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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Psicologia
Mentre scrivo, il premier ha appena annunciato in TV che il periodo di isolamento attivo in casa è stato protratto al 3 maggio, la prima reazione, d’istinto, è stizzita: “Già, è la terza volta che rimandano il termine del Lockdown, sarà l’ultima?” Un misto di rabbia e paura ci pervade: rabbia perchè, pur ragionevolmente, siamo privati della libertà di scegliere di muoverci, incontrare parenti, amici, riprendere gli affari, promuovere nuove iniziative; paura perché, altrettanto consapevolmente, vuol dire che la minaccia del contagio non è finita, che l’incontro con altri esseri umani rimane un’incognita, una possibilità negativa di superare il labile confine tra salute e malattia. Tutto questo è umanamente comprensibile, ma, in realtà, il vero malessere è più subdolo: quanto ancora riusciremo a stare soli in casa, senza l’abbraccio e il conforto degli altri? Così nel 2020 scopriamo che pur iperconnessi via internet e smartphone abbiamo paura di sentirci soli, abbandonati, privi di prospettive. La solitudine non è tanto una condizione oggettiva, ma è piuttosto uno stato mentale: possiamo sentirci soli perché questo stato contraddice la possibilità di essere connessi agli altri. La solitudine così intesa è, facciamo attenzione, fattore di rischio per la salute mentale e fisica di ciascun individuo. Lo sapevate che da circa 40 anni i governi di Stati Uniti, regno Unito, Danimarca, Svezia, ecc. hanno posto attenzione al fatto che la solitudine si stava sviluppando nei loro paesi ed hanno chiesto ai ricercatori di psicologia, neuroscienze sociali, psichiatria di studiare a fondo il problema? Uno dei più influenti è stato John Cacioppo della Università di Chicago. Insieme ad altri, ha posto attenzione a quando la solitudine diventa problema. Gli studi inizialmente si sono occupati di fasce di età (anziani) o sociali (emarginati) ma poi si sono estesi a tutti, soprattutto per chi vive nella società occidentale e industrializzata. Il disagio da solitudine è psicologico: il mondo è rappresentato come un luogo potenzialmente portatore di minacce e l’attenzione ai segnali provenienti da questo non fa che confermare queste convinzioni, aumenta il disagio emotivo (ansia, paura), e aggrava i comportamenti protettivi (evitamento, isolamento), con peggioramento dell’umore e perdita del desiderio o motivazione a fare le cose.  Tra le cose che non si fanno più c’è l’attività fisica che invece è fondamentale per mantenere attivo l’organismo e stimolare la mente a occuparsi di cose da fare. Le persone sole hanno una peggiore qualità del sonno: non tanto nella durata ma nella pesantezza e scarsa energia mentale che riscontrano dopo aver dormito. Le funzioni cognitive ed esecutive nei soggetti soli sono peggiori in confronto a chi non si sente solo. Per chi ha disturbi mentali le condizioni peggiorano se la solitudine è sofferta: psicosi, disturbi di personalità, depressione, Alzheimer, ecc. Il disagio derivante dalla solitudine peggiora lo stato fisico: una complessa interazione tra solitudine, elevati valori pressori e ormoni dello stress (cortisolo) fa sì che il rischio di ammalarsi di patologie cardiovascolari è maggiore in queste persone. Ugualmente, complesse relazione tra l’apparato neuroendrocrino stress collegato e sistema immunitario fa sì che le persone sole abbiano una risposta alle reazioni immunitarie più scarsa degli altri. Un classico studio condotto su popolazione di studenti ha mostrato che in due gruppi divisi secondo un questionario che descriveva la solitudine(Loneliness, UCLA), quelli con punteggi più alti al test avevano più possibilità di infettarsi con virus del raffreddore