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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Emozioni
Potenziare l’abilità di gestire le proprie emozioni può essere una risorsa all’interno degli spazi di apprendimento?
Una nuova sfida per l’Educazione L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo da mesi ha creato un cambiamento significativo nel nostro stile di vita per il quale stiamo tutti facendo ancora fatica ad adattarci. Le limitazioni degli spazi fisici, le precauzioni da adottare nel quotidiano, la possibilità di avvicinarsi per lavorare in sicurezza o per il piacere di stare insieme, hanno portato ad un ripensamento del contatto con l’altro e in generale del concetto di libertà al quale eravamo abituati. Riconfigurare le abitudini è in generale un lavoro impegnativo che richiede alla persona non solo uno sforzo pratico ma anche e soprattutto un’elaborazione interna delle proprie emozioni legate all’adattamento in un contesto diverso da quello precedente. Ci troviamo attualmente di fronte ad un cambiamento ancora in corso: non c’è nulla di veramente definito, chiaro, sicuro e l’incertezza sul futuro suscita frustrazione, paura, rabbia e anche molta confusione. È evidente che in un tale contesto può diventare più complicata la gestione delle nuove generazioni all’interno della scuola e della famiglia. Le due agenzie educative per eccellenza sono chiamate oggi a rappresentare una guida per bambini e ragazzi in un momento dove i punti di riferimento sono instabili anche per gli adulti. Inoltre, in un periodo storico dove la condivisione scuola-famiglia stava già attraversando una crisi, oggi più che mai abbiamo bisogno di impegnarci a risanare questa frattura. Gli esperti dell’educazione ritengono che l’insegnamento dell’Educazione Emotiva nelle scuole possa rappresentare oggi un valido supporto alle famiglie e agli insegnanti nel loro compito educativo: il programma didattico ed il “programma di vita”. In questo particolare momento di instabilità emotiva, creare uno spazio dove si insegni a riconoscere e gestire le proprie emozioni può inoltre favorire negli alunni l’apprendimento, il quale sappiamo essere influenzato fortemente dal clima emotivo. Nuovi aspetti da considerare Il ritorno alle lezioni in presenza ha portato a riconsiderare nuove regole di convivenza all’interno della classe in un contesto mutato, con conseguenti preoccupazioni riguardo l’adattamento degli alunni e degli insegnanti. Oltre alle limitazioni fisiche degli spazi, va considerato che gli alunni sono rientrati in aula con l’esperienza del lockdown che può averli influenzati in modo diverso e a seconda di come è stato vissuto anche nel nucleo familiare. Come sappiamo, moltissime famiglie sono state destabilizzate da una costellazione di preoccupazioni legate alla propria salute e quella delle persone vicine, da lutti e disagi economici. Le angosce sperimentate in casa, che in un primo momento poteva rappresentare un luogo sicuro e protetto, sono state inevitabilmente respirate da bambini e ragazzi che hanno affrontato varie difficoltà. Gli alunni entrano così in aula con esperienze emotive del tutto personali che necessitano di interventi mirati e mediati da adulti competenti per poter essere espresse e comprese. Non possiamo lasciarli soli nell’elaborazione dei propri vissuti, è necessario prevenire il rischio di amplificare la situazione in modo irrazionale o quello di fuggire dalle emozioni spiacevoli negando legittime paure e preoccupazioni. L’insegnante ha una grossa responsabilità educativa, rappresenta per gli alunni un adulto di riferimento e ha bisogno di strumenti di lavoro per capire come contenere eventuali reazioni di ansia, panico e soprattutto come creare un clima emotivo che non influenzi negativamente ma favorisca l’apprendimento. L’Educazione Emotiva nella Scuola: ieri ed oggi L’Educazione Emotiva è un approccio educativo orientato a sviluppare e potenziare l’Intelligenza