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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Psicologia
Quanto è diffuso e come si può trattare il disturbo d’ansia per la salute
La maggior parte di noi ha provato, in qualche momento della sua vita, una forte ansia per la propria salute o quella dei propri cari. Sperimentare ansia riguardo alla salute e alla morte è assolutamente normale. L’ansia per la salute diventa un vero e proprio disturbo quando si manifesta come una paura o una preoccupazione continua ed eccessiva. Molti individui che sperimentano eccessiva ansia per la salute ispezionano ripetutamente il proprio corpo per cercare segni, rigonfiamenti, eruzioni cutanee e piccole ferite che possano indicare l’inizio di una malattia fisica. Altre persone invece temono moltissimo l’andare da un dottore per la paura che gli confermi il sospetto di avere una malattia grave e quindi evitano di farsi visitare e/o di fare accertamenti, anche se continuano a preoccuparsi. Molte persone alternano questi comportamenti. Quanto è diffusa l’ansia per la salute?  Le stime suggeriscono che dal 3 al 10% della popolazione generale soffre di una significativa ansia per la salute, mentre più del 30% sperimenta al riguardo paure occasionali o più leggere. L’ansia per la salute colpisce in uguale misura sia uomini che donne e si può sviluppare a ogni età. Come si manifesta? L’andamento del disturbo è generalmente a fasi: una persona può nutrire preoccupazioni eccessive per la sua salute per alcuni periodi di tempo anche lunghi, alternati a momenti in cui esse non si manifestano o sono più leggere e transitorie. In generale, se non trattato questo disturbo frequentemente tende a diventare cronico e a far vivere sempre con una sensazione di precarietà e insicurezza per la propria vita. Quali sono le principali cause dell’ansia per la salute?  Nonostante sia un disturbo che si conosce da moltissimo tempo, come per tutti i disturbi mentali non sono ancora state trovate le cause precise della sua insorgenza, la cosiddetta eziologia. Gli studi di questi ultimi anni hanno però permesso di ipotizzare l’azione di più fattori nel determinare la maggiore vulnerabilità di alcune persone: alcuni sono di tipo biologico e genetico, altri di natura psicologica, altri ancora di tipo sociale e culturale. Chi è lo specialista più adatto per un trattamento del disturbo d’ansia per la salute? Lo specialista che può confermare la diagnosi e suggerire un trattamento adeguato è lo psichiatra; per un trattamento psicologico è necessario uno specialista nelle tecniche psicologiche, cioè uno psicoterapeuta, che può essere uno psichiatra o uno psicologo, purché esperto nel trattamento di questo tipo di problema.
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Search-ME - Erickson 2 Autismo e sindrome di Asperger
Quale disciplina sportiva scegliere per i bambini con disturbi del neurosviluppo
È esperienza comune che l’attività sportiva determini benefici a livello fisico e psicologico. Per molti bambini con disturbi del neurosviluppo, però, praticare uno sport rappresenta un obiettivo difficile da realizzare e non sono poche le esperienze negative raccontate dalle famiglie al momento dell’inserimento in strutture sportive e campus estivi. La scelta della migliore attività sportiva in cui inserire un bambino affetto da un disturbo del neurosviluppo è complessa perché si basa su una delicata combinazione tra le caratteristiche del disturbo, le peculiarità individuali del bambino, gli aspetti tipici dell’attività sportiva e le necessità organizzative, economiche ed emotive dei genitori.   Una regola generale, valida a prescindere dalla presenza del disturbo e dal grado di compromissione del bambino, è quella di partire da ciò per cui egli è motivato, pertanto dalle sue preferenze. È buona prassi, però, evitare gli sport molto caotici oppure in cui sia difficile decodificare il contesto circostante per mettere in atto il comportamento atteso, come ad esempio potrebbe accadere nel baseball. Sono invece da preferire quegli sport, individuali o di gruppo, in cui le regole sono molto semplici, lo spazio è ben delimitato, gli schemi di gioco non siano modificati di continuo sulla base dell’accordo tra i giocatori e infine il successo non sia misurato principalmente sulla base delle abilità di interazione sociale. Esistono alcune errate convinzioni che riguardano i bambini affetti da disturbi del neurosviluppo nel momento in cui si consiglia un’attività sportiva. Uno degli errori più frequenti riguarda i bambini e gli adolescenti affetti da disturbo dello spettro autistico. Partendo dal presupposto che il deficit sociorelazionale sia il sintomo su cui occorre incidere in maniera più significativa, sono spesso consigliati sport di squadra tipo calcio e rugby. In realtà, un ambiente caotico e con tante persone – come uno spogliatoio con tanti ragazzi che