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Search-ME - Erickson 1 Autismo e disabilità
Dal coinvolgimento iniziale della famiglia agli accorgimenti per rendere efficace il percorso di inclusione a scuola, ecco alcune domande da porsi.
L’enorme impatto che l’autismo ha sui genitori e sull’intera famiglia ha inizio con la diagnosi ufficiale, che pone un fondamentale interrogativo: «Come possiamo aiutare nostro figlio?». La risposta spesso fornita dai clinici è una lista di terapie e di invii ad altri professionisti, ma in realtà sono proprio i genitori quelli che possono fare più di chiunque altro per aiutare il proprio figlio: grazie alla natura della loro relazione con lui, sono nella posizione perfetta per essere i suoi migliori insegnanti. Il coinvolgimento della famiglia in un programma di intervento è quindi di fondamentale importanza. Ma affinché un  intervento ABA sia efficace è sostanziale il coinvolgimento di tutte le figure che ruotano intorno al bambino, compresi insegnanti, assistenti, compagni.  Diverse sono le variabili che contribuiscono all’ottenimento dei risultati migliori, perciò risulta necessario che quest’ultimo riceva stimoli coerenti nei suoi principali contesti di vita. Questo significa che bisogna lavorare per costruire la massima coerenza tra scuola e famiglia. Alcuni obiettivi saranno comuni e alcuni specifici a seconda del contesto, ma tutte le figure coinvolte dovranno essere in grado di applicare le strategie e le tecniche che risultano più funzionali per il processo di apprendimento del bambino. In che modo il coinvolgimento della famiglia può influenzare la vita di un bambino con autismo? Come si riesce a far collaborare la famiglia del bambino con autismo e quali difficoltà si incontrano? Quali sono gli aspetti positivi dell’ambiente-scuola? A quali aspetti è bene prestare attenzione? Cosa sarebbe auspicabile per migliorare l’esperienza nell’ambiente-scuola? Quali sono gli accorgimenti possibili per un’inclusione di successo? .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); }   In che modo il coinvolgimento della famiglia può influenzare la vita di un bambino con autismo? La presenza di una persona con disabilità può condizionare molti aspetti della vita familiare, determinando tra l’altro la nascita di nuovi bisogni e l’insorgenza di difficoltà che si sommano interagiscono tra loro. La famiglia è ritenuta capace, in virtù delle sue risorse di adattamento attivo e organizzato, di reagire agli stress, prevedibili e imprevedibili, che può incontrare nel suo percorso. Riconosce la centralità dei genitori nel trattamento è il primo passo per promuovere il benessere dell’intera famiglia preparando i bambini a una vita quanto più possibile indipendente, soddisfacente e produttiva.   Come si riesce a far collaborare la famiglia del bambino con autismo e quali difficoltà si incontrano? È proprio l’orientamento al futuro e il coinvolgimento del maggior numero di persone, enti e istituzioni nei problemi della disabilità a caratterizzare la famiglia nella fase di attivismo. Da queste famiglie si può ottenere il massimo in termini di collaborazione e può essere considerata come una risorsa e un sostegno per le altre famiglie che si trovano nella medesima condizione. Solo un numero ristretto di genitori con un figlio con disabilità approda a questo stadio del ciclo di adattamento della famiglia alla disabilità. È fondamentale a questo scopo che la famiglia sia coinvolta nell’intervento tramite adeguata formazione, anche per limitare i possibili ostacoli. Questi possono essere sia di natura pratica come il rispetto della privacy, l’impegno fisico e mentale, la gestione del materiale o riguardanti la sfera economica; sia di natura emotiva come iperprotettività o accanimento terapeutico.   