enormi distanze, alimentando il desiderio dell’incontro. Finalmente le risposte giuste non erano su internet, perché non c’era una risposta giusta e altre sbagliate, ma c'era una ricerca. Improvvisamente ci si è riscoperti soggetti, dove gli oggetti non riuscivano più a tacitare le angosce: l’unico modo era quello di guardarsi e ascoltarsi. Con le spalle al muro, inchiodati nella nostra posizione, abbiamo iniziato a viaggiare fra le nostre terre inesplorate, conoscendoci e anche scoprendoci. La pandemia ci ha offerto la grande possibilità di riprendere in mano la nostra storia. C’è chi questa sfida l’ha accetta, c’è chi l’ha rifuggita perché potare è una scelta, arare la terra richiede cambiamento di prospettiva, piantare un albero impone una visione e progettualità verso il futuro. Tutte azioni che chiedono di uscire dal virtuale per tornare finalmente connessi con la realtà circostante, quella concreta.
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Search-ME - Erickson 3 Autismo e sindrome di Asperger
Quale disciplina sportiva scegliere per i bambini con disturbi del neurosviluppo
È esperienza comune che l’attività sportiva determini benefici a livello fisico e psicologico. Per molti bambini con disturbi del neurosviluppo, però, praticare uno sport rappresenta un obiettivo difficile da realizzare e non sono poche le esperienze negative raccontate dalle famiglie al momento dell’inserimento in strutture sportive e campus estivi. La scelta della migliore attività sportiva in cui inserire un bambino affetto da un disturbo del neurosviluppo è complessa perché si basa su una delicata combinazione tra le caratteristiche del disturbo, le peculiarità individuali del bambino, gli aspetti tipici dell’attività sportiva e le necessità organizzative, economiche ed emotive dei genitori.   Una regola generale, valida a prescindere dalla presenza del disturbo e dal grado di compromissione del bambino, è quella di partire da ciò per cui egli è motivato, pertanto dalle sue preferenze. È buona prassi, però, evitare gli sport molto caotici oppure in cui sia difficile decodificare il contesto circostante per mettere in atto il comportamento atteso, come ad esempio potrebbe accadere nel baseball. Sono invece da preferire quegli sport, individuali o di gruppo, in cui le regole sono molto semplici, lo spazio è ben delimitato, gli schemi di gioco non siano modificati di continuo sulla base dell’accordo tra i giocatori e infine il successo non sia misurato principalmente sulla base delle abilità di interazione sociale. Esistono alcune errate convinzioni che riguardano i bambini affetti da disturbi del neurosviluppo nel momento in cui si consiglia un’attività sportiva. Uno degli errori più frequenti riguarda i bambini e gli adolescenti affetti da disturbo dello spettro autistico. Partendo dal presupposto che il deficit sociorelazionale sia il sintomo su cui occorre incidere in maniera più significativa, sono spesso consigliati sport di squadra tipo calcio e rugby. In realtà, un ambiente caotico e con tante persone – come uno spogliatoio con tanti ragazzi che praticano calcio o rugby -  potrebbe inizialmente essere vissuto come frustrante e poco comprensibile. Al contrario, è preferibile iniziare con sport in cui i piccoli gruppi siano privilegiati sia nel setting di allenamento sia all’interno dello spogliatoio e in cui il ragazzo autistico possa mantenere i propri spazi. Ci sono inoltre ulteriori variabili, di tipo più personologico e individuale, da tenere in considerazione prima di scegliere uno sport. È importante: - Chiedersi quali sono le reali abilità motorie: se il bambino presenta uno scarso tono muscolare e difficoltà di coordinazione motoria sono più indicati sport quali il nuoto, la danza, il trekking, l’equitazione, le arti marziali e il ciclismo, poiché si possono iniziare senza che sia richiesta un’eccessiva prestazione fisica. Ciò permette al bambino di implementare le proprie capacità, la forza, la flessibilità e la coordinazione nel corso del tempo, migliorando la performance;   - Chiedersi se il bambino mostra particolare resistenza ad accettare la competizione: se così fosse bisogna pensare a uno sport a bassa competitività o optare inizialmente per uno sport individuale. Esistono molte attività che non richiedono concorrenza: trekking, mountain bike, yoga, danza, pesca, golf sono dei validi esempi; - Chiedersi se il bambino mostra severe difficoltà nel partecipare agli sport di gruppo o un grave isolamento: in tal caso si potrebbe scegliere tra sport che presentano caratteristiche solo apparentemente individuali, ma hanno in realtà una connotazione gruppale e consentono di partecipare senza la necessità di interpretare i segnali verbali degli altri, ad esempio il nuoto di gruppo, il tiro con l’arco, l’atletica, le bocce, la scherma, la lotta libera, il ciclismo e la vela.
