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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 7 Cultura
Stiamo compromettendo il futuro di tantissimi giovani
Sei preoccupato per l’istruzione? Io sì. Una delle mie più grandi preoccupazioni è il fatto che molte delle riforme che stanno cercando di rinnovare i sistemi d’istruzione in varie parti del mondo sono mosse da interessi politici e commerciali che distorcono il modo in cui le persone vere e le grandi scuole funzionano realmente. Di conseguenza, stanno compromettendo il futuro di tantissimi giovani. Presto o tardi, nel bene o nel male, avranno effetti su di te o su qualcuno che conosci. Ora sono più di quarant’anni che lavoro nel campo dell’istruzione come insegnante, ricercatore, formatore, esaminatore e consulente. Ho lavorato con persone, istituzioni e sistemi di ogni genere che si occupano di educazione, e con aziende, governi e organizzazioni culturali. Ho diretto iniziative concrete insieme a scuole, distretti e governi; ho insegnato nelle università; ho contribuito a fondare nuove istituzioni. Nel fare tutto questo, ho insistito per approcci all’istruzione più equilibrati, individualizzati e creativi.   Soprattutto negli ultimi dieci anni, ovunque ho sentito persone parlare di quanto fossero esasperate dagli effetti nocivi che i test e la standardizzazione avevano su di loro, sui propri figli o sui loro amici. Spesso queste persone si sentono impotenti e dicono di non poter far nulla per cambiare l’istruzione. Spesso mi vengono fatte le stesse domande: cosa c’è che non va nell’istruzione e perché? Se potessi reinventare l’istruzione, come sarebbe?   <p class="paragraph-with-right-element”> </p> <p><span>Spesso mi vengono fatte le stesse domande: cosa c’è che non va nell’istruzione e perché? Se potessi reinventare l’istruzione, come sarebbe?</span></p> <p dir=" style="margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt;">La domanda fondamentale è: a cosa serve l’istruzione? Prima di andare avanti, permettetemi di dire due parole sui termini «apprendimento», «istruzione», «formazione» e «scuola», su cui a volte si fa confusione. <p class="paragraph-with-right-element”> </p> <p><span>Spesso mi vengono fatte le stesse domande: cosa c’è che non va nell’istruzione e perché? Se potessi reinventare l’istruzione, come sarebbe?</span></p> <p dir=" style="margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt;">- L’apprendimento è il processo con cui si acquisiscono nuove conoscenze e abilità. <p class="paragraph-with-right-element”> </p> <p><span>Spesso mi vengono fatte le stesse domande: cosa c’è che non va nell’istruzione e perché? Se potessi reinventare l’istruzione, come sarebbe?</span></p> <p dir=" style="margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt;">- L’istruzione è l’insieme dei programmi organizzati di apprendimento. <p class="paragraph-with-right-element”> </p> <p><span>Spesso mi vengono fatte le stesse domande: cosa c’è che non va nell’istruzione e perché? Se potessi reinventare l’istruzione, come sarebbe?</span></p> <p dir=" style="margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt;">- La formazione è un tipo d’istruzione incentrato sull’apprendimento di abilità specifiche. <p class="paragraph-with-right-element”> </p> <p><span>Spesso mi vengono fatte le stesse domande: cosa c’è che non va nell’istruzione e perché? Se potessi reinventare l’istruzione, come sarebbe?