L’offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia. A che punto siamo?

L’offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia. A che punto siamo?

1. Un Paese a differenti velocità

Il 3 febbraio 2026 l’Istat ha pubblicato il Report Offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia: anno educativo 2023-2024. Si tratta del quadro recente più aggiornato sui servizi nella fascia 0-3 anni in Italia. I dati parlano di una crescita contenuta ma fortemente diseguale sul piano territoriale di tali servizi.

Nell’anno educativo 2023-2024 sono risultati attivi 14.570 nidi e servizi integrativi per la prima infanzia, per un totale di circa 378.500 posti (+ 3,4% rispetto all’anno precedente).

Anche a causa del calo delle nascite (che riduce gli utenti potenziali dei servizi), nel Rapporto si legge che

 

il divario tra numero di bambini e posti disponibili diminuisce gradualmente: in media ci sono 31,6 posti ogni 100 bambini. Un valore che, tuttavia, non ha permesso il raggiungimento del target europeo sul tasso di frequenza fissato per il 2010 (33%) e rende ancora lontano quello per il 2030 (45%).

 

Ancora una volta vengono confermati le disparità territoriali tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno, divari di notevoli proporzioni. Infatti, nelle regioni del Sud e nelle Isole, con la sola eccezione della Sardegna, il rapporto tra bambini e posti disponibili è inferiore al 20% (in media 19,0% nel Sud e 19,5% nelle Isole), il Centro presenta il valore più elevato (40,4%); seguono il Nord-Est (39,1%) e il Nord-Ovest (36,6%).

La spesa media annua per ogni bambino residente sotto i 3 anni dei Comuni per la gestione dei servizi educativi è in Italia di 1.183 euro: 234 euro in Calabria e 3.314 euro nella provincia autonoma di Trento!

Come già evidenziato, nell’anno educativo 2023-2024, si registra un leggero incremento dell’offerta di nidi e di altri servizi educativi per bambini sotto i 3 anni di età (includendo le sezioni primavera, rivolte ai bambini dai 24 ai 36 mesi, i servizi educativi in contesto domiciliare e altri servizi per la prima infanzia, quali centri bambini e genitori, spazi gioco, ecc.).

L’incremento, si sottolinea nel Rapporto,

 

è trainato però dal settore privato, che assorbe il 78,4% dei circa 12.500 posti aggiuntivi rispetto all’anno educativo precedente (solo il 21,6% dei nuovi posti riguarda servizi a titolarità comunale).

 

Dietro la spinta degli investimenti previsti dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e delle recenti politiche di ampliamento e di perequazione in questo settore, il tasso di copertura è aumentato in tutte le regioni italiane, in parte anche per effetto del calo delle nascite e della conseguente riduzione della popolazione di riferimento.

Nelle regioni del Mezzogiorno, tuttavia, l’incremento dell’offerta non è ancora sufficiente a colmare gli storici divari rispetto alle regioni del Centro e del Nord Italia.

Nell’offerta di servizi educativi nella fascia 0-3 anni, secondo i dati evidenziati nel Rapporto dell’Istat, incide anche la tipologia dei comuni. Infatti, nei capoluoghi di provincia si registrano in media 39,8 posti ogni 100 bambini, mentre nei Comuni non capoluogo la media scende a 28,2: una differenza di 11,6 punti percentuali!

Al Nord e al Centro anche i Comuni non capoluogo hanno superato, in media, il parametro del 33% di copertura. I Comuni capoluogo del Nord-Est e del Centro hanno anche ampiamente superato l’obiettivo europeo fissato per il 2030 (45%) e quelli del Nord-Ovest sono di poco al di sotto.

Nel Sud e nelle Isole, invece, persino i Comuni capoluogo restano lontani dal precedente parametro europeo del 33% e la distanza è ancora maggiore in quelli non capoluogo.

2. La spesa pubblica

Nel nostro Paese sono i Comuni a gestire la quota più significativa delle risorse necessarie al funzionamento dei nidi e degli altri servizi educativi per la prima infanzia. Sono, infatti, titolari del 33% circa delle unità di offerte pubbliche e intrattengono rapporti di convenzionamento con quasi la metà dei servizi educativi privati.