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a Psicologia
La paura di contaminarsi o di essersi contaminato e aver contratto il virus in circolazione in questo momento è normale, utile e adattiva.
Il confine tra tutto ciò e la comparsa di alcuni disturbi psicologici quali il disturbo ossessivo-compulsivo e l’ipocondria (ansia di malattia) è sfumato.  Quello che sta succedendo nel mondo obbliga tutti noi a prendere precauzioni igieniche estreme cui non eravamo abituati, per timore di contaminarsi e magari contaminare altre persone a noi care, soprattutto se anziane e a rischio. La preoccupazione per la nostra e altrui salute è inevitabilmente molto aumentata rispetto al solito, e sfido chiunque abbia starnutito o tossito in questi giorni a non aver pensato per un attimo di aver preso il Coronavirus, oppure sia passato troppo vicino a qualche estraneo a non essersi preoccupato che questi potesse essere infetto. Tutto ciò – anche se ci fa vivere meno tranquilli - è normale, utile e funzionale, perché ci spinge ad attenerci a una serie di precauzioni che possono salvare vite umane e contenere l’epidemia. Si tratta di una di quelle tante situazioni in cui l’ansia è adattiva, ovvero utile alla sopravvivenza della specie. Ansia sana e ansia patologica Ma qual è il confine tra l’ansia “buona” e l’ansia patologica, di cui soffrono tutti coloro che hanno un cosiddetto disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) da contaminazione o un disturbo d’ansia di malattia (quella che un tempo di chiamava ipocondria)? Le preoccupazioni ossessive di contaminazione tipiche del DOC si attivano al di là del ragionevole pericolo e soprattutto permangono nonostante le precauzioni prese, tormentando la persona con dubbi del tipo “E se…” pressoché infiniti, portandola di conseguenza a veri e propri estenuanti rituali di lavaggio e disinfezione di se stessi e degli oggetti che vanno oltre a qualsivoglia raccomandazione basata su fondamenti scientifici.  L’uso di igienizzanti, saponi, alcol e quant’altro, nonché l’evitamento di tutto ciò che può essere potenzialmente contaminato diventano comportamenti portati all’estremo e che non trovano fine, rendendo la vita molto faticosa, poiché la certezza assoluta di non entrare in contatto con agenti patogeni non arriva mai e quel margine di incertezza, anche minimo, non è accettabile. Allo stesso modo chi ha un disturbo d’ansia di malattia si preoccupa in modo eccessivo e irrazionale di non essere sano e, in questo caso specifico, di aver preso il Coronavirus. Così ogni minimo segnale corporeo, anche un mal di testa, diventa fonte di angosciosa preoccupazione, se non di una vera e propria convinzione di essere malati. Ciò porta a richieste di rassicurazione mediche e non solo, ma soprattutto a un’attenzione eccessiva a tutto ciò che accade nel corpo che amplifica la percezione che qualcosa non vada, alimentando l’ansia. Per non parlare delle ricerche compulsive su Internet riguardo ai sintomi più remoti e nascosti del Covid-19 come di qualunque altra malattia. Cercando bene bene, uno che abbiamo lo troveremo sicuramente! Cosa sta accadendo a chi già soffriva di un disturbo ossessivo o ipocondriaco Avendo l’onore di dirigere il Centro di Eccellenza per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (CEDOC) di Firenze, ho un osservatorio che mi consente di monitorare cosa sta accadendo a molte decine di pazienti che abbiamo in carico e che soffrivano ben prima dell’avvento del Coronavirus dei disturbi sopra descritti. La cosa apparentemente bizzarra è che coloro che soffrono di un DOC da contaminazione non solo non sono necessariamente peggiorati, ma alcuni stanno soggettivamente meglio, sia perché si sentono meno “strani” e meno malati (quindi meno oggetto di stigma e giudizio altrui) nel compiere tutti i rituali che il disturbo richiede loro, sia perché sono ufficialmente autorizzati dalla reclusione forzata ad evitare l’esposizione a ciò che solitamente più li spaventa (es., mezzi o bagni pubblici, ambienti con molte persone, ecc.). Ciò non toglie, ahimè, che questo interrompa il loro processo di guarigione che invece passa attraverso la graduale riduzione degli evitamenti e delle compulsioni, per cui più avanti dovranno fare i conti con un disturbo ancor più consolidato. Ci sono poi coloro che ne hanno sofferto in passato, riuscendo a superare il problema, e che magari in questa fase possono avere una riacutizzazione dei sintomi. Se la passano un po’ peggio gli ipocondriaci, molti dei quali in questo periodo sono drasticamente peggiorati. Vivono tormentati dal dubbio di aver preso il virus e hanno aumentato così