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I mini gialli dei dettati 2
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Risultati trovati: 12
Search-ME - Erickson 5 Autismo e sindrome di Asperger
L’importanza di condurre un’analisi approfondita del comportamento disadattivo per poter individuare delle strategie di intervento specifiche
Atti autolesionistici, comportamenti ripetitivi senza un apparente senso, aggressività fisica o verbale… Sono molti i comportamenti problema che una persona con un disturbo dello spettro autistico può mettere in atto e che vanno a incidere negativamente sulla qualità di vita sia della persona con autismo stessa, sia delle persone che le stanno accanto. Dietro a ogni comportamento problema, c’è solitamente un disagio, che la persona con autismo non riesce ad esprimere in altro modo e che è importante decodificare, per poter individuare una strategia specifica mirata a risolverlo.  Come va condotta un’analisi della situazione in caso di comportamenti problema? Quali sono le componenti da prendere in considerazione? Risponde a queste domande Roberto Keller, medico specialista in psichiatria e in neuropsichiatria infantile. «La gestione dei comportamenti disadattivi della persona con autismo richiede innanzitutto un’analisi della situazione. Sappiamo infatti che il funzionamento della persona con autismo ha delle caratteristiche peculiari: sappiamo che c’è un’ipersensorialità, una necessità di mantenere l’ambiente immodificato, che c’è la necessità spesso di svolgere dei rituali e di mantenere delle abitudini. Sappiamo che il comportamento disadattivo può in realtà esprimere un aspetto di una problematica organica che – soprattutto in presenza di una disabilità intellettiva o di un disturbo del linguaggio – la persona con autismo non ha altro modo di esprimere se non attraverso il comportamento. La prima cosa da fare per poter gestire il comportamento problema è quella di capire perciò il motivo del comportamento stesso, tramite: un’analisi sensoriale  una valutazione del contesto in cui si è svolto il comportamento una raccolta di dati per capire quello che è successo prima e dopo il comportamento problema (che persone erano presenti, che cosa si è modificato nell’ambiente, che cosa è successo dopo il comportamento stesso). Solo dopo che si è decodificato il comportamento si possono mettere in atto delle strategie che saranno specifiche (strategia sensoriale, strategia di modifica graduale dell’ambiente…). Quando non c’è questo tipo di risposta andiamo a valutare il possibile significato psicopatologico del comportamento stesso. Anche perché sappiamo che nella disabilità intellettiva la psicopatologia può esprimersi attraverso il comportamento. Nel caso in cui ci dovessimo trovare di fronte a un aspetto psicopatologico, gestiremmo il problema psicopatologico stesso».
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Search-ME - Erickson 6 Autismo e sindrome di Asperger
Quale disciplina sportiva scegliere per i bambini con disturbi del neurosviluppo
È esperienza comune che l’attività sportiva determini benefici a livello fisico e psicologico. Per molti bambini con disturbi del neurosviluppo, però, praticare uno sport rappresenta un obiettivo difficile da realizzare e non sono poche le esperienze negative raccontate dalle famiglie al momento dell’inserimento in strutture sportive e campus estivi. La scelta della migliore attività sportiva in cui inserire un bambino affetto da un disturbo del neurosviluppo è complessa perché si basa su una delicata combinazione tra le caratteristiche del disturbo, le peculiarità individuali del bambino, gli aspetti tipici dell’attività sportiva e le necessità organizzative, economiche ed emotive dei genitori.   