Da vent’anni pongo le stesse domande alle educatrici dei nidi d’infanzia che incontro nei corsi di formazione, e da vent’anni ottengo invariabilmente le stesse risposte. Prima domanda: «L’osservazione è importante per la vostra professione?». La risposta che ottengo generalmente è: «Certo, è una necessità !»; «È evidente!»; «È indispensabile per rispondere ai bisogni dei bambini!». Quindi rivolgo un’altra domanda: «E voi la praticate?». Colpisce il contrasto sonoro tra le riposte ai due interrogativi: silenzio per qualche secondo, cenni con la testa e smorfie…
Se chiedo: «Chi e che cosa osservate?», la risposta frequente è «Un po’ di tutto… Soprattutto i bambini che non vanno tanto bene, oppure le interazioni fra di loro»; «Quel bambino su cui magari mi sono fatta una domanda, oppure i nuovi arrivati». E se aggiungo: «In che modo li osservate?», spesso la risposta è il silenzio, o espressioni di sorpresa, come se avessi posto una domanda strana. Poi: «Beh, li guardo!». «Prendete anche appunti, qualche volta? O li guardate e basta?» «Ah, no, niente appunti.»
Queste risposte riflettono un paradosso: da una parte, tutte le educatrici considerano l’osservazione fondamentale per garantire un efficace lavoro relazionale e educativo nei confronti dei bambini molto piccoli, ma dall’altra riconoscono di non praticarla molto e di collocarla all’ultimo posto nella graduatoria delle attività da svolgere. Se ne dispiacciono, ma allo stesso tempo si sentono quasi in colpa di dedicarvi un po’ di tempo.
Perché questa ambiguità ? Perché riflette una serie di concezioni implicite, ma ben radicate.
- Lavorare significa fare, e con un gruppo di bambini le cose da fare si inanellano l’una nell’altra a un ritmo vertiginoso. Osservare non è un lavoro in sé, è un surplus a cui dedicarsi se resta tempo. «Ci piacerebbe molto osservare di più, ma è difficilissimo, ci sono troppe cose di cui occuparsi, e spesso manca il personale».
- A volte l’osservazione è perfino malvista. Fermarsi un momento per osservare può essere considerato negativamente dalle colleghe o dai responsabili.
- Si avverte la necessità di osservare soprattutto a fronte di un problema.
- Osservare è una competenza innata, naturale, a cui possiamo ricorrere in continuazione, perché basta guardare. Quindi ce ne serviamo di continuo e non c’è nient’altro da dire. Quando chiedo alle educatrici «Come osservate?», la domanda le sorprende, come se fosse la prima volta che se la sentono porre.
- Se non si osserva di più, è perché manca il tempo!
Tutte le educatrici sono convinte di dover essere il motore di un lavoro d’équipe che si basa sull’osservazione, e che essa fa parte delle loro incombenze.
Osservare meglio e insieme è fondamentale, ma come fare?
Per farlo occorre senza dubbio, e innanzitutto, rinforzare le proprie competenze, ma bisogna anche investire del tempo per convincere gli altri a tentare un approccio nuovo. Le resistenze sono da mettere in conto, poiché anche il lavoro con i bambini si fonda su un insieme di convinzioni implicite che occorre considerare con attenzione e disponibilità , come un humus di base in cui avere fiducia.
Quando si lavora all’interno di un’équipe, bisogna prendersi il tempo di capire qual è il significato che ognuno attribuisce alla parola «osservazione», così da costruire a poco a poco un’idea comune di «osservazione professionale»: un processo preliminare indispensabile per costruire il proprio percorso e per sostenere quello delle colleghe.