piuttosto di chi aveva al test punteggi più bassi. Ma di che solitudine potremmo soffrire? Un primo livello è quello della deprivazione dell’intimità, nel caso specifico, del partner in grado di dare supporto emotivo e fisico. Sono le situazioni “private” dove condividiamo molto con la persona amata, con i figli, con chi è in grado di conoscere una reciprocità importante del legame umano. In questo periodo di distanziamento sociale, pensiamo a chi per motivi vari si trova in un’altra regione d’Italia oppure non vede il partner perchè vive in un’altra parte della città, un altro paese, ecc. Un secondo livello è quello delle relazioni familiari e amicali, altra “mancanza” cui stiamo facendo fronte in questa quarantena. Spesso sono persone che non risiedono con noi e di cui sentiamo la mancanza per la qualità delle “connessioni” in grado di fornirci. Un terzo livello è quello dei rapporti collettivi, ovvero i contatti che normalmente generiamo nei luoghi di lavoro, negli spazi sociali, negli avvenimenti cui partecipiamo. In questo caso ci riferiamo a quelle situazioni che per diversi motivi ci fanno “appartenere” ad un gruppo creando un senso di identità al vivere sociale. Come possiamo proteggerci per non soffrire di solitudine? La situazione cui mi riferivo all’inizio, seppur mossa da regole sanitarie ferree e condivise può quindi interferire con tutti e tre i livelli di “connessione” tra noi e gli altri: la domanda è come ci proteggiamo? Dobbiamo tornare a vivere le relazioni personali con maggiore consapevolezza: se avete notato, il tempo è“rallentato” e abbiamo più tempo per fare “meno” cose di prima, questo è un tempo guadagnato per le relazioni in casa. Al di là dei comportamenti aneddotici: fare attività sportiva, cucinare, pulire la casa, riparare oggetti, leggere, studiare, ecc. Il tempo che noi dedichiamo per dialogare e riscoprire la condivisione quotidiana è aumentato: sia nel compiere attività casalinghe, che ripercorrere memorie condivise, che riscoprire momento di gioco o di intimità la nostra casa può diventare un luogo dove i “morsi” della solitudine scompaiono. Dobbiamo usare saggiamente la tecnologia per essere connessi ai nostri famigliari e amici in modo positivo: meno tempo trascorso a commentare le statistiche epidemiologiche e più tempo a parlare di interessi personali ed in comune. Gli amici possono essere sollecitati via smartphone in call a più persone: anche un “brindisi” virtuale per un compleanno di un amico lontano può essere occasione di mostrare quanto siamo interessati agli altri e quante cose ci appartengono. Nella vita sociale sempre l’uso delle tecnologie sta cambiando le comunicazioni sul lavoro, sulla formazione, sulla conduzione di gruppi di varia natura (politica, religiosa,ecc.). Il principio della appartenenza è legato all’utilizzo di internet a scopi sociali e non come mezzo che generalmente ci passivizza e ci rende dipendente dalle varie offerte. Anche una “diretta” su Facebook, se ben condotta, può portare condivisione sociale: per esempio un’esibizione musicale dal vivo oppure una visita guidata in un museo. Se nonostante tutto la solitudine non passasse? Già nel paragrafo precedente ci soffermavamo a interventi di protezione dalla solitudine, ovvero promuovere il contatto sociale e le forme di sostegno sociale. Ma l’individuo che si sente solo potrebbe avere problematiche più complesse, ovvero non riuscire a sentirsi “connesso” con gli altri oppure non avere le “competenze” sociali.  Per questi e tutti quelli che poi più che una solitudine protratta vivono una condizione abituale di non condivisione relazione e/o di non appartenza sociale si parla più appropriatamente di Ritiro Sociale, ma questa, come si dice nei film, è “un’altra storia”.
