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Search-ME - Erickson 1 Abilità / metodo di studio
Due formatrici dell’Associazione Italiana Dislessia (AID) suggeriscono alcune strategie utili per la buona riuscita dei ragazzi nello studio, anche in assenza di Disturbi Specifici di Apprendimento
“L'educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l'arrivo di esseri nuovi, di giovani” (Hannah Arendt, Tra passato e futuro, 1961/68) Un buon metodo di studio parte necessariamente dall’ascolto attivo in classe: si possono chiarire i dubbi si può comprendere quali siano i materiali utili si possono chiedere spiegazioni si possono appuntare dei promemoria attraverso i canali più funzionali alle proprie caratteristiche (appunti classici, schemi, elementi iconografici, registrazioni di segmenti significativi di spiegazioni etc). È da sottolineare quanto il ruolo del docente assuma un’importanza fondamentale per la buona riuscita del processo di apprendimento: l’ascolto attivo dovrebbe avviarsi non solo nell’alunno che impara, ma anche nel docente che insegna, in un’ottica di profonda sinergia. Per gli studenti con Disturbo Specifico dell’apprendimento, per esempio, sarà molto utile da parte dell’insegnante tenere in considerazione la diffusa preferenza per gli schemi e le immagini come canale preferenziale per l’accesso all’informazione scritta. Per favorire una rielaborazione indipendente a casa, sarà quindi importante utilizzare nel corso delle spiegazioni anche tabelle, grafici, immagini, mappe mentali, concettuali e procedurali e risorse video, consentendone l’utilizzo autonomo anche nei compiti. Organizzare l’apprendimento tenendo conto anche degli impegni extra-scolastici Per promuovere uno studio efficace di contenuti anche a casa, finalizzato a sviluppare competenze, è necessario tenere conto che il processo di apprendimento è caratterizzato da tappe peculiari: leggere (o ascoltare) e comprendere rielaborare e selezionare creare collegamenti a precedenti conoscenze organizzare e memorizzare recuperare e verbalizzare Nel processo di analisi di un testo, in particolare, sarà fondamentale concentrarsi su alcuni elementi significativi. L’analisi degli indici testuali costituisce una condizione necessaria per codificare e comprendere efficacemente i contenuti. Relazionarsi con un testo significa quindi porre attenzione a: titoli, figure e foto, didascalie, suddivisione in paragrafi, grafici o tabelle, glossario. Tuttavia, anche attivando il metodo di studio più funzionale alle proprie caratteristiche, il processo di ripensamento e rielaborazione dei contenuti richiede tempo. Diventa quindi necessario sapersi organizzare, distribuendo le attività di studio a casa all’interno di un piano settimanale. L’utilizzo di un planning per la gestione dei compiti può costituirsi come un ottimo strumento di organizzazione e monitoraggio. Sarà importante in questo senso, inserire nel planning sia le attività di tipo scolastico, ovvero la distribuzione dei compiti scritti e i materiali di studio necessari a preparare le interrogazioni o le verifiche, che le attività extrascolastiche. Tale strategia consente allo studente di poter visualizzare settimanalmente i propri impegni, attribuendo la medesima importanza a tutte le attività che caratterizzano la propria vita quotidiana. Occorre considerare infatti, che per alcuni studenti che hanno affrontato numerosi insuccessi scolastici, è fondamentale percepire che vi sono contesti della propria vita in cui possono attingere elementi per promuovere la propria autostima. Uno studente eccellente nelle attività sportive avrà certamente il dovere di impegnarsi anche a scuola, ma trarrà significativo beneficio nel percepirsi competente nello sport. Tale processo può diminuire la probabilità che il senso di inadeguatezza consolidi una pericolosa bassa autostima. Pianificare l’apprendimento in base al calendario delle lezioni I compiti e lo studio a casa devono essere concettualizzati come impegni da attivarsi in momenti strategici. Ciò significa che ci saranno alcune strategie di apprendimento da attivare lo stesso giorno della lezione, prima di una nuova lezione e prima delle prove di verifica. Vi sono strategie che risultano estremamente funzionali all’avvio e al consolidamento delle abilità metacognitive. Il giorno della spiegazione in classe Tenuto conto del fatto che più passano i giorni dalla spiegazione in classe, più è alto il rischio di dimenticarsi i contenuti, sarebbe importante, ad esempio, rivedere, nello