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I mini gialli dei dettati 2
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Un progetto di ricerca e intervento psicologico di gruppo per aiutare le persone che hanno ricevuto la diagnosi di Sclerosi Multipla ad affrontare meglio questa situazione
Gli interventi psicologici rivolti ai malati di sclerosi multipla, in particolare ai neo-diagnosticati, sono in genere molto carenti in Italia; più in generale, sono carenti e spesso inesistenti nei riguardi di tutti i malati cronici. Questa mancanza deriva in primo luogo dalla frattura culturale, non ancora colmata, tra corpo e psiche, che caratterizza la formazione del personale sanitario. Ne deriva che strutture avanzatissime sul piano della cura di una malattia ignorano completamente gli aspetti psicologici, come se questi non riguardassero anche il trattamento della malattia che colpisce il corpo della persona: basti pensare all’adesione alle terapie, strettamente connessa con le modalità di adattamento psicologico. La seconda ragione, intrecciata con la precedente, risiede nella cronicità. Manca la consapevolezza che la malattia cronica, che accompagna il paziente per tutta l’esistenza, coinvolge in modo serio l’intera vita e quindi la totalità della persona e delle sue relazioni sociali. Non c’è una fase acuta in cui il corpo deve venire trattato, mentre la persona torna in seguito a fare la vita di prima, chiudendo una parentesi temporanea che lascia pochi strascichi o anche nessuno. C’è, al contrario, una condizione permanente che, nel caso della sclerosi multipla, tende a un progressivo peggioramento, con pesanti conseguenze sull’intera esistenza.   Presupposti e obiettivi del progetto “SM - Stare Meglio” Il progetto “SM - Stare Meglio” è nato dalla constatazione che gli interventi psicologici sono necessari ma nello stesso tempo purtroppo assenti. Necessari perché la malattia dura tutta la vita e pone una sfida enorme lungo gli anni. Necessari perché, in particolare dopo la diagnosi, le persone devono trovare strumenti per affrontare al meglio questa situazione senza inutili sofferenze aggiuntive, senza perdere tempo, imparando le strategie migliori, imboccando un percorso di sviluppo personale. Non tutto è risolto per sempre, perché la malattia evolve nel tempo e accompagna lo svolgersi della vita, ma è un inizio che pone buone basi per un buon adattamento anche nel futuro. Dall’impostazione teorica che considera la malattia una grande sfida non normativa allo sviluppo personale deriva, a livello pratico, la necessità di proporre l’intervento psicologico a tutti coloro che hanno avuto da poco la diagnosi di sclerosi multipla. L’obiettivo è di far diventare questo tipo di intervento prassi normale nella proposta terapeutica che un centro dedicato alla sclerosi multipla offre ai suoi pazienti, insieme alle terapie farmacologiche. Siamo ben consapevoli che questo non è facile, per le molte resistenze culturali e istituzionali da parte della sanità, di cui spesso la tanto invocata mancanza di risorse economiche non è che un paravento. Vi sono poi anche le resistenze che provengono dai pazienti stessi. Ma è un obiettivo irrinunciabile, in una situazione in cui non solo la malattia cronica in genere è in aumento, ma nello specifico le diagnosi di sclerosi multipla sono sempre più precoci e numerose, anche per una maggiore precisione diagnostica. La strada è certamente lunga; con il libro “Vivere con la sclerosi multipla” abbiamo voluto dare il nostro contributo per raggiungere un obiettivo difficile ma non impossibile. Non ci si può continuare a illudere di curare veramente i malati ignorando la loro psiche.   