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Search-ME - Erickson 2 Psicologia
Abbiamo chiesto a Gabriele Melli, direttore di IPSICO di Firenze, alcuni consigli su come scegliere la scuola di specializzazione in psicoterapia
Il 10 ottobre si celebra la Giornata Nazionale della Psicologia: una giornata, patrocinata dal Ministero della Salute, che ha lo scopo di valorizzare e far conoscere maggiormente ai cittadini le potenzialità della Psicologia come scienza e come professione. In occasione di questa giornata, abbiamo chiesto a Gabriele Melli, direttore dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva (IPSICO) di Firenze – una scuola quadriennale di specializzazione in psicoterapia riconosciuta dal MIUR – di illustrarci uno dei possibili sbocchi della Laurea in Psicologia, ossia la scelta della scuola di specializzazione in psicoterapia. Dott. Melli, potrebbe dare qualche consiglio a chi si è laureato in psicologia su come scegliere una scuola di specializzazione in psicoterapia? Quali sono gli aspetti cruciali da valutare per capire se è la scuola “giusta” per noi? La scelta di una scuola di psicoterapia è un momento molto delicato perché presumibilmente orienta il futuro professionale del neo-laureato. Non esiste la scuola giusta in assoluto, ma a mio avviso è fondamentale orientarsi su scuole ben radicate sul territorio di appartenenza, che abbiano alle spalle un centro clinico e un corpo adeguato di docenti e supervisori effettivamente presenti in sede.  Ognuno inoltre deve orientarsi sull’approccio psicoterapeutico che sente più vicino ai propri interessi e alle proprie preferenze, ma con un occhio al mercato e a quello che richiede, alla vicinanza maggiore possibile con il mondo medico/scientifico, altrimenti il rischio è di investire tanto in una formazione non spendibile lavorativamente. Suggerisco infine, al di là dell’approccio scelto, di preferire le scuole che abbiano un chiaro e definito modello di riferimento, con solida storia alle spalle e ricerca a supporto a livello internazionale. Quali persone si possono definire “psicoterapeuti”? Solo coloro che hanno frequentato una scuola di specializzazione in psicoterapia e hanno quindi ottenuto un diploma di specializzazione in psicoterapia? Assolutamente sì, questo per legge. Anche gli specializzandi non possono definirsi psicoterapeuti, né “psicoterapeuti in formazione”, nonostante esercitino attività di psicoterapia sotto supervisione. L’unico titolo spendibile fino al conseguimento del diploma finale di specializzazione rilasciato da una scuola riconosciuta dal MIUR è quello di Psicologo o Medico. Quali sono le prospettive di lavoro future per uno psicoterapeuta formato al termine della scuola di specializzazione in psicoterapia? Come già accennato a mio avviso molto dipende in primis dal tipo di approccio psicoterapeutico. È indubbio infatti che alcuni modelli clinici siano più attuali, scientificamente basati, efficaci in tempi relativamente brevi e di conseguenza meglio “vendibili”. Visto inoltre che il lavoro dello psicoterapeuta è nel 95% dei casi di tipo libero-professionale, l’intraprendenza del singolo terapeuta, le sue capacità “imprenditoriali”, la disponibilità a collaborare a progetti di ricerca, la conoscenza della lingua inglese, sono tutti elementi che aumentano la probabilità di ricavarsi uno spazio.  Fondamentale è anche trovare una propria area di iper-specializzazione, anziché rimanere uno “psicoterapeuta generico”. Infine aiutano molto i contatti con le strutture territoriali che lo studente può essersi costruito durante gli anni di scuola. Questo è il motivo per cui serve far affidamento su scuole di specializzazione ben radicate sul territorio e con alle spalle importanti centri clinici.
