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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Disturbi specifici dell'apprendimento (DSA)
La campagna Erickson - AID per approfondire le conoscenze sulla dislessia e sugli altri DSA.
Lo sai che… Mika, stella del pop, conosce 7 lingue (!!!), ma non sa leggere l’orologio? Non legge nemmeno lo spartito musicale, ma canta meravigliosamente e suona molti strumenti musicali! E Jennifer Aniston, da piccola, non era molto brava a scuola, ma è diventata un’attrice famosa. Il regista Steven Spielberg a scuola faticava a leggere e ha sviluppato una grande immaginazione. Immaginando, ha creato personaggi come il simpatico extraterrestre E.T. e film sui dinosauri come Jurassic Park! Che cosa hanno in comune questi personaggi, così diversi tra loro? Sono tutti dislessici… scopri le loro storie e quelle di molti altri, e come la dislessia ha cambiato, a volte in meglio, la loro vita.     Lo sai che… ci sono diversi modi di leggere e di imparare? Ognuno di noi ha il suo stile di apprendimento e le sue caratteristiche, così come qualcuno può essere più alto, più basso, biondo o bruno, bravo a giocare a basket o a suonare il piano. Anche nell’apprendimento ci sono delle peculiari caratteristiche che distinguono un individuo dall’altro e nessuna è più o meno giusta di un’altra, così come non è più corretto avere gli occhi blu o verdi, portare o meno gli occhiali.   Fra queste caratteristiche ci sono anche i DSA, ovvero i disturbi specifici dell’apprendimento. Si chiamano specifici proprio perché riguardano solo alcune difficoltà del sistema dell’apprendimento. Una peculiarità dei DSA è l’intelligenza, infatti uno dei parametri per la loro valutazione è proprio che il quoziente intellettivo sia nella norma o superiore alla norma.   Le persone con DSA, nonostante siano intelligenti e non abbiano problemi a capire le cose, hanno delle difficoltà proprio nelle aree della lettura, del calcolo e della scrittura, perché la loro caratterista è di non riuscire ad automatizzare i processi che stanno alla base di queste abilità specifiche. Questo non vuol dire che non riescano proprio a leggere o a scrivere, ma che per farlo devono fare molta fatica, usare tante energie e impiegare tanto tempo.   Per le persone con DSA è quindi necessario usare delle strategie di apprendimento che gli permettano di superare le difficoltà in questi compiti in modo da non ancorarsi sui loro punti deboli e poter sfruttare al massimo i loro punti di forza. Fra le strategie ci sono anche degli strumenti compensativi, ad esempio i software di sintesi vocale che consentono di “leggere con le orecchie” i testi, la calcolatrice per fare i conti o il computer per scrivere. Lo sai che…? si può imparare a valorizzare il potenziale di ciascuno, al di là delle difficoltà? In Italia la dislessia è ancora poco conosciuta. Secondo le recenti ricerche, i disturbi di apprendimento colpiscono circa il 3-4% degli alunni italiani. Questo significa che in una classe di 25 studenti è altamente probabile trovare un bambino o un ragazzo che manifesti una considerevole difficoltà negli ambiti della lettura, del calcolo e della scrittura. Un disturbo dell’apprendimento non è una difficoltà scolastica, che può essere temporanea, un disturbo dell’apprendimento pur non essendo una malattia, non è guaribile… rimane stabile nel tempo. Ci sono però diversi modi, come l’apprendimento di strategie utili e di metodi di studio funzionali, che possono essere adottati per aiutare le persone con DSA, valorizzando e tenendo conto di tutte le diversità in classe, con gli amici o a casa.
