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I mini gialli dei dettati 2
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Risultati trovati: 82
Search-ME - Erickson 1 Self help
Strategie per contrastare i pregiudizi e migliorare la qualità della propria vita
Alcune donne vivono con vera sofferenza i sintomi fisiologici della menopausa, sentendo di aver perso completamente il proprio ruolo. Intendere la menopausa come un evento naturale cui va incontro ogni donna nella propria vita e non come una malattia, imparare ad accettarla e a non rifiutarla, è la base da cui partire per avere una visione più razionale e sentirti meno preoccupata dei sintomi a essa correlati.   Il modo in cui la società considera l’idea della menopausa influisce sul modo in cui tu stessa vivi la tua condizione. È in effetti innegabile che la dimensione sociale e culturale concorra a determinare il benessere individuale: è stato dimostrato che, in generale, le donne che hanno interiorizzato lo stigma sociale sull’invecchiamento (e più in particolare sulla fine della capacità di riprodursi) patiscono maggiormente il trovarsi in questa fase della vita.     Lo stereotipo contemporaneo di donna giovane, bella, sexy, professionalmente affermata ma al contempo in grado di gestire e accudire la famiglia ed essere adeguata in tutte le situazioni cozza contro l’esistenza di alcuni sintomi del tutto naturali (come le vampate o il mal di testa) e impedisce a tante donne di vivere serenamente i cambiamenti della menopausa. Se ti capita di provare disagio perché hai le vampate, presta attenzione a questo concetto: la causa di ciò che provi non è, spesso, nel sintomo vero e proprio (avere caldo, sudare) ma nei pregiudizi che, senza volerlo, hai interiorizzato, i quali causano emozioni di imbarazzo e vergogna difficili da tollerare   Le convinzioni e i pensieri legati ai sintomi possono peggiorare o migliorare la gestione dei sintomi stessi. Leggere e documentarsi sono ottimi mezzi per contrastare il rischio di essere vittima dei propri stereotipi: per proseguire nell’esempio concreto, se diventi consapevole della tua tendenza a interpretare le vampate come un indice di inadeguatezza e senilità, questa tendenza avrà meno potere su di te. Una volta che avrai compreso i meccanismi psicologici alla base del disagio che provi per il sintomo otterrai una visione più realistica e meno angosciante di te stessa come donna in menopausa, perché diventerai capace di cambiare la convinzione erronea di essere inadeguata. Questa consapevolezza ti può guidare verso l’accettazione di tutte le manifestazioni fisiologiche della menopausa che, anche se poco piacevoli, non dicono affatto che tu sei inadeguata.   Ampliare la tua conoscenza, documentarti e confrontarti ti preserva dal restare intrappolata nei luoghi comuni e subirne i condizionamenti: sapere cosa è la menopausa, come si esprime, l’età media in cui arriva, le manifestazioni fisiologiche e l’eventuale sovrapposizione di sintomi psicologici, ti permette di riconoscere i preconcetti e i pregiudizi nutriti dagli altri, ma anche da te stessa, e prevenire comportamenti disfunzionali che comprometterebbero la qualità della tua vita. Inoltre, naturalmente, avere informazioni significa anche conoscere le risorse che hai a disposizione per vivere al meglio questa fase della vita.
