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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 5 Didattica ludica
L’applicabilità dei videogiochi nei contesti didattici e la loro efficacia secondo la ricerca educativa
Uno dei modi principali attraverso i quali i bambini e le bambine possono apprendere è il gioco. Il gioco è universale, coinvolge volontariamente individui di qualsiasi età, provenienza e periodo storico a puro scopo ricreativo. Il gioco diverte, motiva ad agire, rischiare, perseverare, stabilire e raggiungere obiettivi sempre più stimolanti; aspetti, questi, che hanno una funzione centrale nel processo di sviluppo di ogni individuo. Anche nel processo di insegnamento-apprendimento, il gioco, se significativo, può rendere gli studenti attivi e partecipi, motivati, creativi e socievoli. Il gioco rappresenta, inoltre, un ambiente sicuro in cui gli studenti possono veder valorizzati i propri punti di forza e commettere liberamente errori, senza il rischio di ripercussioni e frustrazione, il che fa leva su un’efficace metodologia di apprendimento, ovvero quella per prove ed errori. In relazione al mondo dei videogiochi, che sempre più assorbe bambini, ragazzi e adulti, la ricerca scientifica è stata—ed è—molto attiva per cercare di analizzare l’effettiva efficacia di tali strumenti in relazione all’educare, all’informare, al potenziare e al coinvolgere. Numerosi studi hanno già messo in evidenza l’efficacia dei videogiochi in relazione all’apprendimento e, soprattutto, al potenziamento delle funzioni esecutive, mentre altri hanno posto l’accento sugli aspetti critici o sulla mancanza di prove empiriche rispetto a un loro positivo impatto. Cos’è la “gamification” e come si può applicare alla didattica Uno dei costrutti più esplorati, degli ultimi dieci anni, dalla ricerca videoludica, in particolare, è la gamification. Diversi studiosi hanno dato una definizione del concetto di gamification, focalizzandosi su questo o quell’aspetto, ma la definizione più comunemente utilizzata è quella data dal Prof. Sebastian Deterding:  con gamification si fa riferimento all’utilizzo di elementi tipici del gioco in contesti diversi e non di gioco, come anche, ad esempio, quello educativo-didattico. Qualora un docente volesse far eseguire un semplice esercizio di completamento di frasi ai suoi studenti lo potrebbe presentare su un foglio di carta, come un qualsiasi altro esercizio scolastico, oppure digitalmente, inserito in un contesto videoludico, in cui lo studente interpreta un personaggio che, in un viaggio eroico, deve superare diversi ostacoli per compiere la sua impresa. In questo modo, l’esercizio verrà sì svolto, e contribuirà a potenziare le abilità di lettura e scrittura dello studente, ma verrà completato per il puro piacere di aiutare il proprio eroe a raggiungere la fine del gioco. La presenza della narrazione, il progresso del personaggio, l’incrementodi difficoltà delle sfide, così come la condivisione dei punteggi in una community o la conquista di premi in base alla performance, sono tutti elementi tipici della gamification. La gamification è, quindi, una metodologia che trae origine dai videogiochi e che offre l’opportunità di progettare attività—non strettamente ludiche—coinvolgenti ed efficaci che possono portare al soddisfacimento dei bisogni alla base dello sviluppo della motivazione intrinseca, che, secondo la Teoria dell’Autodeterminazione, sono il bisogno di relazione, il bisogno di competenza e il bisogno di autonomia. I risultati della ricerca educativa sulla gamification Restringendo l’analisi alla ricerca educativa, in una recentissima review (Xi & Hamari, 2019), alcuni ricercatori hanno dimostrato come il 35,7% degli studi sperimentali sulla gamification ha portato a risultati completamente positivi; il 32,1% a risultati contrastanti, ma per lo più positivi; il 25,0% ha avuto risultati nulli o ugualmente positivi e negativi; e, infine, solo il 7,2% degli studi ha mostrato risultati negativi o per lo più negativi. Ciò suggerisce una chiara maggioranza di risultati positivi nella ricerca educativa con la gamification. La Ricerca&Sviluppo Erickson, in collaborazione con l’Università degli Studi di Trento, ha iniziato un progetto di ricerca proprio per validare scientificamente l’utilizzo della gamification e il potenziale che le nuove tecnologie dell’informazione possono offrire in termini di miglioramento della motivazione e di potenziamento delle competenze, sia trasversali che disciplinari, soprattutto se utilizzate come strumento integrativo per le attività extra-scolastiche.
