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I mini gialli dei dettati 2
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Cos'è l'Alzheimer e come comportarsi con l'anziano fragile colpito dalla demenza senile. Leggi la definizione e alcuni consigli pratici su Erickson.it
L’Alzheimer o altre demenze riducono progressivamente l’autonomia dell’anziano fragile e – di conseguenza – aumentano il bisogno di assistenza da parte di persone che si prendano cura dell’anziano. Prendersi cura è delicato e complesso e richiede uno sforzo significativo. Alzheimer: definizione, inquadramento e sintomi Come prendersi cura dell’anziano fragile? Come gestire le prime fasi della demenza? Come prevenire tenendo la mente attiva     Alzheimer: definizione, inquadramento e sintomi La patologia di Alzheimer, definita per la prima volta nel 1906 dallo psichiatra Alois Alzheimer, è la forma più comune di demenza degenerativa. Tra i primi sintomi il più frequente è la difficoltà nel ricordare eventi recenti. Con l'avanzare dell'età i sintomi possono essere anche: disorientamento cambiamenti repentini di umore depressione incapacità di prendersi cura di sé problemi nel comportamento.   Come prendersi cura dell’anziano fragile? Un aspetto molto importante è sicuramente quello di conoscere a fondo la storia di vita dell’anziano fragile. Questa conoscenza può favorire la relazione, aiutare a comprendere l’atteggiamento della persona e capire come comportarsi. Un altro aspetto è quello di mettere in campo un “lavoro di squadra” con le persone più vicine all’anziano e professionalità diverse (caregiver familiari, educatori, operatori socio-sanitari, medici, psicologi…). Questa collaborazione in molti casi permette di fornire le risposte più adeguate alle singole esigenze.    Come gestire le prime fasi della demenza? Le prime fasi della demenza senile mettono i familiari e gli anziani fragili di fronte a grossissime difficoltà. In questa fase, infatti, le persone hanno un grande bisogno di informazioni e chiarimenti e spesso cercano risposte che non possono avere. Un aiuto prezioso può arrivare senz’altro da chi ha già vissuto o sta vivendo la malattia d’Alzheimer sulla sua pelle o su quella di familiari: il loro sapere esperienziale è utile per avere informazioni concrete sul decorso della malattia, in quanto conoscono i reali bisogni di questo periodo così delicato.   Come prevenire tenendo la mente attiva Si può prevenire l’Alzheimer? È consigliato fare in modo che la persona anziana tenga stimolate le proprie abilità cognitive con esercizi e attività per fare in modo che memoria, ragionamento e linguaggio non si deteriorino rapidamente a causa di patologie o per il passare degli anni. .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; height: 1px; } .url-glossario {padding-inline-start: 20px;} .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; list-style: circle; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Incontri con gli autori
Incontri con gli autori
Mercoledì 23 giugno
Biblioteca Salaborsa Bologna
Presentazione del libro con Alberto Benchimol, Colomba Mazza e Martina Caironi
Cos’è l’autismo e come si manifesta? Leggi la definizione e scopri i consigli per l’inserimento a scuola di un bambino con disturbi dello spettro autistico
Attention Deficit Hyperactivity Disorder: questa è letteralmente la traduzione di ADHD, più comunemente noto come disturbo da deficit di attenzione. Autismo: definizione e significato Quali sono i sintomi dell’autismo? E le cause? Perché si parla di “spettro autistico”? L’autismo a scuola: come fare? Autismo e comportamenti problema: come affrontarli?     Autismo: definizione e significato L'autismo – come si legge sul sito del Ministero della Salute - «è un disordine neuropsichico infantile, che può comportare gravi problemi nella capacità di comunicare, di entrare in relazione con le persone e di adattarsi all'ambiente» e fa parte dei «disturbi pervasivi dello sviluppo». Per capire il significato del termine autismo bisogna risalire al greco αὐτός (autos) «stesso», ovvero «se stesso», termine coniato all’inizio del Novecento dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler che rimanda alle difficoltà comunicative e sociali.   