emotiva nei bambini e nei ragazzi. Essere intelligenti emotivamente vuol dire saper gestire le emozioni spiacevoli che inevitabilmente ci troveremo ad affrontare nel corso della nostra vita. La capacità di riflettere sui propri stati d’animo, dare un significato all’esperienza emozionale che si sta vivendo e avere le abilità di attraversarla sostenendo le difficoltà sono tutti aspetti che rientrano nel set dell’intelligenza emotiva. È ormai comprovata l’importanza di educare alla gestione delle proprie emozioni come fattore di promozione del benessere psicologico della persona. Da diversi anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha delineato delle linee guida dove vengono proposti interventi educativi rivolti ai bambini e agli adolescenti, finalizzati a promuovere specifiche abilità in ambito scolastico fra cui l’empatia e la gestione delle emozioni. Tali abilità denominate life skills si riferiscono alle competenze che permettono di assumere comportamenti positivi, trattare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana. La ricerca ha dimostrato che includere nei programmi didattici attività che potenzino l’intelligenza emotiva negli alunni rappresenta un fattore di protezione contro le dipendenze patologiche e in generale contro il disagio psicologico (ansia, depressione, comportamenti disadattati). Alla luce delle considerazioni sopra descritte, è facile ipotizzare come l’educazione emotiva possa rappresentare una risorsa e un valido supporto alla scuola dove oggi, forse più di ieri, la nostra generazione si trova ad affrontare una sfida senza precedenti.
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Search-ME - Erickson 2 Didattica
I giornalisti del settimanale “The Economist” discutono su come la pandemia da Covid-19 sta trasformando e trasformerà la scuola
Durante un webinar andato in onda giovedì 13 Maggio i giornalisti Sacha Nauta (Public Policy Editor, The Economist), Tamara Gilkes Borr (US Policy Correspondent, The Economist) e Mark Johnson (Education Correspondant, The Economist) hanno discusso dell’impatto della pandemia sul mondo della scuola. Con le aule chiuse, le scuole sono ricorse all'insegnamento online e ciò è stato causa di un forte incremento del livello di disparità e disuguaglianza tra alunni, soprattutto per gli studenti a basso reddito. La scuola a distanza si è rivelata un povero sostituto dell'apprendimento in persona. Vari studi hanno dimostrato che gli alunni più poveri hanno prestazioni peggiori nei percorsi di scuola online rispetto a quelli in presenza. In particolare uno studio condotto da un gruppo di ricercatori delle università di Harvard e Brown ha scoperto che l'utilizzo di piattaforme di studio online è direttamente correlato ai redditi medi delle famiglie e così pure il raggiungimento di buoni voti nei test online. La chiusura delle scuole ha interrotto il percorso di apprendimento e crescita di quasi 1,5 miliardi di studenti dall'inizio dell'anno. I governi sono stati costretti a prendere decisioni difficili su come condurre esami importanti quali la maturità. Molti Paesi tra i quali Corea del Sud, Cina, Germania hanno continuato con il normale format di esami. Altri Paesi, come ad esempio l’Italia, l’Austria, l’Ungheria e gli Stati Uniti, hanno optato per apportare modifiche provvisorie all’impianto dell’esame; mentre il Regno Unito, la Francia e l’Irlanda hanno cancellato provvisoriamente gli esami di maturità. La pandemia ha riacceso il dibattito riguardo l’essenzialità ed importanza di questi esami e questa è un’opportunità di confronto e cambiamento importante che governi e mondo scuola non devono farsi sfuggire. La questione più spinosa è come aiutare gli studenti a recuperare l’apprendimento perso. La risposta più logica sembrerebbe aumentare il numero delle ore di lezione oppure rimodulare il curriculum scolastico diminuendo il volume e la quantità di contenuti. Tuttavia la proposta più efficace al recupero del