Mettere al centro la vita della persona malata Il progetto è fondato su una forte concezione teorica dello sviluppo come possibilità di crescita e adattamento che riguarda tutto il ciclo della vita dell'individuo, anche nelle situazioni critiche fortemente sfidanti come la malattia; in questo processo di sviluppo l’individuo svolge un ruolo attivo e non meramente reattivo. Come conseguenza di questa impostazione, il progetto si è proposto di prendere in considerazione aspetti centrali della vita delle persone: aspetti che riguardano qualunque persona, anche in condizioni di buona salute, ma che acquistano nella malattia cronica una rilevanza particolare. Non era nelle intenzioni focalizzare l’attenzione su aspetti settoriali, per quanto importanti; al contrario, si volevano affrontare i temi di fondo che riguardano la capacità del malato cronico, nel nostro caso del malato di sclerosi multipla, di fare fronte in modo positivo — di sviluppo e non di regressione, di adattamento e non di disadattamento — a una condizione esistenziale di malattia che lo accompagnerà per tutta la vita. Gli aspetti più particolari sono sempre stati considerati all’interno di un discorso più ampio; ad esempio, la gestione dei sintomi è stata esaminata nel quadro della promozione dell’autoefficacia nel perseguimento di obiettivi personali significativi, in grado di dare senso alla vita e di farla sentire degna di essere vissuta.  In questa prospettiva, l’intervento prende in considerazione la globalità dell’esperienza della persona nella sua unità psicofisica, fatta di corpo e di psiche, in relazione con gli altri. Ciò significa, anzitutto, considerare il corpo, le emozioni, la cognizione, nelle loro reciproche interazioni. Vengono di conseguenza proposte attività, come la respirazione e il rilassamento, che partono dal corpo in un percorso «dal basso verso l’alto», per migliorare lo stato psichico modificando quello fisiologico. Si lavora nel contempo sulla modificazione degli stati emotivi e sulla gestione dello stress attraverso il cambiamento delle strategie cognitive di interpretazione della realtà, in un percorso «dall’alto verso il basso», vale a dire dalla psiche alle emozioni e agli stati fisiologici. Ancora, si prendono in considerazione le relazioni interpersonali e le strategie di buona comunicazione con gli altri, in particolare con il personale sanitario e i familiari.  L’intervento non si limita a questi aspetti, pur importantissimi; esso si focalizza principalmente, e in via preliminare, sull’identità e su come perseguire in modo efficace una realizzazione e uno sviluppo personali che diano senso alla propria vita di persona malata.  Sono quindi gli aspetti esistenziali che vengono messi al centro di questo intervento, nella convinzione che dare un senso alla propria presenza nel mondo sia esigenza fondamentale di ogni essere umano, ancora più pressante quando la vita è profondamente sconvolta dalla malattia. Questi aspetti talvolta sono considerati erroneamente al di là dell’ambito di competenza dell’intervento psicologico, in quanto filosofici o «spirituali»; al contrario, essi riguardano ogni essere umano e sono al centro del nostro progetto di intervento. In esso, anche l’uso di strategie di promozione dell'autoefficacia viene inserito all’interno della ricerca di nuovi obiettivi significativi, capaci di ridare senso alla propria vita e di renderla degna di essere vissuta.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Riconoscere e capire le proprie reazioni a un’esperienza traumatica è il primo passo per rielaborare l’accaduto e superarlo, riprendendosi la propria vita
Un trauma è un qualsiasi evento stressante che, nell’esperienza di chi lo vive, stravolge totalmente le normali risorse di fronteggiamento. Come conseguenza la persona vive un senso di impotenza, paura intensa o terrore. Un trauma può riguardare una minaccia reale, o percepita, alla nostra o altrui integrità fisica o anche una minaccia di morte. Spesso un’esperienza traumatica comporta ferite fisiche reali o il decesso. Anche l’essere stati testimoni di un evento traumatico accaduto a un’altra persona può portare a reazioni traumatiche in colui che ha assistito. Poiché non possiamo prepararci prima, dobbiamo cercare di capire il trauma dopo che è successo. Gli eventi traumatici fanno provare sensazioni molto diverse da qualsiasi altra cosa possiamo aver provato nel corso della vita, perciò è probabile che siano un’esperienza totalmente nuova, tanto più che non è in alcun modo possibile prepararsi ad essa. È quindi normale sentirsi confusi e non comprendere i cambiamenti che sono avvenuti così improvvisamente; spesso le persone vittime di un trauma dicono di non riconoscersi più, perché si sentono completamente diverse. Non riescono a spiegarsi