Quali sono gli aspetti positivi dell’ambiente-scuola? La scuola deve essere considerata una risorsa fondamentale nel percorso di crescita e apprendimento del bambino. Gli educatori e insegnanti sono spesso i primi a notare eventuali sintomi e possono sensibilizzare la famiglia affinché inizi il percorso che porterà all’eventuale diagnosi più precocemente possibile. La scuola è il luogo ideale per l’apprendimento, dove numerose sono le occasioni per essere esposti a nuove esperienze e per poter generalizzare e rendere funzionali abilità acquisite in altri contesti. Inoltre, è il luogo per eccellenza dove il bambino ha occasione di interagire con i coetanei e lavorare quindi sull’area della socializzazione.   A quali aspetti è bene prestare attenzione? Diversi sono gli elementi di complessità che devono essere presi in considerazione e gestiti per un’ottimale riuscita dell’intervento a scuola. L’ambiente fisico delle aule e la numerosità delle classi spesso non sono il setting ideale per promuovere l’attenzione e la collaborazione necessaria all’apprendimento. Sarebbe auspicabile prendere in considerazione la possibilità di svolgere alcune attività in piccoli gruppi, eventualmente in spazi poco caotici, anche se non sempre è fattibile.  Le figure adulte di riferimento spesso non sono stabili, questo può risultare elemento di estrema complessità per una persona con diagnosi dello spettro autistico, che deve investire molte energie per la costruzione della relazione. Anche il confronto con gli altri caregiver, che richiede spesso molto impegno dal punto di vista organizzativo e cognitivo viene spesso vanificato dal turn over.   Cosa sarebbe auspicabile per migliorare l’esperienza nell’ambiente-scuola? Per agevolare e affrontare con successo molti degli ostacoli visti sopra sarebbe auspicabile l’inserimento della figura di un tecnico a scuola. La presenza del consulente richiede una specifica organizzazione affinché venga integrato nell’équipe educativa, senza alterare in alcun modo l’equilibrio della classe. È necessario saper accogliere e dare risposte adatte all’età agli interrogativi che i coetanei pongono rispetto al loro compagno e ai suoi comportamenti. Tutti coloro che sono in classe devono avere un ruolo chiaro, compreso il tecnico consulente. I bambini devono avere piacere nello stare con il compagno e sentirsi sicuri di poter essere guidati rispetto alle strategie migliori per approcciarsi a lui. L’adulto dovrà guidarli stando in guardia rispetto a eventuali rischi che i piccoli tutor possono correre, ad esempio la tendenza a comportarsi da «adulti» piuttosto che da coetanei.   Quali sono gli accorgimenti possibili per un’inclusione di successo? I principi e gli obiettivi che dovrebbero guidare il lavoro a scuola sono: la semplificazione e l’adattamento delle attività didattiche; l’individuazione di rinforzi adeguati da utilizzare in classe; fornire aiuto immediato in situazioni in cui il bambino mostra difficoltà; rendere il bambino più indipendente possibile; guidare prima i coetanei a interagire con il bambino e poi il bambino stesso; utilizzare un linguaggio comune, ma semplice e chiaro; organizzare lavori in piccoli gruppi; ripetere più volte lo stesso insegnamento per essere sicuri dell’acquisizione; agire con coerenza rispetto alla presenza di comportamenti inadeguati; rinforzare la qualità del compito; collaborazione tra le figure che si occupano del progetto educativo del bambino; continuità degli obiettivi tra casa e scuola; saper lavorare in équipe; avere sempre obiettivi chiari, realistici e strategie per raggiungerli; ritenere importante e fonte di arricchimento la condivisione di esperienze e di sapere.
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Search-ME - Erickson 2 Autismo e disabilità
Domande e risposte per conoscere i principali sistemi di Comunicazione Aumentativa e Alternativa.