learning loss che sta emergendo a livello internazionale è un sostanziale miglioramento qualitativo dell’offerta formativa: puntare a diminuire il numero di studenti per classe ed offrire tutoring individuale o per piccoli gruppi di livelli diversi. Così facendo si potrebbe dare un’opportunità a tutti gli studenti di ripartire e riprendere il passo nel corso del prossimo anno scolastico. Per il futuro della scuola e degli studenti più bisognosi è essenziale ripartire sì in sicurezza ma soprattutto in presenza. Questa pandemia ha messo in risalto il fondamentale ruolo sociale che la scuola detiene e come sia essenziale che gli studenti siano presenti in classe per poter apprendere ed imparare a vivere nella società. È anche vero che la chiusura delle scuole ha costretto i docenti a rivoluzionare il loro modo di lavorare ed a misurarsi con metodologie più flessibili quali la flipped classroom o la hybrid classroom. Si spera quindi che queste ed altre metodologie innovative vengano applicate anche una volta rientrati a scuola così che da mantenere un’offerta formativa più flessibile e rispondente ai bisogni degli alunni. Bibliografia https://www.economist.com/films/2021/05/14/getting-back-to-the-classroom https://www.economist.com/graphic-detail/2020/07/27/the-pandemic-is-widening-educational-inequality https://www.economist.com/international/2020/07/18/as-schools-reopen-how-can-pupils-make-up-for-lost-time https://opportunityinsights.org/wp-content/uploads/2020/05/tracker_paper.pdf https://www.economist.com/international/2020/11/25/the-pandemic-has-prompted-questions-about-high-stakes-exams
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Search-ME - Erickson 3 Didattica
Perché è sbagliato concentrare l’azione didattica di recupero su matematica e lettura e cosa si dovrebbe fare per sostenere gli apprendimenti dei ragazzi quando la pandemia sarà sotto controllo e le scuole torneranno a funzionare regolarmente
La “perdita di apprendimento” è una trappola Diverse organizzazioni hanno stimato la “perdita di apprendimento” degli studenti a causa della chiusura delle scuole e della didattica a distanza durante la pandemia. La società di consulenza globale McKinsey ha prodotto due rapporti a riguardo. Più recentemente in data 8 dicembre 2020, McKinsey ha riportato: "Gli studenti hanno iniziato la scuola con circa tre mesi di ritardo in matematica" in particolare " Il ritardo degli studenti di colore era quantificato tra i tre a cinque mesi mentre quello degli studenti bianchi tra uno a tre mesi " (Dorn et al. 2020). Il Centro di Ricerca (CREDO 2020), dell'Università di Stanford, che studia i risultati degli apprendimenti ha rilasciato un comunicato stampa affermando che "le stime medie di quanto gli studenti hanno perso nella primavera del 2020 variano da 57 a 183 giorni di apprendimento in lettura e da 136 a 232 giorni di apprendimento in matematica" (par. 2). Anche altre organizzazioni, come la società di valutazione NWEA (Kuhfeld e Tarasawa 2020) e l'Annenberg Institute della Brown University (Santibanez e Guarino 2020), hanno pubblicato rapporti sulle perdite di apprendimento. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha pubblicato una proiezione sul danno economico, nei prossimi 80 anni, conseguente alle perdite degli apprendimenti che ammonta a circa 14 trilioni di dollari (Hanushek e Woessmann 2020). Queste stime hanno attirato l'attenzione dei decisori politici e del mondo della scuola. I governi, i dirigenti scolastici e gli insegnanti sono tutti preoccupati per la perdita di apprendimento a causa della pandemia di Covid-19. Dopo tutto, le scuole sono state seriamente sconvolte, così come gli studenti e le loro famiglie. La pandemia ha impattato in modo significativo sul mondo della scuola e sembra quindi doveroso voler stimare le “perdite di apprendimento” per poi programmare ed intraprendere azioni compensative e di recupero. Possibili errori dei test di valutazione