IT
I mini gialli dei dettati 2
Carrello
Spedizioni veloci
Pagamenti sicuri
Totale:

Il tuo carrello è vuoto

|*** Libro Quantità:
Articoli e appuntamenti suggeriti

Tematica
Argomento
Utile in caso di
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Non vi è alcun filtro disponibile, allarga la tua ricerca per ottenere più risultati
Non vi è alcun filtro disponibile, allarga la tua ricerca per ottenere più risultati
Filtra
Filtra per
Tematica
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Informazione obbligatoria
Argomento
Utile in caso di
Risultati trovati: 76
Search-ME - Erickson 1 Didattica
I principi alla base del baskin che lo rendono uno sport aperto e fruibile da tutti
Il nome baskin nasce in origine dall’unione di due termini: «basket» e «integrazione». Il basket è la disciplina ispiratrice e da essa si estrapolano le principali regole e i fondamentali del baskin, nel quale i giocatori con disabilità sono messi nelle condizioni di poter esprimere le proprie potenzialità senza favoritismi e concessioni che non siano previste dal regolamento. Possono, quindi, partecipare persone con e senza disabilità, età e sesso differente. Il baskin è un gioco di squadra basato sulla collaborazione, senza tempi morti, durante il quale ciascun giocatore può realizzare un canestro. Il baskin coinvolge due universi: lo sport, rappresentato dal basket; l’inclusione, volta a perseguire l’inserimento sociale di persone con e senza disabilità in un contesto in cui ognuno, mediante la propria personale crescita, possa contribuire a quella collettiva. Il baskin è uno sport inclusivo perché è concepito idealmente aperto e fruibile da chiunque. Al gioco possono partecipare persone con differenti caratteristiche e abilità, che hanno l’obiettivo comune di svolgere attività motoria nel rispetto individuale, non escludendo l’agonismo, la sana competizione e l’aspirazione alla vittoria. L’attività sportiva comporta, infatti, spirito competitivo, spirito di sacrificio, desiderio di migliorarsi, affermazione individuale e di gruppo, sicurezza psicologica, successo e insuccesso. L’educazione riesce a utilizzare il momento sportivo a fini inclusivi senza perdere di vista le caratteristiche dello sport. Partendo dall’individuo, nel rispetto delle sue caratteristiche, delle sue capacità e dei suoi limiti, lo sport diventa veicolo di valorizzazione e di cultura. Il baskin nasce con l’intento di permettere a un maggiore numero di persone di partecipare al gioco tramite tre principi fondamentali. Il primo principio è l’adattamento delle regole e delle strutture di gioco ai giocatori, affinché ognuno di essi possa esprimersi Nel campo di baskin, i canestri non sono due come nel basket, ma sei con due punti d’attacco e due di difesa. Questa caratteristica porta dinamismo e imprevedibilità: né gli spettatori né i giocatori possono sapere quale canestro sarà utilizzato. Le due zone situate lateralmente a centro campo sono riservate ai giocatori con difficoltà motorie tali da non permettere la corsa, che altrimenti sarebbero esclusi dal gioco. La loro posizione laterale e centrale permette che vengano coinvolti nel gioco con prontezza e tempestività. Queste aree sono riservate ai giocatori nei ruoli 1 e 2, chiamati pivot. Il secondo principio è la differenziazione delle regole in base ai ruoli Un esempio è che i giocatori nel ruolo 5, con le maggiori abilità di gioco, possono effettuare al massimo tre tiri a canestro per tempo. Tale limitazione obbliga il giocatore a riflettere sulle possibili azioni da compiere per sé e per i compagni, sviluppando la capacità di prendere delle decisioni ponderate. Un altro esempio è che solo i giocatori nei ruoli 1, 2 e 3 possono tirare nei canestri laterali a metà campo, tiro che deve comunque avvenire in modo tempestivo senza rallentare il ritmo del gioco. L’ingresso nelle zone protette, ossia le aree dei canestri laterali, dove stazionano i pivot, è consentito esclusivamente per portare la palla ai compagni. Il tiro deve avvenire entro un tempo massimo di 10 secondi senza difesa. Il terzo principio è la libertà di giocare mettendo in campo le proprie abilità e competenze, senza pietismi e regali Il baskin è uno sport vero, in cui tutti hanno il diritto di essere protagonisti, ma devono impegnarsi per esserlo. La potenzialità inclusiva del baskin si percepisce dal fatto che ogni ruolo è esaltato dalla presenza dell’altro. Una squadra è costituita da giocatori molto diversi tra loro, che insieme valorizzano le diverse abilità. Le regole strutturano il gioco di squadra e permettono il pieno rispetto della dignità, rendendo ogni giocatore indispensabile se motivato e allenato.
