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I mini gialli dei dettati 2
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Search-ME - Erickson 1 Lavoro sociale
L’importanza di saper realizzare cambiamenti di emergenza ed evolutivi
Il lavoro sociale ha come finalità la realizzazione di cambiamenti. Chi opera nel lavoro sociale deve tener conto della necessità di cambiamenti rapidi, e della necessità di cambiamenti evolutivi lenti. I primi riguardano esseri umani che devono salvare la loro vita. Chi sta affogando ha bisogno di essere portato in salvo al più presto. Alle spalle del salvataggio c’è un’organizzazione dei salvataggi. Chi opera può trovarsi imbrigliato, intrappolato, nell’organizzazione che potrebbe non essere adeguata alle esigenze dei tempi, dovendo a sua volta tener conto di un’impalcatura di regole e di una normativa un po’ polverosa. Per questo diciamo che chi opera nel lavoro sociale deve essere un equilibrista: deve mantenere un equilibrio, anche caratteriale, fra due tipi di cambiamento a cui il suo operare può e deve contribuire. È l’equilibrio professionale. Il tempo del cambiamento del salvataggio sembrerebbe essere solo e unicamente quello dell’immediatezza. È davvero così? Non sempre. Chi opera nel lavoro sociale con un ruolo professionale deve tener conto dell’apparato istituzionale. Non deve usare solo l’acceleratore, ma anche le diverse marce dell’auto, e quindi anche il freno e la frizione. Senza dimenticare il volante e le segnalazioni luminose. Per accelerare, a volta è bene rallentare. L’apparato complesso che nella nostra metafora è l’automobile ha bisogno di cambiare evolvendo. Anche chi sta affogando dovrebbe cambiare evolvendo, per non ritrovarsi nelle condizioni che portavano all’annegamento. I due cambiamenti, quello dell’immediatezza e quello dell’evoluzione, devono contaminarsi. Il primo permette l’altro. Il primo riesce meglio avendo fiducia nell’altro. E contribuendo alla sua realizzazione: alla fiducia va aggiunta la capacità di attendere, la pazienza. Evolviamo lentamente e cambiamo profondamente se non ci accontentiamo della sopravvivenza immediata. L’evoluzione deve procedere come fa chi si arrampica in montagna, facendo roccia. Deve sentirsi quadrupede, e muovere un piede o una mano solo avendo le altre tre membra ben salde. Il cambiamento di chi fa roccia fa un uso prudente, parsimonioso, dell’immediatezza. Deve essere un’immediatezza ponderata. Sembra un paradosso. È il paradosso in cui vive e può svilupparsi il lavoro sociale: chi ha un ruolo professionale deve farsi carico del doppio cambiamento, quello del pronto soccorso e quello dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. L’efficienza e l’efficacia dell’immediatezza del pronto soccorso va documentata in modo da favorire il cambiamento evolutivo dell’apparato istituzionale del pronto soccorso. È una tappa di percorso delicata e insidiosa. L’apparato istituzionale, vedendo efficienza ed efficacia, potrebbe ritenere che non ci sia bisogno di alcun cambiamento. È così. Il cambiamento evolutivo è sorprendente a posteriori. Nel suo svolgimento è inavvertito. Chi ha un ruolo professionale dovrebbe stare nel tempo dell’immediatezza e in quello del cambiamento evolutivo. Evitando di scegliere l’uno o l’altro. L’uno e l’altro. Meglio: uno è nell’altro. Non è un compito facile. Non si impara in una formazione formale. È una pratica, una capacità, che nella nostra cultura si è sovente nascosta nelle donne. Consiste in quelle pratiche di routine che sembrano sempre uguali, ma coinvolgono gradualmente la partecipazione attiva dell’altro, come ad esempio un essere umano che sta crescendo. Aiutano e permettono un cambiamento evolutivo grazie alla sicurezza fornita da gesti, orari, suoni e parole, che sembrano sempre uguali. I “quadri” dell’apparato istituzionale possono assumere queste capacità? La risposta non dovrebbe ridursi alla scelta fra il sì e il no. Siamo accecati dallo stereotipo che ci fa vedere in chi dirige un guardiano inflessibile, e quindi un po’ rigido, dell’ordine stabilito una volta per tutte, senza fantasie e avventure. Ogni stereotipo contiene qualche