Una regola generale, valida a prescindere dalla presenza del disturbo e dal grado di compromissione del bambino, è quella di partire da ciò per cui egli è motivato, pertanto dalle sue preferenze. È buona prassi, però, evitare gli sport molto caotici oppure in cui sia difficile decodificare il contesto circostante per mettere in atto il comportamento atteso, come ad esempio potrebbe accadere nel baseball. Sono invece da preferire quegli sport, individuali o di gruppo, in cui le regole sono molto semplici, lo spazio è ben delimitato, gli schemi di gioco non siano modificati di continuo sulla base dell’accordo tra i giocatori e infine il successo non sia misurato principalmente sulla base delle abilità di interazione sociale. Esistono alcune errate convinzioni che riguardano i bambini affetti da disturbi del neurosviluppo nel momento in cui si consiglia un’attività sportiva. Uno degli errori più frequenti riguarda i bambini e gli adolescenti affetti da disturbo dello spettro autistico. Partendo dal presupposto che il deficit sociorelazionale sia il sintomo su cui occorre incidere in maniera più significativa, sono spesso consigliati sport di squadra tipo calcio e rugby. In realtà, un ambiente caotico e con tante persone – come uno spogliatoio con tanti ragazzi che praticano calcio o rugby -  potrebbe inizialmente essere vissuto come frustrante e poco comprensibile. Al contrario, è preferibile iniziare con sport in cui i piccoli gruppi siano privilegiati sia nel setting di allenamento sia all’interno dello spogliatoio e in cui il ragazzo autistico possa mantenere i propri spazi. Ci sono inoltre ulteriori variabili, di tipo più personologico e individuale, da tenere in considerazione prima di scegliere uno sport. È importante: - Chiedersi quali sono le reali abilità motorie: se il bambino presenta uno scarso tono muscolare e difficoltà di coordinazione motoria sono più indicati sport quali il nuoto, la danza, il trekking, l’equitazione, le arti marziali e il ciclismo, poiché si possono iniziare senza che sia richiesta un’eccessiva prestazione fisica. Ciò permette al bambino di implementare le proprie capacità, la forza, la flessibilità e la coordinazione nel corso del tempo, migliorando la performance;   - Chiedersi se il bambino mostra particolare resistenza ad accettare la competizione: se così fosse bisogna pensare a uno sport a bassa competitività o optare inizialmente per uno sport individuale. Esistono molte attività che non richiedono concorrenza: trekking, mountain bike, yoga, danza, pesca, golf sono dei validi esempi; - Chiedersi se il bambino mostra severe difficoltà nel partecipare agli sport di gruppo o un grave isolamento: in tal caso si potrebbe scegliere tra sport che presentano caratteristiche solo apparentemente individuali, ma hanno in realtà una connotazione gruppale e consentono di partecipare senza la necessità di interpretare i segnali verbali degli altri, ad esempio il nuoto di gruppo, il tiro con l’arco, l’atletica, le bocce, la scherma, la lotta libera, il ciclismo e la vela.
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Search-ME - Erickson 7 Autismo e sindrome di Asperger
In che cosa consiste la selettività alimentare
Nei bambini con Disturbo dello Spettro Autistico è piuttosto comune osservare una forte rigidità nelle scelte alimentari accompagnata da comportamenti disfuzionali al momento dei pasti. Questo tipo di comportamento è noto come “selettività alimentare”. La selettività alimentare consiste in un’anomalia dell’alimentazione che comporta una forte rigidità nelle scelte alimentari, ossia l’assunzione di un numero limitato di alimenti, spesso meno di cinque cibi, accompagnata da una scarsa accettazione di cibi nuovi da mangiare.     Il termine selettività alimentare (food selectivity) viene utilizzato per descrivere una vasta gamma di situazioni o comportamenti alimentari come: • presenza di un regime dietetico ristretto a specifiche categorie di alimenti; • diminuita varietà nella scelta del cibo; • rifiuto del cibo; • piluccare il cibo; • ristretto apporto calorico; • preferenza per una tipologia di cibo mangiata frequentemente; • problematiche al momento del pasto; • rituali e ossessioni intorno al cibo. La selettività alimentare, quindi, fa primariamente riferimento a due aspetti cruciali: da una parte, la ristretta varietà di cibi assunti; dall’altra, i comportamenti disfunzionali legati al momento del pasto.   