stesso giorno in cui è stato affrontato, il materiale relativo alla lezione, comprendere se vi sono dubbi sui contenuti e ipotizzare le domande che il docente potrebbe porre in un contesto di verifica. Il giorno prima della lezione successiva Al fine di ancorare le nuove conoscenze alle precedenti, diventa importante rivedere i contenuti delle lezioni ed interrogarsi su quali elementi siano già consolidati in memoria. L’analisi delle conoscenze pregresse è una strategia estremamente utile, anche e soprattutto, per gli studenti che possiedono una memoria di lavoro fragile, come sovente accade nelle persone con Disturbo Specifico dell’Apprendimento. Alcune utili domande di autoverifica delle conoscenze teoriche possono essere: chi?; quando?; con chi?; cosa?; dove?. Risulta inoltre essere molto efficace nel processo di studio, appuntarsi dei promemoria molto brevi, caratterizzati da informazioni minime da leggere, funzionali a massimizzare la permanenza in memoria nel tempo. Anche l’utilizzo di organizzatori grafici può favorire l’elaborazione e la memorizzazione di contenuti. Tra gli organizzatori grafici ricordiamo: schemi, grafici di sequenza, diagrammi di Venn, grafici per l’organizzazione causale, semantica, funzionale e gerarchica dei dati, grafici per visualizzare sequenza o variazioni di stato, mappe mentali, concettuali e procedurali. Il giorno prima della verifica o dell’interrogazione Se lo studente è stato indirizzato al corretto metodo di studio nella gestione dei compiti per casa, ed ha imparato ad utilizzarlo, nel giorno precedente alle prove di valutazione, avrà a disposizione tutti gli strumenti necessari al ripasso: promemoria, mappe, schemi etc. Per gli studenti che utilizzano delle mappe nel corso delle prove di verifica, sarà importante tenere in considerazione il fatto che tali strumenti non dovrebbero contenere tutti i contenuti, ma stimoli chiave utili a recuperare in memoria le informazioni studiate. Una buona prassi sarebbe quella di condividere con i docenti lo strumento almeno un giorno prima. In questo modo il docente potrà fornire dei feedback strategici sulla funzionalità dello strumento e lo studente, a sua volta, avrà l’occasione di spiegare al docente la ragione che sottende alcune scelte metodologiche (perchè sono state inserite delle immagini, perchè sono stati utilizzati alcuni simboli, ecc..). In questo senso, anche l’utilizzo di strumenti compensativi, ad esempio per quanto riguarda gli studenti con DSA, potrà costituirsi come esperienza arricchente anche per i docenti. Il ruolo fondamentale dello studente per la sua buona riuscita scolastica Si sente spesso parlare di alleanza scuola-famiglia, come condizione necessaria per la buona riuscita del percorso scolastico. Si tratta di una considerazione assolutamente corretta e condivisibile. Tuttavia, meno frequentemente si riconosce in maniera esplicita il ruolo determinante dello studente all’interno di tale processo. C’è da ricordare, invece, che la famiglia rappresenta un sistema di cui il figlio/l’alunno è parte integrante e attiva. Lo studente, a partire dalla scuola primaria, può essere concepito come il vero protagonista del percorso e valorizzato per quelle che sono le proprie caratteristiche personali. Tale approccio, potrà favorire, negli ordini di scuola successivi, lo sviluppo di studenti motivati, competenti e responsabili, realmente in grado di farsi portavoce di sé stessi, consapevoli delle proprie abilità metacognitive. Sviluppare profonde, stabili ed efficaci sinergie tra docenti e studenti diventa quindi una condizione quasi imprescindibile. Nel 2009, Debra Masters, all’interno del filone di ricerca sull’Evidence Based Learning, aveva scoperto che una delle variabili che interviene maggiormente nel favorire i processi di apprendimento sono le aspettative degli studenti. È dunque dovere della scuola rispondere alle aspettative degli studenti attraverso una didattica che superi le barriere dell’apprendimento e sia agita con consapevolezza, anche nell’assegnazione dei compiti. Resta dovere dello studente, d’altro canto, sviluppare un senso di responsabilità rispetto a quelli che sono i propri impegni scolastici, relazionali e sociali. L’attivazione sinergica dei reciproci ruoli, all’interno di una scuola che non sia solo mura, ma ambiente flessibile di apprendimento, costituisce un’opportunità importante per promuovere lo sviluppo equilibrato e creativo di quegli uomini e quelle donne che potranno contribuire al miglioramento del contesto sociale.