Leggi di più
Search-ME - Erickson 2 Disabilità intellettiva
Una sfida educativa per la scuola italiana
Raggiungere l’autonomia nel loro percorso verso l’età adulta è fondamentale per bambini, bambine e adolescenti con disabilità intellettiva. Nello sviluppo di una persona l’autonomia è il prerequisito indispensabile per l’inserimento sociale e per l’accesso al lavoro. Gli alunni con disabilità frequentanti le scuole italiane nell’a.s. 2018/2019 risultano poco meno di 284.000, pari al 3,3% del numero complessivo degli alunni, prossimo a 8,6 milioni. Dai dati emerge che è portatore di disabilità psicofisica il 96,4% del numero complessivo di alunni con disabilità frequentanti le scuole statali e non statali, di ogni ordine e grado; nello specifico il 68,8% presenta una disabilità intellettiva, il 3,2% una disabilità motoria, il 24,4% è portatore di un altro tipo di disabilità, l’1,5% presenta una disabilità visiva e il 2,1% una disabilità uditiva. Questi dati evidenziano che il tema dell’autonomia dei minori con disabilità intellettiva è una sfida educativa importante per la scuola italiana. Raggiungere il più alto grado di autonomia possibile è indispensabile per un minore con disabilità intellettiva però, come ha affermato Anna Contardi, esperta di questo tema, in un’intervista a Raiscuola, “le persone con disabilità intellettiva spesso raggiungono un livello di autonomia inferiore a quello che potrebbero fare” . Contardi individua due meccanismi che ostacolano il raggiungimento dell’autonomia nelle persone con disabilità intellettiva. Il primo è che “troppo spesso nei loro confronti scatta una sorta di esplosione di incapacità”. La persona disabile viene vista incapace di fare una cosa e, invece di essere supportata su quella cosa particolare, viene ‘aiutata’ anche su altre che non hanno nessuna relazione con quello di cui aveva bisogno. Contardi, ci dice: “Provate a pensare a un bambino a scuola che non sa fare le moltiplicazioni e il compagno di scuola gli mette i libri nello zainetto. Non c’è nessuna relazione. Lo abbiamo visto totalmente incapace e ci siamo sostituiti a lui”. Contardi prosegue: “Un altro meccanismo che spesso impedisce l’autonomia è un eccesso di coccole nei confronti della persona con disabilità intellettiva, quasi che l’interlocutore si senta in difficoltà per non poter eliminare la disabilità e vada a compensare questo con più affettività". Però tutti questi meccanismi, sicuramente fatti a fin di bene, non permettono a una persona di raggiungere quell’autonomia che, come abbiamo detto prima, è indispensabile nella vita”. Le persone con disabilità intellettiva devono, quindi, fare i conti con il pregiudizio sociale che le vuole sempre dipendenti da qualcuno; la cultura familiare e sociale ha messo molte persone con disabilità in una condizione di "inabilità da tutto". Ciò mina la loro autostima, limita la possibilità per loro di fare esperienze e sperimentarsi in situazioni diverse, e quindi ostacola il loro percorso verso l’autonomia. Scardinare questi meccanismi richiede da un lato un cambiamento culturale e dall’altro percorsi educativi mirati per minori con disabilità intellettiva. Percorsi che devono essere volti all’acquisizione di competenze, ma anche e soprattutto, di una propria identità di giovani e adulti. Come spiegato da Valentina Cottone in un’intervista alla cooperativa sociale onlus Paim “Per le persone disabili, autonomia non vuol dire solo acquisire alcune competenze, ma riconoscersi adulti e sentirsi tali”. Questi temi verranno approfonditi al Convegno Internazionale di Erickson “La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, che vedrà ospite Anna Contardi (Associazione Italiana Persone Down), alla Plenaria e al Workshop 7 del 12 novembre. Storie di scuola, di lavoro e di vita indipendente raccontate da persone con la sindrome di Down verranno condivise nella QTalk 4 che vedrà ospiti Carlo Scataglini e Martina Fuga. Infine, Luca Trapanese sarà ospite alla plenaria del 14 novembre. Bibliografia Gestione Patrimonio Informativo e statistica, I principali dati relativi agli alunni con disabilità anno scolastico 2018/2019. Ministero dell’Istruzione, Novembre 2020 Emilia Napolitano, L'autonomia come processo di crescita, Quaderno SAAD n.1