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Search-ME - Erickson 2 Genitori e figli
Un momento importante nella relazione tra genitori e figli che può diventare occasione di crescita
Capiterà a tutti i genitori di chiedersi “quando?” e “come?” svelare ai bambini la verità su Babbo Natale. Inutile dire che se esiste la perfetta ricetta dei biscottoni gingerman da mettere sull’albero di Natale non esiste un’altrettanta ricetta per svelare il segreto più grande ai nostri bambini, sono troppe le variabili in gioco. Ma forse ancora una volta, coloro i quali si sono dedicati allo studio della psicologia dello sviluppo, ci possono dare degli spunti di riflessione da integrare con valori e modalità che sono diverse in ogni famiglia. Sembra chiaro, dalle ricerche fatte nell’ambito, che la maggior parte dei bambini scopre gradualmente e da solo la verità su Babbo Natale (circa il 54%). I bambini non sembranoriportare particolari sentimenti negativi dopo la scoperta e sembra che siano propensi a nutrire sentimenti di protezione nei confronti dei bambini che non sanno diventando quindi complici degli adulti nel mantenere il segreto. Dalle ricerche emerge che sono invece i genitori a riportare forti sentimenti negativi di tristezza e malinconia quando annunciano la realtà ai loro bambini. L’interpretazione di questo dato è strettamente di natura psicologica, per i genitori questo evento sembra infatti segnare la fine di un’epoca, la fine della fanciullezza e l’inizio del cammino che li condurrà ad affrontare assieme l’adolescenza prima, l’età adulta poi e quindi la trasformazione della famiglia e del ruolo genitoriale. La dottoressa Nadia Bruschweiler-Stern pediatra e psichiatra suggerisce di vivere il momento della scoperta come un’ennesima fase di confronto genitori-figli, in cui si rafforzano e si costruiscono legami e si condividono valori. La dottoressa consiglia di non negare la realtà quando i bambini pongono domande schiette e precise ma suggerisce di coinvolgerli nel ragionamento, chiedendo loro cosa pensano, quali sono gli indizi che hanno colto e che idea si sono fatti in merito. In questo modo il genitore può rendersi conto se si tratta solo piccoli dubbi e quindi sia magari il caso di posticipare la scoperta o se invece i ragionamenti siano davvero fondati e svelare il segreto risulti a quel punto la scelta più onesta che il bambino si aspetta.  Dire al bambino la verità, con delicatezza, coinvolgimento e intimità può rappresentare un momento significativo per la famiglia, un’opportunità per rafforzare sentimenti di fiducia reciproca. I genitori possono scegliere di accompagnare i propri bambini con il dialogo a vedere attraverso questa storia impossibile, scoprendo i valori che questi personaggi portano ogni anno nelle loro vite. Quell’uomo barbuto e cicciottello, quella donna vecchietta malandata rappresentano valori concreti come altruismo, sorpresa, complicità, importanza per le piccole cose e tempo per l’altro; valori che ci conducono oltre il consumismo che ci affanna permettendoci di trasformare il luccichio della magia in piccole azioni concrete. Con questa visione il Natale si arricchisce di quel senso di direzione che vogliamo poter dare alla nostra vita e alla nostra famiglia, nonostante la presenza di ostacoli che possono bloccarci.  Il benessere psicologico, secondo Winnicott, è legato alla capacità dell’individuo di vivere nel campo intermedio tra sogno e realtà, questo significa crescere in modo creativo e il mese di dicembre po' essere il pretesto per avvicinare anche chi sa al mondo dei sogni.
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Search-ME - Erickson 3 Psicologia
Abbiamo chiesto a Gabriele Melli, direttore di IPSICO di Firenze, alcuni consigli su come scegliere la scuola di specializzazione in psicoterapia
Il 10 ottobre si celebra la Giornata Nazionale della Psicologia: una giornata, patrocinata dal Ministero della Salute, che ha lo scopo di valorizzare e far conoscere maggiormente ai cittadini le potenzialità della Psicologia come scienza e come professione. In occasione di questa giornata, abbiamo chiesto a Gabriele Melli, direttore dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva (IPSICO) di Firenze – una scuola quadriennale di specializzazione in psicoterapia riconosciuta dal MIUR – di illustrarci uno dei possibili sbocchi della Laurea in Psicologia, ossia la scelta della scuola di specializzazione in psicoterapia. Dott. Melli, potrebbe dare qualche consiglio a chi si è laureato in psicologia su come scegliere una scuola di specializzazione in psicoterapia? Quali sono gli aspetti cruciali da valutare per capire se è la scuola “giusta” per noi? La scelta di una scuola di psicoterapia è un momento molto delicato perché presumibilmente orienta il futuro professionale del neo-laureato. Non esiste la scuola giusta in assoluto, ma a mio avviso è fondamentale orientarsi su scuole ben radicate sul territorio di appartenenza, che abbiano alle spalle un centro clinico e un corpo adeguato di docenti e supervisori effettivamente presenti in sede.  