praticano calcio o rugby -  potrebbe inizialmente essere vissuto come frustrante e poco comprensibile. Al contrario, è preferibile iniziare con sport in cui i piccoli gruppi siano privilegiati sia nel setting di allenamento sia all’interno dello spogliatoio e in cui il ragazzo autistico possa mantenere i propri spazi. Ci sono inoltre ulteriori variabili, di tipo più personologico e individuale, da tenere in considerazione prima di scegliere uno sport. È importante: - Chiedersi quali sono le reali abilità motorie: se il bambino presenta uno scarso tono muscolare e difficoltà di coordinazione motoria sono più indicati sport quali il nuoto, la danza, il trekking, l’equitazione, le arti marziali e il ciclismo, poiché si possono iniziare senza che sia richiesta un’eccessiva prestazione fisica. Ciò permette al bambino di implementare le proprie capacità, la forza, la flessibilità e la coordinazione nel corso del tempo, migliorando la performance;   - Chiedersi se il bambino mostra particolare resistenza ad accettare la competizione: se così fosse bisogna pensare a uno sport a bassa competitività o optare inizialmente per uno sport individuale. Esistono molte attività che non richiedono concorrenza: trekking, mountain bike, yoga, danza, pesca, golf sono dei validi esempi; - Chiedersi se il bambino mostra severe difficoltà nel partecipare agli sport di gruppo o un grave isolamento: in tal caso si potrebbe scegliere tra sport che presentano caratteristiche solo apparentemente individuali, ma hanno in realtà una connotazione gruppale e consentono di partecipare senza la necessità di interpretare i segnali verbali degli altri, ad esempio il nuoto di gruppo, il tiro con l’arco, l’atletica, le bocce, la scherma, la lotta libera, il ciclismo e la vela.
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Search-ME - Erickson 3 Psicologia
Come riconoscere il normale narcisismo dal disturbo narcisistico
Com’è noto, il termine “narcisismo” deriva dal mito che narra la storia di un bellissimo giovane, Narciso, destinato a consumarsi per l’amore verso se stesso. Nell’uso comune la parola è diventata sinonimo di fatua vanità o semplice eccesso d’amor proprio, perdendo così quelle sfaccettature che spinsero Freud a utilizzarlo per designare una condizione clinica dai risvolti profondamente tragici.   La gran parte dei teorici concorda nel ritenere che il narcisismo possa presentarsi sia in forma normale sia in forma patologica. Nel complesso, il narcisismo normaleviene descritto sulla base di alcune caratteristiche specifiche quali l’assertività, l’individualismo, una stabile regolazione dell’autostima verso l’alto, l’ambizione, ecc.   Mancano, o sono attenuate, le caratteristiche più negative dal punto di vista interpersonale proprie del narcisismo patologico, quali la mancanza di empatia, il disprezzo, l’invidia e lo sfruttamento degli altri. Per quanto riguarda il narcisismo patologico, le descrizioni cliniche convergono su alcune caratteristiche generali: - la mancanza di un autentico interesse per il mondo e le persone; - una capacità danneggiata di costruire relazioni interpersonali; - un egocentrismo smisurato, accompagnato da una preoccupazione eccessiva per il proprio valore e per le questioni di competizione e di rango; - un bisogno smodato di riconoscimenti Vi sono state diverse proposte di classificazione di sottotipi e sottocategorie di narcisismo. Pincus e Lukowitsky hanno proposto di distinguere i due fenotipi grandioso/vulnerabile dalle modalità di espressione manifesta/nascosta (overt/covert) secondo lo schema seguente:   Nel sottotipo grandioso prevalgono i sentimenti di superiorità e di disprezzo per gli altri, il comportamento può essere apertamente arrogante e incurante dell’effetto sugli altri, i quali vengono utilizzati come fonte di ammirazione senza riguardi per i loro sentimenti e per la loro prospettiva. Gli aspetti di fragilità sono sotto-modulati, nascosti, negati e il più possibile esclusi dalla coscienza. Nel sottotipo fragile prevalgono vergogna e senso di umiliazione, ipervigilanza rispetto al giudizio degli altri e alla ricerca di ammirazione si sostituisce l’evitamento e il ritiro dalle situazioni che potrebbero comportare un giudizio negativo. Falsa umiltà, compiacenza e manifestazioni inautentiche di interesse per gli altri tendono a sostituire l’arroganza e la ricerca di ammirazione. Grandiosità e invidia vengono nascoste e vissute in fantasie nelle quali l’autoaffermazione narcisistica assume la dimensione della rivalsa.   Entrambi i tipi di presentazione fenomenica sono considerati espressione della stessa difficoltà di base nella stabilizzazione del senso di identità, nella regolazione dell’autostima e nella regolazione interpersonale. Non sorprende, perciò, che diversi autori abbiano sottolineato come la maggior parte dei narcisisti presenti fluttuazioni tra aspetti di grandiosità e di vulnerabilità.