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Search-ME - Erickson 6 Didattica
Come ripartire alla grande da dove ci eravamo lasciati
L’inizio del nuovo anno scolastico è il momento migliore per porre al centro dell’attenzione di alunni e insegnanti il benessere relazionale e lo sviluppo delle abilità sociali. I nostri alunni tornano a scuola carichi di emozioni e aspettative, con un bagaglio di esperienze, avventure, amicizie, conoscenze che la lunga pausa estiva ha lasciato loro. Ognuno ha vissuto la sua estate: c’è chi si è frequentato, chi non si è più visto, chi ha provato nostalgia per qualche compagno, chi proprio non aveva voglia di riprendere con la solita routine. Alle volte il gruppo cambia: qualcuno si trasferisce lontano e qualcuno di nuovo arriva nel quartiere.  COSA FARE NELLE PRIME SETTIMANE DI SCUOLA In questo periodo è importante dedicare tempo a riconsolidare le relazioni e il clima di classe, per lavorare poi con serenità nella costruzione delle diverse competenze richieste dal curricolo. Il tempo dell’accoglienza e della cura alla relazione è un tempo funzionale all’apprendimento; se risulta più facile programmare attività volte a questo obiettivo nelle prime settimane, è nella costanza degli interventi che il gruppo sviluppa la capacità di lavorare in sinergia e in modo funzionale, come una grande macchina complessa fatta di ingranaggi diversi ma proprio per questo importanti gli uni per gli altri. I bambini e le bambine passano gran parte del loro tempo nella scuola, l’interazione e convivenza con più compagni caratterizza le intense giornate di attività dentro e fuori dall’aula.  L’incremento della complessità nella gestione delle classi è esperienza quotidiana e innegabile di ogni insegnante che, con più o meno consapevolezza, si trova a «tessere i fili» in una trama a diversi e intrecciati ancoraggi - alunni, famiglia, comunità, colleghi, istituzione scolastica, contenuti di apprendimento, motivazione, bisogni educativi speciali - con grande delicatezza per mantenere un equilibrio che è spesso instabile.  BENESSERE (E MALESSERE) A SCUOLA Le recenti ricerche, condotte in Italia da una Commissione ministeriale che si occupa del benessere (e malessere) a scuola, confermano l’alert lanciato dall’OMS rispetto a una sempre più precoce condizione di vulnerabilità dell’umore e della sfera emozionale nei bambini e che prosegue nei gradi successivi con una demotivazione scolastica importante.  È esperienza quotidiana dell’insegnante essere sollecitato nel suo ruolo educativo a rispondere con efficacia a diversificate difficoltà: gestione dei conflitti, mediazione di comunicazioni difficili, sostegno ai bambini e bambine che non sanno rispondere adeguatamente in situazione di frustrazione, risposte a comportamenti oppositivi, problematicità che emergono per le più svariate motivazioni.  Si riscontrano sempre più bisogni differenziati nei bambini e nelle bambine, non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche da quello emotivo-affettivo e dell’autocontrollo. La scuola ha dunque il compito di trovare strumenti efficaci e consapevoli capaci di dare risultati per lo sviluppo delle competenze formative, per il benessere e per la vita dei suoi alunni.  L’IMPORTANZA DELLE LIFE SKILLS Riuscire a far lavorare costruttivamente i bambini e le bambine insieme è un traguardo, non un punto di partenza, come spesso si pensa; in molti casi, per l’impostazione attuale della società e della famiglia, la scuola diventa il primo luogo dove i bambini e le bambine interagiscono in uno spazio sociale regolamentato e quindi bisogna aiutarli anche a raggiungere le competenze sociali.  Per usare le parole di Kurt Lewin, «il gruppo è qualcosa di più, o meglio dire, qualcosa di diverso, della somma delle singole parti». Strumento prezioso per questo obiettivo sono le life skills, competenze sociali e relazionali che permettono agli alunni di affrontare in modo efficiente le esigenze di vita quotidiana e che sono state riconosciute nel 1993 dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel documento Life skills education in schools, come tecniche privilegiate per la promozione dell’educazione alla salute a partire dall’ambito scolastico. Inoltre, queste competenze aderiscono in pieno a due importanti punti chiave della didattica inclusiva: attivazione della risorsa compagni ed emozioni-variabili psicologiche nell’apprendimento.  
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Search-ME - Erickson 7 Pedagogia
Mi chiamo Chiara, faccio l'insegnante di sostegno e ho capito che il mio lavoro è quello giusto.
