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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Metodologie didattiche / educative
Un’indagine svolta in collaborazione con il MIUR ci rivela che molti studenti dichiarano di non stare bene a scuola
 Tempo fa è stata istituita una commissione ministeriale per lo studio del livello di benessere e malessere nelle scuole italiane, alla quale ho partecipato. Per ottenere una panoramica avevamo scelto di analizzare il benessere scolastico di un ampio numero di preadolescenti somministrando a loro e ai loro insegnanti dei questionari di rilevazione delle variabili psicologiche che puntavano a indagare il burn-out (esaurimento dovuto a uno stress che porta a un logorio psicofisico ed emotivo). Abbiamo anche utilizzato alcune parti delle rilevazioni OCSE-PISA per valutare gli indicatori qualitativi relativi ad apprendimento, benessere e malessere.  Ciò che volevamo ottenere era una stima della sensazione di inadeguatezza e disagio a scuola sperimentata dai giovani, identificando anche il limite significativo, cioè il discrimine fra un malessere risolvibile e uno talmente acuto da essere fonte di ansia, angoscia, preoccupazione, desiderio di fuga e percezione che ciò che lo studente sta vivendo è nocivo per lui.  Quando abbiamo cominciato ad analizzare i dati ci siamo agitati tutti. I numeri sono impressionanti: il 27% del campione italiano sta «così così» (non «bene»); il 73% sta male e all’interno di quest’ultimo gruppo il 60% sta male stabilmente. In altre parole, non ha ricordo di essere mai stato bene a scuola.  PERCHÉ I RAGAZZI STANNO MALE?  Dopo aver acquisito i risultati sulla presenza lampante di un malessere ci siamo chiesti perché stessero male, tutti questi ragazzi; così ci siamo dedicati ad analizzare gli indicatori qualitativi. È stato come ricevere un pugno allo stomaco: un indicatore qualitativo emerso massicciamente riguarda il carico richiesto ai ragazzi, ed è la prima volta che questo aspetto viene identificato nella scuola italiana. Siamo di fronte a un problema di inadeguatezza del carico cognitivo, per quantità e qualità: i nostri ragazzi vengono ingozzati (questa è la quantità) di prestazioni (questa è la qualità). Intendo dire che ai ragazzi viene chiesto di memorizzare procedure e regole in grande quantità anziché di far proprie delle conoscenze che servano loro per sviluppare delle competenze utili per il futuro.  Questa è una prima causa di malessere, ma non è l’unica a essere emersa. A livello emozionale abbiamo riconosciuto traiettorie emotive che sono collegate a emozioni di continuo alert. Questo stato di allerta costante dei ragazzi riguarda le verifiche, il giudizio, le scadenze che incalzano e il fatto di non essere in grado di dedicare tempo a ciò che appassiona.  Inoltre fra gli elementi determinanti si registrano due emozioni particolarmente disturbanti: la noia e il senso di colpa. Sono emozioni molto pesanti e si può dire che accompagnino la maggior parte degli apprendimenti scolastici: accade che uno studente, se non riesce, si senta colpevole oppure si annoi terribilmente, o le due cose insieme.  Dunque allo studente viene chiesto di imparare troppo, in poco tempo, senza passione, con l’ansia di doverne rendere conto, la frustrazione di non riuscire, la sensazione di perdere tempo per cose più utili e piacevoli: di fronte a tutto ciò il cervello, che è una struttura vivente che ogni millesimo di secondo resetta i propri circuiti sulla base delle informazioni che riceve, è costretto a spendere energie per qualcosa che non provoca benessere, bensì allerta.  Questo testo è tratto dal libro "Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere" di Daniela Lucangeli.