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Search-ME - Erickson 4 Psicologia
Finalità terapeutica e principali tecniche di un approccio che aiuta a focalizzarsi sui processi cognitivi disfunzionali che alimentano la sofferenza
L’approccio metacognitivo – basato su una teoria introdotta da Adrian Wells e Gerald Matthews - è rivolto in particolar modo al Disturbo d’Ansia Generalizzato, al Disturbo da Stress Post-Traumatico, al Disturbo Ossessivo-Compulsivo e al Disturbo Depressivo Maggiore, e si focalizza sui processi cognitivi disfunzionali che alimentano la sofferenza, differenziandosi così dalla terapia cognitiva standard, orientata all’individuazione e modificazione dei contenuti cognitivi distorti fonte delle reazioni emotive e dei comportamenti problematici. Secondo il modello metacognitivo i processi di rimuginio, ruminazione e monitoraggio della minaccia definiscono uno stile di coping denominato CAS (Cognitive Attentional Syndrome). Quando si attiva il CAS la persona rimane intrappolata e assorbita in una spirale di pensieri ed emozioni dolorose e autoperpetuanti, che non le consentono di utilizzare strategie più adattive ed efficaci. La finalità terapeutica L’obiettivo terapeutico è quindi quello di modificare le modalità con cui il paziente si relaziona ai propri pensieri e alle credenze che sviluppa su di essi (dette credenze metacognitive). Tali credenze possono essere di due tipi: quelle legate all’utilità di preoccuparsi, ruminare e controllare (credenze metacognitive positive) e quelle relative all’incontrollabilità e alla pericolosità dei propri pensieri (credenze metacognitive negative). Le principali tecniche Le tecniche di cui si avvale questo approccio non sono finalizzate alla distrazione dai propri eventi interni, ma aiutano la persona a distanziarsi da essi e ad imparare a stare in contatto con pensieri e credenze indipendentemente dal loro contenuto. Il Training Attentivo (ATT – Attention Training Technique), per esempio, aiuta il paziente ad “allenare” la propria attenzione dirigendola intenzionalmente in modo selettivo o ampliato su degli stimoli. La Detached Mindfulness(DM), che consta di almeno dieci tecniche, consente al paziente di sospendere le attività mentali di elaborazione concettuale e lo aiuta a considerare il pensiero negativo come un semplice evento mentale transitorio, a viverlo come tale senza reagire ad esso. Si tratta dunque di un approccio promettente, con solide basi di ricerca scientifica, che entra nel mondo delle cosiddette terapie cognitivo comportamentali di terza generazione, perché interviene primariamente sui processi cognitivi disfunzionali, anziché focalizzarsi sui contenuti mentali. Un approccio che merita approfondimento da parte di tutti i professionisti che operano nel campo della salute mentale secondo un approccio cognitivo-comportamentale.   Adrian Wells, ideatore della MCT, al X Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva Dal 13 al 16 maggio 2021 a Roma si svolgerà il decimo Congresso Internazionale di Psicoterapia Cognitiva (International Congress of Cognitive Psychotherapy) a cui parteciperà anche Adrian Wells noto in Italia per aver scritto il volume “Terapia metacognitiva dei disturbi d'ansia e della depressione”.
