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I mini gialli dei dettati 2
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia clinica
Chi, dopo una diagnosi di demenza, ne sta vivendo le prime fasi, ha bisogno di supporto per comprendere meglio la sua condizione e affrontarla con maggiore autoefficacia. Ecco che cosa può essere di aiuto in queste situazioni
Crediamo che spesso siano le emozioni che circondano la demenza a far sì che parlarne sia difficile. Le persone potrebbero essere preoccupate per il futuro, arrabbiate e frustrate perché perdono la memoria o in lutto per quello che è ormai al di fuori della loro portata. Parlare della propria diagnosi di demenza risulta spesso difficile per ragioni ben comprensibili. Innanzitutto, bisogna considerare che ricevere una diagnosi di demenza fa paura. La demenza è una malattia progressiva che non può essere curata e che comporta la perdita graduale di molte delle capacità che definiscono la persona, rendendola sempre più dipendente dagli altri. Non sorprende quindi che le persone siano spaventate da quello che le aspetta. Spesso però le persone hanno delle misconcezioni e credono, ad esempio, che peggioreranno rapidamente o che non potranno più avere una qualche qualità della vita. In secondo luogo, occorre tener presente che spesso c’è uno stigma per la demenza. È uno dei principali fattori che impedisce di parlare dei problemi di memoria e spesso anche di ricevere una diagnosi e il supporto che questa implica. Una delle reazioni più comuni allo stigma è preferire di non parlare dei propri problemi. Spesso è difficile per i familiari e gli amici, che pure cercano di adattarsi alla malattia essi stessi, sapere come fornire il supporto emotivo necessario. Il supporto emotivo è tuttavia molto importante: può aiutare la persona a parlare più apertamente della sua malattia e quindi a adattarsi alla sua condizione. Il supporto deve però essere fornito con tempi adeguati alla persona, che sia subito dopo diagnosi o più avanti, quando si sente pronta. Idealmente, il supporto andrebbe fornito anche ai suoi familiari o ad altre persone coinvolte da vicino, sia per aiutarli a adattarsi sia per favorire la comunicazione tra loro e la persona con demenza, a livello di coppia o di famiglia. È importante che le persone con diagnosi di demenza abbiano l’opportunità di conoscere meglio la propria malattia, se lo desiderano. Questo però può essere difficile, proprio perché la demenza è una malattia che fa paura. Per molte persone, un corso che offre supporto in un setting sicuro e con un facilitatore competente, può permettere di incontrare altri che stanno attraversando le loro stesse esperienze e ridurre in parte la paura riguardo alla demenza. Il gruppo offre inoltre l’occasione di imparare e aiutarsi a vicenda.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Riconoscere e capire le proprie reazioni a un’esperienza traumatica è il primo passo per rielaborare l’accaduto e superarlo, riprendendosi la propria vita
Un trauma è un qualsiasi evento stressante che, nell’esperienza di chi lo vive, stravolge totalmente le normali risorse di fronteggiamento. Come conseguenza la persona vive un senso di impotenza, paura intensa o terrore. Un trauma può riguardare una minaccia reale, o percepita, alla nostra o altrui integrità fisica o anche una minaccia di morte. Spesso un’esperienza traumatica comporta ferite fisiche reali o il decesso. Anche l’essere stati testimoni di un evento traumatico accaduto a un’altra persona può portare a reazioni traumatiche in colui che ha assistito. Poiché non possiamo prepararci prima, dobbiamo cercare di capire il trauma dopo che è successo. Gli eventi traumatici fanno provare sensazioni molto diverse da qualsiasi altra cosa possiamo aver provato nel corso della vita, perciò è probabile che siano un’esperienza totalmente nuova, tanto più che non è in alcun modo possibile prepararsi ad essa. È quindi normale sentirsi confusi e non comprendere i cambiamenti che sono