Mi chiamo Chiara, faccio l'insegnante di sostegno e mentre scrivo queste parole, mi riempio di orgoglio e penso che sia giusto così. Durante questi giorni chiusa in casa, ho riflettuto tanto sul mio lavoro e ho capito che lo amo,che ne ho bisogno, che mi manca. Penso a quanto è intenso respirare l'adolescenza, che è energia vitale, incomprensibile e incompresa. E poi penso alle mie responsabilità. Ogni giorno mi ritrovo a maneggiare materia viva, magma incandescente di vulcani che non sanno da dove cominciare a pensare. Sono folli, passionali, veri e la cosa più bella è che mi sento un po' folle anch'io, esattamente quanto loro. Penso a tutte le volte che sono tornata a casa stanca la sera, la testa piena di pensieri, il cuore leggero. Penso che questo mio cuore, che fino a poco tempo fa era attaccato a quel banco, su quella sediolina che spostavo scomodamente, di continuo, adesso sta dietro ad una webcam, come se fosse in gabbia. Col cuore io ci lavoro, e quanto è difficile far capire a tutti che non si tratta di retorica! Il cuore mi serve esattamente quanto lavagna e gesso ed è importante mettercelo sempre, nel bene e nel male. Durante questi giorni chiusa in casa, ho capito che il mio lavoro è quello giusto. Mi manca entrare in classe e fare una battuta stupida, mi manca fare un po' l'acida, rendermi conto che tanto il gioco non regge e poi scoppiare a ridere insieme a tutti i ragazzi.  Mi manca chiedere loro "Come stai?", intromettermi nei piccoli problemi di cuore, mi mancano i sorrisi delle ragazze, i loro commenti: "Che belle unghie, professoré", "Ma quella gonna non si abbina col maglione, professoré". E poi mi manca lui, il mio alunno, che è diventato parte di me. "Lasciami stare oggi!" e poi... "Professoré hai rotto!" Non riuscire ad aiutarlo veramente è straziante. Durante questi giorni chiusa in casa ho capito che mi sento inutile. Preparo lezioni di continuo, adatto, semplifico, facilito. Ma sentire i ragazzi in chat o vederli in videochiamata non è sufficiente. Mettermi a disposizione non è sufficiente. Fare schemi, mappe e sintesi e disegni non basta.  Non riesco a vedere lo sguardo del mio alunno mentre li guarda, non riesco a sapere se li guarda e fare stalking su WhatsApp non si può... "Come stai?", "Vieni nella videochiamata di Francese, non ti vedo!", "Cosa hai fatto ieri sera?". Spunta blu. Visualizzato senza risposta. L'utente ha chiuso la videochiamata. All'università il mio professore di Inglese diceva: you can`t put people in a box, non si possono mettere le persone nelle scatole. Non si può pretendere di definirle in categorie e figuriamoci se si può mettere una classe intera in una scatola, o un bambino con disabilità, che ha tutto un mondo dentro, altro che scatola di cartone!  La classe, luogo sacro fatto di relazione, ora è fatto di pigiami e occhi stropicciati, insofferenza, noia e noi ce ne accorgiamo, ma stiamo col cuore in gabbia e non possiamo farci nulla. La classe è inclusione, socializzazione, relazione. E la mia classe, quella di cui io, insegnante di sostegno, mi sento parte, è la classe della relazione d'aiuto, del contatto. Del contatto delle mani, del contatto degli occhi, del contatto dei cuori. Il punto è che chi più ha bisogno del tuo aiuto, non lo chiede. Mai. Non sa farlo, oppure pensa che non sia necessario. Però tu lo capisci, devi capirlo. Il più delle volte, chi ha bisogno di aiuto alza lo sguardo al cielo e si perde in nuvole di pensieri. E tu devi tenere la guardia alta perché, se ci stai attento, il fumo che esce dalle orecchie si vede e le nuvole di pensieri pure. Quelle nuvole dicono che a scuola non ci vorrebbero stare, perché preferirebbero sdraiarsi sul divano e chattare su WhatsApp o guardare cose stupide su TikTok, ma della scuola hanno bisogno e, loro malgrado, l`amano. E noi non possiamo starcene col cuore in gabbia, a rigurgitare su di loro quello che abbiamo imparato all'università. Ho il giusto orgoglio per affermare che voglio fare l`insegnante di sostegno, non voglio fare il foglietto illustrativo, né il libretto d'istruzioni. Voglio essere guida, faro, figura utile e non indispensabile.  Voglio tornare in classe, in fondo all'aula, stare nell'ombra a veder muoversi tutta quella luce, perché dall'ombra è più facile vedere chi ha bisogno di te, per poi, al momento giusto, saper scomparire. Ed è questa la chiave del mio lavoro. Durante questi giorni chiusa in casa ho capito tanto del mio lavoro. Ho capito che lo amo perché non carica il mio ego, ma mi aiuta ad esserci per poi scomparire e non aspetto altro, più che mai.  Chiara Anna Montesardo ha 29 anni ed un’insegnante di sostegno e si specializzerà tra qualche giorno. Vive a Manduria, e quest’anno è in servizio presso una scuola secondaria di primo grado. 