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Search-ME - Erickson 5 Psicologia
I vantaggi di un metodo ancora poco diffuso nella pratica terapeutica
L’approccio evidence based in psicoterapia mira a sviluppare trattamenti basati sull’evidenza per le diverse patologie mentali, integrando le migliori prove di ricerca con le competenze cliniche e i bisogni dei pazienti, con l’obiettivo primario di identificare i trattamenti «che funzionano», per le diverse tipologie di disturbi, nel rispetto delle caratteristiche del paziente.   Nella pratica psicoterapeutica, buona parte delle procedure utilizzate tuttora non sono supportate da prove di evidenza e verificate sotto il profilo dell’efficacia empirica. Questo sia per difficoltà metodologiche connesse all’implementazione di tali procedure nella clinica sia per un atteggiamento di diffidenza di molti psicoterapeuti ad accogliere una pratica basata sulle evidenze. L’approccio evidence based ha trovato due ambiti principali di applicazione: la definizione di linee guida per vari disturbi e la definizione di obiettivi e modalità di trattamento per i singoli pazienti.     Nel corso dell’ultimo decennio si è sviluppata una sensibilizzazione verso l’evidence based da parte dei decisori politici, ovvero degli organismi e delle strutture che assumono decisioni riguardo l’allocazione delle risorse pubbliche e private per la tutela della salute mentale. Questo ha fatto sì che gli psicoterapeuti siano stati sollecitati a documentare l’efficacia dei loro trattamenti sia in Paesi in cui l’assistenza sanitaria è erogata attraverso sistemi a carattere universalistico, legati al diritto di cittadinanza, come l’Italia o la Gran Bretagna, sia in quelli caratterizzati da sistemi privatistici o mutualistici come gli Stati Uniti. L’approccio evidence based ha suscitato un vasto dibattito, che continua tuttora, sia all’interno del mondo accademico e della ricerca, sia in quello dei clinici che operano all’interno delle strutture sanitarie della salute mentale.   In questo dibattito, l’utilizzo dell’approccio evidence based in psicoterapia non è sfuggito a critiche, sul piano metodologico e clinico, che investono una pluralità di questioni. Ha avuto e ha comunque il pregio di spingere clinici e ricercatori a interrogarsi su aspetti più generali, quali i fondamenti epistemologici di questa disciplina, i caratteri costitutivi della relazione terapeutica, il rapporto tra obiettivi terapeutici e aspetti sintomatologici.
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Search-ME - Erickson 6 Psicologia
Come le nuove tecnologie hanno cambiato il nostro rapporto con gli altri
Restare da soli — a volte — può essere un piacere, ma la tecnologia e i social network hanno cambiato le regole che governano le nostre vite pubbliche e private, modificando anche il modo in cui viviamo le nostre esperienze di isolamento e di solitudine. Il gruppo di ricerca dell’Australian Relationship Queensland ha rivelato che tra tecnologia e solitudine esiste un collegamento reale: più del 42% della popolazione del Queensland ha dichiarato di utilizzare almeno quattro strumenti di comunicazione web (Facebook, Twitter, blog, e-mail) ma ha lamentato al contempo di sentirsi più solo durante i periodi di uso dei social network. Sempre secondo queste ricerche, il «tasso di solitudine» muta al variare dell’età: la fascia 25-34 anni, per esempio, è quella che avverte di più la solitudine, la fascia 18-24 anni è quella che ne accusa di meno.   La tecnologia ha prodotto nuove forme di socialità che stanno limitando la nostra intimità e trasformando le nostre esistenze. È una socialità molto legata allo strumento che determina, a causa dell’uso prolungato che ne facciamo (televisione, telefono cellulare, social network), in modo preponderante, la nostra vita di relazione e sociale   Anche se viviamo spesso ed esclusivamente in rapporto agli altri, ci troviamo sempre più soli con noi stessi. Se Anton Čechov sosteneva, a cavallo tra Ottocento e Novecento, che la vera felicità è impossibile senza la solitudine, bisogna valutare, nel millennio in corso, se possiamo considerare la «solitudine del networker» alla pari di quella vissuta e sperimentata dagli esseri umani prima dell’avvento di Internet, dei social media, degli smartphone e dei tablet. Così facendo andremo a ridefinire la socialità moderna e i modi con cui gli uomini agiscono per stabilire tra di loro relazioni sociali e vincere la loro solitudine individuale. Tutti sono online, ma la folla (una massa oggi rappresentata da miliardi di utenti con un loro profilo Facebook, Twitter, LinkedIn) che frequenta i social network non garantisce il superamento di quello stato di chiusura e isolamento che l’uomo moderno sperimenta. Le evidenze fin qui rilevate non danno risposte definitive al dubbio se sia la solitudine a spingere  le persone a usare sempre più la tecnologia o se sia invece quest’ultima a portare le persone a isolarsi sempre di più e a sperimentare nuove forme di ritiro. Probabilmente sono vere entrambe le possibilità: le nuove tecnologie ridefiniscono la solitudine che viviamo offrendoci nuove opportunità ma anche nuove angosce e frustrazioni.  
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