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Search-ME - Erickson 2 Metodologie didattiche / educative
Nessun atto della nostra vita cognitiva è slegato dalle emozioni che proviamo
Un tempo ero convinta che le nostre «decisioni intelligenti» da esseri pensanti dipendessero dalle complesse funzioni del nostro «cervello sinistro», quello generalmente considerato predominante, che regola il linguaggio e altre importanti funzioni cognitive: un sistema che chi si occupa di apprendimento conosce molto bene.  Ne ero convinta, fino a quando ho incontrato Andrea. Andrea allora aveva 9 anni; io e i miei collaboratori eravamo riusciti a vincere i suoi molti errori di scrittura, lettura e calcolo. Un successo!  Poi lui mi ha guardata negli occhi e mi ha chiesto: «Adesso, per piacere, mi togli che mi fanno male?». Sono rimasta senza parole. Che cosa intendeva dicendo che gli errori gli facevano ancora male? Mi sono resa conto in quel momento che la relazione tra fare errori e sentirne la sofferenza non è così evidente e che mi ero occupata fino a quel momento dell’errore, ma non della sofferenza che esso determinava nei bambini. Ero sconvolta, come se un terremoto interno stesse facendo traballare la mia architettura di scienziato.  Quindi a far stare male i bambini forse non era l’errore, perché, tolto l’errore, com’era possibile che la sofferenza restasse? E allora dove doveva essere rivolto l’aiuto che loro mi chiedevano: sull’errore o sulla sofferenza? E perché provavano sofferenza? Per rispondere a questi interrogativi, ho cominciato a riflettere sul rapporto tra l’emisfero sinistro e il destro, e ho scoperto qualcosa di sorprendente per me. Noi siamo una sinfonia Indagando sul rapporto fra gli emisferi dal punto di vista della neurobiologia sistemica, ho capito che fino a quel momento molti avevano proposto visioni parziali della scienza: avevano fatto pensare che il nostro organismo funzionasse secondo un principio di non contraddizione (se succede una cosa, non può succederne contemporaneamente un’altra).  In realtà non è così: nel nostro cervello nessuna funzione è silente a tutte le altre, anzi, in questo sistema straordinario tutto si può attivare contemporaneamente, ma in misura e intensità differenti a seconda dello scopo di attivazione, come accadrebbe in un’orchestra che suona una sinfonia. In sostanza, non c’è nessun atto della vita psichica che sia solitario: è specifico, ma non isolato. Proprio come gli occhi sono un’altra cosa rispetto ai piedi, ma fanno parte dello stesso organismo vivente e possono agire nello stesso momento per scopi diversi. Riflettere e indagare su questo mi ha portata a verificare che nessun atto della nostra vita cognitiva è slegato dalle emozioni che proviamo. Questo testo è tratto dal libro "Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere" di Daniela Lucangeli.
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Search-ME - Erickson 3 Metodologie didattiche / educative
Ci sono tanti modi con cui un insegnante può sostenere il benessere in classe
Durante l’atto del trasmettere competenze un insegnante ha alla propria portata molti strumenti per sostenere il benessere dei ragazzi. Può, per esempio, astenersi dall’essere giudice temibile (alleato dell’errore contro il bambino) per essere invece alleato del bambino di fronte alle sue fatiche; può sforzarsi di insegnare in modo coinvolgente e appassionante, costellando le nozioni di emozioni positive; può incoraggiare l’autostima degli alunni con il tocco, lo sguardo, il sorriso, il tono della voce, la certezza dell’affetto.  Può concentrare il suo intervento sull’aiuto, la facilitazione - dove occorre - e su quella warm cognition di cui nei miei interventi parlo spesso, la cognizione emotiva, anziché su un processo meccanico di somministrazione (io lo chiamo «ingozzamento») e valutazione; può cercare di motivare i ragazzi allo studio autonomo proponendo loro sfide che siano stimolanti, ma non soverchianti.  Può adottare una didattica che sia realmente in sinergia con i meccanismi dell’intelligenza e dei suoi specifici domini di funzione. Tutti questi comportamenti forniscono ai ragazzi quelli che potremmo definire anticorpi contro il disagio a scuola, rinforzano le loro difese per affrontare le difficoltà che incontreranno nel loro percorso, sostengono il loro benessere e la loro capacità di vivere l’esperienza scolastica con emozioni positive. Non ho usato l’immagine degli anticorpi per caso: l’ho fatto pensando alle parole che ho ascoltato, durante un convegno dell’IARLD, dalla studiosa Malka Magalit. Lei ci ha parlato della metafora del respiro, che si rivela particolarmente adatta per l’argomento in questione. Sappiamo tutti che ogni organismo vivente respira; ciascuno di noi lo fa: ogni volta che inspira porta l’aria dentro di sé. Il meccanismo del sistema cardiovascolare fa sì che l’ossigeno contenuto in essa, attraverso