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Search-ME - Erickson 3 Didattica
Un compito impegnativo, ma fondamentale per favorire l’apprendimento
 Accompagnare un bambino nella sua crescita emotiva è un compito impegnativo. Aggressività, demotivazione, carenza di autocontrollo, difficoltà nel rispettare le regole o accettare le proprie frustrazioni dell’apprendere sono solo alcuni dei problemi frequentemente riscontrati in classe. Ricordiamoci, però, che le emozioni non sono solo questo. Sono anche gioia, affetto, orgoglio e soddisfazione per un successo o sorpresa per un gesto inaspettato. La scuola riveste un ruolo fondamentale nell’educazione alle emozioni, un percorso di apprendimento che va di pari passo con quello disciplinare. Da tempo, infatti, la ricerca ha avvalorato l’importanza delle emozioni nell’apprendimento, facendo venir meno l’assunto storico di un ipotetico primato della cognizione sull’affettività. Di qui l’importanza di definire dei percorsi strutturati ed espliciti di educazione alle emozioni che hanno come traguardo la competenza sentimentale, ovvero la capacità comprendere ed esprimere in modo consapevolmente regolato il proprio stato emotivo. Un itinerario intenzionale e di qualità educa il bambino a saper riconoscere le proprie e altrui emozioni, ad aprirsi alla reciprocità nella relazione e a formare le cosiddette competenze personali, abilità che permettono ad ognuno di leggere la propria e altrui interiorità, ma anche di saper elaborare le emozioni negative. Infine, il curricolo emotivo promuove la riflessione metaemotiva, un processo che “distanzia” dai propri vissuti emotivi e permette di autoregolarli. Tale processo può avere luogo attraverso vari linguaggi e fare quindi riferimento a diverse discipline. La letteratura, per esempio, permette di attingere a prodotti di esemplare rappresentazione del sentire (poesie, romanzi, etc.) e a diversi generi (autobiografia, diario, etc.). Un altro medium efficace che potrebbe essere utilizzato in un percorso di educazione emotiva è l’illustrazione. I disegni e le immagini offrono un’alternativa all’espressione verbale e possono dirigere le emozioni represse in canali più creativi. Ma anche l’espressione corporea, passando da vie meno codificate convenzionalmente, rappresenta un interessante linguaggio attraverso cui esplorare forme diverse di espressione della vita affettiva. Nel programmare le attività e gli strumenti di un’educazione socio-affettiva, abbondano i materiali per la scuola primaria, mentre è molto meno ampia e varia l’offerta per la fascia d’età che va dalla secondaria di 1° grado a quella di 2° grado. Anche - e potremmo dire, soprattutto - i giovani adolescenti incontrano difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni e dar loro un nome. È, dunque, importante che i docenti forniscano strumenti utili per la comprensione dell’origine e delle caratteristiche delle emozioni e per la gestione degli stati d’animo, anche di quelli legati alle tematiche più “spinose” che affiorano durante il periodo dell’adolescenza.
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Search-ME - Erickson 4 Psicologia
Che cos’è, da cosa dipende e come si può migliorare secondo il modello dell’Emotional Schema Therapy
La regolazione delle emozioni è un’abilità complessa che permette all’individuo di modulare gli stati emotivi in maniera adattiva, in risposta a stimoli significativi provenienti dall’ambiente. Nonostante sia un’abilità innata, la capacità di regolare le emozioni è profondamente influenzata da vulnerabilità biologiche e dalle prime interazioni del bambino, le quali, in contesti di sviluppo sano, permettono la strutturazione di processi di regolazione emotiva funzionali ed efficaci. Al contrario, l’essere esposti ad ambienti di sviluppo difficili e invalidanti, può portare a strategie di regolazione emotiva disfunzionali, che possono esitare in processi di soppressione ed inibizione emotiva, e in quella che viene definita “disregolazione emotiva”. Ad esempio, una persona cresciuta in un contesto supportivo, potrebbe vivere un rimprovero