Ognuno inoltre deve orientarsi sull’approccio psicoterapeutico che sente più vicino ai propri interessi e alle proprie preferenze, ma con un occhio al mercato e a quello che richiede, alla vicinanza maggiore possibile con il mondo medico/scientifico, altrimenti il rischio è di investire tanto in una formazione non spendibile lavorativamente. Suggerisco infine, al di là dell’approccio scelto, di preferire le scuole che abbiano un chiaro e definito modello di riferimento, con solida storia alle spalle e ricerca a supporto a livello internazionale. Quali persone si possono definire “psicoterapeuti”? Solo coloro che hanno frequentato una scuola di specializzazione in psicoterapia e hanno quindi ottenuto un diploma di specializzazione in psicoterapia? Assolutamente sì, questo per legge. Anche gli specializzandi non possono definirsi psicoterapeuti, né “psicoterapeuti in formazione”, nonostante esercitino attività di psicoterapia sotto supervisione. L’unico titolo spendibile fino al conseguimento del diploma finale di specializzazione rilasciato da una scuola riconosciuta dal MIUR è quello di Psicologo o Medico. Quali sono le prospettive di lavoro future per uno psicoterapeuta formato al termine della scuola di specializzazione in psicoterapia? Come già accennato a mio avviso molto dipende in primis dal tipo di approccio psicoterapeutico. È indubbio infatti che alcuni modelli clinici siano più attuali, scientificamente basati, efficaci in tempi relativamente brevi e di conseguenza meglio “vendibili”. Visto inoltre che il lavoro dello psicoterapeuta è nel 95% dei casi di tipo libero-professionale, l’intraprendenza del singolo terapeuta, le sue capacità “imprenditoriali”, la disponibilità a collaborare a progetti di ricerca, la conoscenza della lingua inglese, sono tutti elementi che aumentano la probabilità di ricavarsi uno spazio.  Fondamentale è anche trovare una propria area di iper-specializzazione, anziché rimanere uno “psicoterapeuta generico”. Infine aiutano molto i contatti con le strutture territoriali che lo studente può essersi costruito durante gli anni di scuola. Questo è il motivo per cui serve far affidamento su scuole di specializzazione ben radicate sul territorio e con alle spalle importanti centri clinici.
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Search-ME - Erickson 4 Saggistica
Il «disimpegno morale» e l’eclatante caso di doping di Lance Armstrong
Il «disimpegno morale» è un mezzo che consente all’individuo di «disinnescare» temporaneamente la sua coscienza personale mettendo in atto comportamenti inumani, o semplicemente lesivi, senza sentirsi in colpa. Si tratta di un problema sociale sempre più pressante in tutte le traiettorie della vita. Vediamo come possono operare concretamente i meccanismi del «disimpegno morale», con l’analisi dell’eclatante caso di doping che coinvolse l’ex ciclista Lance Armstrong. Nel 2012, Lance Armstrong concesse a Oprah Winfrey una lunga intervista televisiva sulle sue complicate operazioni di doping. Si apprese così come un atleta fenomenale fosse riuscito a compiere intrighi complicati che lo avevano portato a vincere sette titoli prestigiosi; eludere il controllo dei commissari sportivi sul doping; proclamare la propria innocenza in numerose apparizioni televisive; denigrare i suoi compagni di squadra chiamandoli «bugiardi», benché sapesse che dicevano la verità sul suo doping; vincere una causa contro Emma O’Reilly - la massaggiatrice del ciclista, coinvolta nelle pratiche di doping - pur conscio che le sue accuse erano vere; tradire la sua prestigiosa fondazione per la ricerca sul cancro e, nonostante ciò, continuare a sentirsi evidentemente in pace con se stesso.   Tanto per incominciare, Armstrong non trovava che il doping fosse eticamente scorretto. «Non aveva l’impressione che ci fosse qualcosa di sbagliato?», gli chiese Oprah. «No», rispose Armstrong. «La cosa la turbava in qualche modo?» «No», ripeté.   Per lui, l’uso di sostanze per migliorare le prestazioni era una pratica normale nella cultura ferocemente competitiva dello sport professionale. Se si riesce a dipingere il proprio comportamento come il prodotto di un’epoca e di un luogo, il senso di responsabilità personale si riduce. Vedendosi rivolgere l’accusa di essere un imbroglione, Armstrong consultò un dizionario: «Ho controllato la definizione di “imbroglio”. E la definizione di “imbroglio” è “conseguire un vantaggio su un rivale o un nemico che non può contarci a sua volta”». Concluse così che quella descrizione non gli corrispondeva. «Non consideravo le cose in questo modo; per me era giocare alla pari». Equivaleva a mettersi sullo stesso piano degli altri, e non ad avvantaggiarsi. Bisogna imbrogliare per vincere. Quel che non riuscì ad ammettere era che anche lui contribuiva ad alimentare la cultura del doping. Era un faccendiere navigato, non una semplice vittima delle circostanze. Armstrong sminuì il doping equiparandolo a una qualsiasi altra attività, come «gonfiare le gomme o riempire d’acqua una bottiglia». Nel suo linguaggio edulcorato, le sostanze dopanti erano il «cocktail».   