il sangue, vada a nutrire tutte le cellule dell’organismo - un processo imprescindibile per la sopravvivenza, che avviene in un tempo misurabile in millisecondi - lì avviene uno scambio: al posto dell’ossigeno vengono recuperate altre sostanze, fra cui delle tossine e dei batteri, che verranno emesse nel momento dell’espirazione nel sistema ambiente. Ora, secondo la studiosa l’intelligenza umana, che è distribuita e sociale, adotta un meccanismo molto simile: nel momento in cui io ti spiego una cosa, l’informazione entra dentro i tuoi sistemi, li nutre, ne è modificata e viene poi restituita all’ambiente sociale in una forma differente. E le «tossine»? Facciamo un passo indietro, immaginiamo che io abbia l’influenza e mi trovi in una stanza affollata: espirando emetterò anche una grande quantità di micro-organismi nocivi e, se i presenti non hanno delle difese immunitarie forti, rischiano di ammalarsi; se ciò capitasse tutti i giorni, chi è in quella stanza si ammalerebbe in continuazione. A meno che abbia delle difese sufficientemente resistenti per non essere contagiato.  Questa metafora ci illumina sul fatto che per poter assimilare positivamente il pensiero altrui i bambini devono poter sviluppare adeguati sistemi di filtro. Se chi sta con i bambini tante ore al giorno e insegna loro a pensare (dalle lettere ai numeri, al mondo, all’universo, fino al loro cuore) è pieno di patogeni — fuor di metafora, se comunica noia, se odia il suo lavoro, se intimorisce, se ha un atteggiamento distaccato e giudicante, ma anche se è portatore di bias, di distorsioni nell’interpretazione della realtà — rischia di ledere il benessere e la capacità di apprendimento dei suoi allievi associando sensazioni negative alle nozioni che insegna e all’esperienza scolastica in generale. Viceversa, un insegnante rinforzerà le «difese» di uno studente se saprà supportare quei processi di autoregolazione emozionale che permettono di proteggersi dalle «tossicità» psicosociali della mente condivisa, dentro quell’organismo che ogni classe è. Questo testo è tratto dal libro "Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere" di Daniela Lucangeli.
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Search-ME - Erickson 4 Metodologie didattiche / educative
Come è possibile che ci siano così tanti studenti in difficoltà in matematica, se questa è sostenuta dalla forma più antica di intelligenza che abbiamo?
Un primo problema è rappresentato dall’esposizione. Facciamo l’esempio del linguaggio: oggi sappiamo con sicurezza che la facoltà del linguaggio è innata, ma ha bisogno di esposizione e potenziamento per svilupparsi. Cosa accadrebbe a un bambino con un cervello sano se per sei anni non fosse esposto al linguaggio, se non occasionalmente? Di certo non svilupperebbe il linguaggio tanto bene quanto se fosse esposto costantemente. Pensiamo al sistema motorio; c’è stato un tempo in cui le gambe dei bambini venivano fasciate: cosa accadeva alla loro capacità di deambulare? Le disfunzioni motorie erano più frequenti. In età evolutiva, nei primi sei anni di vita in cui il sistema è plastico, l’assenza di stimolo determina patologia, in ogni funzione cognitiva.  Ora, si potrebbe mai pensare di parlare a un neonato solamente una volta ogni due o tre mesi, solo quando ne avessimo voglia? Ovviamente no. Con i numeri, per sei anni, il massimo che facciamo è proporre filastrocche del tipo «Un elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela». Ecco cosa accade a quella capacità innata che chiamiamo intelligenza numerica o cognizione numerica: che, non venendo potenziata nel momento giusto, porta a fare fatica negli anni della scolarizzazione.  Alla scarsa esposizione precoce si somma un problema anche più complesso, che ha a che fare con il modo in cui la matematica viene insegnata.  LA PROCEDURA GIUSTA  Ogni insegnante ha a disposizione tanti anni di scuola per contribuire al potenziamento di ogni funzione. Se solo allenasse i suoi alunni per cinque minuti al giorno con strategie di calcolo mentale, sono convinta che sparirebbero tutti i fenomeni di falsi positivi, cioè di bambini che sembrano avere un disturbo specifico del calcolo, ma in realtà semplicemente non hanno incontrato le didattiche che hanno permesso loro di sviluppare correttamente le loro strutture cognitive. Il calcolo mentale infatti, come ho detto, permette davvero di far maturare le componenti dell’intelligenza di quantità.  A questo proposito voglio raccontare di Giorgio, un bambino che sembrava interessato da Discalculia evolutiva, ma in realtà aveva solamente avuto sollecitazioni da parte dell’ambiente non in linea con le strutture cognitive preposte per apprendere la matematica. Quando gli ho chiesto come eseguiva una moltiplicazione, lui mi ha risposto così: «Metto in colonna giusto, poi faccio il primo numero sopra per l’ultimo numero sotto… No, ho sbagliato, faccio il primo numero sopra delle unità per il primo numero sotto delle unità, il secondo numero sopra per il secondo numero sotto, e così via fino a che consumo tutti i numeri sopra, poi continuo così fino a che ho finito anche i numeri sotto, poi faccio il segno del risultato e poi scrivo il “più”. Devo stare attento a incolonnare altrimenti i numeri vengono tutti storti».  