l’attenzione ai segnali di presunto malessere e l’utilizzo improprio degli strumenti volti a cercare informazioni e rassicurazioni riguardo ai propri sintomi percepiti. In generale, lo stress cui tutti siamo sottoposti in questo periodo, per una serie di motivi che vanno dall’isolamento sociale, alle preoccupazioni economiche e lavorative, passando per la mancanza di attività piacevoli e molte altre deprivazioni, tende a far peggiorare qualunque tipo di psicopatologia (in particolar modo se di tipo depressivo), per cui può incidere negativamente anche sul DOC e l’ansia per le malattie. Cosa potrebbe accadere in futuro a chi era a rischio La comparsa improvvisa, dilagante e così minacciosa di un virus ha avuto indubbiamente un impatto traumatico sulla maggior parte delle persone che fino a “ieri” vivevano sufficientemente serene senza preoccuparsi oltremodo per le malattie o la contaminazione. Questo impatto lascerà indubbiamente un segno, una memoria indelebile, con un aumento collettivo della percezione di vulnerabilità dell’essere umano. È quindi ragionevole aspettarsi che nel prossimo futuro, a emergenza reale finita e quando potenzialmente potremmo tornare ai livelli di guardia di prima, vedremo un aumento di persone che sviluppano timori ossessivi di contaminazione e mantengono livelli di ansia per le malattie sopra la norma, disfunzionali e impattanti sulla loro qualità di vita. Non ne ho la certezza, e spero di sbagliarmi, ma se così fosse chi come noi si occupa nello specifico di valutare e trattare queste forme psicopatologiche dovrà attrezzarsi per venire incontro a un numero di richieste di aiuto superiore a prima. Come proteggersi dal Coronavirus senza perdere la testa Molti si chiederanno se sia in qualche modo possibile proteggersi adeguatamente dal virus, attenendosi alle attuali e future precauzioni che ci verranno raccomandate dagli scienziati, ma senza rischiare di scivolare in qualche forma di disagio psicologico. Uno dei modi migliori è quello di evitare di esporsi eccessivamente alle notizie riguardo all’andamento dell’epidemia, di parlarne e sentirne parlare meno possibile, quel tanto che basta (possono essere sufficienti 5 minuti al giorno) per avere gli aggiornamenti essenziali sullo stato dei fatti. Per il resto è bene concentrarsi su altro, che sia studio, lavoro, tv, giardinaggio, cucina o qualunque altra attività di svago. Occorre poi rispettare le norme previste per legge quando si esce (es. stare a distanza di un metro dagli altri, indossare la mascherina se previsto, lavarsi le mani al rientro, ecc.), finché saranno dovute, ma non travisarle secondo una logica de “il più è sempre meglio del meno”. Un metro non devono diventare tre, i lavaggi di mani non devono essere troppo frequenti (soprattutto se non si esce), né troppo lunghi (massimo 40 secondi) e non devono esser fatti con prodotti troppo aggressivi. È dovuto misurarsi la febbre se non si sta bene, ma se questa non supera i 37.5 e non vi sono altri sintomi tipici del Coronavirus (secondo le fonti scientificamente attendibili e il parere del medico curante) non serve prestare costantemente attenzione a come stiamo, né tantomeno cercare informazioni su Internet o altrove per cercare di capire se il nostro non possa essere uno dei casi paucisintomatici. Ciò aumenta solo il rimuginio sulla malattia, i livelli di ansia, la percezione soggettiva di malessere e di conseguenza il dubbio. Ancora una volta concentrarsi su altro è estremamente più funzionale. Per chi si sente a rischio Per coloro che sentono di star perdendo un po’ il controllo dei propri livelli di ansia, che vivono questo momento non solo con il normale stress connesso alle importanti limitazioni alla nostra libertà e spontaneità, ma con un importante ed eccessivo aumento delle paure di contaminazione e dei comportamenti atti a prevenirla, oppure del timore ossessivo e irrazionale di essere affetti dal Coronavirus senza saperlo, posso suggerire intanto un paio di letture che possono essere di grande aiuto: “Vincere le ossessioni” di cui sono l’autore e “La paura della malattie” di Asmundson e Taylor. Se queste non dovessero bastare, se vi accorgeste di essere a rischio di scivolare in un disturbo psicologico come conseguenza dell’epidemia in atto, o se conoscete qualcuno al quale vostro avviso sta accadendo qualcosa del genere, è bene rivolgersi a qualificati psicoterapeuti con alta specializzazione sul DOC e sulla paura delle malattie.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Un intervento centrale e distintivo delle principali forme di terapia cognitivo comportamentale: quali sono le procedure per arrivarci?
