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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
I cambiamenti possibili che si profilano con l’invecchiamento della popolazione
L’Italia è attualmente uno dei paesi più anziani del mondo, con il più alto tasso di popolazione sopra i 65 anni. È stato stimato che, nell’arco di 9 anni, ovvero nel 2028, si registrerà in Italia una popolazione anziana non autosufficiente pari a 6,3 milioni di persone (Rapporto Osservasalute 2017). Secondo le proiezioni, nel 2028, tra gli over 65 le persone non in grado di svolgere le attività quotidiane per la cura di se stesse  - dal lavarsi al mangiare - saranno circa 1,6 milioni (100 mila in più rispetto a oggi), mentre quelle con problemi di autonomia - preparare i pasti, gestire le medicine e le attività domestiche - arriveranno a 4,7 milioni (+700 mila). Questa situazione demografica avrà degli importanti riflessi anche sul piano sociale. Molte dinamiche che già conosciamo e vediamo in atto diventeranno sempre più diffuse nella nostra società. Già oggi molte persone anziane vivono con figli lontani da loro. Alla mobilità dei figli si combinano più realtà come calo demografico e flussi migratori. Se figlie e figli, per ragioni di lavoro o per altre cause, vivono lontane e lontani, è possibile che la funzione di caregiver sia assunta da chi arriva da lontano, dalle persone che comunemente chiamiamo “badanti”. Questo significa molto per gli operatori sociali. Soffermiamoci su due aspetti. LA PERSONA ANZIANA POTREBBE AVERE UNA RETE SOCIALE, E IL CAREGIVER NO.  Un operatore sociale dovrebbe curare il possibile intreccio fra chi conosce le risorse della rete sociale e chi ha le risorse per le cure quotidiane. È un’intermediazione che può avere bisogno di coinvolgere mediatori culturali. Questi potrebbero integrarsi nella rete sociale. Questa dinamica può superare la polarizzazione di chi può e chi non può più. Ciascuno ha risorse diverse: combinandosi e intrecciandosi, permettono a chi è anziano di sentirsi vivo e in qualche modo attivo; alla o al «badante» di uscire dall’isolamento di chi, venendo da lontano, non ha rete sociale. Il compito di chi è operatore sociale è impegnativo e appassionante: si tratta di far crescere un nuovo paesaggio sociale, in cui chi occupa un ruolo professionale e sociale collabora e attiva diverse competenze di chi occupa ruoli sociali multifunzionali. LONTANANZE DA SUPERARE E VICINANZE DA RIPENSARE Figlie e figli lontani devono assumere la giusta distanza. Non quella che si misura in chilometri. Lo stesso è per le «badanti» e le loro famiglie. Le lontananze devono essere superate. Le vicinanze allentate e non contrassegnate da incapacità: ti devo stare accanto perché non sei capace… Un operatore sociale deve facilitare il superamento delle lontananze. E aiutare a non fare che le vicinanze siano solo e sempre nel segno dell’incapacità.  La vicinanza caratterizzata da un eccesso di interventi assistenziali può indurre all’abbandono, da parte di una persona anziana, anche di ogni piccola iniziativa, diventando prigioniera dell’assistenzialismo. Un operatore sociale dovrebbe vivere il suo ruolo in un orizzonte ampio, accogliendo, con una gentile ospitalità, tutte le persone coinvolte nella vita di una persona anziana. Che, a sua volta, sentirà come l’orizzonte ampio permetta di fare stare in lei tutte le stagioni della vita. L’articolo completo di Andrea Canevaro, professore emerito all’Università di Bologna e «padre» della pedagogia speciale in Italia, è disponibile sul numero di giugno 2019 della rivista Erickson Lavoro Sociale.  
