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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Psicologia
Anna Maria Taroni, arteterapeuta e designer, risponde alla suggestione “Che tipo di insegnamento hai tratto dalla pandemia?”
La pandemia come esperienza traumatica, inaspettata, non prevedibile. Una quotidianità improvvisamente scossa, rovesciata, capovolta. Un’enorme occasione per ricostruire in modo differente ciò che non corrispondeva più alla nostra persona. Grazie anche al lavoro come arteterapeuta, ho potuto raccogliere domande provenienti da tante persone che giravano attorno ad un nodo altrettanto traumatico: quello di incontrar-si. Incontrar-si, nel senso profondo di dire sì a se stessi, incontrandosi, guardandosi, conoscendosi, accarezzando le proprie paure, angosce, fragilità. Con le spalle al muro, immersi in un silenzio assordante, in un tempo sconosciuto e senza certezza alcuna, chiusi fra quattro mura, senza scuse, con gli impegni azzerati, le agende improvvisamente vuote, con le sue pagine spaventosamente bianche, impossibilitati a trovare una via di evasione, ci siamo dovuti guardare allo specchio, senza possibilità di rifuggire. Un’occasione d’oro per rimettere in fila le priorità della vita, prendersi cura di sé, coltivare il proprio giardino interiore, conoscere le sue sfumature, odori e sapori. Giardino che per crescere richiede potature, innesti e semine nuove. Non c’era più la scusa del “non ho tempo”, “devo fare”. Per la prima volta ci siamo trovati ad avere tempo. Siamo stati chiamati a potare, a sporcarci le mani arando la terra, per prepararla al nuovo che verrà. Chi ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani, inizia a vedere le nuove piantine che ora crescono. Piante simbolo di progettualità e futuro. Coltivando questo giardino interiore, c’è stata la straordinaria scoperta che non esiste solo un fuori, ma ciò che ci rende preziosi è il nostro dentro, che va conosciuto, attraversato, abitato e non rifuggito.  Abbiamo imparato a stare, ad attendere, ad abitare un tempo dilatato e ad attraversare le grandi domande, a farci domande, abbiamo ritrovato un dialogo interiore. Abbiamo conosciuto ancora meglio chi abita sotto al nostro stesso tetto, abbiamo avuto la possibilità di fare un pezzo di cammino a distanze ravvicinate o in alcuni casi a enormi distanze, alimentando il desiderio dell’incontro. Finalmente le risposte giuste non erano su internet, perché non c’era una risposta giusta e altre sbagliate, ma c'era una ricerca. Improvvisamente ci si è riscoperti soggetti, dove gli oggetti non riuscivano più a tacitare le angosce: l’unico modo era quello di guardarsi e ascoltarsi. Con le spalle al muro, inchiodati nella nostra posizione, abbiamo iniziato a viaggiare fra le nostre terre inesplorate, conoscendoci e anche scoprendoci. La pandemia ci ha offerto la grande possibilità di riprendere in mano la nostra storia. C’è chi questa sfida l’ha accetta, c’è chi l’ha rifuggita perché potare è una scelta, arare la terra richiede cambiamento di prospettiva, piantare un albero impone una visione e progettualità verso il futuro. Tutte azioni che chiedono di uscire dal virtuale per tornare finalmente connessi con la realtà circostante, quella concreta.