Quali sono i sintomi dell’autismo? E le cause? L’età di esordio si colloca generalmente entro i 3 anni e secondo il DSM 5 e le caratteristiche principali sono riconducibili a sintomi relativi all’area della comunicazione e interazione sociale. Come: Difficoltà nel sostenere e mantenere una conversazione con l’altro e nel condividere interessi ed emozioni. Deficit dei comportamenti comunicativi non verbali usati per l’interazione sociale (ad esempio mancanza di sguardo diretto). Difficoltà ad adattare il comportamento in funzione dei vari contesti sociali e mancanza di interesse verso i coetanei. Per quanto riguarda le cause dell’autismo è difficile esporsi e dire quali siano: a livello scientifico si sostiene che vi sia una multifattorialità alla base delle origini.     Perché si parla di “spettro autistico”? Con il termine “spettro autistico” – come scrive l’Istituto Superiore di Sanità - si intende che «il disturbo colpisce ciascuna persona in modo differente, variando da una lieve a una grave sintomatologia. Per questo si parla anche di autismi. I disturbi dello spettro autistico originano comunque da una compromissione dello sviluppo che coinvolge le abilità di comunicazione e di socializzazione, e sono in generale associati a comportamenti inusuali, ripetitivi o stereotipati».   L’autismo a scuola: come fare? Inserire a scuola un bambino con disturbi dello spettro autistico e far sì che la scuola diventi un contesto veramente positivo implica una forte azione di formazione degli educatori e degli insegnanti. La scuola, quindi, deve comprendere l’importanza di garantire il supporto a questi bambini con personale preparato e aggiornato su tali disturbi, in modo da favorirne interamente l’adattamento, il benessere e l’inclusione reale.   Autismo e comportamenti problema: come affrontarli? Sono molti i comportamenti problema che bambini con un disturbo dello spettro autistico possono mettere in atto e che vanno a incidere negativamente sulla qualità di vita sia della persona con autismo stessa, sia delle persone che le stanno accanto. Dietro a ogni comportamento problema, c’è solitamente un disagio, che la persona con autismo non riesce ad esprimere in altro modo e che è importante decodificare attraverso un’attenta analisi della situazione, per poter individuare una strategia specifica mirata a risolverlo. .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; height: 1px; } .url-glossario {padding-inline-start: 20px;} .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; list-style: circle; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Come riconoscerla, come intervenire e come affrontarla a casa e a scuola.
Che cos’è la disgrafia? Come si riconosce la disgrafia e quali sono le sue caratteristiche? Qual è l’età minima per porre la diagnosi di disgrafia? Come intervenire e cosa fare con bambini con disgrafia?     Che cos’è la disgrafia? La disgrafia è un disturbo specifico dell’apprendimento che si manifesta come difficoltà a riprodurre sia i segni alfabetici che quelli numerici; essa riguarda quindi esclusivamente il grafismo e non le regole ortografiche e sintattiche, sebbene influisca negativamente anche su tali acquisizioni a causa della frequente impossibilità di rilettura e di autocorrezione.   Come si riconosce la disgrafia e quali sono le sue caratteristiche? Ecco alcune caratteristiche e comportamenti a cui prestare attenzione per individuare una possibile disgrafia. Posizione e prensione. Il bambino che presenta disgrafia scrive in modo molto irregolare, la sua mano scorre con fatica sul piano di scrittura e l’impugnatura del mezzo è spesso scorretta. Anche la posizione del corpo è, nella maggior parte dei casi, inadeguata: il gomito non viene appoggiato sul tavolo, il busto è eccessivamente inclinato. È inoltre frequente il disimpegno dell’altra mano nella funzione vicariante cosicché, anziché per tenere fermo il quaderno evitandone spostamenti che interferiscono negativamente con la qualità della