Commentando la profonda ingiustizia della punizione comminatagli, Armstrong lamentò che i suoi compagni di squadra avevano subito una sospensione di sei mesi, mentre lui aveva ricevuto una «condanna a vita», un bando a vita dallo sport competitivo. Per i critici di Armstrong, la sua ammissione riguardo al doping non diceva niente di nuovo. Dal loro punto di vista, non era che un espediente per cercare di riscattarsi e ottenere una riduzione del periodo di esclusione dalle gare. Invece, dal punto di vista di Armstrong, il problema era quello di essersi lasciato coinvolgere in una pratica diffusa, e non di aver commesso una violazione etica tale da suscitare rimorso e autocensura.   Questione a parte erano le ingiurie spietate da lui rivolte ai compagni di squadra e alla O’Reilly. A questo riguardo, la sua autoassoluzione prese una forma del tutto particolare, ovvero quella di uno scenario dissociativo in terza persona: «Ed è uno che si aspettava di ottenere qualunque cosa volesse e di controllare qualunque risultato». Armstrong descrisse il suo difetto personale come un «incessante desiderio di vincere a ogni costo». Tuttavia, non lo considerava una mancanza, bensì una preziosa risorsa che gli consentiva di riuscire in imprese straordinarie. Gli eventuali danni correlati sono un effetto secondario inevitabile. Questa era stata la forza, spiegò, che gli aveva consentito di sconfiggere il cancro in metastasi e i ciclisti avversari. Questi due successi erano la prova che il suo difetto poteva portare a cose buone oltre che cattive. Armstrong si gloriò anche del buon lavoro portato avanti dalla sua fondazione per la ricerca sul cancro per la quale aveva raccolto milioni di dollari. In un’intervista alla BBC, Armstrong continuò a dipingersi come una vittima dell’imperante cultura del doping. Gli dispiaceva non tanto del doping in sé e dei suoi gravi costi interpersonali, ma di esservi stato costretto dalla funesta cultura dominante. Quando fu invitato a scusarsi con le persone offese, passò nuovamente a modalità in terza persona: «Mi piacerebbe cambiare l’uomo che ha fatto queste cose, magari non la decisione, ma il modo in cui ha agito».
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Search-ME - Erickson 5 Metodologie didattiche / educative
Se c’è un disturbo di apprendimento, non lo si guarisce. Però lo si può compensare grazie alla neuroplasticità del cervello
Gli errori compiuti da un bambino con qualche difficoltà scolastica si risolvono facilmente, se si offre un aiuto che sia in linea con i processi coinvolti nel compito. Sono errori, per così dire, «scritti a matita». Questo vale anche per un bambino cui è stato diagnosticato un DSA? Non si guarisce, ma si compensa Nel caso di un Disturbo Specifico di Apprendimento bisogna essere consapevoli del fatto che se il disturbo c’è, non lo si guarisce. Però, come ho accennato poco fa, lo si può compensare in modo da ottenere una prestazione paragonabile alla media o comunque la migliore possibile per le caratteristiche del profilo di funzionamento cognitivo del bambino. E nella maggior parte dei casi ciò è molto più facile di quanto possa sembrare. Questo è possibile grazie a una qualità meravigliosa del nostro cervello, sulla quale io ritengo fondamentale richiamare l’attenzione di chi insegna ai bambini: la neuroplasticità. Che cosa si intende per neuroplasticità del cervello? Con questo nome si definisce la capacità del cervello di modificare la propria struttura e le proprie funzionalità in risposta a una varietà di fattori intrinseci ed estrinseci, come ad esempio l’esperienza. Eric Kandel vinse il premio Nobel per la medicina nel 2000 proprio per aver scoperto che i neuroni si modificano se stimolati, fornendo conferma alla teoria secondo la quale l’esperienza interviene sul cervello. Nel corso della nostra vita, in effetti, l’esperienza ci modella incessantemente: si può dire che l’apprendimento scolpisca il cervello, creando continuamente nuove connessioni neurali.  Per capire meglio questo concetto pensiamo ai musicisti: numerosi studi hanno dimostrato che alcune funzioni particolari e peculiari di questa professione, come la motricità fine delle dita, oppure la voce, o ancora le abilità uditive, essendo esercitate continuamente finiscono per avere un’area cerebrale dedicata più ampia rispetto a quella di chi non fa musica. All’inverso, le funzioni che non vengono allenate cedono il loro «spazio» a ciò che viene esercitato di più. E questo succede per tutti gli apprendimenti, anche quelli scolastici. Ora, per sviluppare una competenza è certo necessario proporre un «allenamento» efficace, ma anche tenere nella giusta considerazione un elemento spesso considerato sotto una luce sbagliata: l’errore. Questo testo è tratto dal libro "Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere" di Daniela Lucangeli.
