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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Identità di genere
Il cortometraggio tratto dal libro di Ashley Spires viene presentato al Giffoni Film Festival 2019
Viene presentato in questi giorni al Giffoni Film Festival –   il festival cinematografico dedicato a bambini e ragazzi – il film d’animazione The most magnificent thing tratto dall’omonimo libro di Ashley Spires, pubblicato anche in Italia da Erickson con il titolo La cosa più grandiosa. Si tratta di un cortometraggio della durata di poco più di venti minuti diretto dalla regista canadese Arna Selznick, con la voce originale, tra le altre, della nota attrice americana Whoopi Goldberg. Una grandissima soddisfazione per Ashley Spires, autrice e illustratrice del libro The most magnificent thing e anche per la nostra casa editrice che ne ha curato l’edizione italiana pubblicata proprio l’anno scorso.   The most magnificent thing – La cosa più grandiosa racconta la storia di una bambina che, un giorno, ha un’idea fantastica: realizzare, con l’aiuto del suo cane, la cosa più grandiosa di sempre.   La cosa però non è così semplice come la bambina l’aveva immaginata e dunque succede che, anziché con squadra, righello e metro, ci si ritrova a fare i conti con sentimenti di rabbia, tristezza e frustrazione. Poi però, con un pizzico di incoraggiamento e di fantasia, ci si rende conto che ogni prova, anche sbagliata, in fondo è utile per avvicinarsi alla riuscita finale, anche se magari questo implica cambiare ciò che si era pensato all’inizio, o meglio guardarlo da una prospettiva diversa. Dalla gestione della rabbia, allo sviluppo dell’immaginazione e dell’autostima fino al tema, quanto mai attuale, degli stereotipi di genere, l’opera di Ashley Spires – che in Canada ha venduto più di 200.000 copie – affronta con freschezza e lieve ironia insegnamenti universali che, in quanto tali, sono validi per tutte le età. L’edizione è corredata da una “guida per l’adulto”, piccolo vademecum per genitori e insegnanti che desiderino fornire ai piccoli lettori gli strumenti per leggere il mondo in modo consapevole, attraverso lo svolgimento di una serie di attività. Congratulazioni all’autrice Ashley Spires per il traguardo raggiunto! Per vedere il trailer del film clicca qui  
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Search-ME - Erickson 2 Educazione
Un compito impegnativo, ma fondamentale per favorire l’apprendimento
 Accompagnare un bambino nella sua crescita emotiva è un compito impegnativo. Aggressività, demotivazione, carenza di autocontrollo, difficoltà nel rispettare le regole o accettare le proprie frustrazioni dell’apprendere sono solo alcuni dei problemi frequentemente riscontrati in classe. Ricordiamoci, però, che le emozioni non sono solo questo. Sono anche gioia, affetto, orgoglio e soddisfazione per un successo o sorpresa per un gesto inaspettato. La scuola riveste un ruolo fondamentale nell’educazione alle emozioni, un percorso di apprendimento che va di pari passo con quello disciplinare. Da tempo, infatti, la ricerca ha avvalorato l’importanza delle emozioni nell’apprendimento, facendo venir meno l’assunto storico di un ipotetico primato della cognizione sull’affettività. Di qui l’importanza di definire dei percorsi strutturati ed espliciti di educazione alle emozioni che hanno come traguardo la competenza sentimentale, ovvero la capacità comprendere ed esprimere in modo consapevolmente regolato il proprio stato emotivo. Un itinerario intenzionale e di qualità educa il bambino a saper riconoscere le proprie e altrui emozioni, ad aprirsi alla reciprocità nella relazione e a formare le cosiddette competenze personali, abilità che permettono ad ognuno di leggere la propria e altrui interiorità, ma anche di saper elaborare le emozioni negative. Infine, il curricolo emotivo promuove la riflessione metaemotiva, un processo che “distanzia” dai propri vissuti emotivi e permette di autoregolarli. Tale processo può avere luogo attraverso vari linguaggi e fare quindi riferimento a diverse discipline. La letteratura, per esempio, permette di attingere a prodotti di esemplare rappresentazione del sentire (poesie, romanzi, etc.) e a diversi generi (autobiografia, diario, etc.). Un altro medium efficace che potrebbe essere utilizzato in un percorso di educazione emotiva è l’illustrazione. I disegni e le immagini offrono un’alternativa all’espressione verbale e possono dirigere le emozioni represse in canali più creativi. Ma anche l’espressione corporea, passando da vie meno codificate convenzionalmente, rappresenta un interessante linguaggio attraverso cui esplorare forme diverse di espressione della vita affettiva. Nel programmare le attività e gli strumenti di un’educazione socio-affettiva, abbondano i materiali per la scuola primaria, mentre è molto meno ampia e varia l’offerta per la fascia d’età che va dalla secondaria di 1° grado a quella di 2° grado. Anche - e potremmo dire, soprattutto - i giovani adolescenti incontrano difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni e dar loro un nome. È, dunque, importante che i docenti forniscano strumenti utili per la comprensione dell’origine e delle caratteristiche delle emozioni e per la gestione degli stati d’animo, anche di quelli legati alle tematiche più “spinose” che affiorano durante il periodo dell’adolescenza.
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Search-ME - Erickson 3 Disturbi specifici dell'apprendimento (DSA)
Ne parliamo con il professor Fabio Celi, psicologo-psicoterapeuta
Nella sua vita professionale, professor Celi lei ha conosciuto tanti bambini e ragazzi con Bisogni Educativi Speciali o con Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Come Marco, che aveva un disturbo specifico della lettura, e andava a scuola angosciato. O come Oreste, con difficoltà di apprendimento non particolarmente gravi, ma che faceva ammattire le maestre col suo comportamento. Che cosa accomuna questi ragazzi?   «Gli allievi con disturbo o difficoltà di apprendimento tendono ad avere un concetto di sé più negativo. Più o meno consapevolmente si confrontano. Più o meno consapevolmente, da alcuni insegnanti molto consapevolmente, vengono confrontati. A volte qualche genitore di questi bambini mi riferisce frasi dette dal figlio, dopo un pomeriggio di lavoro.    Spesso sono domande di questo tenore: «Ma papà, perché io sto tutto il giorno a studiare e fare i compiti mentre i miei compagni dopo un’ora hanno già finito e poi loro a scuola sono più bravi di me?»  E il bello — si fa per dire — è che alcune maestre chiamano questi bambini «svogliati»!. Questi confronti sono perdenti. Almeno per quanto riguarda la lettura, la scrittura o il calcolo e, più in generale, il rendimento scolastico, sono perdenti per definizione.      Può darsi, per fortuna, che alcuni di questi bambini siano dotati di fattori protettivi che li preservano da una caduta verticale dell’immagine che hanno di sé: perché sono simpatici, o giocano bene a tennis, o se la cavano molto bene in attività pratiche e manuali anche piuttosto complesse, o perché hanno un fidanzatino (o una fidanzatina) prima di molti compagni. Ma il confronto perdente rispetto alle abilità scolastiche lascia, anche nei casi più fortunati, qualche strascico di sofferenza. Immaginiamo la sofferenza quando questi fattori protettivi vengono a mancare.»   In che modo questi confronti possono influire sull’autostima?   «È facile capire come ciò sia connesso con l’autostima. Posso definire l’autostima — in modo molto approssimativo ma utile in questo contesto — come la misura di quanto una persona si piace, di quanto è contenta di sé. Questi ragazzi non si piacciono, almeno dal punto di vista scolastico, e la loro bassa autostima può avere conseguenze importanti su molti altri aspetti della sfera emozionale.  Ricordo qui che l’autostima non dipende solo dai risultati oggettivi che una persona riesce a ottenere. Se fosse così, l’unico modo per alzare l’autostima sarebbe migliorare le prestazioni. Ma non è così: l’autostima dipende dal rapporto tra risultati e aspettative. Dal momento che si tratta di una frazione, l’autostima si abbassa quando le prestazioni sono basse, ma anche quando le aspettative sono troppo alte. Dovrebbero tenerlo presente quelle maestre che dicono a un bambino con dislessia di cercare di leggere come gli altri, e poi, quando quel bambino non ce la fa, gli dicono che è svogliato.