La difficoltà a utilizzare il linguaggio verbale, caratteristica dei Disturbi dello Spettro Autistico, costituisce sia un grave limite per la qualità della vita delle persone che ne sono affette, sia uno dei principali ostacoli alla loro integrazione sociale e scolastica. Una soluzione è rappresentata dalla Comunicazione Aumentativa e Alternativa, ovvero un sistema che utilizza scrittura, simboli, immagini, strumenti, dispositivi o gesti per compensare le difficoltà di comunicazione.  L'uso di modalità visive di comunicazione dovrebbe essere centrale negli interventi per le persone con autismo in quanto lavora sulle abilità visive, un loro specifico punto di forza. L’utilizzo, nei contesti educativi e riabilitativi, di sistemi di comunicazione aumentativa e alternativa e dell’Assistive Technology può facilitare la comunicazione delle persone che presentano menomazioni della parola, della funzione linguistica e della scrittura, con l’obiettivo di limitare le conseguenze negative della disabilità quali l’isolamento sociale, la passività e la dipendenza. Cosa si intende per CAA? Su quali strategie si basano i sistemi CAA? Cosa sono i sistemi UNAIDED? Cosa sono i sistemi AIDED? Come è strutturato un sistema AIDED come il PECS? Fino a quando è bene rinforzare l’utilizzo di questi sistemi?   Cosa si intende per CAA? Nella comunicazione aumentativa le modalità di comunicazione utilizzate sono tese non a sostituire ma ad accrescere la comunicazione naturale. Nella comunicazione alternativa i sistemi utilizzati (segni, immagini, disegni) costituiscono «un’alternativa» al linguaggio verbale. Nello sviluppo tipico, il bambino apprende la natura della comunicazione già a 6 mesi di età quando hanno inizio le routine interattive con la madre e il padre. Queste routine non comprendono ancora parole, ma un approccio in cui il bambino ottiene l’attenzione del genitore, un’azione diretta all’ascoltatore tramite vocalizzazioni, lallazione o indicazione, e un outcome, cioè la madre e il padre sorridono, danno qualcosa al bambino o ripetono la localizzazione. Poiché l’outcome coinvolge item o eventi piacevoli per il piccolo, sono cioè dei rinforzatori, è probabile che il bambino ripeta il comportamento. Il bambino apprende che le azioni che mette in atto producono un risultato desiderato attraverso questa interazione. L’azione che il bambino attua è controllata da qualcosa nell’ambiente o da qualche bisogno. Poiché i bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autisticonon apprendono a comunicare nelle situazioni naturali, è necessario costruire un ambiente di apprendimento nel quale aumentino le probabilità che il bambino sviluppi una comunicazione funzionale, utilizzando strumenti di supporto.   Su quali strategie si basano i sistemi CAA? I sistemi CAA si basano sull’utilizzo di strategie che supportano le persone con disabilità comunicative, affinché loro possano comunicare spontaneamente e in autonomia i propri bisogni; fare delle scelte; interagire con l’ambiente circostante in maniera appropriata e funzionale, riducendo, laddove si manifestano, i comportamenti problematici, l’aggressività, l’autolesionismo, gli eccessi di rabbia.   Cosa sono i sistemi UNAIDED? I sistemi UNAIDED non richiedono l’utilizzo di materiale esterno, di attrezzature particolareggiate, ma solo il coinvolgimento del corpo della persona, come ad esempio il linguaggio dei segni. Nell’utilizzo di questo sistema come forma di comunicazione con il bambino, è fondamentale che tutte le persone che interagiscono con lui utilizzino la stessa procedura per istruirlo sull’uso dei segni. Stimolare il bambino in modo adeguato, insegnandogli a usare segni, anche abbinati a rinforzi, consentirà di ridurre la frustrazione e di ampliare il suo repertorio comunicativo. È molto importante che tutte le persone che lavorano e interagiscono con il bambino conoscano i segni che usa in modo che possano essere rinforzati costantemente. I segni possono essere standard o individualizzati in base alle competenze del bambino. Quando si valutano dei segni, si cerca sempre di utilizzare qualcosa che sia in qualche modo «figurativo» o che somigli all’oggetto che il bambino richiede. Al pari di qualsiasi altra forma di comunicazione, prima di insegnare a un bambino a emettere un segno per richiedere, è necessario accertarsi che voglia realmente quell’oggetto in quel momento. La parola deve essere sempre abbinata al segno e all’oggetto stesso. L’oggetto deve essere quindi etichettato ogni volta che si stimola il segno, ogni volta che il bambino produce il segno e ogni volta che il bambino riceve l’oggetto.   