Leggi di più
Search-ME - Erickson 3 Autismo e disabilità
Eleonora Dalfelli, insegnante e pedagogista, risponde alla suggestione “Che tipo di insegnamento hai tratto dalla pandemia?”
Un'associazione per supportare ragazze e ragazzi con disabilità, nata spontaneamente su iniziativa di alcune famiglie, che si autofinanzia per realizzare le proprie attività. Una situazione di lockdown come quella vissuta l’anno scorso che rende ancora più difficile la socializzazione e l’espressione di sé, in particolare per chi vive una condizione di disabilità. È in questo contesto che è maturata l’esperienza teatrale “Centro Recupero emozioni”, proposta ai ragazzi e alle ragazze dell’associazione “Oltre il guscio” di Moiano, in provincia di Napoli, attraverso il coinvolgimento di due attori professionisti. L’idea era quella di risollevare l’umore dei ragazzi che stavano risentendo pesantemente del lockdown dal punto di vista emotivo, creando per loro degli spazi di condivisione, di espressione e di ascolto reciproco. L’esperienza si è sviluppata all’inizio attraverso una serie di incontri online, condotti dagli attori Monica Maiorino e Aldo De Martino ed è poi culminata in un happening teatrale in presenza che si è svolto quest’estate, a fine luglio, negli spazi della bellissima abbazia di Crapolla a Vico Equense, in provincia di Napoli. Come è partita e come è stata vissuta questa esperienza? Scopriamolo dalle parole di Monica Maiorino che ha condotto gli incontri assieme al marito: “A marzo di quest’anno siamo stati contattati dall’associazione Oltre il guscio con la richiesta di aiutare i ragazzi, attraverso il teatro, a uscire dallo stato di grande tristezza in cui si trovavano a causa del lockdown. Io e mio marito all’inizio avevamo qualche perplessità, legata al fatto che l’esperienza teatrale è difficilmente riproducibile attraverso gli schermi. I nostri dubbi e le nostre perplessità sono però stati fugati già dal primo incontro. Il teatro è ascolto, e noi abbiamo ascoltato. Il teatro è racconto, e i ragazzi si sono raccontati. Nel teatro non c’è giudizio, e nessuno si è sentito giudicato. È stata un’esperienza bellissima, in cui abbiamo visto accadere delle trasformazioni, che in qualche caso sono sembrati dei veri e propri miracoli. Abbiamo riso molto, è stato davvero bello per tutti e sicuramente siamo riusciti nell’obiettivo di risollevare umori e stati d’animo spenti e intristiti dai tanti mesi di clausura”. Attraverso questa esperienza teatrale, ragazze e ragazzi hanno potuto esprimere i propri vissuti, le proprie esperienze ed emozioni, scegliendo il modo a sé più consono. Le storie di ciascuno sono state poi trascritte, lette e recitate. Ne è nato anche un bellissimo libro che raccoglie tutte queste storie e che è stato illustrato da Stefano, un ragazzo autistico che fa parte dell’associazione “Oltre il guscio”. Lo potete sfogliare e leggere qui sotto, con le sue storie belle ed emozionanti. Susi Di Martino, una delle mamme che hanno fondato l’associazione, spiega così le attività di “Oltre il guscio”: “Siamo un’associazione piccola, nata nel 2018 e formata da una ventina di persone. Si va da ragazzini di 10-11 anni fino ad arrivare a me, che ne ho 61 e sono la più anziana del gruppo. Con noi ci sono anche ragazzi e adulti normodotati, che credono nel valore dell’inclusione. Finanziamo da soli le nostre attività, che organizziamo con tanto entusiasmo. Abbiamo portato i ragazzi, anche paraplegici, su sentieri di montagna per permettere loro