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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
“Il modo in cui una persona soffre di demenza dipende in misura determinante dalla qualità della care.” Tom Kitwood
Gli operatori sociali, nel loro gergo, parlano di «peso assistenziale», di «presa in carico», di stress dei caregiver e così via. Tale linguaggio è espressivo ma sintomatico di un sentimento ingenuo, pregno di senso comune. Voltaire definisce il senso comune come «una via di mezzo tra la stupidità e l’acume». Coglie nel segno e allo stesso tempo non coglie.  Tom Kitwood ci porta per mano a riflettere. Ci dice che la gravità oggettiva dei disagi esistenziali cui gli operatori o i familiari debbono far fronte dipende non solo dalle caratteristiche oggettive di quei disagi bensì anche, nello stesso tempo, dalle caratteristiche delle misure atte a rispondervi.  Dipende circolarmente da quale e quanta care viene agita, o non agita, nelle situazioni, dalla intrinseca sua razionalità o irrazionalità (organizzativa, tecnica, emotiva, ecc.). La «risposta» influenza la «domanda». Il «dopo» influenza il «prima».  La «soluzione» crea/mantiene il «problema». Kitwood ci sta dicendo: la care non sempre... è care.  Un’assistenza magari meccanicamente efficiente ma non adeguata umanamente non solo — dice Kitwood — non risponde ai bisogni degli assistiti, lasciandoli per così dire «irrisolti». Può incistarsi nella situazione che la richiede e divenire — in misura determinante — parte di essa, un elemento della sua gravità.  Io operatore, o io Organizzazione assistenziale, dovrei sempre riflettere prima di «incolpare» questo o quel caso di essere «troppo complesso» o «intrattabile», ecc. Dovrei chiedermi: non è che forse, quando misuro quella gravità o quel peso, calco sulla bilancia, inavvertitamente, con il mio piede? 
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Search-ME - Erickson 2 Lavoro sociale
I cambiamenti possibili che si profilano con l’invecchiamento della popolazione
L’Italia è attualmente uno dei paesi più anziani del mondo, con il più alto tasso di popolazione sopra i 65 anni. È stato stimato che, nell’arco di 9 anni, ovvero nel 2028, si registrerà in Italia una popolazione anziana non autosufficiente pari a 6,3 milioni di persone (Rapporto Osservasalute 2017). Secondo le proiezioni, nel 2028, tra gli over 65 le persone non in grado di svolgere le attività quotidiane per la cura di se stesse  - dal lavarsi al mangiare - saranno circa 1,6 milioni (100 mila in più rispetto a oggi), mentre quelle con problemi di autonomia - preparare i pasti, gestire le medicine e le attività domestiche - arriveranno a 4,7 milioni (+700 mila). Questa situazione demografica avrà degli importanti riflessi anche sul piano sociale. Molte dinamiche che già conosciamo e vediamo in atto diventeranno sempre più diffuse nella nostra società. Già oggi molte persone anziane vivono con figli lontani da loro. Alla mobilità dei figli si combinano più realtà come calo demografico e flussi migratori. Se figlie e figli, per ragioni di lavoro o per altre cause, vivono lontane e lontani, è possibile che la funzione di caregiver sia assunta da chi arriva da lontano, dalle persone che comunemente chiamiamo “badanti”. Questo significa molto per gli operatori sociali. Soffermiamoci su due aspetti. LA PERSONA ANZIANA POTREBBE AVERE UNA RETE SOCIALE, E IL CAREGIVER NO.  Un operatore sociale dovrebbe curare il possibile intreccio fra chi conosce le risorse della rete sociale e chi ha le risorse per le cure quotidiane. È un’intermediazione che può avere bisogno di coinvolgere mediatori culturali. Questi potrebbero integrarsi nella rete sociale. Questa dinamica può superare la polarizzazione di chi può e chi non può più. Ciascuno ha risorse diverse: combinandosi e intrecciandosi, permettono a chi è anziano di sentirsi vivo e in qualche modo attivo; alla o al «badante» di uscire dall’isolamento di chi, venendo da lontano, non ha rete sociale. Il compito di chi è operatore sociale è impegnativo e appassionante: si tratta