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Metodo Montessori e anziani fragili Lavoro sociale
Soltanto percorsi di cura che coinvolgano l’intera famiglia, tenendo conto della situazione complessiva e mettendo al centro dell’attenzione il minore, possono risultare funzionali in situazioni di grave conflittualità familiare
È molto probabile che adolescenti esposti da anni a situazioni di grave conflittualità familiare (o imprigionati in situazioni relazionali gravemente disfunzionali, che poi esitano in pesante conflittualità e processi separativi estremamente difficili) si presentino all’attenzione dei Servizi con comportamenti devianti e/o quadri psicopatologici che comportano l’incanalamento in percorsi di cura determinati dal «sintomo». Le situazioni più comuni che si riscontrano sono quelle di adolescenti suicidari, dipendenti da sostanze stupefacenti, affetti da sintomatologie ossessivocompulsive e così via. Inquadrando i ragazzi in percorsi di cura legati al «sintomo», tuttavia, rischiamo di dimenticare che si tratta di ragazzi che, immersi in situazioni di grave conflittualità familiare, hanno trovato strategie per sopravvivere a situazioni insostenibili e potremmo essere indotti a progettare percorsi di cura che sottovalutano l’importanza della famiglia che hanno alle spalle e che possono costituirsi come ulteriore fattore di rischio in queste già delicate situazioni. Deve essere, invece, ribadita con forza la necessità di attivare percorsi di cura familiari, che mettano al centro i minori, ma prevedano un forte coinvolgimento degli adulti. Prese in carico frammentate, che non partano da una lettura unificata del problema e non condividano un progetto di aiuto coerente, sono da ritenersi particolarmente controindicate, in quanto passibili di aumentare la conflittualità che già caratterizza queste difficili situazioni. All’interno dei percorsi di cura che devono essere attivati in questi casi, gli adolescenti possono essere davvero dei protagonisti importanti. Possono capire, riflettere, interloquire in modo utile con i loro genitori, con una profondità che spesso stupisce anche l’operatore. Ma da soli non ce la fanno, hanno bisogno che i genitori capiscano, almeno un po’, che diano il loro contributo, magari limitato. Dietro ad atteggiamenti aggressivi e ribelli, magari squalificanti l’intervento dell’adulto, possono essere davvero generosi e capaci di valorizzare quello che i genitori riescono a mettere in campo. Pensiero, energie, creatività, capacità di dar vita a relazioni di partnership, propensione a collaborare in rete quando altri operatori sono presenti sulla scena sono requisiti indispensabili per intervenire efficacemente in questi casi. È, inoltre, fondamentale non dimenticare di monitorare la quantità e la qualità del pericolo cui l’adolescente è esposto, sia in termini di possibili violenze a lui dirette, sia in termini di comportamenti a rischio da lui direttamente agiti. In alcuni casi, infatti, è possibile che la gravità della situazione richieda la messa in atto di interventi protettivi e di tutela e che il percorso di aiuto, pur essendo irrinunciabile, da solo non sia sufficiente.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Un focus group condotto dalla Ricerca & Sviluppo Erickson evidenzia bisogni e desideri di neo-laureati e neo-laureate in Psicologia legati all’avvio della propria carriera professionale
In un panorama lavorativo in rapido cambiamento, a livello normativo ma anche in relazione alla situazione sanitaria che stiamo affrontando da ormai quasi due anni, Erickson ha voluto comprendere meglio quali potessero essere le implicazioni per i neo-laureati in Psicologia che iniziano a muovere i primi passi negli ambienti lavorativi. Con il progetto "Giovani psicologi e psicologhe", ci siamo posti come obiettivo principale quello di individuare i bisogni dei neo-laureati che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro, tenendo conto delle ambizioni e desideri rispetto alla carriera professionale, ma anche alle necessità e gli aspetti di contenuto rispetto a quello che serve per perseguire i loro obiettivi. La ricerca è stata fatta coinvolgendo un gruppo di giovani professionisti, neo-specializzati o neo-laureati magistrali, che hanno contribuito con spunti ed idee durante appositi focus group, organizzati tra aprile e giugno 2021. Ciò che è emerso da