avvenuti così improvvisamente; spesso le persone vittime di un trauma dicono di non riconoscersi più, perché si sentono completamente diverse. Non riescono a spiegarsi le emozioni che ora provano, i loro comportamenti e anche i diversi pensieri che possono avere. Non capendo i cambiamenti accaduti in seguito al trauma, le persone spesso credono di essere responsabili delle loro reazioni e di dover fare qualcosa per affrontarle. Anche altri vicini a loro, come il partner, i figli, i genitori, i parenti oppure i colleghi di lavoro, possono notare questi mutamenti e talora esserne infastiditi fino al punto di colpevolizzare la vittima dell’incidente o del trauma perché «non riesce a tirarsi su e a tornare com’era prima»! Questo può far sentire ancora più sconvolta la persona che ha vissuto il trauma, che penserà di non avere alcun diritto di sentirsi così, che è tutta colpa sua, e che avrebbe dovuto fare qualcosa per evitare di cambiare e di reagire come sta facendo. Tuttavia, proprio per la natura di un trauma, le reazioni ad esso sono esperienze che possono essere elaborate e comprese soltanto dopo che l’evento è successo. Non c’è nulla che avresti potuto fare prima per prevenire le tue reazioni al trauma. Non è colpa tua! Ora comunque, dopo il trauma, può essere molto utile comprendere come hai reagito e come esso ti ha danneggiato, così da poter elaborare tale esperienza, darle un senso e adattare la tua vita conseguentemente. Non ci potrà essere una guarigione completa fino a quando non avrai trovato un modo per capire la tua esperienza traumatica. «Comprendere» non significa necessariamente trovare le risposte a tutte le domande che il trauma può averti suscitato: significa piuttosto trovare un modo per «integrare» l’esperienza traumatica nella tua vita. Lo scopo è che tu senta di poter riavere una vita piena nonostante il trauma! Comprendere il trauma vuol dire riguadagnare il controllo sulla tua vita malgrado il trauma e i cambiamenti che ha comportato! La piena guarigione implica la capacità di costruire un nuovo modello di vita, un modello che includerà l’esperienza del trauma. Questo ti permetterà di continuare la tua vita ritrovando in essa senso e obiettivi. Per la maggior parte delle persone, questo processo di guarigione implica un periodo di scombussolamento, di disorientamento e di irrequietezza. La durata e l’intensità di questo periodo variano da persona a persona, ma molte delle reazioni che avrai durante questo processo sono comuni e sono state vissute da altri che hanno avuto la tua stessa esperienza.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicoterapia
L’efficacia della Contextual Schema Therapy nel trattamento dei disturbi della personalità
La Schema Therapy è uno dei principali trattamenti evidence-based per le persone con disturbi di personalità. Essa ha introdotto un grande cambiamento nel trattamento dei pazienti affetti da malattie mentali croniche o disturbi della personalità. Sviluppando i punti di forza della terapia cognitiva, questo approccio fornisce una mappa completa della personalità utilizzando diciotto schemi, vi integra un insieme di tecniche di cambiamento esperienziale, e utilizza la conoscenza dell’attaccamento e dello sviluppo psicologico per affrontare gli schemi maladattivi derivanti dalle forme di abbandono e di trauma infantile. Diversi studi controllati randomizzati ne hanno dimostrato l’efficacia. Rispetto alla maggior parte delle terapie cognitive, la Schema Therapy è maggiormente focalizzata sulle emozioni e più aperta all’esplorazione delle origini infantili e adolescenziali delle difficoltà psicologiche. I problemi attuali del paziente vengono considerati in termini di pattern permanenti che noi chiamiamo «schemi». Tutto ciò è integrato in una teoria cognitiva della personalità basata sulle modalità di elaborazione delle informazioni. Inoltre, la portata, la praticità e l’accessibilità della Schema Therapy la rendono applicabile a una vasta casistica. Noi crediamo che questo spirito