Paesaggi di guerra

Un viaggio tra luoghi, memorie e immagini per capire che cosa significa vivere in pace e immaginare il mondo che vogliamo costruire

Paesaggi di guerra

Le situazioni le capisci se le vivi, se le attraversi con le tue emozioni e con le tue riflessioni. Insomma, se te ne fai un’idea diretta. Quando arrivi a dire: «Io penso che…» vuol dire che quella cosa l’hai fatta tua.

Ma se ti chiedono che cos’è la pace, forse ti trovi in difficoltà. Rischi di esprimere concetti generici, un po’ scontati. Per fortuna. Questo significa che non ne hai mai sperimentato l’assenza e che quindi la sua esperienza è così normale nella quotidianità da non esserti mai soffermata o soffermato a cercare di definire che cosa voglia dire vivere in pace.

Insieme allora faremo un percorso. Proveremo a immergerci dentro a una realtà opposta a quella in cui viviamo. Neanche io che scrivo ho mai vissuto giornate di guerra e quindi non sono una testimone. Però le letture, gli studi, l’attenzione alle notizie dei telegiornali mi hanno fatto comprendere quanto la pace sia importante. Desidero condividere con te questa consapevolezza perché la pace è la condizione essenziale affinché tutto il resto possa esistere. Ecco, io ho capito questo. E mi piacerebbe regalarti i miei pensieri. Dammi la mano, perché non sarà un viaggio semplice. Sei pronta, sei pronto?

Dammi la mano, perché non sarà un viaggio semplice. Sei pronta, sei pronto?

La tua casa: un luogo di pace

Fai una foto della tua casa oppure disegnala. Da fuori e poi dentro, magari le stanze che ami di più. Rispondi a queste domande:

  • Perché mi piace la mia casa?
  • Perché sto bene in una stanza?
  • Quali ricordi mi legano a questo posto?

Pensa alle emozioni che provi quando arrivi a casa da scuola, ti siedi a tavola con tanta fame, quando stai nella tua camera magari a chattare, quando inviti qualcuno, quando stai in divano a guardare la televisione, quando chiacchieri con i tuoi familiari. Scrivi qualche parola che sintetizzi come ti senti in questi momenti.

Ora prendi una gomma, virtuale o vera. Cancella qualcosa di quello che hai fotografato o disegnato, quello che vuoi. Io non saprei da dove iniziare: perché devo rinunciare ai miei spazi? È casa mia, il posto in cui vivo!

Quando la guerra distrugge i luoghi che amiamo

Guarda queste foto storiche:

NapoliNapoli

Napoli

FirenzeFirenze

Firenze

MilanoMilano

Milano

Sono fotografie di Napoli, Firenze e Milano dopo i bombardamenti subiti durante la II guerra mondiale. Sono state scattate circa ottant’anni fa, tra il 1943 e il 1945. Anche se sono passati tanti anni e le puoi trovare dentro a un libro di storia, pensa che quelle case erano abitate da ragazze e ragazzi come te.

Durante la II guerra mondiale furono bombardate soprattutto le città di:

  • Napoli, la più colpita con circa 200 raid aerei e oltre 20.000 morti
  • Cagliari, il cui centro storico fu quasi completamente raso al suolo
  • Foggia, con più di 20.000 vittime
  • Torino e Milano, con devastazioni nei quartieri residenziali e nelle aree industriali
  • Genova, bombardata sia dal cielo che dal mare
  • Roma, il raid più drammatico del 19 aprile del 1943 causò in un solo giorno 1500 morti

Furono bombardate anche Palermo, Messina, Catania, Bari, Taranto, Reggio Calabria, Bologna, Firenze e Pescara.

Disegna una carta geografica tematica con i puntatori delle città bombardate, incolla delle immagini e una breve didascalia con un tuo commento personale (un’emozione, una riflessione, una descrizione).

Fai una ricerca per trovare le principali città che furono bombardate in Europa e nel mondo durante la II guerra mondiale e disegna una carta geografica tematica con i puntatori. Anche in questo caso puoi aggiungere delle immagini con delle didascalie.