del proprio capo con ansia, tristezza e vergogna, sperimentando una risposta somatica sgradevole, senza però mettere in discussione l’immagine di sé, e gestendo il comprensibile disagio in maniera efficace, sfruttando il momento difficile come un’occasione di crescita. Un’altra persona, se nata in un ambiente familiare invalidante, potrebbe vivere la stessa situazione come una conferma della propria inadeguatezza, percepire un’intensa attivazione emotiva, ed esplodere in un pianto disperato, in agiti rabbiosi o in processi di ruminazione/rimuginio pervasivi e invalidanti. La risposta emotiva alla sofferenza: quando è necessario l’intervento psicoterapeutico? È ormai accettato come l’inibizione emotiva e la disregolazione emotiva siano dei costrutti transdiagnostici centrali in diverse forme di psicopatologia, strettamente connessi a comportamenti problematici e ad alti livelli di sofferenza. Proprio in virtù della loro rilevanza, le abilità di regolazione emotiva rappresentano uno degli aspetti da considerare nella fase di assessment e di concettualizzazione del caso, e quindi nell’intervento psicoterapeutico. Nel tempo, infatti, la psicoterapia cognitivo-comportamentale, nelle sue diverse declinazioni, ha dedicato sempre più attenzione alle strategie di inibizione e alle difficoltà di regolazione emotiva, sviluppando modelli teorici e di trattamento basati sia su vere e proprie tecniche attentive e comportamentali, che su interventi mirati a lavorare sulla relazione che la persona ha con i propri processi e stati mentali problematici. La regolazione emotiva secondo l’Emotional Schema Therapy di Robert Leahy Robert Leahy mette al centro dei processi di regolazione emotiva quello che viene definito l’Emotional Schema Model (ESM). Un ESM rappresenta il modo in cui la persona percepisce, interpreta, valuta e risponde alle proprie e altrui emozioni. Poiché ogni essere umano sperimenta stati emotivi dolorosi, Leahy sottolinea, in linea con l’approccio metacognitivo di Wells, come sia il rapporto che ognuno di noi ha con i propri vissuti emotivi a fare la differenza tra la sofferenza fisiologica a cui ogni essere umano è per natura esposto e lo sviluppo di psicopatologia. Le teorie che ognuno di noi ha sui propri vissuti emotivi possono infatti generare strategie di regolazione emotiva problematiche come la soppressione, la ruminazione, l'evitamento, che possono gettare la persona in una spirale che alimenta e mantiene lo stato di sofferenza.  L’Emotional Schema Therapy (EST) proposta da Leahy si concentra, quindi, sulle interpretazioni soggettive dei propri stati emotivi, cercando di portare alla luce la teoria specifica che la persona ha delle proprie emozioni, con lo scopo di modificarla e di consolidare nuove strategie adattive di regolazione emotiva.   Robert Leahy, direttore dell’American Institute for Cognitive Therapy, al X Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva Dal 13 al 16 maggio 2021 si svolgerà a Roma il 10° Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva (ICCP) che vedrà la partecipazione di molti relatori di rilevanza internazionale, come il dott. Robert L. Leahy, direttore dell’American Institute for Cognitive Therapy di New York e professore associato di psicologia clinica presso il Dipartimento di Psichiatria del Weill Cornell Medical College, noto in Italia per aver scritto il volume “La regolazione delle emozioni in psicoterapia”, pubblicato nel 2018 da Erickson.
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Search-ME - Erickson 5 Psicoterapia
Le nuove sfide professionali di chi si occupa di sostegno psicologico in area clinica