Giorgio mi ha raccontato la procedura verbale della moltiplicazione. Mi ha spiegato come si fa a nuotare a parole. Come si vede, se la scuola esercita la funzione sbagliata sicuramente non aiuterà i bambini a ottenere il meglio dalle loro capacità.  La maggior parte della fatica nel fare calcoli non dipende dai fattori innati, o da disturbi. L’intelligenza numerica — che invece è sicuramente innata — è talmente potente che per destrutturarne le traiettorie evolutive ci vuole un lavoro continuo che faccia percorrere giorno dopo giorno strade sbagliate anziché nutrire le funzioni mentali: se la didattica è male impostata, cinque anni di scuola primaria sono più che sufficienti per operare questa deviazione. Questo testo è tratto dal libro "Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere" di Daniela Lucangeli.
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Search-ME - Erickson 5 Metodologie didattiche / educative
Come aiutare uno studente a sentirsi in grado di fare
Un grande della psicologia, Albert Bandura, ha elaborato e studiato il concetto di autoefficacia. Con questo termine si riferisce ai pensieri delle persone sulle proprie capacità: Bandura è fortemente convinto che la percezione di efficacia che i diversi individui hanno rispetto alle proprie capacità sia strettamente collegata ai loro pensieri, alle loro emozioni, alla loro motivazione e al loro comportamento. Chi si percepisce efficace affronta i compiti difficili con la consapevolezza di poterli completare con successo e non come qualcosa che preferirebbe evitare; quindi è più portato a perseverare anche di fronte a degli ostacoli. Ma come si può aiutare uno studente a costruirsi una percezione positiva di autoefficacia? Sostenere la percezione di autoefficacia Per suscitare la fiducia in sé in un bambino innanzitutto è importante aiutarlo a sperimentare il successo soprattutto nelle prime fasi dell’apprendimento, momento in cui i pensieri su di sé sono in fase di costruzione. I successi però non devono essere troppo facili da ottenere, ma devono richiedere una dose di impegno: ogni bimbo dovrebbe avere la possibilità di affrontare e superare delle barriere, in modo che possa capire che il risultato si ottiene solo grazie a un impegno continuo. Essere consapevole di avere ciò che serve per raggiungere dei traguardi lo aiuterà in futuro a perseverare nelle difficoltà e ad affrontare gli ostacoli che si presenteranno.  Io consiglio quindi che quando si imposta un’attività didattica o un compito si propongano ai bambini delle sfide che loro riescano a gestire e in cui possano avere - in quel momento - buoni risultati, anziché metterli di fronte a obiettivi troppo grandi per loro. Inoltre raccomando di puntare l’accento sul loro miglioramento rispetto al livello di partenza individuale anziché cercare di farli emergere rispetto agli altri. Un altro modo vincente per permettere lo sviluppo di un senso di autoefficacia positivo è dare la possibilità di osservare dei modelli simili ottenere dei risultati dopo essersi impegnati; naturalmente i modelli osservati dovrebbero essere realmente paragonabili al livello del bambino, altrimenti la loro influenza sarà molto limitata. Anche l’incoraggiamento ha un ruolo potente nel favorire la sensazione di potercela fare. È davvero importante verbalizzare di fronte ai nostri figli e ai nostri studenti che siamo convinti che possano riuscire: in questo modo faranno propria l’idea di avere ciò che occorre per raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati e si sforzeranno per raggiungerli. Io lo dico spesso: un incoraggiamento muove più di cento rimproveri. Infine c’è la questione della resistenza: quando i ragazzi stanno fronteggiando delle sfide, è probabile che si sentano sotto pressione e appaiano stressati, come accade a tutti noi. A volte i segnali di tensione e di reazione allo stress vengono subito interpretati come segni di vulnerabilità e di debolezza: in realtà non è così, si tratta semplicemente delle risposte che il nostro corpo fornisce quando si attiva per affrontare al meglio una sfida.  Che cosa possiamo fare per aiutare i ragazzi a tollerare lo stress legato all’impegno scolastico? Stimoliamoli, ad esempio, sin da piccoli a conoscere bene il proprio corpo e le proprie reazioni, così da interpretare i segnali che manda loro, in modo che sappiano regolare da soli il livello di carico che sono in grado di gestire. Questo testo è tratto dal libro "Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere" di Daniela Lucangeli.
