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Metodo Montessori e anziani fragili Didattica
La didattica a stazioni dimostra come si possa applicare una metodologia didattica incentrata sul concetto di autonomia
La didattica a stazioni si posiziona all’interno di una cornice più ampia definita didattica aperta, dove per «didattica aperta» si intende una didattica incentrata sul concetto di «autonomia», in cui l’insegnante progetta delle situazioni e dei percorsi all’interno dei quali lo studente, attraverso delle scelte personali su tempi, luoghi, spazi e contenuti, diventa protagonista della propria azione didattica. Questa definizione potrebbe sembrare un po’ «fumosa», ma d’altra parte risulta davvero complesso incasellare un tipo di didattica che per sua accezione dovrebbe essere il più libera possibile. Anche in Germania e nei Paesi di lingua tedesca, dove vengono proposte attività di didattica aperta da circa 40 anni, le sfumature metodologiche e le scuole di pensiero sono talmente tante che non si è arrivati a dare una definizione univoca a questo tipo di didattica. Si tratta quindi di una pratica didattica ben radicata nel tempo, che ha visto l’evolversi di diverse correnti di pensiero e diversi approcci concreti.  Punto in comune tra tutte è che la centralità dell’azione spetta sempre al discente, che oltre a costruire i suoi saperi andrà ad affinare e sviluppare aspetti come l’autonomia e l’autoregolazione. In questo tipo di didattica l’insegnante coinvolge e mette a parte lo studente di quelli che sono gli obiettivi e le finalità dell’attività, al fine di trasmettere non solo i contenuti, ma anche i ragionamenti che stanno dietro alla progettazione stessa delle attività. Un altro aspetto importante è che con questa metodologia si possono utilizzare molte modalità differenti per l’apprendimento dei contenuti, facendo ad esempio utilizzare in vario modo tutti i cinque sensi, alternando attività manipolative a fasi di gioco ad attività di ascolto e parlato, di lettura, di scrittura, di calcolo e di disegno; in questo modo si andranno a stimolare sia l’emisfero destro del cervello sia quello sinistro. Come e perché utilizzare la didattica a stazioni La didattica a stazioni può essere proposta, con i dovuti adattamenti, in tutte le classi della scuola primaria. Non esiste un momento dell’anno più o meno idoneo all’utilizzo di questa metodologia, che può essere inserita nella programmazione didattica una o più volte all’anno senza una scadenza precisa oppure con sistematicità. Può essere attivata in classi più o meno numerose, l’importante è predisporre un numero di tavoli, e quindi di stazioni, sufficiente, con gruppi di 4–5 bambini al massimo. Questa metodologia può essere utilizzata sia per introdurre un argomento nuovo, sia per consolidare un argomento già studiato. Con questa modalità di lavoro l’aula perde la sua connotazione frontale e l’insegnante cambia il suo ruolo di «detentore delle conoscenze» in quello di supporto e guida (scaffolding). Proporre l’apprendimento a stazioni permette di spostare il focus dell’azione sullo studente, che diventa figura attiva in tutti i sensi. Questa metodologia permette inoltre di includere anche i bambini fragili nei gruppi di pari, che diventeranno loro sostegno e supporto (peer–to–peer). Lo studio in piccoli gruppi contribuisce a sviluppare competenze di autonomia e anche a coltivare competenze di collaborazione e dialogo. La diversificazione dei contenuti e degli approcci nelle diverse stazioni risponde a stili cognitivi differenti e permette di rispondere ai bisogni personali di ogni alunno. Non meno importanti sono le life skills che vengono allenate, come il problem solving, l’empatia, il pensiero critico e quello creativo, e le capacità di relazione e comunicazione.