di ammirare paesaggi bellissimi. Siamo andati in visita a una fabbrica di ceramiche per far provare ai ragazzi l’esperienza di realizzare qualcosa con le loro mani. Siamo stati a Posillipo a pulire una spiaggia. Poi con il lockdown abbiamo dovuto fermare le nostre uscite, ma abbiamo continuato in modo diverso con l’esperienza teatrale che è stata davvero bella e significativa”. E ora come proseguiranno le attività? “L’8 ottobre riprendiamo con gli incontri teatrali online”, risponde Monica Maiorino. La meravigliosa esperienza che abbiamo vissuto ci ha confermato ancora di più nella convinzione del potere salvifico dell’arte nei confronti di tutti. Abbiamo lavorato con un gruppo inclusivo. Questo è lo scopo nostro e dell’associazione: far comprendere che la disabilità può essere una risorsa e non un limite. Una società che include è una società più forte”.
Leggi di più
Search-ME - Erickson 4 Disabilità
L'impegno per gli operatori sociali e la sfida del cambio di paradigma
L’introduzione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2006; ratificata in Italia nel 2009) rappresenta il punto di partenza di una svolta importante per gli operatori che lavorano nei servizi dedicati a questa area di intervento. Il cambiamento sotteso alla Convenzione non è solo giuridico, ma anche, e soprattutto, culturale. Diversi autori concordano infatti su come la Convenzione non riconosca nuovi diritti: i diritti umani erano già patrimonio di tutti e di ciascuno prima dell’approvazione di questo atto. Tuttavia, la Convenzione nasce dall’esigenza di ribadire che l’applicazione dei diritti umani vale anche per le persone con disabilità, che non ci sono “deroghe” al riconoscimento di questi diritti legate alla capacità o alla condizione individuale e che questi diritti richiedono un impegno attivo da parte della società e delle istituzioni per essere rispettati e realizzati. Il cambiamento è, quindi, culturale: la Convenzione pone la necessità di riconoscere le persone con disabilità innanzitutto come cittadini. Questo significa ripensare anche l’organizzazione dei servizi per la disabilità in modo radicale: come suggerisce Cecilia Marchisio, i servizi non devono avere lo scopo di vicariare le cure genitoriali per la persona con disabilità quando esse vengono meno - il “dopo di noi” - ma devono essere orientati primariamente a supportare la realizzazione di un progetto di vita della persona con disabilità, che possa comprendere l’abitare, le relazioni sociali e familiari, il lavoro, il tempo libero e tutte le altre sfere di significato di cui si compone la vita di ciascuno di noi. Ciò non è in contrasto con l’erogazione delle prestazioni assistenziali o la necessità di supportare anche le famiglie nel prendersi cura dei loro bambini prima, adulti poi, con una disabilità: tuttavia, è necessario rimettere al centro la persona con disabilità nei percorsi di aiuto. La Convenzione ONU propone un paradigma nuovo, quello dei diritti umani, attraverso il quale rileggere l’esperienza e l’identità delle persone con disabilità e rimodulare il loro ruolo nella società. In questo processo di cambiamento, che vede coinvolte tutte le parti della società, gli operatori sociali si trovano in una posizione privilegiata per favorire dentro le istituzioni e le organizzazioni in cui lavorano questa nuova rappresentazione delle persone con disabilità: non persone che devono essere solo assistite sul piano dei bisogni, ma persone che possono trovare il loro spazio di piena inclusione nella vita sociale, economica e culturale della società, secondo le proprie volontà e desideri. Da un lato, questo vuol dire riconoscere loro la capacità di formulare un progetto per sé, di prendere delle decisioni e rispettare la loro volontà; dall’altro, comporta un’azione attiva di incoraggiamento e di sostegno da parte degli operatori che consenta alle persone, anche