questi focus group è la difficoltà di iniziare a lavorare da subito con il ruolo per il quale ci si è formati e preparati. Moltissimi giovani professionisti infatti evidenziano come le prime esperienze professionali siano possibili in campo educativo, come insegnante di sostegno, tutor o educatore. Dunque, non sempre attinenti alla propria formazione e agli interessi. Questo ha generato e genera un certo grado di insoddisfazione, sfiducia e frustrazione. Neo-psicologi e neo-psicologhe si trovano infatti ad essere spesso costretti a “scelte di comodo”, che non solo allontanano dal proprio ambito di competenza, ma per le quali magari non si hanno nemmeno le competenze adeguate, essendo diversi i profili professionali. Al di là della forma contrattuale, in linea generale l’ambito dell’età evolutiva è quello in cui c’è più possibilità di lavoro. Il tema dei Disturbi Specifici dell'Apprendimento (DSA) risulta in particolar modo quello di più "caldo". Nonostante questa altissima richiesta di intervento con i bambini che manifestano problemi legati all'apprendimento, non tutti i professionisti vorrebbero lavorare in questo ambito, e al contrario sarebbero propensi a specializzarsi in altri ambiti di intervento. Le tematiche di interesse maggiore sono inerenti l’età evolutiva e adolescenziale: non solo disturbi del neurosviluppo, ma anche disturbi emotivi, disabilità sensoriali, psicologia giuridica, migranti e tanti altri temi “più di nicchia”. Tra i partecipanti, molti sottolineano anche come manchi una parte di formazione e presa in carico dei disturbi neuroevolutivi in età adulta, ambito di interesse sempre maggiore e ancora poco affrontato. L’interesse dei giovani professionisti è rivolto anche ai temi dell’immigrazione o della figura dello psicologo nei tribunali. La voglia di approfondire la propria professione in questi ambiti viene però spesso messa in discussione dall'interessato/a stesso. Per accedere ai concorsi o ai centri che si occupano di ambiti così specifici, infatti, è richiesta una precedente formazione ed esperienza tali che un/a giovane laureato/a ad inizio carriera spesso non ha avuto il tempo di approfondire. Per questo motivo, spesso i neo-laureati rischiano di non intraprendere la strada desiderata e di specializzarsi negli ambiti più convenienti. Nell'avvio delle proprie attività lavorative, che sono appunto prevalentemente nel settore privato, le maggiori necessità riguardano un sostegno rispetto alle questioni burocratiche legate alla libera professione (quali e quante tasse, partita iva, legislazione, iscrizione all'ENPAP, ecc.). In risposta a questi bisogni, alcuni siti degli Ordini degli Psicologi sono molto aggiornati, ma non tutte le regioni forniscono materiale utile in merito, e non sempre si trovano commercialisti che lavorino nell’ambito socio-sanitario e che siano quindi a conoscenza di tutte le realtà e novità che possono riguardare la figura dello psicologo. Un altro punto emerso durante quest'indagine, è la necessità di acquisire nuove competenze di self-marketing e personal branding, non solo rispetto a quali canali utilizzare, ma anche ai contenuti, a come curare la propria immagine in modo professionale. Idea comune quella che non ci sia sempre chiarezza rispetto a come si delinea la figura dello psicologo nei vari contesti, quali sono le possibilità, le caratteristiche e tipologie di impiego, di utenza, di prospettiva futura. Un altro interessante spunto di riflessione ha riguardato la possibilità e necessità di acquisire competenze pratiche trasversali rispetto ai contesti lavorativi (ad la es. gestione del colloquio con il paziente), aspetti sui quali l’università non sembra fornire basi solide, focalizzandosi prevalentemente sugli aspetti teorici. Queste competenze sono sì approfondite durante la Scuola di Specializzazione, ma non tutti i giovani professionisti intendono proseguire i loro studi in questa direzione, quindi viene sottolineata la necessità di indicazioni pratiche anche all’interno dei corsi e master. Dall’indagine è quindi emersa un’immagine del giovane psicologo come una persona che ha bisogno di ritrovare la fiducia nella propria professione e nella strada che ha scelto, trovando maggiore supporto e possibilità di crescita professionale in tutti gli ambiti in cui la figura dello psicologo/psicologa può operare, sia dal punto di vista formativo con i corsi di aggiornamento, sia dal punto di vista pratico con supporto fiscale adeguato, data la necessità di imprenditorialità, e condivisione di elementi di self-marketing adeguati al codice deontologico della professione.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Quattro esperti di psicologia ci spiegano in cosa consiste la «prosopoagnosia», ossia il deficit nel riconoscimento di volti ed emozioni e perché la riabilitazione di questo tipo di disturbo è importante