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Search-ME - Erickson 2 Abilità / metodo di studio
Da dove deriva la prassi consolidata tra i docenti italiani di assegnare compiti per casa e quale dovrebbe esserne la funzionalità
“La mente non è un vaso da riempire ma un fuoco da accendere” (Plutarco) Che cos’è la scuola? Si tratta di una domanda semplice, la cui risposta, tuttavia, richiede riflessione e consapevolezza. Il termine scuola, deriva dalla parola latina schola e dal termine greco scolèion, che significa “tempo libero”. Le scelte lessicali, quando si tratta di semantica, sono estremamente importanti. La scuola, nella civiltà greca, rappresentava un luogo in cui si passava del tempo libero, un luogo dedicato allo “svago della mente”, un luogo in cui, in seguito, si trascorrevano le ore a parlare di filosofia e scienza. In Italia, la scuola così come la conosciamo oggi, è approdata solo nel XVIII secolo, dopo lunghi periodi in cui si è passati dall’insegnamento effettuato dai genitori, ed eventualmente supportato da un maestro privato, a quello più tradizionale e pubblico in aula. L’ambiente scuola è stato quindi sempre caratterizzato da un’eterogeneità importante rispetto ai paradigmi teorici di significato, alle prassi metodologiche e agli ambienti di apprendimento. Tuttavia la scelta lessicale non è mutata: per qualche ragione si è convenuto di mantenere il termine originario, il cui significato richiamava e continua a richiamare, in fondo, uno spazio di benessere e condivisione. Per provare a conferire un’ottica di significatività anche ad alcune prassi consolidate nel corso degli anni, come possono essere i compiti, è bene tenere presente la loro effettiva funzionalità. Ad oggi non esistono evidenze scientifiche che comprovano l’effettiva efficacia dei “compiti per casa”. Fatta questa doverosa premessa, vale la pena dare uno sguardo alle disposizioni normative che regolano tali prassi. Sono passati più di cinquant’anni dalla circolare ministeriale in cui veniva esplicitato che “Alla formazione culturale dell’alunno concorrono sia l’azione didattica, attuata nella più viva collaborazione tra docente e discenti, sia il ripensamento individuale realizzato con lavoro personale dell’alunno a casa.” (C.M 20 Febbraio 1964). Da circa 56 anni, quindi, i compiti per casa dovrebbero avere come obiettivo quello di favorire il “ripensamento individuale” da parte dell’alunno, processo che non può essere promosso senza mettere il discente nella condizione più adeguata per attivarlo. È interessante notare, inoltre, che nelle circolari emanate negli anni successivi, si è fatto esplicito riferimento anche al cambiamento del contesto sociale. Il tempo extrascolastico degli studenti si è arricchito di altre attività: sportive, artistiche o di altra natura. Tale cambiamento ha indotto il Ministero a sottolineare, già nel 1969, che “Non deve accadere che i libri di testo prevalgano sulla percezione del mondo esterno che ogni studente deve aver modo di cogliere e di elaborare, libero dell’ambito scolastico” (C.M 14 maggio 1969). Poniamo quindi il focus della nostra attenzione su due aspetti fondamentali: Laddove si deciderà di dare dei compiti per casa, occorre anche essere pienamente consapevoli degli obiettivi che vogliamo raggiungere assegnandoli. Mettere lo studente nella condizione di essere autonomo nel processo di