se in condizione di fragilità, di esprimere i propri desideri e preferenze e le aspettative sulla propria vita. Il lavoro sociale con le persone con disabilità deve quindi focalizzarsi non solo sul contenuto, cioè le prestazioni e gli interventi, ma anche sul processo, ovvero sull’affiancamento della persona nel progettare la propria vita, leggere i propri bisogni e aspirazioni e costruire possibili strade di risposta. Questo focus sull’accompagnare è tipico del ruolo degli operatori sociali, eppure in questa area di intervento fatica ad essere riconosciuto ed agito da questi ultimi in modo consapevole. Diversi autori individuano l’origine della logica prestazionale dei servizi per la disabilità nell’evoluzione storica di questi ultimi, che si sono strutturati a partire dalla domanda di assistenza delle famiglie e dalla necessità di individuare forme di aiuto alternative all’istituzionalizzazione degli adulti con disabilità. Potremmo dire, quindi, che la sfida del cambio di paradigma per gli operatori sociali non è solo sul cosa, ma anche sul come: è una questione di metodo. Il metodo Relational Social Work incontra l’urgenza imposta dalla Convenzione ONU di rimettere al centro le persone con disabilità nei percorsi di aiuto, per favorire una loro piena partecipazione alle decisioni che riguardano la loro vita. Sul piano metodologico, infatti, il metodo RSW chiede all’operatore di costruire relazioni fondate sulla reciprocità e sulla parità – il come, nelle quali operatori e persone possano equamente contribuire alla definizione della finalità - e dei contenuti degli interventi di aiuto – il cosa, favorendo processi di empowerment. Gli operatori sono quindi chiamati in questa epoca a rendersi parte attiva del processo di cambiamento culturale in atto, a partire dalla pratica quotidiana dell’aiuto nei servizi per le persone con disabilità: non più utenti, ma cittadini titolari di diritti, in primis quello di partecipare e decidere per sé stessi. Alcune letture consigliate Disabilità e società, di Tom Shakespeare: l’autore espone con uno stile denso, ma chiaro, i tratti principali degli approcci sociologici che hanno nel tempo provato a rispondere alla domanda: che cos’è la disabilità? A partire dalla sua formazione accademica e dalla sua stessa esperienza di vita, in quanto persona con disabilità, Shakespeare propone la sua risposta a questo complesso interrogativo, lasciando spazio anche ad alcune importanti riflessioni e sollecitazioni per il lettore sulle più importanti questioni di bioetica attuali. Diventare grandi. La condizione adulta delle persone con disabilità intellettiva, di Carlo Lepri: in questo testo l’autore racconta le contraddizioni e le sfide che le persone con disabilità intellettiva affrontano nel passaggio dall’età infantile all’età adulta, attraverso un esperto sguardo psicologico e pedagogico sul tema, esemplificato anche con racconti di storie di vita. Il volume aiuta gli operatori a tenere alta l’attenzione sulla disabilità intellettiva e su come poter supportare l’identità adulta delle persone con questo tipo di disabilità. L’autodeterminazione nelle persone con disabilità, di Lucio Cottini: in questo libro gli operatori che lavorano nell’area della disabilità possono trovare strumenti operativi educativi utili per declinare in pratica l’autodeterminazione, valutarla e supportarla anche in presenza di disabilità gravi, a partire da una riflessione critica sul concetto e su quel che contiene. Fondamenti di metodologia relazionale, di Fabio Folgheraiter: l’autore offre una riflessione analitica sul paradigma della cura nel lavoro sociale, per delinearne i tratti distintivi e accompagnare gli operatori sociali a coglierne la logica profonda e i presupposti, per poi illustrarne l’applicazione sul piano della pratica quotidiana dell’aiuto, attraverso la metodologia relazionale di rete.