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
L’importanza di saper realizzare cambiamenti di emergenza ed evolutivi
Il lavoro sociale ha come finalità la realizzazione di cambiamenti. Chi opera nel lavoro sociale deve tener conto della necessità di cambiamenti rapidi, e della necessità di cambiamenti evolutivi lenti. I primi riguardano esseri umani che devono salvare la loro vita. Chi sta affogando ha bisogno di essere portato in salvo al più presto. Alle spalle del salvataggio c’è un’organizzazione dei salvataggi. Chi opera può trovarsi imbrigliato, intrappolato, nell’organizzazione che potrebbe non essere adeguata alle esigenze dei tempi, dovendo a sua volta tener conto di un’impalcatura di regole e di una normativa un po’ polverosa. Per questo diciamo che chi opera nel lavoro sociale deve essere un equilibrista: deve mantenere un equilibrio, anche caratteriale, fra due tipi di cambiamento a cui il suo operare può e deve contribuire. È l’equilibrio professionale. Il tempo del cambiamento del salvataggio sembrerebbe essere solo e unicamente quello dell’immediatezza. È davvero così? Non sempre. Chi opera nel lavoro sociale con un ruolo professionale deve tener conto dell’apparato istituzionale. Non deve usare solo l’acceleratore, ma anche le diverse marce dell’auto, e quindi anche il freno e la frizione. Senza dimenticare il volante e le segnalazioni luminose. Per accelerare, a volta è bene rallentare. L’apparato complesso che nella nostra metafora è l’automobile ha bisogno di cambiare evolvendo. Anche chi sta affogando dovrebbe cambiare evolvendo, per non ritrovarsi nelle condizioni che portavano all’annegamento. I due cambiamenti, quello dell’immediatezza e quello dell’evoluzione, devono contaminarsi. Il primo permette l’altro. Il primo riesce meglio avendo fiducia nell’altro. E contribuendo alla sua realizzazione: alla fiducia va aggiunta la capacità di attendere, la pazienza. Evolviamo lentamente e cambiamo profondamente se non ci accontentiamo della sopravvivenza immediata. L’evoluzione deve procedere come fa chi si arrampica in montagna, facendo roccia. Deve sentirsi quadrupede, e muovere un piede o una mano solo avendo le altre tre membra ben salde. Il cambiamento di chi fa roccia fa un uso prudente, parsimonioso, dell’immediatezza. Deve essere un’immediatezza ponderata. Sembra un paradosso. È il paradosso in cui vive e può svilupparsi il lavoro sociale: chi ha un ruolo professionale deve farsi carico del doppio cambiamento, quello del pronto soccorso e quello dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. L’efficienza e l’efficacia dell’immediatezza del pronto soccorso va documentata in modo da favorire il cambiamento evolutivo dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. È una tappa di percorso delicata e insidiosa. L’apparato istituzionale, vedendo efficienza ed efficacia, potrebbe ritenere che non ci sia bisogno di alcun cambiamento. È così. Il cambiamento evolutivo è sorprendente a posteriori. Nel suo svolgimento è inavvertito. Chi ha un ruolo professionale dovrebbe stare nel tempo dell’immediatezza e in quello del cambiamento evolutivo. Evitando di scegliere l’uno o l’altro. L’uno e l’altro. Meglio: uno è nell’altro. Non è un compito facile. Non si impara in una formazione formale. È una pratica, una capacità, che nella nostra cultura si è sovente nascosta nelle donne. Consiste in quelle pratiche di routine che sembrano sempre uguali, ma coinvolgono gradualmente la partecipazione attiva dell’altro, come ad esempio un essere umano che sta crescendo. Aiutano e permettono un cambiamento evolutivo grazie alla sicurezza fornita da gesti, orari, suoni e parole, che sembrano sempre uguali. I “quadri” dell’apparato istituzionale possono assumere queste capacità? La risposta non dovrebbe ridursi alla scelta fra il sì e il no. Siamo accecati dallo stereotipo che ci fa vedere in chi dirige un guardiano inflessibile, e quindi un po’ rigido, dell’ordine stabilito una volta per tutte, senza fantasie e avventure. Ogni stereotipo contiene qualche verità e nello stesso tempo impedisce di vedere qualche verità. Nel lavoro sociale è importante allenarsi al discernimento, per non essere accecati dagli stereotipi. Essendo il lavoro sociale un lavoro di filiera, il discernimento è facilitato e reso possibile. Una filiera è composta da diverse produzioni che si collegano l’una all’altra, trasmettendosi ciascuno la propria produzione. Questa