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Metodo Montessori e anziani fragili Didattica
Cinque idee di attività da realizzare in classe per fare il bilancio dell’anno scolastico che sta per concludersi e ripartire bene a settembre
Anche quest’anno siamo arrivati alla fine della scuola. È stato un anno difficile, in cui il persistere della pandemia e lo scoppio della guerra in Ucraina hanno preoccupato e affaticato sia il corpo docente, sia alunni e alunne. Hanno appesantito il clima in classe, e reso l’insegnamento e l’apprendimento più complesso e faticoso del solito.  Alla fine di ogni anno scolastico, generalmente ci si ferma a festeggiare e riflettere sull'anno trascorso. Quest’anno è particolarmente importante farlo, proprio per dare a studenti e studentesse l'opportunità di elaborare ciò che hanno vissuto durante l’anno, prima di staccare per l'estate.  Al convegno “Supereroi fragili” di Erickson di un paio di settimane fa, si è parlato dell’aumento dei problemi di salute mentale nell’età adolescenziale. Sebbene la salute mentale di molti e molte adolescenti fosse già compromessa prima del 2020, le interruzioni in ambito scolastico, i limiti imposti alle relazioni interpersonali, e i traumi causati dalla pandemia hanno ulteriormente eroso il senso di benessere di molti giovani.  Una nota positiva è che sicuramente la scuola può svolgere un ruolo di sostegno vitale e che quando studenti e studentesse provano un senso di cura, sostegno e appartenenza alla comunità scolastica si sentono molto più fiduciosi. In questo articolo, proponiamo cinque attività che possono aiutare alunne e alunni della vostra classe a riflettere sull'anno scolastico trascorso, riconoscere i risultati raggiunti, rinsaldare il senso di appartenenza alla comunità scolastica e guardare al futuro. Ogni attività può essere utilizzata da sola, quindi scegliete l’attività o la combinazione che più si addice alla vostra classe. Riflettere Attività 1: Riflessione finale sul diarioIl teorico dell'educazione John Dewey ha scritto: "Non impariamo dall'esperienza... impariamo riflettendo sull'esperienza". Il diario è un metodo importante per studenti e studentesse per elaborare le loro esperienze e collegare ciò che hanno imparato alla loro vita. Può essere particolarmente utile per aiutarli ad elaborare pensieri, sentimenti e incertezze riguardo ai cambiamenti nella loro vita e nel mondo. Se durante l’anno hai invitato studenti e studentesse a tenere un diario, chiedi loro innanzitutto di leggere il proprio diario, segnandosi i passaggi che possono aiutarli a formulare una riflessione finale. Chiedi loro poi di scrivere una riflessione finale per elaborare gli eventi e l'apprendimento dell'anno passato. Se invece, durante l’anno non hai usato il diario come strumento di lavoro, puoi iniziare ora e per dargli un po’ di continuità, potresti trasformarlo in un compito per le vacanze. Per la riflessione finale sull’anno trascorso, puoi chiedere a studenti e studentesse di scegliere tra i seguenti suggerimenti o scriverne uno proprio: In questa classe sono stato messo alla prova da ... Una cosa che ho imparato su di me quest'anno è stata ... Una cosa che ho imparato sul mondo quest'anno è stata ... Una domanda che mi porto dietro è ... Prima pensavo ... ma ora penso ... Infine, chiedi loro di condividerne alcune delle loro riflessioni in classe. Attività 2: Portfolio digitalePer aiutare studentesse e studenti a riflettere su ciò che hanno realizzato quest'anno, chiedi loro di scegliere tre compiti che hanno svolto nella tua disciplina e che li hanno aiutati a imparare qualcosa su sé stessi o sul mondo. Ricorda loro che ciò che hanno imparato attraverso il compito è più importante del voto ricevuto. Puoi chiedere loro di fare una fotografia di ciascun compito.Chiedi poi a studenti e studentesse di scrivere una riflessione sul motivo per cui hanno scelto ciascun compito. I seguenti suggerimenti possono aiutare a