standardizzata È proprio qui che si trova la trappola. Non c'è niente di sbagliato nel voler stimare quanto gli studenti hanno “perso”. Tuttavia questi dati e proiezioni possono indurre ad azioni azzardate e preoccupanti che, nel migliore dei casi, darebbero come risultato uno spreco di risorse e, nel peggiore dei casi, potrebbero condurre il sistema educativo post-pandemia nella direzione sbagliata. Le preoccupazioni emerse dal mondo della politica e della scuola sono doverose, ma bisogna fare in modo che le stesse non inducano scelte e investimenti improduttivi. Qui di seguito riporto come queste preoccupazioni potrebbero portare a risultati indesiderabili. È possibile che i decisori politici decidano di lanciare valutazioni standardizzate per quantificare le perdite di apprendimento degli studenti. Il desiderio di conoscere l'entità complessiva di questa perdita e quali divari di rendimento sussistono tra diversi gruppi di studenti è del tutto comprensibile, ma i test standardizzati sono il modo peggiore per raccogliere tali dati per due motivi principali. In primo luogo, qualsiasi test standardizzato somministrato a tutti gli studenti avrebbe un focus tipicamente limitato alla matematica e lettura. In altre parole, non verrebbe misurato complessivamente tutto quello che gli studenti hanno imparato ma solo una piccola parte. Anche se queste valutazioni standardizzate sono accurate (e non sempre lo sono), mancherebbero altri aspetti altrettanto e forse più importanti dell'apprendimento degli studenti: come l’autostima, l'autodeterminazione, la creatività, il pensiero imprenditoriale ed altri aspetti non cognitivi. L’azione educativa genera molti risultati auspicabili (Zhao 2017, 2018b). Questi risultati possono essere a breve o lungo termine, cognitivi e non cognitivi, istruttivi ed educativi. I risultati cognitivi e didattici a breve termine, non si traducono necessariamente in risultati non cognitivi ed educativi a lungo termine. Per esempio, i punteggi dei test standardizzati spesso hanno una correlazione negativa con l’autostima ed il benessere degli studenti (Love- less 2006; OECD 2019; Zhao 2018b). Si è anche scoperto che i punteggi dei test standardizzati hanno una correlazione negativa con lo sviluppo e successo economico del soggetto e con l’autoimprenditorialità (Baker 2007; Tienken 2008; Zhao 2012). I punteggi dei test non sono affidabili nel prevedere il successo di un individuo, inoltre le capacità non cognitive giocano probabilmente un ruolo più importante delle abilità cognitive (Brunello e Schlotter 2010; Levin 2012). Alcune valutazioni standardizzate evidenziano risultati positivi che hanno una ricaduta solo a breve termine mentre i fallimenti possono essere in realtà più produttivi a lungo termine (Dean e Kuhn 2007; Kapur 2014, 2016). Siamo abituati a valutare gli apprendimenti della matematica e della lettura ignorando altre materie scolastiche ed altri risultati di apprendimento non cognitivi che hanno una realizzazione più a lungo termine. Se i governi condurranno valutazioni standardizzate sulla perdita di apprendimento in matematica e lettura, l'attenzione sarà rivolta esclusivamente alla matematica ed alla lettura, e gli sforzi saranno poi diretti a migliorare solo queste due materie. Questo sarebbe disastroso perché tutti gli altri importanti risultati di apprendimento verrebbero ignorati. In secondo luogo, i test standardizzati metterebbero inevitabilmente sotto pressione gli studenti, togliendo tempo all'apprendimento e costerebbero molto. Potrebbe non essere saggio mettere gli studenti, che hanno appena vissuto una terribile pandemia, in una situazione di inutile pressione. Gli studenti in questo momento hanno bisogno di un'esperienza educativa calda, amichevole e accogliente invece di un processo valutativo. È anche importante lavorare con gli studenti e sostenere il loro apprendimento, invece di sottrarre tempo a questo per somministrare test. Naturalmente, data la crisi economica, il denaro dovrebbe essere speso per l'apprendimento degli studenti invece che per valutarli e testare i loro apprendimenti. I governi che decideranno di indirizzare più soldi e sforzi per rafforzare gli apprendimenti in matematica e lettura e recuperare quanto perso costringendo le scuole a focalizzarsi in queste due aree commetteranno un grande errore per una serie di ragioni. 