viene accolta e integrata, a volte con apposito trattamento, in una nuova produzione a sua volta trasmessa. La suddivisione del tempo, nella filiera, diventa uno strumento fondamentale per non polarizzare la propria vita in “sconfitto”/“vincente”. C’è chi vive il momento di sconfitta, e chi, in quello stesso momento, è vincente. In un altro momento i ruoli potrebbero essersi scambiati le parti. La suddivisione del tempo nella filiera non inchioda nessuno a un momento. Nella notte dei tempi, e non solo, gli esseri umani hanno alzato lo sguardo. Di giorno si sono orientati con il sole. Di notte con le stelle. Gli esseri umani, essendo nomadi imperfetti e operosi, si sono organizzati guardando in alto. Allargando l’orizzonte e cercando un punto di riferimento alto, in cui poter riporre fiducia. Può sembrare strano e paradossale: questa organizzazione spaziale è organizzazione mentale. La mente di un essere umano ha sviluppato al suo interno un’organizzazione più ampia e complessa rispetto agli altri esseri viventi. Per riconoscere, occorre ricordare. E possiamo farlo in maniera individuale e solitaria, con scarsi risultati rispetto a nostro costante bisogno di appartenenza. Gli esseri umani sono nomadi operosi sociali. Dobbiamo, quindi, avere memoria aperta alla condivisione. È una memoria nomade. Deve avere un bagaglio di conoscenze e sapere utilizzare quelle adatte alla specificità del contesto. Senza la presunzione di possedere tutte le conoscenze utili. L’incontro con l’altro è apertura alle sue conoscenze. Banalizzando, se andiamo in un posto e cerchiamo una certa strada, domandiamo a chi ci sembra del posto. Nelle pieghe della storia dell’umanità si nascondono quegli esploratori di terre che non conoscevano e che visitavano con bagaglio leggero e la speranza di trovare una popolazione autoctona a cui poter domandare. Chi conosceva quel posto poteva dire come difendersi da pericoli, come affrontare il freddo e il caldo, come nutrirsi, e forse poteva offrire un riparo per la notte. In cambio, l’autoctono poteva ricevere notizie. Tra le parti si sviluppava un insegnamento linguistico reciproco, aiutato da gesti, oggetti, segnali che diventavano condivisi. È il cambiamento evolutivo, bellezza!
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Search-ME - Erickson 3 Lavoro sociale
In questo periodo di emergenza coronavirus sono tanti gli operatori del sociale e del sanitario che stanno lavorando, “riscoprendo” il loro ruolo e quello dei servizi.
Sono uno dei tanti operatori del sociale e del sanitario che in questo periodo di emergenza coronavirus stanno lavorando, perché molti dei nostri servizi non possono chiudere. Ci sono persone che stanno passando una parte della loro esistenza nei nostri servizi e quando sentono lo slogan #iorestoacasa pensano a come trascorreranno questo tempo lì: casa per loro è proprio il nostro posto di lavoro. Provo a cogliere l’invito di Fabio Folgheraiter, che chiama tutti noi che ci occupiamo di social work al dovere scientifico e morale di riflettere in questo momento particolare. Per farlo provo a proporre 5 ri-scoperte di lavoro sociale, pensate in questo tempo “sospeso”. Riscoprire la squadra nella nostra vita da mediano. Ogni giorno abbiamo negli occhi le immagini degli operatori della sanità con i segni delle mascherine, con i segni di una giornata in cui sono stati emotivamente violentati: sono le nostre prime linee, sono quelli che il mondo dei social arriva velocemente a chiamare “eroi” o “angeli”. Qualcuno di noi operatori sociosanitari sta provando timidamente ad alzare la mano dicendo “ehi ci siamo anche noi”, le seconde linee, quelle nelle comunità per disabili, quelli nelle RSA, quelli che devono convincere i minori a stare in casa. Vorrei che ri-scoprissimo di far parte della stessa squadra di un sistema sanitario e sociale con diversi servizi, professionisti con ruoli e funzioni che si integrano. Lo stiamo vedendo che siamo nella stessa squadra quando le mascherine si esauriscono in ospedale come nelle comunità, lo vediamo quando gli operatori si contagiano in ospedale come in RSA. Ne usciremo, ne siamo certi, un po’ malconci, ma con la convinzione che abbiamo e dobbiamo avere un sistema, una squadra di professionisti sociali e sanitari che sanno rispondere ai bisogni delle persone. Da oggi in poi la narrazione dovrà essere quella di far parte di una grande squadra. Riscoprire le nostre radici in Don Milani: “Sortirne tutti assieme, non uno di meno”. Ci ha fatto “rabbrividire” la prima posizione del premier britannico Boris Johnson: “abituatevi a perdere i vostri cari’. Abbiamo riscoperto in maniera chiara, forse ancora di più quando lottavamo qualche mese fa con chi tentava di definire chi può accedere ai servizi e chi no (ricordate la lotta contro i 10 anni di residenza per accedere ai servizi?).  