le emozioni che ora provano, i loro comportamenti e anche i diversi pensieri che possono avere. Non capendo i cambiamenti accaduti in seguito al trauma, le persone spesso credono di essere responsabili delle loro reazioni e di dover fare qualcosa per affrontarle. Anche altri vicini a loro, come il partner, i figli, i genitori, i parenti oppure i colleghi di lavoro, possono notare questi mutamenti e talora esserne infastiditi fino al punto di colpevolizzare la vittima dell’incidente o del trauma perché «non riesce a tirarsi su e a tornare com’era prima»! Questo può far sentire ancora più sconvolta la persona che ha vissuto il trauma, che penserà di non avere alcun diritto di sentirsi così, che è tutta colpa sua, e che avrebbe dovuto fare qualcosa per evitare di cambiare e di reagire come sta facendo. Tuttavia, proprio per la natura di un trauma, le reazioni ad esso sono esperienze che possono essere elaborate e comprese soltanto dopo che l’evento è successo. Non c’è nulla che avresti potuto fare prima per prevenire le tue reazioni al trauma. Non è colpa tua! Ora comunque, dopo il trauma, può essere molto utile comprendere come hai reagito e come esso ti ha danneggiato, così da poter elaborare tale esperienza, darle un senso e adattare la tua vita conseguentemente. Non ci potrà essere una guarigione completa fino a quando non avrai trovato un modo per capire la tua esperienza traumatica. «Comprendere» non significa necessariamente trovare le risposte a tutte le domande che il trauma può averti suscitato: significa piuttosto trovare un modo per «integrare» l’esperienza traumatica nella tua vita. Lo scopo è che tu senta di poter riavere una vita piena nonostante il trauma! Comprendere il trauma vuol dire riguadagnare il controllo sulla tua vita malgrado il trauma e i cambiamenti che ha comportato! La piena guarigione implica la capacità di costruire un nuovo modello di vita, un modello che includerà l’esperienza del trauma. Questo ti permetterà di continuare la tua vita ritrovando in essa senso e obiettivi. Per la maggior parte delle persone, questo processo di guarigione implica un periodo di scombussolamento, di disorientamento e di irrequietezza. La durata e l’intensità di questo periodo variano da persona a persona, ma molte delle reazioni che avrai durante questo processo sono comuni e sono state vissute da altri che hanno avuto la tua stessa esperienza.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia
L’efficacia della Contextual Schema Therapy nel trattamento dei disturbi della personalità
La Schema Therapy è uno dei principali trattamenti evidence-based per le persone con disturbi di personalità. Essa ha introdotto un grande cambiamento nel trattamento dei pazienti affetti da malattie mentali croniche o disturbi della personalità. Sviluppando i punti di forza della terapia cognitiva, questo approccio fornisce una mappa completa della personalità utilizzando diciotto schemi, vi integra un insieme di tecniche di cambiamento esperienziale, e utilizza la conoscenza dell’attaccamento e dello sviluppo psicologico per affrontare gli schemi maladattivi derivanti dalle forme di abbandono e di trauma infantile. Diversi studi controllati randomizzati ne hanno dimostrato l’efficacia. Rispetto alla maggior parte delle terapie cognitive, la Schema Therapy è maggiormente focalizzata sulle emozioni e più aperta all’esplorazione delle origini infantili e adolescenziali delle difficoltà psicologiche. I problemi attuali del paziente vengono considerati in termini di pattern permanenti che noi chiamiamo «schemi». Tutto ciò è integrato in una teoria cognitiva della personalità basata sulle modalità di elaborazione delle informazioni. Inoltre, la portata, la praticità e l’accessibilità della Schema Therapy la rendono applicabile a una vasta casistica. Noi crediamo che questo spirito integrativo sia stato un aspetto importante per il successo della Schema Therapy. Nel 1990 Young ha introdotto il modello originale basato sugli schemi, al quale poi, circa dieci anni dopo, ha aggiunto il modello dei «mode». I mode sono schemi attivati. Manifestandosi nel qui e ora della terapia, sono più facili da individuare, seguire e affrontare con l’intervento. Benché negli Stati Uniti