1) La perdita di apprendimenti non è solo nella lettura e nella matematica. Anche se i rapporti si concentrano tipicamente su queste due materie, gli studenti hanno riscontrato perdite in più aree. La pandemia non ha solo colpito i livelli di lettura e matematica ma anche ogni studente come persona. La perdita comprende aree che sono molto più importanti della lettura e della matematica: come il benessere emotivo sociale, gli atteggiamenti verso l'apprendimento, le interazioni con gli amici e lo sviluppo fisico e psicologico. 2) La perdita di apprendimento è diversa per ogni studente. Un focus esclusivo sulla lettura e la matematica potrebbe non essere necessario per studenti che non hanno “perso” in queste materie ed al contrario potrebbe privare questi stessi studenti di recuperare in altre materie e aree (Tienken e Zhao 2013). 3) L'idea che la perdita di apprendimento possa essere rimediata senza sacrificare altre aree non è realistica. È possibile che qualsiasi apprendimento perso durante la pandemia possa essere gradualmente recuperato nel lungo periodo, ma gli studenti non possono recuperare queste perdite nel breve termine. Quando le scuole riapriranno e si tornerà alla normalità sarà pericoloso focalizzare gli studenti sulla matematica e la lettura perché tale concentrazione andrebbe a scapito di altre materie e, di conseguenza, degli esiti educativi complessivi. Il tempo è una costante, e dedicare più tempo alla lettura e alla matematica toglierebbe certamente tempo ad altre materie scolastiche (Zhao 2018b). È anche possibile che uno stile di istruzione diretto esclusivamente al recupero possa danneggiare la curiosità e l'impegno attivo degli studenti nel loro percorso di apprendimento (Bonawitza et al. 2011; Buchsbauma et al. 2011). Ri-costruire in meglio Quando la pandemia sarà sotto controllo e le scuole riapriranno potremo intraprendere un’azione diversa invece di rimanere intrappolati esclusivamente nell’apprendimento di matematica e lettura. Gli studenti torneranno a scuola con esperienze della pandemia diverse. Invece di trattarli come un gruppo omogeneo, dovremmo accoglierli e considerarli come individui. È controproducente approcciare la perdita di apprendimento come se la stessa fosse uniforme nel gruppo classe. Piuttosto, dovremmo incoraggiare gli insegnanti a usare il loro giudizio professionale per lavorare con ogni singolo studente, per insegnare ciò che è necessario piuttosto che ciò che è previsto dal governo, e per costruire relazioni con e tra tutti gli studenti. Prestare attenzione a tutti i risultati di apprendimento. La nostra società sta vivendo un periodo di grande incertezza e il futuro è ignoto. Storicamente parlando, può essere casuale che la pandemia abbia avuto luogo nel 2020, ma i cambiamenti tecnologici sono stati radicali (Schwab 2015). Non possiamo prevedere esattamente quali conoscenze e competenze saranno necessarie in futuro. Sappiamo anche che gli studenti hanno diversi talenti, esperienze e passioni. Quindi, dobbiamo lavorare su tutti i risultati degli apprendimenti e preparare tutti gli studenti per una società diversa post Covid-19. Coinvolgere gli studenti come partner del cambiamento e padroni del loro percorso di apprendimento. Gli studenti non sono destinatari passivi ma creatori attivi dell'apprendimento (Zhao 2011, 2018a). Il Covid-19 può aver influenzato negativamente molti studenti, ma questa esperienza può anche averli aiutati a sviluppare più indipendenza, più resilienza e un senso più ampio della società e dell'apprendimento. Questo sarebbe