produzione grafica, essa è utilizzata per giocherellare con il materiale presente sul banco (con la gomma, con le matite, ecc.). Orientamento nello spazio grafico. La capacità di utilizzare lo spazio a disposizione è, solitamente, molto ridotta; il bambino non possiede adeguati riferimenti per orientarsi, non rispetta i margini del foglio, lascia spazi irregolari tra i grafemi e tra le parole, non segue la linea di scrittura e procede in «salita» o in «discesa» rispetto al rigo. Pressione sul foglio. La pressione della mano sul foglio non è adeguatamente regolata; talvolta è troppo forte, talvolta è troppo debole, in quanto è spesso presente una paratonia, cioè un’alterazione in eccesso o in difetto del tono muscolare. Sono inoltre frequenti le sincinesie, cioè atti motori in eccesso o, comunque, non direttamente implicati nell’attività grafica. Direzione del gesto grafico. Sono frequenti le inversioni nella direzionalità del gesto che si evidenziano sia nell’esecuzione dei singoli grafemi sia nella scrittura autonoma, che a volte procede da destra verso sinistra. Produzioni e riproduzioni grafiche. Il bambino disgrafico presenta difficoltà notevoli anche nella riproduzione grafica di figure geometriche; nel copiare un triangolo, ad esempio, tende a «stondare» gli angoli e a non eseguire una forma adeguatamente chiusa. Anche il livello di sviluppo del disegno è spesso inadeguato all’età; la riproduzionedi oggetti o la copia di immagini è molto globale e i particolari risultano scarsamente differenziati. Esecuzione di copie. La copia di parole e di frasi è scorretta e ricorrenti sono le inversioni del gesto e gli errori dovuti a scarsa coordinazione oculomanuale, cioè alla difficoltà, sempre presente nei disgrafici, di seguire con lo sguardo il proprio gesto grafico. La copia dalla lavagna risulta inoltre ancor più complessa in quanto il bambino deve portare avanti più compiti contemporaneamente: distinzione della parola dallo sfondo, spostamento dello sguardo dalla lavagna al foglio, riproduzione dei grafemi. Dimensioni dei grafemi. Si evidenzia uno scarso rispetto delle dimensioni delle lettere; esse vengono riprodotte o troppo piccole o troppo grandi e, frequentemente, in modo irregolare alternando microdimensioni a macrodimensioni. Unione dei grafemi. Abbiamo già detto che la mano non scorre adeguatamente sul foglio e che il bambino disgrafico riesce con difficoltà a seguire con lo sguardo la propria scrittura; ciò interferisce negativamente con la fluidità del gesto, dando origine a una legatura inadeguata tra le lettere. Ritmo grafico. Si evidenzia frequentemente un’alterazione del ritmo di scrittura; il bambino scrive con velocità eccessiva o con estrema lentezza ma la sua mano esegue movimenti «a scatti», senza armonia del gesto e con frequenti interruzioni.   Qual è l’età minima per porre la diagnosi di disgrafia? L’età minima in cui è possibile porre diagnosi di disgrafia coincide con il completamento della terza classe di scuola primaria.   Come intervenire e cosa fare con bambini con disgrafia? L’intervento sulla disgrafia non deve riguardare solo l’esercizio del gesto ma deve essere personalizzato. Il bambino andrà informato e coinvolto riguardo agli obiettivi da raggiungere. Al bambino disgrafico si propongono due itinerari di lavoro: uno per colmare le lacune nelle capacità di base, uno per conquistare abilità di scrittura più adeguate. Per colmare le lacune di base si possono programmare attività legate alla percezione visiva, all’organizzazione, orientamento e integrazione spazio-temporale, alla conoscenza e rappresentazione dello schema corporeo; attività finalizzate a migliorare equilibrio e coordinazione, di rilassamento, per l’acquisizione di una corretta lateralizzazione, di coordinazione visuomotoria e oculomanuale. .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; height: 1px; } .url-glossario {padding-inline-start: 20px;} .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; list-style: circle; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Come riconoscerla, come intervenire e come affrontarla a casa e a scuola.