La spesa sostenuta dagli enti locali e dalle loro forme associative risulta, quindi, essenziale non solo per garantire tali servizi con tariffe agevolate in base alla situazione economica delle famiglie, ma anche per sostenere l’offerta privata attraverso sovvenzioni, convenzionamenti e contributi economici alle famiglie dei bambini iscritti e frequentanti.

Nel Rapporto si sottolinea che

 

la spesa dei Comuni per i servizi all’infanzia è passata da un miliardo e 37 milioni di euro nel 2003 a un miliardo e 751 milioni di euro nel 2023, con un incremento complessivo del 68,9% e un andamento di progressiva crescita, interrotto nel periodo 2013-2017 in seguito alla crisi economica e finanziaria, e nel 2020 a causa della pandemia da Covid-19.

 

Al netto della contribuzione delle famiglie, le risorse comunali dedicate ai servizi per la prima infanzia sono aumentate del 64,5% in 20 anni, da 861 milioni nel 2003 a un miliardo 416 milioni nel 2023.

Il numero di utenti dell’offerta comunale, ossia degli iscritti a servizi educativi pubblici o privati convenzionati e dei beneficiari di contributi comunali, è passato da poco più di 218 mila nel 2003 a quasi 221,5 mila del 2023.

Anche in questo caso si registrano rilevanti divari territoriali: da un minimo del 5,9% della Calabria a un massimo del 40,5% in Friuli Venezia Giulia.

Nel Mezzogiorno, dove l’offerta formativa di servizi educativi pubblici e privati per la prima infanzia è decisamente inferiore rispetto al resto d’Italia, si registra anche la minore percentuale di posti nelle strutture pubbliche. Di queste, solo il 39,2% è gestito dai Comuni, mentre il rimanente 60,8% è affidato a privati.

Al Centro e al Nord, invece, i posti nei servizi a titolarità comunale sono rispettivamente il 48,5% e il 51,5%: di questi, i Comuni mantengono la gestione diretta in misura maggiore (il 44,7% al Centro e il 51,3% al Nord). Inoltre, al Mezzogiorno si ha la minore quota di servizi privati che hanno un rapporto di convenzionamento con i Comuni: il 37,3%, contro il 48,1% al Centro e il 44,8% al Nord.

3. Un apparente paradosso

Nonostante il fenomeno della denatalità dell’ultimo quindicennio sia coinciso con il calo dei bambini nella fascia 0-2 anni, la domanda di accessi ai servizi della prima infanzia continua crescere.

Nell’anno educativo 2023-2024,

 

circa la metà dei gestori di nidi e sezioni primavera (49,9%) ha rilevato un aumento delle domande di iscrizione rispetto all’anno precedente; solo nel 5,4% dei casi le domande sono diminuite, mentre nel 43,6% sono rimaste stabili.

 

L’aumento della domanda riguarda sia il settore pubblico sia il privato e sembra correlato al crescente riconoscimento della funzione educativa del nido. Una parte dei potenziali beneficiari, tuttavia, non riesce ancora ad accedere al servizio a causa della persistente carenza di posti disponibili.

La presenza di bambini in lista d’attesa è più frequente nel settore pubblico (68,9%), ma riguarda anche la maggioranza del settore privato (54%).

Nel Mezzogiorno, si evidenzia nel Rapporto,

 

l’esubero delle domande rispetto ai posti si distribuisce in maniera uniforme tra servizi pubblici e privati, mentre al Nord e al Centro l’eccedenza di richieste riguarda maggiormente i nidi di titolarità comunale.

 

Molto eterogenei risultano i criteri utilizzati dai Comuni per formulare le graduatorie di accesso al nido pubblico (o al privato convenzionato). La variabilità che si registra nei differenti contesti locali determina una significativa eterogeneità delle condizioni di accessibilità e di inclusività territoriale. La disparità da un Comune all’altro, unitamente alle disuguaglianze territoriali nell’offerta, contribuisce a determinare differenze significative nel garantire il diritto del bambino all’educazione nella prima infanzia.