Cosa sono i sistemi AIDED? I sistemi AIDED supportano l’esigenza della persona con disabilità di comunicare attraverso dispositivi esterni. Un esempio di sistema AIED è il PECS (Picture Exchange Communication System), basato su un sistema di immagini. Un altro importante esempio di sistema AIDED sono i Voice Output Communication Aids (VOCAs), si tratta di dispositivi di aiuto alla comunicazione che consentono di tradurre semplici comportamenti di comunicazione non verbale della persona (premere/toccare un’immagine su una tavoletta) in messaggi vocali pre-registrati, sintetizzati o registrati.   Come è strutturato un sistema AIDED come il PECS? Il Picture Exchange Communication System è volto a insegnare ai bambini con importanti compromissioni delle abilità comunicative espressive a comunicare in maniera funzionale attraverso lo scambio di immagini. È un sistema di insegnamento strutturato in modo tale che assomigli il più possibile a un approccio naturalistico, nel quale la comunicazione viene avviata dal bambino piuttosto che dagli indizi verbali dell’adulto. Il protocollo in questo caso è strutturato in sei fasi: scambio di immagini; distanza e persistenza; discriminazione; richiedere usando frasi; rispondere a domande; fare commenti. Prima di avviare il training di insegnamento del protocollo PECS è importante osservare una fase di preparazione del materiale: come primo passo dobbiamo stampare le immagini di ogni item presente nel menu dei rinforzatori del bambino, poi avremo bisogno di un quaderno ad anelli, che sarà il libro della comunicazione, e del velcro con cui attaccheremo le immagini sul libro. A questo punto saremo pronti per avviare le fasi di utilizzo del PECS.   Fino a quando è bene rinforzare l’utilizzo di questi sistemi? I segni o il PECS devono essere ancora rinforzati anche quando il bambino comincia a utilizzare le richieste verbali. Il bambino deve continuare ad avere una modalità comunicativa efficace in tutti i suoi contesti di vita fino a quando sarà in grado di comunicare verbalmente in modo che tutti lo comprendano. .url-glossario{ z-index: 1000; position: relative; } .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); }
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Search-ME - Erickson 3 Autismo e disabilità
Basi teoriche e capisaldi delll’Umbrella Behavioural Model (UBM), un modello di trattamento che affronta l’autismo da molteplici punti di vista, coinvolgendo anche scuola, famiglia e altri caregivers
Individuare un trattamento efficace per i disturbi dello spettro dell’autismo non è semplice, e questa è un’opinione diffusa anche fra gli esperti che si occupano di trattamento tutti i giorni. Non catalogabile come patologia, l’autismo è una condizione estremamente particolare, unica nel suo genere, legata ad un diverso funzionamento cerebrale dovuto ad alterate traiettorie del neurosviluppo le cui potenziali cause sono oggi ancora incerte. Inoltre, l’autismo è caratterizzato da un’elevata variabilità dei sintomi fra un individuo e un altro, sia in termini di gravità sia di manifestazione. Tutti questi aspetti impongono a chi si occupa della pianificazione e dell’ implementazione di interventi per l’autismo, di partire da un presupposto: rendere un trattamento efficace vuol dire ideare e mettere in pratica una presa in carico che permetta di oltrepassare la mancanza di un chiaro e definito meccanismo patologico, e di garantire un rigore metodologico basato sulle evidenze scientifiche e su una costante attenzione verso il paziente in un’ottica bio-psico-sociale, che abbracci diverse discipline e rispetti i diversi livelli di gravità con cui tale condizione può presentarsi. Nel nostro modello di trattamento dedicato al bambino con autismo, l’Umbrella Behavioural Model (UBM), descritto all’interno del manuale “Valutazione, intervento e ricerca nell’autismo”, abbiamo cercato di racchiudere questo tipo di visione. L’UBM vuole infatti affrontare l’autismo da molteplici punti di vista, rispecchiando quei livelli di multidimensionalità e multidisciplinarietà che potrebbero davvero fare la differenza nella gestione del bambino. Questo tipo di approccio si ben evidenzia nei capitoli del manuale dedicati alla descrizione del modello, dove vengono presentati i capisaldi e le procedure trasversali dell’UBM, applicabili sia ai bambini in età prescolare che scolare, oltre ad una dettagliata descrizione delle fasi del trattamento e del loro adattamento in base all’età del bambino: da cosa si parte, a cosa si mira, quali sono le variabili prese in considerazione durante l’intervento e come vengono affrontati gli obiettivi degli interventi. Inoltre, sono disponibili anche schede operative ed esempi di prese