Che cos’è la dislessia? Come riconoscere la dislessia? E quali sono i sintomi? Qual è l’età minima per la diagnosi? Che cosa può fare la scuola?     Che cos’è la dislessia? La dislessia evolutiva, definita anche disturbo specifico della lettura, è un disturbo nell’automatizzazione funzionale dell’abilità di lettura decifrativa (lettura di testi o parole ad alta voce). Tale mancata automatizzazione si può osservare sia in una eccessiva lentezza nella lettura che in un abbondante numero di errori di lettura.     Come riconoscere la dislessia? E quali sono i sintomi? Per ricevere la diagnosi di disturbo della lettura è sufficiente che siano deficitarie le componenti di decodifica o di comprensione del testo, come indicato dai documenti internazionali (DSM-5 e ICD-10). Per valutare l’abilità di lettura devono essere usate più fonti d’informazione, una delle quali prevede la somministrazione individuale da parte del clinico di riferimento di test come prove di lettura, «culturalmente» appropriate e psicometricamente solide. Le indicazioni della Consensus Conference prevedono: indagine strumentale delle funzioni deficitarie; indagine strumentale delle funzioni integre; indagine relativa ai fattori ambientali e alle condizioni emotive e relazionali; esame della comorbilità, intesa sia come co-occorrenza di altri disturbi specifici dell’apprendimento, sia come compresenza di altri disturbi (ad esempio, di attenzione/iperattività, d’ansia, ecc.).   Qual è l’età minima per la diagnosi? L’età minima in cui è possibile porre diagnosi della dislessia coincide con il completamento della seconda classe della scuola primaria, anche se è possibile formulare un’ipotesi diagnostica già dalla fine del primo anno d’istruzione primaria, questo per quei bambini che mostrano dei profili di funzionamento molto compromessi e in presenza di una condizione di rischio, come ad esempio un pregresso disturbo del linguaggio o familiarità con il disturbo (AID, 2009).   Che cosa può fare la scuola? L’insegnante, per favorire un migliore benessere dello studente dislessico, può mettere in atto alcune strategie. In particolare egli può: comprendere e accogliere il problema; vegliare perché sia rafforzata la competenza di lettura, cercando di evitare che il deficit di lettura penalizzi gli altri apprendimenti individualizzando le richieste; evitare di esporre il bambino a situazioni di difficoltà e frustrazione (ad esempio, leggere a voce alta in classe); ridurre la quantità di materiale da leggere (nelle verifiche e nei compiti a casa), eventualmente compensando con maggiori richieste di altro tipo (ad esempio, lavoro con materiale grafico); concedere più tempo nelle verifiche o altre attività; in presenza di difficoltà ortografiche, privilegiare i contenuti rispetto alla competenza ortografica nei compiti scritti e guidare alla revisione degli errori; privilegiare verifiche orali piuttosto che scritte; curare la consegna dei compiti a casa e operare riduzioni del materiale di studio; in taluni casi caldeggiare l’utilizzo di strumenti compensativi che evitino al bambino il compito della decodifica ma gli consentano comunque di arrivare ai contenuti (programmi dotati di sintesi vocale); consentire l’utilizzo del computer dotato di programmi per la revisione ortografica; stimolare la costruzione di un metodo di studio funzionale alle caratteristiche del bambino/ragazzo dislessico, per favorire l’autonomia; sostenere il senso di autoefficacia e la motivazione del bambino/ragazzo calibrando le richieste, al fine di evitare senso di frustrazione o situazioni di impotenza appresa; valorizzare il più possibile le risorse positive del ragazzo; utilizzare tecniche didattiche che favoriscano l’aiuto fra pari (ad esempio, cooperative learning). .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; height: 1px; } .url-glossario {padding-inline-start: 20px;} .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; list-style: circle; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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Search-ME - Erickson 2 DSA
Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, il punto sui disturbi specifici di apprendimento.