guidare le riflessioni: Che cosa ho imparato su di me attraverso questo compito? In che modo questo compito ha cambiato il modo in cui vedo qualcosa nella mia vita o nel mondo? In che modo ciò che ho imparato attraverso questo compito può cambiare il mio modo di agire o di apprendere in futuro? Infine, chiedi a studentesse e studenti di assemblare i loro portfolio inserendo le foto dei compiti e le loro riflessioni in un unico documento, insieme a un frontespizio, che può includere illustrazioni o immagini che si riferiscono alla classe. Festeggiare Attività 3: Lavagna dei ricordi Crea una lavagna con ricordi, storie e riflessioni dell'anno. Puoi creare una lavagna fisica, attaccando un grande foglio di carta in classe e poi chiedi a studenti e studentesse di aggiungere note scritte o immagini. In alternativa, puoi creare una lavagna virtuale utilizzando una piattaforma come Padlet, Flipgrid o Google Docs. Alcuni spunti di riflessione da suggerire alla classe: In questa classe, ho apprezzato quando ... Questa disciplina mi ha aiutato a riflettere su ... Una cosa che ho imparato a fare bene quest'anno è stata ... Mi è piaciuto imparare ... Questo gruppo mi ha aiutato a superare... Grazie per ... Incoraggia studenti e studentesse a scattare una foto della lavagna, per conservarla come ricordo della comunità che avete costruito insieme. Dedica un'ora di lezione a leggere gli articoli sulla lavagna e a commentare ciò che noti. Guardare avanti Attività 4: Speranze e paureÈ probabile che studentesse e studenti provino una serie di emozioni in vista delle vacanze estive. Il tempo da trascorrere lontano dalla scuola può sembrare entusiasmante. Ma, allo stesso tempo, alcuni di loro potrebbero sentire la mancanza di compagni e compagne e della routine scolastica.Chiedi a studenti e studentesse di fare due elenchi, uno con le cose che non vedono l'ora di fare quest'estate e uno con le cose che potrebbero trovare difficili e impegnative. Poi, chiedi loro di riflettere sulle seguenti domande: Che cosa ti entusiasma di più di questa estate? Cosa puoi fare per notare e festeggiare i momenti positivi? Quali strategie puoi usare per gestire le sfide che l'estate potrebbe portare? Quali sono le cose che puoi fare e che ti possono aiutare a sentirti tranquillo/a o in contatto con altre persone? Cosa potresti fare durante l'estate nella tua comunità? Come potresti renderti utile? Attività 5: E-mail a sé stessiA studenti e studentesse che torneranno a scuola l'anno prossimo, chiedi di scrivere una e-mail di incoraggiamento da leggere prima di iniziare l'anno successivo. Molte applicazioni di posta elettronica (come Gmail) consentono agli utenti di programmare l'invio di una e-mail in una data diversa. Se i tuoi studenti e le tue studentesse sono in grado di utilizzare questa funzione, chiedi loro di programmare la data di invio della e-mail per il giorno prima dell'inizio del prossimo anno scolastico.Chiedi loro di usare le seguenti domande come traccia per scrivere le loro e-mail: Cosa non vedi l'ora accada quando riprenderà la scuola?  C'è qualcosa che speri sia diverso nel prossimo anno scolastico? Qual è una cosa che hai imparato su di te quest'anno e che vuoi ricordare? L’articolo (Activities to connect and celebrate at the end of the school year) è tratto dal sito facinghistory.org
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Metodo Montessori e anziani fragili Didattica
I vantaggi della didattica all’aperto per un’educazione di qualità e di benessere per alunne, alunni e insegnanti