La cosiddetta “fase 2” è iniziata, l’emergenza sanitaria volge al termine, o almeno si spera, ma adesso tutti dobbiamo fare i conti con quel che è successo, con grande capacità di adattamento ai nuovi scenari che si aprono. Anche gli psicoterapeuti, e più in generale tutti coloro che si occupano di sostegno psicologico in area clinica, si trovano di fronte a nuove sfide professionali. Se infatti nei mesi scorsi hanno lavorato poco e quasi esclusivamente online, da ora in poi lavoreranno forse più di prima, perché il bisogno di aiuto è indubbiamente aumentato, ma in modo un po’ diverso. Vediamo alcuni punti critici che caratterizzeranno la professione nel prossimo periodo. L’emergere di problematiche specifiche L’epidemia da Coronavirus si è rivelata altamente traumatica in quanto totalmente imprevedibile da chiunque e con un impatto devastante sulla qualità di vita. Quello che possiamo aspettarci nei prossimi mesi è dunque un significativo incremento dei disturbi dell’umore, in particolare della depressione, dei disturbi d’ansia per salute e ossessivo-compulsivi, nonché dei disturbi da stress post-traumatico. Tutto ciò che abbiamo subito (lutti, deprivazione sociale e affettiva, limitazioni della libertà individuale, problemi economici, ecc.) e che continuiamo a subire (incertezza per il futuro, paura del ritorno dell’epidemia, mancanza del contatto fisico, difficoltà nella programmazione, ecc.) determina un forte stress. Ove manchino grandi capacità di resilienza e risorse individuali per far fronte a simili difficoltà, è altamente probabile che emergano sintomi di disagio psicologico quali quelli sopra menzionati. È quindi importante che i professionisti siano preparati e formati ad affrontarli al meglio, per rispondere alle esigenze del prossimo futuro dei propri utenti. Il fabbisogno di psicologia nei servizi pubblici Dato il gran numero di persone che hanno subito un forte impatto psicologico per le conseguenze dirette e indirette della pandemia, è certo che vi sarà un aumento del bisogno di servizi di aiuto qualificati. Purtroppo però la situazione dei servizi pubblici di psicologia clinica è drammatica. Negli ultimi decenni questi sono stati oggetto di drastici tagli di fondi e gran parte del personale pensionato non è stato sostituito. A oggi chi necessità di psicoterapia deve quasi necessariamente rivolgersi ai professionisti privati a fronte di un esborso significativo e soprattutto continuativo, che molti, a maggior ragione di questi tempi, non possono permettersi. Il Governo attuale sembra aver ignorato tale problematica, destinando fondi a quasi tutto tranne che all’aumento dell’organico di psicologi nel Sistema Sanitario Nazionale. In risposta a questa clamorosa lacuna si sono mobilitati sia l’Ordine Nazionale che i vari Ordini Regionali degli Psicologi, pare ottenendo un emendamento del “decreto rilancio” che comprenda anche il potenziamento di suddetti servizi. Se poi questo si tradurrà in pratica, ovvero in un buon numero di concorsi per il reclutamento di colleghi in tempi brevi, è tutto da vedersi, ma almeno un piccolo riconoscimento c’è stato. Vedremo se e quale sarà l’evoluzione nei prossimi mesi, ma ci auguriamo che questo periodo drammatico sia servito a far comprendere l’importanza di garantire a tutti l’assistenza psicologica e porti nuova linfa ai servizi pubblici dedicati. Il cambio di modalità nell’erogazione dei servizi Viste le limitazioni imposte dall’epidemia e in particolare la necessità di distanziamento sociale, in questi mesi la maggior parte degli psicologi clinici e psicoterapeuti ha iniziato ad utilizzare strumenti per la videoconferenza al fine di mantenere un contatto con i propri utenti. Ciò ha consentito anche ai clinici più scettici di sperimentarsi in un nuovo modo di condurre le sedute, scoprendo che sono quasi equivalenti a quelle in presenza, anche se certe tecniche non possono essere utilizzate se non snaturandole e si perdono tutta una serie di indicatori non verbali (es. la postura corporea) che sono importanti nella gestione della relazione terapeutica. Anche le ricerche che sono state condotte riguardo alla soddisfazione percepita sia dei terapeuti che dei pazienti sembra che siano molto incoraggianti. C’è quindi da aspettarsi che nel prossimo futuro, sia per il perdurare di alcune limitazioni, sia soprattutto perché ci si è abituati a un nuovo modo di fare psicoterapia, vi sia un aumento della richiesta e dell’offerta di servizi psicologici online, cui volenti o nolenti i professionisti dovranno adeguarsi per rimanere competitivi.