Il valore è e rimane l’universalità dei servizi alla persona: se un essere umano sta male, ha bisogno, si aiuta senza “se” e senza “ma”. Questo stiamo vedendo succedere negli ospedali, questo abbiamo visto succedere in mare, questo vediamo succedere nei nostri servizi. Mi è piaciuto molto il post di Mauro Berruto, allenatore di pallavolo, che vi consiglio di leggere: rimanda al signor Boris Johnson l’immagine della scultura Enea, Anchise e Ascanio di Gian Lorenzo Bernini. Quella scultura rappresenta “non uno di meno”. Riscoprire che siamo intelligenti, noi operatori e anche i nostri utenti.  Per intelligenza intendo la capacità di adattarsi in maniera funzionale ai cambiamenti. Per anni abbiamo sostenuto l’importanza del setting, del non cambiare le routine, altrimenti i nostri utenti si sarebbero scompensati, dell’importanza della quotidianità scandita. Tutti temi che conosco bene e che credo fortemente siano fondati, ma tendo a chiedermi se non siano resistenze al cambiamento.  La situazione che stiamo vivendo, certo intrinsecamente destrutturante, ci ha fatto riscoprire la capacità degli operatori di re-inventarsi servizi in meno di una settimana, con risultati eccellenti.  Anche le persone che accogliamo hanno dato risposte di adattamento che non ci saremmo aspettati. Certo non tutte, ma c’è anche chi ha percepito la storicità del momento, aiutando ad accompagnare se stesso e gli operatori nelle nuove situazioni, avvertendo e trasmettendo fiducia e sviluppando un senso di autoefficacia. Riscoprire i confini delle nostre comunità. In questi giorni si è parlato molto di tempo: tempo “sospeso”, il prima e il dopo, l’attesa. I decreti governativi hanno però inciso molto anche sullo spazio, sui nostri spazi vitali: le comunità residenziali hanno visto restringere i propri confini. Sento che in questi giorni le persone che vivono la comunità dove lavoro si sentono private della libertà: non possono scegliere. Dal punto di vista contingente questo creerà inevitabilmente dei problemi da gestire (ad esempio, legati al convivere in spazi ristretti).  Ma se guardiamo un po’ più da lontano, possiamo misurare da quello che succede in questi giorni quanto il nostro lavoro sia effettivamente orientato alla libertà delle persone, di quanto ampi siano i nostri confini quando diciamo che i nostri utenti debbano essere attivi e partecipi nella comunità. Riscoprire i nostri colleghi.  Lavorare in questo periodo ci fa scoprire parti nostre e parti dei nostri colleghi che non conoscevamo. Citando Stefano Benni in Saltatempo, ho “scoperto una cosa molto semplice: che ci sono responsabilità che uno accetta con coraggio e decisione e altre che ti cadono addosso, pesanti e incomprensibili, e tu devi affrontare le seconde proprio come le prime”. Sto conoscendo molti copioni diversi miei e dei miei colleghi e vorrei descriverne alcuni prendendo spunto da Enzo Jannacci con la sua Quelli che, scritta nel 1975 ma sempre attualissima, per proporre la nostra personale Quegli operatori che... Quelli che speriamo non succeda niente agli utenti Quelli che vengo al lavoro, tutto il tempo a casa non resisto Quelli che di mestiere ti spengono il cero Quelli che il virus non ci risulta Quelli che l’animazione a mille Quelli che fanno la videochiamata con l’utente Quelli che da tre anni fanno un lavoro d'equipe convinti d'essere stati assunti da un'altra ditta Quelli che ci credono senza “se” e senza “ma” Quelli che ma siamo in ferie, in cassa integrazione, in permesso, o lavoriamo? Quelli che per principio non per i soldi Quelli che stanno in malattia fino a metà aprile Quelli che non abbandonano la nave Quelli che è tutta un’esagerazione Quelli che organizzano tutto Quelli che organizzeranno quando sarà tutto finito Quelli che fanno un mestiere come un altro Quelli che aspettano la fine ridendo e scherzando Quelli che Venezia sott’acqua, il Virus, e l’anno bisesto Quelli che nell’imprevedibile si realizza un senso profondo di verità e anche, persino, di “utilità” professionale Quelli che andrà tutto bene.