Non è un mistero che l’ambiente in cui ci muoviamo ci condiziona nell’umore e nei comportamenti: un ambiente curato, luminoso, accogliente supporta il buon umore, ci spinge a un maggior rispetto degli spazi e degli oggetti, richiama l’attenzione verso la bellezza, facilita la socialità. Ambienti grigi, claustrofobici o dispersivi, poco curati, ci intristiscono, persino ci innervosiscono, trasmettono un senso di sconforto cui è difficile opporre resistenza, non farsene permeare. Se dunque l’ambiente ha questo impatto perché non impegnarci di più a renderlo accogliente, bello, luminoso? E perché non sfruttare al meglio quanto già è disponibile: gli spazi esterni, la natura, la luce solare? Banchi come isole tristi Banchetti tutti separati, distanti, da cui è possibile solo scrutare la schiena dei propri compagni, se non si è ancora più isolati come capita a chi è relegato in prima fila, o l’insegnante di turno appaiono oggi un retaggio di tempi che furono -e non nel senso del vintage, che un suo fascino comunque lo manifesta: richiamano piuttosto alla mente l’immagine di piccole isole tristi di bambini e bambine silenziosi inchiodati alle proprie seggioline e curvi sui banchi con la penna in mano e un quadernino aperto…immagine di per sé decisamente ormai desueta in quanto pochi dei più piccoli si piegano oggigiorno a questo trattamento. E quindi urla, disobbedienza, agitazione, distrazioni continue, malumori, e segnalazioni in aumento di casi di sindromi di iperattività per chi si alza, si sgranchisce, ha meno predisposizione a reprimere il bisogno di muoversi, socializzare, esplorare… Ma perché non usare questa “voglia” - bisogno naturale di muoversi, socializzare, esplorare per la crescita e l’apprendimento, invece che cercare di controllarla, sanzionarla, reprimerla (per altro, con sempre più scarsi risultati)? Se vogliamo volgerla a vantaggio di una educazione di qualità e di benessere degli/lle studenti e degli insegnanti, perché non sfruttare quanto già ci è messo a disposizione come ad esempio gli spazi esterni? (Senza togliere l’enfasi alla necessità di curare gli ambienti scolastici per mantenerli o renderli sempre più belli, accoglienti, confortevoli). Che sia un contesto urbano o di campagna, di pianura, mare o montagna, sempre la vita esterna alla scuola avrà da offrire materiali per l’osservazione, la discussione, la formulazione di ipotesi, il racconto di storie, l’ascolto attivo con tutti i sensi. Didattica all’aria aperta Parliamo dunque di didattica all’aria aperta, fuori dall’aria un po’ viziata che giocoforza si respira nelle aule chiuse, per quanto possiamo spalancarne le finestre. Una didattica in un ambiente naturale, che sia sociale come una piazza cittadina o un giardino o (più) naturale come un sentiero di campagna, una riva di fiume, una spiaggia… Ma a questo punto mi sorge spontanea una domanda: perché ancora oggi la scuola all’aria aperta a molti fa subito pensare al gioco e il gioco a disimpegno, a perdita di tempo? Quali pregiudizi sono radicati in noi come insegnanti e genitori, che ci fanno riconnettere serietà e apprendimento al chiuso di una stanza, al lavoro individuale, allo sforzo della volontà pensato come antiteticamente inconciliabile al piacere di studiare e alla curiosità spontanea per il sapere? Si rende necessario un costante lavoro di autoriflessione sul nostro agire educativo come adulti e come professionisti della scuola se il nostro scopo è quello di coltivare la curiosità naturale di bambini/e e ragazzi/e, riconnettere la scuola con la vita reale, decostruire la falsa antinomia tra fatica e piacere delle attività. Chi può negare che non sia faticoso, impegnativo, giocare una partita di qualche sport che ci piaccia? Eppure sarebbe difficile negare che è anche e primariamente divertimento. Fuori dalla classe, dentro le materie La didattica all’aria aperta ci fa si uscire dagli spazi ristretti scolastici, ma non per questo ci fa uscire dalle materie della scuola. Al contrario! Gli ambienti esterni ci offrono materiali reali, concreti per affrontare le scienze naturali, la storia, i problemi di matematica, questioni di geografia; per affinare i linguaggi espressivi, praticare i principi delle scienze motorie...Insomma, ci aiuta ad allenarci a leggere il libro del mondo coltivando i saperi disciplinari e interdisciplinari. Piccoli esploratori