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Search-ME - Erickson 4 Disturbi specifici dell'apprendimento (DSA)
Suggerimenti e consigli per i genitori di ragazzi con dislessia e altri DSA
L’esame di terza media è un traguardo importantissimo, non solo da un punto di vista prettamente scolastico, ma anche perché costituisce il passaggio simbolico all’adolescenza. Le pressioni, l’ansia da prestazione, le eccessive aspettative rendono questo momento difficile per chiunque, e ancor di più per chi soffre di un disturbo specifico dell’apprendimento, che si tratti di dislessia, disortografia o discalculia. Anche in famiglia il clima può diventare teso e pesante. Ecco allora qualche suggerimento rivolto ai genitori per aiutarli ad accompagnare meglio i loro ragazzi nel percorso verso l’esame di terza media. La prima cosa da sapere è che l’obiettivo di raggiungere il diploma di scuola secondaria di primo grado è assolutamente alla portata dei ragazzi con dislessia. Per cui, cari genitori, mettetevi il cuore in pace: anche vostro figlio o vostra figlia ce la farà, magari anche meglio di tanti altri. Certo è che questi ragazzi vanno sostenuti e accompagnati. Noi però non siamo e non dobbiamo diventare insegnanti per i nostri figli. Se ci fosse dunque bisogno di un aiuto supplementare per lo studio quotidiano, presentatelo come un’opportunità e non come una punizione; cercate una persona qualificata che aiuti il vostro ragazzo ad essere autonomo nello svolgimento dei compiti e che non si sostituisca a lui! Ed ecco alcuni consigli metodologici e affettivo-emotivi che, con un po’ di buona volontà, tempo, impegno e pazienza, possono essere messi in pratica da tutti: Date valore alle singole materie e date senso ai compiti evitando, se possibile, di fare commenti come «Anch’io alla tua età l’inglese lo odiavo» o «Neanche io sono mai stato un genio in matematica» perché è molto facile creare un’identificazione dannosa alla riuscita e al raggiungimento di un successo. Individuate, nel limite del possibile, un orario per i compiti, evitando lo studio dopo cena via libera invece al ripasso serale veloce perché il sonno sistematizza le informazioni nella memoria a lungo termine. Favorite la precedenza nello studio alle materie più pesanti e vissute con maggiore fatica e lasciate alla fine quelle che sono più congeniali e semplici: si affrontano meglio le discipline di interesse e di conseguenza anche la prestazione migliora. Stimolate la concentrazione eliminando tutte le possibili distrazioni e intervallando il periodo di studio con piccole pause rigeneranti: le pause non sono una perdita di tempo, ma aiutano a staccare la spina, a memorizzare e a ricaricarsi. Fate in modo che i compiti e lo studio non interferiscano eccessivamente con le passioni che gratificano vostro figlio o vostra figlia e che li fanno stare bene: non dovrebbero mai evitare gli allenamenti sportivi, la partecipazione al coro o alla band, alla scuola musicale, agli scout, solo perché devono finire i compiti. Se per un giorno sono in difficoltà, fategli una giustificazione: se il fatto si verifica una volta ogni tanto, gli insegnanti saranno comprensivi; se succede un po’ troppo spesso, forse è meglio controllare il diario, rivedere l’organizzazione e il planning settimanale; se succede sempre, richiedete un appuntamento con l’insegnante coordinatore della classe o con il responsabile Bes della scuola e chiedete una riduzione dei compiti a casa. Anche questo, secondo la normativa vigente, è un diritto riconosciuto. Evitate di sostituirvi a vostro figlio nei compiti, ma siate sempre disponibili con consigli e indicazioni pratiche. A tale proposito ci piace ricordare i tre livelli in cui i genitori possono stare vicino ai propri ragazzi nello svolgimento dei compiti: in senso affettivo, cioè attraverso il contatto e la vicinanza; in senso metodologico, guidandoli nell’organizzazione e nella pianificazione; con l’aiuto diretto, la cui quantità dovrebbe ridursi gradualmente. La dipendenza non va incoraggiata, mentre l’autonomia va sempre promossa. Incoraggiate l’utilizzo del PC e di determinati strumenti compensativi: il loro uso non deve essere vissuto come qualcosa che sottolinea la diversità ma come qualcosa che potenzia le potenzialità e le risorse personali. Concludiamo questa rassegna di suggerimenti ricordando un ultimo, ma non per questo meno fondamentale, aspetto: sostenete sempre la motivazione premiando l’impegno anziché i risultati o i voti che — sappiamo benissimo — a volte non sono commisurati agli sforzi profusi.  