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Search-ME - Erickson 4 Lavoro sociale
Lettera di un’assistente sociale in smart working
Sento la necessità di riordinare le idee. È successo tutto così velocemente. Era un sabato di febbraio quando la notizia dei contagiati di coronavirus è balzata agli onori della cronaca e il lunedì in ufficio, da subito mi è stato vietato di recarmi in una certa zona e/o accogliere persone provenienti da quella zona. Da allora una restrizione continua, prima potevamo vedere le persone solo per questioni urgenti e poi all’improvviso, giovedì scorso la comunicazione che dal giorno dopo iniziava lo smart working, a giorni alterni e con la presenza in ufficio bisettimanale. Poi di nuovo ulteriori restrizioni e l’obbligo dello smart working come modalità di lavoro ordinario. E chi l’aveva mai sentito questo termine nei servizi sociali? Ovviamente il primo pensiero, come tutti noi, va alla nostra salute, ai nostri cari e alla preoccupazione di essere direttamente coinvolti e/o travolti da questa malattia, ma quando mi sono ritrovata al primo giorno di smart working, davanti al mio pc, la sensazione di disorientamento ha iniziato a prendere il sopravvento. Non tanto perché non sapessi cosa fare, anzi, tra relazioni, aggiornamenti di diari, sistemazione di cartelle ecc gli impegni sono tanti, ma il disorientamento è stato rispetto al lavoro con la persona.  Come è possibile fare l’assistente sociale a distanza? la nostra professione si fonda sulla relazione, sulla presenza fisica indispensabile per l’aiuto e come si può fare adesso? Ormai è una settimana che sono in smart working e nel corso delle giornate ho iniziato a sentire le persone, i colleghi d’ufficio e dei territori e ho iniziato ad annotarmi ogni piccolo cambiamento nel modo di essere e fare l’assistente sociale. Ho individuato alcune aree in cui si stanno verificando delle mutazioni che, chissà, potranno forse portare qualcosa di buono per la professione e per le persone con cui lavoriamo? Lo spazio di lavoro A casa è tutto diverso. Il tavolo della cucina o del salotto diventa il tuo ufficio, letteralmente invaso da documenti, fascicoli, pc e tutta la strumentazione necessaria. Ogni mattina, proprio come se andassi in ufficio, mi vesto e a volte persino mi trucco e/o indosso le scarpe, perché credo che telefonare alle persone o ai colleghi in pigiama mi renda meno credibile e sia irrispettoso, anche se non mi vedono, l’abito comunque, è il caso di dirlo, fa il monaco. Il mio fidanzato con cui convivo da diversi mesi, vive la quotidianità del mio lavoro e, finalmente, ha capito cosa fa l’assistente sociale.  Lo spazio del lavoro e lo spazio della vita privata è unico, senza alcuna distinzione e questo secondo me “informalizza” i rapporti.  A casa ci si sente a proprio agio, è un ambiente conosciuto e familiare, così anche le telefonate finiscono per essere più familiari. Inoltre i familiari partecipano alla vita lavorativa e tu partecipi alla loro, forse questo essere “così famiglia” lo avevamo perduto da tempo. Il tempo del lavoro Quando lavori in ufficio e timbri il badge, l’inizio e la fine del lavoro è scandita e quando esci dalla porta dell’ufficio fai altro. Capita di portarti il lavoro a casa, psicologicamente o materialmente, ma sono casi rari. A casa cambia invece. Finisci per guardare le mail dell’ufficio alle 22 e ti ritrovi a rispondere alla mail di una persona a qualunque ora.  Trovandoci in una condizione di emergenza continua, siamo più flessibili, maggiormente predisposti ai repentini cambiamenti e pronti a riorganizzare il lavoro anche all’improvviso, per rispondere a esempio a una skype-call di gruppo organizzata in meno di un’ora. Tra colleghi ci sentiamo in dovere aiutarci reciprocamente e forse stiamo riscoprendo la collaborazione, perduta nella fatica della gestione individuale dei carichi di lavoro. Tutti ci mettiamo a disposizione della responsabile per ciò che serve e per ciò che sappiamo fare. Il tempo del lavoro e il tempo di vita ora sembrano coincidere. Non so ancora quali possono essere le conseguenze di questo, forse può aiutarmi a prevedere eventuali conseguenze positive e negative di tale elemento. La relazione d’aiuto Questo aspetto è forse quello maggiormente delicato. Ci stiamo “reinventando” la relazione con l’altro o forse la stiamo riscoprendo, nel rispetto della distanza fisica impostaci.  Io ho la sensazione di non essere mai stata così “vicina” e così “pari” alle persone con cui lavoro. La comunanza del vivere questa situazione di emergenza ci ha reso simili e ora più che mai, io non posso essere la sola che aiuta l’utente, ma anche lui aiuta me, a capire come posso accompagnarlo al meglio in questo periodo, a capire cosa per lui è più utile e cosa per me è possibile fare lavorando in questa condizione.  