Gli studi di letteratura hanno evidenziato che questo comportamento alimentare atipico è più frequente nei bambini con Autismo rispetto a bambini a sviluppo tipico.   Da uno studio sulle abitudini alimentari di 100 bambini con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD), condotto nel 2000  attraverso interviste ai genitori, è emerso che  il 67% dei soggetti era «schizzinoso» nella scelta del cibo, nonostante il fatto che il 73% avesse un buon appetito per i cibi di sui gradimento. Questo dato suggerisce che la selettività alimentare non è associata alla mancanza di appetito, ma possono esistere varie tipologie di avversione ai cibi. In particolare, gli autori di questa ricerca avevano indagato anche quali fossero le caratteristiche secondo le quali il bambino effettuava la scelta del cibo. I risultati evidenziavano che i bambini con disturbi dello spettro autistico utilizzavano i seguenti criteri: Altri genitori, invece, osservavano come i figli fossero selettivi in relazione alla quantità del cibo presentato (abbondanti porzioni), al colore (esclusione dei cibi verdi, quali la pasta al pesto, piselli, broccoli, ecc.) oppure rispetto alla forma del cibo, o alla confezione e la marca di alcune tipologie di alimento. I bambini con disturbi dello spettro autistico che presentano una selettività alimentare molto intensa manifestano durante i momenti dei pasti problematiche comportamentali difficilmente gestibili, che causano ulteriore stress per i genitori con ripercussioni negative sulla qualità di vita di tutto il nucleo familiare. Tra i comportamenti disfunzionali che si verificano durante il momento del pasto vi sono: urla, pianto, irritabilità, aggressività eterodiretta e autodiretta, fuga, reazione di angoscia, girare la testa dall’altro lato, masticare senza deglutire, sputare, vomitare. 
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Search-ME - Erickson 8 Autismo e sindrome di Asperger
Come aiutarli ad apprendere
Pensiamo a un bambino con autismo, Giulio, nel cortile della scuola d’infanzia in una mattina di sole: tutti gli altri bambini giocano a rincorrersi, mentre lui si mette in un angolo a giocare con la sabbia. A quale causa possiamo attribuire questo comportamento? Al deficit sociale, alle difficoltà nella comunicazione, al deficit cognitivo? Oppure alle anomalie percettivo-sensoriali? O ancora alla tendenza alla ripetitività che caratterizza il bambino con autismo? Oppure ancora al piacere legato alla stimolazione tattile della sabbia tra le mani? Probabilmente a un po’ di tutto questo, secondo combinazioni variabili da bambino a bambino. Quello che è certo, tuttavia, è che il gioco libero in cortile è un formidabile contesto di apprendimento: mentre giocano a rincorrersi, i bambini arricchiscono il loro patrimonio di conoscenze e il loro armamentario di strumenti per destreggiarsi nel mondo fisico e sociale. Dalla sabbia che ha tra le mani, invece, il nostro Giulio rischia di imparare ben poco. Per cambiare le cose, dobbiamo conoscere bene l’autismo, conoscere bene Giulio e conoscere gli strumenti di intervento in grado di affrontare queste barriere.   Perché un bambino con autismo partecipi con successo a un’interazione sociale, è fondamentale rendere lo scambio sociale chiaro, motivante e dotato di significato.   Ecco alcuni suggerimenti che possono essere utili agli insegnanti per comprendere meglio il bambino con cui stanno lavorando e rendere più efficace il proprio lavoro: - Catturare l’attenzione del bambino: lo potete fare posizionandovi in modo tale da essere «al centro della scena» oppure utilizzando un oggetto che piace al bambino. Una volta catturata la sua attenzione, comunicate in modo chiaro, semplice, utilizzando pochi elementi.  - Rendere lo scambio sociale motivante, chiaro e finalizzato: offrite al bambino una scelta tra due attività che si prestino alla cooperazione tra due partner di gioco, che coinvolgano materiali di suo interesse e che abbiano un tema chiaro. Mantenete il controllo dei materiali in modo che il bambino possa portare a compimento il proprio turno solo se mette prima in atto uno scambio comunicativo e sociale con voi.   - Utilizzare un linguaggio calibrato sul livello di sviluppo del bambino: una buona regola è quella della «parola in più» , secondo la quale la lunghezza della frase dell’adulto contiene approssimativamente una parola in più rispetto alla lunghezza delle frasi utilizzate dal bambino.   - Enfatizzare la comunicazione: un tono di voce emotivamente positivo ma calmo e l’utilizzo di gesti ed espressioni facciali salienti che accompagnano la comunicazione verbale sottolineano quanto viene comunicato e aiutano il bambino a capire il «senso» della comunicazione con l’altro.    - Strutturare le attività: organizzare le informazioni secondo una scansione definita delle attività che si svolgeranno, della loro durata e della loro successione. Questo aiuta il bambino a capire per quanto tempo dovrà impegnarsi e quando potrà aspettarsi l’accesso alle attività più gradite.   - Proporre obiettivi chiari: è importante che ogni singola attività sia finalizzata a un chiaro obiettivo di apprendimento per il bambino.   - Insegnare al bambino a comunicare i messaggi chiave: ad esempio, il concetto di «ancora» e «basta». Maggiori sono i mezzi che il bambino ha per esprimersi, minore sarà la possibilità che ricorra a dei «comportamenti problema» per ottenere ciò che vuole.   - Comprendere la funzione del «comportamenti problema»: capire perché il comportamento inadeguato viene messo in atto, analizzando quello che succede prima e dopo. È importante insegnare comportamenti adeguati che soddisfino la stessa funzione e premiare sistematicamente questi comportamenti scoraggiando allo stesso tempo i comportamenti problematici.
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Search-ME - Erickson 9 Autismo e disabilità
Perché è importante riflettere sull’utilizzo dei termini adeguati quando parliamo di autismo
Le parole sono i mattoni attraverso i quali strutturiamo l’identità. La consapevolezza in merito a esigenze neurologiche, diritti e struttura di pensiero ed emozioni che determinano utilizzo di schemi relazionali, di interazione sociale e di comportamento è fondamentale affinché questi si possano leggere correttamente o se ne possa fornire adeguata interpretazione. A partire dall’ambito diagnostico e clinico, si continua a parlare e scrivere dell’autismo in termini di negatività, mancanza, deficit, disfunzione. In presenza di limite cognitivo anche severo, su base autistica, si attribuisce l’intero quadro patologico all’autismo, come se importanti condizioni di severa compromissione cognitiva non coinvolgessero specularmente anche sistemi su base neurotipica, e soprattutto come se non esistessero caratteristiche autistiche associabili ad aspetti di risorsa e vantaggio. Il movimento Identity First, raccomanda il riferimento all’essere autistici piuttosto che all’ “avere” l’autismo, esattamente come per il genere, l’orientamento o l’etnia. Eppure, a partire dalle diagnosi, la pletora di “con autismo”, “Affetti da autismo”, “disturbo autistico” che affolla la comunicazione è destabilizzante. Il termine Condizione non esclude quelle patologiche, presenti nell’autismo come pure nella condizione non autistica. Al contrario il termine Disfunzione esclude tutte le condizioni funzionali o potenzialmente funzionali, eppure il tema della “sostituzione” della “D” con la “C” è ancora oggetto di discussioni accese. Il DSM è come una mappa geografica: uno strumento in evoluzione Guardando le mappe realizzate dai cartografi mezzo millennio fa riconosciamo a stento le forme dei continenti che ormai ci sono familiari. Con gli strumenti dell’epoca, la percezione che l’Uomo aveva di quelle terre era distorta, quasi una caricatura, eppure quei documenti sono non solo testimonianza preziosa di un passato affascinante, ma tappa fondamentale, condicio