I volti umani sono stimoli visivi di notevole importanza per le implicazioni di tipo relazionale che la loro elaborazione comporta. Attraverso l’osservazione di un volto umano possiamo desumere numerose informazioni — l’età, il genere, la direzione dello sguardo, le emozioni espresse, la sollecitudine e l’interesse — e possiamo identificare quella particolare persona distinguendola da altre. Una persona può, ovviamente, essere identificata anche utilizzando altre caratteristiche, quali la voce, la postura, la forma del corpo, ma, sicuramente, il volto umano è la principale chiave di accesso per l’identificazione. La capacità di estrarre queste informazioni velocemente (in termini di frazioni di secondo) è fondamentale per le interazioni sociali e ha probabilmente giocato un ruolo chiave nella sopravvivenza dei nostri antenati. Una serie di studi ha corroborato l’ipotesi dell’esistenza fin dalla nascita di un sistema percettivo di base per l’elaborazione dei volti, che si sviluppa e diviene sempre più specifico grazie all’esperienza. Nonostante la precocità dello sviluppo di questo sistema, esso è molto flessibile e matura completamente, per diventare pienamente simile a quello dell’adulto, solo durante l’adolescenza. Questo suggerisce che il sistema di elaborazione dei volti abbia una certa plasticità e che, quindi, almeno in certe circostanze, ci sia la possibilità di migliorare tale abilità in individui che presentano specifici deficit di riconoscimento dei volti con protocolli mirati di riabilitazione. Che cos’è la «prosopagnosia» e qual è la sua origine Il deficit selettivo nel riconoscimento dei volti è denominato «prosopagnosia». La prosopoagnosia può essere acquisita, ossia intervenuta dopo la normale acquisizione delle abilità percettive di elaborazione dei volti in seguito a danno cerebrale (solitamente a livello della regione temporo-occipitale), oppure congenita e/o evolutiva. Prosopagnosia congenita e prosopagnosia evolutiva sono termini spesso utilizzati come sinonimi. Possiamo però definire la prosopagnosia congenita come un deficit specifico nell’elaborazione dei volti presente fin dall’infanzia in individui senza alcuna evidente lesione cerebrale o disturbo del neurosviluppo, mentre la prosopagnosia evolutiva è una condizione presente dalla nascita, ma connessa a un evidente danno cerebrale precoce o disturbo del neurosviluppo. Le difficoltà che incontrano le persone con prosopoagnosia Un bambino con prosopagnosia congenita può avere difficoltà a riconoscere i propri compagni di classe, chiamandoli con nomi sbagliati, comportarsi con persone estranee come se fossero familiari e mostrare difficoltà a riconoscere anche persone di famiglia specialmente se cambiano caratteristiche esterne del loro volto (ad esempio, il taglio di capelli). La prosopagnosia può avere, infatti, un profondo impatto durante l’infanzia, quando può creare difficoltà nel fare amicizia e nel partecipare ad attività sociali, portando a un aumento dei livelli di ansia e accrescendo il rischio di trovarsi in situazioni potenzialmente pericolose derivanti dall’affidarsi erroneamente a sconosciuti. I bambini con prosopagnosia possono avere problemi di sviluppo sociale e presentare deficit di funzionamento sociale simili a quelli osservati negli individui con Disturbi dello Spettro Autistico, con i quali spesso sono confusi durante l’iter diagnostico. In individui adulti con prosopagnosia congenita, sono presenti disturbi di ansia cronica, senso di colpa, sensazione di imbarazzo, fallimento e una specifica paura per le situazioni sociali. Questi disturbi vengono attribuiti dalle persone con prosopagnosia proprio al loro continuo fallimento nel riconoscimento dei volti. Le difficoltà che incontrano le persone con prosopoagnosia Il 2-2,9% della popolazione potrebbe essere affetto da prosopagnosia congenita e, considerando che questo deficit può avere un effetto devastante