Che cos’è la formulazione del caso La formulazione del caso può essere, come la lettera rubata del racconto di Edgar Allan Poe, qualcosa che tutti cerchiamo e non troviamo perché sotto i nostri occhi, quella chiave del processo terapeutico delle terapie cognitivo comportamentali che è sfuggito alle indagini più attente, anche se è visibile per tutti sul caminetto.Il nostro libro La formulazione del caso in trapia cognitivo comportamentale - Gestire il processo terapeutico e l’alleanza di lavoro rappresenta un tentativo di ripensare la funzione di questo strumento terapeutico.  L’idea è che negli approcci cognitivi, i clinici si sono dedicati a indagare le credenze irrazionali e le distorsioni cognitive, a volte al prezzo di sottovalutare la condivisione esplicita della formulazione del caso, dandola per scontata.  La formulazione condivisa del caso clinico rappresenta invece l’intervento centrale e distintivo delle principali forme di terapia cognitivo comportamentale perché è intrinsecamente legata ai principi fondamentali di questa terapia. Nel nostro libro descriviamo concretamente le procedure di formulazione condivisa del caso, ripercorrendo lo sviluppo storico delle principali forme di terapia cognitivo comportamentale per mostrare il modo in cui la formulazione condivisa del caso emerge come una caratteristica veramente unificante e distintiva di questo approccio; infine esploriamo l'uso della formulazione del caso in alcuni approcci relazionali e psicodinamici, discutendone le somiglianze e le differenze con la terapia cognitivo comportamentale. L’obiettivo è quello di qualificare gli approcci cognitivo comportamentali come trattamenti in cui - per definizione - il processo terapeutico avviene con la piena e continua condivisione consapevole del processo tra paziente e terapeuta, a differenza di altri modelli in cui il processo terapeutico non avviene stabilendo questa piena condivisione fin dall'inizio ma concependolo come un obiettivo da raggiungere e un risultato finale del trattamento. Quest'ultimo aspetto comporta l'esplorazione di stati mentali e modelli relazionali che non sono immediatamente accessibili alla coscienza, come accade nelle terapie psicodinamiche o cercando significati personali ed esistenziali che risultano elaborati compiutamente solo alla fine di un lungo processo esplorativo. I tre aspetti della formulazione del caso I punti della formulazione del caso che sono oggetto di questa condivisione incessante sono tre. La formulazione esplicita e condivisa di un modello esplicativo della sofferenza emotiva; La formulazione esplicita e condivisa del razionale della strategia di trattamento proposta al paziente;  Il monitoraggio del progresso terapeutico e azione retroattiva di questo monitoraggio sulla strategia di trattamento strategia, che permette, quando necessario: La riformulazione del caso; La rinegoziazione degli obiettivi della terapia; Il cambiamento della proposta di trattamento secondo la nuova formulazione e il nuovo razionale. Formulazione condivisa del caso e alleanza terapeutica La formulazione condivisa del caso può offrire agli approcci cognitivo comportamentali una terminologia specifica per trattare i cosiddetti fattori comuni e i processi terapeutici aspecifici, cioè la gestione dell'alleanza e della relazione terapeutiche. Non è un caso che nei modelli psicodinamici e costruttivisti la cognizione sia concepita in maniera così inseparabile dall'esperienza relazionale al punto da far considerare quest’ultima come il vero mediatore significativo del cambiamento terapeutico. Invece negli approcci cognitivo comportamentali, l'alleanza e la relazione sono importanti precondizioni del processo terapeutico ma non sono l'unità di analisi per il processo di cambiamento.  