di grandi cose (e viceversa: grandi esploratori di piccole cose) All’aria aperta, si può ad esempio: - Coltivare la curiosità naturale di bambini/e e ragazzi/e e posare i primi mattoni del pensiero scientifico e filosofico… semplicemente osservando il mondo “là fuori” - Ri-conoscere e ri-conoscersi: risvegliare i sensi, connettersi con le emozioni, ri-scoprire il corpo, così spesso castigato in orari, regole, divise, spazi pre-definiti che lo disciplinano a restare sullo sfondo, quasi non ci appartenesse, un qualcosa da controllare e contrastare - Coltivare il benessere e il senso del bello - Coltivare il pensiero out of the box: liberare la fantasia, lasciar entrare la realtà nelle sue dimensioni esperienziali, esplorarla attraverso attività espressive e scientifiche - Realizzare tanti giochi per apprendere e sfruttare tanti apprendimenti per giocare. “Facciamo scuola all’aperto”: un libro per la scuola primaria Tante idee possono essere attinte da “Facciamo scuola all’aperto” di Antonio Di Pietro, un testo-manuale che offre preziosi spunti e indicazioni per una didattica ludica all’aperto per le scuole primarie.Dice Michela Schenetti nella prefazione: “Alla scuola oggi non possiamo che chiedere di offrire ai bambini ciò che la società sembra non essere più in grado di garantire: tempi lenti, spazi interni ed esterni in cui realizzare campi d’esperienza inusuali, ostacoli da affrontare per scoprire le proprie potenzialità. Alla scuola dobbiamo chiedere di garantire avventure educative che consentano agli insegnanti di assumersi la responsabilità di sfuggire ai principi di conformità. e omologazione per aprirsi alla dimensione della ricerca, del piacere e della bellezza. E nel farlo riscoprire il valore di ciò che sempre più difficilmente entra nelle nostre vite: il valore dei corpi in gioco.” E se chiediamo questo alla scuola, essa può rispondere, ad esempio sperimentando anche solo qualcuna delle belle, divertenti, istruttive attività che questo libro spiega, illustra, suggerisce, e seguendo l’invito che offre a cambiare collocazione e prospettiva: si può fare scuola all’aperto, si può fare scuola giocando, si può imparare divertendo ci si può divertire imparando. Dunque, perché non farlo? Tiziana Chiappelli, PhD, si occupa di ricerca nel campo dell'educazione e dei processi di inclusione con particolare attenzione alle minoranze, alle diversità culturali e linguistiche e alla sperimentazione di strategie di didattica attiva sia in Italia che a livello internazionale (in particolare Nord Africa e America Latina). È formatrice di docenti con focus su percorsi partecipativi e di cittadinanza, pari opportunità e genere. Ha coordinato e coordina progetti di ricerca e interventi socio-educativi in collaborazione con scuole ed enti pubblici e del privato sociale.
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Metodo Montessori e anziani fragili Didattica
Come costruire un leone di carta con la tecnica che abbina linguaggio matematico e disegno creativo
In occasione della festa del papà, proponiamo un laboratorio di costruzioni con la carta, divertente e allo stesso tempo impegnativo. Una sfida appassionante per le classi quarta e quinta della primaria, con un obiettivo ambizioso: la produzione di un manufatto artigianale costruito con le proprie mani e con le sembianze di un leone, da portare a casa come regalo per il papà. Il laboratorio si articola in cinque fasi: il disegno geometrico, la coloritura, il ritaglio, la piegatura e infine il montaggio. Qui di seguito forniamo istruzioni dettagliate per accompagnarvi in tutte queste fasi. Materiali necessari I materiali necessari per questo laboratorio sono: fogli A4 a quadretti piccoli, matita, righello, gomma, forbici, colla, pastelli giallo, arancio e nero. Armiamoci di pazienza e di concentrazione, perché il manufatto che vogliamo costruire è composto da ben nove elementi: un cubo per il corpo, un cubo per la testa, e 7 parallelepipedi