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Search-ME - Erickson 5 Area motorio-prassica
Come promuovere lo sviluppo cognitivo, emotivo-relazionale e motorio attraverso la psicomotricità
La psicomotricità non è semplicemente un gioco libero o un’attività motoria spontanea, ma è una disciplina che, considerando il corpo come canale privilegiato di azione, interazione e osservazione, studia e accompagna lo sviluppo della persona fin dalla prima infanzia, favorendo il giusto equilibrio tra le diverse aree di sviluppo: cognitiva, emotivo-relazionale e motoria. La psicomotricità riconosce ai bambini una grande libertà di azione nello spazio del gioco: è possibile sperimentare da soli, ma anche riconoscersi nel gioco del compagno, imitandolo. È possibile giocare in coppia, costruire una famiglia o diventare un villaggio. Ciascuna di queste dimensioni relazionali, compresa quella dell’incontro e dell’alleanza tra bambini e bambine, va a dare valore e significato all'incontro psicomotorio, rendendolo ogni giorno una nuova avventura.   La strutturazione dell’incontro è parte fondamentale nella seduta psicomotoria, tanto quanto i materiali scelti e lo scenario. L’evoluzione e il susseguirsi di azioni regolari e riconoscibili creano l’ossatura stabile e «sicura» attorno alla quale si sviluppa l’incontro di psicomotricità che con l’accompagnamento attento e accurato dello/a psicomotricista assume gradualmente la forma di un vero e proprio racconto.   Il mezzo principale con cui il bambino ci parla di sé e ci racconta la sua storia è il gioco. Il gioco è una delle principali attività dei bambini, grazie al quale essi allenano la sfera emotiva, cognitiva, motoria e relazionale. I grandi cuboni psicomotori (oppure dei cuscini) possono essere alti boschi o montagne da attraversare e superare; carte di consistenza diversa (carta da pacchi, delle uova di Pasqua, ecc.) possono essere laghi ghiacciati da superare strisciando; tavoli, tunnel e piccoli anfratti possono essere grotte buie da esplorare. Oltre a esperienze sensomotorie è evidente come esperienze di questo tipo stimolino anche l’aspetto emotivo. Le altezze, il buio, i disequilibri, i tuffi non possono che chiamare in causa vissuti come: coraggio, paura, affermazione, rassicurazione e tanto altro. 