integrativo sia stato un aspetto importante per il successo della Schema Therapy. Nel 1990 Young ha introdotto il modello originale basato sugli schemi, al quale poi, circa dieci anni dopo, ha aggiunto il modello dei «mode». I mode sono schemi attivati. Manifestandosi nel qui e ora della terapia, sono più facili da individuare, seguire e affrontare con l’intervento. Benché negli Stati Uniti il modello di base sia ancora ampiamente utilizzato, nei Paesi Bassi e in Germania la Schema Therapy è stata sviluppata ulteriormente e lì il modello dei mode ha avuto un ruolo centrale sia nella ricerca sia nella clinica. Fino a oggi, tutte le sperimentazioni controllate randomizzate della Schema Therapy conclusesi positivamente si sono basate su questo modello. I recenti progressi nell’ambito della Schema Therapy derivano dalla sua capacità di mantenersi a cavallo della behavior therapy sia di seconda sia di terza generazione. L’applicazione del modello dei mode è in linea con l’approccio della terapia cognitivo-comportamentale (TCC) di seconda generazione, dato che la Schema Therapy cerca di ottenere un cambiamento modificando il contenuto (in termini di significato) derivante dagli schemi maladattivi precoci attraverso tecniche di cambiamento esperienziale. Oggi la Schema Therapy ha raggiunto una posizione di equilibrio fra l’attenzione per il cambiamento del contenuto dello schema e un approccio alla costruzione di una versione sana del Sé attraverso il cambiamento del modo di rapportarsi alle proprie esperienze e di gestirle. Sosteniamo che la Schema Therapy possa non solo modificare le reazioni di coping all’attivazione degli schemi, ma anche aiutare a essere più consapevolmente coscienti, ad abbandonare i modelli con cui ci si relaziona con il proprio passato che non risultano utili, e a impegnarsi, in generale, per un comportamento sano ed equilibrato.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
I comportamenti tipici delle persone affette dal Disturbo Borderline di Personalità (DBP) e le difficoltà che incontrano i familiari di queste persone
Che cos’è il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) Il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) è un disturbo psichiatrico grave e persistente, caratterizzato da marcata impulsività, instabilità dell’umore e problemi nei rapporti interpersonali. Il DBP è stato inserito tra i vari disturbi di personalità del DSM-IV-TR (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quarta edizione rivisitata, 2000), pubblicato dall’Associazione Psichiatrica Americana. Il DBP è stato definito nel DSM-IV-TR come un’ «instabilità pervasiva delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in un’ampia varietà di contesti». Viene identificato sulla base di 5 (o più) criteri, che comprendono: Sforzi disperati di evitare un abbandono reale o immaginario. Un quadro di relazioni interpersonali intense e instabili, caratterizzate dall’alternanza tra i due estremi dell’idealizzazione e della svalutazione. Alterazione dell’identità: immagine di sé marcatamente e persistentemente alterata. Impulsività in almeno due aree potenzialmente dannose per il soggetto (ad esempio: spese compulsive, sesso promiscuo, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate). Ricorrenti comportamenti, gesti e minacce di carattere suicidario o comportamenti automutilanti. Instabilità affettiva dovuta a marcata reattività dell’umore (ad esempio: episodi di intensa disforia episodica, irritabilità o ansia che solitamente durano alcune ore e solo raramente più di alcuni giorni). Sentimenti cronici di vuoto. Rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (ad esempio: frequenti manifestazioni di collera, rabbia costante, ricorrenti scontri fisici). Ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, correlati allo stress. Marsha Linehan, l’ideatrice del più studiato trattamento per il DBP basato su evidenze scientifiche, sa descrivere il disturbo in un modo più comprensibile per le famiglie, rispetto al DSM, con il suo linguaggio ufficiale. Le persone con DBP presentano disregolazione emotiva (scoppi d’ira, instabilità emotiva), disregolazione interpersonale (instabilità delle relazioni volta a evitare l’abbandono), disregolazione comportamentale (minacce di suicidio o comportamenti suicidari), comportamenti impulsivi (comportamenti disfunzionali), disregolazione cognitiva (scarsa capacità di risolvere i problemi, rigidità di pensiero, pensiero del tipo «o bianco o nero», ideazione paranoide e autoreferenzialità) e disregolazione del Sé (confusione del senso di identità, dilagante senso di vuoto e dissociazione). Le difficoltà delle famiglie nell’accettare una diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità Molti familiari sono all’oscuro del fatto che i comportamenti preoccupanti con cui hanno a che fare tutti i giorni sono in realtà sintomi di un disturbo specifico chiamato DBP. Benché la persona che amate presenti evidenti segnali di malessere emotivo, spesso i clinici non informano le famiglie che il loro caro soddisfa i criteri per una diagnosi di DBP, non parlano loro dei sintomi o di quanto il DBP possa incidere sulla loro vita. Le famiglie che lottano contro il DBP si sentono isolate perché il DBP è un disturbo pressoché sconosciuto. La sua diagnosi è confusa, i trattamenti di provata efficacia non sono disponibili ovunque ed è spesso difficile trovare sostegno, materiale informativo e comprensione. Questi fattori possono contribuire a delineare il quadro delle difficoltà che incontrano i familiari nell’accettare una diagnosi di DBP. La percezione generale che si ha oggi del DBP equivale a quella relativa alla comparsa dell’AIDS negli anni Ottanta, prima che questa sindrome venisse accettata e capita. Attualmente, il DBP è considerato un po’ la cenerentola della psicoterapia; nonostante la devastazione che provoca e la sua diffusione, questa patologia riceve pochissimi fondi per la ricerca. I comportamenti tipici delle persone con Disturbo Borderline di Personalità Molte persone con DBP sono grado di controllare i propri comportamenti in situazioni pubbliche o in presenza di sconosciuti. Essi hanno la capacità di apparire calmi e competenti, di agire «come se» stessero «bene», ma non riescono a mantenere questo stesso comportamento anche nel rapporto con i propri familiari. Per le famiglie, questa competenza apparente è uno tra i più frustranti, inquietanti e sconcertanti aspetti del DBP. I familiari che osservano i repentini cambiamenti nei comportamenti del proprio caro, che manifesta forte disregolazione emotiva a casa ma è apparentemente calmo e posato in presenza di altri, cominciano a dubitare delle loro impressioni. Potrebbero credere di aver immaginato l’esistenza di una malattia. In parte è proprio a causa di questa «competenza apparente» che è così difficile accettare o credere che la persona che amate stia veramente provando quell’estrema sofferenza emotiva che caratterizza il DBP. In genere, le capacità intellettive di gran parte di coloro che hanno il DBP non sono interessate dal disturbo. Essi sono perfettamente in grado di laurearsi, diventare medici, avvocati, amministratori delegati e avere carriere di successo. Molti sono dotati di un notevole talento creativo. Ma nonostante le loro competenze intellettive, i sintomi di sofferenza emotiva persistono. Molte delle persone con DBP non hanno mai subito un ricovero, né tentato il suicidio o compiuto atti autolesivi. Tuttavia, nonostante la loro «alta funzionalità» e competenza apparente, spesso le persone con DBP non riescono a raggiungere un alto grado di soddisfazione nella loro vita e sembrano invece vivere un’esistenza di quieta disperazione. È sconcertante vivere con qualcuno che in pubblico si comporta benissimo ed è in grado di assumere condotte altamente funzionali, mentre in famiglia è estremamente irrazionale e violento. In presenza di tale dualità, è difficile continuare a essere di supporto e provare compassione per la persona amata.
