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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Psicoterapia
Le nuove sfide professionali di chi si occupa di sostegno psicologico in area clinica
La cosiddetta “fase 2” è iniziata, l’emergenza sanitaria volge al termine, o almeno si spera, ma adesso tutti dobbiamo fare i conti con quel che è successo, con grande capacità di adattamento ai nuovi scenari che si aprono. Anche gli psicoterapeuti, e più in generale tutti coloro che si occupano di sostegno psicologico in area clinica, si trovano di fronte a nuove sfide professionali. Se infatti nei mesi scorsi hanno lavorato poco e quasi esclusivamente online, da ora in poi lavoreranno forse più di prima, perché il bisogno di aiuto è indubbiamente aumentato, ma in modo un po’ diverso. Vediamo alcuni punti critici che caratterizzeranno la professione nel prossimo periodo. L’emergere di problematiche specifiche L’epidemia da Coronavirus si è rivelata altamente traumatica in quanto totalmente imprevedibile da chiunque e con un impatto devastante sulla qualità di vita. Quello che possiamo aspettarci nei prossimi mesi è dunque un significativo incremento dei disturbi dell’umore, in particolare della depressione, dei disturbi d’ansia per salute e ossessivo-compulsivi, nonché dei disturbi da stress post-traumatico. Tutto ciò che abbiamo subito (lutti, deprivazione sociale e affettiva, limitazioni della libertà individuale, problemi economici, ecc.) e che continuiamo a subire (incertezza per il futuro, paura del ritorno dell’epidemia, mancanza del contatto fisico, difficoltà nella programmazione, ecc.) determina un forte stress. Ove manchino grandi capacità di resilienza e risorse individuali per far fronte a simili difficoltà, è altamente probabile che emergano sintomi di disagio psicologico quali quelli sopra menzionati. È quindi importante che i professionisti siano preparati e formati ad affrontarli al meglio, per rispondere alle esigenze del prossimo futuro dei propri utenti. Il fabbisogno di psicologia nei servizi pubblici Dato il gran numero di persone che hanno subito un forte impatto psicologico per le conseguenze dirette e indirette della pandemia, è certo che vi sarà un aumento del bisogno di servizi di aiuto qualificati. Purtroppo però la situazione dei servizi pubblici di psicologia clinica è drammatica. Negli ultimi decenni questi sono stati oggetto di drastici tagli di fondi e gran parte del personale pensionato non è stato sostituito. A oggi chi necessità di psicoterapia deve quasi necessariamente rivolgersi ai professionisti privati a fronte di un esborso significativo e soprattutto continuativo, che molti, a maggior ragione di questi tempi, non possono permettersi. Il Governo attuale sembra aver ignorato tale problematica, destinando fondi a quasi tutto tranne che all’aumento dell’organico di psicologi nel Sistema Sanitario Nazionale. In risposta a questa clamorosa lacuna si sono mobilitati sia l’Ordine Nazionale che i vari Ordini Regionali degli Psicologi, pare ottenendo un emendamento del “decreto rilancio” che comprenda anche il potenziamento di suddetti servizi. Se poi questo si tradurrà in pratica, ovvero in un buon numero di concorsi per il reclutamento di colleghi in tempi brevi, è tutto da vedersi, ma almeno un piccolo riconoscimento c’è stato. Vedremo se e quale sarà l’evoluzione nei prossimi mesi, ma ci auguriamo che questo periodo drammatico sia servito a far comprendere l’importanza di garantire a tutti l’assistenza psicologica e porti nuova linfa ai servizi pubblici dedicati. Il cambio di modalità nell’erogazione dei servizi Viste le limitazioni imposte dall’epidemia e in particolare la necessità di distanziamento sociale, in questi mesi la maggior parte degli psicologi clinici e psicoterapeuti ha iniziato ad utilizzare strumenti per la videoconferenza al fine di mantenere un contatto con i propri utenti. Ciò ha consentito anche ai clinici più scettici di sperimentarsi in un nuovo modo di condurre le sedute, scoprendo che sono quasi equivalenti a quelle in presenza, anche se certe tecniche non possono essere utilizzate se non snaturandole e si perdono tutta una serie di indicatori non verbali (es. la postura corporea) che sono importanti nella gestione della relazione terapeutica. Anche le ricerche che sono state condotte riguardo alla soddisfazione percepita sia dei terapeuti che dei pazienti sembra che siano molto incoraggianti. C’è quindi da aspettarsi che nel prossimo futuro, sia per il perdurare di alcune limitazioni, sia soprattutto perché ci si è abituati a un nuovo modo di fare psicoterapia, vi sia un aumento della richiesta e dell’offerta di servizi psicologici online, cui volenti o nolenti i professionisti dovranno adeguarsi per rimanere competitivi.