il modello di base sia ancora ampiamente utilizzato, nei Paesi Bassi e in Germania la Schema Therapy è stata sviluppata ulteriormente e lì il modello dei mode ha avuto un ruolo centrale sia nella ricerca sia nella clinica. Fino a oggi, tutte le sperimentazioni controllate randomizzate della Schema Therapy conclusesi positivamente si sono basate su questo modello. I recenti progressi nell’ambito della Schema Therapy derivano dalla sua capacità di mantenersi a cavallo della behavior therapy sia di seconda sia di terza generazione. L’applicazione del modello dei mode è in linea con l’approccio della terapia cognitivo-comportamentale (TCC) di seconda generazione, dato che la Schema Therapy cerca di ottenere un cambiamento modificando il contenuto (in termini di significato) derivante dagli schemi maladattivi precoci attraverso tecniche di cambiamento esperienziale. Oggi la Schema Therapy ha raggiunto una posizione di equilibrio fra l’attenzione per il cambiamento del contenuto dello schema e un approccio alla costruzione di una versione sana del Sé attraverso il cambiamento del modo di rapportarsi alle proprie esperienze e di gestirle. Sosteniamo che la Schema Therapy possa non solo modificare le reazioni di coping all’attivazione degli schemi, ma anche aiutare a essere più consapevolmente coscienti, ad abbandonare i modelli con cui ci si relaziona con il proprio passato che non risultano utili, e a impegnarsi, in generale, per un comportamento sano ed equilibrato.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
I comportamenti tipici delle persone affette dal Disturbo Borderline di Personalità (DBP) e le difficoltà che incontrano i familiari di queste persone
Che cos’è il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) Il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) è un disturbo psichiatrico grave e persistente, caratterizzato da marcata impulsività, instabilità dell’umore e problemi nei rapporti interpersonali. Il DBP è stato inserito tra i vari disturbi di personalità del DSM-IV-TR (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quarta edizione rivisitata, 2000), pubblicato dall’Associazione Psichiatrica Americana. Il DBP è stato definito nel DSM-IV-TR come un’ «instabilità pervasiva delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in un’ampia varietà di contesti». Viene identificato sulla base di 5 (o più) criteri, che comprendono: Sforzi disperati di evitare un abbandono reale o immaginario. Un quadro di relazioni interpersonali intense e instabili, caratterizzate dall’alternanza tra i due estremi dell’idealizzazione e della svalutazione. Alterazione dell’identità: immagine di sé marcatamente e persistentemente alterata. Impulsività in almeno due aree potenzialmente dannose per il soggetto (ad esempio: spese compulsive, sesso promiscuo, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate). Ricorrenti comportamenti, gesti e minacce di carattere suicidario o comportamenti automutilanti. Instabilità affettiva dovuta a marcata reattività dell’umore (ad esempio: episodi di intensa disforia episodica, irritabilità o ansia che solitamente durano alcune ore e solo raramente più di alcuni giorni). Sentimenti cronici di vuoto. Rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (ad esempio: frequenti manifestazioni di collera, rabbia costante, ricorrenti scontri fisici). Ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, correlati allo stress. Marsha Linehan, l’ideatrice del più studiato trattamento per il DBP basato su evidenze scientifiche, sa descrivere il disturbo in un modo più comprensibile per le famiglie, rispetto al DSM, con il suo linguaggio ufficiale. Le persone con DBP presentano disregolazione emotiva (scoppi d’ira, instabilità emotiva), disregolazione interpersonale (instabilità delle relazioni volta a evitare l’abbandono), disregolazione comportamentale (minacce di suicidio o comportamenti suicidari), comportamenti impulsivi (comportamenti disfunzionali), disregolazione cognitiva (scarsa capacità di risolvere i problemi, rigidità di pensiero, pensiero del tipo «o bianco o nero», ideazione paranoide e autoreferenzialità) e disregolazione del Sé (confusione del senso di identità, dilagante senso di vuoto e