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Metodo Montessori e anziani fragili Psicologia
Le condizioni per un buon lavoro psicoterapeutico con pazienti LGBTQIA+, una popolazione che tende ad accedere meno ai servizi di cura in ambito medico e psicologico
La scelta di intraprendere un percorso terapeutico non è mai semplice. Un vortice di paure, pregiudizi, incognite porta le persone a chiedere aiuto anche molto tempo dopo l’insorgere del problema; in alcuni casi, una richiesta di aiuto non arriva mai. Questo è ancora più vero per la popolazione LGBTQIA+ poiché al disagio psicologico si associa la paura del giudizio, lo stigma, la minaccia di una rivittimizzazione, il timore di dover «confessare» qualcosa che può essere visto o, peggio ancora, viene vissuto come sbagliato. Non è possibile far prescindere un buon intervento terapeutico dalla preparazione del clinico circa le caratteristiche specifiche della popolazione LGBTQIA+ che, infatti, si contraddistingue per aspetti socio-culturali e problematiche specifiche: per esempio il coming out, una maggiore vulnerabilità a incorrere in alcune malattie fisiche (come per esempio malattie cardiovascolari, polmonari o oncologiche), la possibile presenza di episodi di vita anche traumatici, legati all’omofobia e al bullismo, la mancanza di esempi sociali rispetto alla vita di coppia omosessuale o bisessuale, la mancanza di conoscenze sulla sessualità gay o lesbica. Le persone che appartengono a una minoranza sessuale, infatti, presentano specifiche caratteristiche individuali, culturali, sociali, interpersonali, religiose, politiche, che non possono essere sovrapposte a quelle della popolazione eterosessuale. A noi piace pensare che il terapeuta che prende in carico la popolazione LGBTQIA+, oltre a essere un professionista della salute mentale, debba anche essere in qualche modo un antropologo e un sociologo. Solo così potrà interpretare l’esperienza personale del paziente nella sua complessità e unicità e fare della terapia un successo. Perciò la questione dell’omosessualità va studiata in tutte le sue implicazioni e sfaccettature, non solo ai fini terapeutici ma anche come indispensabile momento di formazione personale per il terapeuta stesso. Molti specialisti, infatti, sostengono di essere liberi da certi condizionamenti culturali legati all’omosessualità e più in generale all’orientamento sessuale, ma è possibile che alcuni di questi emergano inconsapevolmente nel lavoro terapeutico. Come insegniamo ai nostri allievi della scuola di specializzazione in psicoterapia, ogni terapeuta dovrebbe prendersi del tempo per guardarsi dentro e riconoscere la possibile presenza di stereotipi o pregiudizi omofobici (spesso normo accettati e per questo non chiaramente manifesti alla propria consapevolezza). Dovrebbe prendersi del tempo per lavorare sui propri possibili pensieri, credenze, emozioni, o atteggiamenti di chiusura verso un mondo che le principali fonti di trasmissione culturale ci hanno descritto come sbagliato, marginale, negativo. Qui sotto si trovano alcune domande che speriamo possano essere da guida per implementare l’autoriflessione. Domande utili per i terapeuti con pazienti LGBTQIA+ Credi che l’orientamento sessuale possa o debba essere cambiato, soprattutto se è il paziente a chiederlo perché lo percepisce come egodistonico? Quale training di formazione specifico hai fatto per lavorare con pazienti appartenenti a una minoranza sessuale? Quali libri hai letto sulla psicologia/psicoterapia con pazienti LGBTQIA+? Che lavoro hai fatto su te stesso per individuare eventuali tuoi pregiudizi omofobi? Quando hai frequentato l’ultima volta un workshop/seminario di aggiornamento sulla psicoterapia con pazienti LGBTQIA+? Hai frequentato posti di ritrovo politici o ludici rivolti alla popolazione LGBTQIA+? Se non si dà seguito a quanto viene suscitato in queste domande, la terapia con i pazienti LGBTQIA+ avrà un risultato parziale, attribuibile alle mancate conoscenze e riflessioni del terapeuta stesso. Non si tratta di essere gay friendly (atteggiamento di variabile apertura al mondo LGBTQIA+), ma si tratta di essere gay informed (essere informati e consapevoli del mondo LGBTQIA+).