</span></p> <p dir=" style="margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt;">   Con scuole non intendo soltanto le istituzioni convenzionali per bambini e adolescenti cui siamo abituati. Intendo anche ogni comunità di persone che si unisce per imparare insieme. Alcune caratteristiche delle scuole convenzionali hanno poco a che fare con l’apprendimento e possono ostacolarlo attivamente. Per come la vedo io, gli scopi dell’istruzione sono mettere gli studenti nelle condizioni di comprendere il mondo che li circonda e i talenti che hanno dentro di sé, così che possano diventare persone realizzate e cittadini attivi e compassionevoli. Negli ultimi quarant’anni, la popolazione mondiale è raddoppiata: da meno di tre miliardi è passata a più di sette miliardi di persone. Siamo la popolazione di esseri umani più numerosa mai vissuta contemporaneamente sulla Terra, e le cifre continuano a salire vertiginosamente. Allo stesso tempo, le tecnologie digitali stanno trasformando il nostro modo di lavorare, giocare, provare emozioni e relazionarci. Quella rivoluzione è appena cominciata. I vecchi sistemi d’istruzione non sono stati concepiti avendo in mente questo mondo. Migliorarli alzando gli standard convenzionali non servirà a far fronte alle sfide che ora ci si parano davanti. Non fraintendetemi: non sto insinuando che tutte le scuole siano pessime o che l’intero sistema sia allo sbando. Certo che no. L’istruzione pubblica ha aiutato milioni di persone in innumerevoli modi, me compreso. Moltissimi ce l’hanno fatta nel sistema e hanno avuto successo grazie ad esso. Sarebbe ridicolo affermare il contrario. Ma troppe, troppe persone non hanno tratto dai tanti anni d’istruzione pubblica il beneficio che avrebbero dovuto avere. Sono pienamente consapevole delle intense pressioni politiche a cui è sottoposta l’istruzione. Le stesse politiche attraverso cui vengono esercitate queste pressioni vanno messe in discussione e cambiate. Parte del mio appello è rivolta proprio ai decisori politici, perché riconoscano la necessità di un cambiamento radicale e se ne facciano carico. Ma le rivoluzioni non aspettano direttive. Nascono da quello che le persone fanno al livello più basso. L’istruzione non si fa nelle stanze delle commissioni legislative o nella retorica dei politici. L’istruzione è quello che succede tra discenti e insegnanti nelle scuole vere. Se sei un insegnante, per i tuoi studenti il sistema sei tu. Se sei un dirigente scolastico, per la tua comunità il sistema sei tu. Se sei un decisore politico, per le scuole su cui hai potere il sistema sei tu. L'istruzione è veramente la nostra più grande speranza Non l’istruzione industriale vecchio stile, concepita per rispondere ai bisogni del diciannovesimo secolo e a quelli dell’inizio del ventesimo, ma un’istruzione nuovo stile, adeguata alle sfide che abbiamo davanti a noi e ai veri talenti che tutti noi abbiamo dentro.    Affrontando un futuro molto incerto, la chiave non sta nel fare meglio di quanto abbiamo fatto prima. Bisogna fare qualcos’altro. Il mondo sta attraversando cambiamenti rivoluzionari; occorre una rivoluzione anche nell’istruzione. Come la maggior parte delle rivoluzioni, anche questa si prepara da tanto tempo, e da più parti è già in corso. Non si sta muovendo dall’alto al basso; si sta muovendo, come è giusto che sia, dal basso verso l’alto.