verità e nello stesso tempo impedisce di vedere qualche verità. Nel lavoro sociale è importante allenarsi al discernimento, per non essere accecati dagli stereotipi. Essendo il lavoro sociale un lavoro di filiera, il discernimento è facilitato e reso possibile. Una filiera è composta da diverse produzioni che si collegano l’una all’altra, trasmettendosi ciascuno la propria produzione. Questa viene accolta e integrata, a volte con apposito trattamento, in una nuova produzione a sua volta trasmessa. La suddivisione del tempo, nella filiera, diventa uno strumento fondamentale per non polarizzare la propria vita in “sconfitto”/“vincente”. C’è chi vive il momento di sconfitta, e chi, in quello stesso momento, è vincente. In un altro momento i ruoli potrebbero essersi scambiati le parti. La suddivisione del tempo nella filiera non inchioda nessuno a un momento. Nella notte dei tempi, e non solo, gli esseri umani hanno alzato lo sguardo. Di giorno si sono orientati con il sole. Di notte con le stelle. Gli esseri umani, essendo nomadi imperfetti e operosi, si sono organizzati guardando in alto. Allargando l’orizzonte e cercando un punto di riferimento alto, in cui poter riporre fiducia. Può sembrare strano e paradossale: questa organizzazione spaziale è organizzazione mentale. La mente di un essere umano ha sviluppato al suo interno un’organizzazione più ampia e complessa rispetto agli altri esseri viventi. Per riconoscere, occorre ricordare. E possiamo farlo in maniera individuale e solitaria, con scarsi risultati rispetto a nostro costante bisogno di appartenenza. Gli esseri umani sono nomadi operosi sociali. Dobbiamo, quindi, avere memoria aperta alla condivisione. È una memoria nomade. Deve avere un bagaglio di conoscenze e sapere utilizzare quelle adatte alla specificità del contesto. Senza la presunzione di possedere tutte le conoscenze utili. L’incontro con l’altro è apertura alle sue conoscenze. Banalizzando, se andiamo in un posto e cerchiamo una certa strada, domandiamo a chi ci sembra del posto. Nelle pieghe della storia dell’umanità si nascondono quegli esploratori di terre che non conoscevano e che visitavano con bagaglio leggero e la speranza di trovare una popolazione autoctona a cui poter domandare. Chi conosceva quel posto poteva dire come difendersi da pericoli, come affrontare il freddo e il caldo, come nutrirsi, e forse poteva offrire un riparo per la notte. In cambio, l’autoctono poteva ricevere notizie. Tra le parti si sviluppava un insegnamento linguistico reciproco, aiutato da gesti, oggetti, segnali che diventavano condivisi. È il cambiamento evolutivo, bellezza!
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Lunedì 26 ottobre

webinar gratuito con Isabel Fernandez

Una riflessione di Luca Mori sull’importanza del ragionamento filosofico con i bambini
«Un problema filosofico si presenta come un enigma, come situazione enigmatica (puzzlement) in cui non ci si raccapezza, in cui non è chiaro quale sia la risposta, né se la risposta sia soltanto una: che si affronti un paradosso oppure un frammento dei filosofi presocratici, ci si trova, all’inizio, come in una stanza buia, in cui si entra con curiosità senza che sia chiaro cosa si potrà trovare. In tali condizioni, chiunque condivida un’intuizione e faccia le sue ipotesi — anche se in seguito saranno abbandonate o si riveleranno sbagliate — contribuisce a illuminare una parte della stanza.   La lezione che si apprende è cruciale: ogni punto di vista che si aggiunge al mio, nel momento in cui imparo a pensare con la mia testa insieme ad altri, estende lo spazio delle mie possibilità di intuire e di pensare; mi dà la possibilità, per così dire,di accedere ai miei dintorni, a quei dintorni del mio pensiero e del mio linguaggio che io non abito e che altri invece abitano o attraversano.   