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Search-ME - Erickson 2 Disturbo specifico delle abilità aritmetiche (Discalculia)
Facciamo il punto sulle implicazioni emotive di questo disturbo e sugli accorgimenti per affrontarle
La discalculia evolutiva è un deficit della capacità specifica di comprensione dei numeri. Dal punto di vista pratico dell’insegnamento e dell’apprendimento, il fatto che i bambini con discalculia non possiedano la capacità congenita di capire i numeri ha implicazioni molto gravi. In termini generali, possiamo affermare che sono privi del «kit di partenza» per lo sviluppo della comprensione dei numeri e delle operazioni numeriche.   Degli alunni con discalculia, in rapporto all’educazione matematica, possiamo azzardare una descrizione sommaria di questo tipo: - gli allievi discalculici possiedono un senso numerico intuitivo molto scarso; - gli allievi discalculici mantengono un concetto del numero «basato sulle unità» - gli allievi discalculici hanno un concetto del numero che rimane pressoché statico e conosce scarsissimi sviluppi.   La discalculia ha implicazioni molto forti anche dal punto di vista del benessere emotivo degli alunni. La maggior parte degli alunni discalculici infatti si sente scoraggiata durante le lezioni di matematica e sviluppa perciò strategie di evitamento, come andare in bagno, fare la punta alle matite, ecc. Spesso poi gli alunni discalculici vengono presi in giro dai compagni e talvolta assillati e avviliti anche da insegnanti e genitori che non ne comprendono le reali difficoltà. La mancanza di comprensione da parte delle persone che li circondano può portare gli alunni discalculici a soffrire di ansia da matematica, preoccuparsi per le proprie capacità di apprendimento in generale e pensare di essere stupidi. La didattica tradizionale, che prevede l’aspetto mnemonico di aspetti importanti dell’aritmetica, purtroppo non è d’aiuto per questo tipo di studenti.   Che cosa può fare allora un insegnante per aiutare gli alunni con discalculia? Ecco qualche suggerimento:   - Gli alunni con discalculia riescono a comprendere molto meglio tutte le aree dell’aritmetica se nelle prime fasi li si incoraggia a usare materiali di manipolazione in modo da rendere il tutto più trasparente e concreto e meno astratto;   - Gran parte del linguaggio utilizzato per descrivere le operazioni numeriche è di difficile comprensione per gli studenti con discalculia. L’insegnante dovrebbe perciò privilegiare un linguaggio quotidiano, semplice e trasparente, ed essere pronto a riformulare le sue spiegazioni in vari modi;   - È importante che gli insegnanti strutturino la didattica in piccoli passi progressivi, procedendo al passo degli alunni con discalculia e offrendo loro la possibilità di fare moltissima pratica;   - Gli insegnanti devono limitare i carichi di memoria, sia a lungo termine, sia di lavoro, affrontando con gli alunni con difficoltà i fatti numerici essenziali e un numero circoscritto di procedure di semplice comprensione;   - Occorre far esercitare il più possibile gli allievi nelle abilità numeriche attraverso giochi semplici e veloci, che sono divertenti e rendono più piacevoli le lezioni;   - È importantissimo che l’insegnante sappia creare un clima positivo all’interno delle lezioni di matematica, ad esempio, aiutando gli alunni a sentirsi veramente in grado di apprendere la materia.  
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Search-ME - Erickson 3 Disturbi specifici dell'apprendimento (DSA)
Suggerimenti e consigli per i genitori di ragazzi con dislessia e altri DSA