per la vita sociale di una persona, quello della riabilitazione è un problema clinico rilevante che, sfortunatamente, ha ricevuto poca attenzione. Un training specifico per la riabilitazione dei deficit dell’elaborazione e del riconoscimento dei volti, sviluppato facendo riferimento al modello cognitivo di Bruce e Young (1986), si focalizza sul miglioramento delle capacità di esplorazione delle caratteristiche interne dei volti (in primis, gli occhi). Considerata, inoltre, l’associazione presente negli individui con Disturbi dello Spettro Autistico tra difficoltà di riconoscimento dei volti e difficoltà di riconoscimento delle emozioni, il training prevede anche compiti volti a migliorare la capacità di riconoscere le emozioni.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia età adulta
Che cosa sono e come si svolgono gli interventi di teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica
Cosa sono i disturbi dell’alimentazione? Cos’è la teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica? Perché la teoria transdiagnostica è utile nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione? Cos’è la CBT-E? Come si svolge un intervento di CBT-E? Quali sono le fasi della CBT-E? Cos’è la CBT-E multistep? Come valutare un paziente tramite la CBT-E multistep? Quali le tipologie di trattamento CBT-E multistep tra cui scegliere e perché? È necessaria una specifica formazione specifica per attuare trattamenti di CBT-E e CBT-E multistep?     Cosa sono i disturbi dell’alimentazione? I disturbi dell’alimentazione sono tra i più comuni problemi di salute che affliggono le adolescenti e le giovani donne dei paesi occidentali. Producono spesso gravi danni alla salute fisica e al funzionamento psicosociale e aumentano il rischio di morte prematura. Nonostante le numerose ricerche eseguite, le loro cause non sono ancora note e alcune volte sono molto difficili da curare. Il DSM-V li differenzia in anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da binge-eating e disturbo dell’alimentazione non altrimenti specificato (NAS).     Cos’è la teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica? La teoria cognitivo-comportamentale è stata la più influente nel produrre trattamenti basati sull’evidenza nell’ambito dei disturbi dell’alimentazione. La teoria è stata estesa a tutte le forme di disturbi dell’alimentazione di gravità clinica e per tale motivo è stata definita “transdiagnostica”. Tale teoria è principalmente focalizzata sui processi di mantenimento della psicopatologia dei disturbi dell’alimentazione che sono più rilevanti per spiegare le caratteristiche cliniche del disturbo, piuttosto che sulla diagnosi DSM. In breve, la teoria descrive l’egosintonicità e il perché il disturbo si mantiene.     Perché la teoria transdiagnostica è utile nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione? La teoria è supportata da numerose evidenze; inoltre descrive in modo chiaro i meccanismi postulati di mantenimento della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione che forniscono un punto di riferimento per i terapeuti e i pazienti. La natura transdiagnostica della teoria e la sua attenzione alla psicopatologia che opera nei pazienti, aiuta a superare gli stretti criteri diagnostici del DSM. La terapia derivata da questa, affrontando i meccanismi di mantenimento proposti, si è dimostrata la più efficace nel trattamento ambulatoriale dei pazienti con bulimia nervosa e altri disturbi dell’alimentazione con un IMC > 17,5, e molto promettente per quelli affetti da anoressia nervosa.     Cos’è la CBT-E? La CBT-E, acronimo di Cognitive Behavioral Therapy – enhanced, consiste in una terapia cognitivo comportamentale “migliorata”, in cui la formulazione transdiagnostica ne rappresenta uno degli strumenti fondamentali. Vengono cioè tenute in conto le caratteristiche psicopatologiche, l’egosintonicità e il perché del mantenimento della patologia; non c’è un focus sulla diagnosi. Tale formulazione può essere adattata con minime modifiche a tutte le categorie diagnostiche di questi disturbi, o meglio alle manifestazioni individuali della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione, e fornisce una guida da condividere con i pazienti sui processi che dovranno essere affrontati dal trattamento.     