per la criniera. Buon divertimento con il Leone di Carta! Fase 1 e 2: disegno geometrico e coloritura Prendiamo dei fogli A4 a quadretti da mezzo centimetro, e disegniamo lo sviluppo piano dei solidi che compongono il leone di carta. Si tratta di 2 cubi con lato di 6 cm, e di 7 parallelepipedi a base quadrata. Tutti questi solidi sono composti da sei facce. Una volta disegnato lo sviluppo piano, aggiungiamo delle alette, che ci serviranno nella fase di montaggio. Ecco lo sviluppo piano del parallelepipedo, da replicare in 7 copie per la criniera, e da colorare di arancio. Ecco lo sviluppo del cubo che diventerà la testa del leone. Attenzione ad occhi e bocca, seguiamo le regole del quadretto! Infine, lo sviluppo del corpo del leone, con coda nella parte posteriore. Fase 3 e 4: ritaglio e piegatura Ora che abbiamo disegnato tutti e 9 i pezzi che compongono il manufatto, passiamo alla fase del ritaglio. Con molta cura tagliamo seguendo il perimetro esterno delle alette. Terminata la fase di ritaglio, pieghiamo tutte le alette verso l'interno, come mostrato nella fotografia. Si consiglia di piegare anche lungo i segmenti che dividono le facce tra loro, per agevolare la successiva fase di montaggio. Ripetiamo questa operazione per tutti e 9 i pezzi. Fase 5: montaggio Entriamo finalmente nell'ultima fase, quella decisiva! Prendiamo il solido che abbiamo ritagliato e piegato, e spalmiamo la colla lungo tutte le alette. Con molta cura, iniziamo a comporre il cubo facendo combaciare le alette adiacenti, un passo alla volta, fino a richiudere la faccia superiore. Ecco il primo cubo montato! Dopo aver montato tutti e 9 i pezzi armati di colla e di pazienza, è giunto il momento di assemblare il leone, incollando tra loro le varie parti. Finalmente ci siamo, il Leone di Carta è pronto! La dedizione e la fatica che sono state necessarie per realizzarlo sono ampiamente ripagate dalla soddisfazione di portare a casa un oggetto costruito con le proprie mani! Un saluto dal maestro Andrea e dalla maestra Marta!Alla prossima avventura con il Codice Quadretto... e buona festa del papà a tutti! .img-fluid{ margin-bottom: 30px !important; } @media only screen and (max-width: 767.9px) { .img-fluid { max-width: 200px !important; } } .article-header-container .article-header .author-profile-pic::after{ content="Nella foto, Andrea Rota e Marta Magli, autori di "Sviluppare la creatività con il Codice Quadretto"; }
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Metodo Montessori e anziani fragili Didattica
Sonia Coluccelli, insegnante di scuola primaria in una sezione Montessori, racconta l’inserimento di tre bambini ucraini in classe, tra domande ancora aperte, sorprese e difficoltà
Sonia Coluccelli insegna in una scuola primaria di Omegna, una cittadina di 15mila abitanti della provincia del Verbano Cusio Ossola, affacciata sul lago d’Orta. Qualcuno se la ricorderà come la cittadina che ha dato i natali a Gianni Rodari. Qui, dall’inizio del conflitto in Ucraina a oggi, sono arrivate 90 persone, di cui 60 bambini e 30 adulti.In queste settimane, nella sua classe, una prima della sezione Montessori, Sonia Coluccelli e le sue colleghe hanno accolto tre bambini ucraini in fuga dalla guerra. A lei abbiamo chiesto di raccontarci come sta andando l’inserimento dei bambini e questa esperienza di accoglienza. «La nostra è una classe molto piccola, di soli 11 alunni – spiega Sonia Coluccelli - È stata scelta per l’inserimento dei tre bambini ucraini per via del metodo didattico che seguiamo, il metodo Montessori. Per il tipo di didattica che facciamo, con tanti canali di apprendimento diversificati, non solo verbali, possiamo offrire un’accoglienza più attenta».Chi sono i nuovi arrivati e che tipo di sistemazione hanno trovato a Omegna?