Il rapporto dell’Istat sottolinea un aspetto positivo relativo all’inclusione dei bambini con disabilità, che risulta essere la condizione più tutelata. È compresa, infatti, nell’89,5% dei regolamenti comunali, spesso con priorità assoluta di accettazione della domanda o con l’attribuzione del punteggio massimo per la formulazione della graduatoria.

La priorità per la frequenza dei servizi educativi è accordata ai genitori entrambi occupati (88,2% dei regolamenti comunali). Pur non avendo di norma la priorità assoluta, i bambini con i genitori occupati a tempo pieno ottengono mediamente una priorità inferiore solo a quella attribuita ai bambini con disabilità.

4. Il background migratorio

Secondo i dati forniti da ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), i bambini con background migratorio tra 0 e 2 anni rappresentano il 13,2% del totale in Italia, con una forte concentrazione al Nord (18,5%) rispetto al Mezzogiorno (5,5%).

Nel Rapporto dell’Istat di cui sopra si evidenzia che solo il 27% dei regolamenti comunali inserisce gli indicatori della situazione economica (ISEE) tra i criteri di priorità nella formazione delle graduatorie e appena il 5,3% attribuisce alle famiglie economicamente svantaggiate il punteggio massimo. Di conseguenza, nella maggior parte dei casi, i bambini in condizioni di povertà non godono di priorità nell’accesso al nido pubblico.

Tuttavia, nel momento in cui sono ammessi beneficiano di agevolazioni nella definizione delle rette.

Tra i criteri scarsamente ricorrenti nell’attribuzione di punteggio per la formulazione delle graduatorie figura l’appartenenza a un nucleo familiare con background migratorio, considerata solo dall’1,8% dei Comuni.

Dato che i bambini stranieri, cioè con entrambi i genitori nati all’estero e privi della cittadinanza italiana, vivono spesso in famiglie con condizioni economiche difficili, la scarsa considerazione di priorità contribuisce a contenere la frequenza del nido da parte dei bambini con cittadinanza non italiana. Tra i bambini stranieri il tasso di partecipazione è stimato pari al 14,7%, decisamente inferiore a quello dei loro coetanei residenti in Italia (33,1%).

In ogni caso, nell’anno scolastico 2023-2024, il 39,8% dei nidi e delle sezioni primavera ha accolto almeno un bambino con cittadinanza non italiana. Questo dato risente di una forte disomogeneità territoriale: la percentuale sfiora il 50% al Nord, si allinea alla media nazionale al Centro (40,8%), mentre scende nettamente al Sud (18,4%).

Dunque, le risorse impegnate per il funzionamento del sistema di offerta formativa nella fascia 0-2 anni presentano disuguaglianze territoriali molto rilevanti.

Nel Rapporto si sottolinea che

 

rispetto al 2019, pur in presenza di un aumento generalizzato delle spese impiegate a livello locale per i servizi educativi, i differenziali di crescita non hanno prodotto un effetto di riequilibrio del sistema. Al contrario, gli incrementi più consistenti hanno riguardato le regioni che già partivano da livelli di spesa pro-capite più elevati, come la Valle D’Aosta, il Friuli Venezia Giulia, la Provincia Autonoma di Trento, l’Emilia Romagna.

 

Le risorse del PNRR, pertanto, sono state impiegate in misura maggiore nelle regioni dove i servizi sono complessivamente molto diffusi rispetto alle aree in cui avrebbero potuto determinare un cambio di direzione.

5. La situazione complessiva dei bambini stranieri

La presenza di bambini, alunni e studenti con cittadinanza non italiana (CNI) dal 2003-2004 al 2023-2024, secondo i dati elaborati dalla Fondazione ISMU è triplicata. Gli stranieri iscritti nei diversi gradi dell’istruzione (dalle scuole dell’infanzia a quelle secondarie di secondo grado) sono passati da 307,1 mila allievi CNI nel 2004 a ben 930 mila (cifra stimata) nel 2024 (si veda Figura 1).

 

FIg. 1 Alunni con CNI nel sistema scolastico italiano. A.s. 2003/04-2023/24.