L’esame di terza media è un traguardo importantissimo, non solo da un punto di vista prettamente scolastico, ma anche perché costituisce il passaggio simbolico all’adolescenza. Le pressioni, l’ansia da prestazione, le eccessive aspettative rendono questo momento difficile per chiunque, e ancor di più per chi soffre di un disturbo specifico dell’apprendimento, che si tratti di dislessia, disortografia o discalculia. Anche in famiglia il clima può diventare teso e pesante. Ecco allora qualche suggerimento rivolto ai genitori per aiutarli ad accompagnare meglio i loro ragazzi nel percorso verso l’esame di terza media. La prima cosa da sapere è che l’obiettivo di raggiungere il diploma di scuola secondaria di primo grado è assolutamente alla portata dei ragazzi con dislessia. Per cui, cari genitori, mettetevi il cuore in pace: anche vostro figlio o vostra figlia ce la farà, magari anche meglio di tanti altri. Certo è che questi ragazzi vanno sostenuti e accompagnati. Noi però non siamo e non dobbiamo diventare insegnanti per i nostri figli. Se ci fosse dunque bisogno di un aiuto supplementare per lo studio quotidiano, presentatelo come un’opportunità e non come una punizione; cercate una persona qualificata che aiuti il vostro ragazzo ad essere autonomo nello svolgimento dei compiti e che non si sostituisca a lui! Ed ecco alcuni consigli metodologici e affettivo-emotivi che, con un po’ di buona volontà, tempo, impegno e pazienza, possono essere messi in pratica da tutti: Date valore alle singole materie e date senso ai compiti evitando, se possibile, di fare commenti come «Anch’io alla tua età l’inglese lo odiavo» o «Neanche io sono mai stato un genio in matematica» perché è molto facile creare un’identificazione dannosa alla riuscita e al raggiungimento di un successo. Individuate, nel limite del possibile, un orario per i compiti, evitando lo studio dopo cena via libera invece al ripasso serale veloce perché il sonno sistematizza le informazioni nella memoria a lungo termine. Favorite la precedenza nello studio alle materie più pesanti e vissute con maggiore fatica e lasciate alla fine quelle che sono più congeniali e semplici: si affrontano meglio le discipline di interesse e di conseguenza anche la prestazione migliora. Stimolate la concentrazione eliminando tutte le possibili distrazioni e intervallando il periodo di studio con piccole pause rigeneranti: le pause non sono una perdita di tempo, ma aiutano a staccare la spina, a memorizzare e a ricaricarsi. Fate in modo che i compiti e lo studio non interferiscano eccessivamente con le passioni che gratificano vostro figlio o vostra figlia e che li fanno stare bene: non dovrebbero mai evitare gli allenamenti sportivi, la partecipazione al coro o alla band, alla scuola musicale, agli scout, solo perché devono finire i compiti. Se per un giorno sono in difficoltà, fategli una giustificazione: se il fatto si verifica una volta ogni tanto, gli insegnanti saranno comprensivi; se succede un po’ troppo spesso, forse è meglio controllare il diario, rivedere l’organizzazione e il planning settimanale; se succede sempre, richiedete un appuntamento con l’insegnante coordinatore della classe o con il responsabile Bes della scuola e chiedete una riduzione dei compiti a casa. Anche questo, secondo la normativa vigente, è un diritto riconosciuto. Evitate di sostituirvi a vostro figlio nei compiti, ma siate sempre disponibili con consigli e indicazioni pratiche. A tale proposito ci piace ricordare i tre livelli in cui i genitori possono stare vicino ai propri ragazzi nello svolgimento dei compiti: in senso affettivo, cioè attraverso il contatto e la vicinanza; in senso metodologico, guidandoli nell’organizzazione e nella pianificazione; con l’aiuto diretto, la cui quantità dovrebbe ridursi gradualmente. La dipendenza non va incoraggiata, mentre l’autonomia va sempre promossa. Incoraggiate l’utilizzo del PC e di determinati strumenti compensativi: il loro uso non deve essere vissuto come qualcosa che sottolinea la diversità ma come qualcosa che potenzia le potenzialità e le risorse personali. Concludiamo questa rassegna di suggerimenti ricordando un ultimo, ma non per questo meno fondamentale, aspetto: sostenete sempre la motivazione premiando l’impegno anziché i risultati o i voti che — sappiamo benissimo — a volte non sono commisurati agli sforzi profusi.  