Struttura e contenuti del libro I capitoli del volume La formulazione del caso in trapia cognitivo comportamentale - Gestire il processo terapeutico e l’alleanza di lavoro sviluppano il programma delineato fin qui; la maggior parte dei capitoli sono scritti dai tre curatori Giovanni Maria Ruggiero, Gabriele Caselli e Sandra Sassaroli e trattano la formulazione del caso sia nell’orientamento terapeutico cognitivo comportamentali che non, mentre altri capitoli sono commenti critici sugli assunti principali del libro forniti da esperti in specifici orientamenti terapeutici.  Il capitolo 1 tratta l'emersione della formulazione condivisa del caso nella terapia cognitivo comportamentale di Beck e nell'approccio comportamentale di Victor Meyer. I commenti a questo capitolo sono scritti da Arthur Freeman che descrive il processo di concettualizzazione in undici passi, Steven Hollon che spiega come i terapeuti cognitivi gestiscono la relazione con i pazienti in un modo che è interamente guidato dalla concettualizzazione cognitiva e Angelo Saliani, ClaudiaPerdighe, Barbara Barcaccia e Francesco Mancini che introducono il ruolo degli scopi nella formulazione del caso cognitivo comportamentale.  Il capitolo 2 si occupa dell'uso della formulazione condivisa del caso nel comportamentismo e in particolare tratta il concetto di formulazione del caso in Meyer (1957) e poi in Turkat (1985, 1986). Il commento a questo capitolo è scritto da Peter Sturmey, un importante studioso della tradizione comportamentale. Il capitolo 3 è scritto dai curatori in collaborazione con Diego Sarracino, e discute come nella terapia emotiva razionale comportamentale (rational emotive behavior therapy, REBT) di Albert Ellis il terapeuta utilizza tre specifici passi della procedura di base ABC DEF della REBT, cioè la connessione B-C, il razionale del D e la negoziazione dell’F per formulare i problemi del paziente, regolare il processo terapeutico e gestire l'alleanza terapeutica. RaymondDiGiuseppe e Kristene Doyle e Wouter Backx, che sono tra i maggiori eredi del lavoro di Albert Ellis, commentano questa ipotesi. Il capitolo 4, scritto dai curatori in collaborazione con Andrea Bassanini, discute la formulazione del caso negli approcci cognitivo comportamentali più recenti focalizzati sui processi cognitivi. Nella Schema Therapy il caso è formulato in termini di modelli del sé che non sono puramente cognitivi e nei cosiddetti "modi" (modes) che sono modelli relazionali stereotipati e inflessibili. Nel modello di terapia metacognitiva la formulazione del caso si concentra sulla funzione della scelta esecutiva cosciente che può diventare disfunzionale a causa di distorsioni (bias) metacognitivi. Il modello della terapia di accettazione e impegno (Acceptance and Commitment Therapy, ACT) appartiene alla cosiddetta "terza onda" delle terapie cognitive e può essere concettualizzato come una reincarnazione della concezione funzionalista di Meyer della formulazione del caso in cui il compito terapeutico è focalizzato sulla valutazione e condivisione con il paziente del suo funzionamento mentale allo scopo di pianificare il trattamento. Infine, la CBT basata sul processo (Process Based Cognitive Behavioral Therapy, PB-CBT; Hayes e Hofman 2018) integra l'approccio cognitivo standard in un quadro processuale formulando il caso intorno a fondamentali processi biopsicosociali in situazioni specifiche con clienti specifici. AvigalSnir e Stefan Hofmann, Paolo Moderato e Kelly Wilson e Eckard Roediger, Nicola Marsigli e Gabriele Melli commentano questi modelli processuali che introducono un secondo livello metacognitivo di processo nell'attività mentale che permette la concettualizzazione delle difficoltà dei pazienti che sono meno in grado di distaccarsi criticamente dai loro contenuti cognitivi.  