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Search-ME - Erickson 2 Psicologia
Come le nuove tecnologie hanno cambiato il nostro rapporto con gli altri
Restare da soli — a volte — può essere un piacere, ma la tecnologia e i social network hanno cambiato le regole che governano le nostre vite pubbliche e private, modificando anche il modo in cui viviamo le nostre esperienze di isolamento e di solitudine. Il gruppo di ricerca dell’Australian Relationship Queensland ha rivelato che tra tecnologia e solitudine esiste un collegamento reale: più del 42% della popolazione del Queensland ha dichiarato di utilizzare almeno quattro strumenti di comunicazione web (Facebook, Twitter, blog, e-mail) ma ha lamentato al contempo di sentirsi più solo durante i periodi di uso dei social network. Sempre secondo queste ricerche, il «tasso di solitudine» muta al variare dell’età: la fascia 25-34 anni, per esempio, è quella che avverte di più la solitudine, la fascia 18-24 anni è quella che ne accusa di meno.   La tecnologia ha prodotto nuove forme di socialità che stanno limitando la nostra intimità e trasformando le nostre esistenze. È una socialità molto legata allo strumento che determina, a causa dell’uso prolungato che ne facciamo (televisione, telefono cellulare, social network), in modo preponderante, la nostra vita di relazione e sociale   Anche se viviamo spesso ed esclusivamente in rapporto agli altri, ci troviamo sempre più soli con noi stessi. Se Anton Čechov sosteneva, a cavallo tra Ottocento e Novecento, che la vera felicità è impossibile senza la solitudine, bisogna valutare, nel millennio in corso, se possiamo considerare la «solitudine del networker» alla pari di quella vissuta e sperimentata dagli esseri umani prima dell’avvento di Internet, dei social media, degli smartphone e dei tablet. Così facendo andremo a ridefinire la socialità moderna e i modi con cui gli uomini agiscono per stabilire tra di loro relazioni sociali e vincere la loro solitudine individuale. Tutti sono online, ma la folla (una massa oggi rappresentata da miliardi di utenti con un loro profilo Facebook, Twitter, LinkedIn) che frequenta i social network non garantisce il superamento di quello stato di chiusura e isolamento che l’uomo moderno sperimenta. Le evidenze fin qui rilevate non danno risposte definitive al dubbio se sia la solitudine a spingere  le persone a usare sempre più la tecnologia o se sia invece quest’ultima a portare le persone a isolarsi sempre di più e a sperimentare nuove forme di ritiro. Probabilmente sono vere entrambe le possibilità: le nuove tecnologie ridefiniscono la solitudine che viviamo offrendoci nuove opportunità ma anche nuove angosce e frustrazioni.  
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Search-ME - Erickson 3 Psicologia
Le raccomandazioni dell’ONU per far fronte alle conseguenze del Covid-19
Durante il periodo della pandemia, in Canada, il 20% della popolazione tra i 15 e i 49 anni ha aumentato il consumo di alcol; nella Repubblica Popolare Cinese gli operatori sanitari hanno riportato alti tassi di depressione (50%) e ansia (45%); genitori italiani e spagnoli hanno osservato alcuni effetti dell’isolamento sul comportamento e sullo stato emotivo dei loro figli, in particolare sono state evidenziate le seguenti problematicità: difficoltà di concentrazione (nel 77% dei bambini), agitazione (nel 39%) e nervosismo (nel 38%). Questi sono alcuni dati riportati nel documento “COVID-19 and the Need for Action on Mental Health” redatto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite il 13 maggio 2020 e disponibile anche in lingua italiana. Come sottolinea il report, la salute mentale permette all’individuo di esprimere il proprio potenziale, affrontare situazioni stressanti e contribuire alla produttività e alla crescita della propria comunità. L’attuale pandemia sta mettendo seriamente a rischio il benessere della popolazione, non solo da un punto di vista fisico. Siamo in presenza di un diffuso disagio psicologico, c’è incertezza per il futuro, le persone sono preoccupate a causa della crisi economica, della perdita del lavoro e del reddito. Tutto ciò minaccia la salute mentale degli individui e in particolare quella di alcune popolazioni: operatori impiegati in prima linea nel settore sanitario e dell’assistenza, persone anziane e con patologie