Come si svolge un intervento di CBT-E? La CBT-E può essere somministrata in due forme: “focalizzata”, che affronta esclusivamente i processi di mantenimento specifici della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione e “allargata”, che affronta con moduli specifici uno o più dei tre meccanismi di mantenimento aggiuntivi proposti dalla teoria cognitivo-comportamentale transdiagnostica (il perfezionismo clinico, la bassa autostima nucleare e le difficoltà interpersonali). La CBT-E prevede due intensità di trattamento: una di 20 sedute da eseguirsi in 20 settimane per i pazienti con un IMC > 17,5; un’altra di 40 sedute da svolgersi in 40 settimane per quelli con un IMC < 17,5.     Quali sono le fasi della CBT-E? La CBT-E ha quattro fasi ben definite: La Fase Uno è una fase iniziale, intensiva, durante la quale gli appuntamenti sono due alla settimana. Gli scopi sono ingaggiare la paziente nella terapia e nel cambiamento, creare insieme a lei una formulazione personalizzata, fornire un’educazione pertinente ed introdurre due potenti procedure della CBT-E rilevanti per tutte le pazienti con Disturbi dell’Alimentazione: “pesarsi in seduta” e “mangiare regolarmente”. Viene data al paziente una teoria per leggere il problema, per poter far lavorare il paziente stesso su ciò che è effettivamente percepito come un problema dal paziente stesso. La Fase Due è una breve fase di transizione in cui il terapeuta e la paziente fanno la revisione del lavoro svolto, rivedono i progressi fatti, identificano gli ostacoli al cambiamento, modificano la formulazione secondo le necessità e pianificano la Fase Tre. La Fase Tre è il corpo principale del trattamento e il suo scopo è quello di affrontare i meccanismi più importanti di mantenimento del Disturbo dell’Alimentazione della paziente. La conduzione varia da paziente a paziente. Ci sono otto appuntamenti con cadenza settimanale. La Fase Quattro è la fase finale del trattamento e l’attenzione si sposta al futuro. Ci sono due obiettivi principali: assicurarsi che i cambiamenti siano mantenuti (nelle 20 settimane seguenti no a quando sarà tenuto l’incontro di revisione) e ridurre i rischi di ricaduta a lungo termine. Gli appuntamenti sono pianificati ad intervalli di due settimane.     Cos’è la CBT-E multistep? L’idea principale che ha portato a progettare la CBT-E multistep è stata quella di ampliare l’applicabilità clinica della CBT-E ambulatoriale. Per raggiungere questo obiettivo ambizioso, la CBT-E multistep, rispetto alla CBT-E standard, ha introdotto tre modifiche sostanziali: l’approccio a passi successivi (multistep); l’équipe multidisciplinare “non eclettica” alcune nuove procedure nei livelli più intensivi di cura, come per esempio l’alimentazione assistita e le sedute di grupp Essa comprende trattamenti disposti in passi empirici, logici e successivi basati sul costo, sull’intrusività e sulle prospettive di esito. In questo scenario, la CBT-E multistep introduce un approccio originale che si caratterizza per applicare la stessa teoria e le medesime strategie e procedure terapeutiche ai diversi livelli di cura. L’unica differenza tra la CBT-E somministrata ai vari passi è la sua intensità, minore per i pazienti ambulatoriali, massima per quelli ricoverati.     Come valutare un paziente tramite la CBT-E multistep? La fase di valutazione e preparazione richiede due sedute, ma nei pazienti ambivalenti a volte è necessario eseguire delle sedute aggiuntive. Le sedute di valutazione e preparazione hanno i seguenti obiettivi: stabilire la natura e la gravità del disturbo dell’alimentazione dei pazienti; valutare se la CBT-E multistep è appropriata e, in caso affermativo, decidere l’intensità di cura informando questi ultimi sugli aspetti principali del trattamento; incoraggiare gli stessi a sfruttare al massimo l’opportunità di superare il disturbo dell’alimentazione valutare la presenza di ostacoli che potrebbero influenzare negativamente il trattamento. Durante la prima seduta si dovrà ad esempio, valutare l’atteggiamento dei pazienti verso la seduta, condividerne gli scopi, valutare la natura e gravità del disturbo, ecc., mentre durante la seconda seduta si prenderanno decisioni in merito all’intensità e alla tipologia del trattamento.     