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Search-ME - Erickson 6 Psicologia
La risposta ai dubbi più comuni delle persone che soffrono di disturbi del sonno
L’impossibilità di dormire è una delle peggiori esperienze che si possano sperimentare nella vita. L’insonnia, infatti, non ha effetti negativi solamente durante la notte, ma incide anche sulla qualità della vita diurna. Le persone che soffrono in maniera persistente di questo disturbo si lamentano spesso di essere giù di morale durante il giorno, di essere stanche e poco concentrate, e lamentano difficoltà in ambito lavorativo, familiare e sociale. L’insonnia è infatti uno dei disturbi più impegnativi per il sistema sanitario a livello internazionale e i costi sociali per la sua gestione sono elevatissimi. Un decimo della popolazione adulta e un quinto di quella oltre i sessantacinque anni ne soffre, e rappresenta una delle lamentele più comunemente udite dal medico curante, ma i sistemi sanitari, al momento, non sono in grado di offrire servizi adeguati alla sua risoluzione. Colin A. Espie, professore emerito di Psicologia clinica presso l’Università di Glasgow (Scozia), dove ha fondato e diretto per molti anni il Centro di Medicina del Sonno, ha raccolto alcune delle domande più comuni delle persone che soffrono di disturbi del sonno, dando una risposta in base alle conoscenze attuali sul sonno e sui suoi disturbi. Qui sotto vi presentiamo una selezione di queste domande & risposte. Le persone anziane hanno meno bisogno di dormire? VERO. La durata del sonno si modifica nel corso della vita. I neonati possono dormire oltre diciotto ore al giorno, svegliandosi solamente per mangiare. Le persone anziane, invece, tendono a dormire meno rispetto alla popolazione adulta e ad avere un sonno più frammentato (soprattutto nella seconda parte della notte). È importante prendere atto di come certe modificazioni del sonno, a volte difficili da accettare, siano normali con l’avanzare dell’età. Probabilmente lo sapevate già, ma in che modo considerare questo ha cambiato le aspettative che avete rispetto al vostro sonno? Forse non avete mai preso in considerazione la possibilità di correggere le abitudini ad esso relative. È il momento di farlo. Si tende a dormire più profondamente man mano che la notte trascorre? FALSO. Sarebbe uno dei nostri più grandi piaceri andare dritti verso un buon sonno profondo. Le cose, però, non stanno affatto in questo modo. Durante la notte, sperimentiamo diversi tipi di sonno che si alternano ciclicamente, alcuni più leggeri e altri più profondi. Generalmente, il sonno più profondo si ha durante la prima parte della notte e quello più leggero durante la seconda. Non è una brutta notizia! Ciò vuol dire che il sonno più riposante ha una breve durata (pertanto, anche se avete dormito poco, il sonno da recuperare non è quello di tutta la notte). Questo è il motivo per cui, a volte, potete sentirvi riposati avendo dormito soltanto un paio d’ore. Per recuperare il sonno perduto di una notte dovremmo dormire un’altra notte intera? FALSO. Durante il periodo di veglia, accumuliamo un debito di sonno che viene saldato durante la notte e azzerato al risveglio. Chi è affetto da insonnia non riesce a fare questo. Tale concetto, tuttavia, è stato in parte superato, e si è visto come non sia necessario recuperare tutto il sonno perduto; è stato infatti evidenziato come sia sufficiente recuperarne meno di 1/3. Tra l’altro, la notte di recupero è caratterizzata generalmente da un sonno molto più profondo e ristoratore. Il sonno è importante per la memoria? VERO. Il sonno è necessario per il riposo fisico e mentale. Il corpo ha bisogno di riposo per recuperare le energie spese e, mentre dormiamo, si rigenera per il giorno successivo. Più esso si affatica e lavora, più ha bisogno di sonno per ripristinare le proprie energie. Lo stesso vale per l’attività mentale. Per la mente, tuttavia, il sonno non costituisce solo un momento di riposo. Durante la notte, infatti, vi è un’intensa attività mentale, attraverso la quale viene processata ogni informazione ed esperienza della giornata precedente. In tal modo vengono consolidati i nostri ricordi. Non c’è dubbio, infatti, che il sonno sia importante per i processi di memorizzazione. Più tempo dormiamo meglio ci sentiamo il giorno successivo? FALSO. Non c’è una