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Search-ME - Erickson 6 Sanità
Come intervenire e come affrontarle
Due donne su dieci soffrono di un disturbo affettivo durante la gravidanza e nel corso del primo anno dopo il parto. Oltre il 75% di queste donne non ricevono una diagnosi e un’attenzione adeguata. La mancata presa in carico di queste situazioni ha conseguenze significative sulla madre, sul bambino e sulla società in generale. Sulla base dell’esperienza clinica in psicologia materna perinatale, possiamo evidenziare le seguenti cinque situazioni di fragilità emotiva come meritevoli di attenzione, per intervenire in tempo prevenendo l’insorgenza di disturbi emotivi veri e propri. 1. Adattarsi ai cambiamenti che avvengono durante la gravidanza e il postparto non è facile Come tutte le fasi di transizione della vita, diventare mamma e papà può portare con sé fatiche e difficoltà anche inaspettate. Il mito della maternità come il momento più bello della vita, di amore assoluto tra madre e figlio non è realistico, per cui non ambire ad essere per forza felice, ad avere tutto sotto controllo, che tutto sia perfetto come te lo eri immaginato.   La realtà quotidiana di una donna in gravidanza o nel postparto è diversa dai cartelloni pubblicitari o dall’immagine ideale che ti eri prefigurata…e sai che c’è? Che questo è normale, la realtà non va sempre come ci piacerebbe e questo vale anche per la maternità. 2. Gli sbalzi d’umore, la labilità emotiva e l’ansia nel periodo perinatale possono essere normali, ma non sottovalutare come ti senti Se in gravidanza o dopo il parto ti senti triste, angosciata, ansiosa, se hai pensieri che ti preoccupano o che ti assillano tanto da procurarti ansia, evitamento, insonnia, e se questa condizione permane inalterata nel tempo per più di due settimane, parlane con il tuo compagno, e rivolgiti ad un professionista esperto di psicologia clinica e psicopatologia perinatale. È possibile che ciò sia dovuto ad un momento di stress reattivo ad eventi specifici o ai cambiamenti della maternità, ma potrebbe anche essere l’inizio di una difficoltà più importante che può, se trascurata, sfociare in un disturbo emotivo perinatale.   3. Attenzione ai fattori di rischio per la psicopatologia perinatale, non tutto passa da solo Ricorda che se hai sofferto di un disturbo d’ansia o depressivo o di altri disturbi psichici hai un maggior rischio di insorgenza di disturbi affettivi in gravidanza e /o nel postparto. Questo vale anche se i tuoi genitori, fratelli o nonni hanno sofferto di questo tipo di disturbi. Inoltre avere una relazione di coppia non soddisfacente, una gravidanza non desiderata o a rischio, eventi di vita stressanti, un lutto perinatale, scarso supporto sociale e del partner sono tutti fattori di ulteriore rischio che possono esporti all’insorgere di disturbi affettivi perinatali quali disturbi depressivi o disturbi d’ansia. Se ti trovi in una di queste situazioni, non rimandare, non tutto passa da solo. Parla con il tuo compagno di come ti senti, rivolgiti all’ostetrica, al medico, e ad un operatore esperto di psicologia clinica e psicopatologia perinatale. 4. Non esiste solo la depressione postpartum Per alcune donne sia in gravidanza che nel dopo parto si scatenano ansie e pensieri difficili da gestire ed accettare, ossessioni, attacchi di panico, vere e proprie fobie, difficoltà nel legame o nella gestione quotidiana del bambino, paura del parto e altre paure apparentemente esagerate e immotivate. Tutte queste situazioni spesso non coincidono con la diagnosi di depressione postpartum, ma assolutamente non vanno trascurate o ignorate perché hanno importanti conseguenze sulla salute mentale della mamma, del bambino e dell’intera famiglia. In tutte queste situazioni è importante che ciascuna di voi abbia la possibilità di poter parlare di quello che le sta accadendo e che possa chiedere e ricevere aiuto. 5. Tra mamma e bambino non è sempre amore a prima vista Per alcune donne la gravidanza e/o il postparto si configurano come un momento magico, ma per altre l’esperienza è ben diversa.   Ci possono essere sentimenti contrastanti sia verso la gravidanza che verso il bambino, spesso si tratta della sana ambivalenza che caratterizza ogni rapporto affettivo.   Ma se vi sembra di avere un rifiuto per il bimbo che portate in grembo o se dopo il parto vi sentite confuse dai sentimenti di rifiuto che a tratti provate verso vostro figlio, se avete paura di poter fare dei gesti inconsulti parlatene con il vostro compagno, con chi sentite che non vi giudica, ma se non vi sentite meglio non esitate a contattare un professionista esperto di psicologia clinica e psicopatologia perinatale. Vi potrà aiutare a capire di che aiuto avete bisogno e a rimettere ordine nel groviglio dei vostri affetti e delle vostre paure.
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