Leggi di più
Search-ME - Erickson 5 DIDA
Un libro per tutti!
Il libro Se i social vuoi usare, impariamo a navigare nasce dall’esperienza dei Percorsi di educazione all’autonomia dell’Associazione Italiana Persone Down ONLUS e, all’interno di essa, di un gruppo di assistenti sociali, educatori e psicologi che hanno lavorato negli ultimi 32 anni, prima a Roma poi in molte altre città d’Italia, con adolescenti e giovani con sindrome di Down accompagnandoli nella crescita della propria autonomia e nell’entrata nella vita adulta. L’utilizzo del computer, di internet e dei social è diventato quotidiano e imprescindibile per qualsiasi attività, nonché strumento spesso fondamentale per essere inclusi a più livelli, da quello lavorativo a quello delle relazioni. Per questo qualsiasi percorso educativo rivolto all’autonomia non può che passare anche attraverso l’apprendimento di questo tipo di competenze. Imparare a usare il computer è un po’ come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: servono sicuramente delle istruzioni iniziali («Metti le mani sul manubrio e i piedi sui pedali»), ma poi, per l’uso amatoriale, si impara soprattutto attraverso l’esperienza. L’educatore/familiare che supporta la persona con disabilità intellettiva nell’acquisizione di queste nuove competenze dovrebbe quindi porsi più come «un accompagnatore» all’interno di un percorso esperienziale di apprendimento che come un trasmettitore di conoscenze informatiche. Dovrebbe inoltre evitare, in situazioni di difficoltà, di sostituirsi (prendendo ad esempio in mano il mouse), lasciando piuttosto alla persona la possibilità di sperimentarsi nella ricerca di soluzioni, sotto la sua guida. In quest’ottica di fondamentale importanza sono: la chiarezza degli obiettivi da perseguire gli strumenti da utilizzare l’attività da proporre. Scopo dell’educatore/familiare è dunque approntare una attività in cui ci siano vari «ingredienti» utili alla sperimentazione e l’acquisizione di determinate abilità, ma con una finalità e una motivazione tangibile e dichiarata (ad esempio «Oggi navighiamo in internet per cercare il sito web del tuo cantante preferito»). L’articolo completo “Se i social vuoi usare, impariamo a navigare” è disponibile sul numero di novembre 2021 della rivista Erickson “DIDA"
Leggi di più
Search-ME - Erickson 6 Autismo e disabilità
Una selezione di proposte editoriali sull’autismo per i nostri lettori in occasione della Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo
Se fino a non molto tempo fa si riteneva che l’autismo fosse una «malattia incurabile», oggi sappiamo invece che si tratta di un disordine neuropsichico, che può comportare gravi problemi nella capacità di comunicare, di entrare in relazione con le persone e di adattarsi all’ambiente. Grazie ai progressi della ricerca, la credenza che chi ne è affetto debba rinunciare a una vita significativa e produttiva non ha più ragion d’essere. Molta strada rimane però ancora da fare per conoscere meglio questo disturbo, o per meglio dire di questi disturbi, data la grande variabilità che li caratterizza, e per migliorare la qualità di vita delle persone che ne sono toccate. In occasione della Giornata mondiale per la consapevolezza dell’autismo, proponiamo una selezione di titoli del nostro catalogo dedicati a questo argomento. Scopri i titoli consigliati: .image-carousel-container{ width:60%;} .mondo-erickson .banner-container [class^='banner-lev'] { position: relative; width: 60%; } @media (max-width:767px){ .image-carousel-container{ width:100% !important;} .mondo-erickson .banner-container [class^='banner-lev'] { position: relative; width: 100%; } }
Leggi di più
;