sine qua non, per il raggiungimento della conoscenza attuale. La riproduzione fedele delle aree geografiche di oggi si deve anche alle distorsioni percettive del passato. Il DSM è uno strumento esattamente come lo sono le mappe: strumenti in evoluzione, organizzati dall’uomo per l’uomo. Ed evolvendo si trasformano. Come è stato per l’omosessualità finalmente riconosciuta come condizione fisiologica in tempi scandalosamente recenti, è necessario che tale adattamento sia riferito alla percezione dell’autismo, perché gli effetti reali su persone vere, nella realtà concreta, sono incalcolabili. Conoscere l’autismo per capire cosa significa davvero essere autistici “Più conosciamo l’autismo, più lo riconosciamo”, afferma Francesca Happè, ricercatrice presso il King’s College di Londra. In effetti negli ultimi anni la raffinatezza degli strumenti di indagine e la raccolta di dati e dettagli sulla condizione ha permesso, in un percorso ancora in evoluzione, di poter individuare le dinamiche percettive alla base del comportamento delle persone neurodiverse con una puntualità e precisione sempre maggiori. Valutando profili e pattern di tratti attraverso chiavi di lettura sempre più adeguate e supportate dalla letteratura, sono sempre di più le persone i cui schemi di pensiero e interazione con ambiente e società aderiscono ai criteri diagnostici dell’autismo. L’insieme dei profili identificati come autistici si discosta sempre più e sempre più in fretta da quelli che sono i criteri di patologia o disfunzione medicalmente intesi. Piuttosto che adeguare rapidamente tali criteri, e rinunciare alla percezione dell’autismo tutto come patologia, il sistema tende a riconsiderare il profilo funzionale come patologico perché aderente ai parametri dell’autismo. Essere riconosciuti come autistici oggi non solo non garantisce diritti, ma li nega. La diagnosi è motivo di rifiuto del visto in numerosi paesi, i criteri legali cambiano per gli autistici e tutte le dinamiche di sostegno e assistenza associabili a relazioni di abuso, violenza di genere, violenza domestica, mobbing, non includono nessuno dei dati presenti in letteratura o nelle ormai innumerevoli testimonianze autorevoli. Ma anche l’assistenza legale e l’atteggiamento dei magistrati e dei servizi sociali non solo non tiene conto di tali caratteristiche ma ha piuttosto un atteggiamento accusatorio e colpevolizzante. Alla base di tutto questo fenomeno, che appare come sintomo disfunzionale di tutto l’insieme delle dinamiche socio-relazionali all’interno delle quali la persona autistica è inserita, si colloca l’attribuzione di valore associato all’autismo e la percezione stessa di identità della neurodiversità. Vivere, crescere sentendosi costantemente inadeguati, disconfermati, in errore, non favorisce egosintonia ed evoluzione per nessuno, men che meno per adulti, bambini e ragazzi inseriti in ambienti che non aderiscono a esigenze relazionali, ma anche sensoriali e neurologiche ormai piuttosto note. Alimentare aspettative di normalizzazione, con attribuzione di “correttezza” a tutto ciò che è normale, determina aspettative insostenibili e investimenti inadeguati e sproporzionati per famiglie e genitori il cui obiettivo resta quello di annullare l’autismo e ogni sua manifestazione. Il professionista che orienta il proprio lavoro in questa direzione, con l’autorevolezza del ruolo, favorirà dinamiche di grande sofferenza e frustrazione, arrivando, come troppo spesso accade, a fissare obiettivi di forma a scapito dei preziosi processi cognitivi che caratterizzano ogni Persona per ciò che è. È ormai diventato urgente, anche e non solo in considerazione dei dati relativi al tasso di suicidi nella popolazione autistica, a quello della ricerca di compensazione attraverso uso di sostanze, a quello degli abusi sessuali, dell’emarginazione dal tessuto lavorativo, dell'accessibilità alle cure e all’indipendenza economica, che si estingua, anche in ambito clinico e di ricerca, l’utilizzo di termini negativi associati all’autismo.