ripensamento costituisce la conditio sine qua non per il raggiungimento dell’obiettivo. Inoltre, diventa fondamentale proporre attività che effettivamente promuovano il processo di rielaborazione. L’assegnazione di una mole considerevole di esercizi da replicare, per esempio, difficilmente potrà favorire tale processo. Tenere in considerazione il fatto che molti studenti abbiano diversi pomeriggi impegnati in altre attività, pone un inevitabile limite alla quantità e alla natura di compiti da assegnare. Un sano sviluppo sociale e psicologico passa necessariamente anche dalla sperimentazione di esperienze nuove, non strettamente di natura scolastica, ma altrettanto fondamentali per il processo di crescita di tanti studenti. Tuttavia c’è da considerare che i compiti per casa, ad oggi, costituiscono ancora una prassi consolidata tra i docenti italiani e riconoscere lo stato delle cose, che ci piaccia o meno, aiuta ad affrontarle con la corretta prospettiva. Vi sono contesti scolastici in cui i docenti, soprattutto nella scuola primaria, scelgono di non assegnare compiti per casa, oppure si limitano a proporre alcune attività per il fine settimana. In altri casi, la mole di lavoro assegnata per casa è considerevole ed impegna gli studenti diverse ore al giorno, imponendo loro un dispendio di tempo considerevole, fino a determinare, talvolta, l'impedimento a poter svolgere qualunque altra attività. Vi sono inoltre situazioni in cui la quantità di prove di verifica scritte e orali, calendarizzate nella stessa settimana, impone modalità di gestione dello studio che necessitano l’attivazione di abilità specifiche da parte di molti studenti. In questo tipo di situazioni, alcuni studenti possono trovarsi più in difficoltà, ne sono un esempio gli studenti con Disturbo Specifico dell’apprendimento (DSA). In un contesto simile, occorre quindi concettualizzare una scuola non solo a misura di DSA, ma a “misura dell’apprendimento”.
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Search-ME - Erickson 3 Abilità / metodo di studio
I consigli per mamma e papà per vivere serenamente il momento dei compiti
Con il mese di settembre riprendono molte cose: la scuola, le attività extra-scolastiche, le attività sportive ... E sì, anche i compiti! Un momento generalmente non molto amato da bambini e genitori e troppo spesso vissuto come un assillo fastidioso se non come un vero e proprio incubo. Ma c’è un modo “giusto” per aiutare i propri figli a fare i compiti? E come si può alleggerire questo momento, rendendolo più piacevole? Ne abbiamo parlato con Silvia Andrich, psicologa dello sviluppo ed esperta di Disturbi Specifici dell’Apprendimento, di riabilitazione dei processi cognitivi e dell’apprendimento scolastico. Ecco che cosa suggerisce a tutti i genitori alle prese con la gestione dei compiti a casa dei propri figli. È GIUSTO AIUTARE I PROPRI FIGLI A FARE I COMPITI? CI SONO DEGLI ERRORI CHE UN GENITORE DOVREBBE EVITARE DI COMMETTERE? Partendo dal presupposto che i compiti a casa dovrebbero essere ragionevoli, sia per quantità che per complessità, cioè a portata di ciascun alunno, ne vien da sé che qualunque bambino dovrebbe essere in grado nell’applicazione domestica, di essere autonomo nello svolgimento degli esercizi. I compiti non sono inutili perché lavorando a casa, da solo, il ragazzo fa pratica, mette ordine tra le informazioni e consolida