Prova a immaginare se queste fotografie fossero state scattate nel luogo in cui tu vivi ora. Se la tua casa, quella dei tuoi amici, le strade in cui corri in bicicletta o in cui passeggi, il campo da calcio, i luoghi di ritrovo, i negozi, tutti i posti che sei solita o solito frequentare improvvisamente fossero cancellati o fosse difficile raggiungerli. Che cosa proveresti? Perché?

Le guerre di oggi: quanto sono lontane da noi?

Oggi vicino all’Italia ci sono due aree di guerra: in Ucraina e nella Striscia di Gaza. Prendi una carta geografica e misura con la scala la distanza in chilometri tra il luogo in cui abiti e queste zone. Misura la lunghezza dell’Italia e guarda quante volte ci sta dentro alle misure che hai rilevato. L’Ucraina e Gaza non sono lontane. Così come non sono lontane tra di loro le esperienze che la guerra fa fare.

Nel 2022 a Roma e a Milano è stata presentata una mostra “Mamma, non voglio la guerra” in cui sono stati messi a confronti i disegni storici dei bambini polacchi del 1946 con disegni dei bambini ucraini del 2022.

Cerca informazioni su questi eventi.

  • Chi li ha organizzati?
  • Qual è l’obiettivo?
  • Quali caratteristiche comuni presentano i disegni del 1946 e quelli del 2022?

Cerca l’immagine di qualcuno di questi disegni e commentala.

Nel 2025 l’Università di Bologna ha ospitato HeArt of Gaza, una mostra internazionale itinerante di disegni di autori tra i tre e i diciassette anni che vivono al centro della Striscia di Gaza. La mostra è stata presentata anche in altre città italiane. Approfondisci la notizia:

  • Che cos’è la Tenda degli Artisti?
  • Quali caratteristiche comuni presentano questi disegni?

Disegnare per affrontare il trauma

Esistono esperti che si occupano di aiutare bambine e bambini, ragazze e ragazzi a reagire ai traumi che un conflitto provoca nelle loro vite. Utilizzano proprio i disegni per far emergere e affrontare tutto l’orrore subito. Sono psicologhe e psicologi che spesso affiancano le organizzazioni umanitarie che operano nelle zone di guerra. Il loro lavoro è fondamentale per cercare di restituire equilibrio e sicurezza.

Ora ti racconto il pezzo di una storia, la sto ancora scrivendo. Uno dei personaggi è proprio uno psicologo di guerra di cui si è innamorata la protagonista, una ricercatrice in geografia, con mamma siciliana e papà islandese, che lavora all’Università d’Islanda a Reykjavík.

Insomma, stai leggendo la bozza di una futura pubblicazione. Quindi non ti spoilero il contenuto e chi sono gli altri personaggi.

«Amelia prende in mano il cellulare, cerca il numero di Oriundo. Si è innamorata di uno scappato di casa. Nel senso che non è mai a casa. La sua casa è l’altrove, sembra che venga da un posto di cui porta l’impronta e verso cui tende inesorabilmente a ritornare. Il problema è che non sa quale sia. E quindi è sempre in giro a cercarlo. Oriundo, Amelia all’inizio l’aveva soprannominato così: l’uomo che è la forma di un'origine a cui tende. Poi aveva capito che quel soprannome era la sua essenza. (…) Chissà dov’è finito questa volta. Il lavoro di psicologo con bambine e bambini traumatizzati dalla guerra lo portava in viaggio con le organizzazioni umanitarie. In contesti devastati, disumanizzati cercava di ricostruire quei piccoli esseri umani che avevano già vissuto troppo: rielaborare il lutto, ridurre i flashback, ripristinare un senso di sicurezza. Con un disegno, con un gioco. Questo islandese, dai colori quasi trasparenti, sapeva entrare come un’ombra in vite dalle tinte insanguinate, lacerate dalle urla, dalla paura, dalla disperazione. Si sedeva vicino a quelle creature dilaniate, quasi senza farsi notare. Cominciava, con le sue mani dalle dita diafane, a raccogliere i fili di vite sparse a terra. Ricuciva i buchi lasciati dalle bombe e dalle perdite di affetti, di luoghi, di certezze. I suoi occhi, talmente chiari da apparire quasi senza fondo, facevano entrare tutte le immagini che gli venivano evocate nei disegni e nei racconti per risucchiarle, portarle via e gettarle in un luogo buio e profondissimo, da cui non facessero più ritorno.