Così facendo, chi affronta un problema filosofico in gruppo apprende a liberarsi dalla propensione a camminare in una sola direzione e con un’andatura ripetitiva. Con le parole di Francesco, bambino pisano di dieci anni che aveva affrontato con i compagni l’esperimento mentale dell’utopia, si potrebbe dire così: “Questo ho imparato. Che a volte, quando facevi una domanda, pensavo di avere subito una risposta pronta e la prima cosa che mi veniva in mente mi sembrava quella giusta: poi ascolti gli altri, pensi che non potranno avere niente da dire di più o di nuovo, e invece ti accorgi di cose a cui non hai pensato… e scopri che la prima cosa che ti è venuta in mente non è quella giusta, che quella che ti sembrava la soluzione non è la soluzione”.   Ciò non toglie che i gruppi possano anche diventare incubatori di conformismo, contribuendo a diminuire, anziché ad aumentare, le possibilità individuali di pensare. Molto dipende da come ci si abitua a stare in gruppo. L’ipotesi che il libro “Giochi filosofici” suggerisce di mettere alla prova — sostenuta da anni di sperimentazioni nella scuola primaria — è che i problemi della filosofia possano diventare un’ottima via per esercitarsi a conversare e a pensare in gruppo, ragionando al tempo stesso con la propria testa e insieme agli altri». #riflettere
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Search-ME - Erickson 4 Area morfosintattica e semantico-lessicale
Dalla definizione alla diagnosi
Il DSM-5 - il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association - ha introdotto il Disturbo Socio-Pragmatico Comunicativo (DSPC) tra i Disturbi della Comunicazione, all’interno del più ampio dominio dei Disturbi del Neurosviluppo. Di cosa si tratta?   Il DSPC è un disturbo caratterizzato da persistenti difficoltà nell’uso sociale della comunicazione verbale e non verbale, in assenza di interessi e comportamenti ristretti e ripetitivi.   Più precisamente, il DSPC è caratterizzato da una difficoltà primaria nell’uso sociale della comunicazione e del linguaggio, come manifestato da deficit nel comprendere e seguire le regole sociali della comunicazione verbale e non verbale in contesti naturalistici, nel modulare il linguaggio in base alle esigenze di chi ascolta e al contesto, nel seguire le regole per le conversazioni e la narrazione e nel comprendere il linguaggio implicito e il linguaggio figurato. Questi deficit comportano limitazioni funzionali in molteplici ambiti, e non sono meglio spiegati da scarse abilità negli aspetti strutturali del linguaggio o nelle competenze cognitive.   La caratteristica più comunemente associata al DSPC è un Disturbo del linguaggio, caratterizzato da una storia di ritardo dello sviluppo linguistico e da compromissione negli aspetti strutturali del linguaggio, pregressi e/o attuali. Le persone con DSPC possono adottare condotte di evitamento delle interazioni sociali. Le difficoltà nella valutazione e nella diagnosi  La valutazione e la diagnosi delle competenze socio-comunicative e pragmatiche costituiscono un’operazione clinica complessa. Queste competenze sono notoriamente difficili da misurare in modi standardizzati, anche perché sono un insieme di comportamenti umani fortemente dipendenti dal contesto, che si verificano soprattutto negli scambi diadici.  Le capacità socio-comunicative e pragmatiche sono anche molto sensibili a variazioni culturali: le regole conversazionali - come l’alternanza del turno, l’interruzione, la scelta di argomenti tematici opportuni... - sono in gran parte determinate da regole culturali e dalla tipologia del rapporto tra gli interlocutori. Infine, a differenza degli aspetti strutturali del linguaggio, per esempio il vocabolario o la sintassi, disponiamo di molti meno dati normativi per tali comportamenti.  Poiché le competenze socio-comunicative e pragmatiche dipendono anche dallo sviluppo del linguaggio, la diagnosi di DSPC è rara nei bambini di età inferiore ai 4 anni. Dai 4 o 5 anni, la maggior parte dei bambini dovrebbero possedere adeguate competenze linguistiche che possono permettere l’identificazione di deficit specifici nell’uso sociale della comunicazione. Forme più lievi del disturbo possono non essere evidenti prima dell’adolescenza, quando il linguaggio, la comunicazione e le interazioni sociali diventano più complesse.
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Lunedì 2 novembre

webinar gratuito con Fabio Celi

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