Quali le tipologie di trattamento CBT-E multistep tra cui scegliere e perché? CBT-E ambulatoriale, consigliata per tutti i pazienti. CBT-E ambulatoriale intensiva, sviluppata come alternativa meno costosa al day-hospital per i pazienti che non rispondono al trattamento ambulatoriale standard. CBT-E ospedaliera, indicata per i pazienti con disturbi dell’alimentazione che non hanno risposto a trattamenti ambulatoriali ben condotti e per quelli con rischio fisico non gestibile a livello ambulatoriale.     È necessaria una specifica formazione specifica per attuare trattamenti di CBT-E e CBT-E multistep? In situazioni di day hospital e ricovero, il terapeuta collabora sempre con altri psicologi, medici, dietisti, infermieri. Si parla quindi di équipe multidisciplinare. Quando il trattamento è somministrato da più professionisti (es. CBT-E ambulatoriale intensiva o ospedaliera), tutti i professionisti coinvolti (medici, psichiatri, psicoterapeuti, dietisti e infermieri) ricevono una formazione completa nella CBT-E prima di unirsi all’équipe. Questa permette agli stessi di continuare a mantenere il loro specifico ruolo professionale, ma di condividere la stessa filosofia (la teoria transdiagnostica e la CBT-E) e di utilizzare un linguaggio comune con i pazienti. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia
Domande e risposte su uno dei principali trattamenti evidence based per affrontare i disturbi di personalità
Che cos’è la Schema Therapy? Schema Therapy e Contextual Schema Therapy: quali differenze Per quali patologie è indicata la Contextual Schema Therapy? Qual è l’obiettivo della Contextual Schema Therapy? Cosa sono i mode nella Contextual Schema Therapy? Quali sono le fasi del progetto di Contextual Schema Therapy? Quanto dura un percorso di Contextual Schema Therapy? Cos’è la tecnica delle sedie? Si possono fare sedute di Schema Therapy online?     Che cos’è la Schema Therapy? La Schema Therapy è uno dei principali trattamenti evidence-based per il trattamento dei disturbi di personalità. Questo modello si fonda su due concetti cardine: Schema, ovvero una rappresentazione di sé, la modalità attraverso la quale ciascuno si rappresenta. È una rappresentazione fatta di emozioni, sensazioni, ricordi e che dà agli individui il senso di sé. Gli schemi nascono nel nostro ambiente di sviluppo, non solo genitoriale, ma allargato al contesto socioculturale che ci circonda. Stile di coping, cioè lo stile comportamentale utilizzato per gestire il dolore causato da bisogni base che in infanzia non hanno trovato risposta (bisogno di attaccamento e bisogno di riconoscimento). Vengono individuati 3 fondamentali stili di coping: Resa allo schema, dove ci si comporta come se lo schema fosse vero. Se lo schema è di fallimento, il soggetto si comporterà in coerenza con questo schema di fallimento/incapacità; Stile evitante, dove non vengono intraprese azioni al fine di evitare l’attivazione dello schema; Ipercompensazione dello schema, in cui il comportamento è dettato dall’agire al contrario dello schema (per esempio, se lo schema è di fallimento, l’individuo attuerà un comportamento di infallibilità, autonomia).     Schema Therapy e Contextual Schema Therapy: quali differenze Nel tempo sono nate nuove diramazioni della Schema Therapy: quella per gruppi, per coppie, per età evolutiva. Un’evoluzione molto importante è stata quella verso la Contextual Schema Therapy, che pone l’attenzione alle terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione, concentrandosi maggiormente sugli elementi del processo terapeutico più che sul contenuto tipico del cognitivismo. Per una semplificazione in termini di utilizzo da parte dei terapeuti, i 5 bisogni di base individuati da Young vengono ristrutturati in due bisogni primari che diventano centrali: il bisogno di attaccamento ed il bisogno di riconoscimento. Inizialmente la Schema Therapy faceva riferimento a 18 schemi. Già nel 2003 Young stesso iniziò a parlare di “mode”. È un concetto assimilabile al concetto di stato mentale: più schemi attivi possono generare più stili di coping che sfociano nello stato mentale della persona; è lo stato mentale ad orientare il comportamento e la modalità di percezione dell’altro, che viene letto e visto alla luce degli schemi e del mode in cui la persona si trova. I mode vengono classificati in gruppi, di cui i principali sono il mode bambino, i mode critici e doverizzanti, i mode di coping, ed il mode dell’adulto funzionale (quest’ultimo è quello che viene proposto in terapia). La CST vede il cuore della terapia e dell’approccio nel mode bambino, che a