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Search-ME - Erickson 1 Psicoterapia
Le nuove sfide professionali di chi si occupa di sostegno psicologico in area clinica
La cosiddetta “fase 2” è iniziata, l’emergenza sanitaria volge al termine, o almeno si spera, ma adesso tutti dobbiamo fare i conti con quel che è successo, con grande capacità di adattamento ai nuovi scenari che si aprono. Anche gli psicoterapeuti, e più in generale tutti coloro che si occupano di sostegno psicologico in area clinica, si trovano di fronte a nuove sfide professionali. Se infatti nei mesi scorsi hanno lavorato poco e quasi esclusivamente online, da ora in poi lavoreranno forse più di prima, perché il bisogno di aiuto è indubbiamente aumentato, ma in modo un po’ diverso. Vediamo alcuni punti critici che caratterizzeranno la professione nel prossimo periodo. L’emergere di problematiche specifiche L’epidemia da Coronavirus si è rivelata altamente traumatica in quanto totalmente imprevedibile da chiunque e con un impatto devastante sulla qualità di vita. Quello che possiamo aspettarci nei prossimi mesi è dunque un significativo incremento dei disturbi dell’umore, in particolare della depressione, dei disturbi d’ansia per salute e ossessivo-compulsivi, nonché dei disturbi da stress post-traumatico. Tutto ciò che abbiamo subito (lutti, deprivazione sociale e affettiva, limitazioni della libertà individuale, problemi economici, ecc.) e che continuiamo a subire (incertezza per il futuro, paura del ritorno dell’epidemia, mancanza del contatto fisico, difficoltà nella programmazione, ecc.) determina un forte stress. Ove manchino grandi capacità di resilienza e risorse individuali per far fronte a simili difficoltà, è altamente probabile che emergano sintomi di disagio psicologico quali quelli sopra menzionati. È quindi importante che i professionisti siano preparati e formati ad affrontarli al meglio, per rispondere alle esigenze del prossimo futuro dei propri utenti. Il fabbisogno di psicologia nei servizi pubblici Dato il gran numero di persone che hanno subito un forte impatto psicologico per le conseguenze dirette e indirette della pandemia, è certo che vi sarà un aumento del bisogno di servizi di aiuto qualificati. Purtroppo però la situazione dei servizi pubblici di psicologia clinica è drammatica. Negli ultimi decenni questi sono stati oggetto di drastici tagli di fondi e gran parte del personale pensionato non è stato sostituito. A oggi chi necessità di psicoterapia deve quasi necessariamente rivolgersi ai professionisti privati a fronte di un esborso significativo e soprattutto continuativo, che molti, a maggior ragione di questi tempi, non possono permettersi. Il Governo attuale sembra aver ignorato tale problematica, destinando fondi a quasi tutto tranne che all’aumento dell’organico di psicologi nel Sistema Sanitario Nazionale. In risposta a questa clamorosa lacuna si sono mobilitati sia l’Ordine Nazionale che i vari Ordini Regionali degli Psicologi, pare ottenendo un emendamento del “decreto rilancio” che comprenda anche il potenziamento di suddetti servizi. Se poi questo si tradurrà in pratica, ovvero in un buon numero di concorsi per il reclutamento di colleghi in tempi brevi, è tutto da vedersi, ma almeno un piccolo riconoscimento c’è stato. Vedremo se e quale sarà l’evoluzione nei prossimi mesi, ma ci auguriamo che questo periodo drammatico sia servito a far comprendere l’importanza di garantire a tutti l’assistenza psicologica e porti nuova linfa ai servizi pubblici dedicati. Il cambio di modalità nell’erogazione dei servizi Viste le limitazioni imposte dall’epidemia e in particolare la necessità di distanziamento sociale, in questi mesi la maggior parte degli psicologi clinici e psicoterapeuti ha iniziato ad utilizzare strumenti per la videoconferenza al fine di mantenere un contatto con i propri utenti. Ciò ha consentito anche ai clinici più scettici di sperimentarsi in un nuovo modo di condurre le sedute, scoprendo che sono quasi equivalenti a quelle in presenza, anche se certe tecniche non possono essere utilizzate se non snaturandole e si perdono tutta una serie di indicatori non verbali (es. la postura corporea) che sono importanti nella gestione della relazione terapeutica. Anche le ricerche che sono state condotte riguardo alla soddisfazione percepita sia dei terapeuti che dei pazienti sembra che siano molto incoraggianti. C’è quindi da aspettarsi che nel prossimo futuro, sia per il perdurare di alcune limitazioni, sia soprattutto perché ci si è abituati a un nuovo modo di fare psicoterapia, vi sia un aumento della richiesta e dell’offerta di servizi psicologici online, cui volenti o nolenti i professionisti dovranno adeguarsi per rimanere competitivi.
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