Il capitolo 5, scritto dai curatori in collaborazione con Antonio Scarinci, è dedicato agli approcci costruttivisti. L'ipotesi centrale del capitolo è che, nei modelli costruttivisti, la condivisione della formulazione del caso è il risultato di un processo esplorativo e non una mossa iniziale che stabilisce le regole del gioco. I modelli più promettenti di questa tradizione sono la terapia metacognitiva e interpersonale (Metacognitive Interpersonal Therapy, MIT), che integra concetti interpersonali e metacognitivi, e la terapia focalizzata sul dilemma (Dilemma Focused Therapy). I commenti su questo capitolo sono scritti da molti clinici e teorici della tradizione costruttivista: Guillem Feixas e David Winter, Antonio Semerari e Antonino Carcione, Benedetto Farina, Maurizio Dodet, Fabio Monticelli,Raffaella Visini e Saverio Ruberti. Riassumendo, tutti questi teorici e clinici sembrano interessati ad esplorare il livello di attività mentale percettiva, non verbale, relazionale e traumatica, tutti aspetti basati sull'emotività e non controllati dal calcolo razionale e dalle facoltà volontarie. Il capitolo 6 si occupa dei modelli di formulazione del caso che sottolineano il ruolo della relazione terapeutica, sia nel paradigma psicodinamico che costruttivista. Il possibile presupposto di questi modelli è che la formulazione del caso non può essere completamente condivisa all'inizio del trattamento, ma è piuttosto un risultato del processo terapeutico. Queste concezioni considerano la relazione terapeutica come l’unità di analisi fondamentale del disturbo e come il campo in cui agisce il meccanismo psicopatologico e viene applicato il processo terapeutico. La conseguenza è che i modelli relazionali condividono la formulazione del caso come risultato finale di un percorso esplorativo. Questa ipotesi è applicabile anche ai moderni modelli psicodinamici come la Control Mastery Theory (CMT). I commenti a questo capitolo sono scritti da Francesco Gazzillo e George Silberschatz, Marco Innamorati e Mariano Ruperthuz Honorato e Paolo Migone. Questi commenti sviluppano il tema degli stati mentali non razionali già esplorato nei capitoli precedenti, portandolo all'ulteriore livello degli stati inconsci dei modelli psicodinamici.  Il capitolo 7 presenta il modello di formulazione del caso dei curatori di questo libro; esso esplora la possibilità di integrare nella formulazione del caso gli elementi della CBT, standard, evolutivi e processuali e si chiama Life Themes and Plans: Implications of Biased Beliefs Elicitation and Treatment (LIBET). Il disturbo emotivo è concettualizzato su due assi: 1) una valutazione negativa di eventi problematici e modelli relazionali, chiamati "temi di vita", appresi in esperienze e relazioni significative valutate come intollerabilmente dolorose e formulate in termini di credenze di sé, un concetto basato sia sui costrutti personali di Kelly che sulle credenze centrali di Beck; e (2) una gestione rigida e unidimensionale dei temi di vita ottenuta utilizzando strategie di coping evitanti, controllanti e/o impulsive chiamate "piani semi-adattivi", privilegiati anche a costo di rinunciare in misura significativa ad aree di sviluppo personale, relazionale, emozionale, cognitivo e comportamentale. Infine, c'è un terzo livello processuale che mantiene temi e piani disfunzionalmente attivi. Il capitolo è commentato dallo studioso costruttivista David Winter.  Christiane Eichenberg (capitolo 8) discute gli sviluppi delle più recenti applicazioni tecnologiche alla formulazione e pianificazione del caso: le applicazioni elettroniche per la salute mentale. Infine, nella postfazione finale i tre curatori discutono brevemente come i presupposti fondamentali di questo libro possano essere influenzati e trarre profitto dalle osservazioni e dalle critiche presentate nei commenti.