preesistenti, donne, bambini, adolescenti, giovani e coloro che vivono in contesti di emergenza sanitaria e conflitto. Purtroppo quello della salute mentale è uno dei settori più trascurati dalla sanità ma su cui è necessario investire per il benessere dei singoli e della collettività, soprattutto in questo periodo nel quale il contributo di ciascuno è indispensabile per la ripresa sociale ed economica della società. Per questo, come affermano le Nazioni Unite nel report sopra citato, bisogna agire subito col fine di ridurre al minimo le conseguenze di questa pandemia. Tre azioni che ogni Paese dovrebbe mettere in pratica al più presto. La prima azione chiede di considerare la salute mentale nelle risposte nazionali al Covid-19 perché solo così è possibile ridurre la sofferenza, velocizzare la ripresa e la ricostruzione delle comunità. Ciò è possibile offrendo: misure di protezione finanziaria e sociale; opportunità di apprendimento alternative alla scuola per bambini e ragazzi; prevenzione dalla violenza domestica nei confronti di donne, bambini, persone con disabilità e anziani; una comunicazione capace di dare informazioni chiare e affidabili sull’andamento della pandemia ma anche consigli utili al benessere emotivo. La seconda consiste nell’investire sempre più sugli interventi di salute mentale e di supporto psicosociale sostenendo iniziative comunitarie capaci di rafforzare la coesione sociale e diminuire il senso di solitudine, fornendo interventi psicologici a distanza - tramite telefono o video – assicurandosi di garantirne a tutti accesso e riservatezza oltre che continuità nell’assistenza soprattutto per chi è in condizioni di grave difficoltà. Infine bisogna guardare al futuro considerando le crescenti esigenze a lungo termine causate dalla pandemia. È necessario quindi: riorganizzare i servizi così che la salute mentale venga inclusa nella copertura sanitaria universale; spostare l’assistenza dalle istituzioni ai servizi di comunità, a prezzi accessibili; rafforzare le competenze delle risorse umane che si occupano di salute mentale e coinvolgerle nella progettazione, realizzazione e monitoraggio dei servizi.
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Search-ME - Erickson 4 Psicologia
Tre possibili insegnamenti di questa pandemia sulla malattia mentale e sul disagio psichico
Il fatto è - scriveva qualche giorno fa Jen Gunter sul New York Times - che questo coronavirus è talmente una cosa nuova, che semplicemente non sappiamo neanche cosa non sappiamo. Ecco, finalmente, un commento saggio su un argomento sul quale si è spesa sui media ogni parola possibile, dagli allarmismi più insensati, ai consigli new age per il gusto della riscoperta del tempo, e dei poteri taumaturgici della pasta fatta in casa. Dovremmo, infatti, ammettere che una cosa è chiara più di tutte: nessuno sa esattamente cosa comporti, dal punto di vista dell’impatto psicologico sui bambini e sulle famiglie, questo strano e catastrofico esperimento sociale. Certo, a prima vista tutti concordano sul fatto che a partirne di più, come sempre, sono e saranno i più deboli e i più poveri. Poveri in mezzi, risorse personali e psicologiche. Basti banalmente pensare che la meravigliosa esperienza della scuola online chiede alle famiglie non solo una connessione alla rete, ma anche tanti dispositivi quanti sono i figli. Diritto allo studio sì, ma proporzionale al numero di tablet e pc. Non solo. Che ne è poi dei bambini con disabilità intellettive, disturbi dell’apprendimento, dell’attenzione, per citare solo i tipi (forse) più banali e lineari di difficoltà evolutive? Chiunque prima della crisi affidasse la gestione di delicati equilibri familiari all'ausilio di personale specializzato, a supporti educativi e psicologici esterni si trova oggi improvvisamente sguarnito e solo. E la solitudine sarà tanto più insidiosa quanto minori saranno i mezzi e le risorse della famiglia, e le fragilità di partenza del bambino e del suo mondo affettivo. Quando tuttavia si guardano le cose da vicino, si scoprono anche alcuni fenomeni che danno nuova luce alle cosiddette conseguenze psicologiche della pandemia. Per esempio, da circa quindici anni gli Hikikomori – i ragazzetti giapponesi che si votano alla clausura telematica nella loro cameretta - erano divenuti the “new thing” degli psicopatologi, e il ritiro sociale dell’adolescente