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Search-ME - Erickson 8 Pedagogia
Mi piacerebbe che la “scoperta” della didattica virtuale come risposta all’emergenza diventasse anche una ri-scoperta, al ritorno in classe, di un attivismo didattico e pedagogico
Siamo alla terza settimana, in qualche regione la quarta, di scuole chiuse. Il coronavirus imperversa. Ai nostri ragazzi tocca non solo stare a casa da scuola ma anche stare a casa e basta. Questo isolamento e assenza dalle strade quotidiane costa molto a noi, ma ancora di più a loro. E più si va avanti nel tempo più costerà. Ma anche insegnerà nuovi e antichi valori dell’esistenza, come il dolore, la speranza, la resilienza assieme alla rabbia, alla noia, all'anomia. In questo periodo sono tornato a modo mio a lavorare: decine di messaggi Facebook, molte telefonate, ho letto l’iradiddio di idee, visto materiali i più vari inviati da insegnanti.  Detesto questa maledetta pensione che mi vorrebbe “in quiescenza”. Quindi fin che posso parlo e scrivo, appassionato dallo straordinario (inatteso e unico nella storia) evento collettivo di apprendimento sul campo che la grandissima parte degli insegnanti sta facendo per rispondere all’emergenza, inventandosi cose di tutti i colori per salvare una relazione con i loro bambini e ragazzi.  Uno slancio pedagogico vero, che rende questa fase opposta rispetto alla tradizione: impariamo facendo non ascoltando, lavoriamo più che a scuola, non riusciamo a levarci via l’assenza. Di loro. Per questo ho chiamato questa fase non quella “ufficiale” di didattica a distanza, ma della didattica della vicinanza. Lo scopo dell’uso di queste strepitose (ma anche pericolose) macchine virtuali è apparso a moltissimi centrato sul ricreare la vicinanza ai ragazzi più che scimmiottare la scuola normale (e peggio tradizionale) ma fatta con il computer. Insomma didattica della vicinanza non (tanto o solo) per evitare che i ragazzi perdano l’anno scolastico ma per evitare che si perdano davanti all’assenza di un mondo di relazioni, scambi, conoscenze condivise date dall’emergenza Covid-19. Perché si impara insieme, insieme si cresce, chiusi in casa si sfiorisce. Ma l’emergenza e la virtualità ci obbligano a ripensare criticamente alle nostre tradizionali didattiche, altrimenti possono diventare solo noiose e trite lezioni. Forse questa fase avrà l’effetto che dopo, tornati a scuola, si sia migliori. Miracolo dei momenti di crisi. D’altra parte le più grandi innovazioni didattiche e pedagogiche sono figlie di crisi: Jean Itard e il suo fanciullo selvaggio, Maria Montessori e i suoi bambini disabili, Decroly e i figli dei minatori belgi, Celestin Freinet e i bambini campagnoli della Provenza, Don Milani con il suo I care. Abbiamo una storia, non veniamo dal nulla. Mi piacerebbe quindi che la “scoperta” della didattica virtuale come risposta all’emergenza diventasse anche una ri-scoperta (al ritorno in classe) di un attivismo didattico e pedagogico che in questi anni è andato perduto per modelli quantitativi di apprendimenti direttivi, precocismi, schede su schede e lezioni frontali a tutto spiano. Dal fast allo slow In queste settimane, presi dall’ansia amorevole di coprire l’assenza, moltissimi insegnanti hanno forse esagerato. Col cuore, si intende, non per cinismo. Con quello che gli insegnanti erano prima, adattato alle macchine. Da qui forse troppe lezioni virtuali ancora frontali, e troppi compiti mai questa volta “per casa”. Ha accompagnato questo rischio di una scuola fast l’irrompere magico dell’uso di queste macchine grasse e veloci di contenuti, facilmente copiabili e accessibili, una sterminata mole di documentari, giochetti, foto, testi, immagini e così via tali da far correre il rischio di una bulimia didattica. Presi dalla tristezza di sentirli a casa smarriti, forse troppi insegnanti hanno annegato i loro ragazzi nel troppo. E si sono fatti sedurre dalla quantità mostruosa che Internet ci offre. Con il rischio non di navigare ma di annegare nelle onde del tanto. Tipico e umanissimo atteggiamento in stile Candy Candy: dargli tanto e di più. Sta capitando anche nelle