ciò ha appreso a scuola. È richiesto un po’ di sforzo e vengono acquisiti senso di responsabilità, di autonomia e impegno. Ma è chiaro che ogni bambino possiede un proprio funzionamento cognitivo, metacognitivo e affettivo-emotivo, per cui, ritornando alla domanda iniziale, la risposta non può che essere: dipende. Anche un bambino che non presenta delle difficoltà cognitive può necessitare di un aiuto nei compiti per una questione di insicurezza, di scarso autocontrollo e motivazione. Un bambino che invece presenta delle difficoltà o un disturbo specifico dell’apprendimento, ne può avere maggiormente necessità. Il momento dei compiti può diventare così uno spazio privilegiato e di relazione con il genitore. CHE TIPO DI SOSTEGNO È OPPORTUNO FORNIRE AI BAMBINI? Il giusto sostegno può essere sicuramente di tipo affettivo-emotivo, di trasmissione di fiducia riguardo alle capacità del proprio figlio, di incoraggiamento e di sostegno alla sfida apprenditiva e all’impegno cognitivo. È importante anche aiutare nell’organizzazione, partendo dallo spazio e dal luogo dedicato ai compiti, alla fascia oraria in cui cimentarsi nei compiti, alla gestione del diario scolastico, all’utilizzo di internet nel caso dovesse fare delle ricerche, all’assicurarsi che quando studia non usi il cellulare, ad interrompere lo studio con piccole e brevi pause ricreative e rigeneranti e, infine, alla gestione del tempo. Stabilire in anticipo un tempo per l’esecuzione di un compito, serve ad ottimizzare e a concentrarsi con maggiore efficacia. L’importante è non sostituirsi al proprio figlio e fare al posto suo per non creare un eccessivo senso di dipendenza. Piuttosto è preferibile comunicare per iscritto all’insegnante che il proprio figlio non è stato in grado di svolgere gli esercizi per un problema di comprensione o per qualsiasi altro impedimento straordinario: tenere sempre aperta una positiva comunicazione scuola-famiglia è fondamentale. A volte però, e purtroppo questo è un’eccezione tutt’altro che rara, serve proprio l’insegnamento diretto. Per svariati motivi, il bambino può non avere appreso un concetto o una nuovo spiegazione, può avere bisogno di maggior tempo rispetto ai compagni per assimilare e memorizzare. In quel caso i genitori sono legittimati ad intervenire. Meglio sarebbe rivolgersi ad un homeworktutor. Il coinvolgimento emotivo e l’ansia che deriva dal seguire il proprio figlio nello studio è spesso causa di conflitti e di emozioni negative che creano un dispendio norme di energia creando inevitabilmente conflitti, richiami, minacce e sensi di colpa da ambo le parti. Seguire un figlio scarsamente autonomo nei compiti e nello studio richiede un notevole autocontrollo emotivo. C’È QUALCHE CONSIGLIO PER RENDERE PIÙ LEGGERO IL MOMENTO DEI COMPITI? Sarebbe auspicabile cercare di rendere il bambino maggiormente autonomo almeno nei compiti e nelle attività per le quali è più predisposto. Stabilire delle pause e intervallare lo studio e i compiti con delle attività piacevoli, come una piccola merenda o un giochino. Se ciò è possibile, è molto più piacevole svolgere dei compiti in compagnia di un compagno e organizzare a casa dei piacevoli pomeriggi di studio. I rinforzi positivi, il mettere in luce gli aspetti positivi dell’operato e i progresso ottenuti dall’impegno e dalla costanza sono importanti. Il sorriso non deve mai mancare.