di far crescere un nuovo paesaggio sociale, in cui chi occupa un ruolo professionale e sociale collabora e attiva diverse competenze di chi occupa ruoli sociali multifunzionali. LONTANANZE DA SUPERARE E VICINANZE DA RIPENSARE Figlie e figli lontani devono assumere la giusta distanza. Non quella che si misura in chilometri. Lo stesso è per le «badanti» e le loro famiglie. Le lontananze devono essere superate. Le vicinanze allentate e non contrassegnate da incapacità: ti devo stare accanto perché non sei capace… Un operatore sociale deve facilitare il superamento delle lontananze. E aiutare a non fare che le vicinanze siano solo e sempre nel segno dell’incapacità.  La vicinanza caratterizzata da un eccesso di interventi assistenziali può indurre all’abbandono, da parte di una persona anziana, anche di ogni piccola iniziativa, diventando prigioniera dell’assistenzialismo. Un operatore sociale dovrebbe vivere il suo ruolo in un orizzonte ampio, accogliendo, con una gentile ospitalità, tutte le persone coinvolte nella vita di una persona anziana. Che, a sua volta, sentirà come l’orizzonte ampio permetta di fare stare in lei tutte le stagioni della vita. L’articolo completo di Andrea Canevaro, professore emerito all’Università di Bologna e «padre» della pedagogia speciale in Italia, è disponibile sul numero di giugno 2019 della rivista Erickson Lavoro Sociale.  
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Search-ME - Erickson 3 Lavoro sociale
L’importanza di saper realizzare cambiamenti di emergenza ed evolutivi
Il lavoro sociale ha come finalità la realizzazione di cambiamenti. Chi opera nel lavoro sociale deve tener conto della necessità di cambiamenti rapidi, e della necessità di cambiamenti evolutivi lenti. I primi riguardano esseri umani che devono salvare la loro vita. Chi sta affogando ha bisogno di essere portato in salvo al più presto. Alle spalle del salvataggio c’è un’organizzazione dei salvataggi. Chi opera può trovarsi imbrigliato, intrappolato, nell’organizzazione che potrebbe non essere adeguata alle esigenze dei tempi, dovendo a sua volta tener conto di un’impalcatura di regole e di una normativa un po’ polverosa. Per questo diciamo che chi opera nel lavoro sociale deve essere un equilibrista: deve mantenere un equilibrio, anche caratteriale, fra due tipi di cambiamento a cui il suo operare può e deve contribuire. È l’equilibrio professionale. Il tempo del cambiamento del salvataggio sembrerebbe essere solo e unicamente quello dell’immediatezza. È davvero così? Non sempre. Chi opera nel lavoro sociale con un ruolo professionale deve tener conto dell’apparato istituzionale. Non deve usare solo l’acceleratore, ma anche le diverse marce dell’auto, e quindi anche il freno e la frizione. Senza dimenticare il volante e le segnalazioni luminose. Per accelerare, a volta è bene rallentare. L’apparato complesso che nella nostra metafora è l’automobile ha bisogno di cambiare evolvendo. Anche chi sta affogando dovrebbe cambiare evolvendo, per non ritrovarsi nelle condizioni che portavano all’annegamento. I due cambiamenti, quello dell’immediatezza e quello dell’evoluzione, devono contaminarsi. Il primo permette l’altro. Il primo riesce meglio avendo fiducia nell’altro. E contribuendo alla sua realizzazione: alla fiducia va aggiunta la capacità di attendere, la pazienza. Evolviamo lentamente e cambiamo profondamente se non ci accontentiamo della sopravvivenza immediata. L’evoluzione deve procedere come fa chi si arrampica in montagna, facendo roccia. Deve sentirsi quadrupede, e muovere un piede o una mano solo avendo le altre tre membra ben salde. Il cambiamento di chi fa roccia fa un uso prudente, parsimonioso, dell’immediatezza. Deve essere un’immediatezza ponderata. Sembra un paradosso. È il paradosso in cui vive e può svilupparsi il lavoro sociale: chi ha un ruolo professionale deve farsi carico del doppio cambiamento, quello del pronto soccorso e quello dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. L’efficienza e l’efficacia dell’immediatezza del pronto soccorso va documentata