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Search-ME - Erickson 8 Didattica ludica
Nessuna attività è in grado di motivare i bambini all’azione in maniera così forte come il gioco
CHE COSA SI INTENDE CON IL TERMINE “GIOCO”? Secondo lo storico e linguista Johan Huizinga, può essere definito gioco qualsiasi attività eseguita per puro piacere e senza scopo preciso. In una categoria così ampia possono, dunque, rientrare anche danzare,  suonare uno strumento musicale o recitare. L’antropologo Gregory Bateson, invece, descrive il gioco come qualcosa che “non è quello che sembra” e ne individua l’essenza nel suo “meta-comunicare” che l’azione compiuta è fittizia. In qualsiasi modo lo si voglia definire, il gioco è da sempre - dall’alba dei tempi - qualsiasi attività volontariamente scelta per se stessa a scopo ricreativo e non per un fine altro. Si tratta di un’esperienza universale, in termini geografici, temporali e culturali, che coinvolge l’individuo nella sua triplice dimensione bio-psico-sociale e in tutti i periodi della sua vita. IL GIOCO COME BISOGNO E DIRITTO Spesso si contrappone il gioco alla “serietà” ma, come ricordano Huizinga e Montaigne , esso può assolutamente includere la serietà, anzi, è proprio dei bambini riversare tutto il loro impegno quando affrontano attività ludiche. Benché possa avere delle ripercussioni negative, nell’adulto come nel bambino, fra le quali la perdita del senso del limite, il gioco viene oggi proclamato, in tutti i documenti internazionali, come bisogno prevalente e vitale nell’infanzia e salvaguardato come diritto. GIOCANDO SI IMPARA Giocare, infatti, non è solo e puro divertimento. Attraverso il gioco, e a seconda dell’età, il bambino conosce se stesso e gli altri, si confronta, cresce, sperimenta creatività, sviluppa le sue capacità cognitive e le funzioni esecutive e esprime se stesso in totale libertà da condizionamenti esterni. Il gioco motiva ad assumersi dei rischi, ad agire, a perseverare anche dopo il fallimento, a stabilire e raggiungere obiettivi sempre più sfidanti, a dedicare attenzione, tempo e sforzo ad acquisire conoscenza e competenze. Jean Piaget riconosce al gioco una funzione centrale nello sviluppo cognitivo e della personalità del fanciullo, mentre Lev Vygotskij parla anche di evoluzione affettiva ed umana del bambino, non solo cognitiva. Inizialmente, il bambino gioca con il suo corpo e con tutte le cose che lo circondano e che catturano la sua attenzione. Successivamente, si impegna, con altri compagni, nei primi giochi di socializzazione e di imitazione del comportamento degli adulti. Crescendo, i giochi assumono una valenza di gruppo e si strutturano con regole funzionali ad una migliore esperienza di gioco.   GIOCHI PER TUTTI A prescindere dagli aspetti che differenziano le esperienze di gioco, tuttavia, vi sono delle caratteristiche generali e imprescindibili:  Esperienza comune – il gioco unisce le persone indipendentemente dal genere, dall’età e dall’estrazione sociale. Equità – tutti i giocatori sono uguali e hanno la stessa possibilità di vincere. Libertà – chiunque giochi, lo fa liberamente, non è forzato da nessuno. Esperienza attiva – la maggior parte delle attività ricreative costringe le persone alla passività, ad essere consumatori. Il gioco, d’altra parte, rende attivi cognitivamente, emotivamente e fisicamente. Immersione nel mondo di gioco – chiunque giochi, si lascia alle spalle la realtà e si immerge nel mondo di gioco, un contesto con una diversa concezione dello spazio e del tempo. Un gioco è solo un gioco, e tutto ciò che accade durante tale attività, resta (o dovrebbe restare) nel mondo di gioco. L’unica cosa che si può portare con sé nel mondo reale sono le emozioni.