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Search-ME - Erickson 6 Psicologia
La risposta ai dubbi più comuni delle persone che soffrono di disturbi del sonno
L’impossibilità di dormire è una delle peggiori esperienze che si possano sperimentare nella vita. L’insonnia, infatti, non ha effetti negativi solamente durante la notte, ma incide anche sulla qualità della vita diurna. Le persone che soffrono in maniera persistente di questo disturbo si lamentano spesso di essere giù di morale durante il giorno, di essere stanche e poco concentrate, e lamentano difficoltà in ambito lavorativo, familiare e sociale. L’insonnia è infatti uno dei disturbi più impegnativi per il sistema sanitario a livello internazionale e i costi sociali per la sua gestione sono elevatissimi. Un decimo della popolazione adulta e un quinto di quella oltre i sessantacinque anni ne soffre, e rappresenta una delle lamentele più comunemente udite dal medico curante, ma i sistemi sanitari, al momento, non sono in grado di offrire servizi adeguati alla sua risoluzione. Colin A. Espie, professore emerito di Psicologia clinica presso l’Università di Glasgow (Scozia), dove ha fondato e diretto per molti anni il Centro di Medicina del Sonno, ha raccolto alcune delle domande più comuni delle persone che soffrono di disturbi del sonno, dando una risposta in base alle conoscenze attuali sul sonno e sui suoi disturbi. Qui sotto vi presentiamo una selezione di queste domande & risposte. Le persone anziane hanno meno bisogno di dormire? VERO. La durata del sonno si modifica nel corso della vita. I neonati possono dormire oltre diciotto ore al giorno, svegliandosi solamente per mangiare. Le persone anziane, invece, tendono a dormire meno rispetto alla popolazione adulta e ad avere un sonno più frammentato (soprattutto nella seconda parte della notte). È importante prendere atto di come certe modificazioni del sonno, a volte difficili da accettare, siano normali con l’avanzare dell’età. Probabilmente lo sapevate già, ma in che modo considerare questo ha cambiato le aspettative che avete rispetto al vostro sonno? Forse non avete mai preso in considerazione la possibilità di correggere le abitudini ad esso relative. È il momento di farlo. Si tende a dormire più profondamente man mano che la notte trascorre? FALSO. Sarebbe uno dei nostri più grandi piaceri andare dritti verso un buon sonno profondo. Le cose, però, non stanno affatto in questo modo. Durante la notte, sperimentiamo diversi tipi di sonno che si alternano ciclicamente, alcuni più leggeri e altri più profondi. Generalmente, il sonno più profondo si ha durante la prima parte della notte e quello più leggero durante la seconda. Non è una brutta notizia! Ciò vuol dire che il sonno più riposante ha una breve durata (pertanto, anche se avete dormito poco, il sonno da recuperare non è quello di tutta la notte). Questo è il motivo per cui, a volte, potete sentirvi riposati avendo dormito soltanto un paio d’ore. Per recuperare il sonno perduto di una notte dovremmo dormire un’altra notte intera? FALSO. Durante il periodo di veglia, accumuliamo un debito di sonno che viene saldato durante la notte e azzerato al risveglio. Chi è affetto da insonnia non riesce a fare questo. Tale concetto, tuttavia, è stato in parte superato, e si è visto come non sia necessario recuperare tutto il sonno perduto; è stato infatti evidenziato come sia sufficiente recuperarne meno di 1/3. Tra l’altro, la notte di recupero è caratterizzata generalmente da un sonno molto più profondo e ristoratore. Il sonno è importante per la memoria? VERO. Il sonno è necessario per il riposo fisico e mentale. Il corpo ha bisogno di riposo per recuperare le energie spese e, mentre dormiamo, si rigenera per il giorno successivo. Più esso si affatica e lavora, più ha bisogno di sonno per ripristinare le proprie energie. Lo stesso vale per l’attività mentale. Per la mente, tuttavia, il sonno non costituisce solo un momento di riposo. Durante la notte, infatti, vi è un’intensa attività mentale, attraverso la quale viene processata ogni informazione ed esperienza della giornata precedente. In tal modo vengono consolidati i nostri ricordi. Non c’è dubbio, infatti, che il sonno sia importante per i processi di memorizzazione. Più tempo dormiamo meglio ci sentiamo il giorno successivo? FALSO. Non c’è una