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Search-ME - Erickson 10 Autismo e sindrome di Asperger
Facciamo chiarezza sulle false credenze più diffuse
Quando arriva una diagnosi di autismo per il proprio figlio, per molti genitori comincia un lungo percorso costellato di preoccupazioni, domande e dubbi. Un turbinio di emozioni quali angoscia, dolore, incredulità, rabbia, paura, ansia e incertezza può assalire un genitore che si trova ad affrontare questa nuova situazione. É essenziale, quindi, fare un po’ di chiarezza sulle false credenze comuni più diffuse in merito all’autismo. 1 - NON É VERO CHE l’autismo in un bambino è determinato dallo scarso affetto dei genitori L’autismo è una malattia del neurosviluppo, con base biologica e con una componente genetica certa. Non è stato ancora individuato il gene dell’autismo perché l’origine della malattia è legata all’alterazione di più geni e alla loro interazione con fattori ambientali (malattia multifattoriale).   2 – NON É VERO CHE l’autismo è causato dall’accumulo di materiali pesanti, come il mercurio Sono state condotte numerose ricerche su questo tema da agenzie internazionali indipendenti e nessuna evidenza sostiene questa ipotesi ancora, purtroppo, in voga in Italia. Allo stesso modo è provata la non efficacia di diete, terapie con animali, massaggi, musica, e chi più ne ha più ne metta.   3 – NON É VERO CHE con un intervento psicoanalitico si può curare il bambino autistico Questo assunto, legato all’ipotesi di una causa non biologica dell’autismo, è stato dimostrato completamente errato da molti studi, anche di organismi importanti. Purtroppo è un falso mito duro a morire e sopravvive ancora in alcune nazioni, tra cui l’Italia.   4 – NON É VERO CHE ai bambini con autismo servono solo interventi medici A oggi non esiste un farmaco contro l’autismo. L’ampia gamma dei disturbi associati alla malattia richiede un intervento capace di coinvolgere fortemente la famiglia, la scuola, il territorio. Con l’età adulta occorre inoltre facilitare le esperienze lavorative, di autonomia personale e sociale. Alcuni farmaci possono, però, essere utilmente impiegati per contrastare l’iperattività, l’aggressività o le ossessioni, tutti sintomi spesso associati all’autismo.   5 – NON É VERO CHE l’autismo passa con la crescita Un intervento precoce aumenta le probabilità di successo della terapia e, per ogni bambino autistico, permette di raggiungere il proprio massimo potenziale di autonomia e conoscenze, agevolandone così la vita da adulto. In mancanza di terapia o in caso d’intervento tardivo, le possibilità per una vita autonoma si riducono fortemente.   6 – NON É VERO CHE nessuna terapia è veramente utile: in pratica, non c’è nulla da fare In realtà, studi scientifici rigorosi dimostrano che un intervento comportamentale intensivo è in grado di migliorare le capacità relazionali, comunicative e di autonomia dei ragazzi autistici, favorendone una migliore qualità di vita.   7 – NON É VERO CHE che l’autismo è un disturbo molto raro Dati recenti segnalano come l’autismo colpisca 1 bambino ogni 150 nati, e sarebbero oltre 350.000 le persone con autismo in Italia. Tuttavia, l’apparente normalità fisica di molte di loro non ne facilita il riconoscimento e può indurre a ritenere queste persone solamente «bizzarre» o socialmente inadeguate. 8 – NON É VERO CHE un bambino autistico è, in realtà, un genio I bambini autistici possono presentare alcune capacità sorprendenti insieme ad alcuni deficit marcati: un bambino può ricordare il compleanno di tutti i suoi compagni di classe e tuttavia non riuscire a usare correttamente i pronomi personali «io» o «tu». Un bambino può leggere formalmente in modo perfetto, ma non capire nulla di ciò che ha letto. I bambini con autismo mostrano una grande variabilità in termini di quoziente intellettivo, ma molti di loro presentano deficit cognitivi evidenti e solo una piccola percentuale ha un QI superiore alla media.   9 – NON É VERO CHE se il bambino parla, non può essere autistico Il linguaggio è una delle aree spesso compromesse nel bambino autistico, ma a volte è possibile ritrovare una forma di linguaggio evoluta, anche se può risultare limitata nel numero di parole usate, nella correttezza o nella capacità espressiva.   10 – NON É VERO CHE per aiutare un bambino autistico basta l’amore In realtà, oltre all’amore occorre una competenza tecnica specifica nei programmi di trattamento riabilitativo. Al pari di tutte le altre persone, le differenti individualità, capacità, difficoltà e i diversi ambiti di vita rendono indispensabili una formazione specifica e una buona esperienza pratica per poter operare e comprendere adeguatamente ogni persona autistica.  
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