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Il valore dell’ascolto e le pratiche attuabili nella vita quotidiana per migliorare le proprie capacità di ascolto
“L’intelligenza è l’abilità grazie alla quale si può intraprendere e mantenere una determinata direzione, adattarsi a nuove situazioni e mantenere la capacità di criticare le proprie azioni” (Alfred Binet) Nessuno ci insegna ad ascoltare e spesso non siamo buoni ascoltatori. È una competenza che non ci preoccupiamo di allenare. Invece ad ascoltare si impara. Ed è utile, perché più di qualunque altra attività, ci collega alla vita. Noi tutti vogliamo essere ascoltati. L’ascolto è un bellissimo regalo, perché quando sentiamo di avere l’attenzione di qualcuno ci sentiamo importanti, ci sentiamo confermati, ci sentiamo amati. Ogni interazione, ogni scambio, ci offre l’opportunità di far sentire le persone “riconosciute” e questo non è solo interessante… è potente, significativo e umanamente nutriente. Parlare di ascolto significa parlare di comunicazione, di una forma “superiore” di comunicazione, perché senza l’uno l’altra è poco efficace. Senza qualcuno che ascolta, lo scambio è difficile. Ascoltare infatti non è la capacità di sentire le parole, ma è l’arte di capirne il significato, è l’arte di restituirne il senso e di far sentire le persone comprese. A questa fase del processo si dedica spesso poca attenzione: la nostra scelta di ascoltare, invece, di fatto è un messaggio: comunica interesse, attenzione, disponibilità di tempo ed energie. È in grado di restituire a chi parla una misura del significato e dell’importanza che le riserviamo. Se scelgo di ascoltare, in altre parole, esprimo considerazione. Ma cosa avviene quando mettiamo in campo questa competenza? Se la dovessimo radiografare recuperandone le azioni, riconosceremmo i seguenti passaggi:  riceviamo informazioni tramite i sensi, in particolare l’udito e la vista diamo un significato alle informazioni in arrivo decidiamo come comportarci in base alle informazioni ricevute: cosa pensare, come agire rispondiamo a ciò che abbiamo ascoltato. Sembra semplice ma in ognuno di questi passaggi entrano in gioco molte dimensioni che dipendono dalla nostra esperienza, dalla nostra storia e dalle nostre emozioni: è facile selezionare, distorcere, interpretare un messaggio. Come migliorare le nostre abitudini di ascolto? Ci sono tre domande a cui possiamo rispondere se vogliamo diventare ascoltatori competenti. L’intenzione: quale ascoltatore vuoi diventare? Dato che ascoltare in modo attivo, esplorativo, empatico non è automatico, è necessario saper considerare la propria volontà, cioè prendere una decisione rispetto all’assunzione di un comportamento. Trovate ed utilizzate una frase da dire a voi stessi che possa aiutarvi a tenere fermo questo obiettivo e a tradurlo nella pratica quotidiana: “ascolta attentamente”, “cerca di capire”, “concentrati!” possono essere utili esempi per costruire e trovare le condizioni per applicare l’ascolto. Definisci quale ascoltatore vuoi essere e sviluppa un dialogo interiore utile a diventarlo. Che ascoltatore sei e cosa ti manca? La proposta qui è di provare a tracciare, onestamente, un profilo della nostra attuale situazione: realisticamente, che ascoltatore sono? Quali sono i miei punti di forza, quali i punti critici? Chiedete feedback alle persone che vi conoscono per comporre il quadro: la vostra opinione soltanto potrebbe non essere sufficiente. Cercate di capire quali sono le azioni da programmare per favorire lo sviluppo della vostra competenza d’ascolto. L’allenamento: fai un po’ ogni giorno. Si cambia cambiando, non parlando di cambiamento. Per favorire il cambiamento è necessario sapere quale direzione la nostra evoluzione deve prendere. È utile quindi definire,e scrivere, il nostro obiettivo di miglioramento, indicandolo in modo chiaro e specifico: “voglio ascoltare di più” è un obiettivo generico e non aiuta la crescita. Individua tre abitudini da cambiare e tre comportamenti che vorresti fare tuoi, che vorresti agire per migliorare il tuo ascolto. Chiediti cosa ti manca. Se aggiungi devi fare spazio. E poi impegnati nei passi che hai scelto, metti in atto ciò che hai previsto. Fallo anche solo un po’, ma fallo ogni giorno. Solo così riuscirai a sviluppare una competenza nella logica del: fai/impara - fai/impara - fai/impara. Imparare senza fare non serve; fare senza imparare non aiuta a progredire. Se avrai costanza nell’applicare ed esercitarti, dopo poco ti sentirai pronto per qualcosa di più impegnativo… ti accorgerai allora di essere diventato un ascoltatore più capace.  Enrica Tomasi (executive e life coach certificate, formatrice e consulente aziendale), sarà docente all’evento formativo “L’ascolto nella relazione d’aiuto” in programma sabato 11 marzo in modalità online .me-text ul li { font-size: 22px; line-height: 34px; } .me-text ol li { font-size: 22px; line-height: 34px; } #testo-destra{ text-align: right !important; }
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