Amelia si era persa in quegli occhi pieni di mondo e in quell’uomo che aveva fatto del mondo la terra di ricerca di un’origine. Cercava il punto d’inizio di un’umanità migliore. E questa convinzione lo portava di terra in terra, di guerra in guerra, di popolo in popolo. Là dove tutto avrebbe avuto fine. E da lì lui veniva. Per questo Amelia lo aveva chiamato Oriundo, dimenticando il nome assegnato alla nascita, che non descriveva l’essenza della vita successiva. Si era innamorata di un cercatore. (…)

«Io vedo bambini deprivati di ogni cosa: la casa, i familiari, un arto. Sono una presenza estranea che giunge da un mondo in cui tutti i pezzi sono ancora al loro posto. E precipito nel baratro dei loro occhi che mi parlano quando le parole sono state annullate dall’indicibile. Li accolgo, li accompagno, li aspetto. Aspetto che l’orrore prenda forma fuori di loro per affrontarlo insieme e tentare di ricominciare a vivere. Loro sono il punto di inizio del senso della mia vita. Ti sei sempre chiesta perché io qui non fossi mai quieto e tendessi verso un’origine che mi portava randagio nel mondo. Hai cancellato il mio nome per chiamarmi Oriundo. Io sono oriundo dalla morte, dal dolore, ma anche dalla ricostruzione. Di vite devastate (…) Sono i mostri che volutamente, razionalmente, generiamo con le nostre azioni che mi fanno desiderare di dimettermi dal genere umano per divenire albero, vento, roccia, acqua, energia universale in divenire, senza coscienza di una moralità nel suo agire. Solo necessità naturale di sopravvivenza».

  • Ti piace il personaggio di Oriundo?
  • Sapevi che esistesse il suo lavoro?
  • Ci sono parti del testo che ti hanno colpito? Perché?

Adesso ritorniamo nella tua via, nella tua casa, nelle tue stanze dopo questo viaggio attraverso il tempo e attraverso i luoghi. Che cosa apprezzi di quanto ci circonda? Perché per te è importante? Se non vivessi in una condizione di pace non ne potresti godere.

Per concludere prova a scrivere un appello in cui chiedi che quello che è importante per te, come per altre ragazze e ragazzi, non venga distrutto dalla guerra. Perché il contrario della pace non è la parola guerra, a cui facciamo fatica a dare un volto non avendola per fortuna sperimentata direttamente. È la distruzione di tutto ciò che amiamo.

Raccontare la guerra che non si conosce

So, perché sono un’insegnante, che questi miei pensieri potrebbero venire letti anche da chi viene da zone di guerra e ha cercato qui in Italia un rifugio. Quando incrocio in classe gli occhi di chi ha dovuto lasciare le macerie del proprio paese e si trova disperso tra persone nuove, con una lingua che ha dovuto imparare rapidamente, penso sempre: «E se fossi io al tuo posto?». Per questo mi scuso con tutte queste studentesse e questi studenti per aver cercato di raccontare la guerra che non conosco, la perdita e i dolori da cui sono stata preservata. Mi scuso per aver evocato quello da cui sono scappati, non per colpa loro, ma di un mondo di adulti che non ha ancora capito che cosa sia la pace e quale sia il suo valore.

Mi affido a tutte e tutti voi perché mi aiutiate e aiutate le vostre compagne e i vostri compagni a costruire un futuro migliore.

Se nella tua classe sono arrivati ragazze e ragazzi da luoghi di guerra, insieme completate il libro di geografia con capitolo che manca: Paesaggi di guerra. Io penso che sia una mancanza farti studiare il mondo solo con tutti i pezzi in ordine, quando certe zone non sono più quello che ti viene presentato. Saranno le tue nuove compagne e i tuoi nuovi compagni a darti le informazioni perché anche se provi a scendere con Pegman, l’omino di Google Earth, a Kiev ad esempio non esistono immagini di distruzioni. Inoltre alcuni edifici di Kiev sono sfuocati. Fai una ricerca e scopri perché. A Gaza invece Pegman non riesce proprio a scendere se non in pochissimi punti. Anche in questo caso cerca le motivazioni.

La guerra si sperimenta dunque di persona. La pace è la speranza di non essere mai in grado di raccontare la guerra.