scuole francesi (me lo dicono colleghi dell’esagono), e il rischio è quello di ragazzi affannati per ore davanti allo schermo, genitori imbarazzati a fare con loro troppi compiti. Mi permetto quindi, con l’umiltà del vecchio maestro, di suggerire alcuni pensieri anche igienici e per me necessari man mano che l’emergenza continua e la solitudine a casa persiste: Create eventi didattici fatti in modo che i ragazzi vi facciano domande, non invece in cui si chiedono risposte. Cioè una didattica interattiva della ricerca comune non del travaso di saperi. Il momento è questo: una comunità in cammino non un gregge controllato dal cane pastore. Fateli parlare tra di loro. Scambiarsi stati d’animo, ma anche ironia, tristezza, gioia di vedersi, scambio di cosa si è imparato da questo evento. Non è difficile, lo facciamo anche noi con i nostri amici e parenti quando li chiamiamo per sapere come stanno. Rompete lo schema tayloristico di una materia dopo l’altra, mettetevi d’accordo tra di voi per non sovrapporvi l’uno con l’altro a riempire i ragazzi di troppi compiti. È ora di azioni più multidisciplinari possibili, quanto meno di una relazione pensata tra diverse discipline. Tenete fuori il più possibile i genitori. Non per cattiveria e neppure perché anche loro sono affaticati, ma perché babbo e mamma sono utili magari ad aprire le macchine, ma le attività nelle classi virtuali possibili sono buone se i ragazzi si sentono liberi e capaci di autonomia, altrimenti creiamo nuove inutili dipendenze. Valutate sempre, ma non come rito stanco della scuola dei voti (quante chiacchiere su questo tema). I ragazzi hanno bisogno di sapere come va, di fare domande su se stessi, come sul mondo. La didattica della vicinanza aiuta a creare belle strategie di autovalutazione. Non preoccupatevi della pagelle, alimentate tra di voi e loro la valutazione formativa, che valuta sia loro che voi, perché tutti in questa nuova esperienza didattica stiamo imparando, e anche i ragazzi ci insegnano. Avrete tempo dopo di fare una sintesi numerica complessiva, ma adesso conta il rinforzo non il giudizio, la scoperta dell’errore come leva per migliorare non il suo stigma numerico, la differenza di performances come valore non come scala. Cercate insomma di fare una scuola slow, non solo più lenta ma anche più profonda, gustosa, che non riempia per forza di immagini, video, scritti, ma solo quelli giustamente necessari. Il resto se lo cerchino loro, da soli. Attenzione a chi non ce la fa Vedo ancora molte difficoltà nei confronti dei ragazzi con disabilità e di quelli che non hanno a casa supporti informatici sufficienti. Sarebbe paradossale e vergognoso che l’emergenza facesse male a chi ha più bisogno. Dunque Per i nostri ragazzini con disabilità: non è questione solo degli insegnanti di sostegno, non lasciateli nell’isolamento, create eventi dove siano tutti presenti e coinvolti, qualche roba di individuale può anche andar bene, ma questo è il momento della cooperazione tra ragazzi dove tutti aiutano tutti. Guai alla formazione di aule virtuali h. Ne fanno già troppe e scuola. Per i ragazzini in difficoltà economiche e senza strumenti: cercate tutti i modi di procurarveli, anche con le collette, nessuna scuola è giustificata a rassegnarsi. Chiamate il sindaco, il parroco, il volontariato, i ricchi pieni di rimorsi per le evasioni fiscali del passato (se ce ne sono). O ci salviamo insieme o siamo tutti perduti. Ho scritto queste cose all’alba di un lunedì un po’ livido. Sto imparando anch’io perchè per quanto abbia studiato questo nuovo è nuovissimo anche per me. Quindi è normale che io possa aver detto anche qualche sciocchezza, che in qualche punto io sia troppo lirico e poco prosaico, che altri abbiano idee diverse ma comunque interessanti da confrontare. È il momento di non perderci tutti e di restare soli davanti al nostro video, di scambiarci fraternamente saggezze e sciocchezze. Perché la Pedagogia è così: l’arte delle prove ed errori in un orizzonte di comune umanità: non salvare l’anno scolastico ma l’educazione democratica come necessario patrimonio per il futuro in questo martoriato paese.