dissociazione). Le difficoltà delle famiglie nell’accettare una diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità Molti familiari sono all’oscuro del fatto che i comportamenti preoccupanti con cui hanno a che fare tutti i giorni sono in realtà sintomi di un disturbo specifico chiamato DBP. Benché la persona che amate presenti evidenti segnali di malessere emotivo, spesso i clinici non informano le famiglie che il loro caro soddisfa i criteri per una diagnosi di DBP, non parlano loro dei sintomi o di quanto il DBP possa incidere sulla loro vita. Le famiglie che lottano contro il DBP si sentono isolate perché il DBP è un disturbo pressoché sconosciuto. La sua diagnosi è confusa, i trattamenti di provata efficacia non sono disponibili ovunque ed è spesso difficile trovare sostegno, materiale informativo e comprensione. Questi fattori possono contribuire a delineare il quadro delle difficoltà che incontrano i familiari nell’accettare una diagnosi di DBP. La percezione generale che si ha oggi del DBP equivale a quella relativa alla comparsa dell’AIDS negli anni Ottanta, prima che questa sindrome venisse accettata e capita. Attualmente, il DBP è considerato un po’ la cenerentola della psicoterapia; nonostante la devastazione che provoca e la sua diffusione, questa patologia riceve pochissimi fondi per la ricerca. I comportamenti tipici delle persone con Disturbo Borderline di Personalità Molte persone con DBP sono grado di controllare i propri comportamenti in situazioni pubbliche o in presenza di sconosciuti. Essi hanno la capacità di apparire calmi e competenti, di agire «come se» stessero «bene», ma non riescono a mantenere questo stesso comportamento anche nel rapporto con i propri familiari. Per le famiglie, questa competenza apparente è uno tra i più frustranti, inquietanti e sconcertanti aspetti del DBP. I familiari che osservano i repentini cambiamenti nei comportamenti del proprio caro, che manifesta forte disregolazione emotiva a casa ma è apparentemente calmo e posato in presenza di altri, cominciano a dubitare delle loro impressioni. Potrebbero credere di aver immaginato l’esistenza di una malattia. In parte è proprio a causa di questa «competenza apparente» che è così difficile accettare o credere che la persona che amate stia veramente provando quell’estrema sofferenza emotiva che caratterizza il DBP. In genere, le capacità intellettive di gran parte di coloro che hanno il DBP non sono interessate dal disturbo. Essi sono perfettamente in grado di laurearsi, diventare medici, avvocati, amministratori delegati e avere carriere di successo. Molti sono dotati di un notevole talento creativo. Ma nonostante le loro competenze intellettive, i sintomi di sofferenza emotiva persistono. Molte delle persone con DBP non hanno mai subito un ricovero, né tentato il suicidio o compiuto atti autolesivi. Tuttavia, nonostante la loro «alta funzionalità» e competenza apparente, spesso le persone con DBP non riescono a raggiungere un alto grado di soddisfazione nella loro vita e sembrano invece vivere un’esistenza di quieta disperazione. È sconcertante vivere con qualcuno che in pubblico si comporta benissimo ed è in grado di assumere condotte altamente funzionali, mentre in famiglia è estremamente irrazionale e violento. In presenza di tale dualità, è difficile continuare a essere di supporto e provare compassione per la persona amata.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia clinica
Domande e risposte sul modello di intervento per ridurre la sofferenza sviluppando le abilità di compassione
Che cos’è la Compassion Focused Therapy? Quali sono le cause della sofferenza secondo la Compassion Focused Therapy? Qual è l’obiettivo della Compassion Focused Therapy? Quali strategie si utilizzano nella Compassion Focused Therapy? Per quali disturbi o problemi è indicata la Compassion Focused Therapy?   