un ottimo momento per aiutare gli studenti a personalizzare le loro esperienze di apprendimento e a diventare autonomi. (Wehmeyer e Zhao 2020). Mantenere coinvolte le famiglie. Le famiglie giocano un ruolo significativo nell'istruzione ed educazione degli studenti e la pandemia ha portato ad un loro maggior coinvolgimento (Garbe et al. 2020; Gutierrez et al. 2020). Le scuole hanno sviluppato più modi per connettersi con i genitori, ed i genitori hanno dedicato più tempo all’azione educativa dei propri figli. Questo sviluppo positivo dovrebbe essere mantenuto ed ampliato anche dopo la pandemia. Mantenere l'apprendimento online/remoto. Durante la pandemia quasi tutte le scuole hanno sviluppato forme di apprendimento online e a distanza. Anche se queste forme non hanno risultati comparabili all’insegnamento in presenza, hanno portato un’importante innovazione a scuola. L'apprendimento online può ampliare il nostro pensiero sull'azione educativa ed estendere l'apprendimento oltre la classe fisica. Questa innovazione dovrebbe essere mantenuta in modo che insegnanti e studenti possano portare risorse globali in classe e partecipare a programmi di apprendimento globale. Ri-Costruire meglio. Build Back Better (BBB) è una strategia approvata dalle Nazioni Unite che mira a ridurre il rischio di futuri disastri e shock. Dopo la pandemia di Covid-19, dobbiamo ricostruire meglio le nostre scuole, non solo per ridurre i rischi futuri ma anche per affrontare le nostre precedenti carenze. La pandemia, con il suo enorme impatto sul mondo dell’istruzione e dell’educazione, è una rara opportunità per ricostruire la nostra scuola. Nota: Young Zao è professore alla University of Kansas e alla Melbourne Graduate School of Education. L’articolo originale in lingua inglese “ Build back better: Avoid the learning loss trap” è disponibile al seguente link: https://link.springer.com/content/pdf/10.1007/s11125-021-09544-y.pdf
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Search-ME - Erickson 4 Emozioni e abilità socio-relazionali
La professoressa Daniela Lucangeli dialoga con la psicologa Nicoletta Perini sulle emozioni negative dei bambini, dando qualche consiglio ai genitori
A volte le emozioni di nostro figlio, soprattutto quelle negative, ci mettono in difficoltà. Per diversi motivi, che hanno a che fare soprattutto con la nostra esperienza legata alle emozioni, vorremmo che il pianto, le urla finissero il prima possibile. Urliamo a nostra volta, minacciamo, oppure ignoriamo e cerchiamo di distrarre il bambino, sperando che si dimentichi del motivo per cui stava urlando o piangendo. A volte riusciamo, almeno temporaneamente, nel nostro intento. Ma siamo proprio sicuri sia la strada giusta? Un bambino che smette di piangere perché non rispondiamo al suo pianto, magari credendo così di irrobustirlo, oppure perché lo distraiamo con qualcosa di molto attraente (come il tablet o il telefono cellulare), è davvero un bambino che ha imparato a stare nella sua emozione negativa e a fronteggiarla per superarla? Ci dimentichiamo a volte che le emozioni hanno un senso, sono terapeutiche. Immaginiamo di provare noi stessi un’emozione negativa molto forte: se il nostro compagno o la nostra migliore amica ci ignorassero o cercassero di distrarre la nostra attenzione, ci sentiremmo davvero meglio? Oppure dovremmo aggiungere anche l’incomprensione ai motivi del nostro malessere? Quanto sono importanti le emozioni dei bambini? A volte confondiamo il motivo per cui un bambino prova un’emozione con l’emozione stessa. Se il motivo che stimola l’emozione non ci sembra sufficientemente valido, tendiamo a ignorare anche l’emozione che l’accompagna. È vero, a volte i bambini soffrono o si arrabbiano per cose che sembrano poco importanti, ma per loro lo sono e hanno bisogno che noi adulti prestiamo attenzione a come si sentono e li aiutiamo a uscire da un’emozione spiacevole. Ascoltare la loro emozione non vuol dire “dargliele tutte