era diventato la nuova grande sfida delle scienze medico psichiatriche. È bastato il batter d’ali del nuovo flagello per cambiare in un istante lo spettro dei valori attraverso cui giudichiamo la desiderabilità dei comportamenti delle persone, per mettere a nudo - una volta di più – che le cose che chiamiamo con tanta enfasi “malattie mentali”, non sono quasi mai oggetti fisici del mondo (come lo è la frattura della tibia o la polmonite interstiziale), non sono invarianti universali sempre uguali in ogni tempo e luogo, ma sono per lo più costrutti socioculturali, largamente determinati dai valori dominanti del contesto. In men che non si dica l’osteggiato ritiro sociale, meritevole di ogni più incisivo e forzoso intervento trattamentale, educativo e psicofarmacologico, è divenuta la qualità personologica più adattiva della nuova socialità distanziata. E che dire dell’agguerrita schiera degli esperti del trauma psichico? Pronti a difendere l’idea che anche il più minuscolo degli eventi avversi - se soggettivamente percepito come minaccioso e “traumatico” - assurge a patologia ed è dunque meritevole di ogni opportuno trattamento specializzato, oggi si confrontano con un dilemma tanto banale quanto definitivo. Che ne è di questa nozione individualista e consumista del trauma, buona anzi buonissima per il marketing di prodotti sanitari e rimedi a buon mercato, quando il fatto traumatico colpisce tutti, grandi e piccoli, in egual misura, su scala planetaria? È ancora un fatto traumatico? Siamo dunque tutti traumatizzati? Oppure dovremmo semplicemente accettare l’idea che questo fatto – intrinsecamente catastrofico - suggerisce che gli eventi avversi possono assumere una valenza “protettiva” proprio nella misura in cui abbandoniamo ogni prospettiva individualistica della sofferenza e recuperiamo una qualche idea solida e condivisa di collettività?  Questi esempi ci invitano a riflettere su almeno tre possibili insegnamenti. Il primo è che se le categorie con cui distinguiamo i soggetti normali da quelli che hanno problemi psichici  funzionano male in situazioni nelle quali mutano radicalmente le regole di convivenza sociale, questo ci deve ricordare che la malattia mentale non è un concetto assoluto, ma in larga parte relativo. Per quanto la psichiatria si orienti sempre più nella direzione di medicalizzare il suo sapere, questo tentativo è fallito ormai su molti fronti e l’attuale passaggio storico lo ricorda una volta di più. Il secondo insegnamento, strettamente connesso al primo, è che il concetto medicale della sofferenza psichica contiene un’altra aberrazione particolarmente problematica, specie per i bambini e gli adolescenti, e cioè che rappresenta la sofferenza psichica come un problema puramente individuale, come un accidente che accade a una persona. Una malattia appunto, come la frattura della tibia e la polmonite interstiziale da covid.  La pandemia mostra invece, una volta di più, che il confine mutevole tra star bene e star male è frutto di continue negoziazioni collettive. Nasce al confine tra fattori protettivi, punti di forza, problemi e fattori di rischio, e nessuno di questi fattori è sempre universalmente tale in ogni luogo. Attiene dunque a valori di cui siamo poco consapevoli, che sono continuamente rimodulati e prendono senso solo all'interno di tipi contingenti e storicizzati di possibili relazioni sociali. Così, esattamente come in un qualsiasi episodio della serie Black Mirror, scopriamo che basta spingerci solo un passo oltre la soglia delle nostre routine e dei nostri modi di convivenza sociale, perché perda improvvisamente senso ciò che normalmente consideriamo strano, aberrante e anormale. Il terzo insegnamento ci riconduce al punto di partenza. Alle cose che non sappiamo di non sapere. Il senso profondo di dubbio, disorientamento e incertezza in cui ci ha gettati questa vicenda invita tutti noi a riscoprire il valore della nostra profonda ignoranza, come un fattore positivo che sappia guidare i processi di conoscenza. Un invito a un’apertura rigorosa al dubbio e all'incertezza, uno stimolo a vivere l’ethos del nostro lavoro, sociale o clinico che sia, con un’attitudine mite e marginale. Ogni atto di responsabilità sociale si fonda sulla possibilità di accogliere le domande dell’altro, ma ciò è impossibile quando la nostra mente è già satura di risposte. 