Che cos’è la Compassion Focused Therapy? La Compassion Focused Therapy (CFT) è un modello di intervento clinico proposto da Paul Gilbert intorno agli anni 2000 che si colloca nel panorama delle cosiddette terapie cognitivo comportamentali di terza generazione, insieme all’approccio mindfulness-based, all’ACT, alla terapia metacognitiva (MCT) e alla terapia dialettico-comportamentale (DBT). È nato dall’osservazione della relativa inefficacia delle strategie classiche di terapia cognitiva, volte a modificare i flussi di pensieri automatici negativi, sui pazienti depressi. Questi ultimi, infatti, presentano una forte tendenza all’autocritica e alla vergogna e faticano a formulare dei pensieri compassionevoli e affettuosi nei confronti di sé stessi. Si giudicano in modo molto negativo e critico e si incolpano per il proprio malessere incrementandolo costantemente. Quali sono le cause della sofferenza secondo la Compassion Focused Therapy? Paul Gilbert si è rifatto agli studi sull’attaccamento, osservando come i pazienti con maggior tendenza all’autocritica avessero avuto famiglie giudicanti, non accudenti e distaccate, non in grado di fornire calore e sicurezza ai figli e fossero stati oggetto di disprezzo, vergogna ed esclusione sociale. Di conseguenza, questi non avrebbero sviluppato la naturale capacità di autoregolare le emozioni negative, in quanto i sistemi di attaccamento e accudimento, in grado di generare sicurezza e calma, sono compromessi mentre viene stimolato costantemente il sistema di protezione dalla minaccia. La persona è quindi sempre in allerta, ipersensibile alle critiche e propensa a rivolgere a se stessa disprezzo e critiche. Ciò genera difficoltà nel gestire le situazioni emotivamente complesse e nel mantenere un buon equilibrio psicologico di fronte alle normali difficoltà della vita. Qual è l’obiettivo della Compassion Focused Therapy? L’obiettivo della CFT è quello di aiutare la persona a sviluppare la compassione verso sé stesso, nonché un atteggiamento di apertura verso gli altri, sviluppandone la capacità di rispondere in modo compassionevole alle difficoltà quotidiane. Le abilità di compassione possono infatti essere apprese attraverso un allenamento e una pratica costanti. Lo sviluppo di tali abilità favorisce l’attivazione del sistema innato di accudimento/attaccamento, che ha un potere calmante, funzionale alla regolazione delle emozioni e alla promozione del benessere e della resilienza. Quali strategie si utilizzano nella Compassion Focused Therapy? Per conseguire i sopracitati obiettivi la CFT utilizza una serie di strategie come la meditazione mindfulness, l’immaginazione guidata, il respiro calmante, la scrittura a se stessi di lettere compassionevoli, la promozione del ragionamento compassionevole. Le varie tecniche sono impiegate in modo flessibile in base all’obiettivo terapeutico, che il più delle volte è comunque quello di favorire un atteggiamento auto-compassionevole per ridurre l’autocritica, la vergogna e il disprezzo auto-diretto. Parallelamente viene promossa la capacità di rispondere, attraverso un auto-dialogo funzionale, alla parte autocritica che si attiva in automatico per proteggersi dalle minacce percepite. Per quali disturbi o problemi è indicata la Compassion Focused Therapy? Come già detto, l’approccio è stato sviluppato da Gilbert per lavorare con i pazienti depressi resistenti alla terapia cognitiva. Ne consegue che il principale terreno di azione sia proprio la depressione maggiore. Ciononostante, questo modello di intervento è transdiagnostico e può essere applicato con successo a tutti quei disturbi clinici o condizioni di disagio psicologico in cui prevale una tendenza al criticismo interno, primo fra tutti il disturbo d’ansia sociale, ma anche il lutto complesso, il disturbo ossessivo-compulsivo, il dolore cronico e i disturbi alimentari. Intervenendo sui dei processi psicologici e non su contenuti specifici può essere facilmente adattato a molte condizioni e praticamente ad ogni fascia di età, incluso quella evolutiva. .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Search-ME - Erickson 1 Psicoterapia
Le nuove sfide professionali di chi si occupa di sostegno psicologico in area clinica