«Si tratta di due bambini e di una bambina di 6 anni. Sono arrivati accompagnati dalle loro mamme, mentre i papà sono rimasti a combattere in Ucraina. Un bambino e una bambina, con le rispettive mamme, si sono ricongiunti con le nonne che già abitavano qui, mentre un altro bambino con la sua mamma è ospitato da una famiglia ucraina che già da tempo risiede qui».Come si stanno relazionando in classe?«Al momento stanno facendo comunità tra di loro: si cercano, giocano, litigano. Il rapporto con gli altri compagni di classe rimane in secondo piano. Non parlando e non capendo l’italiano, l’ostacolo linguistico si sta facendo sentire.In classe hanno iniziato ad avvicinarsi alla nostra lingua, anche grazie ai materiali che abbiamo a disposizione. In questo momento stanno tornando molto utili, soprattutto quelli che abbinano immagini e parole.Per comunicare con loro stiamo utilizzando GoogleTranslate. Lo usiamo quando si tratta di comunicare cose un po’ articolate, del tipo cosa andremo a fare durante la mattinata. Se abbiamo bisogno di comunicare qualcosa di semplice, del tipo “Ora andiamo a mangiare in mensa”, utilizziamo i gesti. Google Translate ha i suoi vantaggi ma a volte le traduzioni sono palesemente sbagliate».Come vede questi bambini, dal punto di vista emotivo?«Li vedo un po’ disorientati. Sono arrivati nei primissimi giorni dopo lo scoppio della guerra, nel giro di tre/sette giorni. Al momento non mi è chiaro il tipo di messaggio che hanno ricevuto dalle loro famiglie rispetto alla loro permanenza qui e come sia stata spiegata loro la situazione. A questo proposito, per capire meglio, cercheremo occasioni di confronto con le mamme e le nonne che sono un grande aiuto perché parlano un discreto italiano. Un’altra cosa che ho notato in loro è il grande senso di insicurezza. Chiedono spesso di andare a casa dalla mamma, l’assenza della mamma mette loro ansia chissà se temono che i bombardamenti possano arrivare fino a qui. Credo non abbiano bene la percezione di quanto siamo lontani dall’Ucraina e dalla zona di guerra, il che è anche normale, alla loro età».Che obiettivi si è data la vostra scuola per questo progetto di accoglienza?«L’obiettivo è quello di dare un contesto di “normalità”. In questo momento stiamo dedicando molto tempo all’inserimento di questi bambini, guardiamo insieme le lettere, le sillabe e le parole italiane, con il coinvolgimento di tutta la classe. Non li sottoponiamo a richieste pressanti, per quanto riguarda le attività scolastiche o l’apprendimento dell’italiano. Una cosa curiosa che è successa qualche giorno fa è che la bambina nel pomeriggio non è venuta a scuola. Quando ho chiesto spiegazioni mi è stato detto che era rimasta a casa a fare i compiti che le avevano mandato le maestre da Kiev. Una vita tra due mondi, davvero.L’inserimento di questi bambini è stato fatto d’urgenza, in una situazione che richiedeva rapidità di risposta. Ora il colloquio con le famiglie sarà fondamentale, anche per capire da che contesto vengono questi bambini».Come stanno reagendo i compagni alla presenza di questi bambini?«La nostra è una classe piccola, in questi mesi al gruppo è stata chiesta pazienza e comprensione per la presenza di due compagni con disabilità. Anche in queste settimane con i nuovi compagni tutti si stanno dimostrando molto flessibili ed empatici, sono molto contenta della loro maturità, pur essendo così piccoli».Cosa auspica per lo sviluppo di progetti di inserimento come quello che state vivendo?«La nostra scuola si sta dando molto da fare, con l’attivazione di corsi di italiano sia in orario scolastico che extrascolastico. Altre realtà presenti nel territorio si occupano di fornire alle famiglie dei profughi generi di prima necessità oppure una merenda e spazi di socializzazione ai bambini nel pomeriggio. Per provare in questa fase a lavorare come comunità, sarebbe molto utile se potessimo creare dei tavoli di coordinamento tra istituzioni che raccolgano tutti i soggetti attivi nell’accoglienza. Sarebbe un modo per scambiarci le informazioni, mettere risorse in comune e offrire una qualità di accoglienza migliore».