relazione diretta tra quantità di sonno e benessere. Le persone che hanno bisogno di dormire molto non si sentono meglio di quelle che hanno bisogno di poche ore di sonno. I buoni dormitori possono dormire più di quello di cui hanno bisogno. Ciò, tuttavia, presenta dei grossi svantaggi, giacché attiva la cosiddetta “inerzia del sonno”, ossia il sentirsi sonnolenti e “rimbambiti” al risveglio. Dormire il più possibile innesca questo meccanismo, riducendo la sensazione di benessere conseguente al riposo. La cosa migliore, pertanto, è stabilire quanto tempo necessitiamo veramente di dormire e puntare verso questo obiettivo. Se durante il giorno ci sentiamo irritabili vuol dire che abbiamo dormito male? FALSO. È certamente vero che non dormire rende irritabili, ma non è detto che ciò dipenda solamente da questo! Vi sono molti altri fattori, infatti, che possono determinare tale stato d’animo. Quella sopra riportata è una credenza erronea tipica dei soggetti insonni. Infatti, essi tendono ad attribuire tutte le loro esperienze negative al fatto di aver dormito poco. L’irritabilità che talvolta si prova durante il giorno potrebbe essere dovuta a problemi lavorativi, sentimentali o relazionali. Ciò non vuol dire che si debba ignorare l’importante rapporto che esiste tra il sonno e l’umore. È importante comprendere come l’irritabilità possa essere legata all’insonnia, ma non ne sia necessariamente la conseguenza diretta. È essenziale, a mio avviso, valutare correttamente quali potrebbero esserne le cause, prendendo in considerazione anche altri aspetti della propria vita. La maggior parte della popolazione adulta dorme almeno sette-otto ore per notte? VERO. Quanto tempo dovrebbe dormire normalmente una persona? Questa è la domanda che mi viene rivolta più frequentemente. Il tempo di sonno di cui un individuo ha bisogno dipende molto dalla sua età e dal suo stile di vita. Questo è uno dei motivi per cui è necessario registrare quotidianamente le caratteristiche del proprio sonno tramite l’apposito diario. È vero, comunque, che gli adulti dormono in media sette-otto ore per notte. La maggior parte della popolazione si avvicina molto a questa media, ma esistono persone alle quali è suffi ciente dormire quattro ore per notte, così come altre che necessitano di dieci ore di sonno. Esse differiscono dalla media della popolazione, ma non sono necessariamente da considerare anormali. La stanchezza durante il giorno potrebbe indicare la presenza di un disturbo del sonno? VERO. È importante distinguere la stanchezza dalla sonnolenza. La prima è quasi sempre presente quando le persone si sentono assonnate, mentre la seconda è quasi sempre assente quando le persone si sentono stanche. L’insonnia può causare stanchezza; è molto importante, però, verificare che non sia presente una vera e propria sonnolenza. Quest’ultima, solitamente, è indice di un altro tipo di disturbo, come la narcolessia o un disturbo del sonno legato alla respirazione. È di fondamentale importanza identificare tali problematiche, poiché non rispondono al trattamento psicoterapeutico per l’insonnia, e un modo per farlo è proprio quello di distinguere la stanchezza dalla sonnolenza. Le persone affette da insonnia sono spesso stanche, ma non accusano generalmente sonnolenza. Coloro che l’accusano, di solito, soffrono di altri tipi di disturbi del sonno. I disturbi del sonno generalmente si risolvono velocemente? VERO. L’insonnia occasionale è un’esperienza molto comune, ed è anche molto frequente che abbia una durata transitoria, solitamente molto breve. Il 10% della popolazione adulta e il 20% di quella ultrasessantacinquenne soff re invece di forme persistenti.  I sonnellini diurni dovrebbero essere se possibile evitati? VERO. Se vi sentite molto assonnati e non potete fare a meno di dormire è consigliabile fare un sonnellino. Se la cosa si ripete varie volte, è molto probabile che non soffriate d’insonnia, ma di un altro tipo di disturbo del sonno. Se invece soffrite d’insonnia, dovreste evitare di fare sonnellini, perché riducono la spinta omeostatica al sonno notturno. Anche un sonnellino diurno di circa quindici minuti è in grado di interferire con la vostra capacità di dormire durante la notte. Pertanto, alla peggio, vi consiglio di concedervene uno ancora più breve. 
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