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Search-ME - Erickson 9 BES DSA e ADHD
Carlo Scataglini, esperto di facilitazione didattica, ci spiega come si può lavorare a distanza curando anche gli aspetti emotivo-affettivi della relazione con i propri alunni
Carlo Scataglini è un insegnante specializzato sul sostegno, che lavora nella scuola secondaria di primo grado. Molti lo conoscono come autore di libri sulla facilitazione e semplificazione dei materiali didattici o per il suo impegno come formatore sulle metodologie inclusive di recupero e sostegno. Come esperto in materia, gli abbiamo chiesto qualche suggerimento per gli insegnanti su come attuare la facilitazione didattica in questa fase in cui si fa scuola “a distanza”.  Ecco che cosa ci ha risposto. «Per quanto riguarda noi insegnanti, secondo me, la prima cosa da fare in questa fase è chiedersi “Cosa manca di più?”. Sì, perché la didattica, se ragioniamo in termini di informazioni-contenuti, è facilmente trasmissibile: basta trovare il modo migliore, la piattaforma digitale più efficace per inviare una scheda, una lezione video o un qualsiasi materiale multimediale.  La componente relazionale è più difficile da far passare o, più precisamente, è molto condizionata da quanto fatto prima, quando le scuole erano ancora aperte. I rapporti e le relazioni adulti-bambini, insegnanti-alunni vanno curate quotidianamente e non solo in momenti particolari, altrimenti in situazioni emergenziali come questa risultano poco credibili e funzionali.  In ogni “trasmissione” a distanza che noi facciamo e faremo in questo periodo va quindi combinata una duplice valenza: didattica e affettivo-relazionale. Sapere cosa manca, cosa serve, significa utilizzare quella determinata parola, quell’immagine, quella musica, quel mezzo comunicativo che avvicinano i nostri alunni, che li fanno sentire più in gruppo, più vicini l’uno all’altro, più presenti. Nello specifico della facilitazione didattica, direi che questa azione, soprattutto ora, va allargata e diffusa a tutti gli studenti e non solo ad appannaggio di chi ha difficoltà o disabilità. I materiali inviati in maniera asettica, da “leggere e studiare” autonomamente, possono risultare meno coinvolgenti, più ostici.  Va tenuta poi sempre in considerazione la spinta inclusiva della classe che deve mantenersi viva proprio nelle attività da condividere. Fondamentale è il raccordo tra i vari docenti, in modo da sapere su quali materiali intervenire per realizzare facilitazioni e semplificazioni degli stessi. Come criteri generali di adattamento dei materiali didattici in questa fase di didattica a distanza, mi permetto di dare due suggerimenti: Stimolare in ogni modo negli alunni la personale rielaborazione attiva dei materiali trasmessi. Evitare quindi una trasmissione del tipo “Studiare l’argomento sul testo, da pag. a pag. e poi svolgere gli esercizi di pag.”, ma privilegiare un approccio maggiormente costruttivo. In particolare, credo sia giusto invitare gli studenti a ricercare informazioni, partendo da ciò che già conoscono o che possono reperire in rete o su altri testi, rispetto all’argomento, dando poi loro la possibilità di mettere tali risorse a disposizione degli altri compagni della classe. Facilitare i materiali di studio con l’uso degli organizzatori cognitivi anticipati che in una scheda di apertura sull’argomento, costruita dall’insegnante, ne evidenzino e sintetizzino gli aspetti essenziali. Per esempio, è molto utile fornire in una scheda di apertura di un argomento disciplinare i concetti chiave e una mappa anticipatoria di quel contenuto se si tratta di testo espositivo, oppure i personaggi e una mappa parziale degli avvenimenti se si tratta di un testo narrativo. Concludo ribadendo che gli aspetti informativi della nostra didattica a distanza (e non solo a distanza, aggiungerei) sono importanti, ma devono essere sempre accompagnati da una grande attenzione agli aspetti affettivi ed emotivi dei nostri alunni.  Adesso è bene guardare negli occhi i nostri ragazzi, anche se ora possiamo farlo solo attraverso una webcam, e riuscire a trasmettere loro la voglia di stare insieme comunque e la fiducia nel futuro».
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Search-ME - Erickson 10 Didattica
Una non-lezione su Alberto Manzi. Appunti personali sulla scuola in un momento di emergenza.