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Search-ME - Erickson 9 didattica inclusiva
La costruzione condivisa del processo valutativo
La didattica aperta è un approccio che mette al centro della didattica l’alunno, offrendogli la possibilità di determinare alcuni o, in certi casi, tutti gli aspetti del proprio percorso di apprendimento.    Riflettendo sulla valutazione degli apprendimenti nella didattica aperta si avverte una certa fatica nel mettere a fuoco un modo di valutare che sia coerente con la forte autodeterminazione a cui tende questo approccio. Sicuramente sarà necessario avvalersi di forme di valutazione che diano spazio anche al punto di vista dell’alunno/a sul proprio lavoro. La questione è capire su quali valori di riferimento si vuole basare la valutazione.    LA VALUTAZIONE AUTENTICA Una forma di valutazione coerente con la didattica aperta è a mio avviso rappresentata dalla valutazione autentica.  Questa valutazione prevede la triangolazione di tre punti di vista:  1. quello soggettivo dell’alunno/a sul proprio lavoro;  2. quello soggettivo, ma esterno, dell’insegnante (ed eventualmente anche dei genitori e dei compagni/e classe) che valuta il lavoro dell’alunno/a dal proprio punto di vista;  3. quello, il più possibile oggettivo, sulla prestazione che permette di valutarne il valore attraverso una serie di criteri condivisi con riferimento a valori di gruppo o disciplinari.     Nel rispetto del principio di intersoggettività che caratterizza la valutazione autentica, è fondamentale costruire insieme agli alunni/e i criteri di valutazione del compito autentico che si vuole andare a valutare.    In generale la partecipazione degli alunni/e al processo valutativo acquista grande importanza. In primo luogo, essi collaborano con i docenti alla stesura dei criteri di valutazione. Inoltre, possono contribuire alla descrizione della prestazione dei compagni/e e della propria, rappresentando un punto di vista altro rispetto a quello dell’insegnante.    LE FASI  La costruzione condivisa del processo valutativo può articolarsi nelle seguenti fasi:  1. accordo sul compito sulla cui base avverrà la valutazione;  2. accordo sui processi e sui prodotti del compito che verranno valutati;  3. accordo sui criteri di valutazione dei singoli processi e prodotti, con una corrispondente scala di valutazione per ognuno di questi;  4. osservazione e descrizione dei processi e dei prodotti da parte di insegnanti e alunni/e sulla base dei criteri concordati;  5. assegnazione di una valutazione ai processi e prodotti sulla base di una corrispondenza fra le osservazioni e descrizioni e la scala concordata.    IL CERCHIO COME SPAZIO DI VALUTAZIONE Un buon contesto in cui proporre l’utilizzo della valutazione autentica in una realtà scolastica caratterizzata da apertura didattica è quello del cerchio. Nel cerchio è possibile affinare la riflessione dei bambini/e e della classe sulla questione della valutazione.    Qui, infatti, può esserci lo spazio per una riflessione metacognitiva sui processi di apprendimento: è qui che gli alunni/e possono confrontare i propositi che si erano dati con i risultati raggiunti e ricevere un feedback dai compagni sul proprio modo di organizzare il percorso. Questo permette di attivare e modificare, se necessario, strategie di autoregolazione.   Il cerchio è anche una situazione adatta alla condivisione dei criteri di valutazione da utilizzare per capire il valore di un certo tipo di prodotto che i bambini/e creeranno sulla base della consegna di un compito autentico. È sempre nel cerchio, infine, che i bambini/e presentano il proprio prodotto, esprimono una propria valutazione su di esso e chiedono poi il parere di altri (compagni/e o insegnante).  
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Search-ME - Erickson 10 Prerequisiti per l'apprendimento
Perché svilupparle in età prescolare è importante
Negli ultimi dieci anni la letteratura scientifica ha iniziato a occuparsi dello sviluppo delle funzioni esecutive già a partire dall’età prescolare, con particolare riguardo al sistema attentivo. Ma cosa intendiamo esattamente quando parliamo di «funzioni esecutive»? E perché sono importanti per l’apprendimento? Cerchiamo di rispondere brevemente a queste domande. Le funzioni esecutive rappresentano la capacità di creare modalità di risposta comportamentale di fronte a circostanze o attività, nuove e/o insolite: la capacità di inibire risposte improprie, di correggere gli errori o di modificare la risposta, di monitorare e di aggiornare il proprio comportamento, di attivare strategie di problem solving e di flessibilità cognitiva, di pianificare gli step da svolgere per far fronte a una situazione non abituale, difficile o complessa.   L’attenzione, sia uditiva che visiva, può essere considerata parte delle funzioni esecutive in quanto sistema deputato alla selezione delle informazioni e degli innumerevoli stimoli che riceviamo nel quotidiano, alla loro distribuzione, al loro controllo e alla gestione nel tempo.   L’attenzione funge da filtro nella selezione dei vari stimoli uditivi, tattili e visivi provenienti dall’esterno. Tale processo prevede una fase di allerta fisica, a cui segue un’allerta tonica e di attenzione sostenuta - necessaria per mantenere un livello di attenzione adeguato e opportuno allo svolgimento di un’attività sebbene noiosa e monotona - poi una fase selettiva - che consente di selezionare alcuni elementi a discapito di altri meno rilevanti, i cosiddetti distrattori - e divisa - quando siamo costretti a gestire due o più informazioni/stimoli differenti o compiti diversi. Possedere buone capacità di attenzione rappresenta una premessa fondamentale per garantire un efficace apprendimento in età scolare. Dal funzionamento delle abilità attentive dipende infatti anche il corretto esercizio delle funzioni esecutive più complesse (pianificazione, organizzazione, concentrazione, ecc.), importanti per raggiungere un buon rendimento nella scuola primaria. Ricerche recenti dimostrano infatti come training specifici per il potenziamento attentivo ed esecutivo conducano a miglioramenti nella lettura, nel calcolo e nella comprensione del testo. L’efficienza dei risultati si raggiunge solo a seguito di una pratica ripetitiva delle specifiche operazioni cognitive coinvolte nell’attenzione.