La cosiddetta “fase 2” è iniziata, l’emergenza sanitaria volge al termine, o almeno si spera, ma adesso tutti dobbiamo fare i conti con quel che è successo, con grande capacità di adattamento ai nuovi scenari che si aprono. Anche gli psicoterapeuti, e più in generale tutti coloro che si occupano di sostegno psicologico in area clinica, si trovano di fronte a nuove sfide professionali. Se infatti nei mesi scorsi hanno lavorato poco e quasi esclusivamente online, da ora in poi lavoreranno forse più di prima, perché il bisogno di aiuto è indubbiamente aumentato, ma in modo un po’ diverso. Vediamo alcuni punti critici che caratterizzeranno la professione nel prossimo periodo. L’emergere di problematiche specifiche L’epidemia da Coronavirus si è rivelata altamente traumatica in quanto totalmente imprevedibile da chiunque e con un impatto devastante sulla qualità di vita. Quello che possiamo aspettarci nei prossimi mesi è dunque un significativo incremento dei disturbi dell’umore, in particolare della depressione, dei disturbi d’ansia per salute e ossessivo-compulsivi, nonché dei disturbi da stress post-traumatico. Tutto ciò che abbiamo subito (lutti, deprivazione sociale e affettiva, limitazioni della libertà individuale, problemi economici, ecc.) e che continuiamo a subire (incertezza per il futuro, paura del ritorno dell’epidemia, mancanza del contatto fisico, difficoltà nella programmazione, ecc.) determina un forte stress. Ove manchino grandi capacità di resilienza e risorse individuali per far fronte a simili difficoltà, è altamente probabile che emergano sintomi di disagio psicologico quali quelli sopra menzionati. È quindi importante che i professionisti siano preparati e formati ad affrontarli al meglio, per rispondere alle esigenze del prossimo futuro dei propri utenti. Il fabbisogno di psicologia nei servizi pubblici Dato il gran numero di persone che hanno subito un forte impatto psicologico per le conseguenze dirette e indirette della pandemia, è certo che vi sarà un aumento del bisogno di servizi di aiuto qualificati. Purtroppo però la situazione dei servizi pubblici di psicologia clinica è drammatica. Negli ultimi decenni questi sono stati oggetto di drastici tagli di fondi e gran parte del personale pensionato non è stato sostituito. A oggi chi necessità di psicoterapia deve quasi necessariamente rivolgersi ai professionisti privati a fronte di un esborso significativo e soprattutto continuativo, che molti, a maggior ragione di questi tempi, non possono permettersi. Il Governo attuale sembra aver ignorato tale problematica, destinando fondi a quasi tutto tranne che all’aumento dell’organico di psicologi nel Sistema Sanitario Nazionale. In risposta a questa clamorosa lacuna si sono mobilitati sia l’Ordine Nazionale che i vari Ordini Regionali degli Psicologi, pare ottenendo un emendamento del “decreto rilancio” che comprenda anche il potenziamento di suddetti servizi. Se poi questo si tradurrà in pratica, ovvero in un buon numero di concorsi per il reclutamento di colleghi in tempi brevi, è tutto da vedersi, ma almeno un piccolo riconoscimento c’è stato. Vedremo se e quale sarà l’evoluzione nei prossimi mesi, ma ci auguriamo che questo periodo drammatico sia servito a far comprendere l’importanza di garantire a tutti l’assistenza psicologica e porti nuova linfa ai servizi pubblici dedicati. Il cambio di modalità nell’erogazione dei servizi Viste le limitazioni imposte dall’epidemia e in particolare la necessità di distanziamento sociale, in questi mesi la maggior parte degli psicologi clinici e psicoterapeuti ha iniziato ad utilizzare strumenti per la videoconferenza al fine di mantenere un contatto con i propri utenti. Ciò ha consentito anche ai clinici più scettici di sperimentarsi in un nuovo modo di condurre le sedute, scoprendo che sono quasi equivalenti a quelle in presenza, anche se certe tecniche non possono essere utilizzate se non snaturandole e si perdono tutta una serie di indicatori non verbali (es. la postura corporea) che sono importanti nella gestione della relazione terapeutica. Anche le ricerche che sono state condotte riguardo alla soddisfazione percepita sia dei terapeuti che dei pazienti sembra che siano molto incoraggianti. C’è quindi da aspettarsi che nel prossimo futuro, sia per il perdurare di alcune limitazioni, sia soprattutto perché ci si è abituati a un nuovo modo di fare psicoterapia, vi sia un aumento della richiesta e dell’offerta di servizi psicologici online, cui volenti o nolenti i professionisti dovranno adeguarsi per rimanere competitivi.
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