La burocrazia e i convenevoli formali sembrano essere diminuiti e la relazione d’aiuto può solo beneficiarne, sembra più “pura”, liberata da una logica esperto-utente ormai esausta. Possiamo utilizzare strumenti innovativi e creativi per parlare con le persone. Ciascuno si ingegna come può per mantenere i contatti con le persone e garantire ai più fragili un supporto.  Vengono “rispolverati” strumenti forse per lo più usati in passato o in altri contesti, come la richiesta alla persona di una riflessione scritta da scambiarsi via mail. Ho la sensazione che questa situazione sta dilatando i tempi della care, siamo più riflessivi, abbiamo il tempo per pensare a ciò che facciamo e diciamo, un lusso ormai nel mondo dei servizi, fagocitati dal fare e dal rispondere alle urgenze. Questa situazione sembra aver completamente azzerato tutto ciò che era considerato urgenza improrogabile fino a qualche settimana fa e questo potrà forse cambiare i criteri con i quali definiamo indifferibile una pratica/questione. La formazione Finalmente possiamo formarci. Quasi tutti, nel nostro ufficio, utilizziamo lo smart working per seguire dei corsi di formazione a distanza e apprendere competenze nuove.  Abbiamo deciso di condividere il sapere di ogni operatore e ciascuno è chiamato, sulla base delle proprie specificità e competenze, a preparare una sessione di formazione a distanza, da trasmettere poi ai colleghi.  L’obiettivo è quello di costruire un patrimonio di sapere dell’ufficio che renda tutti egualmente competenti nei vari settori. Mai prima d’ora c’era stato il tempo per fermarsi, formarsi e riflettere individualmente su quanto appreso, credo sia un dono che non tornerà e che dobbiamo sfruttare al massimo. In sintesi, credo che questa situazione ci stia mettendo alla prova e stia cambiando il nostro modo di lavorare e di relazionarci alle persone, in maniera forse irreversibile. Credo sia importante presidiare i cambiamenti rilevati quotidianamente nel lavoro “sul campo” e continuerò a farlo, aggiornandola, se posso.  Silvia Clementi è Dottore di ricerca e Assistente Sociale. Ha lavorato alcuni anni per Enti di Terzo Settore che si occupano di Servizio Sociale, si è occupata di formazione nell’ambito dei servizi pubblici. Attualmente lavora all’Uepe ed è tutor del laboratorio di stage e guida allo stage nel corso di laurea triennale in Scienze del Servizio Sociale presso la sede dell’Università Cattolica di Brescia. È membro del gruppo di ricerca “Relational social work centre” dell’Università Cattolica. 
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Search-ME - Erickson 5 Lavoro sociale
“Il modo in cui una persona soffre di demenza dipende in misura determinante dalla qualità della care.” Tom Kitwood
Gli operatori sociali, nel loro gergo, parlano di «peso assistenziale», di «presa in carico», di stress dei caregiver e così via. Tale linguaggio è espressivo ma sintomatico di un sentimento ingenuo, pregno di senso comune. Voltaire definisce il senso comune come «una via di mezzo tra la stupidità e l’acume». Coglie nel segno e allo stesso tempo non coglie.  Tom Kitwood ci porta per mano a riflettere. Ci dice che la gravità oggettiva dei disagi esistenziali cui gli operatori o i familiari debbono far fronte dipende non solo dalle caratteristiche oggettive di quei disagi bensì anche, nello stesso tempo, dalle caratteristiche delle misure atte a rispondervi.  Dipende circolarmente da quale e quanta care viene agita, o non agita, nelle situazioni, dalla intrinseca sua razionalità o irrazionalità (organizzativa, tecnica, emotiva, ecc.). La «risposta» influenza la «domanda». Il «dopo» influenza il «prima».  La «soluzione» crea/mantiene il «problema». Kitwood ci sta dicendo: la care non sempre... è care.  Un’assistenza magari meccanicamente efficiente ma non adeguata umanamente non solo — dice Kitwood — non risponde ai bisogni degli assistiti, lasciandoli per così dire «irrisolti». Può incistarsi nella situazione che la richiede e divenire — in misura determinante — parte di essa, un elemento della sua gravità.  Io operatore, o io Organizzazione assistenziale, dovrei sempre riflettere prima di «incolpare» questo o quel caso di essere «troppo complesso» o «intrattabile», ecc. Dovrei chiedermi: non è che forse, quando misuro quella gravità o quel peso, calco sulla bilancia, inavvertitamente, con il mio piede? 
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