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Elisabetta Nanni, docente di musica all’IC Trento3 e ideatrice dell’iniziativa, racconta com’è partito il progetto dei flashmob musicali e come si è diffuso nelle scuole italiane e oltre confine
«Prof, ma non ci ascolteranno mai, non ci ascolterà nessuno!». All’inizio, avevano reagito così, i ragazzi e le ragazze di terza della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo di Trento3 alla proposta della loro insegnante di musica di organizzare un flash mob di body percussion per dire “no” alla guerra. L’idea di Elisabetta Nanni era che tutti quanti, in gruppo, battessero mani e piedi a ritmo scandendo a voce lo slogan “Peace – no war!”. Alcuni ritmi i ragazzi li avevano già provati a casa, durante i giorni di chiusura della scuola per il Carnevale. Nel frattempo iniziavano ad arrivare le prime immagini della guerra in Ucraina, con la loro forza dolorosa. Al rientro in classe, l’idea dell’insegnante di trasformare l’esercizio in qualcosa di più ampio, che coinvolgesse tutta la scuola e magari, perché no?, potesse essere allargato anche ad altre scuole.Il confronto con la classe nelle parole dell’insegnante: «I ragazzi si sentivano impotenti, sopraffatti dall’idea della guerra, pensavano che non ci fosse nulla che potevano fare. Io li ho stimolati ad agire dicendo che questa era l’occasione per far sentire la loro voce, per dire “no” alla guerra. Poi hanno visto che caricavo su YouTube alcuni tutorial di basi ritmiche, in modo che potessero essere condivise anche da altri, e che ci mettevo la faccia. Hanno capito che ci credevo. A un certo punto si sono sbloccati» Il flash mob è stato lanciato attraverso i social il 4 marzo e ha raccolto fin da subito l’adesione di tantissime scuole di tutta Italia, di ogni ordine e grado. A oggi hanno partecipato oltre 140 scuole: ci sono primarie, secondarie di primo grado, da Terni ha aderito un liceo classico, dalla Spagna l’Istituto Italiano di Madrid. Elisabetta Nanni sta tenendo unamappa di tutti i partecipanti all’iniziativa, che aggiorna man mano, e raccogliendo tutte le foto, gli audio e i video che arrivano. Dove si svolgono i flash mob?  Nel caso dell’Istituto Comprensivo Trento3, essendo la scuola grande, con 20 classi, il luogo prescelto è stato quello del cortile. «Per strada, con 400 ragazzi diventava difficile da gestire – spiega Elisabetta Nanni – Altrove ci sono state esperienze di flash mob all’interno degli spazi cittadini, come è successo a Moncalieri. Anche a Strigno e sull’altopiano del Tesino, qui in Trentino, le classi sono uscite dagli edifici scolastici, spostandosi nel centro dei paesi».Con l’avvio dell’iniziativa e l’arrivo delle adesioni da parte di tante scuole, cambia anche l’atteggiamento dei ragazzi: «Hanno iniziato a sentirsi più coinvolti e a parlare di più della situazione, di guerra, di pace, di democrazia… – racconta ancora Elisabetta Nanni – Sono rimasti colpiti dal numero di adesioni arrivate». Il flash mob è stato denominato “Se vuoi la pace, educa alla pace”, riprendendo il titolo di un libro che veniva utilizzato al DAMS di Bologna, in cui venivano proposti percorsi anche musicali su come vivere la pace a partire dalla classe. In che modo un flash mob musicale favorisce l’educazione alla pace? «L’obiettivo principale dell’iniziativa era quello di stare insieme e di fare le cose insieme – spiega Elisabetta Nanni – un’abitudine che purtroppo con il Covid abbiamo perso in gran parte. Il messaggio di pace passa anche attraverso attività come questa perché, nel caso delle body percussion, si allenano le capacità di ascoltare l’altro e di seguire il suo ritmo. Inoltre si affinano le capacità di dialogo e confronto, come succede quando sono i ragazzi stessi a creare dei moduli ritmici e devono mettersi d’accordo su come iniziare e finire le percussioni».
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