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Search-ME - Erickson 11 Orientamento
Spunti e suggerimenti per affrontare al meglio le prove
Un Concorso è sempre una prova importante e delicata, che mette a dura prova le proprie capacità di finalizzare in un tempo breve una preparazione partita da lontano e che può essersi arricchita anche di preziose esperienze sul campo. Nel corso degli anni, infatti, si sono studiate molte cose e molte sono state sperimentate.  Adesso però si manifesta l’esigenza pragmatica di superare un concorso, e di farlo bene, con soddisfazione. Dunque dobbiamo interpretare un copione non scritto da noi, ma imposto dai programmi ministeriali, e dobbiamo interpretarlo bene. Per una preparazione efficace non basta coprire tutto  il programma, serve anche un input metodologico alla riflessione metacognitiva e alle attività di riconcettualizzazione e organizzazione delle conoscenze. Come già abbiamo fatto per i passati concorsi, ribadiamo l’importanza di una serie di aiuti metacognitivi allo studio, quali ad esempio le mappe concettuali come organizzatori anticipati, da un lato, delle conoscenze e, dall’altro, come valido aiuto per memorizzare grandi quantità di informazioni. Anche oggi, così come allora, crediamo fortemente (anche supportati dai riscontri positivi di chi le ha utilizzate con successo e soddisfazione in fase di studio) nel valore qualitativo di questo strumento in grado di organizzare in modorealmente , e fortemente ancorato e interconnesso, gli apprendimenti. Dopo la fase di elaborazione del materiale, come sappiamo, serve però una fase di progettazione e realizzazione di un output efficace, ovvero la stesura di una risposta corretta e «buona» da diversi punti di vista e criteri. Dovendo dunque, come abbiamo precedentemente accennato, aderire e interpretare un copione scritto da altri, dovrete essere rapidi ed efficaci, ma allo stesso tempo accurati e precisi nel «cucire» le informazioni e le conoscenze più mirate, nel coprire ogni spazio, collegare, riflettere, memorizzare e produrre parole, frasi, argomentazioni. Per superare le prove, questo è vero e innegabile, ma non basta. Un Concorso è inevitabilmente anche una prova con se stessi Un momento specifico per fare il punto delle tante cose studiate, pensate, vissute e che avete ora l’occasione di costruire in una «vostra» e originale visione di voi stessi nella vostra professione. Anche se state già lavorando come insegnanti questa è un’occasione, anche fortemente simbolica, per ripensare con orgoglio ciò che vorreste essere come insegnanti che lavorano per rendere sempre più efficace ed efficiente il processo di insegnamento-apprendimento. Vi sentite, e vorreste essere, insegnanti tecnicamente all’avanguardia sulle varie strategie educative e didattiche, figure di sistema nelle dinamiche di collaborazione interistituzionale, comunitaria, attori e propulsori di processi di autosviluppo scolastico.  Il nostro consiglio è di affrontare questo Concorso con due anime: una pragmatica e orientata in modo efficace alle necessità del programma, e una più personale, improntata a un’originale e orgogliosa identità professionale, affinché possiate coltivare sempre, anche nei momenti di più dura necessità, visioni innovative e desideri di continua evoluzione professionale. Edgar Morin ci ricorda: «Ciò che non si rigenera, degenera», e non parla soltanto della vita di coppia… Nei nostri libri dedicati alla preparazione del concorso, ci siamo attenuti ai contenuti del copione messo a punto dal Miur, studiando ogni dettaglio dei programmi, leggendo attentamente ogni parola e cercando di capire anche tra le righe ciò che il Concorso richiede. Abbiamo raccolto e scelto per voi i migliori e più completi materiali che possono servire a illustrare e organizzare cognitivamente e metacognitivamente i vari temi e argomenti. Buono studio e un «in bocca al lupo» a tutti voi!