vinte”. Ascoltare le emozioni dei bambini vuol dire far capire loro che comprendiamo come stanno, che le emozioni non sono giuste o sbagliate, ma sono “stati” che proviamo, che hanno un nome e che possono essere regolate per ritornare a una condizione di maggiore benessere. In realtà, le emozioni dei bambini sono ancora più delicate di quelle degli adulti. I bambini provano uno stato di malessere che non sanno definire e da cui fanno fatica a “uscire” da soli. Hanno un profondo bisogno che l’adulto di riferimento li prenda sul serio, li aiuti a dare un nome a quello che stanno provando, a regolare la loro emozione per non esserne sopraffatti. Questa generica sensazione di disagio, grazie alla relazione con l’adulto, si differenzia in una serie di sentimenti come irritazione, delusione, rabbia, fastidio, offesa. Come possono i genitori aiutare i bambini a sviluppare una corretta gestione delle proprie emozioni? I genitori e gli adulti che si prendono cura dei bambini hanno l’importante ruolo di monitorare e regolare il loro stato emotivo attraverso una “sintonizzazione emotiva”. Se l’adulto viene meno a questo ruolo, il bambino reagirà producendo ormoni dello stress e cercherà un modo per fronteggiare la situazione passivamente, annullando le emozioni negative. Se gli adulti di riferimento, invece, riescono a validare le emozioni dei bambini, all’interno della relazione con loro, i bambini stessi impareranno quelle capacità empatiche tanto importanti nei rapporti interpersonali. E se gli adulti aiuteranno i bambini a regolare le loro emozioni, questi impareranno a capirle, ad accettarle, a gestirle e a renderle più positive.
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Search-ME - Erickson 5 Psicologia
L’isolamento e l’insicurezza hanno inciso pesantemente sullo stato emotivo dei più giovani: un gruppo di esperti spiega come fronteggiare al meglio l’emergenza dal punto di vista emotivo, psicologico e scolastico
L’isolamento e l’insicurezza diffusa generati dalla pandemia hanno favorito, tra bambini e adolescenti, l’insorgere di problematiche comportamentali, acuendo al contempo le situazioni di malessere psicologico preesistenti. Il disagio emotivo che i giovani hanno vissuto e stanno vivendo non si può trascurare né sottovalutare, se non vogliamo che l’emergenza sanitaria si trasformi anche in una crisi dei diritti dei bambini e dei ragazzi. Se ne parla in “Bambini, adolescenti e Covid-19”: un libro, curato da Stefano Vicari e da Silvia Di Vara, in cui alcuni tra i massimi esperti del nostro Paese in tema di infanzia e adolescenza cercano di individuare strategie percorribili per salvaguardare il benessere emotivo, familiare e relazionale di bambini e ragazzi e per garantire una frequenza scolastica di qualità, anche e soprattutto per gli alunni con disabilità. Ascoltiamo la voce di cinque autori del libro, che hanno presentato il loro contributo in una serie di interviste raccolte dal giornale l’Adige. Questo browser non supporta gli iframe. @media (min-width: 767px) { .iframe-podcast_ME{ height:1050px; } } @media (max-width: 767px) { .iframe-podcast_ME{ height:2050px; } }
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Search-ME - Erickson 6 Didattica
Le cinque fasi di sviluppo di un meccanismo molto importante per gli scambi comunicativi e il benessere emotivo dei bambini
Fin dalla nascita, il bambino può essere considerato un essere attivo e organizzato, capace di inserirsi con successo in una rete di scambi comunicativi con le persone che lo circondano. Nel corso della crescita, grazie al supporto di adulti sufficientemente sensibili, il bambino inizia a maturare le abilità di autoregolazione emotiva. Queste abilità di autoregolazione risultano evidenti in età prescolare, ma continuano poi ad evolvere per tutta la vita. Secondo la prospettiva ontologica proposta da Claire Kopp (1982), l’autoregolazione si sviluppa per fasi, ognuna con le sue caratteristiche peculiari. Fase 