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Search-ME - Erickson 4 Disturbi specifici dell'apprendimento (DSA)
Aspetti caratteristici e criteri diagnostici di un disturbo ancora poco conosciuto
Nina si alza. Prima domanda che si pone: «È mattino o sera?». Poi si dirige verso la porta. Purtroppo calcola male la sua traiettoria. SBANG! Sbatte contro lo stipite della porta. Va in bagno: tutta un’avventura! Ci si deve sedere al posto giusto, prendere la carta igienica, strapparne un pezzo, pulirsi e infine tirare l’acqua. Ora, la colazione. Prima prova: versare il latte nella tazza senza rovesciarlo. Poi, mettere il cacao nel latte senza spargerlo dovunque. Infine, preparare i toast. Poi bisogna bere e mangiare senza rovesciare la tazza con una gomitata e ricordarsi di tenere la bocca chiusa mentre si mastica. Ora ad attendere Nina c’è la sfida del vestirsi... Che sta succedendo a Nina? Perché i movimenti e le attività che gli altri bambini fanno senza difficoltà a lei costano tanta energia? Nina è semplicemente disprassica. Soffre di un problema di coordinazione motoria che la obbliga a controllare intenzionalmente alcuni dei suoi gesti motori.   CHE COS'È' LA DISPRASSIA? La disprassia è un’alterazione dello sviluppo degli apprendimenti gestuali. I gesti sono un insieme di movimenti, coordinati nel tempo e nello spazio con l’obiettivo di realizzare un’azione finalizzata. Si parla di disprassia quando questa serie di movimenti non si verifica in maniera sincronica e/o si verifica in maniera deficitaria, anormale, inefficace e — in assenza di un deficit mentale e/o di turbe psichiche e di un disturbo neuromotorio, neurosensoriale, neuromuscolare — dopo che il bambino è stato sottoposto a una normale attività formativa. Classificata come disturbo evolutivo della coordinazione motoria (DCD), per la diagnosi della disprassia sono indicati tre criteri:   1. presenza di una marcata difficoltà o di un ritardo nello sviluppo della coordinazione motoria; le performance risultano inferiori rispetto a un bambino normale di pari età mentale e cronologica; 2. difficoltà di coordinazione non dovute a condizioni patologiche mediche, quali paralisi cerebrali infantili, distrofia muscolare o altro; se il ritardo di sviluppo cognitivo è presente, le difficoltà motorie devono essere di gran lunga preponderanti rispetto ad altre generalmente associate; 3. queste difficoltà interferiscono con l’apprendimento scolastico e con le attività della vita quotidiana.   Questo disturbo può manifestarsi tramite un ritardo nel raggiungimento delle tappe di sviluppo motorio (passaggio alla posizione seduta, gattonamento, deambulazione), goffaggine nei movimenti, scarse capacità sportive o disgrafia.  Perché si possa porre la diagnosi, occorre che queste prestazioni inadeguate interferiscano in maniera significativa con i risultati scolastici o le attività della vita quotidiana. Non deve esserci una patologia organica associata, come paralisi motoria, emiplegia o distrofia muscolare. In caso di ritardo mentale, le difficoltà motorie devono essere più significative di quelle che sono abitualmente associate a una disabilità intellettiva dello stesso grado. L’elemento essenziale da tenere presente di questa definizione è che la disprassia è prima di tutto un disturbo della coordinazione motoria. Sono quindi le difficoltà che il bambino incontra nelle attività che richiedono coordinazione motoria, e non il quoziente intellettivo, a permettere di porre tale diagnosi.
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Search-ME - Erickson 5 Apprendimento delle lingue straniere
Strategie efficaci per insegnare l'inglese agli alunni con DSA
Le lingue straniere, in particolare l’inglese in quanto lingua opaca, sono considerate comunemente – ma erroneamente – come quasi impossibili da apprendere da parte degli alunni con DSA. Questa prospettiva, tuttavia, si svaluta nel momento in cui gli studi dimostrano che gli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento non hanno compromissioni a livello cognitivo. Da ciò consegue che, adottando strategie didattiche adeguate, gli alunni con DSA possono apprendere la lingua inglese con successo. È, dunque, compito dell’insegnante operare scelte metodologiche che promuovano una didattica inclusiva. A questo proposito si rende necessario tenere presenti due concetti chiave, quali l’accessibilità glottodidattica e la multisensorialità. All’interno di questo paradigma, giocano un ruolo importante i materiali didattici che l’insegnante decide di proporre e le attività che intende implementare.   La ricerca sottolinea che per un’efficace ricaduta sul piano didattico, i materiali devono essere principalmente accessibili dal punto di vista grafico-organizzativo   L’insegnante, quindi, dovrà fare in modo che l’alunno, quando entra in contatto con le informazioni, possa attivare il maggior numero di canali sensoriali, in quanto è noto che l’input venga tanto meglio recepito, quanti più canali sensoriali vengono attivati. Alla luce di tutto ciò, in fase di progettazione risulta doveroso tenere presente che  il canale visivo-non verbale e quello cinestesico sono decisamente i preferiti dagli alunni con DSA. La dimensione esperienziale e quella ludica si rivelano decisamente efficaci per promuovere un apprendimento significativo. In un contesto di questo tipo, l’alunno impara facendo e diventa piacevolmente protagonista del proprio apprendimento. Questa dimensione permette all’alunno stesso di alimentare quel circolo virtuoso per cui, sentendosi maggiormente coinvolto e gratificato durante l’apprendimento, riesce ad aumentare la propria autostima. L’approccio ai contenuti sarà, quindi, caratterizzato da un atteggiamento di tranquillità che gli permetterà di limitare il fattore ansiogeno derivante dal timore dell’insuccesso.   