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Search-ME - Erickson 12 DSA
Ne parliamo con il professor Fabio Celi, psicologo-psicoterapeuta
Nella sua vita professionale, professor Celi lei ha conosciuto tanti bambini e ragazzi con Bisogni Educativi Speciali o con Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Come Marco, che aveva un disturbo specifico della lettura, e andava a scuola angosciato. O come Oreste, con difficoltà di apprendimento non particolarmente gravi, ma che faceva ammattire le maestre col suo comportamento. Che cosa accomuna questi ragazzi?   «Gli allievi con disturbo o difficoltà di apprendimento tendono ad avere un concetto di sé più negativo. Più o meno consapevolmente si confrontano. Più o meno consapevolmente, da alcuni insegnanti molto consapevolmente, vengono confrontati. A volte qualche genitore di questi bambini mi riferisce frasi dette dal figlio, dopo un pomeriggio di lavoro.    Spesso sono domande di questo tenore: «Ma papà, perché io sto tutto il giorno a studiare e fare i compiti mentre i miei compagni dopo un’ora hanno già finito e poi loro a scuola sono più bravi di me?»  E il bello — si fa per dire — è che alcune maestre chiamano questi bambini «svogliati»!. Questi confronti sono perdenti. Almeno per quanto riguarda la lettura, la scrittura o il calcolo e, più in generale, il rendimento scolastico, sono perdenti per definizione.      Può darsi, per fortuna, che alcuni di questi bambini siano dotati di fattori protettivi che li preservano da una caduta verticale dell’immagine che hanno di sé: perché sono simpatici, o giocano bene a tennis, o se la cavano molto bene in attività pratiche e manuali anche piuttosto complesse, o perché hanno un fidanzatino (o una fidanzatina) prima di molti compagni. Ma il confronto perdente rispetto alle abilità scolastiche lascia, anche nei casi più fortunati, qualche strascico di sofferenza. Immaginiamo la sofferenza quando questi fattori protettivi vengono a mancare.»   In che modo questi confronti possono influire sull’autostima?   «È facile capire come ciò sia connesso con l’autostima. Posso definire l’autostima — in modo molto approssimativo ma utile in questo contesto — come la misura di quanto una persona si piace, di quanto è contenta di sé. Questi ragazzi non si piacciono, almeno dal punto di vista scolastico, e la loro bassa autostima può avere conseguenze importanti su molti altri aspetti della sfera emozionale.  Ricordo qui che l’autostima non dipende solo dai risultati oggettivi che una persona riesce a ottenere. Se fosse così, l’unico modo per alzare l’autostima sarebbe migliorare le prestazioni. Ma non è così: l’autostima dipende dal rapporto tra risultati e aspettative. Dal momento che si tratta di una frazione, l’autostima si abbassa quando le prestazioni sono basse, ma anche quando le aspettative sono troppo alte. Dovrebbero tenerlo presente quelle maestre che dicono a un bambino con dislessia di cercare di leggere come gli altri, e poi, quando quel bambino non ce la fa, gli dicono che è svogliato.
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