Neuropsicologia dell’età evolutiva: le nuove prospettive della ricerca

Tecnologie digitali, interventi precoci, abilità grafo-motorie e approcci dimensionali: i quattro temi al centro delle Giornate di Bressanone.
Scarica gli atti del convegno.

Neuropsicologia dell’età evolutiva: le nuove prospettive della ricerca

Dal 14 al 17 gennaio 2026, l’Accademia Cusanus di Bressanone ha ospitato la XXI edizione delle Giornate di Neuropsicologia dell’Età Evolutiva, un appuntamento di riferimento per ricercatori, ricercatrici e professionisti della pratica clinica. Attraverso simposi, workshop e momenti di confronto, il convegno ha offerto una panoramica aggiornata sui processi cognitivi, emotivi e comportamentali di bambini, bambine e adolescenti con disturbi del neurosviluppo e psichiatrici, mettendo in dialogo ricerca scientifica, intervento clinico e innovazione tecnologica.

Quattro, in particolare, i grandi temi affrontati: il rapporto tra tecnologie digitali e sviluppo cognitivo ed emotivo; il valore degli interventi precoci e del coinvolgimento dei caregiver; la valutazione e il potenziamento delle abilità grafo-motorie; gli approcci dimensionali e transdiagnostici ai disturbi del neurosviluppo, tra neuropsicologia e psicopatologia. In questo articolo ripercorriamo i principali spunti emersi durante le Giornate. Per approfondire studi, esperienze e prospettive presentati a Bressanone, è inoltre possibile scaricare gratuitamente gli atti del convegno.

I robot possono diventare amici? Il cervello dei bambini impara a fidarsi anche delle macchine

Un bambino può fidarsi di un robot? Può attribuirgli emozioni, intenzioni e persino una sorta di “personalità”? La risposta della ricerca è sorprendente: sì, almeno in parte. I robot umanoidi, sempre più presenti nei contesti educativi e clinici, non vengono percepiti dai più piccoli come semplici oggetti, ma come veri interlocutori sociali. Il motivo è legato a una capacità fondamentale del cervello umano: la Teoria della Mente, cioè la possibilità di immaginare cosa pensano e provano gli altri. I bambini usano questa stessa abilità anche quando interagiscono con un agente artificiale. Un robot che guarda, risponde o compie un’azione intenzionale può essere interpretato come qualcuno con cui entrare in relazione. Ma non tutti i robot sono uguali. Il design, il modo in cui si muovono e comunicano influenzano il livello di fiducia che il bambino sviluppa. Curiosamente, proprio la maggiore prevedibilità delle macchine può renderle utili: un robot segue regole più stabili rispetto a una persona e può diventare un “compagno di allenamento” per costruire competenze sociali. Le possibili applicazioni sono molte: dalla scuola alla riabilitazione, soprattutto per bambini con difficoltà relazionali. Il futuro potrebbe non essere una sfida tra esseri umani e macchine, ma una collaborazione in cui i robot diventano strumenti per capire meglio noi stessi.

Non tutti gli schermi fanno male: il cervello dei bambini guarda anche come guardiamo

Per anni la domanda è stata semplice: “Quanto tempo passano i bambini davanti agli schermi?”. Oggi la scienza propone una domanda più complessa: “Che cosa stanno guardando?”. Il contenuto digitale, infatti, sembra avere un ruolo decisivo nello sviluppo cognitivo. Il cervello infantile è estremamente plastico: costruisce le proprie capacità attraverso le esperienze quotidiane. Un video passivo e ricco di stimoli casuali non produce lo stesso effetto di un contenuto progettato per catturare l’attenzione e favorire l’apprendimento. È il cosiddetto engagement, cioè la capacità di un’esperienza di coinvolgere in modo significativo chi la vive. In alcuni studi sono stati osservati bambini in età prescolare esposti a contenuti più o meno coinvolgenti. I risultati suggeriscono che i contenuti engaging possono aiutare il cervello ad adattarsi meglio ai cambiamenti del contesto, migliorando alcuni aspetti del controllo cognitivo. Questo non significa che gli schermi siano “allenatori del cervello”. La differenza la fanno qualità, durata e presenza dell’adulto. Guardare insieme un contenuto, commentarlo e collegarlo alla realtà può trasformare un’esperienza digitale in un’occasione di crescita. La vera rivoluzione non è spegnere gli schermi, ma imparare a usarli.

Il cervelletto non serve solo per muoversi: è anche il direttore d’orchestra delle relazioni

Per molto tempo abbiamo pensato al cervelletto come alla parte del cervello che controlla equilibrio e movimento. Oggi questa idea appare incompleta: questa piccola struttura nascosta nella parte posteriore del cervello sembra avere un ruolo anche nel modo in cui comprendiamo gli altri. Quando parliamo con qualcuno, il cervello deve fare continuamente previsioni: capire dove guarderà l’altro, quale sarà la sua intenzione, come cambierà la situazione. Secondo alcune ricerche, il cervelletto contribuisce proprio a costruire questi “modelli previsionali” che ci permettono di muoverci nel mondo sociale. Nei bambini e ragazzi con alcune malformazioni cerebellari possono comparire difficoltà nelle relazioni, non perché manchi il desiderio di comunicare, ma perché il cervello fatica a prevedere correttamente i segnali sociali. Una nuova frontiera della riabilitazione combina realtà virtuale e stimolazione cerebrale non invasiva per allenare questi circuiti. Attraverso ambienti immersivi, i pazienti possono esercitarsi a interpretare intenzioni e comportamenti degli altri. Una scoperta che cambia il modo in cui guardiamo il cervello: anche una struttura nata per coordinare i movimenti potrebbe aiutarci a coordinare le relazioni.

Scrivere a mano: il gesto che sembra antico ma costruisce il cervello

In un mondo di tastiere e touchscreen, scrivere a mano potrebbe sembrare un’abilità destinata a perdere importanza. In realtà, per il cervello dei bambini la scrittura è un esercizio complesso che coinvolge movimento, attenzione, memoria e linguaggio. Ogni parola scritta richiede una precisa collaborazione tra occhi e mano: bisogna controllare il movimento, ricordare la forma delle lettere, rispettare lo spazio e trasformare suoni in simboli. Per questo le difficoltà nella scrittura possono influenzare anche altri apprendimenti scolastici. Le nuove tecnologie stanno però trasformando anche il modo in cui studiamo la grafia. Penne sensorizzate e tavolette digitali permettono di analizzare non solo il risultato finale, ma il “dietro le quinte”: pressione, velocità, pause e fluidità del gesto. Questi strumenti possono individuare precocemente difficoltà e aiutare a creare interventi più personalizzati. Persino i videogiochi educativi stanno entrando in questo campo: trasformare l’esercizio in gioco può aumentare motivazione e risultati. La scrittura a mano, quindi, non è solo un modo per lasciare un segno sulla carta. È un modo con cui il cervello impara a organizzare il mondo.