Ogni giorno google alert avvisa di un nuovo articolo in cui Alberto Manzi è citato. Con le scuole chiuse e la didattica da ripensare, non si può non parlare della sua esperienza e di quello che ancora oggi possiamo provare a domandarci. Chi sostiene che finalmente la scuola farà un passo obbligato verso il digitale e questo la trasformerà in modi non ancora chiariti e ben visibili. Chi chiede di fare attenzione al non risolto divario digitale che rischia di lasciare fuori alcuni bambini, solitamente quelli più fragili o comunque in condizioni più difficili, pensiamo, ad esempio, alle scuole di montagna e alla poca connettività in generale. Le questioni sono tante e “in media res” è importante osservare e osservarsi.  È troppo presto per formulare risposte, ma è un tempo giusto per precisare le domande. Questa situazione emergenziale, se penso all’esperienza umana e professionale di Manzi, mi interroga profondamente: Quale scuola facciamo tutti i giorni nelle nostre aule? Se le aule sono inagibili - ora è il coronavirus, in altri casi fu il terremoto, pur con profonde differenze che però terrei in mente - quale scuola possiamo fare? Cosa c’è intorno alla scuola e quale ruolo ha?  I bambini e le bambine, la loro quotidianità e crescita, le loro tante infanzie che risposte necessitano? Partiamo dalla prima domanda.  Solitamente, la didattica è ancora improntata sull’idea che un insegnante abbia cose da spiegare e un alunno cose da ascoltare e imparare. Certo, la didattica non la si contiene in una frase così banale e le esperienze sono di una ricchezza incredibile, ma osserviamo cosa accade a una maestra con il mal di gola: non fa più scuola come la fa solitamente. Se non può parlare, deve inventarsi altro. Alberto Manzi, splendido divulgatore scientifico, poteva permettersi il lusso di spiegazioni entusiasmanti. Avrebbe tenuto i suoi alunni con il fiato sospeso, trasformando le avventure di un prato nella più mirabolante delle cose immaginabili nel totale rigore scientifico. Eppure non spiegava nulla.  Il problema quindi di trasferire le spiegazioni dal frontale al digitale diventa mal posto se si prende Manzi come riferimento. Alberto Manzi riteneva che l’insegnante dovesse saper creare una “tensione cognitiva”: un desiderio tale di imparare, un impulso così forte da far sentire al bambino l’imparare come un’urgenza personale. Occorre allora che l’insegnante sappia aiutare i suoi alunni nel costruirsi le motivazioni all’apprendere, che non sono date e scontate, ma sono continuamente create, nutrite e mantenute (Pier Cesare Rivoltella). Occorre la passione dell’insegnante: un bambino segue la sua maestra anche in capo al mondo se lei è convinta di quel viaggio.  Perché invece dovrebbe mettere impegno in qualcosa che annoia noi adulti per primi? La tensione cognitiva è anche nutrita dall’autonomia del bambino e dalla sua personale responsabilità: un bambino che può fare, disfare, smontare, cambiare, proporre, organizzare, intervenire, modificare… è un bambino chiamato in causa nella sua interezza. Spesso tutti questi verbi hanno bisogno di un corpo attivo, non uno seduto sulla sedia lottando contro ogni naturale desiderio e bisogno di alzarsi e muoversi. Allora possiamo chiederci: come facciamo a nutrire la curiosità dei bambini ma anche a chiamarla in causa quando il nostro alunno è lontano da noi? Come possiamo favorire l’autonomia sapendo che le situazioni in famiglia sono tanto diverse? Come possiamo mantenere la motivazione anche a distanza? Alla base di tutto, occorre fare i conti con il bisogno dei bambini di relazionarsi con l’insegnante: la relazione richiede all’adulto di non far cadere nel vuoto le emozioni dei bambini, le loro situazioni contingenti, gli ostacoli e le opportunità. Ci sono maestre che hanno letto favole ai loro alunni e le hanno mandate via WhatsApp ai genitori. In questo caso, guardare su YouTube un’attrice leggere la stessa favola non avrebbe avuto lo stesso valore: è la tua maestra, lo ha fatto per te, è il suono della sua voce, è il rito di leggere insieme a voce alta. Se però la stessa maestra non resiste all’idea di spiegarti biologia online, ottimo cercare Telmo Pievani (e tanti altri) che ha un’oratoria splendida e accattivante anche per i bambini. Perché Manzi ci insegna che le tecnologie fanno il loro