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Search-ME - Erickson 4 Didattica ludica
Un modo alternativo di viaggiare nello spazio stellare esercitando le abilità logiche
In questi giorni in cui ricorre il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla luna, si parla molto di spazio e di esplorazione spaziale. Questo argomento affascina moltissimo e accende, da sempre, la fantasia di bambini e bambine. Per l’attuale generazione di bambini, il sogno di viaggiare nello spazio potrebbe anche realizzarsi in un giorno non molto lontano da adesso, se è vero che “il bambino che camminerà su Marte è già nato”, come diceva l’astrofisico Giovanni Bignami. Nel frattempo, in attesa che prendano forma i nuovi programmi di sbarchi lunari ed extra-lunari, noi proponiamo ai bambini – ma, perché no? anche agli adulti – di provare a viaggiare nello spazio in modo alternativo, con “Missione Spazio”, un gioco educativo ideato da Eva Pigliapoco e Ivan Sciapeconi. Con “Missione spazio”, tutti – ma proprio tutti – possono raggiungere mondi lontani, congiungendo pianeti e satelliti attraverso un favoloso viaggio intergalattico in cui occorre individuare le traiettorie giuste, avendo cura di evitare il contatto con temibili alieni e pericolosi asteroidi. Gli autori di questo gioco sono Eva Pigliapoco e Ivan Sciapeconi, due insegnanti di scuola primaria e formatori. A loro abbiamo chiesto di farcelo conoscere meglio. Ci raccontate com’è nato “Missione spazio”? Le nostre pubblicazioni per Erickson nascono sempre da un’esigenza che sperimentiamo come insegnanti ed educatori in generale. Abbiamo cercato a lungo un gioco divertente e orientato allo sviluppo del pensiero computazionale, ma non l’abbiamo trovato. La nostra esigenza era fare del coding unplugged in modo stimolante per i bambini. Abbiamo trovato proposte interessanti da punto di vista delle abilità cognitive, ma noiose sotto il profilo ludico, oppure all’opposto, molto divertenti ma poco significative. Alla fine abbiamo deciso di crearcelo e lo abbiamo sperimentato con i bambini.   Quali abilità stimola questo gioco? Missione spazio è un gioco che stimola il ragionamento strategico, il problem solving legato alla costruzione di percorsi. È un gioco che si avvicina molto alla riflessione di Jeannette Wing sul pensiero computazionale, ovvero aiuta a “pensare come un informatico, in modo algoritmico e a livelli multipli di astrazione”. Tutto questo, ovviamente, senza far ricorso al computer. Il primo livello di gioco è incentrato su stimoli visivi e quindi la comprensione del problema da risolvere è demandata alle immagini. Il secondo livello propone delle sfide testuali, semplici e lineari. Il terzo livello, il più complesso, ha una struttura narrativa.   Quali impressioni avete avuto vedendo i bambini giocarci? Prima di proporlo a Erickson, abbiamo testato il gioco con decine di bambini diversi. Abbiamo constatato una grande velocità nella comprensione delle regole del gioco. Questo aspetto è stato per noi molto importante perché ha confermato le nostre premesse: si può fare coding unplugged con strumenti semplici e immediati. Tra i tanti feedback, uno dei più significativi è stato quello fornito da un bambino di sette anni. Dopo aver sperimentato il gioco nella versione “casalinga”, fatta di fotocopie plastificate, ha deciso di costruirne una versione per la sorellina più piccola. Dopo questo episodio, ci siamo detti: “missione raggiunta” anche in questo “spazio”.
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Search-ME - Erickson 5 Difficoltà di linguaggio
Come funziona e quali alterazioni può presentare in caso di disturbi
Le rappresentazioni mentali di oggetti, persone, azioni, contesti, ecc. consentono al bambino di sviluppare il linguaggio, in particolare nella sua componente semantico-lessicale. Il sistema semantico e quello lessicale Il sistema semantico comprende le conoscenze apprese sul mondo: agendo nella relazione con gli oggetti e integrando le afferenze provenienti dal mondo esterno (5 sensi) e dal proprio corpo (propriocezione), il bambino riesce ad astrarre caratteristiche e a formare categorie gerarchiche tra i concetti e le parole ad essi connesse. Il sistema semantico, dunque le conoscenze, si sviluppa indipendentemente dall’etichetta lessicale; tuttavia, la possibilità di apprendere