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Search-ME - Erickson 5 Psicologia
Punti di attenzione per un possibile ripensamento dei servizi
Come ormai sappiamo bene, l’emergenza Coronavirus ha influito sul benessere psicologico (e non solo) di tutta la popolazione e l’impatto dei mesi appena trascorsi - ma anche delle fasi successive - avrà necessariamente delle ricadute anche sui Dipartimenti di salute mentale (DSM). Provo di seguito a proporre alcuni punti di attenzione di cui i servizi dovranno tenere conto. Attenzione ai giovani Le principali conseguenze psicologiche dell’emergenza Covid riguardano disturbi di ansia, depressione e, nel caso di situazioni luttuose legate al virus, disturbi post-traumatici. Tuttavia, se pensiamo alla nostra popolazione più giovane, emergono ulteriori difficoltà. La chiusura di scuole e università e l’imposizione del distanziamento sociale ha impedito ai ragazzi di frequentare gli abituali luoghi di istruzione e socializzazione originando o enfatizzando forme di sofferenza psicologica che in molti casi perdurano. Inoltre adolescenti e ragazzi si trovano di fronte a prospettive incerte rispetto al loro futuro, anche immediato. Alcuni dati confermano che nei giovani, soprattutto ragazze, è stato rilevato durante il lockdown un aumento nell’assunzione di alcolici. Inoltre, il lockdown non ha fermato (anzi) la diffusione delle smart drugs o new drugs, estremamente varie, reperibili facilmente anche online e difficilmente individuabili attraverso le analisi consuete. Per i Dipartimenti di salute mentale sarà fondamentale tenere conto di questi fenomeni, nell’ottica di mettere in campo risposte efficaci caratterizzate da valutazione e intervento precoci, con l’eventuale introduzione di nuove terapie evidence-based. Prevenzione e intervento precoce La necessità di riorganizzare gli interventi in termini preventivi e precoci non è un compito semplice per i DSM per due motivi principali. In primo luogo, se andiamo a riflettere sull’organizzazione dei DSM, sappiamo che è difficile avere un panorama unitario: questi servizi, così come altri, risentono delle politiche aziendali e rispecchiano la variabilità delle singole ASL e delle linee guida regionali. Inoltre, si tratta di organizzazioni originariamente costituite a fronte della chiusura degli ospedali psichiatrici e tarate sull’affrontare la malattia mentale nelle forme adulte, stabilizzate o in via di stabilizzazione. Tuttavia proprio l’emergenza Covid ha suggerito alcune innovazioni tecnologiche o nella gestione delle informazioni che porterebbero a riorganizzare i DSM in una nuova ottica. Ad esempio, andrebbero approfonditi e strutturati gli interventi di terapia o riabilitazione a distanza, che si sono dimostrati molto utili in ambito sanitario ma che raramente sono finanziati da risorse pubbliche. Inoltre le proposte in ambito preventivo dovrebbero utilizzare in modo efficace tutti gli strumenti di comunicazione online (social media in primis) per avvicinarsi davvero ai più giovani. Personale adeguato e formato I Dipartimenti di salute mentale si poggiano su un organico numericamente e qualitativamente inadeguato. Psicologi, medici e altre figure professionali sociosanitarie risentono, tra le altre cose, del blocco del turnover a cui la sanità è stata sottoposta negli ultimi anni. Anche nel settore psichiatrico abbiamo molti professionisti vicini al pensionamento che probabilmente non saranno opportunamente sostituiti. A questo si aggiungono questioni più specifiche, si veda ad esempio il dibattito sull’accesso alla psicoterapia nel sistema sanitario pubblico. I professionisti devono inoltre poter sviluppare nuovi strumenti e un genuino interesse all’aggiornamento continuo. Per far fronte alle nuove sfide, la formazione deve potenziare le competenze dei professionisti in un’ottica di intervento precoce, di attenzione alle popolazioni giovanili, di indicazioni evidence-based per orientare i trattamenti psichiatrici, in particolare in riferimento ai casi più gravi o alla comorbidità. Ci aspetta quindi un periodo importante e sfidante, in cui ripensare il sistema dei servizi di salute mentale non significherà rivoluzionarlo ma certamente riorganizzarlo in virtù della necessità di nuove risposte alle mutate esigenze della popolazione.
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