1: modulazione neurofisiologica Inizia con la nascita e termina verso il terzo mese. La capacità di autoregolarsi in questa fase può essere osservata nel modo con cui il bambino adotta delle strategie per autoconsolarsi a fronte di stimolazioni eccessive. Tra i meccanismi di modulazione neurofisiologica troviamo i riflessi tipici del neonato (come il pianto o la suzione), volti a diminuire i livelli di attivazione del sistema nervoso simpatico e i movimenti corporei da un lato, e allontanarsi dalla fonte che è all’origine del disagio dall’altro. Fase 2: modulazione senso-motoria Inizia intorno ai tre mesi e prosegue fino a 1 anno di vita. Il termine «senso-motorio» sottolinea le capacità sensoriali e motorie tipiche del bambino a questa età, che consentono di rispondere in maniera adattiva alle richieste ambientali. Il termine «modulazione» indica che c’è assenza di consapevolezza sul significato della situazione. In questo periodo le capacità attentive del bambino si sviluppano velocemente: un bambino al di sotto dei 3 mesi viene calmato attraverso l’intervento contenitivo dei genitori, mentre con un bambino di circa 4 mesi il genitore interviene distraendolo, ovvero facendogli notare uno stimolo nuovo nell’ambiente. Il ri-orientamento attentivo, nasce in questo periodo evolutivo, ma rimarrà sempre una buona strategia di regolazione delle emozioni per l’individuo. Fase 3: controllo Va dai 12 ai 18 mesi. Il controllo richiede intenzione, capacità di discriminare ciò che è proibito da ciò che invece è accettato dall’ambiente. Esso è caratterizzato dalla compliance all’autorità e dalla capacità di inibire il proprio comportamento prima della messa in atto dello stesso. In questo periodo, i bambini capiscono pian piano che il sé è diverso dall’altro e dagli oggetti. È necessario che il bambino internalizzi le ingiunzioni e i permessi dei genitori, prima di capire che è lui a controllare se stesso, acquisizione che avviene intorno ai 2 anni e consente il passaggio all’autocontrollo. Fase 4: autocontrollo Inizia dai 24 mesi. L’autocontrollo comprende la compliance di fronte alle richieste, la capacità di ritardare un’attività su richiesta esterna o propria e di comportarsi in accordo alle aspettative ambientali anche in assenza dei caregiver. La capacità di autocontrollarsi non richiede soltanto consapevolezza, ma anche la capacità di modificare il proprio comportamento a seguito del richiamo esterno; essa dipende in parte dallo sviluppo dell’inibizione e in parte dall’aver internalizzato i divieti genitoriali. L’autocontrollo ha comunque dei limiti. In primo luogo, il bambino non riesce a modulare il proprio comportamento in maniera flessibile alle nuove situazioni, perché l’autocontrollo è ancora legato alla possibilità reale e immediata di incorrere in conseguenze negative. Fase 5: autoregolazione Tipica del bambino con età superiore ai 3 anni. L’autoregolazione è caratterizzata dall’uso di strategie che coinvolgono introspezione e consapevolezza. L’autoregolazione coinvolge abilità come utilizzare delle regole per guidare il comportamento, mantenere un monitoraggio appropriato del comportamento e immaginare cosa il contesto possa aspettarsi. Il linguaggio è fondamentale per raggiungere un pieno sviluppo delle capacità autoregolatorie; a 3-4 anni il bambino utilizza il linguaggio come una modalità per organizzare i propri contenuti emotivi, per iniziare a parlare delle emozioni e per autoregolarsi. Le competenze linguistiche si manifestano come un linguaggio interno che monitora il comportamento. L’uso del linguaggio interno rimarrà una strategia di regolazione delle emozioni e di ragionamento lungo tutto l’arco della vita. Con la crescita, il linguaggio sarà poi la base con cui il bambino costruirà le proprie visioni di sé che a loro volta diventeranno delle narrative, delle credenze che serviranno per regolare il proprio comportamento.
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