sua volta si suddivide in mode vulnerabile e mode arrabbiato. I bisogni fondamentali si trovano in linea generale in un continuum tra bisogno di attaccamento e riconoscimento, i due bisogni di base. Se l’equilibrio in questo continuum manca propendendo per uno solo, si attivano i mode critici e doverizzanti per rispondere ad un bisogno. Nella vita adulta però questi mode generano conflitto. Si sviluppano quindi i mode di coping, che ricalcano le naturali reazioni di qualsiasi essere vivente di fronte alla minaccia (attacco, fuga, freezing, overo mode di ipercompensazione, sottomissione, evitamento passivo – distacco - o attivo - indugiare in comportamenti ripetitivi, dipendenze).     Per quali patologie è indicata la Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy nasce per trattare i disturbi della personalità. È un approccio che richiede molto tempo e quindi non è il gold standard quando ci sono altre terapie efficaci e funzionali per un paziente (es. disturbo di panico). Si può utilizzare anche con pazienti che non hanno un disturbo di personalità, ma che hanno già fatto terapie senza trovare benefici. In questi casi è possibile, infatti, che ci sia una struttura di personalità che impatta molto le esperienze attuali.     Qual è l’obiettivo della Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy ha come scopo quello di sostenere la parte sana del paziente, il “mode dell’adulto funzionale”. Quando il paziente entra nel mode bambino trova direttamente il mode critico e doverizzante che aveva a suo tempo adottato in mancanza di risposta ai bisogni di base. La terapia, attraverso il terapeuta e il modello fornito dal terapeuta, porta il paziente alla costruzione di una figura di adulto sano che egli interiorizza “detronizzando” le parti critiche e doverizzanti. Il terapeuta diventa un modello sano relazionale che il paziente fa proprio. Si costruiscono nuovi stili di mode/coping per gestire in modo sano i bisogni.     Cosa sono i mode nella Contextual Schema Therapy? Il concetto di “mode” è simile a quello di stato mentale: più schemi possono generare più stili di coping che sfociano nello stato mentale della persona. Il mode è lo stato mentale che orienta il comportamento e la modalità di percezione dell’altro. I principali mode individuati dalla Contextual Schema Therapy sono il mode bambino, i mode critici e doverizzanti, i mode di coping, ed il mode dell’adulto funzionale.     Quali sono le fasi del progetto di Contextual Schema Therapy? Esistono prevalentemente due fasi: la fase di assessment e la fase di trattamento. Nella fase di assessment, si fa una valutazione in cui si cerca di individuare gli schemi, i mode, e se ne costruisce una mappa. La pianificazione del trattamento viene condivisa con il paziente e dipende fortemente dalla personalità del paziente stesso: non c’è un modello di pianificazione standard.     Quanto dura un percorso di Contextual Schema Therapy? La Contextual Schema Therapy dura un minimo di 2 anni. È un percorso lungo proprio perché ci sono delle dinamiche interne radicate, costruite tempo fa e che quindi richiedono tempo per essere sostituite dall’adulto funzionale.     Cos’è la tecnica delle sedie? In Schema Therapy manca il setting tipico delle scrivanie. Il paziente ed il terapeuta sono dalla stessa parte e interagiscono. Nella tecnica delle sedie, ogni sedia rappresenta un mode, ed il paziente, sedendosi su una data sedia, assume il punto di vista di quel mode per comprenderlo. L’adulto sano invece sta in piedi, fianco a fianco, perché viene dato potere all’adulto funzionale, che può muovere le sedie /mode per gestirle meglio. La prospettiva dello stare in piedi è importante: fisicamente muoversi muove anche le idee e le prospettive.     Si possono fare sedute di Schema Therapy online? Nonostante sia preferibile lavorare in studio, il periodo storico che stiamo vivendo ha richiesto ai terapeuti creatività per attuare sedute online. Occorrono delle attenzioni specifiche, come posizionare correttamente il pc per riprendere interamente la scena. L’online dà comunque delle opportunità, rispetto alle sedute in presenza, come la possibilità di vedere sé stessi nella telecamera e far diventare quella immagine di noi stessi un mode. L’elemento fondamentale è la creatività. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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