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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Gioco
Partendo dalla nota metafora di Gianni Rodari, un progetto ludico con tre attività da provare con bambini e ragazzi
Avete mai provato a gettare un sasso in uno stagno? E a lanciarlo con la giusta angolatura? Cosa accade? Immaginate. La metafora del sasso nello stagno è uno dei passaggi più rappresentativi di quel grandissimo inventore di storie che è stato Gianni Rodari. Si trova nella sua Grammatica della fantasia, miniera stracolma di giochi e idee per inventare storie, per entrare dentro le parole o sorridere delle connessioni più strane, per dare libertà al pensiero. L’idea che proponiamo qui è semplice: trasformare la metafora di Rodari in un progetto ludico, partendo dalle sue parole. «Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro [...]. Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio». Questo è il punto di partenza per la nascita di una storia, un’improvvisa origine creata da connessioni impreviste, un ricordo, un sapore, ma anche un gioco continuo di rimandi e di ricerche, basti pensare a tutto il lavoro di ricerca dell’OuLiPo, con Perec, Queneau e Calvino in prima linea È anche molto utile riflettere sul fatto che il nostro cervello si è evoluto in modo tale da essere sollecitato dalle narrazioni, dalle storie che in qualche modo riescono a coinvolgerci anche emotivamente. Ascoltare un semplice elenco di informazioni attiva principalmente le aree dove si elabora il significato delle parole, mentre quando le stesse informazioni sono narrate il nostro cervello si comporta come lo stagno di Rodari: crea un numero di connessioni maggiori e attiva anche le aree connesse alle emozioni. Tre attività da provare In questo percorso esperienziale e ludico proponiamo tre attività che abbiamo scelto attivando la procedura rodariana, cioè evocando nella nostra mente giochi, ricordi, emozioni che possano raccontare il sasso e lo stagno. Rimbalzello Iniziamo in modo letterale e scientifico con il «rimbalzello», un classico da fare all’aperto e dinanzi a uno specchio d’acqua. Si tratta del lancio che, invece di far affondare il sasso, lo fa rimbalzare più e più volte sull’acqua. Quante volte l’avete provato? Esiste anche un record del mondo di oltre 50 balzi. Una sfida che mette alla prova i partecipanti, sia verso se stessi che verso gli altri. Quanti rimbalzi farà il sasso? Vince chi raggiunge il numero più alto. Il rimbalzello però è anche un gioco utile da approfondire perché si trasforma in un’esperienza scientifica da raccontare. È infatti l’approccio scientifico che ci spiega che l’acqua, se viene «colpita» da un oggetto a grande velocità, tende a comportarsi come un solido. Nel caso del sasso che rimbalza, però, oltre alla velocità è necessario che l’impatto crei un angolo tra i 20° e i 45°, altrimenti il sasso affonda, e naturalmente conta anche la forma e il peso. Tutte queste informazioni trasformano il gioco in esperimento, l’esperienza ludica diventa fondamentale perché attiva la curiosità, la ricerca e la narrazione scientifica. Tornando a Rodari, il sasso che rimbalza rappresenta la parola che si sposta da una mente all’altra, creando sia cerchi concentrici e connessioni in un cervello, che connessioni tra i vari cervelli. Stagno in casa La seconda attività che vi proponiamo è lo «stagno in casa», che associa ricerca e narrazione attraverso una rappresentazione fisica delle onde concentriche. Ogni partecipante prepara un grande foglio di carta su cui disegna un centro e intorno cinque cerchi concentrici ben distanziati. Si sceglie un oggetto comune a tutti da porre al centro del foglio, ad esempio un bicchiere, e si inizia la ricerca. L’obiettivo è quello di trovare, a casa, dei piccoli oggetti che possano essere collegati l’uno all’altro seguendo i cerchi: ad esempio si potrebbero prendere degli occhiali, che colleghiamo al bicchiere perché sono entrambi di vetro; l’oggetto successivo si deve collegare agli occhiali. Ogni oggetto deve stare sopra un solo cerchio, rispettando la sequenza. Le connessioni possono essere dettate dalla logica, ma possono anche attraversare momenti personali, ricordi, esperienze. Completata la ricerca si fa una foto allo stagno in casa e si passa alla narrazione e all’invenzione delle storie. Ogni partecipante condivide la propria immagine con gli altri, che potranno interpretarla e raccontare le connessioni che vedono, creando legami spesso diversi da quelli originari, con libertà d’invenzione e immaginazione. Alla fine il giocatore potrà, se vuole, raccontare la storia originaria delle sue connessioni. Catena di parole Per la terza proposta vi facciamo una domanda: che relazione c’è tra le parole storie e roseti? Prima di andare avanti, coprite la pagina per un minuto e cercate la soluzione. Bene ora siamo pronti per spiegare le regole della «catena di parole», un gioco legato al mondo dell’enigmistica. Ogni giocatore crea una sequenza di parole in modo che ognuna sia collegata alla successiva perché modifi cata attraverso un cambio lettera, un’aggiunta di lettera, una lettera in meno, un anagramma o altri cambi enigmistici. Successivamente fa vedere le parole agli altri giocatori, evidenziando la prima e l’ultima parola e mischiando le altre: lo scopo è quello di ricostruire la sequenza esatta, vince chi riesce per primo. Provate anche voi con queste parole: sasso, sconto, contro, scosto, mosso, scosso, scontro, masso, smosso, tronco. Le parole di ogni sequenza possono poi essere utilizzate per creare una storia, con il solo vincolo che devono comparire poco per volta, seguendo la successione esatta della catena. Tre diversi modi per osservare da punti di vista il sasso nello stagno: quello della scienza che diventa esperienza, gioco e narrazione; poi quello delle relazioni, dei ricordi, delle connessioni personali e della loro interpretazione; infine, quello più logico enigmistico, che può dare vita a una storia finale. Tre attività che hanno al centro le parole, i loro usi, la loro forza, e che, per finire, ci fanno pensare a una frase fondamentale di Gianni Rodari: «Tutti gli usi della parola a tutti non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo». Questo articolo è tratto dalla rubrica “Gioco da maestro” pubblicata sul numero di novembre 2020 della rivista DIDA