I disturbi specifici di apprendimento riguardano in Italia oltre 2 milioni di persone tra bambini, ragazzi e adulti. Secondo le recenti ricerche, dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia riguardano circa il 3-4% degli alunni italiani. Questo significa che in una classe di 25 studenti è altamente probabile trovare un bambino o un ragazzo che manifesti una considerevole difficoltà negli ambiti della lettura, del calcolo e della scrittura. Proviamo a rispondere alla domande più frequenti: Quali e cosa sono i DSA? Qual è la diffusione dei DSA in Italia? Quali sono i possibili segnali premonitori di un DSA? È importante l’individuazione precoce dei DSA? Qual è l’età minima per la diagnosi? Quali figure professionali sono specializzate per valutare un DSA? Chi segnala eventuali difficoltà del bambino? Cosa può fare un insegnante? Al bambino con DSA serve l’insegnante di sostegno? Che cosa sono gli strumenti compensativi e le misure dispensative? Che strumenti può utilizzare un insegnante per l’individuazione precoce degli alunni con possibile DSA? Cosa può fare un genitore per capire se suo figlio ha un DSA?     Quali e cosa sono i DSA? I Disturbi evolutivi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono un gruppo di disturbi di origine neurobiologica delle abilità di base che interferiscono con il normale apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo. I DSA si distinguono: Dislessia: disturbo della lettura che si esprime a livello base della decodifica del testo (apprendimento della “tecnica” di lettura: trasformazione dei segni grafici nei suoni che compongono le parole) Disortografia: disturbo della scrittura che si esprime a livello della compitazione del testo (codifica fono-grafica e ortografia) Discalculia: disturbo delle abilità relative al mondo dei numeri e del calcolo  Disgrafia: disturbo della scrittura che si esprime a livello della grafia (aspetti grafo-motori)   Qual è la diffusione dei DSA in Italia? Secondo i dati della ricerca epidemiologica più recente e aggiornata in Italia, la prevalenza stimata dei DSA, rilevata su una popolazione scolastica del quarto anno della scuola primaria, oscilla tra il 3,1% e il 3,2%.  Ciò significa che al termine del primo anno della scuola primaria è possibile aspettarsi che almeno un bambino in ogni classe manifesterà difficoltà significative nell'apprendimento della letto-scrittura. Purtroppo solo l’1% di questi alunni con DSA è riconosciuto con una certificazione diagnostica, mentre il restante 2%, pur manifestando delle difficoltà non è stato identificato come DSA   Quali sono i possibili segnali premonitori di un DSA? Durante la scuola dell’infanzia, alcuni comportamenti e difficoltà in determinate aree possono essere considerati predittori di DSA, per esempio alcune difficoltà nell’orientamento spazio-temporale o nella coordinazione motoria. Mentre nei primi anni della scuola primaria, bambini che hanno difficoltà nell’organizzazione del lavoro o esauriscono rapidamente la loro capacità di concentrazione, possono manifestare un eventuale DSA, soprattutto se nel primo anno di scuola non compiono i progressi attesi.   È importante l’individuazione precoce dei DSA? Sì, perché l’osservazione precoce dello sviluppo delle abilità di apprendimento è fondamentale per contenere le manifestazioni disfunzionali del disturbo. Molte scuole dell’infanzia si sono già attivate in questo senso: a partire dall’ultimo anno si stanno diffondendo metodiche di osservazione scolastica che possono aiutare gli insegnanti nella progettazione didattica a supporto delle difficoltà.  In particolare a partire dall'ingresso alla Scuola Primaria è possibile osservare eventuali ritardi nel percorso di alfabetizzazione che potrebbero essere un indice di disturbo.   Qual è l’età minima per la diagnosi? Non prima della fine della classe seconda della scuola primaria.   Quali figure professionali sono specializzate per valutare un DSA? La valutazione e l’eventuale diagnosi di DSA può essere svolta da Psicologi e Neuropsicologi dello sviluppo esperti in Psicopatologia dell’apprendimento e Neuropsichiatri Infantili. In alcune regioni è possibile presentare alla scuola anche le diagnosi elaborate da privati, mentre in altre sono accettate solo quelle del Servizio Sanitario Nazionale (o enti convenzionati). Per meglio comprendere la specifica situazione di ogni regione far riferimento alla sezione Normativa locale sui DSA   Chi segnala eventuali difficoltà del bambino? Generalmente è l’insegnante che segnala eventuali difficoltà del bambino alla famiglia. In particolare se l’insegnante rileva difficoltà nel rendimento scolastico del bambino, con ritardo nell'apprendimento della letto-scrittura o carenze negli apprendimenti di fatti matematici, può inviare la famiglia a fare una visita specialistica in modo che le figure professionali pertinenti sottopongano il bambino a una serie di test finalizzati.   Cosa può fare un insegnante quando in classe prima della scuola primaria alcuni bambini manifestano un possibile rischio di DSA? Cercare di cambiare l’ottica con cui osservare le difficoltà. Nell’età evolutiva le differenze individuali nello sviluppo dei bambini sono molto ampie, e spesso in classe prima sono moltissimi bambini che hanno difficoltà di letto-scrittura, generalmente molti più di quelli che avranno un DSA.  