in modo da favorire il cambiamento evolutivo dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. È una tappa di percorso delicata e insidiosa. L’apparato istituzionale, vedendo efficienza ed efficacia, potrebbe ritenere che non ci sia bisogno di alcun cambiamento. È così. Il cambiamento evolutivo è sorprendente a posteriori. Nel suo svolgimento è inavvertito. Chi ha un ruolo professionale dovrebbe stare nel tempo dell’immediatezza e in quello del cambiamento evolutivo. Evitando di scegliere l’uno o l’altro. L’uno e l’altro. Meglio: uno è nell’altro. Non è un compito facile. Non si impara in una formazione formale. È una pratica, una capacità, che nella nostra cultura si è sovente nascosta nelle donne. Consiste in quelle pratiche di routine che sembrano sempre uguali, ma coinvolgono gradualmente la partecipazione attiva dell’altro, come ad esempio un essere umano che sta crescendo. Aiutano e permettono un cambiamento evolutivo grazie alla sicurezza fornita da gesti, orari, suoni e parole, che sembrano sempre uguali. I “quadri” dell’apparato istituzionale possono assumere queste capacità? La risposta non dovrebbe ridursi alla scelta fra il sì e il no. Siamo accecati dallo stereotipo che ci fa vedere in chi dirige un guardiano inflessibile, e quindi un po’ rigido, dell’ordine stabilito una volta per tutte, senza fantasie e avventure. Ogni stereotipo contiene qualche verità e nello stesso tempo impedisce di vedere qualche verità. Nel lavoro sociale è importante allenarsi al discernimento, per non essere accecati dagli stereotipi. Essendo il lavoro sociale un lavoro di filiera, il discernimento è facilitato e reso possibile. Una filiera è composta da diverse produzioni che si collegano l’una all’altra, trasmettendosi ciascuno la propria produzione. Questa viene accolta e integrata, a volte con apposito trattamento, in una nuova produzione a sua volta trasmessa. La suddivisione del tempo, nella filiera, diventa uno strumento fondamentale per non polarizzare la propria vita in “sconfitto”/“vincente”. C’è chi vive il momento di sconfitta, e chi, in quello stesso momento, è vincente. In un altro momento i ruoli potrebbero essersi scambiati le parti. La suddivisione del tempo nella filiera non inchioda nessuno a un momento. Nella notte dei tempi, e non solo, gli esseri umani hanno alzato lo sguardo. Di giorno si sono orientati con il sole. Di notte con le stelle. Gli esseri umani, essendo nomadi imperfetti e operosi, si sono organizzati guardando in alto. Allargando l’orizzonte e cercando un punto di riferimento alto, in cui poter riporre fiducia. Può sembrare strano e paradossale: questa organizzazione spaziale è organizzazione mentale. La mente di un essere umano ha sviluppato al suo interno un’organizzazione più ampia e complessa rispetto agli altri esseri viventi. Per riconoscere, occorre ricordare. E possiamo farlo in maniera individuale e solitaria, con scarsi risultati rispetto a nostro costante bisogno di appartenenza. Gli esseri umani sono nomadi operosi sociali. Dobbiamo, quindi, avere memoria aperta alla condivisione. È una memoria nomade. Deve avere un bagaglio di conoscenze e sapere utilizzare quelle adatte alla specificità del contesto. Senza la presunzione di possedere tutte le conoscenze utili. L’incontro con l’altro è apertura alle sue conoscenze. Banalizzando, se andiamo in un posto e cerchiamo una certa strada, domandiamo a chi ci sembra del posto. Nelle pieghe della storia dell’umanità si nascondono quegli esploratori di terre che non conoscevano e che visitavano con bagaglio leggero e la speranza di trovare una popolazione autoctona a cui poter domandare. Chi conosceva quel posto poteva dire come difendersi da pericoli, come affrontare il freddo e il caldo, come nutrirsi, e forse poteva offrire un riparo per la notte. In cambio, l’autoctono poteva ricevere notizie. Tra le parti si sviluppava un insegnamento linguistico reciproco, aiutato da gesti, oggetti, segnali che diventavano condivisi. È il cambiamento evolutivo, bellezza!
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