 

L’incidenza percentuale sul totale della popolazione scolastica ha raggiunto l’11,6%, passando in 20 anni dal 3,5% a quasi 12 studenti CNI ogni 100. Il 51,7% del totale è rappresentato da maschi, il 48,3% da femmine.

La maggioranza degli alunni CNI è concentrata nelle regioni settentrionali che accolgono complessivamente il 60% del totale: Nord-Ovest 38,3%, Nord-Est 25,7%, Centro 22,1%. Lombardia ed Emilia-Romagna sono le regioni con più studenti stranieri.

Gli alunni con background migratorio provengono da quasi 200 Paesi. Circa il 43% ha origini europee (con prevalenza di Romania, Albania, Ucraina, Moldova); il 32% è di origine africana (Marocco, Egitto, Tunisia, Nigeria, Senegal); il 20% di provenienza asiatica (Cina, India, Filippine) e l’8,5% di origine latino-americana (Perù, Ecuador).

 

 

6. Le politiche per il 2026-2029 dello «zerosei»

La Conferenza Stato-Regioni delibererà nei prossimi mesi il piano relativo allo sviluppo delle politiche per lo «zerosei» per il prossimo triennio. In tal senso, stanno operando tavoli di lavoro territoriali composti da rappresentanti degli Uffici Scolatici Regionali, delle Regioni e dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani). Si tratterà di capire come e con quali risorse verrà assicurata una capillarità dei servizi, che in questo momento è ancora lontana dagli standard richiesti a livello europeo.

I Coordinamenti pedagogici territoriali (CPT), previsti dal decreto legislativo 65/2017, risultano essere distribuiti ancora in modo disomogeneo sul territorio nazionale, secondo modalità estremamente differenziate sia nella fase di istituzione sia nelle dinamiche di funzionamento. Scrive Laura Donà che

 

il processo di attuazione del sistema integrato sta seguendo, comunque, percorsi differenti a seconda dei territori: alcune Regioni hanno adottato un approccio direttivo (top-down), mentre altre hanno privilegiato un’iniziativa nata dal basso (bottom-up). Questa distinzione tra modelli emerge da una ricerca del 2022 sui primi Coordinamenti pedagogici territoriali (CPT), condotta attraverso l’analisi dei portali istituzionali delle Regioni e degli Uffici scolastici regionali (Donà, 2026).

 

Emerge, comunque, una fragilità strutturale dei CTP, che in molte realtà funzionano a singhiozzo. Anche i poli per l’infanzia di cui al D.lgs. 65/2027 vivono uno stato di sofferenza, fatta eccezione per alcune regioni quali l’Emilia-Romagna e la Toscana.

Si ricorda che ai sensi dell’art. 3 del decreto legislativo 65/2017, i poli per l’infanzia

 

accolgono, in un unico plesso o in edifici vicini, più strutture di educazione e di istruzione per bambine e bambini fino a sei anni di età, nel quadro di uno stesso percorso educativo.

 

Si tratta, dunque, di laboratori permanenti di partecipazione e di innovazione operanti in modo sinergico con tutte le realtà delle comunità locali. L’obiettivo è consolidare la qualità della cura educativa per i primi mille giorni di vita, garantendo alle famiglie un servizio affidabile, fondato sulla continuità del percorso e sulla tutela del diritto dei bambini a una crescita consapevole. Sullo sfondo di tali politiche occorre attuare quanto indicato nelle Linee pedagogiche del sistema integrato zerosei (MIUR, D.M. 22 novembre 2021, n. 334) e negli Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l’infanzia (MI, D.M. 24 febbraio 2022, n. 43).

 

Bibliografia di riferimento

Donà L. (2026), Sistema 0-6: a che punto siamo? Tra governance e scelte territoriali, «Scuola7», n. 469, Napoli, Tecnodid. URL: https://www.scuola7.it/2026/469/sistema-0-6-a-che-punto-siamo/

Fondazione ISMU. Iniziative e studi sulla multietnicità, Presentazione 31º Rapporto sulle migrazioni. URL: https://www.ismu.org/wp-content/uploads/2026/02/31-Rapporto_ISMU_REPORT_Infografiche-1.pdf