È quindi fondamentale, nella pratica quotidiana, aiutare tutti i bambini in un’ottica di prevenzione e non di “cura”, agevolando: i bambini che non avrebbero bisogno di un intervento specifico, ma che potrebbero comunque consolidare e meglio padroneggiare l’abilità i bambini che ne avrebbero invece bisogno perché hanno uno sviluppo tardivo delle abilità e che quindi arrivano sempre un po’ dopo gli altri e sono alla continua rincorsa dei compagni e soprattutto della didattica! i bambini che svilupperanno un DSA ma ancora non lo sappiamo con certezza tutti gli altri bambini che portano con sé un disturbo dell’apprendimento non specifico ma secondario ad altre patologie. Una didattica attenta ad alcuni aspetti fondamentali, in classe prima (e alla scuola dell’infanzia), permette a un bambino con DSA di sopravvivere al suo primo anno di scuola e di apprendere come gli altri. Dobbiamo quindi puntare molto su ciò che aiuta a ridurre le manifestazioni del disturbo, dato che non possiamo intervenire sulla causa perché costituzionale.   Al bambino con DSA serve l’insegnante di sostegno? No. Il bambino con DSA per definizione è un bambino intelligente, che però presenta specifiche cadute nelle abilità di lettura e/o scrittura e/o calcolo. Necessita quindi di particolari attenzioni didattiche, ma non dell’insegnante di sostegno. Il supporto di cui ha bisogno può essere attivato dall'insegnante di classe, dalla famiglia e indirettamente dai compagni attraverso metodiche che l’insegnante può adottare nella di gestione della classe, come l’apprendimento collaborativo.   Che cosa sono gli strumenti compensativi e le misure dispensative? Gli strumenti compensativi per i DSA sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell'abilità deficitaria, tipica del disturbo. Si distinguono in  “specifici”: strumenti che supportano in modo diretto l’abilità deficitaria (lettura/ortografia/grafia/numero/calcolo), come, per esempio, la sintesi vocale, la calcolatrice, la videoscrittura con correttore ortografico, ecc.  “non specifici” o “funzionali”: strumenti che supportano aspetti deficitari di abilità “trasversali” quali memoria, attenzione, ecc. Tali strumenti sono, per esempio, la tavola pitagorica, le tabelle dei verbi, delle formule matematiche, della sequenza dei giorni/mesi… Le misure dispensative sono particolari interventi didattici che permettono agli alunni con DSA di non svolgere alcuni compiti o di esserne parzialmente esentati (lettura ad alta voce in classe, studio mnemonico delle tabelline, valutazione degli errori ortografici, ecc.).   Che strumenti può utilizzare un insegnante per l’individuazione precoce degli alunni con possibile DSA? Nei primi due anni della scuola primaria nelle scuole sono in uso delle buone pratiche di individuazione precoce delle difficoltà di apprendimento che si basano sull’utilizzo di prove scolastiche per l’osservazione e il monitoraggio dello sviluppo delle competenze di base relative alla lettura, alla scrittura e al calcolo. Questi strumenti possono essere somministrati in forma collettiva, cioè a tutta la classe e/o in forma individuale. Un modello di intervento e valutazione uniforme, rapido e standardizzato è quello offerto dalla piattaforma multimediale Giada, che consente di individuare precocemente eventuali difficoltà di apprendimento legate agli ambiti della letto-scrittura e del numero-calcolo. Di norma con la supervisione di un esperto (consulente scolastico) l’insegnante può farsi un’idea più precisa se il ritardo negli apprendimenti di un alunno può essere un possibile indice di disturbo specifico. Nei primi due anni di scolarizzazione sono frequenti casi di “falsi positivi”, cioè bambini che presentano un semplice ritardo negli apprendimenti senza sviluppare poi un DSA. Prima della segnalazione ai genitori occorre quindi prendere in considerazione anche altri elementi, tra cui i principali sono la familiarità per il disturbo e un pregresso disturbo del linguaggio   Cosa può fare un genitore per capire se suo figlio ha un DSA? Innanzitutto confrontarsi con gli insegnanti per valutare se le problematiche che si evidenziano a casa sono riscontrate anche a scuola. Se è così, in collaborazione con gli insegnanti, raccogliere i principali elementi significativi del possibile disturbo che si evidenziano nello svolgimento delle attività scolastiche (es. lettura lenta e/o scorretta, errori di ortografia, scrittura poco comprensibile e/o molto lenta, difficoltà nell’apprendimento delle tabelline e dei calcoli semplici, ecc.). A questo punto è importante rivolgersi al Servizio Sanitario del territorio o a uno specialista di disturbi dell’apprendimento che lavora privatamente. .cap-glossario{ top: -150px; position: relative; } .url-glossario li, .url-glossario li a {color: #b5161a; font-size: 1.2rem; text-decoration: none; font-weight: bold; } .url-glossario li a:hover {color:#122969; background: rgba(149,165,166,0.2); content: ''; -webkit-transition: -webkit-transform 0.3s; transition: transform 0.3s; -webkit-transform: scaleY(0.618) translateX(-100%); transform: scaleY(0.618) translateX(-100%);}
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