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Venerdì 9 settembre
Bolzano
Search-ME - Erickson 3 DIDA
Segreti e strumenti della comunicazione non verbale spiegati a beneficio degli insegnanti e di tutti coloro che, per mestiere, fanno ricorso a questo tipo di linguaggio
Le responsabilità e la mole di lavoro di un insegnante e di un maestro sono notevoli di per sé, ma recentemente il livello di complessità è aumentato a dismisura. Impossibile negare quanto la pandemia iniziata nel 2020 abbia stravolto completamente le nostre vite, cambiando totalmente il modo di socializzare e di entrare in relazione con gli altri. Il distanziamento sociale, l’uso delle mascherine e di tutti i dispositivi di protezione e la tanto discussa «didattica a distanza» hanno messo fortemente in crisi uno dei mestieri più belli del mondo. È vero anche però che i momenti difficili, se affrontati nel modo giusto, diventano occasioni per scoprire chi siamo davvero, metterci in gioco completamente e mostrare abilità che neanche sapevamo di avere, tirando fuori tutta la passione per questo lavoro. Non si tratta però di una strada facile da percorrere visto che necessita di grande impegno e sacrificio, di forza di volontà per raggiungere il cambiamento lavorando su noi stessi con coscienza e consapevolezza. Ci siamo ritrovati tutti a trasformare il nostro modo di lavorare utilizzando piattaforme online e rinunciando al calore umano. Questo probabilmente ha fatto emergere le nostre lacune con il linguaggio digitale, la difficoltà a tenere sempre viva l’attenzione durante le videolezioni; la DAD ha messo in discussione il tema stesso dell’inclusione e la tecnologia ha avuto un impatto determinante sull’apprendimento, sulla motivazione, sulla concentrazione e sull’organizzazione. In aggiunta a tutto questo, è evidente a tutti l’incremento sbalorditivo di bambini con Bisogni Educativi Speciali che ha complicato ancora di più la situazione. Anche in questo caso però sarebbe da chiedersi: i bambini con disturbi o disabilità sono ostacoli o opportunità? Abbiamo davvero fatto tutto il possibile e il necessario per aiutarli? Di certo non sono degli alieni venuti sulla Terra per distruggerci! Siamo tutti consapevoli che nonostante le oggettive difficoltà gestionali, in realtà per fare la scuola, basta un Maestro che sappia adattarsi a ogni situazione pur di raggiungere il suo vero scopo: insegnare. Il nostro libro “Il corpo è docente” non ha la pretesa di diventare la chiave di volta della vostra vita, ma crediamo che condividere con voi tutto quello che una vasta comunità fluida di scienziati, ricercatori, specialisti e artisti sta studiando e sperimentando possa dare un contributo sempre più utile e significativo al mondo della scuola. L’articolo completo “Il corpo è docente” è disponibile sul numero di maggio 2021 della rivista Erickson “DIDA”
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Search-ME - Erickson 4 DIDA
Co-costruire lo «spazio-tempo» digitalmente aumentato degli apprendimenti
Più ci si addentra nella storia culturale del digitale più si intuisce come, fin dalle sue origini, non sia mai stato concepito come alternativo alla presenza (fisica), o comunque come strumento anzitutto funzionale a gestire la distanza. Né le condizioni estreme in cui docenti e studenti sono stati costretti a lavorare — a distanza, appunto — possono essere associate, se non in quella eccezionale contingenza, all’approccio metodologico che meglio potrebbe interpretare la cultura partecipativa, cooperativa e dialettica (tipica della comunità scientifica) all’interno della quale le tecnologie digitali si sono rese, come si diceva più sopra, al contempo possibili e necessarie. È dunque sulla base di queste considerazioni che pare auspicabile — proprio per smarcarsi dalla rigida ed equivoca contrapposizione tra didattica «in presenza» e «a distanza» — che (ci) si propone di provare a immaginare e a disegnare lo spazio-tempo di un ecosistema degli apprendimenti digitalmente aumentato. Un’impresa non banale in cui ci si potrebbe però avventurare facendosi le giuste domande, del tipo: Quali attività didattiche esigono assolutamente la presenza fisica e quali no? Quali altre, invece, (sincrone o asincrone, individuali o cooperative) si rivelano comunque efficaci a un diverso grado di prossimità rispetto al docente o ai compagni? Quali impongono la distanza quale conditio sine qua non della loro fattibilità? Altrove condividerò la mia personale risposta ai tre quesiti; qui e ora, invece, li propongo a chi legge come una call for ideas, nella convinzione che ci attende una sfida da affrontare insieme. L’articolo completo “Una sfida, tre quesiti” è disponibile sul numero di maggio 2021 della rivista Erickson “DIDA”
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La Libreria Erickson - Roma
Percorso verso l’autonomia nello studio
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Progetto di ricercazione - formazione nell’ambito della disabilità visiva e/o uditiva
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