nuove parole è facilitata dalla capacità di inserirle in una categoria di appartenenza (semantica). Il lessico, infatti, viene appreso associando parole a immagini mentali. Il sistema lessicale, che si suddivide in lessico passivo o di input (parole di cui la persona conosce il significato, ma che non necessariamente utilizza nell’esprimersi) e lessico attivo o di output (parole che la persona usa), è specifico per ciascuna lingua e cambia da individuo a individuo in quanto dipende dal suo stile cognitivo, dal contesto socio-culturale e dai suoi interessi. disturbi specifici di linguaggio, dove la compromissione riguarda prevalentemente il sistema lessicale; ritardi cognitivi e disturbi dello spettro autistico, in cui si ha un alterato sviluppo semantico che influenza quello lessicale; danni cerebrali (traumi cranici, ictus, ecc.), in cui possono essere compromessi uno o entrambi i sistemi.   Le principali conseguenze dei disturbi del linguaggio In presenza di disturbi semantico-lessicali, le conseguenze funzionali maggiormente osservabili sono: linguaggio caratterizzato da anomie, cioè difficoltà nel recuperare la parola corretta, con possibile comparsa di circonlocuzioni (il bambino inizia a descrivere l’oggetto di cui in quel momento non ricorda il nome); parafasie semantiche, per cui il bambino recupera una parola diversa da quella corretta ma della stessa categoria semantica (ad esempio «mela» per «pera»); indicazione di categoria superordinata (ad esempio «frutta» per «pera») o sottoordinata (ad esempio «gatto» per «animali»); difficoltà nella fluenza verbale per categoria semantica, per cui il bambino non riesce a reperire il lessico inerente una specifica categoria (ad esempio dire tutti i frutti che gli vengono in mente, gli oggetti che servono per tagliare, oggetti che sono rettangolari, ecc).
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Search-ME - Erickson 6 Dipendenze
I rischi legati all’abuso nei ragazzi e il ruolo degli educatori
Oggi i disturbi dell’umore, come gli stati d’ansia e di depressione, non appartengono più a una vita adulta in cui i circuiti psicologici profondi risultano affaticati, ma si sono precocizzati. Ossia, con sempre maggiore frequenza, toccano i nostri figli, i nostri ragazzi.    Dai dati emerge che i nostri adolescenti hanno delle vulnerabilità che è necessario affrontare fin da subito. All’interno di questo quadro si collocano anche le nuove dipendenze, che non sono solo le dipendenze dal gioco e dai social, ma anche da una tecnologia che è diventata il nostro interfaccia con il mondo. Dati recenti mostrano infatti come sia pervasivo l’utilizzo della tecnologia da parte dei giovani. Mediamente i ragazzi italiani trascorrono 2,6 ore al giorno su Internet. Sempre i dati ci dicono che noi picchiettiamo sul nostro smartphone circa 2.600 volte al giorno.   Ora, non è possibile dare un giudizio univoco, positivo o negativo, sull’impatto delle nuove tecnologie sulle menti dei ragazzi, ma è imprescindibile uno spirito critico su come questo possa influenzare lo sviluppo cognitivo e identitario. In che cosa il digitale è pericoloso, a livello emotivo? Il numero di volte in cui apriamo, ogni giorno, i nostri device digitali, ci mostra come stiamo instaurando un sistema quasi artificioso di collegamento umano. A livello di neurofunzioni questo sta portando a una vera e propria dipendenza del sistema dopaminergico, ossia il sistema di rinforzo, per cui ogni volta che arriva un messaggio, questo a livello neurofisiologico funziona come il rinforzo che noi andiamo a cercare. Togliercelo induce ansia, preoccupazione, alert, stress, disturbi del sonno, bisogno di essere connessi…  Togliere ai ragazzi lo smartphone vuol dire isolarli da un mondo complessissimo e allargatissimo rispetto a quello che avevano, ma anche dal  circuito di tutti i rinforzi che noi come esseri umani andiamo a cercare, distaccandoli da tutto il sistema che riguarda il proprio sé e la propria esistenza. Per poter accompagnare i ragazzi nella crescita, è dunque indispensabile che gli educatori conoscano cosa c’è di potenziale nell’uso dei device digitali, ma anche quanto c’è di rischio.   Daniela Lucangeli affronterà questo tema nel corso del CONVEGNO ERICKSON “LA QUALITÀ DELL’INCLUSIONE SCOLASTICA E SOCIALE”
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