mestiere e tutto quello che c’è di buono in un contesto va usato: fu la tv con Non è mai troppo tardi, fu la radio in Argentina, furono le videocassette con i migranti. Lo strumento fa da strumento, ha una sua grammatica che non si improvvisa, ma ci permette di scrivere testi e mondi nuovi. Se chiedo ai bambini ore su YouTube o in piattaforma ho anche il problema del divario digitale: nessuna possibilità, in tanti casi, di accedere a internet per tempi lunghi o scaricando quantità di dati. Anche solo perché in famiglia due figli hanno scuola e mamma e papà devono lavorare, con quella sola e unica connessione. Forse. Oppure c’è l’hotspot del cellulare. Ecco che allora l’esperienza di Alberto Manzi ci insegna a fidarci dell’autonomia dei nostri bambini. Mi spiego meglio. Se riteniamo la scuola il luogo dove si costruiscono esperienze, quali esperienze possiamo ancora vivere quando la scuola è impraticabile?  Siamo chiusi in casa. Franco Lorenzoni suggerisce di studiare come si comporta la luce: sicuramente abbiamo una finestra e sicuramente possiamo fare un buco in un cartoncino. Se proprio non avessimo nemmeno lo scotch (e qui si vedono i maestri fuoriclasse), abbiamo acqua e farina. La casa diventa un formidabile luogo per apprendere: abbiamo sicuramente un uovo in frigorifero e nuvole da osservare (e questo ve lo prepariamo noi come Centro Alberto Manzi), abbiamo certamente materiale di scarto per inventare mostre e musei (lo ha proposto una maestra di Rimini - Simona Capelli), ha sbloccato materiali professionali l’artista Herve Tullete l’architetto Mao Fusina), abbiamo qualcosa da seminare per ammirare la vita che cresce, come hanno proposto alcune maestre umbre per realizzare un giardino a scuola (al rientro) e per addomesticare gentilmente il tempo.  Queste esperienze scolastiche ci dicono che la scuola può anche non avere un bisogno indispensabile della tecnologia: certo, serve per condividere domande, immagini, osservazioni, scoperte ma capiamo bene che qui il divario digitale si fa meno massacrante per i nostri alunni. Qui la scuola si fida dei bambini: misureranno un uovo, una nuvola o la luce, allestiranno un museo di carte stropicciate o di oggetti minuscoli…  Questa è una scuola che si avvicina meglio ad Alberto Manzi. Il terremoto ci ha distrutto le scuole ma ha lasciato che i bambini stessero insieme, come ci ricorda il sociologo Stefano Laffi. Sappiamo quanto la comunità sia scuola: i bambini imparano insieme, hanno bisogno di essere insieme. La Covid-2019 ci ha tolto anche questo. Ma i bambini hanno comunque una piccola e sgangherata comunità: la loro famiglia.  Penso che Alberto Manzi si sarebbe fatto tante domande su questo: quale sostegno umano per i genitori? Quali richieste fare loro perché non si sentano in difficoltà? Non è alzando l’asticella della fatica che si migliorano le cose. I genitori, all’improvviso, saranno in difficoltà sullo studio della grammatica o del corpo umano. Ma possono aiutare i bambini a farsi domande, possono ascoltarli, possono guardarli mentre si gestiscono la loro amata scuola, mentre si chiedono cosa starà facendo la maestra.  Possono cominciare a raccontarsi, perché racconto chiama racconto.  Poi c’è la comunità: siamo l’ottava potenza mondiale (forse non esattamente ora). Abbiamo professionisti in tutte le discipline e campi. Lasciamo che facciano il loro mestiere aiutando la scuola: gli attori leggano storie, gli scrittori le scrivano; i musicisti ci aiutino ad amare la musica (poi sentiremo il bisogno di impararla); i poeti ci diano un po’ di leggerezza. E allora, giù di link ai genitori per segnalare ogni cosa possibile, ogni piccola opportunità. Il filtro dell'insegnante è fondamentale. E bussiamo alla porta di tutte le tecnologie: la radio continua a trasmettere, la tv sta accesa in tutte le case. Chiediamo loro di fare il massimo. È il minimo. Ma il cuore di tutto restano i bambini e le bambine e il sogno di una scuola che non è luogo di trasferimento di file e spiegazioni, ma spazio per coltivare le loro tante infanzie e il gusto del mondo, per giocare con la realtà e provare a capirla e ammaestrarla anche quando è incomprensibile. E mai, come adesso, abbiamo avuto bisogno di maestri e maestre. E, per fortuna, li abbiamo.
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