dati impiegate per la relativa raccolta e monitoraggio dei dati secondo modello Umbrella. Tale documentazione, oltre ad essere descritta all'interno del manuale è presente come risorsa online, comodamente scaricabile e reperibile al bisogno. Noi crediamo che il trattamento dell’autismo dovrebbe partire da una solida base teorica sui principi dell’analisi del comportamento applicata (ABA), includendo l’integrazione di procedure provenienti da modelli di trattamento derivanti dall’ABA e di tipo evidence-based, in modo da rispondere in maniera più completa possibile alle necessità cliniche del bambino, dopo averne sempre verificato l’efficacia. Per questo motivo il primo capitolo del manuale è dedicato alle basi teoriche e ai principi di apprendimento, inclusi l’ABA, l’insegnamento del comportamento verbale (ABA-VB), il Pivotal Response Training e gli interventi naturalistici. Nel secondo capitolo viene approfondita l’evoluzione dell’UBM, con la descrizione degli studi che hanno portato alla validazione del modello sempre secondo logica evidence-based, mentre nel terzo capitolo viene descritto l’approccio bio-psico-sociale, iniziando dai cenni storici, fino ad arrivare alla descrizione dell’ICF e degli strumenti derivati. Dal nostro punto di vista, la pianificazione del trattamento dovrebbe anche includere lo studio approfondito della quotidianità del bambino per disegnare un intervento il più possibile specifico, coinvolgendo quelle realtà fuori dall’ambiente di terapia, in primo luogo la scuola e la famiglia, elementi che rivestono un ruolo centrale nel processo di generalizzazione e mantenimento delle abilità acquisite dall’intervento, e che possono diventare essi stessi beneficiari dei risultati ottenuti dal bambino. A tal fine, è stato dedicato un capitolo del libro ai genitori, dove sono descritti il parent training e il parent coaching del nostro modello, che mirano non solo a fornire dei percorsi di formazione teorica e pratica sull’autismo e sull’implementazione del nostro modello di trattamento, ma anche a creare occasioni di confronto diretto con gli specialisti e con gli altri genitori, contribuendo all’instaurarsi di un rapporto di autoaiuto. Successivo al capitolo dedicato ai genitori, è presente nel manuale il capitolo otto dedicato invece alla scuola: sono descritte diverse strategie, sia da un punto di vista teorico che operativo, su come interfacciarsi con un bambino con tali disturbi in ambiente scolastico e strutturare un percorso educativo tenendo anche conto dei suoi obiettivi terapeutici. Inoltre, considerando le difficoltà che spesso i bambini con autismo presentano in classe, nel capitolo sono annoverate le condizioni che andrebbero o meno a favorire uno stato di disagio per il bambino, che a sua volta potrebbe ostacolare le attività della classe. In quest’ottica multidimensionale e multidisciplinare, il manuale è stato pensato per un pubblico molto ampio, che include genitori e caregivers, educatori ed insegnanti e altri professionisti del trattamento e della ricerca nell’autismo. Ci rivolgiamo quindi a dei lettori che abbiano già una buona conoscenza del disturbo dello spettro dell’autismo e dei principi da cui deriva il nostro tipo di trattamento, e credano che un maggiore coinvolgimento sia pratico che teorico di chi si occupa del bambino possa fare la differenza nel trattamento dell’autismo.  L’esperienza ci ha insegnato che le diverse realtà che circondano il bambino con autismo spesso sono sature di dubbi e incertezze che provocano un vero e proprio stallo nel processo di trattamento. Questi dubbi e incertezze possono concretizzarsi ad esempio: nel bisogno di supporto educativo e formativo delle famiglie, oppure nel senso di smarrimento che a volte possono percepire gli insegnanti, oppure ancora nel bisogno di confronto e approfondimento di cui necessitano alcuni specialisti. Tutte queste condizioni potrebbero essere superate se si riuscissero a creare delle premesse per lavorare insieme. Per questo motivo, tramite il nostro manuale, abbiamo cercato di dare degli strumenti sia teorici che pratici per rispondere ai bisogni del nostro potenziale pubblico e creare le premesse che alimenterebbero un lavoro di collaborazione. Non crediamo che la nostra proposta sia l’unica possibilità di intervento nel panorama complesso del trattamento del disturbo dello spettro autistico, ma bensì ci auguriamo che questa logica di integrazione, che si basa sulle evidenze scientifiche (evidence-based) e sull’approccio bio-psico-sociale alla disabilità, possa venir valorizzata e diventi di riferimento per chi si occupa di terapia cognitivo-comportamentale sul territorio nazionale.