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Search-ME - Erickson 6 Disturbi specifici dell'apprendimento (DSA)
Ne parliamo con il professor Fabio Celi, psicologo-psicoterapeuta
Nella sua vita professionale, professor Celi lei ha conosciuto tanti bambini e ragazzi con Bisogni Educativi Speciali o con Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Come Marco, che aveva un disturbo specifico della lettura, e andava a scuola angosciato. O come Oreste, con difficoltà di apprendimento non particolarmente gravi, ma che faceva ammattire le maestre col suo comportamento. Che cosa accomuna questi ragazzi?   «Gli allievi con disturbo o difficoltà di apprendimento tendono ad avere un concetto di sé più negativo. Più o meno consapevolmente si confrontano. Più o meno consapevolmente, da alcuni insegnanti molto consapevolmente, vengono confrontati. A volte qualche genitore di questi bambini mi riferisce frasi dette dal figlio, dopo un pomeriggio di lavoro.    Spesso sono domande di questo tenore: «Ma papà, perché io sto tutto il giorno a studiare e fare i compiti mentre i miei compagni dopo un’ora hanno già finito e poi loro a scuola sono più bravi di me?»  E il bello — si fa per dire — è che alcune maestre chiamano questi bambini «svogliati»!. Questi confronti sono perdenti. Almeno per quanto riguarda la lettura, la scrittura o il calcolo e, più in generale, il rendimento scolastico, sono perdenti per definizione.      Può darsi, per fortuna, che alcuni di questi bambini siano dotati di fattori protettivi che li preservano da una caduta verticale dell’immagine che hanno di sé: perché sono simpatici, o giocano bene a tennis, o se la cavano molto bene in attività pratiche e manuali anche piuttosto complesse, o perché hanno un fidanzatino (o una fidanzatina) prima di molti compagni. Ma il confronto perdente rispetto alle abilità scolastiche lascia, anche nei casi più fortunati, qualche strascico di sofferenza. Immaginiamo la sofferenza quando questi fattori protettivi vengono a mancare.»   In che modo questi confronti possono influire sull’autostima?   «È facile capire come ciò sia connesso con l’autostima. Posso definire l’autostima — in modo molto approssimativo ma utile in questo contesto — come la misura di quanto una persona si piace, di quanto è contenta di sé. Questi ragazzi non si piacciono, almeno dal punto di vista scolastico, e la loro bassa autostima può avere conseguenze importanti su molti altri aspetti della sfera emozionale.  Ricordo qui che l’autostima non dipende solo dai risultati oggettivi che una persona riesce a ottenere. Se fosse così, l’unico modo per alzare l’autostima sarebbe migliorare le prestazioni. Ma non è così: l’autostima dipende dal rapporto tra risultati e aspettative. Dal momento che si tratta di una frazione, l’autostima si abbassa quando le prestazioni sono basse, ma anche quando le aspettative sono troppo alte. Dovrebbero tenerlo presente quelle maestre che dicono a un bambino con dislessia di cercare di leggere come gli altri, e poi, quando quel bambino non ce la fa, gli dicono che è svogliato.
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