relazione diretta tra quantità di sonno e benessere. Le persone che hanno bisogno di dormire molto non si sentono meglio di quelle che hanno bisogno di poche ore di sonno. I buoni dormitori possono dormire più di quello di cui hanno bisogno. Ciò, tuttavia, presenta dei grossi svantaggi, giacché attiva la cosiddetta “inerzia del sonno”, ossia il sentirsi sonnolenti e “rimbambiti” al risveglio. Dormire il più possibile innesca questo meccanismo, riducendo la sensazione di benessere conseguente al riposo. La cosa migliore, pertanto, è stabilire quanto tempo necessitiamo veramente di dormire e puntare verso questo obiettivo. Se durante il giorno ci sentiamo irritabili vuol dire che abbiamo dormito male? FALSO. È certamente vero che non dormire rende irritabili, ma non è detto che ciò dipenda solamente da questo! Vi sono molti altri fattori, infatti, che possono determinare tale stato d’animo. Quella sopra riportata è una credenza erronea tipica dei soggetti insonni. Infatti, essi tendono ad attribuire tutte le loro esperienze negative al fatto di aver dormito poco. L’irritabilità che talvolta si prova durante il giorno potrebbe essere dovuta a problemi lavorativi, sentimentali o relazionali. Ciò non vuol dire che si debba ignorare l’importante rapporto che esiste tra il sonno e l’umore. È importante comprendere come l’irritabilità possa essere legata all’insonnia, ma non ne sia necessariamente la conseguenza diretta. È essenziale, a mio avviso, valutare correttamente quali potrebbero esserne le cause, prendendo in considerazione anche altri aspetti della propria vita. La maggior parte della popolazione adulta dorme almeno sette-otto ore per notte? VERO. Quanto tempo dovrebbe dormire normalmente una persona? Questa è la domanda che mi viene rivolta più frequentemente. Il tempo di sonno di cui un individuo ha bisogno dipende molto dalla sua età e dal suo stile di vita. Questo è uno dei motivi per cui è necessario registrare quotidianamente le caratteristiche del proprio sonno tramite l’apposito diario. È vero, comunque, che gli adulti dormono in media sette-otto ore per notte. La maggior parte della popolazione si avvicina molto a questa media, ma esistono persone alle quali è suffi ciente dormire quattro ore per notte, così come altre che necessitano di dieci ore di sonno. Esse differiscono dalla media della popolazione, ma non sono necessariamente da considerare anormali. La stanchezza durante il giorno potrebbe indicare la presenza di un disturbo del sonno? VERO. È importante distinguere la stanchezza dalla sonnolenza. La prima è quasi sempre presente quando le persone si sentono assonnate, mentre la seconda è quasi sempre assente quando le persone si sentono stanche. L’insonnia può causare stanchezza; è molto importante, però, verificare che non sia presente una vera e propria sonnolenza. Quest’ultima, solitamente, è indice di un altro tipo di disturbo, come la narcolessia o un disturbo del sonno legato alla respirazione. È di fondamentale importanza identificare tali problematiche, poiché non rispondono al trattamento psicoterapeutico per l’insonnia, e un modo per farlo è proprio quello di distinguere la stanchezza dalla sonnolenza. Le persone affette da insonnia sono spesso stanche, ma non accusano generalmente sonnolenza. Coloro che l’accusano, di solito, soffrono di altri tipi di disturbi del sonno. I disturbi del sonno generalmente si risolvono velocemente? VERO. L’insonnia occasionale è un’esperienza molto comune, ed è anche molto frequente che abbia una durata transitoria, solitamente molto breve. Il 10% della popolazione adulta e il 20% di quella ultrasessantacinquenne soff re invece di forme persistenti.  I sonnellini diurni dovrebbero essere se possibile evitati? VERO. Se vi sentite molto assonnati e non potete fare a meno di dormire è consigliabile fare un sonnellino. Se la cosa si ripete varie volte, è molto probabile che non soffriate d’insonnia, ma di un altro tipo di disturbo del sonno. Se invece soffrite d’insonnia, dovreste evitare di fare sonnellini, perché riducono la spinta omeostatica al sonno notturno. Anche un sonnellino diurno di circa quindici minuti è in grado di interferire con la vostra capacità di dormire durante la notte. Pertanto, alla peggio, vi consiglio di concedervene uno ancora più breve. 
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