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Search-ME - Erickson 4 Autismo e disabilità
I punti di forza del metodo ABA, che ha dimostrato la sua efficacia in moltissimi ambiti, oltre all’intervento nei disturbi dello spettro autistico
Negli ultimi dieci anni le principali Linee Guida al mondo raccomandano l’ABA come metodo di intervento elettivo per i disturbi dello spettro autistico. Proviamo a chiederci il perché di tale successo e se questo è confinato all’applicazione dell’intervento ai disturbi dello spettro autistico o se è possibile generalizzarlo al campo delle disabilità nel loro insieme. Una prima argomentazione è nel presupposto dell’ABA, che sposta il focus dell’intervento dalla persona al suo ambiente di vita quotidiana. Non abbiamo bisogno di chiedere al bambino di comportarsi diversamente né di cambiare quelle che sono le sue caratteristiche naturali, ma possiamo modificare le condizioni ambientali affinché lui possa ottenere le migliori opportunità di apprendimento, quindi di sviluppo, altrimenti a lui negate. Cambiando i contesti, «protesizzando» gli ambienti, costruendo sistemi sociali inclusivi, otteniamo cambiamenti significativi e duraturi nel repertorio comportamentale e cognitivo della persona a prescindere dalle sue condizioni di salute. Questo è un formidabile punto di forza dell’ABA: chiedere agli altri, le persone significative che sono in relazione con il bambino, di modificare i propri comportamenti per produrre dei segnali ed erogare delle conseguenze che hanno un effetto significativo nella vita della persona con disabilità. Così facendo si incide notevolmente sulla sua qualità di vita. Una seconda argomentazione richiede una breve riflessione. Proviamo a chiederci: come fa un bambino a sviluppare la competenza linguistica e a parlare con i suoi interlocutori in modo eloquente, rispettando regole grammaticali e sintattiche delle quali ignora l’esistenza? Al di là della predisposizione a parlare, diverse variabili possono indirizzare oppure ostacolare il naturale sviluppo della competenza linguistica: danni al tessuto cerebrale, sindromi genetiche, ambienti particolarmente impoveriti, totale disinteresse, ecc. L’ABA in tutto questo cosa c’entra? Attraverso l’applicazione delle leggi dell’apprendimento noi possiamo costruire passo per passo gran parte del repertorio sostituendoci agli apprendimenti spontanei, naturali, che potremmo chiamare «non formali». I programmi ABA non fanno altro che trasformare in apprendimenti formali comportamenti, cognizioni e processi che comunemente le persone acquisiscono senza che vi sia necessariamente qualcuno o qualcosa che li insegni in modo intenzionale. La terza argomentazione è la più complessa da trattare e apparentemente sembrerebbe essere specifica dello spettro autistico. Si tratta della «ricerca di senso»: con l’insorgere delle varie forme con cui si manifesta l’autismo, il bambino sembra perdere progressivamente ma in modo inarrestabile interesse verso l’esplorazione, gli altri, le attività e la partecipazione in generale, assumendo atteggiamenti e interessi molto selettivi. Questa caduta di senso è disarmante e difficilmente comprensibile per chi ama il bambino, tanto che ad essa è difficile reagire. L’ABA, attraverso un’organizzazione scientifica nell’uso dei rinforzatori, riesce a contrastare questa tendenza e, nel migliore dei casi, a ridare senso all’esplorazione, al piacere di conoscere, di sperimentarsi, di entrare in relazione con l’altro. C’è una cosa ancora più sorprendente che riesce a fare l’ABA: insegnare abilità complesse scomponendole in piccoli passi, rendere possibili apprendimenti che in altro modo sarebbero inaccessibili e rendere questi apprendimenti gradevoli grazie all’uso massiccio ma sapiente dei giusti rinforzatori. La quarta argomentazione è che l’ABA insegna a chi la utilizza a usare un linguaggio descrittivo al posto di quello interpretativo, a osservare piuttosto che dare giudizi, a porsi obiettivi perseguibili, a prestare attenzione ai comportamenti positivi, ignorando quelli negativi, a imparare ad apprezzare i progressi e, soprattutto, a trasformare le situazioni problematiche, potenzialmente percepibili come minacce, in sfide. La quinta argomentazione è che l’ABA non è un programma specifico per bambini con lo spettro autistico né una specifica metodica di analisi e intervento: l’ABA è un insieme di metodi e tecniche rigorosamente ancorati ai principi della scienza del comportamento e dimostra la sua efficacia in moltissimi ambiti di applicazione nella clinica, nella riabilitazione e abilitazione, nella promozione della salute.