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Search-ME - Erickson 6 Metodologie didattiche / educative
La mente non può non sbagliare. Diversi studi recenti hanno dimostrato addirittura che l’errore rappresenta una vera e propria fase dell’intelligere umano
Negli ultimi anni abbiamo fatto due… errori sull’errore. Nel gergo della psicologia si chiamano bias, termine che indica le interpretazioni deboli, parziali della realtà; il primo ci ha spinto a dire che, se un bambino fa tanti errori, è colpa di qualcuno: sua mamma e suo papà, il sistema sociale inadeguato, le ore di gioco... Quale che sia, una colpa ci deve essere. A questo meccanismo ne è stato aggiunto un altro: laddove c’è un errore, probabilmente c’è una patologia.  Per riassumere: se c’è un errore ci sarà quantomeno una colpa, se non una malattia. Non so dire quale dei due bias sia più deleterio, di certo entrambi invocano una riflessione attenta sui risultati seri della ricerca scientifica L’ERRORE È PARTE DEL PROCESSO DI APPRENDIMENTO La mente non può non sbagliare. Diversi studi recenti hanno dimostrato addirittura che l’errore rappresenta una vera e propria fase dell’intelligere umano. Per capire l’errore dobbiamo quindi capire come funziona il flusso cognitivo dell’intelligere. Esso si può sintetizzare nelle sue tre fasi costitutive a seconda delle direzioni: da fuori a dentro, da dentro a dentro, da dentro a fuori.  La prima è la fase della assimilazione, che io descrivo come la direzione «da fuori a dentro»: le informazioni nuove vengono incamerate dall’individuo, vengono portate dentro di sé. In un secondo momento, nella fase che io chiamo «da dentro a dentro», avviene un’elaborazione interna alla persona, che la porta a ragionare sui concetti appena appresi, a modificarli e integrarli: una caratteristica tipica dell’intelligenza umana. Infine queste nuove conoscenze, ormai fatte proprie dall’individuo, possono essere riproposte dal soggetto al mondo attraverso una restituzione, nella fase che possiamo definire «da dentro a fuori».  Detto questo possiamo considerare l’errore unsegnale di dove il bambino, lo studente, ha incontrato delle fatiche lungo il suo percorso di elaborazione delle informazioni. Ecco che il suo significato cambia completamente: da conseguenza di una colpa o sintomo di una patologia l’errore diventa la chiave di accesso alla comprensione del percorso cognitivo del bambino.  In quest’ottica l’insegnante deve porsi come osservatore attento degli errori dei suoi allievi e trarne informazioni utili per accompagnarli al meglio nel loro percorso di apprendimento; ciò considerando che, in gran parte, chi fornisce e regola per quantità, qualità e ritmo il flusso di informazioni che lo studente riceve è proprio l’insegnante stesso.  Chi insegna, quindi, non deve limitarsi a giudicare e valutare l’inadeguatezza delle risposte che gli studenti danno, ma deve cominciare a trovare strategie e soluzioni perché chi fa fatica trovi i supporti, le facilitazioni e i percorsi attraverso cui superare l’ostacolo, correggere gli errori e trarre il meglio dai propri talenti. Questo testo è tratto dal libro "Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere" di Daniela Lucangeli.
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