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Search-ME - Erickson 5 Autismo e sindrome di Asperger
In occasione della Giornata Mondiale della Sindrome di Asperger, 7 libri per approfondire questo disturbo
La sindrome di Asperger è un disturbo di tipo neurologico sul quale a tutt’oggi c’è poca chiarezza, anche dal punto di vista della classificazione diagnostica. Una cosa certa è che le persone con questo disturbo hanno modi di sentire, pensare e agire peculiari, diversi da quelli delle persone «neurotipiche». Come spiega Paolo Cornaglia Ferraris nella postfazione del libro “Piedi nudi e dinosauri ”, le persone Asperger manifestano difficoltà nelle interazioni sociali, nella comunicazione verbale e non verbale e possono mostrare stranezze comportamentali, con stereotipie e interessi limitati. Il loro sviluppo cognitivo non è segnato da un ritardo complessivo, ma da specifiche difficoltà di funzionamento in alcune aree, come le funzioni esecutive e l’interazione sociale. Si tratta di una sindrome di non facile riconoscibilità, infatti la diagnosi spesso avviene tardivamente: in media all’età di 11 anni e in alcuni casi addirittura in età adulta. Erano Asperger Mozart, De Chirico, Michelangelo e centinaia di altri personaggi che hanno raggiunto risultati straordinari, vivendo con fatica la loro passione monotematica che gli psichiatri definiscono «interesse ristretto». In occasione della Giornata Mondiale della Sindrome di Asperger, che ricorre il 18 febbraio, vi proponiamo una serie di titoli per cercare di capire meglio cosa significa essere “Asperger”, quali difficoltà incontrano queste persone e cosa è possibile fare per aiutarle a migliorare le loro condizioni di vita. .image-carousel-container{ width:60%;} .mondo-erickson .banner-container [class^='banner-lev'] { position: relative; width: 60%; } @media (max-width:767px){ .image-carousel-container{ width:100% !important;} .mondo-erickson .banner-container [class^='banner-lev'] { position: relative; width: 100%; } }
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Search-ME - Erickson 6 Autismo e disabilità
Il lavoro di équipe, il ruolo dei genitori e la centralità della scuola nei processi di inclusione di bambini e bambine con autismo
Sappiamo quanto la scuola sia un elemento fondamentale nella vita di ogni bambino, indipendentemente dalla presenza o meno di autismo. 1) L’ambiente scolastico è un luogo educativo e formativo, dove il bambino apprende abilità e nozioni che applica nella vita di tutti i giorni anche fuori dalle mura scolastiche. 2) L’ambiente scolastico è anche un luogo di socializzazione, dove il bambino instaura i primi rapporti extrafamiliari capendone implicitamente l’importanza. 3) Andare a scuola serve per ottenere quella formazione intellettuale e culturale capace di fornire ai futuri giovani adulti, gli strumenti per adattarsi agli imprevisti e alle sfide future: la scuola può considerarsi una sorta di palestra per la mente del bambino, Il quale viene “preparato” alla vita adulta. Capiamo bene quindi, l’enorme impatto che l’ambiente scolastico può avere sul funzionamento e sulla vita del bambino. Che valore assume la scuola per un bambino con autismo?La scuola, quando parliamo di bambini con autismo, assume ancora più importanza, perché diventa non solo un luogo di apprendimento, ma anche un luogo di implementazione delle abilità acquisite in terapia, o di “generalizzazione”- per utilizzare un termine tecnico- svolgendo quindi un ruolo importante nell’applicazione e verifica dei risultati del trattamento. Proprio grazie al contributo attivo dell’ambiente scolastico, insieme a quello clinico e domestico, i bambini con autismo possono seguire un programma di formazione scolastica parallelo e il più vicino possibile vicino a quello di un bambino normotipico.Inoltre, la scuola, essendo uno degli ambienti più frequentati dal bambino nella sua quotidiana, è fonte di informazioni riguardanti molti aspetti del bambino stesso (le relazioni con i compagni, i comportamenti problema, gli apprendimenti, ecc.) che influenzano e personalizzano il piano terapeutico. Senza dimenticare che per i bambini con autismo la scuola risulta essere spesso l’unico ambiente in cui interagire con coetanei a sviluppo tipico; e per la maggior parte di loro costituisce, purtroppo, l’unica occasione per socializzare.  Per questi motivi, noi crediamo che andare a scuolaè un bene inestimabile per tutti i bambini e ancor di più per i bambini con autismo. Essa possiede tutte quelle caratteristiche per diventare davvero uno degli elementi chiave nella presa in carico del bambino con autismo, insieme alla famiglia e al centro di terapia: un ambiente dove fare inclusione e integrazione nel rispetto dell’approccio bio-psico-sociale su cui il nostro modello di trattamento si poggia.  Con il nostro manuale “Valutazione, intervento e ricerca nell'autismo” abbiamo cercato di sottolineare più volte l’importanza della scuola e quindi della collaborazione con gli insegnanti e il personale scolastico, e per questo abbiamo scritto un capitolo a loro dedicato. Tramite gli strumenti dati attraverso il nostro manuale miriamo a creare quelle premesse che possono favorire la collaborazione per lavorare insieme, che è e uno dei motivi che ci ha spinti a scrivere il nostro manuale.In che modo, conoscere i principi teorici e le procedure del trattamento dell’autismo può aiutare la scuola?Riteniamo indispensabile per chi si trova a lavorare a stretto contatto con bambini con autismo, approfondire gli aspetti relativi alla teoria e alla pratica del trattamento di questo disturbo del neurosviluppo, soprattutto quando non si è svolto un percorso di studi dedicato all’autismo. Infatti, invitiamo tutti gli insegnanti interessati al nostro manuale ad approfondire i capitoli dedicati alle basi teoriche del modello di trattamento dell’autismo, contenute nel primo capitolo del manuale, e ad approfondire la loro applicazione e adattamento che hanno portato alla nascita del modello di trattamento Umbrella, descritti nei capitoli 4, 5 e 6. Tramite i contenuti divulgativi e pratici presenti nel manuale, vogliamo aumentare la conoscenza del trattamento dell’autismo nelle sue tante sfaccettature. Tuttavia, a monte della conoscenza delle basi teoriche e delle procedure da impiegare, crediamo che ci siano dei concetti chiave da cui partire e proprio per questo nasce il capitolo “Fare Network con la scuola”.Ma cosa significa per noi “fare Network con la scuola”?Crediamo che alla base di una salda collaborazione che possa realmente favorire l’inclusione scolastica, e non solo, del bambino con autismo, ci debba essere una conoscenza comune e condivisa del bambino fra tutte le realtà che lo circondano. Infatti, la conoscenza sia del livello di funzionamento del bambino, quindi clinica, sia caratteriale, permettono di capire le difficoltà del bambino in relazione all’ambiente scolastico, e conseguentemente di adattare, da diversi punti di vista, l’organizzazione dell’ambiente al bambino. Ma la conoscenza secondo noi, non consiste solo nel fare propria la condizione del bambino, anche perché la scuola stessa è una fonte importantissima di informazioni sul bambino: la scuola può contribuire quotidianamente ad alimentare questo lavoro di Network, e per questo motivo nel manuale diamo dei consigli su come tenere traccia delle attività svolte in classe e dei comportamenti assunti dal bambino, anche fornendo degli esempi di schede che lo staff scolastico, ma anche il clinico che effettua le osservazioni del bambino a scuola, può utilizzare per raccogliere dati e informazioni.Un esempio in pratica?Fra le componenti che fanno della scuola un inestimabile tassello del processo di inclusione del bambino, c’è il lavoro in équipe.  Il lavoro in équipe costituisce la principale premessa per portare avanti una presa in carico del bambino con autismo davvero efficace.  Infatti, come più volte ripetuto nel manuale, è fondamentale coordinarsi su degli obiettivi di lavoro e su delle procedure da adottare il più possibile simili, sempre coinvolgendo i genitori, che sono le principali persone che si occupano della generalizzazione delle abilità acquisite. Sosteniamo che senza la condivisione del materiale informativo che la scuola può fornire, il disegno e gli aggiornamenti del trattamento del bambino risultino manchevoli. Ognuno, fra specialisti, insegnanti, genitori e caregiver, deve lavorare nel rispetto delle conoscenze e competenze dell’altro, in maniera autonoma, ma coordinata e coerente, al fine di colmare le lacune o le mancanze dell’altro, ottenendo così un puzzle della situazione del bambino che sia sempre il più completo possibile.
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